INVITO ALLA LETTURA. (RI)GENERARE LE ISTITUZIONI. Oltre la contestazione, contro la violenza. - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. (RI)GENERARE LE ISTITUZIONI. Oltre la contestazione, contro la violenza.

Invito alla lettura: (RI)GENERARE LE ISTITUZIONI. Oltre la contestazione, contro la violenza.

Presentazione del 19° numero della rivista semestrale della Fondazione Internazionale Oasis. Partecipano: Wael Farouq, Visiting Professor di Lingua Araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Lorenza Violini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Vi invito a fare un piccolo sforzo e di avanzare per ascoltare insieme più riuniti. Avanti, c’è posto! Cominciamo subito: questa parte inoltrata del pomeriggio riguarda due proposte.
La prima riguarda un libro che è una rivista, quindi una rivista bella e ben fatta e nutrita, nello stesso tempo molto agile e anche giornalistica, che è Oasis. Esiste da qualche anno e qui al Meeting abbiamo sempre avuto il desiderio e piacere di presentarla, non solo e non tanto nel suo impianto generale che è quello che prende le mosse dal suo ideatore e Presidente, l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, quando già muoveva i suoi passi come Patriarca di Venezia: di stabilire una modalità sistematica, feconda e vera di amicizia e di scambio e di dialogo tra parti del mondo apparentemente distanti ma molto vicine come confini, come quelle che convivono nel Mediterraneo, la cultura cristiana, la cultura laica, la cultura musulmana, la religiosità di entrambe le due grandi religioni, dentro un tempo che mostra la loro incapacità di parlarsi e soprattutto di avere il gusto di conoscersi.
Pensate che l’unico momento nella storia dei nostri 2000 anni di cristianesimo di grande fecondità è stato quello in cui queste due culture e religiosità si sono effettivamente conosciute e incontrate: questo ha generato fatti nuovi. Troppo lontano nel tempo ma, seppure in modo embrionale, con grandi segni, grazie ad alcune persone che sono qui con noi a presentare questo numero e a fatti che nascono nella storia del Meeting. Pensate ad esempio al piccolo seme del gruppo SWAP, che ha proposto questa amicizia cristiano-musulmana di giovani a seguito del grido di libertà che ha percorso la società. E veniamo al tema della rivista, “Rigenerare le istituzioni. Oltre la contestazione, contro la violenza”.
Ne parlano con noi Lorenza Violini, che salutiamo e ringraziamo, una costituzionalista, Docente di Diritto Costituzionale a Milano, nell’Università degli Studi, e poi il professor Wael Farouq, che è Visiting Professor di lingua araba nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, anima del Meeting del Cairo e di tutti gli incontri belli e importanti che stiamo avendo in questi ultimi anni. Il tema “Rigenerare le istituzioni” è una giusta e importantissima domanda che tocca noi che stiamo parlando anche in questi giorni di un’Europa incerta, ferma e piena di inerzia, dove le istituzioni, che dovrebbero dare forma a qualcosa che esiste già, qualcosa che vive e vibra nelle società, mostrano invece il loro lato stanco, la loro incapacità, da una parte, di captare le esigenze più autentiche della società, dall’altra di essere responsabilmente ciò a cui sono chiamate ad essere. Nel contempo, nelle società del Mediterraneo e anche di altre aree del mondo vede alcune coscienze di popolo muoversi, prendere forma, anche non sempre mature e consapevoli ma mostrare quanto la vita dell’uomo sia scarsamente ascoltata e sia sostanzialmente un arrangiarsi senza creare niente di nuovo. Abbiamo creato nel Mediterraneo quel vuoto d’istituzioni che non hanno ancora la capacità di rigenerarsi o di generare nuovamente la voce di queste società. I nostri ospiti parleranno e faranno esempi di quello che chiamiamo Occidente e di quella che chiamiamo società in movimento. Io non voglio rubare tempo, partirei col primo aspetto: che cosa sono le istituzioni, qual è la crisi che attraversano, perché e quale strada suggerisce questa rivista. Perché c’è un punto di lettura, non è una rivista di analisi ma una rivista che parte da alcune certezze, che sono le certezze del vivere, e ne fa strumento per conoscere e capire.

