INVITO ALLA LETTURA. PENSIERI IMPROVVISI con ULTIMI PENSIERI

Presentazione del libro di Andrej Sinjavskij (Ed. Jaca Book). Partecipano: Luca Doninelli, Scrittore; Giovanna Parravicini, Fondazione Russia Cristiana. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Cominciamo questa ultima proposta di lettura di oggi con un grande libro che Jaca Book ha editato nel corso di questo 2014, Pensieri improvvisi con Ultimi pensieri di Andrej Sinjavskij. Originale testo pubblicato alla fine degli anni ’60, a cui si sono aggiunti Ultimi pensieri, un breve saggio di fine anni ’70. Questa dunque è una riattualizzazione del famoso testo Pensieri improvvisi di Sinjavskij che presentiamo oggi con Giovanna Parravicini, che ci racconterà un po’ l’epoca, il periodo, la genesi di questo testo, e con Luca Doninelli, scrittore di cui abbiamo presentato oggi il suo ultimo libro per Bompiani, che ci racconterà della sua lettura di questo testo e anche delle caratteristiche particolari che esso rappresenta. Pensieri improvvisi testimonia quelle relazioni personali così forti che alla fine degli anni ’60 intercorrevano tra alcuni amici di Jaca Book e Andrej Sinjavskij, il quale spedì questo testo ai suoi editori, come dice in una sua lettera del 1976, sotto lo pseudonimo di Abram Tertz, un nome e un cognome di stampo ebraico, con il quale lui aveva iniziato a firmare alcuni saggi e questo testo. In questa lettera dice che sono «pensieri con l’intendimento di lasciare di me stesso almeno dei rapidi appunti, capaci di definire i punti estremi della mia coscienza, quasi le sue coordinate, quelle coordinate entro le quali ero vissuto e avevo lavorato fino al momento dell’arresto». Abbiamo incontrato suo figlio quest’anno a Milano e la rivista Nuova Europa e Tracce hanno riportato l’intervista, dove appunto dice che per il padre la prigionia fu una grazia, il momento in cui fu costretto a riavvicinarsi al Mistero e a Dio, fino a dare del tu a Dio. Ecco. di questi temi vogliamo parlare con i nostri due ospiti, e iniziamo subito con Giovanna Parravicini.

GIOVANNA PARRAVICINI:
Io credo che il libro Pensieri Improvvisi di Sinjavskij sia sicuramente uno dei grandi libri del ventesimo secolo. Grande anche se di piccole dimensioni, ma grande per la definizione che, come abbiamo sentito, lo stesso autore ne ha dato: «Era un tentativo, un’esigenza per me, di trovare l’aria per respirare». Io penso che questa sia la prima caratteristica, il primo dono che in qualche modo la letteratura russa ha fatto al ventesimo secolo, in un’atmosfera in cui si soffocava. Siamo stati allevati in provette di vetro, in laboratori asettici perché dovevamo essere l’uomo del futuro, l’homo sovieticus, l’uomo nuovo, possiamo dire che questo esperimento è fallito, che è impossibile trasformare l’uomo di sempre, l’uomo eterno, nell’homo sovieticus. «L’aria per respirare», questa possibilità che l’arte non sia semplicemente un abbellimento della vita, un godimento estetico un po’ superfluo, che va bene per chi ha già tutto il resto, ma che sia veramente ciò di cui l’uomo può vivere e per cui vale la pena soffrire, a volte e morire, questo è veramente una scoperta che la letteratura russa, credo in modo abbastanza unico al mondo, fa nel ventesimo secolo. Non dimentichiamo che il dissenso, in Unione Sovietica, nasce nel 1958 e non nasce come protesta. I dissidenti in Russia non si chiamano dissidenti, ma si chiamano coloro che sono diversamente pensanti, coloro che la pensano in un modo diverso, e quindi sono una proposta alternativa.
