INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

L’AMERICA NON ESISTE
Presentazione del libro di Antonio Monda, Giornalista e Scrittore (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore.
A seguire:
ALLA RISCOPERTA DI… CORMAC MCCARTHY
Partecipa Davide Perillo, Direttore di Tracce.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 19.00 eni Caffè Letterario D5

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti a questo momento finale della giornata di oggi. Abbiamo due proposte: un libro di un autore amico, contemporaneo, presente, che salutiamo, è Antonio Monda. La seconda è un autore della serie che abbiamo voluto offrire come occasione di lettura, di riscoperta o di introduzione: quindi sarà in absentia, ma con la presenza di Davide Perillo, appassionato lettore di Cormac McCarthy. Non vogliamo istituire un confronto con Antonio Monda, che è anche lui appassionato lettore del grande scrittore americano. Il libro scritto da Antonio Monda per Mondadori è L’America non esiste. Antonio Monda è docente alla New York University, vive in America da diversi anni, con la moglie e i tre figli ed è anche attivo giornalista per Repubblica, Vanity Fair. Ha scritto diversi saggi per Fazi: mi pare che questo sia il secondo libro con Mondadori, due anni fa lo abbiamo già incontrato con i racconti Hanno preferito le tenebre. Dodici storie del male. L’America non esiste è una narrazione corposa di 60 riquadri, che nella dedica riporta una frase di Henry Miller, da Tropico del Cancro: “Non esiste l’America, è un nome che si dà a un’idea astratta”. Intuisco invece che il libro è la vicenda molto reale e concreta di persone che animano un tempo, l’inizio degli anni ’50, e che sia volto a mostrare come il luogo dove tutti noi siamo chiamati a vivere non sia un’idea, un’immagine, un sogno ma una realtà, non solo perché è difficile o dura come quella dei due protagonisti, ma una realtà che impone il porsi delle tue scelte, della tua fisionomia. Brevemente, vorrei accennare alle due strade diverse che prendono i ragazzi del libro, Nicola e Maria. Nicola incontra un mondo molto bene descritto, popolato di personaggi che conosciamo, da Rocky Marciano a Elia Kazan, il grande regista americano, da Marilyn Monroe a Humphrey Bogart, da Ella Fitzgerald, a Rothko e agli artisti che in quegli anni iniziavano l’espressionismo astratto, proprio a New York: tutti nomi trattati come persone comuni, senza devozione. Maria, invece, si assume il compito di custodire e servire un palazzo che, abitato da vecchi pensionati, uomini di colore, ha bisogno di un portiere. Due modi diversi di entrare nella vita, due volti compresenti in noi: c’è una scelta in questo? E c’è invece, nel coraggio, un aspetto di allontanamento dalle proprie radici, un desiderio di andare altrove? C’è fede in questi uomini? La fede è una dinamica di rapporto umano con tutto, con le cose e le persone. Certo, l’infinito, che è a tema tra noi in questi giorni, è una dinamica presente nel libro, perché Monda ama i valori profondi, ama l’intensità. E chiudo dicendo che c’è in tutto il suo libro un sentimento di gratitudine, che ho ritrovato in una mostra su Walter Rosenbloom, un ebreo di questi anni, che aveva fotografato gli uomini del suo quartiere come se fossero parenti. C’è una similarità in questo grande romanzo, dove le scelte sono il punto protagonista, e vorrei fosse questo il focus su cui l’autore interviene, dove c’è anche questo aspetto di gratitudine verso un mondo che è duro, difficile, ma che è anche un dono dato da vivere. Antonio, non so se ho detto delle cose eccessive.

ANTONIO MONDA:
Vorrei innanzitutto ringraziare tutti voi e gli amici del Meeting, in particolare Camillo Fornasieri, per l’intelligenza con cui ha letto e compreso quello che ho cercato di scrivere. Credo che il motivo per cui sono stato invitato sia che forse c’è qualche qualità in quello che scrivo, ma la realtà è che chi lo legge con un certa attenzione intuisce subito che cerco di raccontare l’itinerario spirituale dei personaggi che racconto. Maria e Nicola sono i nomi dei due protagonisti: sì, Camillo, il nome è scelto ad hoc, Ancilla Domini, lo dice a un certo punto, rischiando quasi la bestemmia, “piena di grazia”. Maria e Nicola sono innanzitutto due facce dell’uomo che ha scritto il libro, cioè del sottoscritto. Sono due scelte diverse rispetto ad una sfida. So che il prossimo incontro sarà su un autore che amo molto, Cormack McCarthy, che sente forte questo senso della sfida fino a renderlo epicamente, una sfida di vita e di morte. Le sfide che racconto io sono più piccole, più quotidiane, più banali ma non per questo meno importanti. Vorrei dire alcune cose: la prima è il titolo che hai citato, una provocazione che nasce dalla frase di un grandissimo scrittore americano, Henry Miller, che in Tropico del Cancro diceva: “L’America non esiste”. Ovviamente, l’America esiste, eccome, ma è un’intuizione: l’America come idea e l’America come realtà. La storia del mio libro racconta la differenza tra l’America come idea, come opportunità, come promessa, e la realtà. Poi, c’è anche il periodo storico. Nel 1951, andando al cinema a New York, avreste trovato, in una sala accanto all’altra, Eva contro Eva e Viale del tramonto. Se andavate in un locale di jazz, cantava Ella Fitzgerald, a teatro vedevate Un tram che si chiama Desiderio e Morte di un commesso viaggiatore, al cinema ci sarebbe stato Fronte del porto. Ma oltre ai titoli che vi ho detto, c’era La regina d’Africa o Un americano a Parigi. Nelle librerie, nel giro di un anno sarebbero usciti Il giovane Holden, Il vecchio e il mare, La saggezza nel sangue della grande Flannery O’Connor: due anni fa, qui c’era una bellissima mostra. Ma era anche il periodo del maccartismo. Il maccartismo è stato una negazione di quello che è l’America, e questo mi affascina molto perché l’America è una promessa, l’America è il Paese della Statua della Libertà, del Primo emendamento, quello che consente a ognuno di professare le idee che vuole e di avere la fede che vuole. Perseguitare una persona, anche se ha idee sbagliate – com’erano profondamente sbagliati, la storia lo ha dimostrato, gli ideali comunisti di quegli anni – è stata una negazione dell’America, un errore. Tuttavia voglio dire un paio di cose, se mi consenti, su questo periodo storico, perché se non si storicizza, se non si contestualizza, non si capisce. Oggi a noi sembra solo una mostruosità e, come avete capito, io lo condanno. Però occorre capire alcune cose. Nell’anno 1951 il mondo era diviso, come diceva Winston Churchill, da una iron curtain, una cortina di ferro: da un lato c’erano i Paesi liberi, dall’altra parte c’erano i Paesi che credevano che l’Unione Sovietica fosse un modello. Era vivo Stalin, uno dei più grandi macellai della storia, c’era la guerra in Corea. Queste cose fanno capire come quell’errore – non ho dubbi a definirlo tale – che è stato il maccartismo avesse molte giustificazioni. Un’ultima cosa su McCarthy: io non ho nessun rispetto, nessuna simpatia, nessun tipo di afflato per chiunque costruisca la propria carriera mandando in galera i nemici politici. McCarthy è stato questo, è stato anche un senatore rozzo e ubriacone che pochi anni dopo morirà alcolizzato. Tuttavia, credo che si debba capire cosa siano stati quegli anni. Ritorno un attimo al tema spirituale che mi ha sollecitato giustamente Camillo. Maria è una ragazza profondamente religiosa, ma anche una ragazzina di diciannove anni, che pasticcia. Si ricorda un insegnamento del padre che le aveva insegnato un verso meraviglioso, che conosciamo tutti: “Vergine Madre, figlia del tuo Figlio”. E’ Dante, il primo verso dell’ultimo canto della Divina Commedia: lei non ricorda se è una preghiera, una poesia o entrambe le cose. E’ profondamente religiosa ma anche profondamente carnale. Spero di non scandalizzare nessuno. Il libro ha due o tre scene molto carnali, direi erotiche, perché lei vive una storia d’amore torrida con un ragazzo ebreo, di un’altra religione, di un altro culto. Ed è anche affascinata, lei che viene da un paesino dell’hinterland napoletano, dalla storia, dal mondo di questo ragazzo che le dice che nei suoi templi non ci sono i crocifissi, per esempio. Viceversa, Nicola – e spero di chiudere con questo, di rispondere in tutto – è un giovane uomo di ventitré anni, che ha gettato alle ortiche l’insegnamento del padre e della madre, non ne vuole più sapere di spirito, di fede, di preti, di chiese, ma sente dentro di sé un tormento. Non voglio svelarvi tutto. Questa decisione di rigettare con forza gli insegnamenti ricevuti in realtà non riesce a essere risolutiva. E forse anche per lui, alla fine, c’è un momento di luce. Per questo – lo dicevo prima a chi poi vi parlerà di Cormac McCarthy, lo dico con la massima umiltà, per carità – mi sento molto vicino a quel grande scrittore che ha sempre raccontato mondi bui dove, all’improvviso, compare uno spiraglio di luce.