LORENZA VIOLINI:
Grazie, Camillo Fornasieri, l’amico del Centro Culturale, per la presentazione. Grazie al Meeting che ci ospita e come sempre ci propone degli spunti di grande interesse e di grande stimolo.
Io devo parlare del tema istituzionale, presentando la rivista. È un invito alla lettura, quindi il mio intervento sarà sintetico, cosa ho percepito io stessa leggendola e che cosa ne ho anche guadagnato: spero che questo sia uno spunto anche per voi, un’esperienza utile. Presentiamo il numero 19, non è banale, vuole dire che ce ne sono stati 18 prima, quindi più o meno 10 anni di lavoro. Stiamo parlando di una Fondazione che da tempo ha percepito il peso, il significato, il valore che l’esperienza della globalizzazione, se letta con occhi attenti e aperti a percepirne il valore, può dare anche a noi, al nostro mondo, alle nostre società. Se si scorre brevemente l’indice dei 18 numeri precedenti, ci si rende conto che si sta entrando nella carne viva non solo del mondo medio orientale ma nella carne viva del mondo occidentale, che nella sua stanchezza, nella sua fatica, nella sua crisi, tante volte si ferma ai dettagli e non riesce ad alzare lo sguardo e a guardare con creatività e novità ad un percorso che lo possa rivivificare. Parole come integrazione, libertà, la stessa parola religione, la tradizione, sono temi che sono stati affrontati in questa rivista e che ci riguardano direttamente, per i mille motivi che tutti sappiamo ma soprattutto perché è uno stimolo a rileggere con intelligenza la nostra situazione. Questo volume arriva dunque dopo un percorso di grande interesse e affronta un tema che spesso viene considerato un po’ noioso, un po’ di secondo livello, il tema delle istituzioni. Le istituzioni che percepiamo come lontane, come ormai decadenti, corrotte. Invece, il tema delle istituzioni dovrebbe essere al centro delle attenzioni perché sorregge tutta la vita, lo sforzo, la vitalità delle persone che vivono nella società. Una società non sta senza le sue istituzioni e forse la decadenza delle istituzioni è uno dei segni più significativi proprio di questa crisi che ci sta attanagliando.
La questione delle istituzioni spesso non viene messa a tema in modo interessante e propulsivo, cosa che invece la rivista fa in questo numero perché, affrontando il percorso di questi popoli, la vita dei popoli mediorientali, l’Iraq, la Siria, l’Africa, fa prendere coscienza che le istituzioni oggi sono un punto nevralgico, qualcosa di cui noi dobbiamo in qualche modo occuparci, da non lasciare agli addetti ai lavori. E dunque due sono, a mio parere, gli spunti sintetici che la lettura dettagliata dei vari saggi ci può suggerire, quelli da cui partire. Il primo è quello cui ho già accennato, cioè che occorre una rigenerazione, che occorre generare istituzioni più coerenti, più utili, più capaci di accogliere la vita, come dice l’introduzione di Magatti. Non è un tema secondario, è un tema centrale. L’altro grande fil rouge che può aiutare la lettura dei vari contributi è un pensiero, che è stato il pensiero profetico di un giurista tedesco negli anni ’70, quando ancora non ci si rendeva conto della crisi che stava incombendo sulla società europea: che questo Stato liberale, democratico, il nostro Stato, le nostre istituzioni, la nostra filosofia istituzionale, vivono aperti a presupposti che da soli non sono in grado né di produrre né di garantire. E’ una frase che gli addetti ai lavori costituzionalisti conoscono a menadito, forse il grande pubblico un po’ meno: una frase degli anni ’70, quando ancora tutto questo problema era dentro una crisalide, non era ancora scoppiato in tutta la sua imponenza, e che oggi, in questa rivista, propriamente nel saggio di Berardinelli, viene riproposto e in un modo creativo. Se lo Stato dove noi viviamo vive di presupposti che questo Stato non può né generare né mantenere, la domanda grande, a cui la rivista cerca di dare una risposta con intelligenza, con discrezione, ma senza tirarsi indietro da questa sfida, è: “Quali sono i presupposti che rendono possibile la vita di uno Stato, la generazione di uno Stato, la rigenerazione di uno Stato?”