INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano. - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

CRITICA DELLA TEOLOGIA POLITICA. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana
Presentazione del libro di Massimo Borghesi, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Perugia (Ed. Marietti 1820). Partecipano: l’Autore; Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Antonio Socci, Giornalista e Scrittore.

A seguire:

ALTO COME UN VASO DI GERANI
Presentazione del libro di Giacomo Poretti, Comico, Attore, Sceneggiatore e Regista (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 19.00 eni Caffè Letterario A3
CRITICA DELLA TEOLOGIA POLITICA. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana
Presentazione del libro di Massimo Borghesi, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Perugia (Ed. Marietti 1820). Partecipano: l’Autore; Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Antonio Socci, Giornalista e Scrittore.

A seguire:

ALTO COME UN VASO DI GERANI
Presentazione del libro di Giacomo Poretti, Comico, Attore, Sceneggiatore e Regista (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore.

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti a questo secondo momento di presentazione di libri, letture che il Meeting intende sottoporre all’attenzione di ciascuno perché contengono una riflessione, uno spunto importante, anche in relazione al tema che quest’anno ci siamo scelti. Direi che questa prima proposta della casa editrice Marietti è molto inerente. Il libro è di Massimo Borghesi, Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana. Ce ne parlano, insieme all’autore, Antonio Socci, giornalista, caro amico che domani presenterà sempre qui il suo libro, e don Stefano Alberto, che salutiamo insieme a Massimo Borghesi. Il libro è un preciso excursus che prende le mosse dal momento del primo sorgere delle comunità cristiane e dalla riflessione della patristica sul rapporto tra il cristianesimo, la comunità cristiana e il proprio tempo – la convivenza, l’ordine dello Stato, l’impero – e si dipana fino ai nostri giorni, senza fare un percorso cronologico ma cercando di evidenziare dei temi. Il tema, di grande importanza, è la politica, la polis, cioè che cosa fa vivere il senso dei rapporti umani, e questo fatto nuovo nella storia che è l’avvenimento che si concreta nella comunità cristiana. Siamo in un tempo in cui abbiamo assistito a molte scorciatoie: l’egemonia è proprio quel tentativo di dimostrare anziché testimoniare, di seguire l’agenda di una dimostrazione anziché il racconto della propria vita. Credo che Borghesi tenga molto a questo libro che è frutto di molto lavoro. Lui ha insegnato Filosofia della Politica e ha sempre guardato a questi temi. Do subito la parola a don Stefano Alberto perché inquadri questo tema così importante per noi, che altrimenti siamo sempre in aria, con qualche citazione, con qualche riferimento casuale, ma senza comprendere bene qual è la posta in gioco. Grazie, la parola a don Pino.

STEFANO ALBERTO:
Vi stavo osservando e mi stavo chiedendo se siete un po’ vittime di questo gioco sadico del Caffè letterario che prevede una presentazione di libri in fila: non per sminuire il prof. Borghesi ma forse state aspettando Giacomo Poretti…

CAMILLO FORNASIERI:
Io ho una chiave. Sono stato a pranzo con l’autore del libro successivo, ha visto sulla mia sedia questo libro e mi ha chiesto che cosa fosse. Gliel’ho spiegato con parole semplici, l’ha preso e ha detto: “Voglio quel libro da leggere”. Vediamo come reagirà lui.

STEFANO ALBERTO:
Se così fosse, vi è andata bene, perché non dovete, non dobbiamo lasciarci intimorire dall’aspetto sicuramente di un testo che ha come format il trattato scientifico e sicuramente, come primi interlocutori, gli accademici, gli specialisti. Quello che però è riuscito a combinare Massimo Borghesi – e lo dico senza mezzi termini, anche se qualcuno sentendomi ha storto la bocca -, quello che ha destato il mio entusiasmo, è farci cogliere l’importanza per la vita di ciascuno di noi di questo tema che a prima vista potrebbe sembrare qualche cosa di molto lontano dalla vita quotidiana. Non solo per i grandi scenari in cui, soprattutto in questi ultimi venti anni, abbiamo visto la scomparsa della teologia politica. Fukujama ha provato ad ingannarci, sembrava che la storia fosse finita con la fine del popolarismo, che fosse tutto chiaro: poi, la questione delle Twin Towers, il tentativo di mettere la religione al centro dei conflitti di civiltà, la strumentalizzazione della Chiesa. Pensate le vicende legate alla caduta del muro di Berlino, il Papa presentato come il grande alfiere, insieme a Reagan, del trionfo dei valori dell’Occidente ma, quando si è opposto a Bush senior, nella prima guerra del Kuwait, messo subito in un angolo: “adesso non ci servi più, facciamo noi, la guerra è giusta”, pensate a quanti teologi teocon, non solo americani, sono intervenuti nella questione. Quindi, non solo nei grandi scenari ma nella vita di ciascuno di noi, nella realtà in cui essere cristiani non è semplice. Vengo da un incontro in cui abbiamo presentato il libro dell’Equipe: la domanda di Giussani, proprio in quel fatidico anno, il primo anno della guerra del Kuwait, l’anno della diffusione internazionale del movimento, è: che cosa vuol dire fare il cristianesimo? Perché, parliamoci chiaro, la risposta potrebbe essere: quello che riesco a fare io per Cristo, la tentazione di fare io, la tentazione di usare intelligenza, usare la libertà, usare gli strumenti, la cultura, la politica, per fare bene per Cristo. Giussani dà una risposta lapidaria: fare il cristianesimo significa il legame che Cristo instaura con te. Detto questo, il primo passaggio che ci aiuta a fare Massimo Borghesi è dire: guardate che il problema della teologia politica è un problema eminentemente cristiano, le grandi religioni – tanto il monoteismo ebraico, dice a pag. 10, quanto il politeismo pagano – “muovono dalla perfetta identità tra religione e politica”. Non c’è nessuna discussione dell’unità politico-religiosa della polis. La vera novità, la novità assolutamente rivoluzionaria, è quella che porta Cristo, non appena il “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, ma una frase ancora più forte: “Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo” e lo dice davanti al Governatore della Giudea, Ponzio Pilato, “i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei, ma il mio regno non è di quaggiù”. E’ una distinzione radicale tra la fede e la spada, è una novità radicale che segna uno spartiacque nella esperienza non solo religiosa, ma nella convivenza civile. E’ la forza con cui Borghesi insiste su questo: perché non dobbiamo scandalizzarci se queste cose ce le dimentichiamo sempre, abbiamo sempre un punto sicuro di partenza: che cosa ha portato Cristo portando se stesso, una questione che nei primi quattro secoli tutta la patristica ha mantenuto vivissima. Attenzione: critica della teologia politica, rifiuto della spada, rifiuto del potere civile ai fini della evangelizzazione, radicale e alternativa – lo diciamo con il linguaggio della testimonianza -, qualunque tentazione egemonica, non significa negare la dimensione politica del cristianesimo. Ma nel senso, per esempio, della Lettera a Diogneto: “I cristiani sono l’anima della polis, vivono in essa pur senza identificarvisi, si prendono cura del suo bene”. Il cristianesimo non realizza se stesso attraverso la politica, più che altro è chiamato a giudicarla. Non c’è una realizzazione, non tocca la politica direttamente ma – come vedremo, questo è uno dei cavalli di battaglia del cardinal Ratzinger – attraverso la mediazione etica giuridica. Non si realizza l’identità cristiana con il politico, c’è una riserva escatologica, c’è una differenza tra grazia e natura. Bene, io vorrei accennare molto sinteticamente – perché il tempo è un po’ tiranno e vorrei anche che ci fosse spazio per Antonio e poi per il professor Borghesi – a due momenti che mi sembrano fondamentali nel testo. Il testo è molto ricco, nella parte centrale è anche molto dettagliato, si capisce che è un lavoro lungo e intenso. Però il merito – ed è la cosa che mi entusiasma, lo trovate già nel testo. Da Agostino a Peterson: Peterson non è un giocatore olandese ma è Erik Peterson, un grandissimo studioso tedesco quasi sconosciuto in Italia. Ma, per essere più corretti, ecco l’altro balzo: da Agostino a Peterson, da Peterson, attraverso quell’avvenimento decisivo che fu il Concilio Vaticano II, a Ratzinger. Detto in termini più semplici possibile, partiamo dalla figura emblematica di Agostino. Perché Agostino è all’origine, come tutta la sua teologia, di tutto l’aspetto positivo, solare, luminoso, del rapporto giusto tra fede e politica, ma anche di tutti i problemi che si sono poi rivelati, a partire dalla civitas medioevale fino alle riprese, alle ricomprensioni dei giorni nostri. In un primo momento, Agostino condivide tutta la tradizione patristica. Ci sono delle citazioni bellissime nel primo capitolo, che non possiamo riportare: ma i Padri sono concordi. Avendo ottenuto la libertà di professare il proprio culto, l’Editto di Milano, anche quando il cristianesimo si afferma sempre di più come religione di Stato, diciamo poi fino all’Editto di Teodosio del 380, insistono: non ci serve la spada, non possiamo obbligare nessuno a essere cristiano, la grazia dell’incontro non può essere aiutata, provocata, sforzata in nessun modo. Ma vediamo che lo stesso Agostino, seguendo le decisioni, le leggi dell’imperatore Onorio, ha come un momento di cedimento, con conseguenze gravissime. Non è l’Agostino delle grandi opere ma l’Agostino dell’Epistolario, in cui arriva ad ammettere – e la gravità dei delitti commessi dai donatisti nei durissimi scontri della fine del IV secolo non giustifica nulla di tutto questo -, arriva a teorizzare, a invocare addirittura l’uso della forza per costringerli a entrare, costringerli a ravvedersi, una formula impropriamente desunta dal vangelo di Luca e che avrà una sinistra fortuna lungo tutto il Medioevo e anche parte dell’epoca moderna. Ma naturalmente questo non è il vero Agostino: il vero Agostino è quello che scrive una delle opere più importanti, misconosciuta, poco studiata in tutto il ’900, quella grande opera che è La Città di Dio. Le due città, la città di Dio e la città dell’avversario, la civitas diaboli, sono permixtae, non sono riconducibili, da un lato, allo Stato, dall’altro alla Chiesa, vivono insieme: la civitas Dei vive dentro la civitas terrena senza mai potersi sostituire ad essa. Questa distinzione tra le due città, che pure vivono permixtae, sempre mescolate, sempre unite, permixtae anche dentro ciascuno di noi, rappresenta da sempre l’istanza critica di qualunque modello unitario, di qualunque modello teocratico. La civitas Dei: questo mi sembra il grande merito di Peterson che, in polemica con le teorizzazioni, le giustificazioni cristiane cattoliche al nazionalsocialismo – pensiamo alla polemica con quello che sarà il Kronjurist del Terzo Reich, Schmitt – scrive quest’opera epocale, Monoteismo come problema politico. Ecco, Peterson ravvisa in Agostino che questa questione è molto semplice, che la civitas Dei, pellegrina sulla terra fino alla sua meta, non può mai realizzarsi come civitas terrena. La tensione escatologica, il “già e non ancora” resta perennemente attuale. La grande novità viene secondo me recepita, attraverso Peterson, da Ratzinger. Non è l’unico ma il Concilio, non tanto nel grande documento della costituzione pastorale Gaudium et spes ma, come osserva Ratzinger stesso, nel documento Dignitatis humanae, riprende tutto il respiro dei primi quattro secoli. Forse noi non ce ne siamo ancora bene resi conto, ma Massimo ci aiuta ad essere un po’ più attenti della decisività di questo fondamento della libertà religiosa, non appena come tolleranza, categoria molto ambigua, molto equivoca, ma fondato profondamente nella dignità della persona umana. Questo rischio – uso questa parola di Giussani -, questo amore per la libertà dell’uomo, questa fiducia tutta appoggiata sulla fiducia nell’esperienza, nella positività dell’annuncio, che non vuole rivendicare privilegi, strumenti particolari, contributi da parte del potere politico. A me pare, come ha osservato lo stesso Card. Ratzinger prima, poi Papa Benedetto, che siamo appena all’inizio di questa ricezione della vera novità, della vera svolta della Dignitatis humanae. Vorrei sinteticamente, per dire qual è la questione che noi troviamo, anche se Massimo non si sofferma su questo, nei grandi discorsi di Papa Benedetto, da Regensburg fino agli ultimi discorsi in Germania, e nell’ultima parte dell’enciclica di Papa Francesco, Fede e bene comune, leggere alcune affermazioni, sempre del Cardinal Ratzinger in Chiesa, ecumenismo e politica, che bene sintetizzano, secondo me, nonostante tante tensioni, tante ricadute in uno schema diciamo un po’ politico, qual è la pista aperta davanti a noi. “La politica non è la sfera della teologia” scrive appunto in Chiesa, ecumenismo e politica, “ma dell’ethos, che certo si può in ultima analisi fondare solo teologicamente. Proprio in questo modo il Nuovo Testamento rimane fedele alla sua negazione della giustizia che viene dalle opere, poiché la teologia politica, nel senso rigoroso della parola, afferma che la compiuta giustizia del mondo deve essere prodotta dalla nostra opera, che la giustizia nasce come opera e unicamente così. Dove invece lo Stato viene fondato sull’ethos, l’uomo è internamente preso dal dovere, ma ciò che è di Dio resta di Dio. La derivazione della giustizia statale dall’ethos e non dalle strutture significa l’accettazione della imperfezione dell’uomo. Essa è umanamente realistica, cioè ragionevole e teologicamente vera. Il coraggio della razionalità, che è coraggio dell’imperfezione, ha bisogno della promessa cristiana per poter reggere al proprio posto. Questa promessa protegge dal mito, protegge dall’entusiasmo e dalle sue promesse illusoriamente razionali”.

