“LA MIA CASA SEI TU”: RISCOPRIRSI UOMINI LEGGENDO DICKENS - Meeting di Rimini

“LA MIA CASA SEI TU”: RISCOPRIRSI UOMINI LEGGENDO DICKENS

"La mia casa sei tu": riscoprirsi uomini leggendo Dickens

Partecipano: Alison Milbank, Professore Associato di Letteratura e Teologia alla University of Nottingham; Edoardo Rialti, Docente di Letteratura Comparata in Italia e in Canada. Introduce Annalisa Teggi, Saggista e Traduttrice.

 

“LA MIA CASA SEI TU”: RISCOPRIRSI UOMINI LEGGENDO DICKENS
Ore: 11.15 Sala D3
Partecipano: Alison Milbank, Professore Associato di Letteratura e Teologia alla
University of Nottingham; Edoardo Rialti, Docente di Letteratura Comparata in Italia e in
Canada. Introduce Annalisa Teggi, Saggista e Traduttrice.
ANNALISA TEGGI:
Buongiorno e ben trovati a tutti. “La mia casa sei tu: riscoprirsi uomini leggendo Dickens”,
questo è il titolo della chiacchierata e della passeggiata che faremo adesso insieme agli
ospiti, ai relatori che vedete qui accanto a me: la professoressa Alison Milbank e il
professore Edoardo Rialti. Ho usato la parola passeggiata perché, anche se rimarremo
comodamente seduti, in realtà ci stiamo per accompagnarci a un uomo, a uno scrittore,
Charles Dickens, che scrivendo si è circondato di tantissimi personaggi – in realtà, è
riduttivo chiamarli così -, uomini veri e propri da cui, più che circondato, era stato
letteralmente sommerso. Ha creato figure di uomini diversissime e stravaganti, ha
indagato nella sua varietà la concretezza umana che esiste: donne, bambini, vecchi,
giovani, persone simpatiche e antipatiche, perfidi e burloni, grandi protagonisti ma anche
meravigliose comparse. Un vulcano di gente concreta e stupefacente è uscito dalla penna
di Dickens, al punto che – io l’ho scoperto facendo la traduttrice – esiste addirittura
un’enciclopedia che raccoglie tutte le figure umane che Dickens ha inventato. Molti di loro
hanno un nome e un cognome che tutti noi ricordiamo perché sono diventati celeberrimi:
Oliver Twist, David Copperfield, Nicholas Nickleby, Pickwick e tanti altri. Insieme a titoli
come Canto di Natale, Grandi speranze, Tempi difficili, che sono diventati quelli che si
definiscono dei classici. Talvolta capita che, usando la parola classico, in realtà mettiamo
un’etichetta su questi libri, come a dire: sono opere di cui tutti conoscono l’esistenza e che
forse, per un motivo imprecisato, sono capolavori. Io stessa mi sarei limitata a lasciare su
Dickens questa etichetta astratta, cioè avrei lasciato i suoi libri a impolverarsi nella mia
libreria di casa, se un altro grande uomo e scrittore non avesse fatto il tentativo di riportare
Dickens alla mia attenzione. Mi riferisco ovviamente a Gilbert Chesterton che, come
sapete, ha preso la sua residenza estiva qui. Vi invito a visitare casa sua, se non l’avete
già fatto. E’ stato un grande amante e quindi un grande studioso di Dickens. Questo
legame fra Dickens e Chesterton emergerà dalla chiacchierata di oggi, perché entrambi i
relatori, che ascolteremo adesso, hanno competenze che hanno molto a che fare con
Chesterton. Io mi limito a questa breve indicazione iniziale che rubo proprio a Chesterton il
quale, in un contesto particolare, dice di Dickens: “Se possibile, un certo genere di libri
moderni andrebbe distrutto. Questi libri dovrebbero essere fatti saltare per aria dalla carica
esplosiva contenuta nelle parole di un qualche grande satirista come Dickens”. I libri che
Chesterton voleva far saltare per aria, usando Dickens come dinamite, erano quel genere
di pubblicazioni che presumono di dare in mano al lettore delle verità universali sull’uomo
basate esclusivamente su dati scientifici e statistici. In realtà, non fanno altro che mostrarci
un autore che si guarda allo specchio e non riflette altro che l’ombra delle sue teorie sugli
altri. Chesterton dice che Dickens è come dinamite rispetto a questo genere di libri, ed è
quindi con la curiosità di capire quale sia la sua carica esplosiva che io adesso, insieme a
voi, mi accingo ad ascoltare cosa avranno da raccontarci i nostri relatori. Comincio dalla
professoressa Alison Milbank, che ringrazio, è un’amica che molti di voi probabilmente
conoscono perché è già stata ospite più volte qui al Meeting. Vi dico alcune cose su di lei
e le lascio subito la parola. Alison Milbank è pastore anglicano e Professore Associato di
Letteratura e Teologia all’Università di Nottingham, precedentemente ha insegnato anche
nelle Università di Cambridge e della Virginia. Le sue ricerche accademiche riguardano
prevalentemente il tema del gotico e l’opera a cui si sta dedicando si intitola propria Dio e il
gotico. Anche in relazione a Dickens, ha svolto la sua tesi di dottorato occupandosi del
gotico nelle opere dell’autore. Per quel che riguarda un autore a noi più famigliare come
Dante, è stata anche autrice di un lavoro su Dante e i vittoriani. Si è occupata anche di
Tolkien e Chesterton come teologi: io qui mi fermo e le lascio la parola, ringraziandola.