. Non penso di essere troppo enfatica se dico che il grande pensiero politico occidentale non ha preso sul serio questa frase, l’ha ripetuta infinite volte – troverete infiniti saggi in infiniti libri, riviste, convegni – ma la serietà di questa questione non è mai stata affrontata fino in fondo ed è il momento di farlo, il momento per noi di interrogarci su quali siano questi presupposti. Lo facciamo nel Medio Oriente di fronte alla rivoluzione, di fronte ai problemi che le rivoluzioni hanno creato e di fronte alla questione aperta che noi tutti abbiamo: fondamentalismo, violenza, ecc. Ma allo stesso modo è un problema dell’Occidente: quando la rivista, nella parte conclusiva e in molti suoi spunti, parla dell’Europa, ultimatamente parla di una stessa questione. Quali sono questi benedetti presupposti che possono permettere alle istituzioni malate di rigenerarsi? Poi il collega Farouq entrerà anche più direttamente in merito, i vari saggi lasciano intravedere qualcosa di questi presupposti e io li elenco brevemente, per non abusare del vostro tempo.
Per esempio, il primo grande presupposto su cui riflettere è il senso della società civile. Cos’è questa società civile di cui tante volte anche noi ci riempiamo un po’ la bocca? Che cosa fa civile una società? Che cosa fa di una società una società civile? Un ethos? Una moralità? Certo. Anche. Finché questo ethos e questa moralità hanno i fondamenti su cui appoggiarsi, perché l’ethos, la moralità non vivono per se stessi, vivono se dentro gli uomini che li fanno propri c’è una consistenza che non è solo morale, no? Qualcuno diceva recentemente che il vero traditore di Gesù non è Giuda ma Kant, no? Simoncini, credo l’abbia detto. Ecco, che cosa fa di una società una società civile? E in che senso l’ethos che sorregge il rapporto Stato-società è un ethos che ha possibilità di dare i suoi frutti? Ancora una volta, il tentativo che si legge in filigrana nei vari contributi che sono contenuti in questo testo fa emergere un’altra grande risposta: che cosa sorregge l’ethos? La religio, la religione, il legarsi che non è solo una questione rituale ma è la consapevolezza che ci sono dei legami con il destino, con i fratelli, con i più deboli, con i lontani, con i vicini. E la religio è quella che appunto serve a legare e a fare da collante in una società che invece tutto propone tranne che la serietà, la bellezza, la profondità dei legami contro qualsiasi esperienza umana che documenta esattamente il contrario, che noi senza legami non siamo nessuno, penso alla conferenza che ha fatto Carter Snead sul tema dei nuovi diritti, e mi sembra che lì la documentazione sia stata self evident, senza possibilità di ambiguità. E oltre alla religio, cioè al senso del legame, c’è quindi al fondo il grande tema dell’uomo, di chi è l’uomo, di chi è il soggetto che muove dentro la società civile, dentro le istituzioni e si muove per cambiarle, per dare vita a sé e alle istituzioni stesse. Qui veramente il tema ci prende tutti, nel senso che siamo tutti potentemente coinvolti con questa domanda perché tutti, volere o no, che lo si voglia o no, siamo dentro una dimensione istituzionale, siamo dentro un lavoro, siamo dentro gesti di gratuità, facciamo tutti esperienza di come rapportarsi tra noi e col mondo, della politica, delle istituzioni e delle aggregazioni sociali.
Quindi, a me sembra che il percorso che viene fatto in questo contesto sia un percorso di grande interesse per arrivare poi alla grande domanda che è affrontata sia nel primo saggio della documentazione, sia nell’ultimo saggio, cioè il grande tema della violenza. E da questo forse si capisce finalmente che le istituzioni non sono un elemento, un orpello, qualcosa che si aggiunge alla società civile, perché senza le istituzioni, senza lo Stato, adesso uso un termine generico, il tema della violenza diventa un tema di una drammaticità potentissima. Il saggio sull’Iraq di Redelli è molto bello perché fa vedere come gli Stati Uniti abbiano impostato un rapporto con il popolo iracheno in modo completamente astratto non solo dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista della ricostruzione di una struttura democratica. Pensavano di portare in un Paese di questo tipo, con la storia, con la civiltà che lo ha caratterizzato, lo stesso tipo di Stato che è proprio degli Stati Uniti, lo Stato leggero, che fa solo alcune cose. Non si è reso conto che lì c’era da ricostruire veramente, invece, un tessuto istituzionale sano che potesse fare da argine alla violenza.

CAMILLO FORNASIERI:
Posso farti una domanda?

LORENZA VIOLINI:
Certo:

CAMILLO FORNASIERI:
Anzi, due domande speculari. Noi siamo più vecchi, europei, la democrazia, l’Occidente, ecc. I Paesi del Mediterraneo sono molto più giovani o lontani da una struttura come quella di una libertà e di una coesione sociale. In questo senso, sono due crisi diverse, no? L’altra domanda è sul tema della violenza. Noi ci siamo massacrati in Italia, negli anni ’70, tra un’idea di società, un’idea di Stato. La società si è divisa, nello stesso tempo c’è una violenza in giro che serpeggia per il mondo ma anche latente nella cenere, sotto il fuoco delle parole che si usano anche qui. Cosa vuole impedire la violenza? C’è una similarità tra noi, ieri e l’oggi di altre società? Forse c’entra col tema dell’uomo, no?

LORENZA VIOLINI:
Non posso rispondere io, tra virgolette, vorrei proprio che fosse la rivista nei suoi contenuti a rispondere. Mi sembra che qui siano due le questioni che vengono poste sul tema della violenza, poi magari provo a dive qualcosa anche sul tema della democrazia. La prima è che c’è una violenza insita nell’esperienza umana, è il tema di Girard, no? Abbiamo sempre bisogno di trasferire all’esterno questo drive alla violenza che è qualcosa di insito nella natura. La rivista ripropone Girard con tutta la sua drammaticità perché è uno scrittore, un filosofo, un pensatore belga che ha degli accenti tragici sul tema della violenza e fa vedere come l’esperienza cristiana sia stato un modo, in un certo senso, per neutralizzare la spinta della violenza perché, proponendo il capro espiatorio, è come se aiutasse a portar fuori queste spinte umanamente non sempre coercibili. L’altro tema e l’altro punto dove la rivista dà degli spunti, secondo me è il saggio di Sequeri, dove la domanda è: “Ma il monoteismo, la religione legittima la violenza. È possibile che un’esperienza religiosa legittimi la violenza?”. Mi piace che Sequeri, persona di grandissimo equilibrio, ci metta un punto interrogativo alla fine, che non voglia fare il dogma della religione contro la violenza. Ma lo pone come un problema reale, come un problema ancora aperto e anche in modo bruciante, perché noi siamo un po’ tutti pacifisti. Il mondo occidentale è super pacifista ma poi in verità la violenza che si annida in una società non religiosa, materialista, è forse più drammatica che non i cannoni quando sparano. Invece, sul tema della democrazia, e concludo perché veramente è interessante poi sentire altre voci rispetto a quanto la rivista ha proposto, anche qui la rivista ha tantissimi begli spunti, mi ero segnata alcune cose che mi avevano colpito leggendo. Intanto, l’esempio dell’Iraq: lì si voleva esportare la democrazia, ma se vuoi esportare la democrazia secondo logiche che si fondano su presupposti che in un certo luogo, in una certa area del mondo, non sono presenti, evidentemente non si può chiudere il discorso della democrazia indicendo delle elezioni. Perché è evidente che questo non soddisfa nessuno, non è una risposta alla domanda di partecipazione delle persone.
E poi, molto interessante, ho trovato anche l’interrogarsi all’interno degli studiosi della jihad sul tema della democrazia, quando loro dicono: “Ma la democrazia dà la sovranità al popolo e non a Dio. La democrazia, cioè, pone dei diritti che sono in contrasto con la nostra religione”. Non è che dicono cose che sono lontane da noi, forse anche noi abbiamo il dovere, l’obbligo, il compito storico di ricomprendere questi temi e non semplicemente liquidarli come anacronistici, lontani, un po’ da preistoria della democrazia. Perché anche noi, quando guardiamo all’Europa, ci rendiamo conto che questo tema è tutt’altro che esaurito, è un tema che invece va guardato con profonda attenzione. Quindi le due crisi sono evidentemente diverse, ma se si scava, se si va al fondo, se si ricercano davvero i presupposti che stanno alla base del nostro Stato liberale e, in generale, della proposta di democrazia che si fa a tutti gli altri Paesi, che queste democrazie non vivono, c’è possibilità di un dialogo a fondo che ci aiuta a capire gli altri ma che soprattutto ci aiuta a capire noi stessi. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Lorenza che, se pure in breve, è riuscita a tratteggiare complessità ma anche risposte che la rivista suggerisce. Ha citato in fondo una parola chiave che vorrei un po’ rilanciare adesso a Wael Farouq, la parola “dialogo”. La violenza credo che interrompa senza dubbio qualcosa, un’interruzione brusca, è un no senza motivo e senza appello, anzi è un no neanche preannunciato, cioè è gratuita. E questa è una questione. Ma c’è un impedimento alla crescita, cioè al dialogo, al divenire della persona con le altre persone, c’è un far rimanere bambino l’uomo, che ha sempre intuizioni che nascono dalla sua natura e la sua natura è grande, è buona. E poi può decadere, ma gli impediscono di diventare esperienza e questo traccia il tema del potere ed è la differenza tra potere ed istituzioni, no? Ecco, il dialogo impedito, un altro fattore della violenza. Non è detto che se siamo in democrazia siamo in un Paese libero, perché la libertà la costruiamo tutti, non il Paese. E dunque vorrei chiedere a Wael, che ha vissuto tra persone vive tutta quella dinamica di incontro in Egitto, ma ha incrociato anche altre società in modi diversi, con al fondo questo tema, che raccontasse brevemente la sua esperienza e, quindi, potesse quasi fissare, come fa la rivista, dei valori in atto.

WAEL FAROUQ:
Prima vi chiedo scusa per gli errori che sicuramente farò nel parlare l’italiano. Prima di rispondere, voglio dire velocemente qualche punto importanti sulla rivista Oasis, soprattutto sulla versione araba, perché questa rivista viene pubblicata in diverse lingue e anche in arabo. Questa per me è una cosa molto, molto importante, perché aiuta a cambiare l’immagine del mondo occidentale, che è quella di un mondo immorale, un mondo senza religiosità, perché per decine di anni la dittatura nel mondo arabo ha ribadito il legame fra la libertà, la democrazia e una vita immorale. E per questo i giornali presentano sempre per il pubblico arabo le storie considerate fortemente immorali e contro la religione. E pongono questa falsa scelta davanti al popolo: “Volete la libertà? Dovete accettare anche tutte le cose immorali che questo mondo occidentale vive”. Una cosa che sicuramente non è vera. Così, pubblicare questa rivista in arabo è una cosa molto importante perché aiuta la gente a vedere che si può essere occidentali, si può essere liberi, ma allo stesso tempo mantenere la tradizione alla religiosità, sia musulmana che cristiana.
L’altra cosa importante è che ci sono tanti intellettuali arabi che non sono in grado di leggere in una lingua straniera e questa rivista aiuta nel presentare intellettuali europei che da noi non arrivano, completamente sconosciuti nel mondo arabo, grazie a questa politica editoriale. Altra cosa molto importante, questa rivista è l’unica che di pone in mezzo, fra due livelli, quello scientifico-accademico, troppo alto, complicato, con una lingua piena di termini specialistici, e anche il livello del giornalismo, che è sempre più superficiale e presenta una realtà banale e vuota di informazioni necessarie per capire di più la situazione: così presenta qualcosa che non aiuta a capire la realtà ma a capire quanto complicata sia questa realtà. Questi punti sono molto importanti anche per gli italiani, gli occidentali, perché la rivista ospita autori e scrittori del mondo arabo che ripresentano se stessi, il loro punto di vista sugli eventi nel loro Paesi. Cosicché non si tratta mai di un’opinione, di un punto di vista sul mondo arabo, ma di un punto di vista che viene dal mondo arabo e arriva fino al mondo occidentale. Il soggetto di questa rivista è il dialogo: io sono un nemico del dialogo, sono sempre contro il dialogo fra le religioni, perché è impossibile per le religioni dialogare tra loro. Le religioni non dialogano, sono i credenti, le persone che dialogano. E questi credenti, queste persone vivono in una realtà, così il vero dialogo non è quello fra i leader religiosi, che è un disastro. Se i leader religiosi cristiani o musulmani hanno bisogno di dialogare, hanno bisogno di capire che possiamo vivere insieme, è un disastro. Così lo scopo del dialogo fra religioni è veramente poco chiaro e poco utile, ma l’incontro fra persone è un’altra cosa. Questo incontro deve essere basato sulla realtà e sulla sfida alla realtà.
E’ una cosa molto importante di questa rivista, dove è sempre presente un tema che è una sfida, non solo per i musulmani in Medio Oriente ma anche per il mondo occidentale, una sfida umana. Così questo dialogo non è più un dialogo ma un racconto unico attraverso molti voci. Questa è una cosa completamente diversa, perché un dialogo prevede due parti separate, ma se viviamo la stessa sfida, la stessa esperienza, non c’è questa separazione. Viviamo le stesse cose e diciamo lo stesso racconto, ma con voci diversi. E questa è una cosa molto importante. In piazza Tahir, ho visto con miei occhi come i corpi di musulmani diventano una chiesa. E ho visto anche come i corpi di cristiani diventano una moschea, perché durante la rivoluzione, durante questa utopia del primi 18 giorni della rivoluzione, c’era bisogno di quelli che hanno fatto la rivoluzione per pregare. E così, per proteggere quelli che volevano pregare, i cristiani hanno fatto una catena umana che ha formato lo spazio di una chiesa. Un musulmano ha preso una croce, alcuni scatole per mettere il vino e il pane, e ha costruito una chiesa, formata di carne, di sangue, di fratelli musulmani che hanno vissuto questa esperienza comune e questa sfida comune. Non voglio attaccare ogni articolo nella rivista, ma dico che in generale c’è una grande problema perché questa rivoluzione – i cui slogan erano “libertà, giustizia sociale e pane” – sembra fallita. Così questo slogan, che non ha niente a che fare con l’ideologia islamista, finisce per generare un governo islamico, finisce nella guerra civile: tutto questo fa sì che la gente pensi che questa rivoluzione è fallita. Ma per me questo non è vero: quelli che hanno usato loro corpi come moschea o come chiesa, dopo la rivoluzione hanno formato un partito. Questo partito è lontano dal potere e forse non hanno possibilità di avere il potere almeno per i prossimi dieci anni. Ma questo partito, che è formato da 300.000 giovani egiziani, la maggioranza dei quali sono musulmani maschi, ha scelto per la prima volta nella storia dell’Egitto una donna. Conosciamo tutti gli stereotipi sulle donne nel Medio Oriente, hanno scelto una donna cristiana come Presidente del loro partito. È questo il vero cambiamento, perché il vero cambiamento non è un cambiamento nel potere, il vero cambiamento è un cambiamento nelle persone e il cambiamento non è il fine ma l’inizio, un inizio in cui tante persone hanno vissuto un’esperienza comune, e sulla base di questa esperienza hanno cominciato un cammino nel quale praticano i valori umani che nascono da questa esperienza nella vita quotidiana. In Egitto, quando è caduto il presidente Morsi, sono iniziati attacchi contro la chiesa, contro i cristiani. È stata una cosa davvero brutta ma quei cristiani hanno trovato vicini musulmani che hanno aperto le loro case e li hanno protetti dalla violenza degli estremisti. E così l’esperienza della rivoluzione che hanno vissuto questi giovani non è morta, è ancora viva.
Questa è una cosa molto importante anche quando parliamo dell’Europa, perché la cosa bellissima della rivista è quella sfida comune. Perché il rapporto con la tradizione, la presenza della religiosità nella società è una sfida anche qui, perché in Europa, nelle grandi capitali, c’è una società parallela fatta da coloro che vengono da Paesi diversi, che sono immigrati. E in questa società parallela vivono valori, tradizioni che sono in contraddizione con altri valori e tradizioni. Puoi leggere questo?

CAMILLO FORNASIERI:
“I post-modernisti pensano di aver liberato l’umanità dalla prigione di dualismi intellettuali, quali bene-male, presenza-assenza, io-l’altro. In realtà essi sono soltanto passati dalla contrapposizione fra le componenti di questi dualismi alla loro equivalenza, con la conseguente incapacità di formulare alcun giudizio, che ha infine condotto alla interruzione di qualsiasi legame con la realtà e alla creazione di uno stereotipo della identità collettiva e individuale. Il post-modernismo ha lottato contro l’esclusione dell’altro, del diverso, tuttavia non ha trovato via migliore per farlo che attraverso l’esclusione della differenza stessa”. Faccio l’esempio della Francia: “Per esempio, si osserva che la Francia, una delle più antiche democrazie occidentali, oltre che ad essere una delle più ricche nella storia della difesa dei diritti, con l’entrata in vigore della cosiddetta legge anti-velo dell’11, ha criminalizzato l’esposizione di simboli religiosi nello spazio pubblico. In tal modo la Francia è divenuta uno Stato nel quale la costituzione tutela la differenza e il pluralismo religioso, mentre le sue leggi ne criminalizzano le varie espressioni. Tutto ciò ha causato la fine di qualsiasi senso della storia, così che l’intero sistema sociale contemporaneo ha cominciato a perdere la capacità di custodire il proprio passato e a vivere un eterno presente in uno stato di trasformazione perenne, che cancella quel retaggio storico che tutte le entità sociali precedenti erano tenute, in un modo o nell’altro, a salvaguardare”.

WAEL FAROUQ:
Grazie. E questa è la sfida comune: come possiamo avere un significato nella nostra vita, come possiamo trovare questo significato nelle cose semplici che facciamo e anche nelle cose complicate, nel dramma, come quello che si vive adesso in Iraq. Tutti guardano quello che è successo adesso in Iraq come un crimine, ed è vero, tutti vedono i protagonisti di quello che è successo in Iraq come criminali terroristi, ed è vero. Ma c’è una cosa più grande di questo: tutti quelli che sono perseguitati in Iraq hanno fatto una scelta. Potrebbero escludere tutto questo dramma, tutto questo dolore, dicendo poche parole per rinunciare alla loro fede. Ma non lo hanno fatto, hanno scelto la fede. Così, il significato di quello che è successo in Iraq è questo: centinaia di migliaia di persone sconosciute, ordinarie, che hanno scelto la loro fede. Nel tempo che viviamo adesso, il tempo del nichilismo e del dubbio, ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato tutto per mantenere la loro fede. Questo è un messaggio molto importante per noi, che vediamo la fede come una cosa romantica che non potrà mai cambiare la realtà. Per questa gente, la fede è la vita, è uguale alle loro vite. Non c’è nessuno che abbia parlato di questa scelta di centinaia, di migliaia di persone ordinarie, non educate, e dell’importanza per loro della fede che dà significato alla vita. Per quelle vittime in Iraq non è tutto uguale, c’è qualcosa che è molto importante per vivere e non è una cosa materiale. Non c’è forma che può mantenere la vita, perché la vita è più grande di tutte le forme. Non c’è un valore umano, non c’è conoscenza più grande della persona. Dio stesso è più grande della nostra conoscenza di Lui perché come persona siamo capaci sempre di produrre un significato, di fare una nuova forma. Uso il titolo di questo numero, “rigenerazione”: abbiamo la capacità di rigenerazione e questa è l’eternità. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Le forme fino alle istituzioni nascono dalla vita, la violenza è impedire questa vita, la testimonianza è condividere questa forza, questo coraggio, questa libertà, questa fede.

Data

27 Agosto 2014

Ora

19:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti