INVITO ALLA LETTURA. QUALE FUTURO PER L’EUROPA? Percorsi per una rinascita

Presentazione del libro a cura di Giulio Sapelli e Giorgio Vittadini (Ed. BUR). Partecipano: Maurizio Carvelli, Amministratore Delegato di Fondazione CEUR; Giuseppe De Lucia Lumeno, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, Consigliere e membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Europea Banche Cooperative (EACB) e della Confederazione Internazionale Banche Popolari (CIBP); Carlo Pelanda, Politologo ed Economista italiano; Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Bene. Buongiorno a tutti. Cominciamo questo momento d’invito alla lettura. Abbiamo due proposte, la prima è un libro edito dalla Bur Saggi ed è a cura di Giulio Sapelli e Giorgio Vittadini ed è di diversi autori, alcuni li abbiamo qui tra noi, che interverranno. Il titolo è Quale futuro per l’Europa? Percorsi per una rinascita. Questa diversità di autori e di contributi, da discipline anche diverse, prende genesi dal lavoro della Fondazione CEUR, dalla Fondazione Sussidiarietà, che da due anni si ritrovano a Milano insieme per le “Conversazioni a Milano”, che sono un tentativo urgente per il nostro tempo di minoranze creative che cerchino di leggere la situazione della persona, del suo desiderio e capacità di consociarsi, di vivere nella società, di generare lavoro, di creare impresa, di creare strutture. Abbiamo con noi Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione Sussidiarietà; poi in ordine Maurizio Carvelli alla mia destra, che è imprenditore ed Amministratore Delegato CEUR, che gestisce collegi dal 1991 in Italia, denominati Campus, raccogliendo ospitalità e favorendo il circuito, la partecipazione dei giovani alla vita dell’università anche con proposte di riflessione e di incontro. Poi alla mia sinistra De Lucia Lumeno Giuseppe, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale per le Banche Popolari, che è intervenuto in queste giornate raccogliendo un’esperienza importante nel seno di questi istituti bancari, del loro significato sul territorio; e poi il prof. Carlo Pelanda, che è Professore straordinario di Economia e di Geopolitica nell’Università Guglielmo Marconi di Roma, ed è una figura che conosciamo per diversi suoi interventi su ilSussidiario, che ha una grande esperienza nelle analisi strategiche e di geopolitica, degli scenari globali, per i quali ha dato il suo contributo, oltre che alla Presidenza della Repubblica italiana, anche a diversi Governi che si sono susseguiti nella seconda metà degli anni ’90. Io chiederei a Giorgio Vittadini, che ha anche un po’ ideato, assieme a Sapelli, il libro, qual è l’intento e qual è il filo che collega questi contributi, che vanno dalla crisi economica al tema del capitale umano, alla misurazione delle società nel loro valore. Prego Vittadini.

GIORGIO VITTADINI:
Mi scuso se poi devo andar via, perché devo andare a presentare i sindaci alla conferenza stampa. Io, intervenendo, voglio dare la ragione di questo libro ed anche la chiave. Mi sembra che sia un libro che sia un po’ un ponte tra quello che abbiamo visto l’anno scorso al Meeting e il tema di quest’anno, perché l’anno scorso il tema che abbiamo trattato, anche con una mostra, è stato l’Europa, l’Europa con le elezioni, con il semestre europeo. Ma io penso che quando abbiamo ideato il libro, che è frutto anche di un seminario, e quando abbiamo fatto la mostra l’anno scorso, non avevamo ancora chiaro come i motivi che mettevamo a tema in questo libro fossero particolarmente urgenti, perché non si aveva coscienza che la crisi che c’è in Italia, la crisi, la recessione, anche in Italia avesse a che fare con una crisi sempre più grave che si avverte in Europa, anzi, devo dire la verità, al Meeting dell’anno scorso con molti giovani sembrava che parlare del tema dell’Europa fosse un tema assolutamente astratto, che non centrava, che non aveva importanza. Ora, a distanza di un anno, noi ci rendiamo conto che se siamo in queste secche, in questo problema, è anche perché abbiamo scelto, e noi non siamo quelli che dicono che c’è da pentirsi, ma abbiano scelto di andare e di perseguire la strada europea ma questa strada europea non è stata perseguita con chiarezza di intenti, decisioni, dicevamo l’anno scorso che c’è una crisi ideale feroce, grandissima che nasce dall’Europa proprio quando si consolida, dopo l’89, dopo gli anni in cui sembra affermarsi, quando assorbe i Paesi dell’Est, quando si decide di dar vita all’Euro; proprio in quel momento c’è una crisi ideale gravissima, che ha come punto di riferimento i mediocri politici di quegli anni, ne cito uno tra i tanti, il Presidente francese di allora, quando si dà vita ad una Costituzione europea, che poi viene bocciata dai referendum in Olanda ed in Francia, che non vuole avere come punto di riferimento i motivi ideali, che sembra un contratto, tipo quelli che fanno i grandi attori di Hollywood quando si sposano e decidono di mettersi d’accordo per quando si devono separare. Quando Giovanni Paolo II parla delle radici cristiane dell’Europa, questi politici di allora prendono in giro Giovanni Paolo II e tutti quelli che invocano l’idea di un’Europa che debba avere delle radici ideali. E allora proprio questa crisi fa sì che anche l’Unione Economica non stia in piedi, perché essendo un contratto che deve prevedere una diminuzione di responsabilità e di sovranità, pian piano va in crisi, ben prima degli anni della crisi finanziaria e poi dei debiti sovrani; diciamo che questa doppia crisi mette in luce una crepa che c’è prima, perché si va avanti ma non troppo, si costruisce un’unione monetaria che non ha dietro la volontà di costruire una politica economica, come dire, altrettanto unitaria. E quindi nasce questo mostro che è l’Europa di adesso, che ha dei punti di unione, tale per cui non si può pensare come prima di avere una politica monetaria delle svalutazioni, degli interventi che ognuno fa secondo se