ALISON MILBANK:
Grazie, Annalisa, per queste gentilissime parole. E’ sempre un enorme piacere venire qui
al Meeting: adesso posso dire che voi siete casa mia in Italia. Charles Dickens nacque nel
1812 proprio nella città dove sono nata anch’io, Portsmouth, sulla costa meridionale
dell’Inghilterra. Era figlio di un impiegato navale che era sempre indebitato. Morì poi
all’apice della sua carriera di romanziere nel 1870, e venne seppellito come accade agli
eroi nazionali britannici, cioè nell’abbazia di Westminster a Londra. Oggi è amato e
ammirato come non mai e ci sono delle associazioni, delle Dickens’ societies, in cui
addirittura la gente si traveste come i suoi personaggi, che esistono in tutti gli angoli del
mondo. Che cosa attrae la gente a questi grandi romanzi, 150 anni dopo che sono stati
scritti? Non è finito da tempo quel mondo dello smog, dell’ipocrisia vittoriana? Noi non
mandiamo più i nostri figli a pulire i camini e nemmeno li teniamo negli ospizi dei poveri
come Oliver Twist, non in Italia o in Gran Bretagna, forse, ma lo sfruttamento minorile
continua altrove e molti degli abiti che indossiamo, dei gadget che utilizziamo, sono
realizzati da bambini o da persone che altrove lavorano in condizioni sconvolgenti. Il grido
di ingiustizia di Dickens è necessario oggi come non mai. Che cosa avrebbe detto dei
bambini-soldato africani? Dickens si rivolge proprio al tema del nostro Meeting, perché
vede la persona umana come sotto minaccia, non per via di pratiche lavorative inique ma
per tutta una serie di altre cause di carattere sociale, politico e anche morale. Come la
figlia del preside utilitarista Thomas Gradgrind, che esclama: ! «“Come hai potuto darmi la
vita e sottrarmi tutte le cose impercettibili che la sollevano dal suo stato di morte
consapevole? Dove sono le grazie della mia anima? Dove sono i sentimenti del mio
cuore? Cosa hai fatto, padre, cosa hai fatto del giardino che avrebbe dovuto fiorire in
questa landa deserta?” disse Luise toccandosi il cuore». Dickens attacca tutto quello che
non consente alla grazia dell’anima, ai sentimenti del cuore, di svilupparsi. In Tempi
difficili, la critica di Dickens sull’economia politica, Gradgrind fa parte di un sistema
capitalista industriale che vede l’educazione puramente come mezzo per tirare avanti e
generare una forza lavoro che possa essere utilizzata proprio come una macchina. E dice:
“Ora quello che voglio sono i fatti, a questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto fatti, solo i
fatti servono nella vita, non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma
la mente di un animale dotato di ragione, nient’altro gli tornerà mai utile”. Questo non
differisce tanto da quello che succede all’istruzione, all’educazione, nel mio Paese. Oggi la
Gran Bretagna ha perso l’idea dell’educazione come qualche cosa che possa sviluppare
un individuo completo e offrire una visione del bene, del vero, del bello, in cui chi impara
abbracci queste idee. Per noi, l’educazione non riguarda nemmeno i fatti ma competenze
che ci rendono ingranaggi all’intero di una grande ruota. Quindi, non c’è rischio di
educazione, per noi. Un ispettore va nella scuola del signor Gradgrind e interroga gli
studenti, dicendo: “Immaginiamo di dover mettere un tappeto in una stanza, scegliereste
un tappeto con un disegno a fiori?”. La risposta dovrebbe essere no, perché è alla ricerca
di un prodotto molto pratico che costi poco, però una ragazzina, Sissy Jupe, risponde che,
invece, lo metterebbe perché, dice, “Se lo consentite, signore, amo molto i fiori”. E lui
risponde in maniera sarcastica: «“E per questo li metteresti sotto i tavoli, le sedie, e
lasceresti che la gente li calpesti con scarpe pesanti?”. “Non ne soffrirebbero, signore, se
lo consentite, non si schiaccerebbero né appassirebbero, sarebbero sempre la copia di
qualcosa che è bello e gradevole alla vista e io potrei immaginare”. “Ahi, ahi, ahi, non devi
immaginare!”, tuonò l’uomo, tutto contento di essere arrivato al punto. “Ecco, proprio
questo: non devi mai immaginare, non devi farlo, Cecilia Jupe”, ripeté solennemente
Thomas Gradgrind. “Non devi mai fare nulla di simile”». Thomas teme l’immaginazione
perché lega la persona alla libertà e a idee che vanno oltre a ciò che è monetario. Ma per
Dickens, l’immaginazione è il modo in cui l’uomo si realizza. Non importa quanto si possa
essere oppressi e poveri, c’è sempre la mente che è libera di amare e di sperare. Dickens
ha imparato questa verità nella maniera più dura: suo padre si indebitava continuamente e
ogni volta si riprendeva, ma quando il giovane Charles ebbe 12 anni, il padre finì in
bancarotta e dovette andare alla prigione dei debitori, chiamata Marshalsea. Lo stesso
Charles venne inviato a lavorare in una fabbrica dove doveva imbottigliare e attaccare
etichette sulle bottiglie: spesso soffriva la fame. Il trauma di essere sottratto alla scuola e a
una vita felice per lavorare sodo, la vergogna sociale e l’isolamento, lo marcarono a vita e
lo fecero simpatizzare per i bambini oppressi. I lavoratori del tempo erano trattati come
oggetti, non come persone. Per quanto ne sappiamo, Dickens parlò soltanto una volta, ad
anni di distanza, di questo periodo della sua vita, però raccontò anche un’altra storia. Un
giorno gli venne la febbre, un ragazzino, Fagin, che lo aveva spesso preso in giro, gli fece
un letto con dei sacchi, fece il suo lavoro e cercò poi di portarlo a casa. Dickens non
voleva essere portato a casa, per il timore che Fagin vedesse che i suoi genitori erano in
prigione: continuò a barcollare per ore, nella speranza che Fagin non insistesse. Alla fine,
febbricitante, Dickens finse di abitare in una casa qualsiasi e bussò a quella porta. Era
l’unico modo di seminare il suo gentile protettore e tenere segreta la sua vergogna. Anche
e soprattutto tra i poveri, Dickens trovò gentilezza, una vera e propria umanità. Da quella
sera, Fagin diventò la sua vera casa. Quindi, i suoi romanzi descrivono sia le forze
impersonali che mettono in pericolo il fiorire dell’uomo, sia i sentimenti e le virtù dell’uomo
che lo trascendono. Trovò entrambe le cose nella fabbrica dove lavorava quando aveva
12 anni. Però la cosa meravigliosa che emerge dagli scritti di Dickens è che lui esce da
questo periodo traumatico con un enorme ottimismo, pieno di speranza e gioia di vivere. Io
credo che questo sia il motivo per cui Chesterton ha così tanto amato la sua opera e ha
scritto due libri che la riguardano. Sulla visione solare di Dickens, Chesterton scrive: “Di
fatto, non c’è la minima prova che coloro che hanno avuto delle tristi esperienze nella vita
tendano ad avere una filosofia triste. Ci sono innumerevoli punti su cui Dickens
spiritualmente è in sintonia con i poveri, cioè con la grande massa dell’umanità, ma in
nessun punto è tanto sintonia con loro come quando dimostra che non c’è connessione tra
un uomo che è infelice e un uomo pessimista. Il dolore e il pessimismo di fatto sono in un
certo qual modo cose opposte, dato che il dolore si fonda sul valore di qualche cosa
mentre il pessimismo si fonda sul valore di nulla”. Dickens dà valore alla vita come
qualcosa di per sé buono, come se fosse discepolo di san Tommaso: e questo significa
che anche i suoi personaggi più cattivi hanno una certa energia, una certa vitalità. Infatti,
Tommaso stesso diceva che anche Satana conosce il bene dell’esistenza. Uno dei più
cattivi e mostruosi personaggi di Dickens è Daniel Quilp, il piccolo sadico che perseguita
Little Nell e suo nonno ne La bottega dell’antiquario. E’ un nano, ha il naso aquilino,
brandisce una mazza, mangia uova intere con il guscio e terrorizza sua moglie con
smorfie e pizzicotti. E’ veramente la versione umana del Pulcinella del teatro delle
marionette, che colpisce moglie e figlio con la stessa energia maniacale, con la stessa
smorfia fissa. Ha l’abitudine di sporgersi con la testa attraverso le finestre, a volte girato
alla rovescia, per sorprendere e spaventare i suoi amici e conoscenti. Per esempio,
chiama il suo avvocato e sembra proprio Pulcinella che incombe a margine del palco. La
bottega dell’antiquario è obsoleta, oggigiorno, perché l’eroina muore, però è una storia del
tutto contemporanea nel senso che dimostra che c’è una minaccia per l’essere umano.