CAMILLO FORNASIERI:
Vorrei andare a scoprire però anche la vena di Nicola. Nel bellissimo paragrafo finale, c’è Nicola che entra nel Metropolitan Museum di New York, un’arte altra rispetto a quella che aveva praticato, e c’è una mostra di grandi italiani. Di fronte alla Primavera di Botticelli, rimane incantato e il pensiero va altrove. Ricorda un momento in cui il padre citava sempre una certa frase, anche questa di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti [che il padre ripeteva due volte] ma per seguir virtute e canoscenza”. Ecco, che cosa incarna Nicola, che nostalgia c’è? Pensa a Maria, c’è questo andare col pensiero a una memoria antica.

ANTONIO MONDA:
Innanzitutto voglio svelare, per chi ancora non l’avesse capito, che i due personaggi sono specchi del sottoscritto: il libro è profondamente autobiografico anche per questo. Io sono un emigrante, anche se di lusso, non con la valigia di cartone: vivo in America da diciotto anni, quindi alcune di quelle esperienze sono anche mie. E’ il motivo per cui ho cercato un momento lontano, un tempo nel quale non ero ancora nato. Certo, spero di avere la mitezza, la saggezza, la purezza, ma anche la carnalità di Maria, temo di avere il cinismo spregiudicato di Nicola: però Nicola non è solo negativo, è un uomo ambizioso e per questo ho citato, non a caso, l’Ulisse raccontato meravigliosamente da Dante. Nicola è un po’ questo, uno che dice, appunto, “fatti non foste a viver come bruti”. Non leggiamolo in chiave religiosa, noi abbiamo dei talenti e non si seppelliscono i talenti. Lui vive e declina questo insegnamento in chiave totalmente materiale, attenzione, lui dimentica lo spirito, lo rigetta, anche: però quegli insegnamenti rimangono dentro e poi, prima o poi, magari attraverso un’opera d’arte (la Primavera di Botticelli), magari attraverso un verso di Dante o il ricordo del papà che non c’è più, e anche della mamma, quelle cose tornano fuori. E’ un paragone sommo, un Ulisse che viaggia ma, prima o poi, sa che deve tornare nella sua Itaca, dalla sua Penelope, a vedere Argo che muore perché lo riconosce. E’ la sorte di ogni uomo. Perché Joyce è un grande della letteratura? Perché ha capito che la storia di ogni uomo che vuole vivere la vita, come dico nel libro, “senza consumarla”, viverla intensamente, fa quello che ha fatto Ulisse, cioè si allontana, vive magari una storia d’amore con Nausica o con Calipso, viene tentato dalla maga Circe, uccide i Lotofagi, sfugge a Polifemo, ma poi prima o poi torna a casa. Il punto è: che cos’è “casa”? La casa del nostro Padre con la P maiuscola? Oppure, il posto al quale abbiamo attribuito i nostri sogni, che sono sempre un po’ fallaci, quello del successo, quello della bellezza, quello della soddisfazione? Certamente, Nicola segue il mito di Ulisse. Chiudo con la citazione di uno dei miei scrittori preferiti: è Jorge Luis Borges, insieme a Cormac McCarthy. In un suo racconto dice: “Ci sono due storie che l’uomo non sarà mai stanco di sentire: quella di un uomo che ha girato con un vascello per mare e dopo vent’anni è tornato a casa, e quella del Figlio di Dio che è sceso sulla terra ed è finito in croce”. E’una cosa di Borges. Sono le due più grandi storie, una, ovviamente, per chi ha fede è il centro dell’esperienza, il centro della vita, l’altra è solo un capolavoro letterario. Lo dico con massima umiltà, cerco di raccontare le stesse cose.

CAMILLO FORNASIERI:
Ultima domanda, visto che è qui con noi ed è anche un osservatore venuto dall’America: questo libro è tradotto o punterà ad essere tradotto?