Qual è il tema, cosa viene messo a tema in questa loro proposta di vita e di cultura? Viene messa a tema la bellezza. Un gruppettino di ragazzi si ritrova intorno al monumento del poeta ribelle, Majakovskij, inaugurato nel ’58 e cominciano a recitare poesie, poesie ufficiali, poesie di Majakovskij, grande poeta che il regime era riuscito a ingabbiare e che poi a un certo punto, non sostenendo più questa parte, si suicidò o “fu suicidato”, a seconda delle varie versioni. E poi cominciano a leggere i classici, e poi cominciano a leggere poesie di poeti che erano stati emarginati, che erano morti nei lager, come Mandel’štam, e quindi grandi poeti del Samizdat, e poi cominciano a leggere le proprie poesie. E questa è stata la prima fase del dissenso.
Una seconda fase ci viene proprio da Sinjavskij e Daniel, due giovani autori che avevano cominciato a pubblicare all’estero, sotto falso nome, sotto uno pseudonimo, e che a un certo punto vengono arrestati. Il potere li arresta non perché in questi loro scritti all’estero avessero espresso delle particolari idee anti sovietiche o delle particolari concezioni politiche diverse o avverse al regime, ma proprio perché parlavano in modo libero, in modo vero, in modo umano, e questo era il più grande affronto che si potesse fare al regime. Dunque Sinjavskij e Daniel vengono arrestati nell’autunno del 1965 e il loro arresto segna un punto fondamentale per l’Unione Sovietica. Per tanti anni, per tanti decenni, non appena una persona veniva arrestata, su di lei immediatamente cadeva il sospetto “chi sa cosa avrà fatto?”, “ma se l’hanno arrestato qualche cosa avrà pure fatto!”. Su questo giocava lo stalinismo. Tutti erano convinti, o consapevoli, di essere stati arrestati ingiustamente, ma pensavano che il loro vicino, il loro parente, il loro collega invece no, perché Stalin non poteva sbagliare. Quando il potere sovietico decide di fare un processo esemplare nei confronti di Sinjavskij e Daniel, e quindi di accusarli in modo chiaro, aperto, di essere degli scrittori anti sovietici, di denigrare il proprio Paese e così via, Sinjavskij e Daniel non solo non si riconoscono colpevoli ma ingaggiano una discussione, una discussione in cui viene rimessa a tema l’umanità, la sua libertà, la sua possibilità di espressione.
Che cosa è l’uomo? L’uomo è la sua libertà, come diceva Dostoevskij quando dava la famosa definizione: ogni cosa nel mondo ha una sua definizione, ha una sua regola, la formica, nei secoli, nei millenni costruisce il formicaio ed è questa la sua regola; l’ape costruisce l’alveare, ma l’uomo, l’uomo è la sua libertà. Ed è esattamente questa la battaglia che Sinjavskij e Daniel fanno e di fatti, mentre vengono condannati, Sinjavskij a sette anni di lager e Daniel a cinque anni, riportano, però una grande vittoria morale, perché per la prima volta, nonostante tutte le campagne stampa del regime, è chiaro agli occhi dell’opinione pubblica, non solo all’estero ma anche in Russia, che i vincitori morali sono loro, è questa umanità che esce vittoriosa. È impressionante innanzitutto come proprio nel Dicembre del 1975, per la prima volta, in Piazza Puškin, nel centro di Mosca, scendono in piazza studenti e professori dell’Università statale di Mosca, distribuendo un volantino che rievoca le illegalità sanguinose del passato e che per la prima volta invoca la glasnost, cioè la trasparenza nei processi giudiziari. Non solo, ma pochissimi mesi dopo, all’inizio del ’66, quindi parallelamente con il processo, il solito scrittore sovietico, Michail Šolochov, fa una terribile requisitoria contro Sinjavskij e Daniel e dice che le cose sarebbero andate ben altrimenti se «fossero saltati fuori due mascalzoni in mala fede come questi nei memorabili anni ’20, quando si giudicava senza il vincolo severo degli articoli del codice penale, ma lasciandosi guidare dalla coscienza rivoluzionaria della giustizia». Infatti, una delle grandi scoperte del diritto sovietico era questa, che era stata abolita una giustizia legale, erano stati aboliti i tribunali e bastava un tribunale rivoluzionario, la Troika, che poteva condannare, giudicare e condannare, secondo la coscienza politica, quindi secondo tutto il proprio libero arbitrio. Però la cosa nuova è che a queste espressioni così veementi e così feroci, efferate, di questi scrittori ufficiali, risponderà Lidija Čukovskaja. Non c’è più il silenzio, non c’è più la paura, non c’è più il dire “beh insomma, però non si può parlare”.