CAMILLO FORNASIERI:
Antonio Socci, è un tema che ti appassiona sempre.

ANTONIO SOCCI:
Quello di Massimo è un libro potente che merita di essere studiato innanzitutto dagli addetti ai lavori, nelle accademie, nelle università, ma vorrei dire un libro che insegna molto sul presente e aiuta nel giudizio del presente. Io, per il lavoro che faccio, mi trovo qui tra la filosofia e la teologia, quindi, se permettete do un contributo sulla cronaca. Oggi su un giornale italiano ho letto un articolo che si intitolava: “Incantato dall’Islam, Nicholas combatte in Siria”. E’ la storia di un padre che racconta di questi due fratelli francesi, due figli, che sono stati fascinati da un video jihadista, sono andati a combattere in Siria, uno dei due è morto. Ma quello che mi ha colpito è quello che dice il padre: “A me l’Islam è sembrato più una setta che una religione”, parla ovviamente di un gruppo jihadista. “Mio figlio Nicolas era alla ricerca di un’identità e di una ragione di vita, era confuso e quando ha incontrato della gente che gli ha mostrato alcuni video jihadisti non è stato difficile convincerlo. Gli islamisti prendono di mira i ragazzi più fragili, quelli che non sanno cosa fare della loro vita”. E più sotto dice questo signore, questo padre fra l’altro è un esperto, un consulente del governo francese: “Questi ragazzi ritengono l’Occidente un posto dove nulla è possibile, puoi protestare ma non cambia nulla, invece in Egitto quelle dimostrazioni di piazza hanno rovesciato un regime. Ai loro occhi l’Islam ha lo stesso fascino che aveva il comunismo negli anni ’60 e ’70 per tanti giovani di sinistra, è più un’ideologia che una religione”. Allora, la cronaca ci propone continuamente, anche se il titolo del libro di Massimo obiettivamente rimanda a un trattato di filosofia di quelli tosti, in realtà la cronaca ci ripropone, anche la cronaca della vita del nostro Paese, dell’Europa, del nostro mondo occidentale, continuamente la fascinazione che una forma mitologica di politica esercita sugli animi e soprattutto sugli animi dei più giovani. Non è uno spettacolo che abbiamo di fronte ai nostri occhi, noi stessi, la capacità che hanno certe promesse di palingenesi totale, anche nell’Italia di oggi (“li mandiamo tutti a casa”) o la promessa messianica di felicità che, come dice una bellissima citazione di Habermas citata da Massimo, che ha oggi la cosiddetta scienza economica o la scienza tout court, che promettono d’incanto di risolvere tutti i problemi umani e promettono la felicità. Allora, la forma mitologica della politica, questa illusione di costruire il paradiso in terra o comunque di costruire la propria felicità e la propria identità attraverso la politica, che nel corso del Novecento ha visto le sue versioni laicizzate, messianiche, nei grandi totalitarismi, si ripresenta anche oggi, anche se in forme se volete più ridicole, a volte, o in forme grottesche o in forme strane, impreviste, imprevedibili: in fondo, l’illusione marxista di raddrizzare il regno storto dell’umanità a furia di gulag, in qualche modo ha una sua versione un po’ leggera nella pretesa che si ha oggi di cambiare la natura per legge, per cui a un certo punto la legge decide che il giorno è notte e la notte è giorno, e si pretende che la legge possa cambiare la realtà e l’evidenza e la natura. Anche queste sono forme ideologiche che continuamente rinascono nelle maniere più diverse e più varie, rinascono anche all’interno – è una tentazione sempre perenne, questo è un po’ il filo rosso di tutte le pagine del libro di Borghesi – del mondo cristiano. C’è sempre l’illusione e la pretesa di – come dice Ratzinger – “costruire da sé le cose di Dio”. Se dovessi sintetizzare il libro di Massimo in una frase, prenderei un pensiero tratto da Chiesa, comunismo e politica di Ratzinger, un’opera che Borghesi cita molto spesso e che ha citato prima don Pino, e che ci richiama a un compito, al primo compito dei cristiani. Questo pensiero di Ratzinger dice così: “Il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”. Proseguendo in questo capitolo del libro, dice Ratzinger: sembrerebbe in fondo una prospettiva da poco, perché dall’altra parte ci stanno gli entusiasti, gli utopisti, quelli del “tutto e subito”, i massimalisti, quelli che vogliono rovesciare il mondo e rifarlo da capo. Ma sono proprio quelli, dice Ratzinger, che distruggono il mondo, come abbiamo visto nella lezione di questi secoli e nella lezione del Novecento. E allora, il valore, uno dei valori eccezionali di questo libro, secondo me, è proprio in questo: che è un formidabile strumento che in qualche modo compie questo compito che Ratzinger ritiene principale per i cristiani del nostro tempo, cioè quello di impedire l’imbroglio, di impedire questa continua illusione con cui, dice Ratzinger, ci si fa gioco del desiderio dell’uomo. Alla fine, come spiega questo padre a proposito di suo figlio, il desiderio di felicità, la ricerca di un’identità che soprattutto un ragazzo di diciotto, venti anni, ha in maniera bruciante, scottante. Quindi, questo libro è un grande antidoto ma che, attenzione, non è rivolto innanzitutto all’esterno, è un antidoto innanzitutto per noi, per un veleno che può, una illusione, una tentazione che può riguardare tutti noi. Ricordate quando don Giussani ci metteva in guardia con quell’espressione: “Anche voi volete farvi una patria”, anche voi volete accasarvi in questo mondo. Ed era un giudizio ovviamente pieno di simpatia e di stima per i tentativi che si stavano facendo, ma era giustamente liberatorio rispetto alle illusioni che tutti noi ci possiamo fare dal pensare che la salvezza e la nostra felicità sia l’esito delle nostre opere. Io però, non essendo né filosofo né teologo, vorrei consumare gli ultimi minuti che mi restano per parlare della dedica di questo libro. La dedica di questo libro è: “A don Giacomo, in memoria”. E viene spiegata qualche pagina più avanti, trovo che sia una cosa molto interessante e importante. Dice Massimo: “Il volume è dedicato alla memoria di don Giacomo Tantardini, professore di Teologia filosofica presso la Pontificia Università san Bonaventura di Roma, da poco scomparso. A lui, studioso appassionato e intelligente di Agostino, devo la comprensione dell’attualità del De Civitate Dei, per un orientamento del contesto teologico e politico contemporaneo. Senza i suoi dialoghi e i suoi penetranti giudizi, condivisi in un’amicizia più che trentennale, questo libro non sarebbe nato”. Allora, non è una dedica formale, evidentemente. Innanzitutto, ci dice una cosa molto bella e preziosa, cioè di come una ricerca della verità abbia il suo alveo naturale in una amicizia, in un dialogo, in un cammino comune. E in un’amicizia che è profondamente immanente a una storia, e di come questa ricerca comune diventa poi un servizio per questa storia e questo popolo a cui è immanente e per la Chiesa stessa. Perché poi, anche questa rilettura di sant’Agostino, che Massimo ha fatto prima del libro sulle pagine di 30 Giorni, per cui ha incontrato anche personalità come il grande Cardinale Bergoglio, che oggi seguiamo come pontefice, è un seme che è un contributo alla vita della Chiesa. A me colpisce, commuove questa cosa perché, per una serie di circostanze, sono stato, lavorando a Il Sabato, un po’ testimone di questa scoperta di sant’Agostino da parte di don Giacomo e di Massimo, prima nella polemica sul pelagianesimo, poi nella scoperta della Città di Dio. Io ho riflettuto molto su questo e vorrei comunicarvi quello che a me sembra il punto sorgivo più interessante, non so se ci riesco, spero di non fare confusione. Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrare il cristianesimo nella presenza, nella persona di don Giussani, immagino, perlomeno così è per me, innanzitutto sono rimasti sedotti dal fascino della persona di Gesù, mentre le proposte cristiane che io personalmente avevo conosciuto erano sempre impostate su un dover essere. Io ricordo una frase di don Giussani che provocò un certo scandalo, anche nel mondo ecclesiastico, la volta che la disse, mi pare, al Sinodo sui laici: “La coerenza è miracolo, la coerenza è grazia”. E’ una frase profondamente agostiniana, ma diciamo che per un certo pensiero comune, clericale, oggi, era abbastanza sovversiva. E ho ritrovato traccia di questa cosa in una pagina di un Tischreden di Giussani, in cui don Giussani parla di Giacomo su questo tema, che poi è veramente il tema del libro, poi vedremo perché. «Questo è il punto – diceva Giussani – la domanda, la domanda che nessuno sottolinea: la moralità è tensione, noi diciamo. Non mi ricordo più dove, ma ho osservato che l’ultima frase del Il senso religioso, quella di Kafka, “la salvezza non è venuta ma io voglio vivere ogni momento per esserne degno”, ha una mancanza, quale? Che non domanda. Tutto si risolve in una volontà morale, è questo che giustamente percuote, combatte don Giacomo sul Sabato. E nessuno si accorge bene di questo, eccetto chi è veramente grande. E’ la domanda, la primissima, elementare mossa della libertà, è la domanda. Dovremmo dire con sant’Agostino, è il desiderio, ma non esiste vero desiderio di una cosa che non dipende da me, se non è domanda». Allora, in questo punto delicato, che è l’intreccio fra la condizione umana, debilitata e minata dal peccato originale, e la grazia, in questo mistero in cui l’uomo entra come mendicante, non si gioca soltanto la possibilità di un cammino di felicità individuale, personale. Da una cattiva concezione della condizione umana minata dal peccato originale, da una cattiva concezione della grazia, poi vengono fuori conseguenze disastrose. Io vi voglio fare un esempio alla pagina 301 del libro di Massimo, perché è molto utile soprattutto per oggi, che siamo in tempi di emergenze etiche, e qui si capisce quanto è utile per il giudizio questo libro. Scrive Massimo, scusate se leggo ma penso che sia veramente utile: “L’impossibilità della teologia politica ha la sua radice sia nella concezione della grazia, che segna la distinzione tra le due città, sia in quella del peccato. E’ la condizione dell’uomo peccatore che impone la distinzione tra teologia, etica, diritto, politica. Distinzione che il fondamentalismo teologico politico non riconosce e che costituisce l’essenza della democrazia liberale moderna. Il momento teologico non può totalizzare il momento politico, nemmeno attraverso la mediazione etica. Essa deve riconoscere il divario tra l’etica e il diritto, tra diritto naturale e diritto positivo, un divario che varia a seconda dell’ethos della nazione”. E poi qui Massimo fa una citazione di un grande esperto di Sant’Agostino, Nello Cipriani, che dice: “La legge civile, anche se deve ispirarsi alla legge eterna di Dio, non deve necessariamente coincidere con essa in tutto, condannando e punendo tutto ciò che è contrario alla volontà di Dio. Essa svolge una funzione positiva nella società, anche se sotto qualche aspetto è permissiva. La legge civile, infatti, prevede solo quelle punizioni che sono sufficienti a conciliare la pace fra gli uomini”. Attenzione, qua è interessantissimo, io aggiungo solo un’altra citazione che Massimo fa del Cardinale Cottier, che trovo assolutamente illuminante: “L’atteggiamento dei primi legislatori cristiani, che non abrogarono subito le leggi romane tolleranti verso pratiche non conformi o addirittura contrarie alla legge naturale, come il concubinaggio e la schiavitù”. La cosa che lui vuole spiegare è l’atteggiamento dei primi legislatori cristiani che non abrogarono subito delle leggi romane permissive, per esempio verso il concubinaggio e la schiavitù. “Il cambiamento” scrive Cottier, “avvenne con un cammino lento, segnato tante volte da regressi, man mano che nella popolazione il numero dei cristiani aumentava e, con loro, l’impatto del senso della dignità della persona. All’inizio, per garantire il consenso dei cittadini e costruire la pace sociale, vennero mantenuti in vigore le cosiddette “leggi imperfette”, che evitavano di perseguire azioni, comportamenti in contrasto con la legge naturale. Lo stesso san Tommaso, che pure non aveva dubbi sul fatto che la legge dev’essere morale, aggiunge che lo Stato non deve mettere delle leggi troppo severe e alte perché saranno disprezzate dalla legge che non sarà capace di applicarle. Il realismo dell’uomo politico riconosce il male e lo chiama col suo nome, riconosce che occorre essere umili e pazienti, combatterlo senza la pretesa di sradicarlo dalla storia umana attraverso strumenti di coercizione legale”. Perché ciò che sradica il male non è una legge ma è, nell’esperienza di tutti noi, una presenza di misericordia e di grazia. Questa cosa diventa un giudizio, anche sul momento presente, sul nostro daffare con le leggi, con le questioni etiche, importantissimo. Perché a me pare che anche all’interno del mondo cattolico ci sono tantissime aree di buoni cattolici che ritengono che l’identità cristiana alla fine si risolva nel combattere per una legislazione, immaginando che un certo tipo di leggi garantisca l’esperienza cristiana. Ecco, a me sembra che queste pagine aiutano tantissimo a capire e aiutano a giudicare il momento presente. E vi rubo ancora solo un minuto, se permettete, perché, leggendo il libro di Massimo, io mi sono molto interrogato su questo Medioevo, che per noi ha un sapore così luminosamente cristiano e che però aveva anche tantissimi limiti, come don Pino ha chiarito. Ho trovato una pagina di padre Leclerque, in Cultura umanistica e desiderio di Dio, che coglie, con alcuni flashes, il cuore di quegli uomini da cui è nata, senza che fosse una loro volontà deliberata, questa civiltà cristiana che noi tanto amiamo, e cioè i monaci, il monachesimo, quelli che, mentre dissodavano terre, sanavano paludi, lottavano contro le maree, inventavano sistemi di irrigazione, conciavano le pelli, inventavano il modo di fare il vino, il formaggio, il prosciutto e faticavano come pazzi – perché il monachesimo era questa cosa qua -, quello che avevano in mente non era costruire un progetto politico cristiano o una civiltà cristiana ma, rileggo da Leclerque: “Il loro pensiero era la Gerusalemme celeste. Ecco le travolgenti parole di un autore monastico del XII secolo”. Voi pensate a chi dice queste cose, pensatelo mentre dissoda terre selvagge, bonifica paludi, rende coltivabili foreste, combatte coi lupi, ecco cosa scrivono, cosa avevano nel cuore questi uomini: “Egli è il bellissimo d’aspetto, il desiderabile a vedersi, colui che gli angeli desiderano contemplare. Egli è il re pacifico, il cui volto tutta la terra desidera, egli è la propiziazione dei penitenti, l’amico dei miseri, il consolatore degli afflitti, il custode dei piccoli, il maestro dei semplici, la guida dei pellegrini, il redentore dei morti, forte ausilio di chi combatte, più remuneratore di chi vince, egli è l’altare d’oro del santo dei santi, dolce riposo dei figli, visione di gioia per gli angeli. Cosa gli renderemo per tutto ciò che ci ha donato? Quando saremo liberati dal corpo di questa morte? Quando saremo inebriati dall’abbondanza della casa di Dio, nella sua luce, vedendo la luce? Quando apparirà Cristo, vita nostra e noi con lui, nella gloria?”. La civiltà cristiana, che ne è nata come per distrazione, è nata da questo cuore.

MASSIMO BORGHESI:
Allora, grazie a don Pino, grazie Antonio, delle cose belle che hanno detto, grazie a voi che siete qui, anche a quelli che sono qui per l’incontro successivo, naturalmente, ringrazio molto e velocissimamente, perché il tempo è tiranno. Dirò subito che la critica della teologia politica è la prospettiva che unisce il papato di Ratzinger a quello del Papa Bergoglio. Questa è la prospettiva. Chi non coglie la continuità dei due proprio in questo filo rosso, proprio la critica all’abuso del potere da parte della Chiesa, non capisce niente del papato di Ratzinger, in cui le sue dimissioni rappresentano il gesto di distacco dal potere più grande che si possa immaginare nell’intera storia del papato e non capisce la prospettiva evangelica, oggi, di Papa Bergoglio. Dico subito che questo libro nasce da un moto di indignazione: c’è chi nega Dio e c’è chi abusa di Dio, che è il modo peggiore di negarlo. Mi ha colpito l’affermazione per cui in Egitto – ho letto ultimamente -, la reazione contro i fratelli musulmani è perché pretendono di rappresentare l’Islam, e molti islamici dicono che un milione di islamici non possono rappresentare la totalità degli islamici dell’Islam, non possono accaparrarsi il nome di Dio, non possono dire di essere più puri di tutti gli altri 30 milioni di islamici che hanno protestato in Egitto contro questo milione che pretende di rappresentare l’Egitto. Questa è la critica della teologia politica: l’abuso di Dio per il potere. Ebbene, questo è paganesimo: noi parliamo delle religioni, questo è il paganesimo perché è il dio dei pagani, il dio dei pagani è il dio del potere, per i pagani, dio è chi ha più potere, tant’è vero che quando il dio non ha più potere viene messo da parte. Il dio è sempre il dio vincitore, e sappiamo come Israele ha dovuto combattere contro l’immagine del Dio vincitore, del Dio degli eserciti. Agostino dice splendidamente ne La città di Dio, che “la città del mondo precede i suoi dei”, cioè prima viene la civitas, e poi vengono gli dei, prima c’è Roma, poi ci sono gli dei di Roma, cioè Roma crea i suoi dei per legittimare la sua potenza, il tempio dedicato alla dea Roma era il più grande a Roma. Mentre, al contrario, nella città di Dio è Dio che viene prima, che precede e che fonda la città. Questa è l’esatta inversione che opera il Cristianesimo rispetto alla logica pagana, è Dio che crea, che precede, quell’espressione bellissima di Papa Francesco, “Dio precede”, viene prima. Questo libro nasce dalla denuncia di un abuso. Tutti noi siamo sensibili, tutti noi che siamo qui, all’assenza di Dio nel mondo contemporaneo. Ma bisogna essere sensibili anche all’abuso del suo nome nel mondo contemporaneo. L’abuso si chiama teologia politica, l’uso politico della fede, la fede come volontà di potenza, la fede come pretesto, la fede come ideologia. La teologia politica è secolarizzazione, è mondanizzazione della fede stessa, anche se uno dice Dio, Dio per tutta la giornata. Pensate a quello che è accaduto negli ultimi 40 anni. Negli anni ’70, la teologia politica era l’utopia, e allora era segnata dal marxismo, dall’egemonia marxista, e allora i cristiani volevano cambiare il mondo con la spada, con la rivoluzione, con la violenza, con il sangue. E alla fine tutti se ne sono andati, i preti hanno abbandonato l’abito, e gli altri sono diventati non più cristiani. Dopo l’89, abbiamo la neutralizzazione della teologia politica, non serve più: l’unico potere mondiale rimasto non ha bisogno di teologie, il linguaggio economico è quello universale, è la globalizzazione e, lo sappiamo, vuol dire secolarizzazione. Dopo l’11 settembre del 2001, la teologia politica torna: i teocon da un lato, gli islamisti dall’altro, le crociate, il dio degli eserciti, il dio dell’Occidente, il dio dell’Oriente, ogni volta per sanzionare la potenza, il potere, ecc. Nei momenti di crisi nasce la teologia politica e, come Karl Schmitt ha visto benissimo, non c’è teologia politica se non c’è nemico, la teologia politica si attiva solo di fronte al nemico, c’è bisogno dell’avversario per attizzare il fuoco religioso e per scaldare i cuori e dargli un ideale totalizzante. C’è bisogno di combattere, c’è bisogno di sangue, Dio è il dio della guerra. Ebbene, questo non è teologia, questo è manicheismo, questo è teo-manicheismo, non è teologia cristiana, è un’altra cosa, è un’eresia agnostica, non è più cristianesimo. E’ qui che ci soccorre Agostino, il primo critico della teologia politica: perché in questo libro è tanto importante Agostino? Perché Agostino è il primo critico della teologia politica, controvoglia, in qualche modo, però ci arriva. Quando scrive La Città di Dio, aveva già aderito al modello di Teodosio dopo il 380, anche lui era per l’impero romano cristiano, però, che succede? Nel 410 Roma viene invasa dai barbari e viene messa a ferro e fuoco. Allora i pagani dicono ai cristiani: vedete, abbiamo cambiato dio, ecco il risultato. Quando c’erano gli dei non succedeva, la grande Roma non è mai stata occupata; ora che abbiamo cambiato la religione, ecco la disgrazia di Roma. E Agostino deve accettare le ragioni dei pagani, in qualche modo, deve separare allora la religione dalla politica ed è per questo che diventa critico della teologia politica. Agostino dice: “Dio non accorda la felicità e il potere agli imperatori cristiani in quanto cristiani, può accordarlo ai cristiani e ai pagani, come vuole lui, come decide lui; non perché l’imperatore è cristiano, il regno di questo mondo gode di felicità, di prosperità e potere”. E’ Dio che decide, non è l’etichetta. “Il potere è da Dio ma non deve essere cristiano per essenza, è secolare, è mondano, il potere, il potere appartiene a questo mondo. La città di Dio non è la città del mondo, è frutto della grazia, non delle opere”. Nondimeno Agostino valorizza anche la pace della città del mondo, non è un disprezzo, questo, verso i valori del mondo. La pace è il valore supremo, anche la Chiesa beneficia della pace di questo mondo, e però nessuna città terrena potrà mai essere la realizzazione della città di Dio. Ed è per questo che Ratzinger scrive: “Il cristianesimo conosce un’etica politica ma nessuna teologia politica”. Teologia politica vuol dire che il momento teologico si realizza attraverso quello politico. Invece, per l’autentica teologia cristiana, la teologia ha un rapporto indiretto con la politica, attraverso l’etica e il diritto e molte mediazioni, ma non ha bisogno della politica per realizzare se stessa. E’ un’altra storia, è solo perché è preoccupato per le sorti del mondo che anche il cristiano si adopera per il bene della città terrena, ma non pretende che la città terrena sia identica alla città di Dio, lascia spazio a tutti, lascia libertà a tutti, deve dare spazio ai non credenti, agli atei, agli islamici, ai pagani, a quelli che volete. Questa lezione, trascurata dopo Teodosio, perché non è con Costantino che nasce l’impero cristiano, è con Teodosio, l’Editto di Costantino è un grande manifesto di libertà e tolleranza, stupendo capolavoro. E’ Teodosio che fa l’identità tra il cittadino e il cattolico, di modo che chi non è cattolico non è più cittadino a pieno titolo. Da qui iniziano tutti i problemi del Medioevo, dell’età carolingia, su, su, fino all’epoca moderna. Ebbene, questa lezione trascurata viene riscoperta dal Concilio Vaticano II. Questo è il grande merito del Vaticano II, che riscopre il modello dei primi secoli della libertà religiosa, della libertà per tutti, perché la teologia politica non ammette libertà. E’ integralista, la teologia politica: il Vaticano II, è stato detto con la Dignitatis humanae, rappresenta la riscoperta della tradizione dei primi secoli, quella di Tertulliano, di Lattanzio, di Attanasio, di Osio di Cordoba, di Ilario, che chiedono libertà religiosa per tutti, e non la chiedono soltanto fino al 313, la chiedono anche dopo. Soprattutto perché, quando la Chiesa viene vessata dai vescovi diventati ariani, di nuovo viene perseguitata dall’impero romano cristiano ariano di Costante. Una tradizione oscurata, dopo Teodosio, questo è il sacrum imperium che porta al cesaropapismo, ai Carolingi, al Medioevo e all’evo moderno. Unità politico religiosa, quello che il romanticismo ha elevato a modello ideale, è invece una iattura. Rende dirompente l’unità politico-religiosa, le guerre di religione, che non sarebbero state così violente, così sanguinose, se la unità politica religiosa fosse stata più larga. E le guerre di religione sono il vero atto di nascita della modernità. Non capiamo niente del moderno, anche della sua reazione anticlericale contro la Chiesa, se non partiamo dalle guerre di religione. Non è che la modernità è diventata ostile al cristianesimo, così, all’improvviso, perché si è alzata un bel mattino. Sono le guerre di religione il grande scandalo da cui nasce l’illuminismo, da cui nasce lo Stato moderno, da cui nasce il razionalismo moderno, ecc. Dove nasce la democrazia moderna – due minuti e concludiamo -, cioè la distinzione tra Stato e Chiesa e la libertà religiosa? Nasce dai perseguitati della cosiddetta tolleranza inglese, dalla Chiesa anglicana, nasce dal battista Robert Williams che fonda la colonia di Providence, che sarà poi Rhode Island, in cui c’è libertà per tutti; nasce dal cattolico Caecilius Calvert, conte di Baltimore, che fonda appunto nel Maryland l’atto di tolleranza nel 1649; nasce dal quacchero William Penn, che fonda la colonia della Pennsylvania; nasce dai fuoriusciti dell’Inghilterra protestante, dov’erano perseguitati. E’ la condizione dei perseguitati cristiani che permette la riscoperta della libertà dei primi secoli, e da lì nasce la democrazia moderna. E quando scoppia la Rivoluzione francese, copia il modello americano ma non copia il rapporto tra religione e politica che c’è. Questa lezione in America si mescola poi alla tradizione puritana, e questo è il suo limite, perché è l’idea manichea che l’America sia la salvezza del mondo. Però, in mezzo a questo limite, c’è invece una profonda lezione: tuttavia, rispetto al modello europeo, quel modello dimostra che la distinzione tra Stato e religione non è separazione, la democrazia non è contro la religione. E’ questo modello che consente al Vaticano II di riscoprire il valore delle libertà moderne, di ricucire lo strappo tra Chiesa e modernità. L’altro apporto al Vaticano II non è solo quello della Chiesa americana, è anche quello del grande Jacques Maritain, che attraverso la sua influenza sul Cardinale Journet, ha una funzione decisiva nel documento sulla libertà religiosa. La Chiesa può quindi dialogare col moderno, rompendo con il modello teologico, politico, medievale, proprio a partire dal recupero della lezione patristica, della lezione dei primi secoli. Questo è interessantissimo: la Chiesa non rompe interamente con la sua tradizione, come dicono i tradizionalisti e i progressisti. La Chiesa riscopre la sua tradizione più genuina, quella dei primi secoli, ed è questo che le permette di dialogare con la modernità. Così, il Vaticano II libera il cristianesimo dalla mitizzazione del passato e offre un modello del rapporto tra religione e politica che, per esempio, oggi è di estremo interesse anche per il mondo del’Islam, chiamato a fare un processo analogo a quello che il cattolicesimo ha fatto con il Vaticano II. E’ chiamato a valorizzare gli elementi liberali della sua tradizione e a rifiutare quelli autoritari, soprattutto a rifiutare la mitizzazione di un certo passato. Termino con una lettura del Cardinal Ratzinger. Ratzinger è importantissimo perché è colui che valorizza l’Agostino liberale, questa lettura che ho detto dell’Agostino liberale è interessantissima. Tra tutti i teologi in Italia, ma possibile che nessuno si sia accorto dell’anima liberale, profondamente liberale di Ratzinger, e della sua lettura originalissima di Agostino? Io mi chiedo i teologi cosa fanno, se non studiare le virgole, invece di affrontare queste cose. Dico bene? Ho l’approvazione del grande Guzman Carriquiry, che ci onora della sua presenza. Ebbene, scrive Ratzinger, “Il cristianesimo, in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale. La religione non è proprietà dello Stato, non è qualcosa di diritto privato. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini, senza distinzione, creature di Dio, a immagine di Dio, proclamandone in termini di principio la stessa dignità. In questo senso, ed ecco affermazioni dirompenti, è la prima volta che vengono fatte, a livello altissimo, dalla Chiesa, “l’illuminismo è di origine cristiana, ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana, laddove il cristianesimo, contro la propria natura, era diventato, purtroppo, tradizione e religione di Stato. E’ stato merito dell’Illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità”. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Siamo veramente grati a Massimo Borghesi per questo suo lavoro, la cavalcata del suo intervento ci ha messo in luce tutti gli snodi ed è stato davvero prezioso questo excursus, quindi invitiamo caldamente a tenere in considerazione l’acquisto e la lettura, anche solo per rintracciare questa rilettura: dai grandi padri fino alle autorità presenti. Grazie a tutti i relatori, chiamiamo l’ospite finale.
Cominciamo questa ultima proposta, abbiamo tra noi Giacomo Poretti, è la prima volta che viene al Meeting, siamo molto felici.

GIACOMO PORETTI:
Grazie, mi avete accompagnato, c’era un cordone, non so se mi avete accompagnato con le ali della security, per evitare che loro mi dessero un sacco di botte o che cosa. Non l’ho capita, però, grazie!

CAMILLO FORNASIERI:
Tutti quelli che hanno avuto occasione di leggere il suo libro, Alto come un vaso di gerani, che è uscito da qualche mese, ne sono colpiti e coinvolti: anch’io ho avuto questa bella occasione. Vorrei cercare qualche spunto, fare soprattutto parlare lui ma volevo accennarvi due cose sul libro, partendo da un episodio vissuto insieme in una piazzetta di Milano, piazza Sant’Alessandro. Dialogavamo insieme riguardo a qualche idea per l’anno venturo, e ad un certo punto un signore svizzero si è avvicinato. Aveva ascoltato le conversazioni e ha detto a Giacomo: “Ma senta, la devo correggere su una cosa, state facendo dei discorsi così seri, tristi, lei invece dovrebbe avere il compito, come fa, di rendere la vita leggera, di far ridere, non va mica bene così”. Io dicevo tra me: ma che intrusione! E Poretti immediatamente gli ha detto: “Ma sa che mi fa un complimento?”. Ecco, questo spunto per dire che il libro ha delle pagine talmente esilaranti che, se lo leggete da soli, in un bar o in un posto pubblico, qualcuno si chiederà perché a un certo punto scoppiate a ridere. E’ proprio come un inno alla vita, tant’è vero che è scandito nei suoi capitoli dalle stagioni, dalla primavera, dall’estate, dall’autunno e dall’inverno. E inizia con una dedica che credo sia il cuore del libro, a quell’incontro “che si è fatto famiglia”. Si tratta di Daniela e Emanuele, sua moglie e suo figlio, un incontro che si è dilatato ed è diventato vita. E inizia con una lettera al proprio figlio, di cui voglio leggere due pezzetti. Lui racconta di se stesso al figlio e dice: “La vita l’ho sentita molto intensamente nel mio corpo, a volte fin troppo intensamente, quasi da provare dolore”. E poi lo stupore, lo stupore di fronte allo sconvolgente mistero della vita, l’inquietudine della coscienza, il pensiero che si fa spavento quando si chiede di cosa sia fatto. “Fin dal primo istante che l’ho vista, nella mia vita è apparsa tua madre, dal primo istante che l’ho vista ho avuto la sensazione di essere di fronte a qualcosa di definitivo e di immenso, come un corridore che arriva ad un punto di ristoro e, bevuta l’acqua, decide di non ripartire. Della gara non gli importa più nulla: il suo affannarsi è terminato”. Ecco, questo senso della vita che, tu dici, “ce l’ho quasi nel sangue” e “vado controcorrente”. Ti volevo chiedere se è vero che il cuore di questo libro, che poi è fatto anche di tanti spunti di memoria, è segnato da un grande senso di unità della vita. Qui al Meeting stiamo parlando di “emergenza uomo”: che cosa rappresenta di importante questo sguardo sulla vita nel lavoro che fai e, per quello che vedi attorno a te, nella vita che vivono gli altri?

GIACOMO PORETTI:
Già domanda difficile: tento di rispondere cercando di spiegarvi per quale motivo mi è venuto in mente di scrivere questo libro. Mai e poi mai nella vita avrei immaginato di scrivere un libro, mi ritenevo in qualche modo, dal punto di vista professionale, già molto appagato perché, ne parlo nel libro, un altro degli incontri fondanti della mia vita, è stato quello con i miei soci, con Giovanni e con Aldo: lì si è creata l’opportunità di mettere a frutto il talento che avevo da anni. Avevo fatto un sacco di cose nella vita, però c’era quel seme che aveva buttato quel sacerdote – che ho appena rivisto, quasi ottantenne, si chiama don Giancarlo – quando frequentavo l’oratorio. L’oratorio, per chi non lo sapesse, per uno della mia età è stato un luogo di salvezza, uno dei luoghi più belli che ho frequentato e che auguro ad ogni ragazzo di frequentare, perché nell’oratorio si giocava a calcio, si era accolti e si imparavano un sacco di cose. E tra le tante cose che si imparavano, ho imparato ad amare anche il teatro perché don Giancarlo probabilmente amava più Shakespeare e Pirandello di san Pietro e san Paolo, e questo non era assolutamente un difetto perché trasmetteva ai ragazzi, a chi frequentava l’oratorio, questo amore per il teatro. Voi dovete immaginarvi che in un paesino di tremila anime, nei primi anni Sessanta, il teatro lo si vedeva solo in televisione, per quello che si riusciva a vedere, al massimo si poteva essere spettatori: nessuno di noi aveva immaginato che si potesse giocare per davvero a fare questo teatro. Questo prete aveva messo in piedi una compagnia di attori assolutamente dilettanti: uno faceva il gommista, l’altro faceva il segretario in Comune, quell’altra era ostetrica, c’erano il muratore e il fresatore. Due volte l’anno ci si trovava per allestire questo spettacolo teatrale. Potete immaginare che festa fosse per chi faceva tutt’altro nella vita e poteva giocare a questa cosa. Per un bambino, lo stupore era ancora più grande. Io avevo sette, otto anni quando don Giancarlo – lo racconto nel libro – doveva rappresentare una commedia un po’ fantascientifica, dove erano previsti tre marziani che venivano sulla terra e dovevano giudicare come vivevamo in maniera assurda noi esseri umani. Questi tre marziani dovevano essere un bambino altissimo, uno grassissimo e uno bassissimo. Senza fare il provino, ho vinto il ruolo d’attore bassissimo, non c’è stato bisogno di raccomandazioni, ero il più basso del paese. E insomma, mi ricordo ancora adesso come se fosse ieri, lo straordinario gioco che era questo teatro. La mia era una famiglia di operai, quindi bisognava lavorare: dopo la terza media, sono andato in fabbrica, ho fatto un sacco di cose fino a quando si sono create le condizioni materiali perché io potessi fare una scuola di teatro: e poi la fortuna mi ha accompagnato. Dicevo che a un certo punto della mia vita ero già realizzato dal punto di vista professionale però doveva ancora accadere qualche cosa di straordinario. Intanto, l’incontro con la persona che è diventata mia moglie: ma soprattutto la nascita di mio figlio è stato qualcosa di sconvolgente. Quando è nato mio figlio, mia moglie aveva quarant’anni e io ne avevo cinquanta, non immaginavamo più che questa cosa potesse accadere, per limiti di età. Mi ricordo la prima volta che, dopo due ore che era nato, mi hanno dato in mano mio figlio. C’era mia moglie nel letto e io ero lì, mi ha colto questa cosa bella ma anche un’ansia. Io sono un tipo ansioso, a un certo punto mi mettono in mano questa cosa che pesa 2 kg e 400 grammi, ho paura di farlo cadere. Oh Dio, cosa mi avete dato in mano, no! E poi, a un certo punto mi sono messo a parlare e gli ho detto: “Vedrai, la vita è bellissima, ci sono i prati, poi un giorno ti porterò a San Siro, andremo in bicicletta, mangerai la torta al cioccolato”. Mia moglie ha commentato: “Ma sei scemo!”, stava chiamando quasi un’infermiera per farmi dare un calmante. Allora mi sono reso conto che mi aveva colto quest’ansia di rassicurare mio figlio che era venuto al mondo, ed era come se fossi tornato indietro, per cui dovevo dirgli assolutamente che non si doveva preoccupare perché sì, era un mondo pieno di pericoli, la politica faceva schifo, la malavita dilagava, l’Inter non vinceva uno scudetto da 30 anni – è nato nel 2006 -, ma da lì in avanti, poi… Sentivo che dovevo rassicurarlo. Per essere un po’ più seri, nei primi giorni che mio figlio era al mondo, mi dicevo: “Ma questo, quando diventerà grande, mi farà delle domande, mi dirà “papà, ma cos’è la vita? E’ una cosa bella, è una cosa brutta?”, “di chi ci si può fidare?”, “è un imbroglio?”. E allora, per non farmi trovare impreparato quando mio figlio mi avrebbe fatto queste domande, ho fatto una specie di esercizio, mi sono messo a scrivere, come se mi avesse riportato indietro, e ho cominciato a riflettere sugli avvenimenti più importanti della mia vita. Alla fine, poi, invece di dare solo delle risposte a mio figlio, che poi sono risposte abbozzate, mi sono accorto che era un modo per riflettere e per testimoniare, come dice Battiato, questo passaggio terrestre. Mi sembrava che fosse quasi, non dico un obbligo, no, ma insomma, qualche cosa vicino all’obbligo, quella di raccontare e di rendere testimonianza. Adesso mi fermo un attimo perché l’emozione: tu fai una domanda, loro fanno un applauso, perfetto.

CAMILLO FORNASIERI:
Io insisto un po’ sulle domande perché è molto bello. A un certo punto, nel capitolo dedicato a Milano, questa città che è in verticale e non più in orizzontale, bellissimo, lui racconta che non incontri nessuno e se suoni il citofono non è che puoi chiedere come stai. Ti dicono: mandami una e-mail. A un certo punto c’è un episodio, probabilmente sei stato male davvero alle Maldive, ti hanno fatto bere qualcosa di strano per curarti. E c’è un’intervista interessantissima all’atomo di carbonio, una visione dove il protagonista, che è lo scrittore stesso, si trova di fronte questo tondo, a questa cosa strana, e ne nasce un dialogo di tre, quattro pagine, dove forse si cita anche Heidegger, non so, e viene raccontata tutta la nascita dell’universo. La vita arriva da lontano, una molecola piccola dentro di noi viene dalle stelle. A un certo punto, l’intervistatore, che è l’autore, lui, dice: quale sarebbe il senso dei sassi, del mare, dei tramonti, delle penne a sfera, dell’aurora boreale e, se puoi dirlo, dei bolli per il passaporto? Intendo il senso ultimo delle cose, il perché di tutto, il perché. Che palle, dice l’atomo, ma allora è proprio un vizio, il vostro! Sono i cervelloni là in alto che decidono! Ma perché affezionarsi tanto alla tua forma di umano, che cosa ci sarà poi di così bello, di particolare, di speciale nella vostra forma? Ecco, mi ha colpito il modo in cui dici queste cose che butti così, nella società di oggi, nel nostro correre dietro a tutto, le domande di sempre ma sentite veramente. Vorrei sapere quale cura, quale destino possiamo dare a queste domande.

GIACOMO PORETTI:
Mah, intanto questo libro si intitola Alto come un vaso di gerani perché è una battuta che c’è in un racconto all’inizio del libro, quando io, a quattro anni, non so se esista qualcun altro del genere umano che abbia avuto la stessa sfiga che ho avuto io, e cioè di essere mandato a quattro anni, per due mesi, in una colonia marina a Pietra Ligure. Eh, non c’è niente da applaudire, qui è una tragedia, una deportazione! O sta applaudendo per solidarietà? Ah, c’è stata anche lei? Ha il numerino sul braccio? No? L’unica differenza è che a noi il numerino ce lo mettevano sulle mutande, e quando si andava in colonia c’era mia mamma che per due mesi prendeva le mie mutandine, le canottierine e le calzine e cuciva un numero. Il mio era il 238. Dicevo: “Mamma, ma perché mi metti il numero sulle mutande?”. “Eh! Lassa sta, pensa ghe no”. Ma comunque, insomma, ho avuto questa sfortuna di andare in colonia al mare – ma vedo che c’è qualcuno che ha vissuto lo stesso dramma – e mi descrivo com’ero fisicamente, ero alto come un vaso di gerani, sostanzialmente. Credo che sia stata anche un po’ la fortuna di questo libro, il titolo: avevo proposto all’editore un altro titolo, “Che spavento la vita!”. Ma l’editore mi ha risposto che con un titolo così, il libro potevamo metterlo nel reparto psichiatria o filosofia, quindi meglio di no. Devo dire che ha avuto ragione. Però, che spavento la vita, con il punto esclamativo, credo che sia una cosa che mi ha sempre accompagnato. Poi, voi ormai dovreste saperlo, i comici cercano di buttare in burla anche le cose più tremende, le cose più brutte, quelle che facciamo con i miei soci. Ci si può prendere burla delle più grosse paure, ma a un certo punto, di certe paure non si può più scherzare. Almeno, io mi sono reso conto che una certa paura sotterranea di fronte alla vita, lo stupore, lo spavento, mi ha sempre accompagnato, e quindi bisognava anche un po’ smetterla di riderci sopra, perché tanto di risposte non se ne ottenevano. E mi sono messo in testa, forse grazie a certe febbri – qualche medico anziano dice che le febbri ti fanno crescere, magari non solo in altezza, anche dentro, nel senso che la sofferenza in qualche modo aiuta e mettersi in rapporto con gli spaventi, con le paure, è sempre stata una costante della mia vita – che è un modo suo, di quello là che sta in alto, per farsi conoscere, perché non ha modi tradizionali per mettersi in relazione con noi esseri umani, che se vogliamo parlare l’un con l’altro ci telefoniamo, suoniamo il citofono. Non a Milano, perché se suoni il citofono a Milano dicono: “Avevamo appuntamento?”. “No, passavo di qui, volevo salutarti”. “Mandami una mail e vediamo se possiamo incontrarci”. Milano è così. Però, secondo me, lui, quello là in alto, ha delle modalità un po’ particolari e lo spavento, lo stupore della vita è una modalità per incontrarlo. Almeno, per me è sempre stato così.

CAMILLO FORNASIERI:
Infatti, nella lettera al figlio a inizio libro, dice: “Poi è successo che tutte le volte che mi guardi io mi sento interpellato dai tuoi occhi: tu mi guardi con totale disponibilità, con innocente e vorace curiosità, è come se tu mi chiedessi se la vita sia una cosa buona, se nasconde qualche tranello, se c’è da fidarsi di lei. Per adesso me la cavo con una carezza, un abbraccio, un sorriso, ma quando potrai parlare, quando farai domande, quando mi chiederai che senso ha tutto ciò, non vorrei farmi trovare impreparato. Vorrei poterti tranquillizzare, perché conosco le insidie di quelle domande, la paura e l’angoscia che possono portare. E allora mi preparo, mi alleno, passo in rassegna ciò che mi è capitato, nella speranza di poterti dire che sei finito dentro a un gioco meraviglioso, complicato, sì, misterioso anche ma sensato e nient’affatto malevolo. Questo è ciò che spero, o meglio, ciò che vorrei che fosse. Se sia veramente così, lo scoprirà il tuo cuore. Che straordinario spavento, la vita!”. Questo “mi preparo”, “mi alleno”, il tema calcistico, la tua corsa – racconta che da bambino correva più veloce di tutti -, Il modo in cui passi in rassegna ciò che ti è capitato. Ecco, nel libro forse accade tante volte questo passare in rassegna ciò che è capitato. Però quello che è davvero bello è che c’è un gusto di lealtà verso la vita, che non è l’autobiografia che spesso si trova in giro, in tanti libri. In questo passare in rassegna, mi colpisce molto anche il tema del periodo dell’infanzia, che a un certo punto lui descrive come un tempo che sembra infinito, dove le partite di calcio durano trentacinque ore di seguito. Ti volevo chiedere di questo tempo in cui uno emerge, si sente portato, e quindi unito. E questo paese intorno a Milano, questa cittadina che è Villa Cortese, sull’asse Milano-Legnano, che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta per te, cosa significa come impegno per noi, oggi?

GIACOMO PORETTI:
Sono nato nel 1956 in questo paesino che allora aveva 2.500 abitanti, adesso ne conta 6.000. Per come era scandito il tempo, per come era organizzato dal punto di vista sociale ed economico, era… Non so se qualcuno di voi ha visto – scusate la digressione – il film Cars. E’ la storia di questo paesino attraversato da una strada: tutti passavano di lì, poi, siccome hanno costruito un’autostrada, l’hanno tagliato fuori, per cui il paesino è rimasto tutto solo, e questi vivono un po’ nostalgicamente i fasti di un tempo. Ecco, il mio paesino, per come era strutturata la viabilità, era un po’ così, tagliato fuori da tutta la viabilità della provinciale, per cui davvero ci si muoveva da lì soltanto per andare a lavorare in fabbrica, e si tornava. Per questa caratteristica e per altre, per un sacco di tempo è stato una specie di comunità quasi chiusa, quasi autosufficiente, si usciva soltanto quando si andava in fabbrica. Le fabbriche lì sono sorte nel 1940, immediatamente dopo la guerra, prima facevano i contadini e stavano lì, non avevano neanche bisogno di andare a Legnano. Questa è la cultura in cui sono cresciuto, le cose che mi hanno raccontato i miei nonni, i miei genitori. Una comunità così non può che essere una comunità molto calda, molto accogliente, ma anche con qualche difetto di ignoranza, di superficialità. Però, insomma, ognuno è affezionato al luogo dove nasce. Io sono nato lì e con gli occhi da ragazzo mi sembrava tutto straordinario, forse perché era la prima volta che guardavo la vita. Forse anche voi avete avuto questa sensazione di quando si è ragazzi, quando si è giovani: sembra che il tempo sia infinito, che non passi più. Mi ricordo che quando avevo dieci anni dicevo: quando avrò diciotto anni, e potrò avere la macchina… Mi sembrava impossibile che si potesse arrivare ai diciotto anni. E invece, adesso, drammaticamente, sono qui a contare gli anni che rotolano. Da ragazzo mi sembrava che il tempo fosse magicamente dilatato, e anche gli avvenimenti che capitavano, quello che accadeva. Era un mondo che adesso non esiste più. A volte, rileggendo quelle cronache, mi dico: ma cosa cavolo ho scritto, un libro di Charles Dickens, dell’Ottocento? Eppure era così! Io e tanti altri del mio paese, abbiamo visto la doccia a 13, 14 anni. Ci si andava a lavare, d’estate, sulle roggette del canale. I miei genitori ci andavano in bicicletta, portavano il sapone di Marsiglia e ci si lavava, tutto il paese si lavava lì. Altro che inquinamento. Allora se ne sbattevano le palle, bisognava lavarsi! E di inverno, ovviamente, ci si lavava nel mastello, io e la sorellina. E la gara era entrare per primo, perché chi entrava per primo faceva la pipì dentro e chi entrava per secondo subiva. Io ero un po’ più alto e un po’ più veloce, quindi fregavo sempre mia sorella. So che sembra una nostalgia, però per me è importante raccontare da dove veniamo, per avere un senso, per cercare questa dimensione dell’uomo in tutte le cose che facciamo. Non avevamo il frigorifero ma allora nessuna famiglia aveva il frigorifero: per mettere il salame, il burro, nel porticato, tutti i papà costruivano una gabbietta con una retina metallica, con le maglie molto strette, se no il topolino si mangiava il salame e il coso. Per far respirare i cibi. Quello è il mondo da dove la mia generazione proviene, non tutta, certamente, in città era un po’ diverso, però dà il senso di dove stiamo andando: e anche qua, l’inquietudine che ci accompagna, con tutti i segni della modernità.

CAMILLO FORNASIERI:
Questo periodo che è introdotto dal tema della primavera, questo tempo delle stagioni che scandisce il libro: “Aprile è il mese della conferma del miracolo, quando la rinascita è una certezza, le gemme degli alberi hanno superato l’apparizione sconcertante di Marzo e sono rimaste attaccate ai rami. Hanno resistito al vento freddo, agli acquazzoni e un mattino di primo tepore ci sorridono e ci dicono che la vita non è solo per una stagione ma per sempre, perché qualcuno la vuole. Maggio arriva direttamente in mezzo al petto, i profumi di Maggio eccitano, stordiscono, confondono. Per la prima volta il corpo conosce l’eccitazione, la realtà diventa una promessa, tutto diventa possibile, ogni cosa è bella e desiderabile. La vita ha preso la forma di un cucciolo di animale, corre festoso, instancabile, verso tutti in ogni dove, non vuol mai riposare, perché quando si ferma l’ombra dell’inquietudine l’assale, la vita cresce, corre all’impazzata contromano dentro il sangue”. E’ bellissimo, l’ho letto come esempio della sua scrittura. Poi ci sono delle altre stagioni, no?

GIACOMO PORETTI:
Ci sono le altre stagioni, sì, sì.

CAMILLO FORNASIERI:
Stagioni in cui uno dice: me ne devo andare, non funziona più niente.

GIACOMO PORETTI:
Eh beh, è abbastanza normale, me l’hanno chiesto molte volte. Benché io conservi dei ricordi quasi magici di quel luogo, di quel paesino, però a un certo punto, tutti quelli che credono, che hanno un’esperienza di fede, ci sono passati. All’inizio della Bibbia, Dio parla ad Abramo e gli dice che se ne deve andare. Eppure, se non ricordo male, Abramo aveva una bella famiglia, stava bene, era realizzato, anche facoltoso. Sente questa voce che gli dice che se ne deve andare e probabilmente avrà pensato: ma dove? “Tu fidati di me, te ne devi andare da qua”. E a un certo punto è come se tutti quanti la sentissimo, questa voce. Questa è la voce della fede, però questa necessità di andare via dal proprio paese, dalla propria famiglia, quando si diventa adolescente, è qualche cosa di vitale che ci accade, perché per salvarci dobbiamo diventare qualcuno, qualcun altro rispetto ai nostri genitori per cui, con sommo dolore per i nostri genitori – fino a ieri eravamo dei ragazzini adoranti verso di loro, frequentemente gli adolescenti non sopportano più i genitori, e io compreso, qualsiasi cosa ti dicono i genitori non ti piace più, ti dà fastidio, ti sembra che ti facciano dei discorsi stupidi, idioti, che siano antichi – tutto il tuo paese ti sembra una cosa stupida, insignificante, te ne devi andare. E credo che in quel momento accada qualcosa di molto rischioso nella vita di ognuno di noi, perché l’andarsene può portarci su strade sbagliate o su strade positive, non si sa: l’importante per ognuno di noi è andare via. Anch’io l’ho sentita, questa voce, me ne dovevo andare dal mio paese, ero affascinato da altre cose. Credo di aver capito bene, tu probabilmente alludi non solo alla necessità fisiologica di andar via dalla tua famiglia ma anche di fare altre esperienze, di innamorarti di altre esperienze. Quegli anni ’70 erano gli anni della politica, erano gli anni dei grossi sconvolgimenti, di movimenti che, in maniera differente, portavano queste speranze di cambiamento del mondo. Anch’io come tanti ho creduto, mi sono battuto, mi sono speso completamente, rischiando molto, entrando in politica con la speranza che quello fosse il modo per cambiare il mondo. Ovviamente è stato qualcosa di molto vitale ma anche di molto contrastante perché poi, qualche anno dopo, con gli avvenimenti che sono successi, l’ho vissuto come una delusione, perché alla fine i sogni che avevi, le aspettative non corrispondevano alla realtà, quello che accadeva nella prassi politica non corrispondeva a quello che desideravi. Ho militato politicamente in queste formazioni, Democrazia proletaria: c’è una data in cui ho dovuto smettere, che mi ha messo pesantemente in crisi, quella dell’uccisione di Aldo Moro, un momento che per me ha rappresentato una linea di demarcazione molto netta. Lì si è insinuata la crisi, la delusione, ci sono voluti degli anni perché, come me, migliaia di giovani capissero che era un tentativo per rispondere alle inquietudini, alle paure di cui parlavo ma non era la strada. E’ stata un’esperienza che mi ha segnato, anni molto importanti: quando si hanno vent’anni, qualsiasi cosa accada ti rimane attaccato in maniera indelebile e per me è stato così. Sono stati anni anche molto dolorosi. Se vuoi, magari alla fine, parliamo anche di una cosa che riguarda il movimento, CL. Tanto, anche tu mi chiederai perché sei qua. Eh! Me l’aspetto dall’inizio, ‘sta domanda, quindi adesso parliamo d’altro ma dopo…

CAMILLO FORNASIERI:
E’ bello anche come racconta questi momenti di vita politica, le contraddizioni sulla pelle, sulle cose, anche sul monumento ai caduti.

GIACOMO PORETTI:
Quando ho scritto il libro, nel mese di gennaio, mi hanno inviato mio paese ed è stato molto toccante, molto commovente, perché c’erano tutti i miei coscritti, lì davanti, c’era tutto il paese. E di fianco a me c’era lui, quando avevo 20 anni era un amico, adesso è diventato il sindaco, cazzarola. Allora, 1975, nel pieno della mia militanza politica arriva il 25 aprile, giorno della Liberazione: come in ogni paese, c’era una manifestazione con tutte le autorità, la banda, il sindaco, le associazioni partigiane, ecc. Nel mio paese la si faceva sotto il monumento dei caduti che è un soldato, probabilmente fatto dopo la prima guerra mondiale: tutti gli anni si faceva ‘sta festa lì sotto. Eravamo in 4 o 5, la sera del 24 aprile abbiamo deciso di pitturare di rosso la bandiera del soldato che è di bronzo: abbiamo deciso di pitturare la bandiera di rosso così l’indomani mattina sarebbe stato uno choc. Di notte ci procuriamo ‘sta vernice rossa, lo pitturiamo – non l’ha mai saputo nessuno fino a quando non l’ho confessato nel libro, ma oramai il reato è andato in prescrizione, quindi sono a posto – e l’indomani mattina, facendo finta di niente, arriviamo lì. Alle 7,30 c’erano quelli del Comune che correvano a cercare la vernice per ripitturare, un mezzo scandalo. E nessuno ha mai saputo chi era stato. Quella sera di gennaio, a Villa Cortese, leggo tutto il racconto, molto si trovano, si immedesimano, ridono. Alla fine del racconto, dico: “Non mi ricordo se quella sera del 24 di aprile eravamo in 4 o in 5”, e guardo il Sindaco. E lui dice: “Eravamo in 5”. E’ stato bravo, ha confessato, è stata carina.

CAMILLO FORNASIERI:
Svela una cosa che nel libro non c’è.

GIACOMO PORETTI:
Sì, lì ha confessato. Non so se verrà rieletto alle prossime elezioni, però.

CAMILLO FORNASIERI:
Poi c’è questo desiderio di lavorare, di essere utili, che a un certo punto compare nell’adolescenza: dopo la scuola, dice, c’è questa bellissima immagine delle tute blu, dell’hinterland milanese, verso Legnano, con la grande fabbrica della Tosi, 4000 dipendenti. Erano tutte fabbriche e l’ideale era di essere una tuta blu, di avere a che fare con quel mondo, poi sei stato a lavorare come infermiere in ospedale. Mi ha colpito questo senso della povertà: in una famiglia povera, come quella di tanti, come è cresciuto questo imperioso senso di sé, di fare qualcosa di utile da dare alla società? Come è stato questo momento lavoro-scuola, e poi questo arrivo nel mondo degli ospedali?

GIACOMO PORETTI:
Devo dire che nel paese, se non facevi l’operaio, venivi guardato male. Chi aveva la fortuna di fare l’impiegato, era già “quello lì mi sta sui coglioni”, un po’ così. C’era molto classismo ma nel senso che lì, prima della guerra, facevano tutti i contadini, poi c’è stata questa industrializzazione. Tenete presente che Legnano, adesso drammaticamente non più, era una cittadina di 50, 60mila abitanti, la Franco Tosi, che è una grossa azienda metalmeccanica, era nel cuore della città e a mezzogiorno, quando 6000 operai andavano a mangiare, si bloccava la città. Il legnanese era tutta una fabbrichetta, se tu perdevi il lavoro, non c’era preoccupazione perché l’indomani avresti trovato da lavorare in un’altra fabbrica. C’erano migliaia di azienda tessili che adesso hanno chiuso. Per cui, c’era un tessuto sociale molto particolare. La tuta blu, come la racconto, era quasi un vanto fino alla generazione di mio padre, era appartenere a quella cosa, non c’era da vergognarsi, come potrebbe capitare adesso. Era qualcosa di molto dignitoso, cui uno teneva. Poi le cose della vita mi hanno portato a lavorare in un ospedale, casualmente, dopo la fabbrica, e lì mi sono fermato perché è un mondo tremendo, l’ospedale, ma anche interessantissimo, sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista umano. Mi ci sono fermato 11 anni, prima di incontrare quei due malati di mente che si chiamano Giovanni ed Aldo.

CAMILLO FORNASIERI:
Che differenza c’è tra quel lavoro che ti ha segnato tanto, l’infermiere, e adesso l’attore?

GIACOMO PORETTI:
Che differenza c’è?

CAMILLO FORNASIERI:
Differenza, sì, come scorre la vita in modo diverso?

GIACOMO PORETTI:
Beh, la differenza è enorme. Intanto voglio sfatare subito una cosa che molti mi dicono: “Ah, chissà lei come li faceva ridere, i malati, in ospedale”. Ho lavorato per cinque anni in un reparto di oncologia, provate voi a far ridere, a prendere per il culo uno che c’ha una malattia così importante. Se vai lì e fai lo spiritoso, ti manda a cagare. Una persona che soffre, che sta male, non vuole che la si prende in giro, più che l’allegria, sono altre le cose richieste dal cosiddetto paziente. Una persona che sta male così, vuole il silenzio, vuole la comprensione, vuole il rispetto, perché la cosa peggiore che uno rischia di perdere, quando è ammalato, è la dignità. Uno si sente minacciato. Quando stai male, anche per una piccola invalidità – non so, il ginocchio, la caviglia, la gamba, il mal di schiena – ti senti limitato. Uno che ha una malattia così importante, sente che la propria dignità viene meno, quindi la cosa che chiede non è che tu vada lì a fare il burlone, il deficiente. Devi portare rispetto a quella condizione, perché quel tipo di malattia a volte prevede che ti debba prendere cura di loro, anche nelle cose più umilianti: nell’andare in bagno, nel cambiarli, o perché magari ha vomitato. E’ una situazione di dipendenza molto difficile. Spesso provano vergogna, quindi, non sono mai riuscito a far ridere nessuno. Però mi sono accorto che, per quanto sia difficile e anche quasi impossibile raccontare, la cosa più importante che serve lì è il rispetto della condizione.

CAMILLO FORNASIERI:
Arrivando all’oggi, come arriva l’idea dell’attore? Nel libro c’è qualche accenno.

GIACOMO PORETTI:
No, la colpa è sempre del prete. Nella mia vita, i preti hanno avuto molta influenza, preti e cardinali. Il prete ha messo questo seme perché ho vissuto il teatro come il gioco più bello del mondo, quasi ancora più bello del gioco del calcio, quasi. E quindi la possibilità di realizzarlo è sempre rimasta lì, però, siccome dovevo lavorare in fabbrica, in ospedale, non si creavano le condizioni. Quando si sono create le condizioni per potere fare una scuola di teatro, sono andato. Però, anche lì, bisognava che succedesse un incontro particolare. Racconto nel libro quando ho visto i miei soci all’opera, una sera a Milano, in un locale scalcinato, che pagavi 5000 lire e ti offrivano una birra e uno spettacolo di cabaret. Mi sono fermato lì, così, diffidente come lo è sempre il pubblico di cabaret. E vedo questo tizio che aveva un inizio di chierica importante e si vergognava: faceva cagare, però se la teneva. E, voi non ci crederete, parlava in bolognese: viene fuori questo tipo che parlava in bolognese ma si capiva che non era la sua inflessione. E diceva che da lì a un po’ sarebbe iniziato uno spettacolo straordinario. Boh! Dopo due minuti arriva un tipo basso come me. Sembrava un vecchietto che fosse lì per caso. E il pelato lo guardava come per dire: “Levati dalle palle, fammi lavorare”. E tra il pubblico si è creato per davvero questo imbarazzo incredibile, dove tutti pensavano: “questo qui vuole lavorare, è scarso, fa schifo ma avrebbe il diritto di lavorare e quest’altro è un rompiballe che va lì, sul palco, senza dir niente”. Beh, insomma, dopo cinque minuti di imbarazzo pesante, quello piccolino, come se avesse visto la Madonna, il Diavolo, non lo so, gli è saltato in braccio al pelato, ma così, improvvisamente. Allora, per dieci minuti il pelato cercava di scacciarlo via come si scacciano le zanzare, i tafani, i gatti che ti saltano addosso; e quell’altro gli girava attorno, sotto le gambe, sul collo. Dopo un po’, il pubblico ha intuito che quello era spettacolo e che era una cosa esilarante, perché sono andati avanti per venti minuti, questo che cercava di tirarlo via, quell’altro che gli si arrampicava sopra. Dopo venti minuti, il pubblico era oramai in lacrime, me compreso. Quello piccolino – perché il tutto si svolgeva in un locale dove c’erano dei tavolini, dove la gente mangiava e beveva – ha preso uno stuzzicadenti di quelli da sandwich, con la bandierina sopra, ha tirato fuori un chewingum che aveva in bocca e l’ha piantato sulla chierica, poi gli ha messo la bandierina in testa e ha detto: “Ho scalato il Machu Pichu”. Io ho detto: “Con questi due scemi ci devo lavorare”. E gli ho fatto il filo, sembravano belli matti. Valeva la pena di lavoraci. E alla fine il sogno si è realizzato.

CAMILLO FORNASIERI:
Penultima domanda, poi c’è l’ultima.

GIACOMO PORETTI:
Quindi è la penultima domanda.

CAMILLO FORNASIERI:
Poi c’è l’ultima che hai detto tu. Te la fai tu.

GIACOMO PORETTI:
Me la faccio io? Sei un po’ Marzullo, però. Va bene. Mi faccio una domanda e mi do una risposta, va bene.

CAMILLO FORNASIERI:
Quando ho visto il film Chiedimi se sono felice, su Milano – io sono di Milano e anche io amo tantissimo quella città -, ho sentito quel modo di ridere, di guardare alla realtà con dentro quel filo di nostalgia, di giusto senso delle cose, di tristezza. Don Giussani ripeteva spesso questa frase: “Meno male che la vita è triste sennò sarebbe disperata”. Quella tristezza come mancanza che fa venire fuori i desideri che ho, e capire che la speranza è veramente un desiderio che hai e la vuoi trovare, e la vuoi abbracciare. Ecco, questa comicità è così rara, nel nostro tempo, mi ha colpito e ci colpisce tutti. Vorrei chiederti se l’avete presente, tra voi, se la riconoscete dal di dentro.

GIACOMO PORETTI:
Sì, sì, ma qui bisognerebbe spendere un’altra ora, magari se mi invitate anche l’anno prossimo.

CAMILLO FORNASIERI:
Eh dai, sì, va bene.

GIACOMO PORETTI:
Magari, però, senza essere bastardi come quest’anno, che mi avete fatto un regalo: “Signor Poretti, le regaliamo la maglietta del Meeting”. XL. Potenti come siete, non riuscite a fare la misura S? Va bè. Io ho fiducia in voi. L’anno prossimo voglio una S. Camillo, l’hai promesso.

CAMILLO FORNASIERI:
Va bene, promesso. Small.

GIACOMO PORETTI:
Ma dunque, i miei soci sono un po’ come tutti i comici. La prima azione del comico è rispondere a una certa ansia, una certa paura, esorcizzare i problemi della vita ridendoci sopra: è una reazione umana che abbiamo in tanti. Il comico ne fa solo una forma d’arte. Poi va avanti, e se è bravo, se ha voglia, riesce anche ad essere utile smascherando, mostrando i difetti. Non parlo della satira politica, noi non l’abbiamo mai fatta, non siamo capaci: ma smascherando i difetti delle persone, mettendoli in ridicolo, alla berlina, puoi far capire a loro e a tutti quanti quanto siamo scemi, a volte. E quindi ha una sua utilità. Però credo che il comico alla fin fine abbia un fondo di malinconia, di nostalgia, sempre, perché il suo essere comico è una reazione alla vita: anche lui desidera essere tranquillo, essere rasserenato, non essere spaventato. E quindi, tu dici, i lombardi, i milanesi sono così. Quei pochi che sono rimasti, sono così, hanno questo sguardo malinconico sulle cose che è un po’ doppio, sono ironici ma al contempo nostalgici e malinconici, perché secondo me hanno tutte e due le facce della medaglia della vita, sono tutte e due le cose, no?

CAMILLO FORNASIERI:
Verissimo. Adesso, invece di fare quella domanda, vorrei chiederti, in conclusione, questo titolo che abbiamo scelto, Emergenza uomo, vorrei condividere un desiderio rispetto a quello che siamo e a quello che viviamo. Che emergenza senti nella vita della nostra società, nella tua vita personale, nei giovani?

GIACOMO PORETTI:
Non so se sei abile o sei carogna, perché l’hai fatta in maniera capziosa, questa domanda, e mi porti lì e io volentieri mi ci faccio portare. Quando Camillo, proprio lui, mi ha invitato a venire al Meeting, mi ha parlato del titolo. Emergenza uomo è un titolo profondissimo, complicatissimo, interessantissimo da articolare, e non sapevo bene come potessi essere utile a questa cosa, sempre che uno possa essere utile. Però l’opportunità mi si è chiarita con questa fatidica domanda perché, un mese prima di venire al Meeting, in maniera assolutamente bonaria – ci tengo a dirlo perché poi i giornalisti si offendono – il giornale Avvenire, che è un giornale cattolico, mi chiede: “Ma signor Poretti, avrebbe voglia, alla sua maniera, quindi comicamente, di dare una giustificazione del perché va al Meeting?”. Mi ha colpito questa cosa del perché, mi sono detto: “Se questa richiesta me l’avesse fatta l’organo del partito comunista sovietico, avrei compreso di più. Ma perché? Le va di giustificarsi?”. Allora ho scritto questo articolo, non so se qualcuno di voi l’ha letto, dove sostanzialmente dico che uno può fare tutte le cose bizzarre della vita, tipo prendersi una camera da 12.000 euro in un albergo a Dubai, e nessuno ti dice niente. Può comprarsi un orologio da 40.000 euro, e nessuno ti dice niente. Puoi affittarti l’utero di una donna in India, 3.500 euro o giù di lì, e nessuno ti dice, anzi, nessuno ti deve dire niente, perché sennò la libertà… E che cazzo! Puoi andare a fare il campionato del lancio delle forme di formaggio, una cosa più scema di questa non l’ho mai vista, non so, uno può leggere tutta l’opera completa 50 sfumature di grigio, di rosso, di nero, di neroazzurro, di blucerchiato, di bianconero, e anche qua nessuno ti dice niente, cazzo, che figata! Però se decidi di andare al Meeting, ti dicono tutti: “perché?”. La cosa ovviamente mi colpisce. Colpisce questo atteggiamento che chiunque viene qua deve dare una giustificazione. Io non mi sento di giustificarmi, anche se in un qualche modo ho risposto scrivendo questo articolo. Intanto, sono molto contento di essere qua perché, come dice mia mamma, quando ti invitano è maleducazione dire di no. Primo. Devi avere dei fondati motivi per non andare. Siccome di fondati motivi non ce ne sono, va bene, eccomi qua. E poi, sempre come dice mia mamma e qualcun altro, magari vai lì controvoglia, perché pensi di essere molto diverso, e magari scopri di avere molte più cose in comune che non quelle che differenziano. E poi, diciamo che la colpa è un po’ del Cardinale, diciamola tutta. Il Cardinale Scola, quando si è insediato a Milano – anche lì è capitata una cosa che apparentemente è casuale ma di casuale non c’è niente – in qualche modo ha un po’ cambiato la mia vita perché, non lui ma chi per lui, mi ha invitato a dialogare con lui sulla città di Milano. Io l’ho fatto perché ho detto, vabbè, anche se qualche pregiudizio mi dice che non dovrei andare, ma perché non ci vado? Avevo già in testa allora il governo delle larghe intese, io. Ce l’avevo già in testa come speranza. Dicevo: smettiamola di essere “io sono così”, “tu sei così”, quindi… Smettiamola di parlarci solo tra persone che la pensano allo stesso modo, che tanto non facciamo che convincerci e non c’è bisogno. Ho accettato di andare lì. Tra l’altro, quel tipo di intervento, siccome è piaciuto, mi ha portato ad approfondire il rapporto con Mario Calabresi, a scrivere sul La Stampa, poi a scrivere questo libro. Ma soprattutto, tra le tante cose interessanti che il Cardinale disse quel giorno, una in particolare mi colpì. Disse che era un suo proponimento, perché si insediava nella città, che una delle cose importanti fosse l’attitudine all’ascolto. Va bene, detta così ce la diciamo tutti i giorni, le mamme lo dicono, tutti lo dicono in televisione, i politici, tutti dicono ‘sta cosa qua, però, che cosa significa per davvero mettersi in ascolto dell’altro? Infatti il Cardinale, immediatamente, intuì, sospettò che poteva essere accusato di una banalità incredibile, e allora disse: “La vera attitudine all’ascolto è quando qualcuno di noi si mette per davvero in un atteggiamento di disponibilità e di mitezza ad ascoltare l’altro, a tal punto che tu puoi anche cambiare idea”. La cosa mi ha colpito profondamente. Ho provato il giorno dopo a fare così ma non c’è stato verso perché, alla fin fine, ognuno di noi pensa sempre che sono gli altri che non sono disposti a cambiare idea, che le idee migliori le abbiamo noi. Cioè, ma come cazzo fanno a non capire! E poi, in particolare in questo momento in Italia, l’ho scritto in maniera un po’ forzata, mi sembra che siamo in una situazione, noi italiani, in cui tutti ci stiamo sulle balle reciprocamente, e quindi c’è sempre un motivo per differenziarci l’uno dall’altro. Allora, insomma, quell’indicazione del Cardinale, per quanto scandalosamente quasi impossibile da realizzare, mi sembra che sia una cosa che possa essere una guida, un qualcosa che ci indica la strada. Quindi, il perché: non c’è il perché, è facile, mi metto in gioco, sono volentieri qua a dialogare con voi, sono contento di essere qua e racconto questo episodio che è un aneddoto, però evidentemente le cose non sono casuali. Nel 1980 non avrei mai immaginato di finire qua, perché nel 1980 stava finendo un po’ come vi raccontavo prima, la mia crisi politica, ecc. Però, il primo maggio 1980, facevo la scuola per infermieri e c’era, come accadeva in quegli anni, la manifestazione in piazza Duomo. Manifestazione del 1° maggio, festa dei lavoratori che hanno diritto ad entrare in piazza Duomo. Adesso sveliamo una cosa importante, occhio, è un po’ come la bandiera del 25 aprile, attenzione: quindi, hanno diritto ad entrare in piazza soltanto il sindacato, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Il Manifesto, il Partito Comunista, ma Comunione e Liberazione quell’anno decide di partecipare al corteo. E se ti ricordi bene, Camillo, al mattino aveva piovuto, io me lo ricordo bene, adesso ti dico il perché. Tutti avevamo gli ombrelli. Ad un certo punto, il corteo decide di non fare entrare quei ciellini lì che, cazzo c’entravano col Primo Maggio? Aspetta ad applaudire. Non so per quale motivo mi ritrovo lì, proprio davanti in prima fila, che si fronteggiavano gli schieramenti. Ad un certo punto sono cominciate a partire delle ombrellate, io col mio ombrellino piccolino, cazzo, parapiglia, vedo di fronte a me il professore di medicina che insegnava alla scuola per infermieri professionali, dottor Stelli, magari è qua, ciellino, e ci siamo fermati tutti e due con l’ombrello, così. E’ difficile raccontare cosa accade in quei momenti, ma io ho pensato: è chiaro che sono bocciato, è chiaro che questo bastardo mi boccia. Però, insomma, alla fine, tutti e due ce ne siamo andati, è stato un momento molto significativo perché ce ne siamo andati, tutti e due, e lui non mi ha bocciato, ho fatto l’infermiere per dieci anni, mai e poi mai mi sarei immaginato. Anche lì, ecco, ho sfatato il primo pregiudizio verso Comunione e Liberazione. Cioè, cattolici, cristiani, porgono l’altra guancia, col cazzo! Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Giacomo, davvero vi invito a leggere il libro perché è questo racconto intenso di una unità della vita, delle cose. Grazie a tutti, grazie a Giacomo Poretti, arrivederci.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

22 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti