LA SCUOLA CHE PARLA AL FUTURO - Meeting di Rimini
Scopri di più

LA SCUOLA CHE PARLA AL FUTURO

Partecipano: Fabrizio Foschi, Presidente DIESSE; Mariastella Gelmini, Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca; Franco Nembrini, Insegnante; Marco Paolo Nigi, Segretario Generale SNALS. Introduce Bernhard Scholz, Presidente Compagnia delle Opere.

 

BERNHARD SCHOLZ:
Buongiorno a tutti e benvenuti a questo incontro sul futuro della scuola. Prima di iniziare, vorrei ringraziarvi per la pazienza che avete dimostrato entrando in questo salone e saluto tutti quelli che ci seguono sui vari schermi diffusi per Meeting, non abbiamo pensato che ci fosse un tale interesse per questo incontro da riempire intere aule. Abbiamo previsto altre sedi importanti, ne abbiamo dovute aggiungere ancora altre, di più non posso, comunque siamo felici che il tema che proponiamo riscontri un così grande interesse, perché si tratta infatti del futuro dei giovani, del futuro di questo paese.
Noi abbiamo nel 2004 pubblicato un appello sull’educazione, parlando dell’emergenza educativa, nel quale c’è scritto: “educare cioè introdurre alla realtà, al suo significato, mettendo a frutto il patrimonio che viene dalla nostra tradizione culturale, è possibile, è necessario ed è una responsabilità di tutti. Tutti parlano di capitale umano e di educazione, ci sembra fondamentale farlo a partire da una risposta concreta, praticata, possibile e viva”.
Questo appello fu firmato da tantissimi personaggi importanti in questo paese, noi dopo non ci siamo limitati all’appello, abbiamo cominciato a lavorare come Compagnia delle Opere, con le nostre associazioni ma soprattutto con tutti gli insegnanti e tutte le famiglie che si sono impegnati a seguire questo appello. Da lì sono maturate varie esperienze, esperienze importanti, significative, che hanno fatto in modo che abbiamo potuto pubblicare un documento che ha proprio questo titolo: “Una scuola che parla al futuro”. Questo documento, che, tra l’altro, chi è interessato può prenderlo dopo allo stand della Compagnia delle Opere, vuole aprire un dialogo sul futuro della scuola; ed infatti questo oggi è un inizio importante, significativo di questo dialogo, perché proseguirà, perché vorremmo che tutti fossero coinvolti in discussioni aperte, costruttive sul tema della scuola e dell’educazione. A questo incontro di oggi partecipano, e sono molto grato che siano fra noi, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, Fabrizio Foschi, presidente di Diesse, l’insegnante Franco Nembrini e il segretario generale dello Snals, Marco Paolo Nigi.
Noi abbiamo pensato di iniziare con la testimonianza di Franco Nembrini, perché abbiamo pensato che è importante partire da una esperienza educativa che richiama il tema dell’educazione, perché la scuola ci interessa non come una istituzione dove passano certe informazioni o certe nozioni, ma dove passano conoscenze, per rifarci al titolo di questo Meeting, e la conoscenza si ha quando si è in grado di dare significato, di riconoscere significati, valori in quello che si incontra nella vita; non bastano informazioni, non bastano nozioni.
Quindi invito Franco Nembrini a raccontarci la sua esperienza educativa dentro una scuola statale.

FRANCO NEMBRINI:
Grazie a tutti, buongiorno, farò un intervento poco politically correct e lo faccio prendendo spunto da una lettera che ho ricevuto, che un amico insegnante, uno tra voi, mi ha dato proprio in questi giorni. Mi è sembrato il modo più semplice di render conto del tentativo che migliaia di insegnanti nella scuola italiana fanno ogni giorno. E’ una lettera che potrei aver ricevuto io, potrebbe aver ricevuto ciascuno di voi che è qui. Anzi so per certo che tutti gli insegnanti che sono qui e tantissimi altri custodiscono lettere come queste, come la cosa più gelosa della loro vita, potremmo alzarci in tanti e tirar fuori dal taschino, dopo tanti anni di insegnamento, lettere come questa.
Che ho pensato di leggere perché mi è sembrata descrittiva proprio di quello che mi ha chiesto il presidente Scholz, provare a dar ragione, in pochissimi minuti, di una esperienza che c’è, di che cosa sia l’educazione tra noi e per noi, e per tantissimi altri insegnanti, tra l’altro lo voglio proprio dire, di destra o di sinistra di centro. Cadute le barriere ideologiche, resta una grande quantità di insegnanti, che partendo anche da posizioni culturali diverse, sfidano la propria responsabilità e la libertà degli alunni a tentare insieme un cammino come quello che qui è descritto nella lettera di una classe che saluta il proprio insegnante che l’anno successivo non avrà più, quindi una lettera scritta alla fine di questo anno scolastico.
“Caro prof. come prima cosa vorremmo ringraziarla di tutto. Grazie di averci fatto capire che ciò che studiamo deve essere messo in discussione” – e cioè che l’insegnamento sia un risveglio della criticità dei nostri ragazzi – “per averci fatto vedere che ciò che studiamo deve essere messo in discussione e guardato in profondità, grazie di non essere stato né oggettivo, né imparziale” – alla faccia della falsa neutralità che ha afflitto la scuola italiana per decenni, perché invece l’educazione è il porsi di un adulto con un ipotesi di significato, come è stato detto, è questa sola risveglia la libertà dei nostri figli e dei nostri ragazzi – “grazie di non essere stato né oggettivo, né imparziale, perché così abbiamo imparato a mettere in gioco la nostra responsabilità e il nostro senso critico e riusciremo a crescere. Grazie di non aver nascosto il suo affetto per noi” – perché se l’avvenimento è sempre una conoscenza, la conoscenza è sempre un rapporto, è sempre un amore al destino dell’altro – “Grazie di non aver nascosto il suo affetto per noi, distruggendo quel muro di inimicizia che sempre divide alunni e insegnanti, grazie di averci mostrato le idee e sentimenti nascosti tra i versi di una poesia, facendoli entrare nella nostra vita, permettendoci così di viverla con una nuova responsabilità” – il ministro deve far finta di non sentire “Grazie di non aver rispettato i programmi”, ma a me piace troppo, non ho voluto censurare questa bellissima affermazione, perché poi in realtà si capisce che questi i programmi li ha fatti, eccome! – “grazie di non aver rispettato i programmi e di averci guidato in un percorso diverso, in questo senso lei è stato per noi il nostro Virgilio, senza il quale Dante non avrebbe mai nemmeno potuto cominciare il suo viaggio. Ora è arrivato il momento di separarci ed è proprio a questo punto del cammino che si ‘parrà la nostra nobilitate’” – cioè ragazzi che dicono non c’è più, tocca a noi, tocca alla nostra responsabilità. E poi l’ultima affermazione che mi ha commosso – “Lei ci ha dato gli strumenti per vivere in modo diverso, per guardare il mondo con occhi più attenti” – lei ci ha dato gli strumenti, come non ricordare il grande insegnamento di don Giussani: “non sono venuto a convincervi delle mie idee, ma offrivi gli strumenti per verificare voi se le mie idee sono giuste”.
“Lei ci ha dato gli strumenti per vivere in modo diverso, per guardare il mondo con occhi più attenti, ora tocca a noi trovare nelle profondità del nostro cuore l’ardire e la franchezza per entrare nel ‘cammino alto e silvestro’”, sono tutte citazioni di Dante naturalmente.
“Grazie di cuore, la sua quarta I”.
E fatemi dire una battuta su questa ‘la sua quarta I’, perché questi ragazzi hanno potuto diventare così perché si sono sentiti di qualcuno, come disse, non lo dimenticherò mai, quel bambino di sei anni, che aveva cominciato la prima elementare e stava male, non mangiava, non dormiva, piangeva, bisognava trascinarlo a scuola, finché dopo qualche mese i genitori disperati hanno provato a cambiare scuola, ed improvvisamente questo bambino sta bene, è contento, si alza prima del tempo per andare a scuola e al papà che gli chiede che cosa è successo perché adesso è contento, il bambino di sei anni risponde: “papà, adesso io sono di qualcuno”, sono di qualcuno. Che i nostri figli ed i nostri ragazzi possano sentirsi di qualcuno davanti ad una proposta, quale che sia, ma una proposta di un adulto che li sfida, che metta in moto la loro libertà, la loro intelligenza, la loro responsabilità.
Non so questa classe dove andrà, non so che fine farà, ma certamente si è messa a correre incontro alla vita con un coraggio, con una baldanza che non avevano prima ed è la cosa di cui ringraziano i loro insegnanti.
Bene ministro, io sono qui a dirle che tra noi migliaia di persone, centinaia di persone, hanno lettere così, hanno visto accadere l’educazione così, come un avvenimento, veramente come una conoscenza, ed è la prima osservazione che voglio fare.
Se l’educazione è questa, tranquilli è sempre possibile.
Prima e oltre ogni riforma, dentro ogni situazione, se l’educazione è questo avvenimento non ce la porta via nessuno, un adulto così non lo frega nessuno e quindi tranquilli, andare avanti nel nostro mestiere che è il più bello del mondo.
Gli ebrei facevano scuola ai loro bambini ad Auschwitz, sotto il potere comunista santi preti e grandi intellettuali hanno educato un popolo attraverso il Samizdat, lo dico per dire che neanche nelle peggiori condizioni l’adulto viene meno alla sua responsabilità di educatore.
Detto questo, però, e vengo al secondo punto, ci sono delle condizioni che la favoriscono ed è esattamente il compito della politica. Vorrei che ci fosse qui, a raccontarci, il mio amico Chris Bacich di New York, il nostro amico insegnante, che mi ha raccontato delle cose che faccio perfino fatica a ripetervi, perché non mi sembrano vere, però devo credere che siano vere, perché me le ha raccontate così, che in America, per aver ricevuto questa lettera, il nostro amico insegnante potrebbe andare in galera, potrebbe andare in galera perché è così teorizzato che l’insegnamento non è un rapporto tra libertà che si incontrano, che diventa reato farlo. Diventa reato andare a mangiare una pizza con i tuoi alunni, diventa reato accostare un alunno in corridoio, con fare sospetto.
E lo stato di New York ha reso obbligatorio per tutte le scuole, paritarie o statali che siano, un corso per i bambini dai sei agli otto anni, il cui il titolo è: ‘Impariamo a diffidare degli adulti’. Allora il mondo sta andando così, siamo ad un bivio, dovremo, credo, difendere coi denti la natura dell’uomo, la grandezza dell’uomo, che sta tutta nella educazione, sta tutta in quello che ho appena descritto. E Chris, quando mi ha raccontato queste cose, ad un certo punto, mi ha fatto venire i brividi, mi ha detto: “oh non pensare, questo è il vostro futuro”.
No non può essere, io lotterò fino al sangue, fino alla morte, perché non sia il nostro futuro.
Il nostro futuro voglio che sia il presente di questa lettera, per tutti, non per me o per noi, per tutti.
E allora, lo dico agli insegnanti, lo dico a chi tra noi, secondo me equivocando un po’, pensa che il problema educativo si risolva nel rapporto con i suoi alunni: non è più sufficiente, dobbiamo occuparci di politica, dobbiamo occuparci di riforme, perché si può andare dall’altra parte, si può andare nella direzione dell’America, capite, dove in fondo l’educazione è un reato.
E dobbiamo difenderla perciò questa esperienza educativa che c’è. Difenderla con strumenti adeguati, con riforme adeguate, con richieste adeguate alla politica.
Come mi ha insegnato il mio grande amico Mario Mauro, bisogna occuparsi di politica perché è la politica che si occupa di te, è inutile che pensi che la lasci fuori dalla porta dell’aula, si occuperà di te. Fino a cercare di impedirti quello a cui tieni di più, come padre, come madre, come insegnante.
Allora, terza ed ultima cosa. Le richieste che facciamo alla politica: noi chiediamo da sempre, umili discepoli di don Giussani, di chi ha gridato per primo ‘fateci andare in giro nudi ma lasciateci educare’, noi chiediamo che la politica si occupi di scuola, anzi se ne occupi come una emergenza prioritaria, non la occupi, se ne occupi, che sono due cose un filino diverse. Se ne occupi, cioè ci lasci fare il nostro mestiere di insegnanti e di genitori; chiediamo alla politica, come verrà dettagliato poi nelle proposte che sentiremo, una grande iniezione di libertà. Perché il nostro paese è fermo a quel liberticida di Napoleone, dal punto di vista della concezione della scuola. La libertà, da rivendicare ormai con chiarezza per tutti, non è la difesa di una nicchia, non è la difesa della scuola privata, è la difesa della libertà tout-court, la difesa della libertà di ogni scuola, di tutti, dell’intero sistema scolastico, chiamiamola autonomia, poi ci sono i termini tecnici per descriverla e non è il mio compito oggi, ma quel che chiediamo alla politica è di custodire questa ricchezza, questa tradizione, questa dedizione di tanti ancora tra noi. Custodirla, difenderla, agevolarla e renderla possibile.
Alla politica chiediamo un po’ di libertà, un po’ di libertà per noi e per tutti, per ogni scuola e per tutte le scuole.
Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Grazie Franco per questa tua testimonianza e questa tua franchezza, con la quale tu hai affrontato questo grande tema dell’educazione, della quale hai detto che è un incontro fra due libertà, dove al centro sta l’unicità di ogni singolo ragazzo, di ogni singola ragazza. Noi non vogliamo un sistema di masse gestite, noi vogliamo che al centro sia l’unicità di ogni ragazzo, di ogni ragazza e quindi le proposte che adesso Fabrizio Foschi presenterà hanno questo come scopo, trovare delle vie, delle strade dove al centro sia veramente il desiderio di ogni ragazzo, di ogni ragazzo che si affaccia a questo mondo, perché deve essere sostenuto, da solo non ce la fa, proprio per acquistare anche lui stesso la libertà.