stesso, ma non ha il coraggio di costruire un percorso comune. Allora già nei primi anni un euro comune che non ha dietro una politica economica è appunto, come ho detto, qualcosa di non strutturato, non profondo. Come ricordavamo nella mostra dell’anno scorso, De Gasperi ricordava all’inizio dell’Europa, il Sacro Romano Impero, dicendo: “Stiamo attenti a fare di questa unione qualcosa in cui noi non crediamo, perché come il Sacro Romano Impero è stato in piedi pochissimo, non è sopravvissuto a Carlo Magno, anche noi se mettiamo in piedi qualcosa di questo tipo e non ci crediamo, avremo i germi della dissoluzione”. E quando si vedono i germi della dissoluzione? Proprio quando avviene una crisi, perché quando avviene una crisi se qualcosa è solido si supera il problema, se di fronte ad una crisi non si è solidi, si vede che non sta in piedi. Allora proprio quando nasce la crisi finanziaria, che come sappiamo nasce per tutt’altri motivi e quando dopo nasce la crisi dei debiti sovrani, questa Europa a metà, Europa monetaria, questa Europa di una Costituzione che addirittura non viene sancita e quindi deve, come dire, dar vita ad un Trattato un po’ abborracciato, un Trattato che dice sì e dice no, dice di regole e non di regole, un Trattato basato su tre realtà che non si integrano, un Parlamento europeo, una Commissione, dei Governi, mostra la sua crisi. Allora questo libro descrive la crisi di identità dell’Europa, una crisi tale per cui non si sa se andare avanti o andare indietro, che è la situazione di oggi: non si può andare indietro, perché andando indietro si avrebbero dei risultati disastrosi, non sapremmo quale delle nostre economie sopravvivrebbe, ma non sappiamo andare avanti, siamo ancora adesso bloccati in questo momento. Paradossalmente l’inizio del semestre italiano mostra questa crisi. Il semestre comincia, come sappiamo il 1° di luglio, ma si arriva al 1° di settembre senza aver avuto neanche un accordo per mettere a posto il Governo di questa realtà, la Commissione. E siamo in un momento gravissimo di recessione, ma non sappiamo cosa fare, il nazionalismo rinasce e dà strattoni da una parte e dall’altra. Ecco, questo libro racconta queste cose, ma le racconta non in termini di cronaca, cercando di andare a vedere quali sono i suoi fattori strutturali. Allora da questo punto di vista il primo saggio di Giulio Sapelli descrive questa crisi economica diversa tutte le altre, una crisi che nasce non in Europa, una crisi che nasce dalla finanziarizzazione globale che ha la sua radice negli Stati Uniti, in un’utopia: l’idea che con la finanza si costruisce il benessere. Cosa dice Sapelli? Che l’Europa non avendo una sua consistenza non riesce a rispondere a questa crisi, ne viene travolta, ne viene travolta in termini di incapacità di mostrare una diversità, la assorbe, la assorbe a diverse velocità, con Stati che hanno diverse posizioni, perché evidentemente un conto è la Gran Bretagna, un conto è la Francia, un conto è l’Italia, un conto è la Germania. E la assorbe in diversi modi e non la assorbe perché l’Europa è divisa tra la parte dell’Euro, e poi una parte che non è neanche dipendente dall’Euro. Voi capite in questa situazione di diversità come si può avere una reazione economica comune? È una grande confusione che è quella che governa oggi, ma una confusione che paralizza. Da questo punto di vista è interessante il saggio della Violini, che mette, come dire, il dito su un punto, uno dei punti dolens: la politica fiscale. Perché voi capite, abbiamo una moneta, spendiamo anche non troppo, l’1% del bilancio degli Stati; ma nel momento in cui la politica fiscale dei diversi Paesi è assolutamente diversa e, quindi, grava in maniera diversa sulle imprese, sulle persone, non possiamo neanche pensare che esista davvero un mercato comune europeo, una politica economica comune. Il fatto di aver scelto, dopo l’introduzione di Sapelli, la politica fiscale, mette in luce, anche per gente che non sia esperta di Europa, come siamo in estrema difficoltà, perché evidentemente fisco, spesa pubblica, moneta sono tre cose che vanno insieme; se ognuno degli Stati europei ha politiche fiscali diverse e metà di questi si confrontano con una moneta comune ed altri no, ma come potete pensare che la spesa comune in Europa sia comune e che esista un mercato comune? Pensate solamente alla diversa posizione delle imprese in una situazione come quella dell’Italia e quella di altri Paesi; sono situazioni completamente diverse che quindi non sono un mercato unico. Ma allora, andando avanti in questo tipo di esempi, secondo tema, “perché la famiglia?”. Perché noi abbiamo sostanzialmente due cespiti, due punti di riferimento nei soggetti economici, uno è l’impresa, la seconda è la famiglia; allora Campiglio descrive come anche il secondo soggetto economico, che è la famiglia, abbia trattamenti completamente diversi. Prendiamo due esempi: la Francia e l’Italia. La Francia, che pur è un Paese fortemente statalista, fortemente centralista, ha una politica della famiglia che la considera un soggetto economico importante, che non si dimentica quello che noi spesso ripetiamo, che la famiglia è prima di tutto il punto di aumento della popolazione. Noi abbiamo una popolazione drammaticamente ferma in Europa, è un punto di investimento in capitale umano tale per cui è quella che si soppalca il peso di generare la possibilità che la gente impari; è un punto di risparmio tale per cui questo è uno dei fattori fondamentali dell’investimento; è un punto che, in un momento in cui c’è una situazione difficile dal punto di vista del welfare, assorbe dentro di sé le spese per i disabili, per gli anziani, quindi un soggetto economico. Ora la Francia questo lo capisce, è evidentemente il punto dove si generano i consumi privati che permettono anche uno sviluppo; la Francia questo lo capisce ed ha una politica di fortissimo incentivo sulle famiglie. L’Italia, che è anche un Paese