Questa minaccia non è veramente Daniel Quilp, che non fa dopotutto mai male a Little
Nell, e alla fine annega accidentalmente nel Tamigi. Il pericolo è diventare un oggetto,
proprio come ciò che è contenuto nella bottega dell’antiquario, in cui la bambina Nell
passa la sua vita da bambina. Quando viaggia, parte per fuggire da Quilp, incontra due
burattinai e guadagna, accompagnando la gente in un museo di cere. Anche ai nostri
giorni la gente può essere trattata come se non fosse più di un bene, una merce.
Possiamo avvertire che il mondo del consumismo vuole che siamo dei burattini che
rispondono al richiamo di merce molto costosa. John Waters ha proprio parlato qui al
Meeting di questo aspetto. Anche se la piccola Nell muore, resiste a diventare un oggetto.
E cosa fa? Stabilisce delle forti reti alternative di amicizia, di generosità, all’interno delle
quali la gente trova dei valori cercando di aiutare, sostenere e assistere la ragazzina.
Queste reti continuano a esistere dopo la sua morte, che diventa o rappresenta un punto
di crescita per la comunità. Uno dei più grandi romanzi di Dickens è Casa desolata,
romanzo scritto dieci anni dopo La bottega dell’antiquario: proprio da lì, traspare questa
doppia funzione, mostrare quello che ci imprigiona e fornire insieme immagini forti di
fratellanza fra gli uomini. E’ stato anche ben adattato per lo schermo dalla BBC, diverse
volte. Lì la minaccia è rappresentata dall’alta corte di giustizia, rappresentata
simbolicamente dalla nebbia di Londra. Ci si può smarrire all’interno delle leggi, proprio
come se ci si trovasse all’interno di una bruma senza significato. Ci sono cause che
durano più della vita dei clienti e avvocati che si arricchiscono sulla miseria degli altri,
mentre alcuni ricorrenti hanno fiducia nel sistema giudiziario e vengono sedotti dalle
promesse di giustizia. E’ quasi come la visione di san Paolo della legge ebraica come
sistema che crea peccato e divisione. I personaggi sono pupilli di questa corte, non
possono mai crescere e fiorire sotto il suo potere. Ci sono intere aree del Paese che si
stanno sgretolando proprio perché sono impelagate in una qualche causa giuridica. Vi
suona familiare tutto ciò? Nel frattempo, la povertà è talmente endemica che ci sono dei
bambini, tipo Jo il barbone che spazza le strade, che non hanno genitori, casa e non
hanno nemmeno ascoltato mai il Vangelo. Sul letto di morte di Jo, il Padre Nostro suona
come una rivelazione. Tutto questo sembrerebbe del tutto deprimente e senza speranza
ma non è proprio così, quando si va a leggere il romanzo. Dickens infatti fa uso di un
narratore in terza persona, che sembra essere un profeta del Vecchio Testamento e
descrive una Londra nebbiosa, in cui una aristocrazia noncurante è dimentica dei propri
consanguinei, concittadini impoveriti. In contrasto con queste invettive, però, c’è una
narrazione in prima persona: quella fatta da una giovane ragazza, orfana come Jo e
illegittima, una persona che però ha un’enorme riserva di fede, speranza e amore. Esther
Summerson non è perfetta, è cresciuta nel pensiero di non valere assolutamente nulla che
la zia le ha instillato. Assistere gli altri e dare loro affetto, è una cosa che le dà piacere:
attraverso Esther, come centro di santità, il romanzo incomincia a tessere dei rapporti
positivi e sociali di solidarietà dal punto di vista sociale. La casa del titolo non è più
desolata quando Esther ne diventa la custode, diventa quindi un rifugio per la giustizia e la
riconciliazione. Quando la tronfia signora Pardiggle fa la predica a una famiglia povera e
cerca di riversare concetti religiosi nelle loro menti, è proprio Esther che nota che il bimbo
tra le braccia della mamma è morto. Esther si cura del bambino e va a cercare altre donne
che si occupino della madre, è sempre Esther che soccorre altri bambini abbandonati e
insegna loro a leggere. La sua benevolenza, seppur privata e limitata, è fortemente in
contrasto con la pietà didattico-moralista della signora Pardiggle e anche con quella della
signora Jellyby, che lavora per convertire i pagani in Africa mentre lascia disamati e
trascurati i propri figli. Se Dickens ha una manchevolezza, questa sta nella sua incapacità
di prevedere un intervento per il cambiamento di carattere collettivo-sociale o politico. Si
scaglia contro i mali sociali ma, allo stesso modo, anche contro le associazioni sindacali
moderate dei lavoratori industriali della Coketown di Tempi difficili. Soltanto la beneficienza
individuale può fare di coloro che aiuta anche degli amici, instaurando rapporti personali
che trasformano le persone. In un certo qual modo, Dickens ha ragione. Sant’Agostino, già
tanto tempo fa, ci insegnò a incominciare ad amare la nostra famiglia e i nostri amici, per
poi rivolgerci all’esterno. Amare il nostro prossimo incomincia con la persona che
incontriamo per strada, prima che possiamo pensare ad aiutare il prossimo nell’altra parte
del mondo. La filantropia telescopica della signora Jellyby non funzionerà mai perché
manca proprio di quella reciprocità che consiste in un vero rapporto personale. Soltanto un
altro essere umano può aiutare Jo il barbone che spazza le strade a capire che cosa
significhi avere un padre, prima che possa capire che cosa significhi chiamare Dio “padre”.