FABRIZIO FOSCHI:
Volentieri introduco brevemente i contenuti di questo documento “una scuola che parla al futuro”, non solo perché l’associazione che rappresento, DIESSE, ha contribuito a promuoverlo insieme a CDO e ad altre associazioni che operano nel mondo della scuola, Foe, D.i.s.a.l., Consorzio Scuola Lavoro, Associazione Porto Franco, quindi ne parlo volentieri non solo perché parlo di una cosa di cui sono stato in qualche modo protagonista, ma perché questo documento non è soltanto un documento, cioè un pezzo di carta, un manifesto, una cosa che si produce e che lascia il tempo che trova. È lo sviluppo di esperienza di insegnanti, genitori, in qualche modo alunni che nella scuola ci sono già e nella scuola già operano. Cioè il punto di vista di questo documento è che una scuola nuova esiste già, se non fosse questo, se una scuola nuova, una scuola in cui si attivano dei rapporti significativi, si fanno dei percorsi, si studiano le discipline in un modo nuovo, ci si prepara al futuro, ci si orienta, ci si aiuta tra colleghi, se non fosse tutto questo, già il documento sarebbe perfettamente inutile, perché sarebbe una lista di buone intenzioni che cade nel vuoto. In realtà il valore del documento sta nel fatto che è espressione di una serie di opere che già cercano di rispondere, come possono naturalmente, alle domande dei giovani e delle loro famiglie. Il documento, mi par di poter dire, interpreta molto bene due nodi fondamentali che fanno parte dell’attualità formativa del nostro paese. Il primo nodo è già stato in qualche modo introdotto ed è il rapporto tra educazione e lavoro scolastico, educazione e attività scolastica, educazione e istruzione. Il secondo nodo è relativo all’intero sistema dell’istruzione del nostro Paese. Primo punto dunque: educazione/attività didattica, educazione/istruzione. Come ci ha testimoniato Franco Nembrini, una persona vive l’educazione perché è mossa da una testimonianza cioè una persona colta, una persona istruita non è necessariamente una persona educata. Non è che l’educazione risulta dall’aumento del tasso delle dosi da flebo di istruzione. L’educazione non richiede particolari nozioni, perché è un movimento dell’io, è un movimento della persona verso ciò che è il significato dell’esistenza, che la persona scopre in un altro, in un particolare, nella realtà. Quindi è un movimento della persona, di tutto l’io che, educandosi, vivendo il percorso educativo, si attiva, per cui la realtà non è più come prima. Questo è vissuto dentro i particolari della realtà. Il Meeting da questo punto di vista è un evento educativo, lo è stato per tanti, lo è stato per molti, spero che lo sia stato per tutti, io personalmente sono stato colpito da diversi esempi di che cosa questo percorso educativo significa per me. Ne cito uno per tutti. Sentivo quasi casualmente Rose dell’Uganda, di Kampala, che raccontava il suo rapporto con le donne che, per poter vivere, a Kampala spaccano le pietre, spaccano le pietre per poter vendere alle imprese che costruiscono i frammenti, ma sono donne particolari, perché messe in moto da un evento educativo, cioè dalla testimonianza di Rose che le ha abbracciate, e a loro volta, spaccando le pietre, abbracciano il mondo tanto. E’ vero che da loro è provenuta la richiesta di poter partecipare agli effetti di alcune tragedie che hanno colpito il mondo contemporaneo, non so, per esempio lo tsunami in Asia, ultimamente il terremoto dell’ Abruzzo. Cioè queste donne che spaccano le pietre hanno chiesto come poter partecipare, fare una raccolta di fondi per partecipare alla sventura dei loro fratelli dell’Abruzzo. I figli di queste donne, vedendo il loro cuore, leggendo il loro cuore, si sono messe ad accompagnarle e mentre loro spaccano le pietre, questi giovani cantano i canti alpini e li cantano così bene che io sono stato testimone di un fatto che ho ancora negli occhi, di questi giovani che cantano i canti alpini di montagna, mentre tutti osservano stupiti questo evento che non si potrebbe chiamare altrimenti che il miracolo della globalizzazione. Questo è l’esempio di un fatto educativo, cioè giovani, figli che mossi dal cuore delle madri a loro volta partecipano. Questo dimostra che l’educazione non si può programmare, ma certamente dimostra che l’educazione attiva l’io, quindi una società che non si educa, una società dove l’educazione è relegata nell’ultima parte della preoccupazione della società, è una società che non vive, che non sussiste; però non si può programmare. Certamente è importante che nell’ambito in cui si apprende, nell’ambito in cui si impara a leggere, a scrivere, a far di conto, a rapportarsi attraverso le discipline al mondo intero, è importante che in un ambito così, che noi chiamiamo scuola, ci siano fatti di educazione. È importante che l’educazione pervada questi ambienti, perché lo sappiamo tutti, un giovane che non è attivato non impara, un giovane che non è educato, che non è colpito personalmente, cioè il cui io, la cui persona non è attivata, non è valorizzata, non apprende, non impara. Ecco perché, da un po’ di tempo a questa parte, tutti i sistemi di istruzione occidentale, che devono fare i conti con un abbassamento dell’interesse degli alunni, talvolta anche con un degrado del clima scolastico, hanno messo sotto i riflettori l’educazione e in tutti i documenti che sono usciti recentemente si dice che la scuola è un ambito di istruzione e di educazione. Mi riferisco per esempio, per guanto riguarda la nostra storia recente, allo ‘statuto di studenti e di studentesse’ di berlingueriana memoria, ma anche all’ ‘educare istruendo’ del ministro Fioroni, per esempio, che fa da cappello alle indicazioni nazionali. Qual è il problema? Perché se l’educazione non è un programma, la strada etica che è stata scelta, che viene individuata dalla maggior parte, diciamo, dei governi che devono affrontare questi temi, non è la strada indicata, cioè non è possibile inserire l’educazione nella scuola applicando delle regole, facendo cioè dei patti educativi, cercando di in qualche modo di farsi carico delle difficoltà, stabilendo un sistema per cui si istruisce se i patti vengono rispettati, perché questo non tiene. L’etica richiede a sua volta una coscienza educata, non aiuta i giovani a cogliere il senso di quello che fanno, se i giovani non sono stupiti da personalità adulte che a loro volta sono educate. Ecco perché il documento indica una strada diversa, una strada diversa praticabile, una strada diversa che già in qualche modo sussiste ed esiste ed è quella della libertà di educazione, che significa valorizzare i soggetti della educazione. Che cosa significa in dettaglio? Chi intende nella scuola assumersi una responsabilità; chi nella scuola si assume una responsabilità rispetto alla propria classe, rispetto ai giovani che ha, rispetto alle famiglie, rispetto alle domande del territorio: questi sono i soggetti attorno ai quali costruire o ricostruire la scuola, il percorso formativo ecc. Cioè non è dal quadro di riferimento etico, dalle regole, da un sistema di regole che può derivare la novità; la novità il fatto cioè che l’istruzione, quello che insegno diventi occasione educativa, dipende dal fatto che il soggetto sia libero: libero non vuol dire che faccia quello che vuole, vuol dire che possa assumersi delle responsabilità. Ora a noi spettatori e alla associazione arrivano sempre più spesso, l’associazione di cui sono il Presidente, arrivano sempre più spesso segnalazioni, per esempio, di collegi docenti in cui la libertà dell’insegnante è soffocata, soffocata perché l’insegnante che alza la mano, che s’impegna, che vorrebbe magari per esempio applicare la riforma, a volte è inglobato in una collegialità asfissiante che gli impedisce di prendere l’iniziativa e questa non è libertà di educazione e dobbiamo dirlo in maniera molto chiara. Ci faremo carico di denunciare, forse con più forza, più apertamente di quanto non abbiamo fatto fino ad ora, questi casi in cui, ripeto, insegnanti che intendono assumersi una responsabilità educativa, non perché fanno dei progetti che li portano fuori dalla scuola, ma perché di più attraverso il lavoro in classe si coinvolgono con genitori, con alunni, con le famiglie, questi possano svolgere fino in fondo il loro lavoro, fino al dettaglio, cioè fino alla ristrutturazione di certi percorsi formativi, che ovviamente la scuola attraverso i piani dell’offerta formativa deve essere in grado di offrire. Perché il piano dell’offerta formativa non può essere una cappa che si cala sulla situazione, deve essere anche un luogo di partecipazione, di libertà. Quindi il primo elemento che il documento sottolinea in maniera mi pare molto chiara è questo, cioè che la scuola può essere un ambiente educativo se i soggetti della educazione sono liberi di poter istruire, cioè liberi di poter svolgere insieme dei percorsi di formazione, di introduzione attraverso le discipline, le attività. Secondo punto: il documento si occupa ovviamente anche del sistema nazionale dell’istruzione, cioè non è un appello rivolto al singolo, ma disegna un contesto generale. Ora noi sappiamo che il sistema nazionale dell’istruzione è entrato in crisi da qualche tempo, è entrato in crisi perché le due leve su cui si è basato, socializzazione e stratificazione o comunque preparazione attraverso percorsi stratificati, questi due leve si sono inceppate e non essendo la seconda, cioè i percorsi personalizzati, non essendosi sviluppata, è rimasta una scuola dove ancora in gran parte si crede di poter rispondere ai bisogni dell’utenza socializzando, cioè facendo sì che i ragazzi stiano insieme nel modo migliore possibile. Chiaro che non è solo questo, perché, ripeto, ci sono tanti insegnati, tanti genitori che accogliendo anche gli spiragli della riforma lavorano in modo diverso. Però dico, il sistema d’istruzione si è inceppato per questo motivo e i segnali sono sotto gli occhi di tutti: dispersione scolastica, organizzazione molto complessa del personale dell’organico, risultati dal punto di vista delle conoscenze insoddisfacenti, se confrontati con certi standard europei, ma non insoddisfacenti in tutti i sensi, perché, il ministro lo sa molto bene e su questo più volte ha detto di volersi impegnare, la scuola italiana è molto diversificata, ci sono delle punte di eccellenza che possono essere valorizzate, ci sono delle punte invece anche di minore efficienza. Allora, se il sistema è entrato in crisi, questo non significa che non faccia ancora avvertire, a volte pesantemente, la sua presenza. Ci sono talvolta delle pieghe dell’apparato che sono molto, molto oppressive, di intenti, di libertà, di autonomia della scuola. Prima mi riferivo al fatto dei singoli insegnanti e dei loro collegi, di una collegialità a volte ancora erede di un cooperativismo sessantottino: qui mi riferisco ad una autonomia delle scuole che non sempre si può esprimere a pieno livello, perché molto spesso c’è un apparato che non dipende affatto dalla volontà del ministro, ma è un apparato che talvolta prosegue secondo una logica sua, che attraverso un certo modo di controllare, attraverso un certo modo di individuare anche forme di ispezione, blocca anziché promuovere. Allora il documento, da questo punto di vista, individua alcuni punti che possono, a nostro giudizio, se applicati, mobilitare l’intero sistema, non nel senso di rivitalizzare il centralismo dell’istruzione italiana, non in questo senso, ma nel senso che è anche suggerito dal titolo quinto della Costituzione, art. 117, “lo Stato si prefigga di indicare le norme generali poi le Regioni e le autonomie scolastiche si prefiggano il compito di formulare i percorsi formativi”. Dentro questa logica, dentro questa ottica, il documento fa delle proposte molto precise, individua obbiettivi molto specifici, facendo perno sulla scuola come comunità di pratiche, facendo perno sulla scuola come ambiente di apprendimento, come luogo di conoscenza, in cui l’apprendimento è da pensare, cioè l’apprendimento non è frutto dell’improvvisazione. La scuola è un luogo in cui chi opera deve mettersi al lavoro ogni giorno, come sappiamo bene, ed è giusto che sia così. Facendo perno su questa idea di scuola, il documento enuncia, diciamo così, tre piste fondamentali: la prima è quella dell’autonomia scolastica, dell’autonomia degli istituti a tutti gli effetti. Esiste autonomia scolastica perché c’è un regolamento che presiede all’autonomia scolastica del ’97 ma l’autonomia scolastica al contrario degli altri paesi non arriva al finanziamento alle scuole. Noi chiediamo che i trasferimenti, vuoi per quota capitaria, vuoi per altri meccanismi, vengano assegnati alle scuole che dovranno fare i conti con quello che gli è assegnato, assumere il personale che ritengono compatibile con il piano dell’offerta formativa e prevedere tutto ciò che è necessario allo sviluppo della scuola. La scuola per essere autonoma, tuttavia, ha bisogno di vivere in un contesto di autonomie, di libertà, per cui l’intero sistema possa decollare in modo da mettere in grado la famiglia di poter scegliere la scuola più opportuna per i propri figli, perché è nella logica tra domanda e offerta che si gioca la libertà: da che mondo è mondo il sistema si è sviluppato perché ad una offerta corrisponde una domanda. Secondo obbiettivo, molto importante. Chiediamo, intendiamo operare, intendiamo riflettere, sviluppare e quindi appoggiare il ministro, il Governo in questa prospettiva, intendiamo promuovere un percorso di formazione iniziale del reclutamento dei docenti, diverso da quello che è stato fino al recente passato. Il ministro si è impegnato in questo senso, perché ha chiuso le SSIS ed esaurito le graduatorie provvisorie, occorre prevedere un nuovo percorso. Noi riteniamo che i nuovi docenti si debbano preparare non soltanto studiando discipline nell’Università, ma a contatto con la scuola attiva. Quindi è molto positiva la prospettiva di un percorso di tirocinio che faccia parte del percorso iniziale degli insegnanti, del nuovo insegnante, ma a questo percorso iniziale deve far seguito una modalità di reclutamento diverso, una modalità di reclutamento e di sviluppo della professione che porti finalmente il nostro paese ad avere, diciamolo in maniera pure esplicita, usiamo pure questa categoria che a volte sembra inadeguata, una carriera del docente, una carriera del docente.
Una parte del sindacato è con noi, una parte, diciamo, dell’opinione pubblica è con noi, forse non tutti i docenti sono con noi, ma andiamo avanti perché solo forse un percorso professionale articolato può permettere alla scuola di lavorare meglio.
Terzo punto, che è come l’altra sponda di tutto questo un sistema di valutazione esterna delle scuole, perché noi la battaglia la facciamo fino in fondo e quindi siamo onesti fino in fondo. Se chiediamo l’autonomia chiediamo anche sviluppo della professione, sappiamo bene che anche la scuola deve cominciare nel nostro paese, come già è, ad essere valutata. Valutata esternamente da un ente terzo rispetto al Ministero, l’Invalsi è da questo punto di vista in piena attività, forse deve essere potenziato, un sistema di valutazione esterna che porti le scuole a capire, a comprendere il valore aggiunto che hanno immesso nel percorso scolastico degli alunni che hanno preso e un sistema di valutazione che permetta alle famiglie di comprendere meglio le scuole che funzionano e le scuole che non vanno. Perché se le scuole non vanno, bisogna far qualcosa perché funzionino meglio. Tutto questo fa parte di una logica di libertà, tutto questo non è utopia ma è già opera che possiamo vedere, che possiamo constatare. Grazie

BERNHARD SCHOLZ:
Ringrazio Fabrizio per questa esposizione del documento che evidentemente è stata molto sintetica. Tutto quello che lui ha proposto è articolato nei dettagli nel Manifesto, sul quale chiedo una prima reazione a Marco Paolo Nigi, Segretario Generale dello SNALS.

MARCO PAOLO NIGI:
È con grande piacere che partecipo a questo incontro nell’ambito di un Meeting che, rilanciando la sfida della conoscenza, chiama in causa il ruolo della scuola nella costruzione del futuro del paese. Lanciare uno sguardo sul futuro richiede di affrontare con profondità e anche con severità le questione che, ormai da molti decenni, sembrano imprigionare la scuola sui tempi brevi dettati dalla contingenza e dall’iter di approvazione delle riforme. Riforme che anche quando vedono la luce non hanno però i periodi necessariamente lunghi dell’applicazione e della verifica della loro efficacia formativa e sociale. È da molti anni che lo SNALS, che qui rappresento, si batte per la serietà della scuola e questo proprio pesando al futuro. Siamo infatti consapevoli che un presente che ha abbassato la guardia sul valore dello studio e sull’autorevolezza degli insegnanti non aiuta né i giovani di oggi né quelli di domani. Per questa ragione abbiamo fin da subito ritenuto positive e sostenuto le regole che hanno introdotto un maggior rigore nella valutazione e abbiamo dato atto al ministro Gelmini del suo impegno in questa direzione. Sono misure che possono concorrere a fermare la deriva educativa, proprio perché la serietà della scuola e la credibilità di tutti i percorsi di studio sono una necessità inderogabile sotto due principali profili. Il primo riguarda lo sviluppo del patrimonio, culturale e sociale del paese, che ha ricadute anche sotto il profilo economico. Senza conoscenza non si è competitivi e non si esce dalla crisi. Il secondo aspetto riguarda l’emergenza educativa: riaffermare l’importanza della scuola e dei docenti è la via per ricollocare come centrali i valori dell’impegno, del sapere, del merito, della responsabilità verso se stessi e verso gli altri, ma per questo occorre migliorare le condizioni di funzionamento delle scuole e rendere effettivamente praticabili l’autonomia, per offrire migliori possibilità di apprendimento per gli studenti. La qualità della scuola non è infatti un concetto restrittivo, che negherebbe le finalità di un’istituzione volta all’educazione e alla promozione della persona, occorre insomma superare alcune ideologie falsamente inclusive, ma bisogna con decisione e nuove prospettive percorrere la strada di garantire il diritto allo studio e le pari condizioni di apprendimento a tutti i giovani. Il maggior numero di studenti non ammessi all’esame di maturità e di quelli respinti, che si sono registrati in quest’anno scolastico, sono il segno di un disagio profondo, come documentato anche nel documento della Compagnia delle opere. È vero che il sistema scolastico italiano si avvia a un nuovo processo di riforma, che ha lo scopo di fronteggiare questa situazione, ma sin da subito dobbiamo trovare le giuste soluzioni a questo problema. Non devono esserci ulteriori costi sociali, non devono cioè aumentare la dispersione e l’abbandono scolastico, che diventano in alcuni casi, in determinate zone del paese, occasioni di sfruttamento, di criminalità, di lavoro non protetto. Naturalmente servono, come chiediamo da tempo, anche misure che investano il mondo del lavoro con la promozione della legalità e la responsabilità sociale delle imprese. Serve più scuola e più istruzione anche per l’eccellenze e per quei ragazzi che sanno cogliere il senso dello stare a scuola, che sanno vivere la curiosità intellettuale e l’impegno sociale: una scuola seria non spreca i talenti di nessuno. Per lo sviluppo del nostro sistema di istruzione ritengo che bisogna intervenire su due assi principali: il primo è quello delle riforme, che però non devono riguardare solo l’ingegneria istituzionale e ordinamentale, le riforme devono portare soprattutto ad un miglioramento del sistema di insegnamento. Occorrono strategie efficaci per una migliore conoscenza dei linguaggi e delle condotte dei giovani, per accrescere le loro potenzialità e per offrire maggiori stimoli alla loro intelligenza cognitiva, emotiva e sociale. Ci auguriamo anche per questo che il processo di riforma della scuola secondaria, proprio per essere avviato nelle migliori condizioni, abbia la necessaria gradualità nel rispetto sia dell’autonomia delle scuole, sia dei patti di corresponsabilità con le famiglie e veda il pieno coinvolgimento dell’insegnante. Il secondo asse è proprio quello dei docenti. Gli insegnanti sono stati lasciati soli di fronte ai nuovi compiti educativi e alle diverse caratteristiche della popolazione studentesca e hanno perso progressivamente riconoscimento sociale. È questa un’evidente contraddizione: da una parte si registra una crescente sfiducia nella scuola, ma dall’altra le famiglie e la società rilasciano sempre più consistenti deleghe agli insegnanti su compiti che vanno ben oltre l’istruzione. Bisogna allora rimuovere le cause della loro demotivazione, intervenire anche sulle retribuzioni degli insegnanti italiani, tra le più basse tra i paesi dell’eurozona, e varare misure per valorizzare la professione docenti. In questa prospettiva sono sicuramente stimolanti le analisi e le proposte che sono contenute nel documento della Compagnia delle Opere e che sono anche alla base dei nostri ragionamenti di quest’oggi. Il nostro impegno è quello di non sottrarci a un confronto che deve essere approfondito, perché la ricerca di soluzioni e strategie non può prescindere da processi che sono molto ampi e profondi e che riguardano gli assetti complessivi del nostro paese.
Cito alcuni temi che ritengo cruciali e che ci dovranno vedere fortemente impegnati: è richiamata la necessità di una maggiore autonomia delle scuole, su questo c’è sempre un’ampia condivisione ma ciò non deve rimanere un’affermazione di principio; allora ci dobbiamo interrogare se la soluzione è nella quantità di percentuale di curricolo da riservare alle singole scuole, con conseguenze sull’equivalenza dei risultati formativi su tutto il territorio nazionale e sulla mobilità degli studenti, oppure se è quella di incentivare la ricerca educativa, le metodologie innovative, la personalizzazione dei percorsi, l’attivazione dei laboratori e dei collegamenti con il territorio. Senza però adeguate risorse professionali e finanziare, è difficile che l’autonomia possa decollare, così come difficilmente la scuola potrà fornire il suo contributo alla crescita culturale e economica del paese. Autonomia e qualità della didattica hanno bisogno di stabilità e di continuità. L’elevato numero di precari determina un doppio fattore di crisi: uno è quello della insicurezza e demotivazione personale; l’altro è la mancanza di durata della relazione educativa e di stabilità dei processi di costruzione in una comunità scolastica. Apprezziamo molto la disponibilità del ministro Germini a perseguire la possibilità, attraverso i necessari strumenti legislativi, di garantire al personale precario la continuità del lavoro e forme di sostegno al reddito. Ci auguriamo che la formalizzazione e il provvedimento non giunga troppo in ritardo, dopo cioè l’effettivo inizio delle lezioni, questo porrebbe infatti in ulteriore difficoltà l’avvio del nuovo anno scolastico, che vede anche un numero di assunzioni di personale docente e amministrativo assolutamente non sufficiente a coprire le decine di migliaia di posti realmente vacanti, a cui si devono aggiungere le altre decine di migliaia di posti comunque funzionanti senza personale stabile e che realmente rispondano a effettive esigenze degli studenti. Si deve inoltre ragionare sul riconoscimento del merito, anche di quello dei docenti. Le strategie per introdurlo però non possono fondarsi sulla considerazione solo della dimensione individuale del singolo insegnante o per lo meno non esclusivamente, la qualità degli insegnanti deve essere diffusa per le equità e le pari opportunità formative; la qualità delle scuole è sempre un dato di un impegno collegiale, è il risultato di comunità, di una responsabilità condivisa tra le varie professionalità, dei rapporti forti con le famiglie, ma anche con tutti quei soggetti che hanno poteri e doveri di decisione sulle politiche educative sia nazionali che locali. In tal senso sembrano andare gli accordi recenti sottoscritti con alcune regioni per qualificare le offerte in relazione ai reali e diversificati bisogni formativi. È affermata inoltre la necessità di un maggiore spazio decisionale per i dirigenti scolastici, evidenziando esperienze di altri paesi europei. Dovremo però interrogarci sulle forme di partecipazione e responsabilità delle comunità locali e degli enti territoriali, sui modelli di governance del sistema educativo, sul livello di sussidiarietà presente sia a livello istituzionale che a quello delle formazioni sociali e civili. Tutto ciò rimanda a questioni ancora irrisolte nel nostro paese e che riguardano la forma di stato e dunque l’attuazione del titolo V della Costituzione e anche la reale portata del federalismo fiscale e finanziario. Vorrei concludere con un’ultima considerazione: è vero che per costruire nuove prospettive abbiamo bisogno di una diversa cultura e di strumenti non consueti, ma dobbiamo avere anche la consapevolezza che le questioni della scuola sono sempre più complesse di quanto generalmente non emergano. È certo che impegnarci per la scuola significa sempre interrogarsi su quale paese vogliamo essere ora e quale società pensiamo di costruire per il futuro del paese, anche per questo ringrazio ancora per l’invito a questa prestigiosa occasione di confronto che il Meeting di Rimini da sempre rappresenta.