ANTONIO MONDA:
Il 4 ottobre – fate il tifo – c’è un lancio americano, sperando di avere le offerte migliori.

CAMILLO FORNASIERI:
In questi ultimi anni si dice che “l’America è profondamente divisa in due”, cioè spaccata in due tipi di reazione di fronte ai problemi e alle proposte di soluzione. Che America stai vedendo, tu? E’ vero questo? Qual è il tipo di attesa umana cui cerchi di corrispondere anche nel dialogo con gli studenti, con le persone che conosci?

ANTONIO MONDA:
Anche se vedo Camillo una volta ogni due anni, tuttavia ne ho grande stima. So che nella sua domanda non c’è neanche l’ombra dell’antiamericanismo che è una patologia con la quale mi scontro spesso. C’è invece la volontà di comprendere questo Paese straordinario, dal quale imparo tanto. Poi, se permetti, dirò una cosa sulla copertina del libro, perché ha una sua importanza. Le due Americhe: ovviamente la divisione non è soltanto tra liberal e conservative, cioè tra sinistra e destra, ammesso che poi esista una vera sinistra in America. Comunque, questo è lo schema che tutti noi seguiamo. La vera divisione è tra chi vive la propria vita consumandola e chi la vive come esperienza che rimanda a qualcosa che succede dopo, cioè tra chi ha una concezione trascendente e chi ha una concezione che trascendente non è. Queste due divisioni si declinano all’interno dei due partiti, democratico e repubblicano. Una delle cose che ho imparato è che c’è un atteggiamento non solo religioso, spirituale, ma anche profondamente compassionevole in entrambi gli schieramenti. L’America è un Paese che è stato ferito profondamente dall’11 settembre, dalle recessioni. E arrivo subito al punto: se posso mostrarla un attimo, questa copertina rappresenta l’Empire State Building. L’ho fatta vedere perché l’Empire State Building è un palazzo meraviglioso, quando fu costruito era il più potente, il più alto, il più grande del mondo. Ho voluto metterlo in copertina perché l’anno in cui è stato costruito era il 1929, nel pieno della grande depressione. L’America, nel momento in cui è in ginocchio – ci sono persone che vanno a prendere la zuppa all’Esercito della Salvezza – costruisce il palazzo più grande, più ricco, più potente e più simbolico del mondo. Un anno dopo, a San Francisco, si fa il Golden Gate, il ponte più bello del mondo. Questa è l’America che amo, questa è l’America che secondo me può ancora dare molto a noi europei e al resto del mondo. Questo non significa che l’America sia il regno del bene, che non esistano contraddizioni. Da un punto di vista prettamente religioso, per esempio, anche se è un mondo multietnico, il melting pot, ecc., io sono molto lontano dallo spirito calvinista che si afferma, quell’etica del lavoro per cui più si ha successo e meglio è, che è molto lontano da un atteggiamento cattolico, mi sembra. Non so se ti ho risposto.

CAMILLO FORNASIERI:
Direi proprio di sì: forse la risposta che ci interesserà e ti interesserà sarà una possibile lettura da parte loro, perché sento che c’è uno spirito bellissimo in queste tue pagine. E’un augurio, un invito a prendere il libro perché Monda scrive benissimo, e dalla storia avete capito quanto realtà e vocazione, chiamata, si intersechino. Sono le cose che fanno belli i romanzi, la narrativa, perché con persone così stiamo tornando alla narrativa che necessita di una storia con un senso: utilizzare semplicemente la realtà per sfarinare o sciorinare il proprio pensiero, è quello che sta portando la letteratura a separarsi dalla cultura. Grazie a Monda.

ANTONIO MONDA:
Se mi permetti, vorrei dire una cosa, di che parla il libro: con una battuta, direi che è la scoperta dell’America di due ragazzini, due facce del sottoscritto, con incanto e con rabbia. Ma in realtà, il libro racconta tre grandi storie d’amore. La prima è infelice, è la storia di un uomo, Nicola, che seduce e poi sposa una miliardaria perché gli garantisce il successo. E’ modo per scalare la società, un po’ come Bel Ami. La seconda storia è anch’essa infelice, perché è la storia di una ragazza, Maria, che si innamora perdutamente di un giovane ebreo ma purtroppo l’amore finisce tragicamente. La terza storia d’amore è felice, invece, è la mia con la città di New York: chi vuole sapere come la racconto e perché amo New York, è invitato a leggere questo libro. Se abbiamo finito e me lo consenti, vorrei solo leggere cinque righe, il finale, perché un po’ sintetizzano quello che ho cercato di raccontare. Questa è Maria che si sta facendo il bagno dopo una notte d’amore con Nathan, ha scoperto che Nathan è malato e si chiede come sia possibile: Dio mi ha regalato una cosa così bella e questo sta male. “Si chiese perché la vita ci costringa a fare cose che non arrecano piacere, perché gran parte del nostro tempo sia destinato a seguire regole che non abbiamo deciso: frequentare persone che non vogliamo, fare lavori che non ci interessano, affrontare dolori che non meritiamo, e perché, nonostante questo, la vita sia sempre sorprendente e meravigliosa”. Questa è la storia. Grazie, so che adesso parlerete di uno scrittore molto più importante. Arrivederci e grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Lascio subito la parola al nostro Davide Perillo, direttore di Tracce e caro amico. Con lo spirito di ieri, facciamo questa seconda introduzione alla lettura di un grande autore, perché la letteratura parla sempre alla vita. In un libro, nei libri, è nascosto un suggerimento di esperienza che non è mai solo personale ma è suggerimento all’esperienza di tutti, e va verificato nella sua offerta di verità, di sincerità, di tenuta, di originalità. Cormac McCarthy è ritenuto da tutti il più grande scrittore contemporaneo: ha la forza e il desiderio delle cose ultime. Questa non è una lezione che vuole avere un carattere di oggettività astratta, quanto l’introduzione a una verifica che passa attraverso la lettura di uno, la passione ragionevole e motivata di una persona. Credo che questo sia interessante, è anche un incontro con Davide.