cattolico, si dimentica completamente di questo e la famiglia che fa questo tipo di investimento non è supportata dal punto di vista dell’investimento in educazione, è salassata dal punto di vista del risparmio, è non aiutata dal punto di vista del welfare. Ora voi capite che anche qui abbiamo una situazione di diversità. La Germania è un altro esempio diverso: non è come la Francia, ma per esempio per la famiglia ha tutta una serie di strutture di intervento sociale importantissimo. Ora nel saggio di Campiglio trovate questo tema della diseguaglianza economica fortissima; tra l’altro Campiglio mette in luce che in Paesi come l’Italia, pian piano, si può, diciamo, quantificare in otto miliardi di euro la somma che è stata sottratta alle famiglie in questi anni, senza neanche una scelta precisa. Poi abbiamo ancora un saggio di Francesco Forte, che collega la leva fiscale alla tassazione patrimoniale nel sistema italiano, mettendo in luce ancora una volta che abbiamo una situazione completamente diversa in tutti i Paesi e l’ultimo saggio, ho tentato di fare io, partendo dalla mia competenza, che è quella sul tema del capitale umano. Abbiamo sentito ieri Marmoleio, responsabile dell’area Education della World Bank, che ci ripeteva una cosa che è abbastanza scontata, ma che non avviene per esempio in Italia, che il vero fattore di sviluppo in un Paese è l’investimento in capitale umano. Ora nel mio saggio mostro che anche questo è completamente dispari, noi abbiamo un sistema come quello inglese, come quello tedesco, come quello francese, in cui in diverso modo questo investimento è al centro dello sviluppo e un Paese come l’Italia, in cui l’investimento in capitale umano, soprattutto a livello superiore, è bassissimo ed è sostanzialmente un investimento a pioggia. Aggiungo, per completezza, l’intervento importantissimo di De Maria, che partendo dalla sua esperienza di operatore, come dire, di importantissimo operatore in quella che è la specificità, una delle specificità del sistema bancario italiano, le banche di credito, racconta il valore di questo, in un Paese come l’Italia, e il limite dal punto di vista della legislazione. Allora vado a concludere, per lasciare spazio agli altri interventi. Che cosa viene da questo quadro? Viene che noi siamo in un sistema unitario, in una sorta di letto di Procuste, tale per cui non possiamo uscire da questo letto ma questo letto non è secondo le gambe di ciascuno: per alcuni è più corto, per altri è più lungo. E questa è la questione che si descrive in questo libro, questa situazione variabile, che evidentemente è anche l’ipotesi di soluzione, che non può essere fatta da nessun aggiustamento in un sistema di governance a 28 Paesi, in un sistema in cui non è chiaro, molto più che in Italia, chi comanda, se il Parlamento, i Governi, la Commissione. E che quindi chiede un ripensamento ideale, come quello che per esempio Julián Carrón, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha sottolineato in un intervento prima delle elezioni europee. Si può ripartire insieme solo da una posizione ideale, solo se ci si rimette insieme nello stesso modo con cui l’Europa è partita negli anni ’50. Pensate, è partita dalla Comunità europea del carbone dell’acciaio! Cioè è partita da un interesse economico messo al centro, perché si aveva il coraggio, in termini ideali, di rimettere al centro quello che allora era più prezioso, l’energia. Anche adesso solo degli uomini come De Gasperi, Adenauer, Schumann, Monnet, possono rimettere insieme l’Europa, se decidono di fare un passo indietro, cioè un ripensamento ideale, che poi fa fare un passo avanti, che decide quali livelli di sovranità economica e politica si possano mettere insieme, perché ha a cuore l’idea che si è insieme. Questa è quindi l’ipotesi del libro, quale futuro per l’Europa? Un futuro che deve affrontare l’astrattezza che sembra un livello di umanità, basata sul desiderio, quello che diciamo in questo Meeting, l’irresistibile desiderio di bene, una religiosità e che, quindi, può rendere le periferie esistenziali che fanno insieme l’Europa – questo insieme di periferie, siamo tutte periferie – un centro comune. Questa è l’ipotesi che noi lanciamo in questo libro. Essendo un libro, è frutto di un lavoro, ma l’apertura di un dibattito è quello che noi vorremmo rilanciare, perché ci sembra che da quando è stato progettato, il libro sia ancora più attuale.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Vittadini. Chiedo anche a Carvelli di approfondire un po’ il dialogo su questo ultimo aspetto che Vittadini indicava.

MAURIZIO CARVELLI:
Io prenderò solo qualche minuto per dare spazio ai due relatori successivi. Vi leggo un pezzo di Galli della Loggia che un mese fa ho letto. Ve lo leggo velocemente per dire quello che vorrei lasciarvi: “Dobbiamo sapere che da troppo tempo crediamo di poter vivere al di sopra dei nostri mezzi. Bisogna che l’Italia racconti per filo e per segno degli sprechi pazzeschi e delle disfunzioni (dal numero degli addetti alle spese vere e proprie) che quasi sempre con la complicità dei sindacati sono divenute la regola nelle amministrazioni pubbliche. Che si dica a voce alta che fare le Regioni come le abbiamo fatte, con i poteri che abbiamo loro dato, è stato una scempiaggine assoluta. Che dalle elementari all’università abbiamo scaricato sul nostro sistema d’istruzione tutto lo sciocchezzaio ideologico e tutte le fumisterie parademocratiche che ci hanno attraversato la mente negli Anni 60-70, in tal modo mandandolo in pezzi. Che le privatizzazioni sono state un’autentica truffa ai danni della collettività. Che troppo spesso il livello professionale del management alla guida del nostro apparato produttivo e bancario è infimo mentre la sua sete di soldi è enorme. Che da noi il merito è messo al bando dovunque ma specie dalla classe dirigente, continuamente a caccia di posti tramite raccomandazione a pro di mogli, mariti, figli e amanti vari.