I romanzi di Dickens danno vita a questi piccoli gruppi, sempre più numerosi, di persone di
buona volontà, tutte legate intimamente le une con le altre, da cui possono avviarsi le
trasformazioni sociali. Praticamente, potremmo chiamarli scuole di comunità. Perché è
soltanto attraverso la comunione con altre persone reali, fisiche, che possiamo resistere
alle forze della morte, spesso diaboliche, demoniache, che mettono in pericolo la nostra
vera umanità. Non c’è dubbio che tanti di voi siano collegati con gli amici attraverso
Facebook o altri social media di questo genere. Quando questi media rendono più facile
l’incontro personale e aiutano la comunità, sono buoni, positivi; ma nel mio Paese, uno su
cinque adolescenti è vessato da questi media e anche coloro che non lo sono, possono
smarrire il senso della vera e propria umanità, della loro realtà umana, in un mondo
virtuale. Nel periodo vittoriano, quello in cui scrive Dickens, la società, nel senso del
mondo alla moda, era altrettanto virtuale. Questo perché, anche se effettivamente la gente
si incontrava fisicamente, spesso si creavano dei personaggi pubblici abbastanza irreali e
illusori. Era un mondo allora alimentato, come il nostro, dall’ossessione della celebrità,
dalla fama, dai media. Nel suo ultimo romanzo, Il nostro comune amico, Dickens fa
un’analisi della seduzione, dell’attrazione di un mondo di questo genere. La fa in modo
brillante attraverso i signori Veneerings e tutta la loro cerchia. La parola veneer significa
una patina sottile di materiale più prezioso che va a ricoprire un articolo fatto di materiale
meno prezioso. Ad esempio, del mogano lucido applicato su un truciolato di bassa qualità:
questa è la realtà del credito di cui godono queste persone. Come avviene anche oggi, un
mondo di questo genere è basato sul credito. Credito significa qui la reputazione e anche i
soldi che si prendono in prestito. In La piccola Dorrit, ci sono finanzieri poco
raccomandabili che abbondano, fortune che crollano come castelli di carte. C’è una
particolare stella, nel firmamento finanziario, cioè il signor Merdle, un uomo
immensamente ricco, di una prodigiosa audacia commerciale, un Mida senza le orecchie
che muta in oro tutto ciò che tocca. In tutte le buone imprese, si trova lui che passa da un
affare di banca a una fabbrica. Siede in Parlamento, naturalmente, ha lo studio nella City,
necessariamente. E’ Presidente di questo, Amministratore di quello, Direttore di quell’altro.
Come accade anche tantissime volte oggi, è il Governo stesso che supporta l’immagine
che il signor Merdle ha di sé. E’ rappresentato nel romanzo dall’Ufficio delle
Circonlocuzioni, praticamente un inferno burocratico per la gente comune che ha bisogno
di aiuto, di informazioni, un ufficio che alla fine sostiene e supporta il mondo della finanza.
In questo romanzo, Dickens fa ritorno a quei ricordi della regione di Marshalsea: la sua
eroina, Amy Dorrit, nasce effettivamente là e cresce conoscendo soltanto quella casa. E’
abbastanza affezionata sia alla casa che ai suoi abitanti, ma per gli abitanti falliti di questa
casa è difficile fuggire: come si può guadagnare e pagare i propri debiti se si è chiusi in
prigione? Grazie alle ricerche condotte dall’amico di Amy Dorrit, Arthur Clennam,
un’eredità consente alla famiglia Dorrit di lasciare finalmente la prigione Marshalsea, ma
quando le viene comunicata la buona notizia, Amy Dorrit chiede: «“Signor Clennam, lui
pagherà tutti i suoi debiti, prima di uscire di qui?”. “Senza dubbio, tutti!”. “Tutti i debiti per
cui è stato chiuso qui dentro durante il tempo della mia vita e più ancora?”. “Certamente”.
Vi era una certa incertezza e una certa diffidenza nello sguardo di lei, pareva quasi che
non fosse soddisfatta. Arthur, sorpreso le domandò: “Siete contenta, non è vero, che egli
paghi i suoi debiti?”. “E voi?” chiese la piccola Dorrit. “Io? Ma sì, contentissimo”. “Allora
vuol dire che anch’io dovrei essere contenta”. “E non lo siete?”. “Mi sembra così ingiusto
che egli abbia dovuto perdere tanti anni” disse Dorrit, “e soffrire tanto e poi pagare lui
stesso tutti i suoi debiti. Mi sembra ingiusto che egli debba pagare con la vita e con il
denaro”. “Mia cara fanciulla…”. Clennam incominciò. “Sì, capisco che ho torto” interruppe
ella con timidezza, “non pensate male di me, per questo. È una idea che è cresciuta con
me qui dentro”». Anche se Arthur Clennam vede che l’opinione di Amy è sbagliata, in un
certo qual modo sa che Amy ha ragione. Suo padre arriva a pagare due volte, sia con la
vita e il tempo, che con il denaro: infatti, ha perso la propria umanità in prigione ed è stato
trattato come un bambino. Oggi vediamo il danno che l’indebitamento può provocare alle
persone. Ci sono aziende di prestiti a breve termine, in Gran Bretagna, cui è consentito
applicare enormi tasse di interesse: intrappolano per sempre le persone nei loro debiti, un
debito di 50 euro può arrivare rapidamente a 1000 euro, se non viene restituito. La Chiesa
anglicana sta cercando di istituire delle unioni creditizie per porre fine a questa pratica,
visto che il nostro Governo non interviene per vietarla. Noi sappiamo come un debito di
questo genere ponga fine al fiorire dell’uomo. In La piccola Dorrit, il padre non perde mai
la memoria della prigione dei debitori. La seconda parte del romanzo, infatti, lo descrive
mentre viaggia in Italia, anche con un certo stile: però le sbarre della prigione sono lì,
marcate nella sua anima. Anche sua figlia è persa, senza tutta quella serie di
responsabilità, atti di amore e di servizio, che era abituata a portare avanti. La sua vita
libera sembra irreale fino a quando, un giorno, nella Roma alla moda, ha una visione.
“Nel complesso, pareva alla piccola Dorrit che cotesta nuova società che li circondava
rassomigliasse molto, fatte le debite proporzioni, ad una specie di Marshalsea. Un gran
numero di persone e per le stesse ragioni di tutti quelli che entravano nella prigione; vi
erano spinti cioè dai debiti, dall’ozio, dai parenti, dalla curiosità e dalla impossibilità
generale di tirare innanzi in casa propria. Arrivavano nelle città straniere sotto la custodia
di corrieri e di servitori del luogo, appunto come i debitori entravano nelle prigioni scortati
dai custodi. Si aggiravano per le chiese e pei musei, con quello stesso abbandono col
quale i prigionieri andavano a passeggiare nel cortile. Erano sempre sul punto di partire il
giorno appresso o quest’altra settimana, non sapendo quel che volevano, non facendo
quasi mai quel che dicevano di voler fare, recandosi dappertutto, eccettuato dove
dicevano di voler andare; molto simili anche in ciò ai prigionieri”. Forse, agli occhi degli
italiani, i gruppi di turisti di oggi sembrano prigionieri allo stesso modo: si aggirano
seguendo i propri carcerieri senza tanto interesse per quello che vedono. Per Amy Dorrit,
la prigione è diventata una lente attraverso la quale comprendere il mondo, che le
impedisce di essere abbagliata dalla nuova ricchezza. Questo succede anche perché lei e
Arthur Clennam sono stati ridotti sul lastrico dal finanziere Merdle e dalle sue false
speculazioni. Tutta la torre di Babele della società londinese è colpita e cade a pezzi.
Clennam finisce assistito e riportato in salute da Amy, nella vecchia prigione di
Marshalsea: ne escono, si sposano e li vediamo, alla fine del romanzo, mentre si aggirano
per le vie brulicanti di Londra dove amano la comunità, la servono e la promuovono. Per
ritornare al nostro tema dell’emergenza uomo, ho cercato di sottolineare in questa breve
relazione quello che è il lato oscuro di Dickens, che esplora il modo in cui la nostra
umanità e la nostra libertà risultano intrappolate da false idee, da forze sociali ed
economiche immense. Ma anche se Dickens non ha una risposta radicale profonda,
quando si leggono i suoi romanzi, la vita e l’energia dei suoi personaggi – come diceva
Annalisa prima – sono qualcosa di gigantesco e anche grottesco. Nulla può tenere un
personaggio di Dickens a testa bassa, quando c’è da fumare una pipa, un punch al rum da
sorseggiare o delle storie da raccontare davanti a un camino che scoppietta. E chi altri
potrebbe inventare una focosa sarta per bambine in sedia a rotelle, un’ostetrica, Sara
Gump, con l’ombrello e un amico immaginario, un impiegato che vive in un castello in
miniatura suburbano, con tanto di ponte levatoio e di cannone, un elegante piccolo
borseggiatore, come l’abile furbacchione Artful Dodger, o Noddy Boffin, un milionario
venuto su dal nulla? Ecco, questo è il motivo per cui Chesterton ama Dickens e scrive: “La
varietà di tipologie umane che quasi ci intossica, questa era la sua visione e la sua
concezione della fratellanza fra gli uomini. E sicuramente è una gran parte della fratellanza
umana. In un certo qual modo, le cose possono essere uguali solo se sono assolutamente
diverse”. Quando i personaggi in Dickens diventano eroici, diventano ancora più se stessi
e diversi dagli altri. Diventano anche più buffi e, indipendentemente da quanto siano
potenti la burocrazia, l’ufficio delle circonlocuzioni o la prigione, l’umanità si manifesta
sempre, ridendo di queste istituzioni o di questi personaggi potenti. Ecco, riderne è il modo
giusto per avere la prospettiva giusta. Dickens pensava che gli inglesi, in particolare,
fossero tutti un pochettino pazzerelli, eccentrici, pensava che quello fosse proprio il loro
punto di forza, dal punto di vista umano. A questo punto, devo lasciare a Chesterton
l’ultima parola. Dice: “Questo è il vero vangelo di Dickens, le inesauribili opportunità offerte
dalla libertà e dalla varietà degli uomini. Sono i perfetti sconosciuti che possono crescere
in tutte le direzioni come fossero un albero esuberante. E’ nelle nostre vite interiori che
scopriamo che le persone sono troppo se stesse. E’ nelle nostre vite private che li
vediamo mentre si gonfiano fino ad assumere contorni enormi, con i colori della caricatura.
Molti di noi vivono pubblicamente come burattini privi di connotati, immagini delle piccole
astrazioni pubbliche. Ma è quando passiamo la nostra soglia privata e apriamo la nostra
porta segreta, che entriamo nella terra dei giganti”. Vi invito ad entrare nella terra dei
giganti che è il mondo di Dickens, dove l’umanità è viva e in buona salute, la comunità
pure, e un sorriso vi aspetta sempre. Grazie.
ANNALISA TEGGI:
Ringrazio di cuore la professoressa Milbank, che in una delle sue ultime battute ha detto
che i personaggi di Dickens non stanno mai a testa bassa. Le sue parole ci ricordano che
studiare letteratura, aprire un libro, non è stare a testa bassa sul mondo ma semmai alzare
la testa verso il mondo. Ci ha fatto vedere ed ascoltare che studiare letteratura non è
chiudersi in una biblioteca o scrivere delle note a piè di pagina, ma semmai è aprire ferite
fertili sulla realtà. Parlandoci di un autore dell’età vittoriana, ci ha parlato di quello che noi
viviamo nella realtà come problema, in questi tempi: educazione, famiglia, lavoro, ha fatto
emergere queste ferite. Io non interrompo il flusso di questa bella passeggiata e lascio
subito la parola al professor Edoardo Rialti. E ringrazio anche lui di essere qui: molti di voi
lo conoscono benissimo, io vi do solo poche informazioni sul bel lavoro che fa. Edoardo
insegna Letteratura Comparata in Italia e in Canada. E’ anche giornalista e collabora con
la testata de Il Foglio, dove scrive di letteratura. Tra i suoi numerosissimi contributi, ricordo
la pubblicazione a puntate delle biografie letterarie di Chesterton e di Lewis, che sono poi
state raccolte in pubblicazioni vere e proprie col titolo L’uomo che ride e Un’infinita
sorpresa. E’ anche studioso e traduttore di letteratura anglo-americana, qui potrei
cominciare a tirare fuori nomi come Tolkien e Shakespeare ma so che innescherei
un’esplosione senza fine, quindi mi trattengo e mi limito a citare, in merito all’argomento
che stiamo trattando, il fatto che lui stesso ha curato un’edizione che raccoglie gli scritti di
Chesterton su Dickens. Si intitola Una gioia antica e nuova: gli lascio la parola, grazie,
Edoardo.