DAVIDE PERILLO:
Grazie Camillo, anche perché così mi eviti di fare la premessa: non sono un esperto, sono un appassionato. Quello che vorrei fare con voi è offrirvi i motivi per cui Cormac McCarthy colpisce e appassiona me e perché leggerlo, scoprirlo, aiuta ad andare a fondo del tema che stiamo sviluppando in questi giorni col titolo del Meeting, il rapporto con l’infinito. E’uno dei più grandi scrittori contemporanei, forse il più grande, per due motivi fondamentali. Il primo è semplice, apparentemente: la lingua, la capacità di scrittura. Vi leggerò qualche brano molto agile, molto veloce: però vi chiedo la pazienza e la bontà di scontare il fatto che la voce è quella che è, ahimè, e si legge in italiano, non in inglese. Vorrei darvi un’idea di che cosa vuol dire questo uso della lingua. Siamo in una scena molto semplice: è un’ambientazione da western, proprio quello a cui siamo abituati: indiani, cowboys, eccetera. “Bivaccarono vicino alla vasca e il maniscalco si occupò dei muli e dei pony che avevano perso i ferri e tutti lavorarono ai carri fino a notte fonda, alla luce dei falò. Partirono al sorgere di un alba color cremisi in cui cielo e terra si serravano in un piano sottile come il filo di un rasoio. Laggiù, piccoli scuri arcipelaghi di nubi e il vasto mondo di sabbia e arbusti protesi verso l’alba, verso il vuoto sconfinato dove quelle isole azzurre tremavano e la terra si faceva esitante, s’inclinava bruscamente, scompariva dentro sfumature di rosa e il buio oltre l’alba, fin dove lo spazio si stringeva in un filo sottile”. Capite che questo modo di descrivere la realtà, questo uso della lingua, questa modalità di raccontare ha dentro una essenzialità che colpisce. Colpisce, cioè aiuta ad andare a fondo delle cose. E’molto più di una descrizione precisa, è qualcosa di essenziale, qualcosa che aiuta ad entrare nella realtà, una capacità di raccontare le cose entrandoci dentro, ed entrandoci dentro con tutto se stesso. La lingua di McCarthy è essenziale, va all’essenza delle cose: attenzione, non povera ma asciutta, essenziale. Il mio amico Luca Doninelli dice – tra l’altro, scrivendo proprio di McCarthy – che “i nove decimi del lavoro di un narratore consiste nella fatica di dissodare il terreno dell’esperienza per trasformarla in parola”. E’ azzeccatissimo, McCarthy fa esattamente questo. Serve la realtà: scrivendo, serve la realtà. Adopera la lingua in una maniera essenziale, una parola non è mai uguale a un’altra. Una cosa, un nome, è un nome solo. Se proprio vogliamo estremizzare, i sinonimi in realtà non esistono. Non esistono due parole che hanno esattamente lo stesso, identico significato. Per raccontare quest’alba color cremisi, capite che solo l’aggettivo cremisi è adeguato, solo quello fa vedere com’è veramente la realtà. Ecco, lui ha, anzitutto, questa capacità straordinaria, scrivendo, di mettere se stesso al servizio della realtà. La lingua serve a questo per lui, e per questo attira. Attira nel senso che richiede attenzione, non uno sforzo. Attenzione, non ti stacchi, inizi a leggere descrizioni così e non ti stacchi. Leggi storie in cui apparentemente non accade nulla o accade pochissimo, libri di pagine e pagine in cui la storia è imperniata su un ragazzo che sta dando la caccia a una lupa… Ma non ti puoi staccare perché è la realtà che attira. La realtà descritta così, attraverso la mediazione di uno che la guarda così, ha un’attrattiva irresistibile. Questo è il primo motivo per cui, secondo me, è uno dei più grandi scrittori contemporanei. Pensate che tipo di esperienza, che tipo di attenzione al reale, bisogna avere per descrivere, ad esempio, una cosa apparentemente insignificante come questa, tratta da Suttree che, secondo me, è una delle sue opere più belle. Il protagonista è un ex-galeotto che ha rinunciato alla vita agiata che la famiglia gli offriva e campa facendo il pescatore in un fiume. All’inizio viene descritto l’ambiente in cui si trova, in cui lavora. Sentite questa cosa: “Disarmò i remi e si stravaccò a prendere il sole sui sedili. Sbottonò la camicia fino alla cintola, si portò un avambraccio sugli occhi. Poteva sentire il fiume confabulare flebilmente sotto di lui: vecchio, denso fiume coperto di rughe. Sotto l’acqua cannoni a fusti, orecchioni incagliati che arrugginivano nel fango, barche a chiglia decomposte in mucillagine, leggendari storioni dal corpo corneo e pentagonale, pesci gatto, carpe, cupe e lucenti come lasche, con il loro ventre pallido e senza sprue. Una densa fanghiglia tempestata di vetri rotti, ossa, barattoli arrugginiti, cocci di stoviglie venati di crepe, neri di fango”. Niente di più morto di questo, apparentemente! Ditemi se sentirlo descrivere così non vi dà l’idea di qualcosa che è vivo, ha una profondità, per usare l’espressione che ha usato la nostra amica Tat’jana Kasatkina l’altro giorno. Ha uno spessore che va oltre l’apparenza. Pensate che tipo di esperienza della realtà bisogna fare per poter rendere quella vita, che nella realtà c’è, così. E infatti McCarthy racconta solo cose di cui fa esperienza. Per esempio, scrive soltanto di posti che conosce. Lui è un americano, è nato a Rhode Island ma si è trasferito presto al Sud; una biografia non particolare, è il terzo di sei figli, padre avvocato, viaggia, borsa di studio, inizia a scrivere da giovane, preferisce una vita ai margini, non partecipa al mondo letterario, dà pochissime interviste, non per questioni di marketing o psicologiche, per paure alla Salinger, semplicemente perché dice: “Io, quello che ho da dire lo dico nei libri”. In una di queste rarissime interviste, al New York Times, nel 1992 gli chiedono: “Ma quali sono i tuoi scrittori preferiti?”