Lidija Čukovskaja gli risponde, in una lettera aperta che si diffonde attraverso i canali del Samizdat, quindi della letteratura ufficiale, e dice: “Il tribunale non ha poteri sulla letteratura. Alle idee devono contrapporsi altre idee e non i lager e le prigioni. La storia non dimenticherà il suo infame discorso, quanto alla letteratura, essa saprà vendicarsi da sé, come si vendica di tutti coloro che si sottraggono ai pesanti doveri che essa impone. La condannerà alla pena massima per un artista, la sterilità, e non ci saranno onorificenza, denaro, premi letterari nazionali o internazionali, capaci di allontanare dal suo capo questa condanna”. Cioè, la verità si impone grazie alla forza della verità stessa. Questo era diventato una coscienza, veramente una coscienza vittoriosa, una novità che fino a quel momento in Unione Sovietica non c’era e che questo processo di Sinjavskij e Daniel segna. E ancora, per dare un’idea di quello che rappresentava proprio in quei mesi, nel mondo sovietico di allora, il coraggio di questi due poeti, scrittori, al processo, riporto le parole di Varlam Šalamov, un grandissimo poeta e narratore del lager, che era vissuto per anni, nell’ultimo cerchio dell’inferno concentrazionario alla Kolima, cioè nelle miniere d’uranio e d’oro dell’estremo oriente, della estrema parte orientale della Siberia. Scrive Šalamov: “Sono stati i primi ad accettare la lotta dopo quasi cinquant’anni di silenzio. Il loro esempio è grande, il loro eroismo indiscutibile.
Sinjavskij e Daniel hanno rotto l’obbrobriosa tradizione dei pentimenti e delle confessioni. Come hanno potuto fare tanto? Pensa, vecchio compagno, nel coraggio di Sinjavskij e Daniel, nella loro nobiltà d’animo, nella loro vittoria c’è anche una goccia del nostro sangue, del tuo e del mio, e delle nostre sofferenze, della nostra lotta contro le umiliazioni, la menzogna, gli assassini e i delatori d’ogni risma”. Ecco, questo libro è ciò che Sinjavskij scrive e che consegna, dicendo “nel caso che io venga arrestato, pubblicatelo! Questa per me è l’aria per respirare!”. Quindi potete immaginare in questo libretto cosa ci fosse di così prezioso, di così importante, tale per cui lui diceva “se non restasse nulla di me, ecco, io vorrei che restasse questo”. Un’eredità, un testimone consegnato, che veramente in quegli anni aveva il sapore non dico del sangue ma comunque delle lacrime, della sofferenza, di una vita veramente spesa e data. Spesa e data ripeto per una bellezza che è lo splendore del vero, è la connotazione della moralità, una bellezza in cui si sommano insieme il bello, il vero e il giusto. A me fa impressione che esattamente dieci anni, no, sette, nove anni dopo, nel 1974, anche Solženicyn faccia la stessa cosa, quando dopo aver pubblicato, dopo aver scritto L’arcipelago gulag, viene braccato, sa che potrebbero arrestarlo da un momento all’altro e lascia anche lui un libretto, dicendo “se mi arrestano, pubblicatelo!”. E questo libretto si intitolerà Vivere senza menzogna.
Allora che cosa c’è di così essenziale, che cosa c’è di così fondamentale in questo libretto? Comincio e dico due cose di quello di Solženicyn. “Vivere senza menzogna. Non c’è niente da fare. L’esistenza determina la coscienza, noi cosa centriamo? Non possiamo fare nulla. Così dicono tutti. Invece possiamo tutto! Non è affatto colpa loro, è colpa nostra, soltanto nostra! È proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini con la mia collaborazione”. Se avete presente, in termini analoghi parla il famoso fruttivendolo del Potere dei senza potere di Havel, che a un certo punto fa un gesto piccolissimo, quasi insignificante: rifiuta di mettere fuori il famigerato cartellino “proletari di tutto il mondo unitevi!”. Un gesto da nulla, perché la massaia che va a vedere la frutta e la verdura si interessa se sono aumentate le patate, non “proletari di tutto il mondo…”, sa benissimo che sono delle fandonie. Ma questo suo gesto, questo suo estromettersi dal mondo della menzogna per entrare nel mondo della verità, ha un valore dirompente enorme, perché ti fa dire che allora quel mondo di cartapesta, che l’ideologia si era costruito, dove c’era dappertutto “il lavoro rende liberi, “siamo tutti uguali”, “gloria al lavoro”, eccetera eccetera, quel mondo di cartapesta è di cartapesta. Queste pareti di carta crollano, e ritorna l’uomo. Non l’umanità tronfia, orgogliosa dell’uomo sovietico, di questi kolchoziani, di questi operai che mostrano i muscoli, ma questa umanità, oggi ne parlava Filonenko, questa umanità ferita, umiliata, fragile, in cui vive il dolore, la gioia, il pentimento, il ringraziamento, in cui vive cioè tutta quella passione, quella grande forza della umanità e di questo mistero da cui l’umanità esce e verso cui questa umanità va.
Ricordando il contesto, e quindi questo contesto di essenzialità della parola, dei Pensieri improvvisi, io vorrei ricordare anche un altro elemento di questo contesto. Abbiamo parlato fino ad adeso del dissenso, abbiamo parlato fino adesso di una lotta che è diventata anche una lotta politica, ma io vorrei parlare anche di un altro grande poeta, che in qualche modo è il maestro e il padre anche, per certi aspetti, di Sinjavskij, e cioè Pasternak.
Che cosa hanno in comune Sinjavskij e Pasternak? Se con Solženicyn hanno in comune proprio questa idea dell’essenzialità, dell’essere veri di fronte a un mondo che è assolutamente falso, fasullo, ideologico, con Pasternak io direi che Sinjavskij ha in comune il senso del meraviglioso. Del meraviglioso nel senso che tutto è donato, “pensieri improvvisi” sono innanzitutto i pensieri che sorprendono inaspettati, che sorprendono e che stupiscono l’uomo stesso. Che cos’è l’arte? L’arte è un dono che l’artista riceve, cioè che mi piace più di tutto, mi faceva notare prima Doninelli, eppure ciò che più di tutto mi piace è la neve. Niente come la neve è un dono, che d’improvviso ti trovi lì, che l’altra sera, che ieri sera non c’era, poi ti alzi al mattino, guardi fuori dalla finestra e vedi questo biancore, questa verginità, questa purezza. Oppure gli alberi che ci sono e basta, Dio li guarda e basta, tutto è finito.
La legge della vita non è la media statistica, la legge della vita è la stranezza, è l’unicità, è l’irrepetibilità. Di fronte alla massificazione del realismo socialista, dove gli scrittori sono gli ingegneri delle anime e dove non c’è spazio per la fantasia, perché la tesi è data e tu devi praticamente riempire il casellario e svolgere secondo trame già date, temi già dati, qui c’è tutta la sorpresa dell’arte che è un dono che tu stesso ricevi, e di cui tu riesci a registrare un pallido segno, il quale però immediatamente trova eco in altre e altre persone. Questo bello, questo meraviglioso, non è legato tanto e soltanto alla bellezza delle cose in sé, ma è legato al fatto, come diceva Pasternak. Che cos’è l’arte? È la vita attraversata da un raggio di forza. Quando lui a un certo punto si innamora e dice “di fronte alla forza e al senso dell’amore che vedevo, era molto meno reale il sole che sorgeva davanti a me o la città che si spiegava di fronte a me, proprio perché questo raggio di forza, questo raggio di bellezza, questo raggio del miracolo dell’arte è ciò che informa di sé anche la realtà più banale e la fa diventare unica”. E non è un caso che l’arte suprema sia l’arte della preghiera.
L’arte dell’ascesi è proprio l’arte delle arti, perché è l’arte che in qualche modo evoca e ci mette di fronte l’essenza stessa del miracolo. Questo è ciò che Pasternak vede, vive. Pasternak negli ultimi anni di vita subisce una gravissima persecuzione a causa del Dottor Zivago, che anche lui aveva pubblicato in Occidente, e quando lui muore, c’è una fotografia che è rimasta storica, di Sinjavskij e Daniel che portano il coperchio della bara. È una staffetta ideale. Siamo nel 1960, cinque anni dopo Sinjavskij e Daniel entreranno nel lager, entreranno in prigione, ma anche l’esperienza del lager, anche l’esperienza della prigione, impressionante l’intervista al figlio, è come attraversata da questo senso della bellezza, del meraviglioso. Tolstoj – di cui stiamo presentando in questi giorni la mostra – dice che una delle sue tecniche più amate di rappresentazione è la cosiddetta illuminazione, cioè quelle intuizioni che lo colgono di tanto in tanto e che gli fanno capire tutta la bellezza del reale. In Anna Karenina, c’è un passo in cui dice: “Quello che Levin vide quella mattina non l’avrebbe visto mai più”. C’erano dei bambini che andavano a scuola, dei piccioni che dal tetto volavano sul marciapiede, c’erano esposte delle ciambelle infarinate. E uno si chiede, ma cos’è questa visione così strana, così unica senza paragoni? Quella mattina Levin aveva saputo che la donna che lui amava lo corrispondeva e stava andando a chiedere la sua mano ai genitori. Ecco, dentro questo raggio di forza, che è l’amore, che è proprio il senso del compiersi della vocazione, il senso del compiersi della propria umanità, ogni aspetto del finito diventa il meraviglioso. In questo senso Sinjavskij ha questo sguardo fanciullesco, profondo, che attraversa tutta la realtà, e che è capace di vederla sotto questo raggio del meraviglioso, cioè di un miracolo che diventa quotidiano. Perché la vita è questo miracolo quotidiano attraversato dal raggio di un mistero che lo abbraccia. Ma io credo che adesso alla lettura più specifica del libro ci potrà aiutare Doninelli.

LUCA DONINELLI:
Grazie. Io ringrazio moltissimo Giovanna per questa bellissima introduzione. In realtà hai parlato magnificamente del libro, del contesto, hai detto parole importanti sulla natura dell’arte e della letteratura. Per cui in realtà mi vergogno un po’ a dire le poche, povere parole che dirò, però le dico per l’importanza e sarò breve perché non voglio neanche disperdere le cose che ho sentito e che abbiamo sentito tutti. Voglio solo portare una piccola testimonianza su questo fatto. Intanto vorrei dire che il lavoro che ha fatto Jaca Book in quegli anni – io ho la vecchia edizione del ’67 dei Pensieri Improvvisi di Sinjavskij – è incredibile. Oggi è difficile trovare un editore con lo stesso coraggio – perché questi erano dei pionieri, erano un po’ degli eroi che si muovevano sulle tracce di personaggi sconosciuti, assumendosi rischi enormi e tutto sommato non ricavandone poi né tutta questa gloria, né tutto questo denaro. Però ci hanno fatto conoscere una quantità di autori -. Oggi in qualunque libreria voi entriate trovate sempre gli stessi libri, sempre gli stessi autori. Curiosare in una libreria è diventata una cosa molto meno gustosa di tanti anni fa, perché oggi non fai più scoperte. Oggi alla fine compri l’autore che comprano tutti, leggi i libri che leggono tutti, tutti noi leggiamo in fondo gli autori reclamizzati sui quotidiani, quelli in classifica. Ma il piacere di una scoperta assoluta non c’è più, perché gli editori non possono neanche più permettersi di lavorare così, perché è cambiato il mercato, son cambiate tante cose.
E’ di un altro cambiamento però ciò di cui vorrei parlare. Per me l’incontro con questo editore e soprattutto con questo libro, Pensieri Improvvisi, è stato quell’evento che ha definito, ha determinato più di qualunque altro libro la mia posizione dentro la letteratura. La letteratura non è un mondo dorato, dove tutti si vogliono bene. Gli scrittori non vanno tutti d’accordo tra di loro. Non dicono le stesse cose. Se pensiamo per esempio quello che dice Dostoevskij su Turgenev e a come lo tratta, capiamo bene che rapporti intercorrevano e intercorrono tra scrittori. D’altronde Dante il limbo lo mette nell’Inferno. Quindi non c’è questo posto edenico, fintamente edenico, dove tutti sono buoni e bravi. Per cui tutti noi amiamo Dante e Petrarca, però quando devi far letteratura o la fai come Dante o la fai come Petrarca. Non puoi farla come tutti e due. È impossibile.
Io devo dire che proprio questa aria per respirare di cui abbiamo parlato molto stasera, io la intendo in un modo che riguarda primariamente il contesto in cui Sinjavskij scrisse questo libro che è tutt’altro che una miscellanea. Infatti mi correggeva Giovanna prima dicendo: “Pensieri Improvvisi non è una bella traduzione, perché la parola esatta sarebbe pensieri sparsi o disseminati”. Quale può essere la parola giusta? Quella che indica anche un consegnare, cioè qualcosa di cui si fa dono e uno scrittore di cosa può far dono? Di una sola cosa: di se stesso. Questo in realtà è un libro straordinariamente compatto. Non a caso lui dice: “Questo libro segna le coordinate essenziali della mia personalità”. Personalità è una parola che lui non ama molto. Lui dice che personalità è una parola molto capitalista. “Ogni individuo dotato di personalità è ripugnante se eccessivo. La personalità è sempre un capitale, anche se consta di virtù, di intelligenza e di talento. Cristo amò quelli che erano nessuno”. Questa idea dell’uomo non come un ripieno di cose, di genialità, è importante.
C’è un altro pensiero in cui parla del genio. “Figuratevi il genio nell’altro mondo. Corre da un angolo all’altro, all’Inferno, e vuole dimostrare a tutti che è pieno di talento”. Allo stesso modo uno dei pensieri che ho amato di più nella vita e che io porto dentro di me, è questo: “Un uomo diventa veramente vicino e caro quando perde le sue caratteristiche ufficiali: professione, nome, età. Quando cessa di dirsi perfino uomo e si rivela puramente e semplicemente il primo venuto”. Anche questo è interessante. Quando finalmente la finiamo con la teoria di che cosa un uomo deve essere, cosa deve dire, cosa deve fare, quali sono i discorsi giusti che può fare, quali sono i pensieri giusti che può avere, quali sono i secchi giusti di acqua gelata che si può tirare addosso e si rivela come il primo venuto. Il primo venuto cosa vuol dire? Un avvenimento. Il primo venuto è ciò che accade, il primo venuto, cioè Gesù Cristo. Quello che ti accade, non quello che ti si presenta con delle credenziali, con un pedigree, ma che ti si presenta con ciò che mi accade, anche se non piace alle accademie. Tu prima citavi Šolochov, premio Nobel 1964. Quindi era un premio Nobel che attaccava Daniel Sinjavskij. Quindi avevano preso un pezzo grosso. Infatti è per questo che poi la Čukovskaja risponde parlando anche dei premi, dicendo: “Tu puoi tenerti tutti i premi che vuoi, ma questa condanna ti resta. I premi poi si dimenticano”. Questo ha definito il mio modo di stare dentro la letteratura. Ci sono libri che ti costringono a decidere in che punto ti metti tu. Non perché scriveva dei piccoli testi, perché a me piaceva scrivere dei testi lunghi, ad esempio. Ma perché innanzitutto lui, testi lunghi, non li poteva scrivere. Lui scrisse i Pensieri Improvvisi quando era braccato. Lui poteva essere imprigionato da un momento all’altro. Lui tante volte sussulta nel timore che quella sia la volta in cui lo vengono a prendere. Poi viene quella volta lì. Ma quante volte avrà pensato: “Ecco, è giunto il momento”. Per cui è come un suo grande predecessore, che da un certo punto di vista possiamo dire che non centra niente con lui, mentre centra per esempio nell’immagine della neve, degli alberi:
Franz Kafka. Franz Kafka vive la sua prigionia in un altro modo, non è braccato da KGB o dalle autorità sovietiche, non è braccato da quell’ideologia lì, ma è strano come anche lui senta il bisogno, quando incomincia a scrivere un testo, di finirlo subito. L’ideale di Kafka era sempre quello di concludere in una sola volta quello che aveva cominciato a scrivere, di non lasciarlo a metà, anche se poi scriverà dei romanzi o pressappoco dei romanzi (perché sappiamo che poi non li finisce). Sono romanzi strani. È interessante e chiaro che lui abbia bisogno di scrivere dei testi che comincino e finiscano. È una necessità ben comprensibile. Come potrebbe fare un romanzo in un momento del genere? Sarebbe un atto di irresponsabilità. È come costruire un mondo coerente, un po’ parallelo, nel momento in cui questo mondo sta per ammazzarti. Nello stesso tempo, cosa fa lui? Proprio questa necessità della brevità gli fa avvicinare in una maniera impressionante la scrittura alla quotidianità. La scrittura diventa un modo con cui lui reperisce l’aria. Spero che sia chiaro a tutti cosa sia quest’aria per respirare. Perché è un problema che abbiamo anche noi! Non è che il potere non esista più. A differenza di quello che era un potere che vietava, era un tipo di potere più stupido di quello di oggi. Oggi il potere non ti vieta di fare le cose, oggi il potere te le vende queste cose. È un potere un po’ diverso. Ma voi non avete idea di quanto uno scrittore oggi sia tentato di entrare a far parte del club del cosiddetto pensiero unico, dove sulle cose secondarie ciascuno la può pensare a proprio modo, ma sulle cose fondamentali (la biotecnologia, i matrimoni gay o tutte queste cose) tu devi comunque appartenere a un certo club, dove le cose le devi pensare in un certo modo. Perché se non le pensi in un certo modo, non fai tanta strada. Quindi non è vero che questo ossigeno oggi c’è e respiriamo a pieni polmoni. E non è vero che non si debba più fare o non si possa più fare come fa lui, che reperisce nel rapporto concreto con la realtà quotidiana (a un certo punto dice: “Che tenerezza provi all’improvviso per un pezzo di sapone!”), lo splendore della sorpresa (la stessa che tu citavi di Tolstoj quando Levin si rende conto che l’amore è corrisposto e d’un tratto una bancarella che vende ciambelle diventa la cosa più bella del mondo). Tutti abbiamo fatto questa esperienza.
Ecco, quello che mi ha sempre impressionato di Sinjavskij, è che scrive questo meraviglioso libro, che giustamente Giovanna ha definito uno dei libri importanti e fondamentali del XX secolo, che è un libro che a me ha insegnato in maniera straordinaria cosa vuol dire cercare dentro quello che facciamo (nel mio caso è fare lo scrittore, scrivere libri) uno spazio di libertà e quindi la possibilità di continuare a testimoniare l’umano che ti è capitato addosso, senza avere più paura di dover poi rendere conto a un potere che vorrebbe oggi come allora impedirtelo. In questo senso questo lavoro e anche questa strategia con cui questo grandissimo scrittore investe poeticamente la vita quotidiana è una delle più grandi testimonianze. Nei miei anni di formazione questo libro è stato il vademecum più importante. Io sarò per sempre grato a Jaca Book e al lavoro eroico che ha fatto in quegli anni per averci dato (perché anche allora c’era l’omologazione. Negli anni ’70, quando ho iniziato a scrivere io, c’era l’omologazione) la possibilità, se volevamo, di ascoltare la voce di chi capiva che c’era il problema dell’aria e il problema di respirare. Perché lo scrittore laureato, lo scrittore importante, lo scrittore che va ad un convegno o a un festival non se ne accorge più tante volte del bisogno che ha dell’aria per respirare. Grazie a Dio esistono questi testimoni e io sono molto grato a Sinjavskij, sono molto grato alla Jaca Book, perché mi ha permesso di essere uno scrittore, magari non tanto bravo, ma uno scrittore un po’ diverso. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Le parole sono chiare. Non resta che farne in qualche modo esperienza attraverso l’esperienza di chi ha scritto così. Mi pare che forse l’atto più grande di questi testimoni di fronte a quel potere, sia quello di aver risposto con la certezza del legame con l’esistenza, con la realtà. Mi pare che queste siano le cose che sinteticamente possiamo trattenere dai bellissimi interventi di oggi. Facciamolo leggere anche ai più giovani. Se non lo avete già letto, compratelo. Facciamolo leggere. Grazie. Grazie a voi. Grazie Giovanna. Buonanotte.

Invito alla lettura. Pensieri improvvisi con Ultimi pensieri

Data

25 Agosto 2014

Ora

21:45

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3