BERNHARD SCHOLZ:
Ringrazio per questo contributo Marco Nigi, che ha dimostrato che è possibile dialogare in modo costruttivo su questi temi, abbattere le barriere ideologiche che ostacolano troppo spesso un dialogo fecondo su un tema così urgente e ringrazio il ministro per la pazienza, perché affrontando questa riforma, prendendosi l’impegno per questa riforma per niente facile, ha sempre dimostrato di essere disponibile all’ascolto, al dialogo e passo quindi a lei la parola.

MARIASTELLA GELMINI:
Grazie. Sono io in realtà a ringraziare il presidente Scholz, tutti i relatori, ovviamente gli organizzatori del Meeting, per questa straordinaria opportunità. Voglio salutare tutte le persone che sono presenti in sala, ma anche chi ci segue da altre sale, attraverso dei monitor, perché davvero la partecipazione è straordinaria, e credo che questo non sia, come dire, una sorpresa, visto il contesto in cui ci muoviamo, ma sia senz’altro un elemento che ci dà speranza, perché evidenzia l’attenzione, la passione che ciascuno di noi ha nei confronti dell’istituzione più alta del paese, che è rappresentata, appunto, dalla scuola. Tornerò poi sul tema avanzato da Foschi, l’illustrazione del documento, le giuste osservazioni di Nigi, ma consentitemi di partire da quella testimonianza che ci ha rappresentato brillantemente prima Franco Nembrini. Credo che ciascuno di noi, dagli applausi che ha ricevuto, ma bastava guardare i vostri volti, per capire come la sua testimonianza sia la testimonianza di molti di noi, che hanno avuto la fortuna di avere professori che non sono stati elementi di passaggio, ma veri maestri di vita, persone che ci hanno fatto crescere, ci hanno fatto magari anche faticare, ma che sicuramente hanno lasciato un segno nella nostra vita. Io credo che l’elemento più importante, contenuto nel vostro documento, sia proprio rappresentato dall’attenzione, dall’accento che voi ponete sul tema dell’educazione. Vedete, può sembrare quasi banale o scontato in questa sede, ma vi assicuro che parlare di educazione nella scuola sembrava quasi una cosa desueta. Io credo che se il professor Nembrini avesse rappresentato questa sua condizione di maestro, questa sua concezione di scuola in una tribuna politica, qualcuno gli avrebbe detto che è un po’ un nostalgico, che oggi, in realtà, parlare di un rapporto personale fra maestro, insegnante e allievo è una cosa che non serve, perché ci sono le nuove tecnologie e altre amenità. Io queste cose me le sono sentite dire tante volte: che la mia scuola era una scuola rivolta al passato, che il fatto di dare, di porre l’accento sull’autorevolezza, sull’importanza del ruolo del maestro e dell’insegnante era una cosa tutto sommato che si poteva tralasciare. Io credo invece che la valorizzazione di tutto ciò che di positivo, delle cosiddette buone pratiche che esistono all’interno della scuola, ma anche la possibilità, doverosa per un paese civile ed equo, di garantire ad ogni ragazzo una buona scuola, una scuola nella quale si possa formare, possa crescere, possa sviluppare il proprio io, parte dal concetto di educazione. E credo che neutralità in questo ambito non ci possa essere, perché indiscutibilmente si tratta di un rapporto tra persone, si tratta di una proposta valoriale, anche quando riguarda i programmi e i contenuti, e certamente è implicito nell’educazione ciò che don Giussani definiva come il rischio educativo, è una scommessa, è una sfida, non c’è nulla di certo, di scontato o di già scritto, anche per un insegnante che ha moltissima esperienza e ha oramai avuto la possibilità di conoscere tante classi, ogni volta è un’esperienza diversa. Quindi io credo che non ci dobbiamo stancare, ancorché, forse, siamo minoranza, di sottolineare come la prima funzione della scuola – prima di discutere di ordinamenti, di riforme, di competenze, di materie – sia quella di affermare la funzione educativa, perché se ci dimentichiamo questo, inevitabilmente la scuola viene svilita nella sua funzione fondamentale, e deve affrontare una perdita di senso. C’è un film che ho visto, “la Classe”, recentemente, dove ovviamente si parla di scuola, e c’è una frase di un ragazzo rivolto all’insegnante che dice: “Ma io quest’anno credo di non avere imparato nulla, perché non ho capito il perché noi studiamo, perché studiamo queste materie”. Beh, è una domanda significativa, ma io credo che laddove l’insegnante riesce veramente a svolgere fino i fondo la propria missione, il proprio compito, riesce non solo a trasmettere nozioni e competenze, ma soprattutto a dare senso all’apprendimento, senso all’esperienza scolastica. E questo è un dono – credo che non sia per tutti il ruolo dell’insegnante – ma certamente nel nostro paese esistono molti insegnanti preparati, anche un po’ frustrati per le condizioni in cui si trovano ad operare all’interno della scuola, così come esistono molte buone pratiche, molte situazioni positive. Però, se è vero quello che diceva Foschi nel suo intervento, che una scuola nuova esiste già, io credo che una scuola nuova debba esistere in ogni regione, in ogni comune, in ogni territorio; quella disomogeneità, quella differenziazione di qualità, che esiste nel nostro paese, deve essere superata, o comunque occorre che chi ha responsabilità di governo abbia la tensione morale, ideale e anche pragmatica di addivenire a standard qualitativi più elevati, in tutto il territorio nazionale, nel nord, come nel centro, come nel sud, e questo è lo sforzo, la fatica che noi stiamo compiendo. È chiaro che non è un percorso facile, poi, devo dire che l’esperienza di questo anno e mezzo mi fa capire come il tema scuola sia un tema non solo sensibile e delicato, ma dove troppe volte ancora si mescola la politica in senso negativo – certo che l’interesse per la polis non può che riguardare anche, in modo particolare, la scuola, però forse troppe volte il dibattito parlamentare, politico, crea contrapposizione. Io ho ascoltato interventi da soggetti diversi e mi pare che su alcune linee di fondo si possa trovare una condivisione, un’ampia condivisione e un’ampia assunzione di responsabilità. Quindi, forse varrebbe la pena riuscire a creare momenti diversi, come quello che oggi stiamo vivendo, in cui ci si possa confrontare, si possa discutere, si possa dibattere, senza però quella vis polemica che ci allontana dalle soluzioni e soprattutto non crea il tessuto giusto per approvare quei cambiamenti che forse sono necessari, che possono andare nella direzione di una scuola maggiormente qualitativa e anche inclusiva, una scuola equa. Io credo che momenti come questi siano davvero importanti, invece, per trovare dei punti di condivisione, anche perché poi i ministri e i governi passano e la scuola resta, ed è indiscutibile che nel tempo la scuola sia stata sottoposta a moltissimi tentativi di riforme, di cambiamenti, di stravolgimento, che hanno sicuramente reso difficile il lavoro dei protagonisti, di coloro che si occupano di scuola giorno per giorno. Quindi se si riesce a creare una condivisione, si dà anche stabilità, si dosano i cambiamenti, si valorizza ciò che c’è, ma oggi forse la politica non è ancora in grado di favorire queste buone condizioni. E ora vorrei passare anche ad alcuni temi che fanno parte delle proposte contenute nel documento. Io mi soffermerò su tre punti in particolare: l’importanza della formazione iniziale di una carriera per gli insegnanti, la riforma delle superiori – perché questa dovrà entrare in vigore dal 2010, quindi è una riforma particolarmente significativa – e poi vorrei toccare il tema delle parità scolastiche e anche il tema dei finanziamenti. Ma parto dal tema della formazione iniziale dei docenti. Io credo che il nostro paese, unitamente alla Grecia, sia forse l’unico paese a non aver dotato gli insegnanti di una carriera. Gli insegnanti in Italia, lo sapete, avanzano per anzianità, ma non certo perché venga valutato e premiato, sia in termini retributivi, ma anche di considerazione, il loro lavoro e i loro risultati. Noi siamo partiti dalla formazione iniziale, che è certamente legata al tema della carriera e del reclutamento. Qualcuno ha detto che forse avremmo dovuto, come dire, questo provvedimento presentarlo nella sua complessità. Non è stato possibile, perché a volte il meglio è nemico del bene, e quindi io quando ho potuto osservare la situazione delle SSIS, mi sono resa conto che quel meccanismo non funzionava più, innanzitutto perché accanto all’intenzione lodevole di fornire una formazione per gli insegnanti, c’era un dato di autoreferenzialità, un eccesso di nozionismo, e soprattutto nessuna certezza. Quanti ragazzi, quanti giovani dopo aver conseguito la laurea triennale, poi la laurea magistrale e aver fatto pure i due anni di SSIS, si sono trovati con niente in mano, senza alcuna possibilità di accedere nemmeno ad una graduatoria.