Che le cose stanno così lo sanno, lo sappiamo tutti, ma sarebbe una vera rivoluzione se a dirlo fosse il potere”. Poi alla fine chiosa e chiude dicendo: “Senza una grande operazione di verità sul proprio passato e sul proprio presente, l’Italia non potrà mai cambiare strada e quindi non potrà mai salvarsi”.
Non entro nello specifico delle cose che ho accusato, perché non è il mio compito, ma mi volevo fermare sulla questione della verità, perché lui pone una questione sulla verità, sul dirsi le cose, e due giorni fa è uscito un altro articolo, sempre sul Corriere sempre dello stesso, che dice: “Occorre una radicale – concludendo un articolo su un altro argomento – una radicale riconciliazione col principio di realtà, ecco cosa ci manca nel nostro modo di guardare al mondo. Certo le idee sono una guida necessaria per muoversi in esso, perché tutti propongono e fanno analisi, ma che cosa il mondo sia e come funzioni non l’hanno mai stabilito le idee”. Molto interessante, perché è la vera domanda che lascia ed è qui la cosa che volevo dire, è che cosa serve allora per guardare il mondo, cioè giudicarlo, capirlo, per dire almeno un po’ di verità. Io volevo dire che la risposta a questo nel libro si è come abbozzata, perché la risposta è sicuramente un’antropologia, una risposta positiva dell’uomo. Noi nella seconda parte del libro abbiamo raccolto all’interno delle conversazioni imprenditoriali, quello che invece è accaduto e sta accadendo nelle aziende, nella micro economia, dove questa concezione positiva, questa operazione di verità è stata una necessità per andare avanti, per superare la crisi e il fil rouge che lega tutti gli interventi di questo libro è stato proprio una concezione positiva dell’uomo che fonda tutte le altre idee, tutto il nostro agire. Vi leggo solo un’esemplificazione di questo, perché questa concezione positiva, questa antropologia positiva che è l’idea che fonda le idee, è quello cui forse probabilmente avrebbe potuto riferirsi almeno penso Galli della Loggia. Vi leggo due pezzettini di due imprenditori che noi abbiamo chiamato e che sono riportati nel libro, uno è Massimiliano Messina che è il fondatore del marchio FLU, famosissimo nel campo degli arredi, imprenditore che ha passato come tutti una grande crisi: “Ho una grande fortuna di essere figlio di una persona con valori che vanno al di là della normale attività lavorativa. Mio padre nel settore del mobile era un po’ quello che nell’informatica era Steve Jobs e infatti mi era sufficiente andare nella direzione dell’educazione che mi era stata data. L’insegnamento di mio padre è che il primo punto fondamentale sono le persone, poi la coerenza e terzo è l’onestà e infine la passione. Sono macro ideali, ma applicati alla vita di tutti i giorni diventano cose concrete. In Italia veniamo da una forte educazione cattolica e siamo abituati ad una certa dose di buonismo, effettivamente però con certi valori si ottengono risultati migliori” e poi dà una serie di esempi. Poi c’è Alberto Lualdi, sempre un grande imprenditore, che ad un certo punto dice: “La differenza fra un’opera di arte ed un manufatto – lui fa porte che sono esportate in tutto il mondo, in tutta Europa, in tutto il mercato – è il numero di produzione. Tutti gli italiani sono artisti e dobbiamo esserne orgogliosi, la furbizia di un imprenditore sta nell’assorbire il più possibile dagli altri mantenendo le proprie specificità. Io posso tranquillamente invitare dei cinesi a visitare la mia azienda perché ciò che conta non è riproducibile: è la nostra storia“. Io volevo solo dire questo, che questa concezione positiva ci viene da una tradizione, ci viene da una storia. Questa idea del bello è una qualità che abbiamo nel sangue, soprattutto noi italiani, perché noi riusciamo a coniugare persona, azienda e società come nessun altro riesce a fare nel mondo. Questa è la cultura che dobbiamo tenere presente, perché si uscirà dalla crisi credendo profondamente nella propria identità. Questo era solo un’idea di cosa ha voluto dire per noi questa idea di antropologia.

CAMILLO FORNASIERI:
Adesso chiederei Giuseppe De Lucia Lumeno di intervenire, riprendendo anche lui questa domanda finale che riguarda il soggetto che siamo.