EDOARDO RIALTI:
Grazie a voi. Innanzitutto, buongiorno a tutti voi, grazie di essere qui. Vorrei iniziare
leggendovi un passaggio da una delle opere più famose, più belle, più divertenti di
Dickens, come Il Circolo Pickwick che però, pur essendo questa sorta di enorme epica del
sorriso – come è il Don Chisciotte di Cervantes – è stato amato dai grandi scrittori come
Pirandello, Dostoevskij, Tolstoj perché al suo centro ha molte storie che sembrano
contraddire questo mare spumeggiante di risate. Vengono raccontate anche delle storie
molto dure, molto nere, molto tristi. In una di queste, si racconta di una famiglia il cui padre
viene arrestato, imprigionato per debiti. La moglie e il bambino piccolo ogni giorno si
affacciano al cortile della prigione per poter scambiare alcune parole. Un giorno, la donna
è assente per la prima volta e il giorno dopo arriva da sola: il bambino è morto. Dickens
improvvisamente aggiunge: “Non lo sa, chi definisce freddamente la morte dei poveri
come una benefica liberazione dal dolore. Per chi se ne va, è una provvidenziale
diminuzione delle spese, per chi sopravvive, non sa, dicevo, quale sia l’angoscia di questi
lutti. Uno sguardo affettuoso e premuroso scambiato in silenzio quando tutti hanno distolto
freddamente il loro. La sicurezza di aver conservato la simpatia e l’affetto di un essere
umano, quando tutti ci hanno voltato le spalle, sono un’ancora, un sostegno, un conforto
nella più profonda afflizione e nessuna ricchezza può comprarli, nessuna potenza può
renderli obbligatori. Non lo sa”. In qualche maniera, tutte le opere di Dickens sono basate
sul contrasto fra due città. Le due città è addirittura il titolo di un suo romanzo ma
parafrasandolo ci sono due città in Dickens. La città della quantità e la città della qualità. A
un certo punto, in un altro suo romanzo, Dickens si sofferma a parlare direttamente col
lettore, chiedendogli di guardare bene un fatto che è vero nella vita di ciascuno di noi, che
accade a tutti gli esseri umani: “Cercate col pensiero di eliminare un dato giorno speciale
della vostra vita e pensate a come diverso potrebbe essere stato il suo corso. Fermati, tu
che leggi, e medita per un momento sulla lunga catena di bronzo o di oro, di spine o di fiori
che mai ti avrebbe soggiogato se in un solo memorabile giorno non si fosse formato e
chiuso il primo anello”. Dickens dice che tutti abbiamo delle catene, tutti siamo vincolati. La
questione è: a che cosa siamo vincolati? C’è la città e il mondo della quantità, delle
catene, di coloro che – poco importa se sono carnefici o vittime, perché Dickens da questo
punto di vista non fa distinzione sociale, anche l’ultimo dei poveri può essere orgoglioso
come Satana – sono in qualche maniera schiavi. Hanno ceduto al mondo della quantità, al
mondo di ciò che si può misurare, controllare, ultimamente gestire. Può essere il potere
economico, di un avaro come Scrooge, che aveva effettivamente detto, in Canto di Natale,
“è meglio che muoiano i poveri, così diminuisce l’eccesso di popolazione”. O di Fagin, no?,
il capo della banda dei ladri. Ci può essere il potere sociale o il potere psicologico di
malvagi come Quilp, che amano torturare la moglie o il sottile, micidiale sadismo
psicologico dei maestri delle scuole per poveri, come il maestro Squeers, che riceve con
una sorta di disgustosa, erotica voluttà, i nuovi bambini orfani per poterli frustare a sangue.
Ma forse il livello più diabolico, più micidiale è quello del potere morale, ad esempio della
signora Pardiggle che veniva raccontata prima, questa sorta di donna Prassede che
avanza tra i poveri distribuendo libretti religiosi, come se fosse, appunto, una macchina, un
treno a vapore, senza mai soffermarsi a incontrare veramente qualcuno. Tutti questi
personaggi, tutti coloro che cedono al ricatto del mondo della quantità, subendolo ma, in
fondo, desiderandolo o magari riuscendo per un breve periodo o per un lungo periodo a
cavalcarne l’onda, hanno tutti qualcosa in comune: il deserto attorno a sé e dentro di sé.
Sentite che cosa dice ad un certo punto un carcerato che è evaso e che racconta la sua
vita, l’effetto di quel mondo che non ti vede, del mondo della quantità. “Non gli occorre
molto, non occorre molto ad una persona come lui per raccontare la sua storia, in prigione
e fuori. In prigione e fuori. In prigione e fuori. Ecco fatto, per quel che ricordo non ci fu mai
anima viva che guardasse il giovane Abel con quel poco che aveva dentro di lui e su di lui,
se non con la paura o per cacciarlo via, o per arrestarlo”. Ma questo deserto lo si vede
nelle conseguenze che affliggono tanti personaggi carcerati, come Abel. La fame di Oliver
Twist, che si avvicina al sorvegliante e gli dice: “Ne vorrei di più, signore, di qualcosa da
mangiare”. Nella solitudine di David Copperfield, di quando è bambino a scuola, isolato e
guardato con disprezzo dai suoi stessi parenti. Oppure il piccolo Smike, il ragazzo ritardato
che è l’oggetto principale delle violenze, delle percosse del professor Squeers. Ma, e
questo è interessante, quello che dicevo prima è vero anche qui: Dickens non fa distinzioni
sociali a questo livello di deserto interiore, si può essere poveri e malvagi ma si può
essere anche ricchi e micidialmente feriti dentro di noi. Perché la pazza signora Havisham
di Grandi speranze è la donna ricca che passa tutta la sua vita a cercare di tirare su una
ragazza più giovane di lei, più bella di lei, per creare una sorta di mostro di gelida
indifferenza che deve spezzare il cuore a tutti gli uomini, come se fosse una sorta di
esperimento programmatico. Questa donna che tutti considerano folle perché gira sempre
vestita con un abito bianco a brandelli, in una casa vecchissima, dove un’enorme torta si
sta disfacendo da decine di anni e tutti gli orologi sono fermi al giorno delle sue nozze,
quando l’uomo di cui lei si fidava e che credeva che la volesse sposare perché la amava,
perché voleva proprio lei, poche ore prima del matrimonio l’ha abbandonata, dopo essersi
fatto intestare gran parte della sua proprietà. E tutto si è fermato a quel momento, a quel
gelido momento di abbandono. E persino Fagin, il capo della banda dei ladri, la serpe che
striscia per le pareti sudice dei sobborghi di Londra, al momento finale, quando viene
processato, lui che è ebreo, Dickens usa questa immagine: “L’ebreo era solo, circondato
da un tribunale di occhi ostili”. E proprio a questo personaggio disgustoso che ha voluto
vendere e ha tentato di ammazzare Oliver Twist, per un attimo, per un paradosso, un
cortocircuito narrativo, si sovrappone l’immagine di un altro ebreo processato da occhi
ostili da 2000, 1800 anni prima. Questo è il mondo della quantità, quell’invisibile catena
che Scrooge vede nella notte di Natale, che i fantasmi degli altri suoi complici usurai gli
mostrano: “Noi siamo incatenati per sempre ma anche tu, che sembri aggirarti libero, porti
una simile catena”. Cosa la spezza, in Dickens? Non la spezza un programma sociale,
come è stato giustamente detto dalla professoressa Milbank, Dickens non ha un’ipotesi
generale sulla società. Lui conosce un solo incantesimo possibile. Lui conosce solo
un’altra alternativa. Lui sa che c’è solo una catena che può spezzare quella catena, che è
la catena del mondo della qualità, di uno sguardo pieno di amore e compassione. Vi vorrei
leggere il passaggio che già la professoressa ha precedentemente citato, mi permetto di
leggervelo in italiano, da Casa desolata. La signora Pardiggle va a fare il giro dei poveri e
raggiunge una casa sudicia e abbruttita. Sentite che cosa dice. “Oltre a noi, la
protagonista, in quella stanza umida e maleodorante, c’erano: una donna con un occhio
livido che accanto al focolare teneva in braccio un bambino col respiro affannoso, un
uomo tutto sporco di argilla e di fango, dall’aspetto di ubriaco, disteso per terra che fumava
la pipa, un giovane robusto che legava il collare a un cane e una ragazza molto disinvolta
che faceva una sorta di bucato con un’acqua assai sudicia. Al nostro ingresso, tutti
alzarono lo sguardo e parve che la donna volgesse gli occhi verso il caminetto, come per
nascondere l’occhio gonfio. Nessuno rispose al nostro saluto”. Il deserto fatto dal mondo
della quantità, che la signora Pardiggle peggiora, no?, quando arriva e dice: « “Bene, miei
cari amici” disse la signora Pardiggle, ma con un tono che non mi sembrò affatto
amichevole “come state? Sono di nuovo qui. Non riuscirete a stancarmi. Mi piace lavorare
molto e mantengo la parola”». A quel punto inizia a distribuire un libretto religioso e il
padrone di casa, l’uomo con la pipa, improvvisamente sbotta e la aggredisce dicendo:
«“Allora, facciamo in fretta!” brontolò l’uomo per terra. “Voglio che si faccia presto e subito,
che finisca una buona volta questa intrusione in casa mia. Sono stanco di sentirmi tirare
come un tasso dalla sua tana. Adesso, come al solito, mi farete un mucchio di domande.
So che cosa volete sapere. Bene. Non avete ancora preparato le domande? Vi
risparmierò il disturbo. Mia figlia sta lavando? Sì, lava. Guardate l’acqua, sentite l’odore, è
quella che beviamo, non vi piace? E del gin, invece, che cosa pensate? La mia casa è
sporca? Sì, è sporca, naturalmente sporca e naturalmente poco sana. E noi abbiamo
avuto cinque bambini sporchi e poco sani che sono morti tutti in fasce. E tanto meglio per
loro e anche per noi – l’eccesso di popolazione -. Se ho letto il libretto che mi avete
lasciato, l’opuscolo religioso? No, non ho letto il libretto che mi avete lasciato. Qui non c’è
nessuno che sa leggere, e se c’è, non è roba adatta a me”. Per parlare, si era tolto la pipa
e si voltò dall’altro lato e si rimise a fumare dicendo: “Non voglio andare in chiesa, non
voglio andarci. Nessuno mi aspetta se ci vado. Il sagrestano è troppo raffinato per me. E
come mai mia moglie ha un occhio nero? Gliel’ho fatto io e se dice di no è una bugiarda”».
La signora Pardiggle gli tira addosso, come le cascate del Niagara, la sua tirata moralista
e poi se ne va. «La signora Pardiggle si alzò. Pensava che noi la seguissimo, ma appena
la stanza fu sgombra ci avvicinammo alla donna seduta accanto al focolare» prima
differenza, un movimento fisico, la signora è entrata ma non era mai entrata in quella casa
«ci avvicinammo alla donna seduta accanto al fuoco, domandandole se il bimbo stesse
male. La donna, che l’aveva in grembo, non fece che contemplarlo. Prima avevamo
osservato che si copriva con la mano l’occhio livido, come se desiderasse separare dal
piccino qualsiasi ricordo di violenza o di maltrattamenti. Ada, profondamente commossa
dall’aspetto del bimbo, si chinò per toccargli il visino» una vicinanza che si fa contatto
fisico. «In quel momento mi accorsi di quello che accadeva e la fermai. Il bimbo era morto.
“Esther!” esclamò Ada, cadendo in ginocchio accanto a lui. “Guarda qui, Esther cara!
Guarda questo piccino. Povera anima calma e sofferente. Mi dispiace tanto per lui. Mi
dispiace tanto per la madre. Non ho mai visto nulla di così triste. Povero piccolo. Povero
piccolo”. La compassione e la pura bontà con la quale si curvò, si curvò piangendo per poi
mettere la sua mano su quella della madre, avrebbero intenerito qualsiasi cuore materno.
La donna, prima la fissò stupita e poi scoppiò in lacrime. Io le tolsi subito il lieve peso dal
grembo, feci ciò che potevo perché il bimbo riposasse con soavità e dolcezza, tentammo
di confortare la madre e le bisbigliammo che il nostro Salvatore disse dei bambini» anche
loro parlano di Dio, ma c’è una bella differenza con la signora Pardiggle. «Non rispose
nulla ma continuò a piangere straziata. Quando mi voltai, vidi che il giovane aveva
condotto fuori il cane e, ritto sulla porta, ci guardava con gli occhi asciutti ma non adirati,
anche la ragazza si era calmata e si era seduta in un angolo fissando il suolo. L’uomo si
era alzato, continuando a fumare la pipa con aria di sfida ma in silenzio». La casa è
cambiata, la stessa casa che prima era una stamberga dove si tengono gli animali, diventa
uno spazio sacro. Non perché le cose migliorano da un punto di vista quantitativo. Il
bambino resta morto ma è cambiato il livello umano dentro alla stanza. Improvvisamente
tutto diventa più composto. C’è la libertà di poter piangere insieme. Questo è l’incantesimo
che per Dickens è sempre decisivo: un’altra città nella città. Questo sguardo, che è come
una mano tesa, un curvarsi affettuoso verso i nostri bisogni, verso le nostre debolezze,
verso quel di più che in Oliver Twist può essere fame, che in David Copperfield può essere
solitudine, che nel forzato Abel vuol dire compassione, che nella signora Havisham vuol
dire lo strazio e il dispiacere perché il suo cuore è stato preso, ingannato e buttato via. E
anche qui non contano le classi sociali. Accettare questo incantesimo buono può essere
l’anonimo amico di Oliver Twist nell’orfanotrofio, che può soltanto augurargli “buona
fortuna” quando Oliver scappa. Può essere la bisbetica ma affettuosa zia Betsey che
accetta David Copperfield in casa con sé. O il ricco benefattore che scommette tutto sulla
libertà di Oliver Twist, quando gli altri suoi amici vedono in questo bambino un ladruncolo
che non può fare niente altro che rubare. Ma può essere anche il simpatico signor
Micawber, che prende con sé in casa David Copperfield, sempre indebitato e sempre con
il sorriso. E lo stesso detenuto Abel che, aiutato per un breve istante da un bambino,
quando poi torna infinitamente ricco ne diventerà il segreto benefattore. Forse l’immagine
più rappresentativa di questo incantesimo è quella del piccolo Tim, il bambino storpio e
ammalato di polmoni di Canto di Natale, che è l’unico volto che spezza l’incantesimo delle
catene che opprimono l’avaro Scrooge. Perché? Perché Scrooge, che ha già visto lo
spettro del Natale passato, ha visto il bambino che lui era, l’uomo con le speranze che
aveva da giovane, che poi, passo passo, ha ceduto all’incantesimo del denaro, ha iniziato
a preferire la sicurezza economica alla qualità degli affetti. Improvvisamente questo
passato così vero, così struggente ma così infinitamente distante, che potrebbe restare
una promessa mai completamente realizzata, la maledizione di un livello umano guastato
e irrimediabile, eccolo lì. Il piccolo Tim è il vero fantasma del Natale presente, è il regalo
del suo Natale presente. Perché? Riconsegna Scrooge a se stesso, perché permette oggi
a Scrooge, vecchio, malvagio e ricco, di essere per quel piccolo bambino quello che
nessuno era stato quando lui era bambino. Tim riconsegna Scrooge a se stesso. Guardate
che questo livello per Dickens non aggira l’efficienza sociale, anzi, è l’unico sprone
qualitativamente autentico perché le soluzioni e i problemi della povertà, della solitudine
delle carceri, non siano quelli della signora Pardiggle ma siano una risposta
autenticamente umana a un fenomeno autenticamente umano. Esattamente come il
giovane Nicholas Nickleby che, maestro nella scuola del professor Squeers, un giorno,
vedendo il piccolo Smike flagellato a sangue, urla “No!”. Prende lo staffile con il braccio e
lo rivolta contro il maestro. O come appunto Scrooge – che salva il piccolo Tim, lui che era
stato salvato qualitativamente dal piccolo Tim – in qualche maniera è colui che invece può
trovare un senso alla sua ricchezza, salvando anche la salute fisica di quel piccolo
bambino storpio. Questa è la battaglia in tutte le opere di Dickens, ci sono due città nelle
quali ci muoviamo. Lo aveva raccontato proprio all’inizio di Le due città: “Strana
circostanza degna di meditazione, il fatto che ogni creatura umana è composta in modo da
essere, per tutte le altre, un profondo segreto e un profondo mistero. Una solenne
considerazione quando entro in una grande città di notte, quella che ciascuna di quelle
case, oscuramente raggruppate, chiude un suo particolare segreto; che ogni stanza, in
ciascuna di esse, chiude un suo particolare segreto; che ogni cuore pulsante, nelle
centinaia di migliaia di petti che respirano nella stessa città, è, in alcuni dei suoi pensieri,
un segreto per il cuore che gli è più vicino. C’è in questo un senso di spavento pari a
quello della stessa morte. In qualcuno dei luoghi di sepoltura delle città che attraverso, vi è
un dormiente più imperscrutabile dei suoi abitanti vivi, nella loro intima personalità, o più
imperscrutabile di quel che io non sia per loro”. La grande sorpresa, nelle opere di
Dickens, non è tanto che qualcuno possa fare irruzione in casa nostra, nella profondità del
nostro mistero, come la signora Pardiggle, è un altro livello, è la strana sorpresa per la
quale Nicholas Nickleby, salvando Smike e portandolo via con sé dalla scuola, gli dice:
“Ma te, dove hai casa?”. E il piccolo Smike gli dice: “Ma la mia casa sei tu”. Questa è la
sorpresa. La sorpresa è che in fondo il nostro mistero sia più a casa sua, negli occhi di
qualcun altro che neanche nelle profondità di noi stessi. Questo è del resto quello che tutti
i bambini scoprono. E tutte le storie di Dickens hanno per protagonisti o dei bambini o
degli uomini che, in qualche maniera, sono salvati dall’incontro con i bambini. In qualche
maniera, è proprio vero che in fondo è la segreta sinfonia di questa città della qualità. Per
Dickens, è possibile diventare grandi restando bambini o, ancora di più, c’è un altro,
secondo incantesimo. E’ possibile anche essere vecchi, “duri”, come lui dice “come la
selce e fetidi come l’acquazzone” e tornare a essere bambini, nel momento in cui
incontriamo quella mano tesa, che è lo sguardo di qualcun altro nel quale noi già siamo a
casa nostra. Grazie della vostra attenzione.
ANNALISA TEGGI:
La mia unica parola conclusiva può essere solo una parola di gratitudine. Ve l’avevo
preannunciato, eravamo tanti quando abbiamo cominciato ad ascoltare questa
chiacchierata. E adesso che siamo giunti alla conclusione, siamo molti di più. Molti di più
perché sia la professoressa Milbank, sia il professor Rialti hanno fatto entrare tantissimi
altri uomini dentro questa stanza. E così fa la letteratura: le storie sono una finestra e ci
aiutano a trattare la realtà come una finestra, non come una catena, un susseguirsi di fatti
consecutivi ma come occasioni. Io vi suggerisco di farvi compagni gli uomini che oggi la
professoressa Milbank e il professor Rialti hanno fatto entrare in questa stanza, per
aiutarci nella vita di tutti i giorni ad ascoltare. Edoardo citava e diceva: “Fermati, tu che
leggi”. Fermati tu che leggi, guarda chi hai attorno, potresti ascoltare, tra la voce degli
uomini che hai accanto a te, la voce di un bambino come Oliver Twist che chiede: “Per
piacere, signore, ne voglio ancora”. O la voce di Luisa che diceva a suo papà: “Che ne è
stato del giardino che avrebbe dovuto fiorire nella mia vita?”. Ascoltiamole, queste voci.
Grazie a tutti e grazie agli ospiti.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

23 Agosto 2013

Ora

11:15

Edizione

2013

Luogo

Sala D3
Categoria