Ecco. vedete. non è stato facile denunciare questa situazione ed assumere la scelta di sospendere le SSIS, però io credo che la politica si riempie sempre la bocca di precariato ogni volta che mettiamo in evidenza come sia un problema sociale enorme, però poi ogni governo ne sforna di nuovi e alla fine il cumulo delle persone che non hanno opportunità e non hanno certezze sta diventando veramente enorme. Questo è un problema che riguarda soprattutto i giovani. Allora occorre, secondo me, assumere scelte difficili ma credo anche indispensabili. Noi abbiamo messo al lavoro una commissione, c’è stato un lavoro di consultazione molto ampio, abbiamo cercato di creare un equilibrio nella formazione iniziale tra l’impostazione disciplinarista ma anche l’impostazione didattico-pedagogica, con un aumento del numero delle ore di tirocinio, e soprattutto con il coinvolgimento diretto della scuola, perché noi crediamo che la formazione iniziale debba, come già avveniva per le SSIS, vedere il coinvolgimento delle università, ma le scuole non possono essere lasciate ai margini, devono essere protagoniste di questo cambiamento e credo che possano veramente dare un contributo notevole. Oggi il regolamento è sostanzialmente definito, è alla valutazione dei diversi organi che devono esprimere parere, però io credo che sia un punto importante: abbiamo voluto creare una maggiore mobilità tra gli insegnanti della scuola dell’infanzia e gli insegnanti della scuola primaria, e anche per pensare ad un tirocinio, quindi ad una pratica non solo al sapere ma anche al saper insegnare attraverso appunto ore di tirocinio con un insegnante esperto, che possa accompagnare nella professione l’aspirante docente. E credo che questo sia un primo punto estremamente significativo, che è stato mediato anche con le parti sindacali e che possa rappresentare un punto di partenza non sufficiente, ma indispensabile per valorizzare, attualizzare e modernizzare il ruolo dell’insegnante. È chiaro che è un primo passo, come dicevo, e che il passo decisivo è rappresentato dalla carriera e da una riforma del reclutamento. Su questo si è atteso moltissimo tempo, credo che voi, che avete memoria storica più di me, sappiate quanti tavoli, quanti momenti di confronto si siano svolti. Io però vedo che alla resa dei conti sulla carriera c’è una opinione pubblica favorevole, ma ci sono moltissime resistenze. Sembra quasi che l’individuare una carriera degli insegnanti risponda ad una privatizzazione della scuola, ad un venir meno della funzione istituzionale della scuola stessa. Io sono convinta del contrario: che non ci può essere una buona scuola se lasciamo solo allo spirito missionario degli insegnanti quello di fare il proprio dovere nonostante manchi quasi tutto. Il creare una carriera per gli insegnanti significa nobilitare questa professione, finalmente riconoscere la funzione anche sociale elevata che l’insegnante svolge e creare le condizioni perché ci sia maggiore trasparenza e ci sia finalmente una scuola meritocratica, che non significa una scuola che esclude, ma una scuola che fa dei passi in avanti, che premia coloro che si impegnano, che sa misurare i risultati e che quindi mette le famiglie nelle condizioni di avere le informazioni per applicare la libertà di scelta. Ma io capisco che occorre spiegarlo questo concetto, va dato atto a Valentina Aprea, che saluto qui in prima fila, la nostra presidente, di avere fatto una proposta in materia di carriera e di reclutamento e devo dire che sulla capacità di Valentina di fare consultazioni, concertazioni sul questo punto, nessuno di noi ha dubbi. Io ero convinta che arrivati in fondo, dopo una forte dibattito, un coinvolgimento a 360 gradi, la carriera fosse oramai una cosa che non era né di destra né di sinistra, ma un atto dovuto, un atto di buonsenso. Prendo atto che non è così, dobbiamo ricominciare, però a questo punto lancio un appello, a voi innanzitutto, perché voi vivete all’interno della scuola con ruoli diversi, di genitori, di insegnanti, di dirigenti; avete ruoli importanti e io credo che la scuola non debba essere un ambiente chiuso, dove passano solo alcune vulgate politiche strumentalizzate, piegate a fini, come dire, un po’ bassi, serve anche che passino informazioni oggettive, ma capite che quando è solo il ministro a dirlo ed è un ministro di centro-destra, tutto assume una colorazione politica. Io credo che questo tema debba invece essere utilizzato da voi, deve esserci un passa-parola che consenta all’interno della scuola di comprendere i vantaggi enormi che deriverebbero per tutti, per il sistema paese, dalla individuazione di una carriera degli insegnanti. Anche nel programma del Pd si faceva riferimento alla necessità, appunto, di istituire la carriera, però poi non si riesce mai a chiudere. Io credo che questa possa essere la legislatura che consegna la carriera agli insegnanti. E per questo oltre ad una comunicazione interna, oggettiva, apolitica, io lancio un appello anche alle forze sindacali, vedo presente Nigi che è persona assolutamente saggia e di buonsenso, io credo che non ci si debba dividere su questo punto. Serve davvero la collaborazione e il contributo di tutti. Ma un disegno di legge che diventi legge dello Stato, che consenta finalmente la carriera per gli insegnanti, io credo che sia un passo decisivo. Così come anche va rivisto, va ripensato il tema del reclutamento, un reclutamento dove quella autonomia di cui parlava Foschi, legata alle singole scuole, deve toccare anche il reclutamento. Ragioniamo sulle modalità ma certo occorre autonomia per un verso e responsabilità dall’altro e questi sono passaggi strategici, sono passaggi che hanno una valenza notevolissima e rispetto ai quali io mi appello al senso di responsabilità di tutti. Non servono fare barricate e contrapposizioni in piazza, occorre ragionare in maniera serena, in maniera seria, sapendo che la scuola non è né di destra né di sinistra ma appartiene al paese e soprattutto alle giovani generazioni, quindi merita, credo, rispetto e soprattutto l’impegno di tutti. È chiaro che al tema del merito, della carriera si lega quello della valutazione. Su questo faccio un passaggio veloce, solo per dire che nel nostro paese, anche nell’università, manca una cultura della valutazione, che è sempre stata intesa come un meccanismo che potesse servire più a sanzionare, a punire, che non a valorizzare il lavoro e l’impegno. Noi con l’agenzia dell’INVALSI stiamo invece cercando di far capire che la valutazione serve per promuovere l’automiglioramento delle scuole e ancora una volta per misurare l’efficacia, i risultati raggiunti con le risorse umane ed economiche che noi investiamo all’interno della scuola. La valutazione è ancora un elemento di trasparenza ed è un elemento che favorisce la possibilità da parte dei genitori e da parte degli studenti. Io credo che sia anche un atto dovuto, ecco perché occorre impiegare risorse, ma occorre soprattutto diffondere la cultura della valutazione, premiare chi raggiunge buoni risultati, valutando il punto di partenza che è diverso da scuola a scuola, da territorio a territorio, ma insomma questo sforzo di automiglioramento per consegnare ai giovani, al paese una scuola migliore va fatto e passa da un sistema di valutazione. In altri paesi performance negative, penso per esempio all’Inghilterra, danno luogo addirittura alla chiusura delle scuole. Io non so se si debba arrivare a questo, ma certo pensare che i risultati buoni o cattivi non determinino nulla dal punto di vista anche della erogazione delle risorse, io credo che sia profondamente iniquo.
E vorrei ora passare al tema della riforma della scuola superiore che, voglio sottolineare, è il frutto del lavoro svolto da maggioranze politiche diverse: abbiamo cominciato con Valentina e Letizia Moratti, poi Fioroni ha modificato l’istruzione tecnica…Beh oggi si approda ad una riforma organica che, come vedete, è il frutto di governi che hanno avuto colorazioni politiche diverse ma questo poco importa. Oggi si può consegnare alla scuola una riforma che è in equilibrio tra la tradizione e l’innovazione, che salva ed ammoderna il sistema dei licei, che è un sistema unico al mondo, sicuramente una scuola d’eccellenza, ma che dà anche pari dignità al sistema dell’istruzione tecnica e professionale, perché non esistono indirizzi di serie A e indirizzi di serie B. Anche l’istruzione tecnica, l’istruzione professionale ha una grandissima importanza, soprattutto in momenti di crisi come questo, dove la scuola deve farsi carico anche dell’occupabilità dei ragazzi. E quindi vedo che con alcune regioni, per esempio con Roberto Formigoni, abbiamo siglato degli accordi molto significativi, abbiamo chiuso un contenzioso che durava da troppo tempo, con lo slancio e la volontà di fare in modo che anche attraverso i percorsi dell’istruzione professionale si possa assolvere l’obbligo dell’istruzione e quindi si possa dare ai ragazzi un diploma. Devo dire che sento nelle scuole molte, molte preoccupazioni che ci sia un ulteriore ritardo, che la riforma non entri in vigore. Vi dico che dal 2010 la riforma della secondaria superiore entrerà in vigore. Noi cominceremo, da ottobre fino a dicembre, con un piano di consultazione, di dialogo, di confronto con la scuola, e poi da gennaio partiremo con l’orientamento vero e proprio, con anche la formazione in servizio, per mettere gli insegnanti nelle condizioni di conoscere le modifiche, le novità introdotte dalla riforma e con la volontà in maniera organica di partire dal 2010. Quindi io credo che su questo ancora un volta siano inutili polemiche, contrapposizioni e non credo che se ne debba fare oggetto di campagna contro il Governo o per cercare un utile politico. Questa riforma è una riforma storica, credo ci sia la necessità di ridurre forse alcune sperimentazioni, mantenendo quelle più significative, quelle più importanti, ma insomma un po’ di ordine all’interno della scuola, anche degli indirizzi della secondaria, credo che sia un elemento positivo; il potenziamento dell’inglese, in generale dello studio delle lingue straniere, così come anche della matematica, io penso che sia un qualcosa che deriva dall’esperienza, perché sappiamo come i ragazzi fatichino nell’apprendimento delle materie scientifiche e come le lingue straniere siano oramai indispensabili per lavorare, per viaggiare, insomma nella vita di ogni giorno. Quindi io credo che la comunità scolastica si debba ritrovare attorno a questo tema e si possa davvero insieme mettere ancora una volta le famiglie nelle condizioni di conoscere queste novità, queste modifiche, queste innovazioni e quindi metterle… dar loro la possibilità di scegliere l’indirizzo più adatto, in accordo ovviamente con gli insegnanti, per i loro figli. Teniamo presente che il nostro paese ha ancora un deficit molto forte legato alla dispersione scolastica. Voi ne parlate all’interno di questo documento, mettete in evidenza come purtroppo in Italia la dispersione scolastica sia più elevata rispetto alla media europea. Io credo che l’orientamento possa fare molto, possono fare molto i buoni insegnanti, ma anche la conoscenza degli indirizzi e un maggior collegamento con il mondo del lavoro e anche con il mondo dell’università. La scuola e l’università non sono due comparti separati, destinati a non incontrarsi, noi dobbiamo creare più convergenze, più sinergie e accompagnare i ragazzi in modo che possano terminare non solo il conseguimento della licenza media ma anche il conseguimento del diploma di scuola media superiore e magari la laurea, stando attenti alle capacità, alle inclinazioni, alle propensioni di ciascuno. Ecco perché si torna sempre al tema dell’educazione e al rapporto tra persone, però io penso che debba essere chiaro che dal 2010 si parte e che questo è un elemento sul quale tutta la comunità scolastica si deve interrogare, è giusto che faccia proposte: c’è ancora spazio per qualche emendamento, per qualche affinamento. Però diamo certezza di quando si parte e di come si intende procedere. Ripeto, con una prima fase di consultazione e di dialogo e poi con una formazione in servizio, per davvero consentire un’attuazione delle riforme, perché credo che sia importante non solo l’approvazione delle riforma e quindi il confronto con ciò che nel nostro paese è sempre difficile, perché i cambiamenti vengono spesso colti con diffidenza e ci sono molte resistenze, ma se poi le riforme vengono scritte sulla carta e non vengono vissute, non vengono attuate, creano solo confusione. La mia preoccupazione è che la riforma della scuola secondaria diventi una realtà.
E vorrei poi toccare, in ultimo, come ultimo punto, ma non certo in ordine di importanza, il tema della parità e anche il tema delle risorse economiche. Luigi nel suo intervento ha fatto riferimento al federalismo, a come stia cambiando l’impostazione della spesa dello Stato. Io credo che ci possano essere le risorse, certo alla scuola sono stati chiesti dei sacrifici, però io credo che ciascuno di voi, forse meglio di me, sa quanto l’organizzazione, l’architettura centralistica e mastodontica del ministero e della scuola forse non risponda ad un’esigenza di efficacia e di efficienza per valorizzare il lavoro dei singoli, per impiegare meglio le risorse che ci sono, che sono sicuramente limitate, io credo però che indiscutibilmente ci siano. Ma io penso che il tema dell’autonomia, il tema del federalismo, vada vissuto all’interno della scuola come una grande opportunità. Io penso che oggi parliamo sempre di autonomia, in ogni circolare c’è un riferimento all’autonomia, che però è un’autonomia limitata, anche perché in molti casi non è legata alla responsabilità e alla possibilità di agire. Quindi noi dobbiamo passare da una autonomia teorica a un’autonomia di fatto, fortemente legata alla responsabilità, ad una capacità di spesa che venga però poi valutata e sulla base di questo poi si decida…E allora vedete, con riferimento al federalismo fiscale, voi sapete che ci sarà il passaggio dalla spesa storica alla spesa standard. E allora più che la politica, più che discutere di contrapposizione tra la scuola statale e la scuola paritaria o ancora di quella aberrazione per cui la scuola paritaria non sarebbe una scuola pubblica, che è veramente una sciocchezza, perché la scuola è sempre pubblica anche quando è paritaria, io credo che dobbiamo anche sulla base del libro bianco che fu stilato ai tempi del governo Prodi, io credo che noi dobbiamo misurarci con la quota capitarla, cioè pensare che i finanziamenti debbano essere dati sulla base di quanto costa uno studente, di quanto costa all’interno di una scuola completare un corso di studio ed evitare queste contrapposizioni tra scuola statale e scuola paritaria che non servono a niente. Noi dobbiamo garantire a tutti una buona scuola, ci sono buone scuole statali, buone scuole paritarie e così come esistono scuole statali mediocri e altrettante scuole paritarie. Quindi queste contrapposizioni io credo che appartengano al Novecento, noi dobbiamo semplicemente dare attuazione alla Costituzione e ricordarci di un fatto, che laddove andiamo a ripensare il meccanismo di spesa, dobbiamo capire il costo standard, la quota capitarla, ma allo stesso tempo dobbiamo anche avere la capacità di valutare con precisione i risultati raggiunti. Ecco perché serve un sistema di valutazione. Io credo che sia giusto che della cancelleria di una scuola non si occupi il Ministero, ma che ogni scuola possa decidere come investire i propri finanziamenti. La cosa importante è che ci sia trasparenza e che alla fine, sulla base dei risultati, queste risorse vengano confermate, ridotte o aumentate. Serve un sistema di incentivi, ma occorre dare fiducia a chi lavora all’interno della scuola. Il centralismo ministeriale credo che abbia fatto il suo tempo. Noi abbiamo l’occasione peraltro dell’applicazione del titolo V, l’occasione del federalismo che non si deve tradurre in un semplice passaggio di competenze dalla stato alle regioni, dalle ragioni ai comuni; occorre veramente legare l’autonomia alla responsabilità e dare a ciascuno gli strumenti per svolgere al meglio il proprio mestiere – lo si fa in altri settori, credo lo si debba fare anche all’interno della scuola. Io voglio ringraziare il gruppo di lavoro che abbiamo costituito nel febbraio 2009 sulle scuole paritarie e devo dire che ho letto l’intervento, e il documento che mi è stato consegnato è pieno di interventi, di spunti, di proposte assolutamente lungimiranti e che in alcuni casi non necessitano nemmeno di grandi riforme. Penso ad una banalità: i disguidi di tipo burocratico e amministrativo. Io ho chiesto ai dirigenti scolastici regionali di istituire una sezione dedicata alle scuole paritarie, proprio perché tutti noi perdiamo un sacco di tempo nella vita di ogni giorno nella burocrazia, nell’adempimento di carte e quant’altro. È chiaro che anche il sistema delle scuole paritarie ha bisogno di uffici ad hoc, che sbrighino le pratiche, che portino avanti con velocità tutti gli adempimenti. È poi necessario anche che le scuole paritarie abbiano accesso a tutti i progetti e sono molti, legati all’innovazione tecnologica e anche alla valutazione, perché è vero che le prove INVALSI si svolgono anche all’interno delle scuole paritarie, però tante volte, per mancanza di informazione reciproca, di dati, le scuole paritarie non hanno totalmente accesso alla valutazione e questo credo che sia un elemento che dobbiamo superare, così come il tema della disabilità, che non vede un sostegno adeguato alle scuole paritarie e poi il tema dell’abilitazione, il tema della mobilità, fino a quello delle risorse. Su questo io non voglio fare della captatio benevolentiae, perché sarebbe troppo facile in questa sede, cito solo un dato che anche voi riportate all’interno di questo opuscolo: lo stato risparmia nel 2007, credo che ogni anni più o meno la cifra sia la stessa, sei miliardi di euro grazie alle scuole paritarie. Questa non è una considerazione, è un dato oggettivo. Quindi è chiaro che siamo in un momento di ristrettezze economiche, ma proprio perché è il momento delle riforme, il momento in cui si deve reimpostare la spesa in materia di istruzione, questo è un dato che deve far riflettere e che deve portare a conseguenze di tipo concreto. Noi sicuramente ne parleremo in sede di finanziaria con il Ministero dell’economia, è chiaro che non mancano le difficoltà nel reperire risorse, però questo è un problema che va risolto, così come noi abbiamo introdotto nella scuola lo studio dell’educazione alla cittadinanza perché vogliamo che, anche su suggerimento del Presidente della Repubblica, i nostri ragazzi conoscano i principi costituzionali, non dobbiamo essere noi i primi a disattendere il portato della Costituzione, perché sapete che all’interno della Costituzione la libertà di scelta delle famiglie è elevata ad un principio sacrosanto e allo stesso tempo anche la parità tra scuole statali e non statali è enunciata. Oggi purtroppo manca una parità di tipo economico, è un discorso complesso, non mi illudo che sia facile e veloce risolverlo, però io credo che questo sistema di istruzione che consente forti risparmi allo Stato vada considerato e che si debbano, anche dal punto di vista economico e ragionieristico, trovare delle soluzioni ad hoc. Al ministero c’è una commissione che sta già lavorando su questo, partendo proprio dal libro bianco, quindi, come dire, con una trasversalità di tipo politico, ma insomma questa deve essere la legislatura della carriera degli insegnanti, di una nuova forma di reclutamento e anche di una pratica della parità, che oggi purtroppo è solo teorica. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Io ringrazio, penso a nome di tutti voi, il ministro Gelmini per la concretezza, la sincerità e il coinvolgimento personale con il quale ha affrontato il tema della scuola. Visto l’orologio chiedo ad ognuno dei partecipanti ancora una considerazione finale di un minuto, cominciando da Franco Nembrini.

FRANCO NEMBRINI:
Allora faccio una velocissima battuta in tre mosse:
1. fate in fretta, perché dieci anni fa il tema della scuola era come la scuola potesse ovviare, in qualche modo curare, aver cura del disagio dei giovani; oggi la scuola il disagio dei giovani lo produce e questa è una cosa veramente grave, che ci deve trovare allarmati, perché se una scuola di mille studenti, come quella che conosco bene vicino al mio paese, ha prodotto quest’anno il 40% di bocciati nella prima media superiore, il 40%, vuol dire che la scuola è fonte e causa di gravissimo disagio.
2. non credete a chi vi dice che il problema sono i soldi. È una menzogna. Troppi sindacalisti… Sia chiaro, più si investe in educazione e meglio è, per amor di Dio, ma il problema non sono i soldi. Le risorse che lo Stato spende per l’educazione sono tante, sono usate malissimo. Organizziamo un incontro, un incontro fra Tremonti e tutti i grandi pensatori del Ministero delle Finanze con una commissione di tre massaie bergamasche che gli spiegano come è la storia, perché non è difficile, sono i conti di casa, i conti di famiglia: ci si deve spiegare perché una scuola paritaria, con maggiori successi e con maggiore efficienza, costa la metà del costo medio di un alunno della scuola statale. Vuol dire che ci sono pieghe in cui si sprecano vagonate di denaro.
3. terza e ultima raccomandazione. Interrompete subito quel patto scellerato che da cinquant’anni, complici anche certi sindacati, ha reso la scuola un ammortizzatore sociale, – dove sulla pelle dei nostri figli si è garantito agli insegnanti: lavorate pure poco, che tanto vi paghiamo poco – in modo che i futuri insegnanti non debbano sentirsi dire quello che mi ha detto mio figlio anni fa, peraltro ha scelto di fare l’insegnante, quando mi disse: “Papà, hai sbagliato tutto: mettendo al mondo quattro figli hai fatto il voto di povertà, facendo l’insegnante hai fatto il voto di miseria”.

BERNHARD SCHOLZ:
Breve…Fabrizio Foschi.

FABRIZIO FOSCHI:
Volevo riprendere solamente il tema del confronto con l’Europa, perché tutte le volte che si è valutati dall’OCSE Pisa, poi come sappiamo la stampa parla in un certo modo della scuola italiana. Io insisto nel dire che quello che è la fotografia esatta della scuola italiana, come dire, riporta una diversificazione. La scuola italiana non è più, non lo è mai stata, ma attualmente non è omogenea, ci sono punte di grande eccellenza, ci sono certamente situazioni in cui bisogna riprendere, bisogna risollevare anche il clima, il contesto. Allora quando ci si misura con l’Europa, bisogna cercare di non rinunciare alle nostre tradizioni. Mi riferisco al fatto che sono invalse alcune categorie, nel momento in cui appunto si affacciano questi nuovi scenari, per esempio il tema delle conoscenze, delle competenze, delle abilità…ormai nella scuola si ragiona in questi termini, anche quando si valuta che cosa uno è capace di fare, che cosa uno sa e come lo sa. Da questo punto di vista è molto importante che i docenti e i collegi lavorino senza, come dire, ostacolare questo tipo di novità, ma prendendo spunto dalla nostra tradizione, che fa della conoscenza un fatto fondamentale. La conoscenza non è uno standard che si applica alla vita, ma è appunto un fatto di coscienza. Da questo punto di vista, credo che i docenti debbano essere formati e valorizzati in questa conoscenza anche del passato.

BERNHARD SCHOLZ:
Marco Nigi

MARCO PAOLO NIGI:
Sì, io voglio partire da un dato incontrovertibile. Il nostro prodotto interno lordo rispetto all’eurozona, è di circa due punti in meno rispetto a tutti gli altri paesi. Sarà vero, ci saranno sprechi e tutto, però questi due punti in meno sono una realtà e quei due punti in meno ci stanno portando da anni anche alla non risoluzione del problema del merito, perché oggi, almeno per quanto riguarda il nostro sindacato, noi siamo pienamente convinti e d’accordo nell’andare a studiare carriere in ragione del merito e della produttività, però non si può immaginare di poter prendere le risorse per pagare questo levandole al monte salari. Allora è una questione di soldi. Ne abbiamo parlato più volte in queste sere… L’altro punto, sulla questione dell’assunzione, del modo di reclutamento dei docenti e del personale della scuola in generale. D’accordo anche su questo, però noi siamo di fronte ad un problema vero, noi abbiamo delle graduatorie permanenti a esaurimento, se non togliamo di mezzo queste graduatorie, le nuove assunzioni non si potranno fare. Quindi bisogna arrivare a una stabilizzazione del personale precario che sta in quelle graduatorie permanenti ad esaurimento e quindi vanno esaurite. L’esempio: 647 dirigenti scolastici sono stati immessi in ruolo, o meglio era stato detto, come è vero, che ci sono 647 posti disponibili in organico. Di 647, 150 non hanno accettato il ruolo, allora saremo costretti a ribandire un altro concorso per riprendere quei 150 e vedere se accettano il ruolo. Se avessimo assunto tutti i 647, noi non avremo avuto per quella categoria più nessuna graduatoria a esaurimento e allora avremmo potuto fare un discorso diverso, cosa che non si può fare con i docenti, perché sono non 150 solo, ma molti di più. Ora il danno dei 150 che non hanno accettato è chiaro a tutti, sono 150 posti in meno da docente, perché io resto a fare il docente e non faccio il dirigente scolastico. E quindi questo determina una diminuzione del personale da immettere per avere posti liberi per il personale docente. Quindi non sono tanto d’accordo nel dire, come lo slogan più deleterio, spendiamo l’87%, il 97% per il pagamento del personale e quindi per gli stipendi. E sì spendiamo il 97% perché la risorsa è bassa, se la risorsa fosse il doppio, spenderemmo il 45% invece del 97%. E quindi è un gioco, sembra un gioco di parole, ma è una realtà, perché chi afferma in questo paese che il docente, per quello che fa, per quello in cui è impegnato, per quello che gli è stato detto di fare guadagna troppo? Se qualcuno ha il coraggio di dire questo, vuol dire che siamo proprio fuori dal mondo. Grazie.

BERNHARD SCHOLZ:
Ministro Gelmini

MARIASTELLA GELMINI:
Proprio un’ultima battuta sul tema della carriera di cui parlava Nigi. Certamente anche con riferimento alla carriera si fanno i conti con le risorse, però io credo che più che un problema di soldi sia un problema di volontà e di approccio ad un tema che non deve essere ideologizzato, non deve diventare un bandiera di contrapposizione ma un passo avanti che tutti insieme dobbiamo far compiere alla scuola. Quindi credo che, se siamo animati da questo intendimento, da questo convincimento, anche la questione delle risorse può essere affrontata. Poi chiudo dicendo che mi piacerebbe che questo incontro proseguisse, nel senso che siamo all’inizio dell’anno scolastico e quindi mi piacerebbe che voi sapeste che le porte del Ministero sono aperte; io ho moltissimo da imparare e quindi affronto questo ruolo con l’umiltà di chi sa che l’esperienza è modesta, visti i miei anni, visto il fatto che non sono un’insegnante, non provengo da questa realtà professionale, ma vi assicuro che sono aperta al contributo di tutti, indipendentemente dalle posizioni politiche e credo che davvero tutti insieme abbiamo la possibilità di raccogliere la sfida di un cambiamento che stabilizzi la scuola, che la migliori e quindi ciascuno di noi, io credo, si debba mettere in gioco. Io ovviamente ho grandi responsabilità e magari al termine del mandato potrò avere grandi colpe, però credo che non posso svolgere questo ruolo da sola, ho bisogno del contributo, della collaborazione di tutti, in modo particolare di chi come voi, da tempo, conosce la scuola, la vive e ha molto da suggerire e molto da insegnarmi. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Neri
Categoria
Incontri