GIUSEPPE DE LUCIA LUMENO:
Spero di farmi comprendere, perché io mi scuso ma la mia voce strutturalmente è questa. Non ho la voce potente di Carvelli e del professor Pelanda, però proverò a dire qualcosa in maniera molto sintetica, d’altronde la bellissima canzone di Fiorella Mannoia dice che “Chi parla piano ascolta l’infinito”. E c’è bisogno proprio d’infinito per parlare di quella che sarà l’Europa. Non per quello che è l’Europa, perché altrimenti mi dovrei limitare a leggere quanto scrisse Churchill nel ’46, in un bellissimo discorso all’Università di Zurigo, che iniziava dicendo: “Oggi vorrei parlarvi della tragedia dell’Europa”. Non è cambiato molto rispetto allora. Siccome però l’intervento è molto bello, lo leggerò lo stesso, tanto porta via qualche minuto. Prima però della domanda del coordinatore vorrei rispondere alla domanda di Carvelli che parlava di verità. E per essere veritieri bisogna dire prima come si pensa, no? Come nel gioco del bridge o nel gioco del poker. Chi mi conosce lo sa, io sono un euro-scettico, non sono un euro-contrario, perché questa Europa così come si è formata non mi piace. Non mi piace perché è un’Europa che omologa, che non accetta la biodiversità. Ed è mia convinzione che la democrazia politica sia un bene supremo del Paese, ma non esiste democrazia politica se non esiste democrazia economica. Io in questo libro ho creduto, ho talmente creduto che ho scritto anche una parte, quella riguardante naturalmente il sistema bancario, nella fattispecie le banche popolari. Ci ho talmente creduto che ne ho comprato anche duecento copie e le ho distribuite agli amici, perché sicuramente valeva la pena. Ma non tanto per il titolo del libro, ma quanto per il sottotitolo: “Che Europa noi vogliamo? In quale Europa noi crediamo?” L’Europa in cui credo io è l’Europa dei grandi intellettuali, anche se hanno una formazione diversa dalla mia, ed è l’Europa di Derrida, l’Europa di Habermas, l’Europa di Krugman, quando pensano che l’Europa abbia delle idealità da esportare nel mondo, e che abbia due basi di riferimento: lo Stato sociale e il lavoro. Se questo non esiste, l’idea primordiale di Europa, l’ideale di Europa è un’idea tradita. Questa non è un’Europa, questo libro è importante per i contenuti, ma anche perché ha avuto il coraggio di parlare dell’Europa. È bene che se ne parli dell’Europa, perché diventa come una giaculatoria, cioè ricorda a noi che un giorno vivremo, i nostri figli o i nostri prossimi, i figli dei figli probabilmente vivranno in Europa. Dobbiamo crederci, dobbiamo essere tenaci. Dobbiamo fare un po’ come gli ebrei, che ogni anno incontrandosi ricordavano che il prossimo anno sarebbero stati a Gerusalemme. Hanno aspettato duemila anni, ma alla fine ci sono riusciti. E anche noi, ogni volta che ci incontriamo, dovremmo salutarci ricordando l’Europa. Ci arriveremo forse tra duemila anni, ma sono sicuro che ci arriveremo. Quale Europa? Ho letto recentemente uno sfogo di Koll che diceva: “L’America mi sta rovinando l’Europa”. Vorrei dire: “Caro Koll, quale tua Europa? La nostra Europa, l’Europa dei nostri figli, è l’Europa dei nostri ideali, è l’Europa in cui ognuno di noi deve crescere perché sa che comunque è una strada obbligata”. Krugman che sempre ha creduto nei valori fondanti dell’Europa, lo Stato sociale e il lavoro, dice: “Benissimo, se la moneta unica divide, non importa, lasciamola, salviamo però i valori fondanti dell’Europa, lo Stato sociale ed il lavoro, perché dobbiamo decidere un giorno se è l’economia al servizio dell’uomo o è l’uomo al servizio dell’economia”. Ma noi non ne usciamo con i tecnici. Ora il professor Pelanda non me ne voglia perché lui non è un economista ma è uno stratega internazionale, quindi anche economista, però, per ben due volte, la Regina d’Inghilterra si è chiesta a che cosa servono gli economisti se non sono in grado di capire le crisi. Anche la signora Merkel tre giorni fa, rivolgendosi all’Associazione Economisti Tedeschi si è chiesta a che cosa servono gli economisti. Prima di loro c’era stato Napoleone che aveva detto: “Io nella mia vita ho sempre dato un senso al lavoro, ho sempre capito che cosa facevano gli altri, ma non ho mai capito che cosa avrebbero fatto, a che cosa servono i filosofi”. Adesso c’è un passo avanti, tutti noi ci chiediamo a che cosa servono gli economisti. Perché il problema dell’Europa non è l’economia, non sono i tecnicismi, sono gli elementi ideali. Ora vorrei parlare di Giovanni Paolo II, vorrei parlare dei signori Vescovi tedeschi che pensavano di fare cattedrali europee senza aver capito che il Vangelo ha un ruolo marginale nella nostra vita. Però finisco leggendovi, perché io sono un po’ giapponese, è inutile dire cose che gli altri hanno detto meglio di me, quello che Churchill ha detto nel 1946, a dimostrazione che nulla è cambiato, che gli ideali non hanno temporalità, per cui possiamo anche aspettare qualche centinaio di anni perché l’Europa degli ideali veramente si realizzi.
“Vorrei parlarvi oggi della tragedia dell’Europa. Questo nobile continente, comprendente nel suo insieme le regioni più eque e colte della terra, che gode di un clima temperato e uniforme, è la dimora di tutte le razze originarie del mondo occidentale. E qual è la condizione in cui l’Europa è stata ridotta? Alcuni degli Stati più piccoli hanno sì avuto una buona ripresa, ma in vaste regioni grandi masse tremanti di esseri umani tormentati, affamati, angosciati e smarriti guardano atterriti le rovine delle loro città e delle loro case e scrutano il buio orizzonte nel timore che porti con sé nuovi pericoli, una nuova tirannia o un nuovo terrore. Tra i vincitori c’è una Babele di voci, tra i vinti il cupo silenzio della disperazione. Eppure esiste lo stesso un rimedio che, se venisse generalmente e spontaneamente adottato, trasformerebbe come per miracolo l’intera scena, e renderebbe in pochi anni l’intera Europa, o gran parte di essa, libera e felice com’è la Svizzera oggi. Qual è questo rimedio sovrano? Esso consiste nella ricostruzione della famiglia europea, o quanto più di essa è possibile, e nel dotarla di una struttura nella quale possa dimorare in pace, sicurezza e libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa”.