. Lui risponde così: “Faulkner, Melville, Dostoevskij, quelli che hanno a che fare con la vita e con la morte”. Questo è il secondo motivo per cui è uno dei più grandi scrittori contemporanei: si occupa solo di questioni che hanno a che fare con la vita e con la morte, cioè di questioni decisive. Le trame, le storie dei suoi libri hanno dentro questo, in controluce. Traduce in fatti, libri, problemi, personaggi, situazioni, trame, storie, la vita e la morte. Nella stessa intervista dice: “Qualunque cosa che non ti occupi anni interi della vita, mi sembra che non valga la pena”. Ecco, è questo tipo di percezione della realtà che c’è in lui. E c’è alla massima espressione. E’ uscito un post che dice: “E’ uno degli scrittori che lottano con gli dei”. E’ così. E lo fa in tutte le forme in cui si esplicita un libro: nelle trame, nel racconto, nei personaggi e nei dialoghi. Vi do qualche assaggio, anche qui, partendo dai personaggi, perché i personaggi in McCarthy sono grandi, sono forti, sono epici, biblici. Credo che molti di voi conoscano il romanzo che l’ha reso più popolare, anche perché è stato tradotto cinematograficamente da poco. A parte Non è un paese per vecchi, La strada. Avete presente la vicenda de La strada? Ambientazione post-apocalittica, un padre e un figlio che vanno verso l’oceano cercando una speranza e una salvezza che non si sa come potrebbe arrivare. Ecco, pensate, il padre e il figlio, che spessore biblico hanno! Faccio riferimento a personaggi che probabilmente conoscete. Piuttosto che lo sceriffo Bell di Non è un paese per vecchi, altro personaggio che probabilmente avrete incrociato, magari nella riduzione cinematografica, con Tommy Lee Jones che gli presta un volto scolpito nella pietra. I personaggi hanno questo spessore. Harold Bloom, che è il maggior critico letterario contemporaneo, dice: “Ci sono personaggi che hanno lo spessore di un Achab di Melville”. Quindi, personaggi e storie forti. Non si cincischia, nei libri di McCarthy, solo questioni che hanno a che fare con la vita e con la morte. Uno di questi libri, anche questo abbastanza famoso, credo che molti di voi l’abbiano letto, è in realtà quasi una pièce teatrale, Sunset limited. Avete presente la situazione? E’ una storia essenziale, è un dialogo in realtà, fatto in una ambientazione molto piccola, ristretta, la cucina monolocale di questo personaggio. E’ un dialogo fra due personaggi che non hanno nomi, vengono chiamati solo Il Bianco e il Nero. Il Nero è anche lui un ex-galeotto (tema ricorrente in McCarthy) che ha appena salvato il Bianco, un professore di filosofia che aveva cercato di suicidarsi buttandosi sotto un treno, Sunset limited, appunto: questioni di vita e di morte. Il libro è tutto un dialogo fra il Nero che cerca di restituire al Bianco le ragioni di una vita, cioè perché val la pena vivere (partendo dalla sua religiosità, da una posizione religiosa), e il Bianco che pone le ragioni che ha scoperto man mano per cui tutto il suo mondo – fatto di libri e di conoscenze intellettuali – si è decomposto man mano e non gli dà più motivo di vivere: vuole buttarsi sotto un treno, appunto. Il libro è tutto un dialogo: adesso non vorrei che chi non lo conoscesse si spaventasse, vi assicuro che vale assolutamente la pena leggerlo, perché scava nella realtà con una profondità che è difficile trovare altrove. Ma sentite questo pezzo di dialogo, per capire a che punto si arriva nello scavare nelle questioni di vita o di morte: «Nero: “E in che cosa credi, professore?”. “Eh, in un sacco di cose”. “Va bene”. “In che senso va bene?”. “Va bene: quali cose?”. “Credo in certe cose”. “Questo l’hai già detto”. “Probabilmente non credo più in una serie di cose in cui credevo una volta, ma questo non significa che non creda più in niente”. “Fammi un esempio”. “Mah, più che altro credo nel valore delle cose”. “Ah, nel valore delle cose. Sì, ok. E di quali cose?”. “Un sacco di cose. Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l’arte e cose di questo genere”. “Va bene”. “Ecco, per me queste sono le cose che hanno valore, sono la base della civiltà. Quantomeno, un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto”. “Cosa gli è successo a quelle cose?”. “La gente ha smesso di dar loro valore, io ho smesso di dar loro valore, entro un certo limite. Non saprei spiegarle bene il perché, ma quel mondo è scomparso e fra poco lo sarà del tutto. Non c’è niente da seguire: le cose che amavo un tempo erano molto fragili, molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo fossero indistruttibili. E mi sbagliavo”. “Ed è questo che ti ha spinto a buttarti giù dal binario, non una questione personale?”. “Ma è una questione personale”. “Hmm”. “Cosa hmm?”. “Niente” dice il Nero “stavo solo pensando che sono parole belle, forti. Ma a che servono idee del genere se poi non riescono a farti tenere i piedi incollati per terra, quando arriva il Sunset limited a 130 all’ora?”». E il dialogo va avanti così per tutto il libro. Capite, questa capacità di interazione dei personaggi scava nella realtà perché affronta questioni di vita o di morte. Una densità, una profondità del reale che c’è e che lui sonda, continuamente. Ma lo fa anche descrivendo cose che, appunto, apparentemente sono quasi insignificanti. Il problema è che la realtà – come dicevamo prima – parla, è viva. La strada, non so quanti di voi l’abbiano letto, finisce – non vi svelo il finale della storia per quei pochi che non l’hanno letto – con questo passo: “Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta delle pinne che ondeggiava piano, nella corrente. Li prendevi in mano: odoravano di muschio”. Siamo in un ambiente post-apocalisse, tutto grigio e nero. “Erano lucenti, forti, si torcevano su se stessi. Sul dorso avevano disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti di una cosa che non si poteva rimettere a posto, non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo e vibrava di mistero”. Questo libro apocalittico, con un finale aperto, chiude così, con questa parola, mistero. La realtà vibra di mistero. Tutta la realtà, anche gli angoli più oscuri, più reconditi. Anche gli angoli più bui dell’umano; perché l’altro tema potentissimo, in McCarthy, è il male, la violenza, l’oscuro, il buio dell’uomo. C’è tanta violenza, nei libri di McCarthy. Chi ha visto o letto La strada, lo sa. Chi ha letto la Trilogia della frontiera, che è una trilogia western, lo sa. Meridiano di sangue, libro bellissimo, anche questo ambientato nel West, è un libro molto violento. Questo è uno dei motivi per cui è stato avvicinato ad altri scrittori, a un Faulkner, sicuramente parente stretto anche di Flannery o’Connor, per parlare di un autore a noi caro e che veniva citato anche prima. Il male c’è anche in questi scrittori, in questi autori. Se avete presente Non è un paese per vecchi, la figura di questo killer, Anton Chigurh: gira con questa bombola ad ossigeno che spara pistoni per uccidere le vacche e uccide le persone, e non si capisce bene il motivo per cui lo fa. E’ come se fosse un male insensato, una violenza che non ha senso, non ha significato. Se pensate alla figura di questo personaggio, anche questo per certi versi epico, è parente stretto del balordo di Un buon uomo è difficile da trovare di Flannery O’Connor. Perché parente stretto? Perché il male fa parte del reale. Era Flannery O’Connor che diceva: “Difenderò con la forza il diritto di un artista alla scelta di rappresentare il male. Perché il mondo sta diventando più materialista e la scelta sarà più facile così. Ma per cogliere ciò che è nero hai bisogno di una qualche luce, per vederlo tale”. Non puoi descrivere la realtà senza passare da quello che la realtà è, anche dagli angoli oscuri. Ma che cosa descrive McCarthy, descrivendo il male? Un aspetto della realtà che non è neutro. Fa capire che cosa succede all’uomo quando smarrisce l’essenziale. Uno dei personaggi più significativi, da questo punto di vista, sicuramente è in Meridiano di sangue. Meridiano di sangue è un western classico, bellissimo. E’ la storia di una banda di cowboys che viene assoldata da un governatore messicano per portare a casa quanti più scalpi possibile di Apaches che infestavano la zona. Iniziano così, c’è una certa violenza nella storia; poi, man mano, la banda degenera fino a uccidere e massacrare quasi tutto quello che trova per strada, chiunque trova per strada. Uno dei due capi di questa banda è questo personaggio stranissimo, imponente per come incarna – apparentemente – il male, il giudice Olden. E’ un personaggio molto strano, alto, calvo, compare nelle maniere più disparate, resiste a qualsiasi sparatoria, appare indistruttibile. Sentite come lo racconta McCarthy quando, durante un momento di sosta, questo giudice tira fuori quaderno e penna si mette a prendere appunti. Lui, che aveva appena ucciso e scalpato un bambino Apache, si mette a prendere appunti e a disegnare le foglie e gli uccelli che vede lì per strada. “A sera puliva con mano esperta gli uccelli variopinti che aveva ucciso, sfregando loro la pelle con polvere da sparo e riempiendoli di pallottole d’erba secca per riporli nelle bisacce. Schiacciava fra le pagine del quaderno le foglie degli alberi, rincorreva in punta di piedi le farfalle di montagna, tendendo davanti a sé la camicia”. Immaginatevi questo qui che ha appena ucciso, che rincorre la farfalla per prenderla e metterla nel suo quadernino di studi. Insomma, fa tutte queste osservazioni e un altro della banda lo osserva e gli chiede: perché fai questo?. «La penna del giudice smise di graffiare la carta, guardò Toadvine. Riprese a scrivere. Poi chiuse il quaderno, lo posò di fianco a sé, premette le mani una contro l’altra, se le passò sul naso, sulla bocca, le appoggiò sulle ginocchia a palmo in giù. “Qualunque cosa esista – disse -, qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca, esiste senza il mio consenso”. Si guardò intorno nella foresta dove bivaccavano, accennò agli esemplari che avevano collezionato, i cavalli. “Queste creature anonime possono sembrare poco o niente, eppure l’esserino più piccolo può divorarci. Qualunque minuscola creatura sia sotto quella roccia può divorarci. Solo la natura può rendere schiavo l’uomo. E solo quando l’esistenza di ciascun essere sarà snidata davanti a lui, egli – l’uomo – sarà davvero il sovrano feudale della terra”. “Cos’è un sovrano feudale?” gli chiede il vaccaro vicino. “Un padrone! Un signore supremo, un padrone di tipo speciale. Comanda anche dove altri comandano, la sua autorità revoca le sentenze locali”. Toadvine sputò, il giudice poggiò le mani a terra, guardò il suo inquisitore. “Questo è il regno cui ho diritto. Eppure in esso ci sono ovunque nuclei di vita autonoma. Autonoma. Perché esso mi appartenga, non devo permettere che qualcosa vi accada senza il mio permesso. L’uomo che crede che i segreti del mondo resteranno nascosti per sempre vive nel mistero e nella paura. La superstizione lo trascinerà in basso. La pioggia eroderà gli atti della sua vita. Ma l’uomo che si assume il compito di individuare nell’arazzo il filo che tutto ordisce, si fa carico del mondo, e facendosene carico può trovare il modo di dettare i termini del proprio destino”».
Cercare il filo che tutto ordisce, ma secondo la propria misura. Se l’uomo di oggi avesse il coraggio di teorizzare questo: scusate la banalizzazione e la semplificazione, evidentemente stiamo parlando molto all’ingrosso, questo è chiaro, per categorie, che però aiutano a capire. Perché capite che cosa incarna un personaggio di questo tipo? “Nulla di quello che esiste può esistere senza il mio consenso”: se l’uomo di oggi – che ha smarrito questo filo e pretende di possedere la realtà – avesse il coraggio di teorizzare quello che pensa davvero, la modalità con cui vive, direbbe più o meno queste cose. E non per cattiveria, non perché incarna un male assoluto, non perché viene da un principio negativo ma perché ha smarrito questo filo e ha il desiderio di recuperarlo, e non può che recuperarlo adoperando una misura propria. Il male viene da lì, si esprime così.
McCarthy racconta che cosa succede all’uomo che perde questo filo, che si smarrisce, che cosa succede a una società che perde questo filo e si smarrisce. Il western è questo, di fatto. E lo racconta attraverso personaggi che sono sempre ai margini: lo sceriffo di Non è un paese per vecchi, Suttree: che cosa accade all’uomo e alla società quando smarriscono questo filo dell’esistenza? Per questo sono così violenti i suoi libri, sono così pieni di violenza, di apparente negatività. Ma dentro questa negatività – come diceva Antonio Monda prima – c’è sempre un filo di luce, uno spiraglio di luce. Non è nichilismo, non è un uomo che non ha senso, una realtà che non ha senso. E’ una realtà che ha perso il senso o rischia di smarrirlo. Capite che è profondamente diverso? Ma perché non è nichilista e perché emerge con forza, in certi punti, in certi libri, questo spiraglio di luce? Per due motivi fondamentali. Il primo è semplice: perché la realtà c’è. Semplicemente perché la realtà c’è, testardamente c’è. Tu puoi smarrirne il senso e il significato, ma ha una profondità di senso e significato che puoi ritrovare. Ce l’ha: non è che, perché tu hai perso il filo, il filo non esista più. Ha dentro una vita potentissima. Avete presente i pesci e il fango che descrivevamo prima? Morto, sembra morto, e trasmette invece un idea di vita che nella realtà c’è. E non è neutrale, il fatto che la realtà ci sia. Comunica qualcosa, ha dentro qualcosa. Il pezzo finale di Non è un paese per vecchi, anche questo forse qualcuno di noi lo conosce, ha dentro questa riflessione dello sceriffo Bell. Lo sceriffo Bell, di fronte ai crimini di quell’assassino che abbiamo detto prima, si rende conto che è davanti a un tipo di umanità nuova, che non conosceva, è un male che sembra non aver motivi: “Io ho sempre avuto a che fare con gente che faceva il male per un motivo!”. Qui sembra che andiamo verso un tipo di umanità che non esisteva prima, rimane spiazzato, non ha più le coordinate per capire. Capisce solo che è davanti a un tipo di società, di umanità che si sta disfacendo, in qualche modo. Alla fine del libro – anche qua, non vi dico come si chiude questa storia -, che è sempre intervallato da alcune riflessioni, come se ci fosse una voce fuori campo, sentite cosa dice lo sceriffo, che è rimasto spiazzato per tutta la vicenda da questo male apparentemente totalizzante, che sembra virare verso il nulla, che sembra annullare la realtà, perché non ha motivo: “Quando uscivi dalla porta sul retro della casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno. E mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai, mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì: cento anni? Duecento? Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo, profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. Mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace così lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora, ne ho letti un po’ di libri di storia, mi sa che periodi di pace non ne ha avuti proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. Perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto, ci riflettei anche dopo essermene andato da lì, quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie e – ve lo dico – secondo me quell’ abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio, seduto lì con la mazza, lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra, ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promesse. E’ la cosa che mi piacerebbe fare più di tutte”. La realtà provoca l’uomo a far uscire questa promessa. Qualsiasi tipo di realtà, anche le circostanze più dure, anche quelle apparentemente più negative, anzi, anche quelle realmente più negative, hanno dentro questa sollecitazione a questa promessa. Hanno dentro la promessa di bene, in qualche modo, una promessa di significato. Il problema della vita è recuperare, riscoprire, avere la possibilità di riscoprire questo filo, questa promessa. E quindi, questo è il primo motivo per cui non è nichilista, perché la realtà c’è e ha dentro una promessa.
Ma il secondo motivo, anche questo la traiamo da un dialogo molto veloce, stavolta, da La strada. Padre e figlio vanno verso questo oceano che non si sa se raggiungeranno, filo di speranza molto sottile. C’è un dialogo a un certo punto che è capitale: “Dormirono dentro una macchina parcheggiata sotto un viadotto, le giacche, la coperta ammucchiate addosso”. Rischiavano di essere stanati con il fuoco, ci sono scene… Immaginatevi pochi superstiti, sono a caccia del poco cibo che c’è in giro, sono a caccia l’uno dell’altro, padre e figlio devono nascondersi, l’altro è diventato non soltanto un ostacolo ma una minaccia, l’uomo è diventato una minaccia per l’uomo: è la situazione più apparentemente disumana che si possa immaginare, capite? E questo dialogo tra padre e figlio dice: «Rimasero avvolti nelle giacche a guardare fuori dal finestrino. E il figlio dice: “Chi sono, papà?”». Il figlio è un bambino di dieci, undici anni. «“Chi sono, papà?”. “Non lo so”. Durante la notte si svegliò e tese l’orecchio. Non si ricordava più dov’era. Il pensiero gli strappò un sorriso. “Dove siamo?”, disse il padre svegliandosi. “Cosa c’è, papà?”. “Niente. E’ tutto a posto. Dormi”. “Ce la caveremo, vero, papà?”. “Sì. Ce la caveremo”. “E non ci succederà niente di male, vero?”. “Esatto”. “Perché noi portiamo il fuoco”. “Sì. Perché noi portiamo il fuoco”». Questo è l’altro motivo per cui McCarthy non è nichilista: “Noi portiamo il fuoco”. Anche dentro questa realtà desolatissima, apparentemente destinata al nulla, alla fine, siamo a un passo dalla fine del mondo, noi portiamo il fuoco. E’ una metafora troppo semplice, un simbolo quasi scoperto, poi ci pensi e ti accorgi che in tutto McCarthy il fuoco è quello che divide il bene dal male, la vita dalla morte, il fuoco è quello che costella gli accampamenti dei cowboy della Trilogia della frontiera, il fuoco è la vita. Ricorre continuamente nella vita di McCarthy, ecco, noi portiamo il fuoco, noi abbiamo dentro questa promessa e questo desiderio di bene che è irriducibile, non può essere spento. Il problema è riaccenderlo, ritrovarlo, recuperarlo continuamente. E’ per questo che, per esempio, sempre ne La strada, quando chiede al padre: “Che cos’hai fatto di più coraggioso nella vita?”, il padre risponde: “Alzarmi stamattina”. Perché ci vuole coraggio a cercare, a desiderare di riscoprire questa promessa. Ma è per questo che in un altro dialogo stanno abbandonando un vagabondo trovato per strada: non hanno la possibilità di aiutarlo, di sostenerlo, quel poco che hanno serve per vivere, per campare. Il padre vuole tirare dritto, il figlio vuole aiutare quell’uomo: «“Che cosa vuoi fare?”. “Aiutarlo, papà, voglio solo aiutarlo”. L’uomo si voltò a guardare la strada. “Papà, aveva fame. Adesso morirà”. “Sarebbe morto comunque”. “Ha paura, papà”. L’uomo si accovacciò e guardò il bambino. “Anche io ho paura”, disse. “Lo capisci? Anche io ho paura”. Il bambino non rispose. Rimase seduto lì a capo chino, scosso dai singhiozzi. “Non tocca a te preoccuparti di tutto”, disse il padre. Il bambino disse qualcosa che l’uomo non capì. “Cosa?”. Il bambino alzò gli occhi, il viso sporco e bagnato. “Sì, invece”, disse. “Tocca a me, è a me che tocca”». C’è questo, dentro l’uomo: tocca a me, la realtà chiama. Per usare una parola grossa, impegnativa ma vera, ha dentro una vocazione, ti chiama, ti sollecita, ti provoca, anche nella condizione più apparentemente disperata. E’ il contrario della ritirata dalla realtà del professore di Sunset limited, perché i libri non bastano per vivere ma la realtà ti sollecita a impegnarti, chiama. Tu puoi battere in ritirata ma la realtà continua a chiamare. Sunset limited meriterebbe un incontro solo su questo, ma andiamo verso la conclusione. Vi leggo soltanto un pezzettino, un altro brano da questo dialogo lungo e tenace fra il bianco e il nero, per farvi vedere a che livello di profondità si arriva nella scoperta del reale. «NERO: “Secondo me non è quello il problema, secondo me è quello in cui credi che ti sta portando sulla cattiva strada, non quello in cui non credi. Ti faccio una domanda”. BIANCO: “Prego”. NERO: “Ma tu ci pensi mai a Gesù?”. BIANCO: “Ecco che ricomincia”. NERO: “Ci pensi?”. BIANCO: Ma che cosa le fa credere che io per esempio non sia ebreo?”. NERO: “Perché, agli ebrei forse è vietato pensare a Gesù?”. BIANCO: “No, ma magari ci pensano in maniera diversa”. NERO: “Ah, sei ebreo tu?”.
BIANCO: “No, di fatto no”. NERO: “Ah, meno male, per un attimo mi ero preoccupato”.
BIANCO: “Ma perché, ha qualcosa contro gli ebrei?”. NERO: “No, scherzavo, professore, non so perché mi piace tanto prenderti per i fondelli, ma mi piace. Comunque adesso bisogna che mi ascolti. Anzi, bisogna che credi a quello che senti. Il punto dove andiamo a parare qui, dato che me l’hai chiesto, è che non ci sono gli ebrei. Non ci sono i bianchi. Non ci sono i negri. La gente di colore. Non c’è niente di tutto questo. In fondo in fondo alla miniera, dove sta l’oro, non c’è niente di tutto questo. C’è solo la vena pura. Quella cosa eterna. Che secondo te non esiste. La cosa che fa stare la gente coi piedi fermi per terra quando passa il Sunset Limited. Anche quando pensano che gli piacerebbe prenderlo. La cosa che ci fa scodellare benedizioni invece che insulti sulla testa degli sconosciuti. E’ sempre la stessa cosa. Ed è una cosa sola. Solo una”. BIANCO: “Ossia Gesù”. NERO: “Ecco, qui devo pensarci un attimo prima di rispondere. Ma sì, un’ultima eresia non ti ammazza. Tanto ormai hai fatto il pieno. Allora, io la metterei così. Direi che la cosa di cui stiamo parlando è sì Gesù, ma Gesù inteso come quell’oro in fondo alla miniera. [Cioè, in fondo alla tua umanità, il tuo cuore.] Lui non poteva scendere nella terra e prendere la forma di un uomo se quella forma non era fatta apposta per ospitarlo. [Il tuo cuore è fatto per scovare il significato, per trovare il significato, per ospitarlo.] E se dico che non c’è verso che Gesù sia un uomo senza che un uomo sia Gesù, mi sa che la sparo grossa l’eresia. Ma pazienza. Non è mai grossa come dire che un uomo non è diverso da un sasso; perché secondo me, professore, in pratica, è così che la vedi tu”».
E va avanti parlando dell’egemonia dell’intelletto, eccetera. Capite? C’è una miniera, c’è una vena, c’è questo rapporto con l’infinito, la natura nostra ha dentro questo ed è irriducibile, talmente irriducibile che anche in Sunset Limited, va beh, vi dico come finisce, scusatemi, non c’è un lieto fine hollywoodiano. McCarthy non gioca col bene e col male, come non si compiace del male, non è che ci gioca, non è neanche grottesco, cioè, siamo nel territorio di Dostoevskij, non di Quentin Tarantino, per capirsi. Come non si compiace del male, così non ci attacca il lieto fine alla Hollywood: allora, finisce che il nero non riesce a convincere il bianco, il bianco alla fine esce e molto probabilmente andrà a provare a ributtarsi sotto il treno. E uno dice: chiara opzione verso il nulla, vince il nulla. Io penso che il fatto stesso che lui possa prendere, uscire e andare forse a buttarsi sotto il treno, il fatto stesso che la libertà esista, mostra quest’irriducibilità ultima, questo mistero che siamo. C’è ed è più potente del nulla, puoi usarla male, puoi usarla fino a farti male, puoi usarla fino a cercare il nulla come cerca il bianco, il professore, ma la libertà tua è più potente del nulla perché c’è, ti è data, è segno del mistero che sei, è segno dell’onnipotenza e presenza del mistero nella tua vita. E’ impressionante: sembra vincere il nulla ma no, è l’affermazione della tua libertà. Allora, questa vena, questo cuore che è fatto per ospitare il suo significato, questo testimone interno che attende di trovare la corrispondenza piena, è ciò di cui è fatta quasi tutta l’umanità descritta da McCarthy. Questo mistero è la vena che sottende tutte le questioni di vita e di morte di cui si occupa ed è il motivo per cui val la pena leggerlo, secondo me, con un nota bene che mi permetto di dire in chiusura: evitiamo la tentazione, per carità, di battezzarlo, sarebbe una scorciatoia. Il problema non è che parli di Dio, ne parla tanto, direttamente o indirettamente, in Sunset limited, Dio è praticamente il protagonista del dialogo, ma non è quello il punto, questo riferimento esplicito, quasi non serve, basta che parli la realtà e lui fa parlare la realtà. La realtà dice il mistero, come quei salmerini della fine di The road, vibra di mistero. McCarthy è un grande scrittore perché fa parlare le cose, non serve accalappiarlo sotto l’etichettatura del religioso o del cattolico. Nella famosa – perché è una delle poche – intervista del 1992 al New York Times, a un certo punto gli chiedono: “Ma tu, che vivi confinato qui nel Texas, che hai deciso di vivere ritirato, non fai vita mondana, gli unici amici che frequenti sono gli scienziati dell’istituto di ricerche naturali – insomma, un tipo un po’ estroso, anche -, che continui a battere sugli stessi temi, ma non ti annoi ogni tanto?”. E lui risponde così: “No, ma, capite, per me tutto è interessante, credo di non essermi mai annoiato negli ultimi cinquant’anni, ho dimenticato cosa voglia dire la noia”. Ecco, uno che ha questa percezione della realtà, uno che sa che la realtà ha sempre un significato da scoprire, l’espressione di quel rapporto con l’infinito che siamo, uno che cerca questo, raccontando della vita e della morte con la capacità di raccontare che ha, è, permettetemi, un grande scrittore, forse il più grande scrittore contemporaneo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, un grande grazie a Davide Perillo. E’ stato convincente, ci ha dato delle pezze d’appoggio, ma ci ha fatto sentire come siano eterne tutte le cose per McCarthy, e forse è questo che rende ultima la sua scrittura e anche così connessa con questa grandezza che stiamo riscoprendo dell’uomo, non tanto nella sua potenza quanto nella sua origine e vocazione. Grazie davvero, trattiamo tutti autori che sono molto editati, per cui suggeriamo di prendere questi libri. Grazie a tutti.

Invito alla lettura. L'America non esiste

Invito alla lettura. Alla riscoperta di... Cormac McCarthy

Data

22 Agosto 2012

Ora

19:00

Edizione

2012

Luogo

eni Caffè Letterario D5