Ecco finisco ricordando che abbiamo fatto molti sforzi, che molte persone si sono impegnate, che molte persone hanno dedicato la loro vita ma a distanza di più di 50 anni, dobbiamo dire, io non vi parlo della tragedia d’Europa, io vi parlo dell’Europa che sarà, quella degli ideali, di uno stato sociale e del lavoro e anche di un’Europa che sia una famiglia e non posso accettare che la signora Merkel dica che l’Europa non può essere solidale, perché se l’Europa non è solidale, qualcuno mi deve dire che cos’è questa Europa. Forse agli economisti va bene che sia una sommatoria di Stati, di popolazioni, di mercati, ma perlomeno l’Europa, come ricordava Giovanni Paolo II, ha un collante e non lo diceva Giovanni Paolo II ma lo diceva Goethe, ed era il senso dell’appartenenza cristiana. La lingua dell’Europa non è l’inglese come ha detto un olandese a suo tempo, la lingua dell’Europa è il cristianesimo. Ora dirò una cosa che potrà anche non piacere: questa Europa che io immagino e che spero di vedere dall’alto, fra duemila anni, questa Europa sarà cristiana o non sarà. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Molto, molto, molto bello. Carlo Pelanda, una sorta di riflessione e prospettiva finale.

CARLO PELANDA:
Grazie. Buonasera a tutti. Ecco, mi permetto di parlare non tanto come Professore in materie economiche e geopolitiche, però essendo d’accordo, molto d’accordo con l’introduzione fatta dal professor Vittadini, al riguardo dell’analisi del problema, permettetemi di cercare di delineare delle soluzioni non tanto come Professore ma nella mia veste di Presidente di uno dei più grandi gruppi di Fondi d’investimento italiani e vi propongo come gioco, come filo conduttore, la domanda che ci poniamo noi, cioè: “Riusciremo tra 30 anni, 20 anni a pagare le pensioni, cioè a dare alle persone e ai risparmiatori che mettono i soldi nei Fondi, riusciremo a pagare?” Ecco, la risposta non può essere una profezia ma l’analisi tecnica deve portare a definire a quali condizioni riusciremo a pagare le pensioni che sono adesso oggetto di risparmio e che sono soldi che ci vengono affidati. Allora, analisi geopolitica. In uno scenario di tipo finanziario di questo tipo come definisco l’Europa? Non è mai esistita l’Europa, non c’è un concetto organico di governance che si può chiamare Europa. Che cos’è prima la Comunità europea e poi l’Unione europea? Mah, è un’alleanza dominata da nazioni, quelle principali hanno sempre considerato l’alleanza europea come un moltiplicatore della forza nazionale. La Francia, sconfitta malamente nella seconda guerra mondiale e soprattutto nelle guerre di decolonizzazione, mantenendo l’ambizione di bilanciare l’impero anglofono, gli imperi che parlano inglese, ha detto con De Gaulle nel 1963: “La Francia ormai è troppo piccola e debole, quindi ha bisogno di essere più grande, allora – dice – facciamo l’Europa”. La Francia così prende il dominio dell’Europa. Il secondo potere continentale era la Germania, indebolita, ben felice di essere in un ruolo di numero due per favorire poi il suo progetto nazionale di riunificazione. L’Italia, pensa sempre De Gaulle, la sbattiamo fuori dal Direttorio europeo formato nel 1957, perché da un lato troppo vicina agli americani, dall’ altro ha troppo partito comunista dentro. Costruiamo questa Europa in una forma diciamo di sistema, che sia in grado come terza forza, di bilanciare il potere americano e di poter parlare con l’Unione Sovietica di allora. Quindi, il progetto europeo è un progetto nazionale francese combinato col progetto nazionale tedesco e così resta, cioè l’Europa viene valutata tecnicamente nelle porte chiuse dei ministeri degli esteri e dei “think tank” dei governi come un moltiplicatore della potenza nazionale. Quindi pensare a un’Europa dove le nazioni principali cedano sovranità a un agente europeo è assolutamente illusorio. E’ anche ridicolo che uno pensi a una cosa del genere, infatti anche rischiando di irridere persone che non meritano l’irrisione, c’è una domanda da farsi in Italia: “Come mai le liti italiane hanno sempre parlato di un’Europa che non c’è, scambiando la retorica che si usa nei linguaggi di alleanza per sostanza, per realtà?”. Perché c’era un’utilità politica. Mi ricordo quando ero consigliere del Ministro degli Esteri Andreatta e soprattutto consigliere di Cossiga, che fondamentalmente questi politici democristiani dell’ultima generazione democristiana, che erano molto competenti, molto capaci, dicevano: “Noi non riusciamo a governare e quindi è meglio che governi Berlino”. Non riuscivano a governare l’Italia e quindi l’Europa è stata utilizzata come vincolo esterno per far fare delle cose che il sistema politico italiano non riusciva a fare. Ecco, questa situazione di impotenza è stata trasformata in una dottrina chiamata “eurolirica”. Ora la prima cosa da fare, non so, in un’analisi, per rispondere sempre alla domanda con la quale ho iniziato, è chiedersi di quale Europa stiamo parlando. E’ un’Europa che non diventerà mai Stati Uniti d’Europa, perché le potenze principali non hanno alcuna voglia di farlo. E quindi è un’Europa che in qualche modo dovrà, per riuscire a stare in piedi, comporre, riuscire a comporre delle sovranità. Lo dico solo io qui come battuta esotica? No! Vorrei citare Mario Draghi in un discorso a Londra di un mese fa. Avendo la politica monetaria dei limiti, particolarmente in Europa che ha Stati socialisti dove la trasmissione di uno stimolo monetario per la crescita è interrotta da modelli economici del tutto inefficienti, ecco, che linguaggio ha usato Draghi? Sovranità condivise; sovranità condivise significa: dobbiamo trovare un modo per armonizzare meglio le sovranità, ma se voi fate attenzione questo linguaggio non è un linguaggio da Stati Uniti d’Europa. Quindi avete un presidente della BCE che dice: “Non si farà mai l’Unione europea, non è che ha invocato una governance europea, una politica economica di tipo unico che possa bilanciare il fatto che ci sia una moneta unica e quindi ridurre quelli che sono chiamati in gergo gli “shock asimmetrici”, le differenze eccessive tra un territorio e l’altro dell’eurozona. Ecco. Quindi, noi abbiamo di fronte un’Europa che sappiamo non sarà mai l’Europa che viene lirizzata anche con punte di ridicolo dal romanticismo politico italiano. Questa è una brutta o una cattiva notizia? Beh, è una notizia, è un fatto. Insomma, per pagare le pensioni tra 30 anni ho bisogno che ci sia un’Europa, sicuramente ho bisogno che ci sia l’euro, che ci sia l’eurozona perché se l’euro va a farsi benedire, le pensioni saranno annullate molto prima dei prossimi 30 anni. Quindi ho bisogno che l’eurozona resti. Giustamente nel libro viene detto: “Non è possibile fare un sistema se non c’è un’identità forte”, questo lo sappiamo tutti. C’è solo qualcuno istruito nelle università italiane, che sono dense di pensiero illusorio, comunistoide o marxista, che ritiene che i fondamenti di un sistema sociale o economico sia solo l’economia. Non esiste questo. Meno ovvio è capire tempo per tempo nella storia quale sia il fondamento su cui possiamo giocare per tenere insieme un sistema che è ad alto rischio di frammentazione. Nello specifico l’Europa è ad alto rischio di rinazionalizzazione, perché è un’alleanza tra nazioni, tra nazioni tra l’altro con progetti nazionali piuttosto forti. Per inciso, l’Italia non ha un progetto nazionale, dopo l’otto settembre del ’43 non ha mai ricostruito lo Stato nazionale, la sua Costituzione ha creato una forma di governo orizzontale, non verticale, qualora avesse anche una buona idea, un governo non riesce ad applicarla, quindi è uno Stato che non è mai nato, che deve ancora nascere e forse per questo è stato più aperto ad un’identità non italiana ma europea, perché non aveva un’identità italiana. Ma questo è un discorso di un altro libro. Ora, la domanda tecnica è: “Dove troviamo l’identità che serve a tenere in piedi questa piccola parte del mondo, cioè la parte occidentale del territorio eurasiatico?”. C’è un’identità, cioè, devo cambiare il livello d’identità che non può essere quella europea, perché nessuno la sente, cioè nessun europeo sente un’identità europea. Ma quale identità sentono gli europei? La stessa che sentono gli americani, cioè l’identità di essere Occidente, di essere una civiltà con fattori di descrizione molto precisabili e molto diversi da qualsiasi altro sistema nel pianeta. Chiamiamola, banalizzando, l’aera del capitalismo democratico, che si contrappone a quella del capitalismo autoritario, per esempio la Cina. Bene, esiste l’area delle democrazie: America, Europa e le ex colonie anglofone. Questa è un’area territoriale molto precisa, ha interessi comuni perché ha un modello in qualche modo comune che è quello del capitalismo democratico. E quindi, dico, benissimo, siccome non posso progettare dall’interno dell’Europa un’identità che tenga insieme l’Europa, devo trovare un modo per agganciare l’Europa all’America e al resto delle democrazie. Ora, questo è un discorso di tipo illusorio oppure c’è qualcosa di concreto in atto che permette di sperare che ci possa essere questa soluzione? No! C’è una cosa concretissima, che è il negoziato corrente, l’accordo di libero scambio, che però in realtà è un accordo di mercato unico, si chiama TTIP in inglese, che significa Accordo Transatlantico Commerciale e d’Investimento, e che ha raggiunto già il sesto round, mi sembra, che è un po’ rallentato da alcuni problemi di divergenza tra Unione europea e Stati Uniti, dove il trattato ha come soggetto gli Stati Uniti d’America da un lato e dall’altro lato ha l’Unione europea. Ora l’Unione europea che non funziona però per queste cose è utile perché le nazioni dell’Unione europea hanno accettato di prendere nei loro ordinamenti nazionali gli accordi che l’Unione, la Commissione europea fa per tutti verso l’esterno. Per esempio, un trattato simile con il Canada tra Unione Europea e Canada è stato splendido, ha abolito il 99% delle barriere tariffarie. Vedo Domenico Lombardi che dirige il più prestigioso “think tank” canadese che sorride e annuisce e questo mi fa piacere. Ecco, e questa roba significa business, significa possibilità di crescere, significa anche nell’inefficienza incredibile che hanno i nostri sistemi socialisti di poter far respirare di più la nostra impresa. Quindi, la possibilità dell’Europa è fuori l’Europa, l’identità dell’Europa è oltre l’Europa, l’identità occidentale è certamente cristiana e anche se gli europei se ne sono dimenticati, chissenefrega. Il problema è non ancorarsi a continuare le lamentele. Sono vent’anni che sento le lamentele sul fatto che l’Europa non c’è, ma questo è irrilevante, l’importante è che ci sia l’occidente e che si riconosca qual è la configurazione dell’Europa possibile e trasformarla in Europa utile per tutti. Se l’Europa è un moltiplicatore, è considerato da ogni nazione un moltiplicatore della potenza nazionale perché le nazioni sono piccole, benissimo, facciamo un’Europa che sia utile per tutte queste cose qua, che non è un’Europa Stati Uniti è un’Europa, è un’alleanza, è tipo la comunità europea che dice: “Qui c’è un vantaggio per tutti, facciamolo”. Quindi direi: ridurre l’ambizione del progetto europeo, aumentare la capacità dell’Unione europea di fare accordi, in particolare con l’America, e permettetemi però di finire, scusatemi se sto sforando di qualche secondo. Basterebbe questo per riuscire a pagare le pensioni tra 30 anni? Beh, avremmo la probabilità dell’80%, perché se si fa l’accordo di mercato unico con l’America in una prospettiva ventennale, euro e dollaro vanno insieme, diventa il pilastro e la forza più potente del pianeta e il capitalismo democratico potrà resistere alle sfide militari ed economiche delle potenze emergenti autoritarie, tipo la Cina e tipo queste cose strane jihadiste che si stanno formulando. Quindi dove c’è il potere, c’è il soldo e quindi la probabilità aumenta. Però manca ancora qualcosina: non possono più esistere i Welfare State assistenziali francese, tedesco e italiano, non è proprio più possibile sul piano tecnico, sono modelli che dai primi anni ’90 finanziano le garanzie che hanno generosamente promesso a debito, però fondamentalmente sono mancati i soldi. Perché? Perché i debiti hanno viaggiato molto alto, ecco, sono più di vent’anni, quasi trenta, che le garanzie sociali, l’assistenza, le tutele, i mercati protetti, le burocrazie e gli apparati vengono finanziati con debito. La spesa pubblica in tutti questi sistemi ha diversi livelli di produttività ma in tutte e tre le nazioni è inaccettabile. Quindi questi modelli nazionali non possono più andare avanti. Quindi se c’è da fare una cosa di livello europeo è trovare una nazione, Francia, Germania e Italia che per prima faccia quello che ha fatto il Regno Unito tre anni fa: ha tagliato di 100 miliardi la spesa pubblica, ha preso un terzo degli impiegati dipendenti pubblici e gli ha detto: “Andate a lavorare sul mercato”, però ha anche abbassato le tasse permettendo al mercato di crescere e di assorbire quelli che cambiavano posizione. Adesso il Regno Unito cresce al 3% e non solo grazie alla piazza finanziaria di Londra ma grazie alla manifattura che si riprende, agli investimenti stranieri che vengono. Quindi, quello che manca nel progetto di riuscire a pagare le pensioni tra trent’anni, ed è la parte più difficile, è capire dove concentrare l’attenzione, non sull’Europa, un’Europa illusoria che francamente non vedo, ma su quale di queste tre nazioni per prima darà l’esempio riuscendo a fare un’operazione all’inglese. Ecco e vi lascio con una battuta divertente: la Francia non esiste che possa farla, perché la Francia fondamentalmente è Parigi e tutto il resto una zolla, quindi c’è un tipo di antropologia economica dove il trasferimento della responsabilità di gestire i propri destini di sopravvivenza, in Francia, dallo Stato all’individuo, è interrotta da una profonda incompetenza sociale diffusa. Senza una tutela dello Stato, il francese non sa cosa cavolo fare, il 15% della popolazione sì e no sa cosa fare, il resto o prende le armi o va a battere o va a ubriacarsi.
In Germania è più o meno lo stesso, l’attivismo individuale, eccetera, è molto limitato, le persone hanno bisogno di lavorare ed operare entro grandi apparati sociotecnici, hanno bisogno di sistemi gerarchici di tipo socialista o statalista. Quindi non riusciremo a liberalizzare Francia e Germania. L’Italia. Eh, l’Italia, da un lato potrebbe trasformare in vantaggio quello che è il suo svantaggio, non ha uno Stato, ha una politica molto frammentata, ha un sistema enormemente disordinato, però che cosa ha? Ha una società molto diversa da Francia e Germania fino al punto da dire che l’Italia di europeo ha pochissimo. Ce l’ha di più il nordest italiano, ma perché? Perché fondamentalmente ha una base di prassi sociale austroungarica o il nordovest perché è francesizzato, ecco, però neanche tanto; è un mondo a parte l’Italia, dove gli antropologi ci dicono che il tratto che prevale è quello dell’ “anarcocapitalismo”: individualisti, bastardi, disordinati, persone strane gli italiani, però hanno una cosa che in Francia e Germania non si trova, una fortissima capacità individuale di gestire i propri destini individuali. Quindi la battuta e la buona notizia che vi lascio è che l’Italia è l’unico Paese continentale dove si potrebbe sperimentare un trasferimento veloce dal welfare assistenziale ad un welfare di investimento, togliendo le tutele e dando più libertà agli individui. Se riusciamo a fare una cosa del genere sarà proprio questo tipo di esempio che poi muoverà per imitazione il resto d’Europa. Ecco, in questo senso vi lascio con una battuta ottimistica, anche se queste parole cominciano a muovere qualche bottone rivoluzionario. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Ringrazio tutti gli intervenuti e concludo con una citazione fatta da Sapelli, che appunto avremmo voluto anche avere qui tra noi per la cara amicizia che ci lega, citazione in cui riportava una frase molto interessante di Helmut Smith, che diceva recentemente alla Merkel: “Non dobbiamo stare dentro l’Europa, no, noi dobbiamo stare dentro l’Europa e non sopra l’Europa” Questo stare sopra è ridurre tutto a livello di un’analisi astratta anziché vivere, incarnare un ideale tutti i giorni. Grazie quindi a questo lavoro, a questo contributo, a tutti i relatori.

Invito alla lettura: Quale futuro per l'Europa? Percorsi per una rinascita

Data

26 Agosto 2014

Ora

17:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3