INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

Sì alla vita. Storie e prospettive del Movimento per la Vita
Presentazione del libro di Carlo Casini, Deputato al Parlamento Europeo e Presidente del Movimento per la Vita e Renzo Agasso, Giornalista e Scrittore (Ed. San Paolo). Partecipano gli Autori.
A seguire:
Non storie, ma storie vere. Vite al bivio
Presentazione del libro di Francesca Bassi (Ed. Cantagalli). Partecipano: l’Autrice, Suora di Carità, già Responsabile della Casa di Accoglienza alla Vita di Cervia; Carlo Casini, Deputato al Parlamento Europeo e Presidente del Movimento per la Vita; Emma Fattorini, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all’Università La Sapienza di Roma.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti a tutti, cominciamo questo incontro serale di invito alla lettura. Abbiamo riunito, questa volta, i libri proposti dalla casa editrice San Paolo e dalla casa editrice Cantagalli; quello della San Paolo è un libro di Carlo Casini intervistato da Renzo Agasso. Carlo Casini, alla mia estrema sinistra, lo salutiamo, è un caro amico del Meeting fin dalla sua genesi, figura espressiva e forte della politica nazionale e adesso anche dell’Europa, eletto più volte nel nostro Parlamento, fondatore e presidente del Movimento per la Vita. E’ anche grande uomo di diritto, docente e storico del diritto, una qualità che esprime in tutti i suoi interventi con grande capacità: lo abbiamo apprezzato tante volte anche negli ultimi anni. Ha scritto questo libro insieme a Renzo Agasso, che salutiamo, è di Torino, giornalista, scrittore, ha voluto comporre in una lunga intervista la storia e le prospettive del Movimento per la Vita. È interessante, perché è tempo di farlo; sono tanti anni che il Movimento per la Vita c’è, vari decenni, sono cambiate molte situazioni dall’insorgere del desiderio che riunì tante persone provenienti da mondi, espressioni e anche esperienze diverse, ha attraversato momenti di attenzione e di silenzio, attorno a sé, di difficoltà, fino a ritornare a incontrare sempre nuovi compagni di strada, trovando conferme della intuizione originale. Ha offerto i contenuti legislativi di assistenza, ma soprattutto uno spirito di attenzione alla donna, alla natalità, alla nascita, a tutte queste problematiche, ha offerto spunti anche alla politica e a chi sentiva questa problematica come urgente per la nostra convivenza.
Ecco, a questo uniamo il libro che è stato scritto da Suor Francesca Bassi, che salutiamo: con la Cantagalli ha scritto “Vite al bivio, non storie ma storie vere”. Perché siamo qui insieme? Perché, partendo dal libro di Francesca Bassi, il tema è unico, è quello della vita. Però questa parola è diventata, anche per molti di noi, qualcosa che ci arriva attraverso chi ce lo propone: e spesso chi ce lo propone sono i media o altri selezionatori del significato di questa parola, per cui già ci arriva secondo una determinata ottica, non in tutta la sua interezza, in tutta la sua misteriosità, nella sua imprendibilità e nella sua drammaticità. Vita: uno pensa, sì, quella della nascita oppure quella del fine vita. Ma la vita è tutta intera, anche quella che è al centro, anche quella che deve crescere, anche quella che si sta buttando via, anche quella che nessuno vede e qualcuno raccoglie. Ecco, solamente in questa ripresa intera di significato possiamo poi guardare ai vari punti fragili, i punti rifiutati, ai punti della vita che sono messi in discussione dalla mentalità dominante contemporanea. Possiamo capire il valore di urgenza, di battaglia e di partecipazione. Partirei quindi con questo secondo libro, che racconta delle storie ma storie vere, e che sono vere non anzitutto nella loro difficoltà e nella loro estremità, non so come dire, ma sono vere perché sono realmente vissute. Suor Francesca Bassi in esse ha incontrato e ha visto il senso e il mistero della vita, ha visto qualcosa per sé. Lei infatti è suora della Congregazione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, una delle tante congregazioni che sono nate negli ultimi secoli della modernità, che sottolineano vari aspetti del carisma cristiano. Per Santa Giovanna Antida Thouret, era amare Cristo nei poveri, ovunque si trovino. E’ impressionante vedere la breve biografia di Francesca Bassi: è nata in Provincia di Modena, ha vissuto e vive a Roma, ha attraversato tantissimi luoghi prestando il suo servizio, la sua opera: dalle carceri alla Caritas, partecipando al Movimento per la Vita, alle case di accoglienza nate da esso, soprattutto nelle zone di Ravenna e Cervia. Lei ha avuto da Carlo Casini la spinta e la proposta di scrivere queste storie, o meglio, di ricordarle nel loro punto vivo. Le esperienze sono tali perché di esse si trattiene il senso, il significato, il percorso, non solo la cronaca. Non sono solamente il racconto degli episodi. Il libro ha questo senso, questo stimolo. Do a Francesca Bassi la parola e poi chiedo anche a Carlo Casini, che sarà protagonista del secondo libro, di dirci qual è stato lo spunto per cui ha voluto che questa notizia arrivasse, cioè diventasse libro, proposta per noi.

FRANCESCA BASSI:
Per presentare questo libro inizio dalla copertina, da quello che c’è scritto in copertina. L’ha scritto l’onorevole Carlo Casini nella sua presentazione, così entriamo subito nello spirito con cui sono state scritte queste storie. Lo leggo: “Le storie di Suor Francesca sono immerse nel fango, nel dolore, nella vergogna, nella violenza, nella prostituzione, sono storie estreme ma qualcosa di buono da scoprire c’è sempre. La perla nascosta è la vita che comunque, anche nelle condizioni più assurde, biasimevoli o disperate, sboccia nel seno della donna. C’è bisogna di un nuovo femminismo” aggiunge l’onorevole Carlo Casini “che assuma la guida del processo culturale in atto e cammini verso la giustizia, la solidarietà, il progresso civile, la libertà, la pace. Ma non da solo, piuttosto tenendo in braccio tutti i piccoli della terra, in primo luogo i propri figli”.
Ecco, entriamo già nella dinamica di un libro che si intitola “Non storie ma storie vere”, perché in effetti è così, sono storie vere che io ho vissuto da vicino, che ho visto con i miei occhi, che ho ascoltato con le mie orecchie, che ho aiutato con le mie mani, che sono state in certi momenti delle sfide, dei pericoli, ma che il Signore mi ha dato la forza di affrontare con amore, con speranza, senza avere mai nel cuore un pregiudizio o un giudizio malevolo. E’ questo il messaggio che io voglio lasciare già dall’inizio, prima di dimenticarmi. Ho scritto qui nella mia breve premessa che nel libro ho provato a raccontarvi alcuni prodigi dell’umanità di Cristo, Lui, l’Amore incarnato sulla croce, che i giovani in questi giorni hanno portato sulle spalle nella Via Crucis a Madrid, che fu inchiodato a braccia aperte. Perché? Perché anche le nostre non abbiano mai a chiudersi di fronte alle persone prive di speranza, e soprattutto ai poveri. Questo rafforza sempre più le mie convinzioni di cristiana e Suora della Carità: ciò che riscatta e salva è soltanto l’amore. Ho cominciato dalla fine, proprio perché rimanga questo ricordo e questo augurio, che faccio prima a me stessa, perché è facile dire delle parole, più difficile testimoniare, che è possibile solo con l’aiuto di Dio.
Mi presento: sono una Suora della Carità, appartengo alla Congregazione delle Suore della Carità la cui fondatrice è Santa Giovanna Antida Thouret, francese. L’obiettivo che mi ha attratta in questo istituto è proprio lo spirito del carisma che è vissuto in tanti modi ma anche, soprattutto per il servizio spirituale e temporale ai poveri, come già è stato detto. L’istituto ormai è esteso in ventotto Paesi, in quattro continenti, e può contare sul dono di quattro Sante, anzi, due Sante e due Beate. Sono ancora entusiasta e gioiosa per quello che ho vissuto a Milano recentemente. Le due Sante sono la fondatrice, Giovanna Antida Thouret e Suor Agostina martire della Carità, uccisa da un ammalato, da un lebbroso nell’ospedale Santo Spirito di Roma, dove lei pure era diventata lebbrosa. È stata proclamata patrona degli infermieri. E io che adesso lavoro in Pronto Soccorso all’Umberto I, ci tengo a ricordare alle infermiere che la loro protettrice è Santa Agostina, perché assieme a me, che non sono infermiera ma che vivo come loro, possiamo veramente cercare di comunicare agli ammalati l’essenziale. L’essenziale è la speranza, perché all’ammalato serve il medico, serve l’infermiere, servono i volontari che siamo noi, ma servono soprattutto dei gesti e delle parole di speranza. Ecco, questo ho attinto in particolare dalle due sante citate.
Ma poi ci sono due Beate! Suor Nemesia Valle, che era la bontà personificata, e Suor Enrichetta Alfieri, recentemente beatificata a Milano il 26 Giugno. Le cito con amore, ammirazione e venerazione di sorella, per la forza che ricevo ogni giorno dal loro esempio. Ecco allora che sul mio libro ho provato a raccontarvi alcuni prodigi dell’umanità di Cristo, la sua immensa misericordia. Io ho vissuto con situazioni davvero di frontiera, con casi estremi, ho vissuto nelle carceri, ho vissuto soprattutto venticinque anni con le ragazze madri, ho vissuto nelle scuole, negli istituti universitari, nei contesti coi giovani: ma che cosa mi è rimasto? Che cosa mi stimola anche oggi ad andare avanti al Pronto Soccorso Umberto I e all’ostello dei poveri della Caritas diocesana di Roma?
Mi stimola intanto la certezza che il Signore si è compiaciuto donandoci la possibilità di vedere nel nostro istituto, nella nostra famiglia religiosa, due Sante e due Beate, spero di arrivarci anch’io, lo spero con tutto il cuore. Ecco, la compiacenza di Dio per la nostra famiglia. E poi tutti questi servizi di frontiera che mi hanno dato tanto: è stato più quello che ho ricevuto di quello che ho dato. Si dice sempre che i poveri si donano, si evangelizzano: io l’ho constatato con mano tante volte, anche se, in certi momenti, a un povero ho tirato la barba, un ex-carcerato, altre ragazze le ho minacciate con molta severità per quello che avevano fatto. Cose tipo una mamma che prende il suo bambino e lo tira talmente forte nella sala che per un pelo, diciamolo così, volgarmente, il bambino non batteva la testa contro il muro. Allora ebbi una reazione tremenda: la presi per il collo, ma leggermente, dicendo: “Se lo fai ancora, ti strozzo”. Sì, perché non si può vedere una mamma che maltratta così il bambino, anche se lei poi prese il suo bambino, uscì dalla casa, andò dal maresciallo, tornò con lui per accusare me che l’avevo minacciata. E io dissi: “No, non l’ho solo minacciata ma lo farò se lei tornerà a compiere un atto del genere”. Poi ci fu la sua vendetta. Salii in ascensore con lei, sole, e lei sì che mi prese per il collo e mi disse: “Adesso ti strozzo io”. Io rimasi impietrita, e le dissi: “Tu sei fortunata perché io sono una suora, prima una cristiana e poi una suora. Per fortuna, il Signore sarà sempre presente”. Si aprì l’ascensore alle mie spalle mentre mi strozzava ma davvero, stringeva forte.
Non ho mai assecondato un sentimento di rancore verso queste ragazze ma ne ho passate tante. Non è una gloria, non è un vanto che mi attribuisco, è un dovere, come Suora della Carità. San Vincenzo de Paoli, che era stato il nostro protettore, dal cui spirito ha attinto anche Santa Giovanna Antida, diceva a una novizia: “Giovanna, presto ti accorgerai che i poveri sono i tuoi padroni – lo riassumo – e padroni terribilmente terribili, suscettibili. Ma conserverai sempre il tuo sorriso, e per il tuo amore – notiamo queste parole -, per il tuo amore soltanto, i poveri ti perdoneranno il pane che loro doni”. Quando lavoravo a una Caritas a Cesena, con gli obiettori, questa preghiera, questa raccomandazione la leggevo sempre con loro, perché queste parole ci illuminassero a vedere il povero non come una persona da servire ma una persona da amare, come Dio ama e come ama ciascuno di noi. Ecco, queste esperienze, ripeto, hanno rafforzato sempre più in me la convinzione, attinta dalla mia fondatrice, che ciò che salva, ciò che redime è soltanto l’amore, non il giudizio, le braccia aperte. Teniamole davvero, queste braccia aperte, perché il nostro cuore non si chiuda mai davanti al male.
Ho scritto due storie di vita, storie vere, appena sono arrivata a Roma. Roma è un finimondo, soprattutto dove sono io, vicino alla stazione Termini e dentro il Policlinico Umberto I dove abito. Ecco, ho scritto questa storia che vi riassumo. Ero da poco entrata in Policlinico come volontaria, e come le altre volontarie servivo al mattino, dopo aver chiesto il consenso dei medici, la colazione a chi la voleva. Due infermiere a braccia conserte, appena arrivai, mi dissero: “Vai a sentire se quell’ammalato dietro al paravento vuole fare colazione”. E io andai, stupita che mandassero me mentre loro erano a braccia conserte. Aprii il paravento, e cosa vidi? Mi trovai di fronte a un ragazzo di ventun anni – lo seppi dopo – senza occhi, senza naso e con la lingua fuori infuocata: aveva un tumore che lo divorava. Chiusi subito il paravento, sentii che la mia pressione era alle stelle, mi ritirai dicendo a me stessa: “No, questo non sarà il mio servizio, non potrò sopportare cose del genere”. Vi ho detto che abbiamo una santa della Carità, una martire, Santa Agostina, la patrona degli infermieri, che è rimasta sulla breccia nonostante avesse avuto delle minacce da un ammalato, che se l’era presa con lei perché l’avevano messo fuori. Pensando a lei che aveva resistito, malgrado le minacce di lui, i biglietti che le scriveva, e alla fine era stata pugnalata e aveva perdonato, mi sono vergognata di aver pensato di non restare lì. Ho pensato non solo a lei ma anche alle altre suore, alle infermiere, soprattutto alle suore che vivono con me, che tutti i giorni sono a contatto con gli ammalati, che tornano stanche ma non lo fanno pesare e sono sempre contente di servire Cristo nell’ammalato. Adesso anch’io, adesso anch’io.
E poi un’altra. Sempre a Roma, stavo percorrendo il marciapiede sulla strada per andare all’ostello, dai poveri. Avevo fretta perché ero in ritardo e vedevo tanta gente davanti a me che correva come me, in fretta. A un certo punto la gente scendeva dal marciapiede perché c’era un ostacolo. Essendoci dei lavori in corso, pensai che fosse un un attrezzo: andavo in fretta, loro scendevano e risalivano. E io pure arrivai di fronte all’ostacolo che però era un uomo, con le braccia aperte, la faccia a terra piena di polvere, una bottiglietta di Coca Cola vicino, con gli occhi chiusi. Avevo fretta e feci come tutti gli altri: lo guardai, scesi dal marciapiede, superai l’ostacolo e continuai la mia strada. Ma non vi dico con quale macigno nel cuore. E mi dicevo: “E’ facile parlare dei poveri quando non tocca a noi servirli da vicino, quando non sono i nostri piedi quelli che pestano”. Quante volte avevo sentito parlare e avevo meditato sulla parabola del Buon Samaritano! E mi chiedevo: quelli davanti a me, avranno visto, avranno notato quello che ho fatto, io, una suora? Ero passata e neppure lo avevo guardato. Ecco, è un monito per me, adesso: in quel momento ho detto al Signore che mai e poi mai avrei proseguito il cammino vedendo un povero in terra. E quante volte mi sono fermata per chiamare il 118 o per soccorrerli!
Ecco, dico questo a voi, chissà quante persone incontrerete, che si trovano nel disagio. Allora chiedo al Signore per me, e lo chiedo anche per tutti voi, per tutti noi, che ci dia la forza di guardare bene. Nel nostro Policlinico, nella cappella ristrutturata da poco, c’è Cristo in croce, la Madonna a destra, Giovanni Paolo II inginocchiato davanti a Cristo, la nostra Santa, Padre Pio. Abbiamo veramente una chiesa bella, con i mosaici. Ma tutti questi santi hanno gli occhi aperti e grandi, grandi: perché? Per guardare il mondo, perché erano attenti a tutte le miserie, a tutto quello che il Signore chiedeva loro, e si sono fatti santi. Non mi dilungo perché non smetterei più. Desidero però aggiungere onestamente il mio sentito grazie all’onorevole Carlo Casini e alla professoressa Emma Fattorini, in questo momento sottratta da precedenti impegni all’estero. Sono loro i veri promotori di questo umile lavoro. Mi fermo qui perché vi lascio alle riflessioni dei due professionisti, che certamente saranno più chiari di me: io sono solo le braccia, loro la mente.

CAMILLO FORNASIERI:
Emma Fattorini, Docente di Storia Contemporanea all’università di Roma, nativa di questi luoghi, una cristiana che ha interpretato il percorso di impegno civile e il tema della vita in una maniera differente, come scelte sociali e politiche. Però è amica di Carlo Casini e Suor Francesca, e questo ci introdurrà poi anche al tema delle storie prospettive del Movimento per la Vita che è stato ed è un luogo di incontro, con tanti accenti che riguardano i problemi della vita e della società, oggi. Leggo il suo intervento:

“Cari amici, mi dispiace molto non essere qui con voi ma quando ho saputo del nostro incontro avevo già preso un impegno all’estero. Mi dispiace non festeggiare il parto di questo libro-figlio insieme a suor Francesca e a Carlo Casini. Mi dispiace anche per i tanti ricordi che mi legano a questi posti. Ricordo il primo Meeting di Rimini. Venivo dalle entusiasmanti esperienze fatte con don Lino Mancini e la comunità di Gioventù studentesca di Cesena e don Ricci di Forlì. Ho imparato da loro l’amore per “gli altri”, un amore che mi sono sempre portata dentro anche nelle peregrinazioni nei vari mondi che ho attraversato, tra laici e femministe, quelle che si impegnavano ad aiutare le donne. Sì, perché poi le nostre strade si sono divise. Sono rimasta una cristiana sempre più convinta ma senza più una comunità di appartenenza specifica che non fosse quella della nostra comune Chiesa. Ho vissuto in partibus infidelium.
Ora è bello ritornare e rincontrarci di nuovo qui in Romagna dove ho le mie radici familiari e dove ho conosciuto Suor Francesca e il suo lavoro presso la casa di accoglienza di Cervia, di quel Movimento per la vita presieduto dall’allora tanto attaccato Carlo Casini. Eravamo su due barricate diverse, lo spirito dei tempi ci portava su sponde diverse: o la difesa della donna o quella del bambino non nato. Mio padre, un medico tra i fondatori della casa di accoglienza e Carlo Casini si battevano generosamente: io capivo che erano nel giusto ma pensavo e penso ancora che non si dovesse obbligare e punire la donna. E non ne venivamo a capo, tra discussioni e lacerazioni. Poi ho conosciuto Suor Francesca, e non con le parole ma con la sua azione ha dimostrato che con fatica, con molta fatica si può stare con tutti e due: sia con la donna sia con il bambino. Che la vita vince solo se si tengono insieme.
Da questa idea nasce il libro di suor Francesca. Lei e Carlo vi racconteranno bene come e perché. Io posso solo dirvi che un filo lega tutta questa storia, un filo di amore e di vita. Sono sempre più convinta infatti che, a dispetto di tutte le incomprensioni che hanno lacerato le donne e la Chiesa in quegli anni, le ragioni per tornare a parlarsi siano molto ma molto superiori a quelle delle divisioni. E non lo dico per un facile buonismo, per un irenismo delle buone intenzioni. I rapporti tra laici e cattolici oggi sembrano avere raggiunto un livello bassissimo, fatto di risse, aggressioni, delegittimazioni reciproche, anche peggiori dell’anticlericalismo del primo Ottocento. Eppure resto convinta che oggi ci siano condizioni oggettive perché ci si possa intendere. E quali sono queste condizioni?
Sono quelle, cari amici, che voi avete messo al centro del vostro Meeting di quest’anno: e cioè che non apparteniamo a noi stessi, nessun uomo è davvero autosufficiente. Questo non è e non può essere solo una prerogativa del credente: anche il laico saggio e consapevole sa che le questioni ultime della vita e della morte non sono nelle sue mani. La sicurezza, la certezza che dà senso alla nostra vita, non stanno e non possono stare nelle tecno-scienze. I credenti, certo, non devono avere uno sguardo oscurantista sugli effetti positivi che la scienza può avere per dare la vita, migliorarne le condizioni e rendere più sopportabile la morte. Perché in quanto figli di Dio siamo liberi di soggiogare la natura. Anch’essa non è mai un valore in sé: solo l’uomo e la donna nella loro esperienza concreta, con quel volto lì, particolare e unico, sono al centro di tutto. Non si può idolatrare la natura così come non si può idolatrare la tecnica. Ma se i credenti non devono essere oscurantisti, anche i laici saggi e consapevoli non possono credere a quel sogno infantile di potere disporre della propria vita e della propria morte. La certezza di essere tutti dipendenti, deboli e bisognosi, è ciò che accomuna davvero l’essere umano, laico o credente. Il laico dovrebbe per primo temere il nichilismo e il relativismo. Ecco allora il nuovo vero terreno di incontro: un umanesimo nel quale nessun uomo o donna sia autosufficiente.
E le donne questo lo sanno molto bene, perché sono conformate per accogliere in sé la relazione, l’altro da sé. Qui non si tratta di essere moralisti, bacchettoni o repressivi: la vita, la sua bellezza, la sua certezza, sono un valore in sé, sono la certezza che siamo amati e che questo dà valore alle nostre esistenze. Ecco, questo ci dice suor Francesca con le sue belle, struggenti ma anche fiduciose storie vere, e certo lo dice molto meglio delle parole difficili, astratte che ho usato io”.

Ecco, partiamo da questo punto, questo intervento di Emma Fattorini, ricordando due cose che mi hanno colpito della testimonianza di Suor Francesca, vale a dire la possibilità per tutti, così viva per lei, di essere coinvolti in un affetto, cioè legati a qualcosa che ci fa vedere una vita nuova, una vita diversa. Questa affezione ai Santi, ai Beati della propria casa, è bellissima perché non può essere una regola quella che ci fa ricordare come bisogna essere, anche perché chi lo ha detto che bisogna essere qualcosa? Si può scoprire che cosa bisogna essere solamente quando si incontra una corrispondenza che qualcuno gratuitamente ci offre, un testimone che ce la mostra da cui nasce un’incondizionata apertura. Perché è l’amore sempre e comunque, senza un giudizio prima, cioè una precondizione. Ecco, partiamo da qui perché c’è una differenza che evidentemente si è sentita, ma c’è la possibilità di un cammino. Renzo, aiutaci a raccontare l’idea del libro “Si alla vita. Intervista a Carlo Casini, storie e prospettive del Movimento per la Vita”. La parola a Renzo Agasso.

RENZO AGASSO:
Tanti anni fa ho pensato che Carlo Casini fosse un folle di Dio, allora abbiamo fatto insieme un libro in cui si raccontava la sua vicenda personale inserita in quel Movimento per la Vita. Sono passati gli anni e poi lui si è rifatto vivo. Dice: “Voglio rimettere insieme la storia del Movimento per la Vita, perché è ora, sono passati 35, 36 anni da quando è nato, è bene che si mettano alcuni punti fermi”. Questa è stata l’idea di partenza del libro, raccontare ciò che si è fatto in questi anni sul fronte della lotta per la vita, prima che la memoria sfugga. Siamo un Paese smemorato e di smemorati, queste cose passano, si dimenticano, era bene metterle nero su bianco. Ma questo libro avrebbe potuto benissimo scriverselo da solo, Carlo Casini, perché di questa storia lui è uno tra i protagonisti principali e più coerenti. E allora ci siamo messi a ripercorrere questa vicenda del Movimento per la Vita e ci siamo accorti di avere tra le mani un grande materiale, perché il Movimento per la Vita, in 36 anni, di cose ne ha fatte, tantissime, spesso nel silenzio della grande informazione, spesso anche nella timidezza dello stesso mondo cattolico, che non sempre ha condiviso fino in fondo, pienamente, coraggiosamente, esponendosi, questa battaglia. E questo libro parte da alcune cifre, ne richiamerei tre: il numero 10, il numero 36 e il numero 120mila. Dieci sono i comandamenti, perché insomma, tutta questa vicenda, la difesa della vita, non è una invenzione di Carlo Casini o di qualcun altro, ma sta scritta in quel libro consegnato da Dio stesso a Mosè, nel quale sono contenute dieci regole precise. Una di queste è: non uccidere. Il Movimento per la Vita nasce di lì, potrebbe essere Mosè, il fondatore del Movimento per la Vita, perché se uno è cristiano, quelle sono le regole. Il cristianesimo è una proposta chiara, una proposta poi perfezionata da una persona, evidentemente, ma è chiara, non ci sono dubbi, non ci possono essere tante interpretazioni. Ecco, quindi tutto nasce dai 10 Comandamenti, dal Non uccidere. L’altra cifra, 36, sono gli anni che ho calcolato da quando è nato il primo centro di aiuto alla vita a Firenze, nel 1975, anni difficili, anni complessi, se mai ci fossero anni semplici, anni di lotta, di terrorismo, di difficoltà politiche, di difficoltà economiche, forse cominciano allora le difficoltà che ancora oggi ci portiamo addosso. Ecco, è in quel momento, in quella situazione storica, che a Firenze un gruppo di persone si mette insieme e dice: proviamo a fare qualcosa di concreto per affrontare questo tema, l’aborto, che sta diventando, dopo il referendum sul divorzio, motivo di sfida del mondo laico, del mondo laicista al mondo cattolico. Questo manipolo di generosi si mette a dire: proviamo a contrastare questa deriva. E l’anno seguente, nel ’76, nasce il Movimento per la Vita, 36 anni di impegno fattivo, di volontariato: uno sporcarsi le mani con i problemi, come raccontava suor Francesca, ma anche di impegno culturale, politico, informativo, 36 anni di fatiche spesso sconosciute, spesso poco considerate, probabilmente. Anni che comunque hanno prodotto un altro numero: 120.000 bambini nati, un numero piccolissimo di fronte ai numeri dei bambini abortiti, ma un numero straordinariamente grande se raffrontato ai pochi che, in fondo, hanno combattuto questa battaglia. È un risultato straordinario. Nei 150 anni di Unità d’Italia si iscrive anche la storia di un piccolo movimento che ha fatto nascere 120.000 nuovi italiani: mi sembra una cosa straordinaria, per questi tempi di grandi numeri.
Il libro racconta queste cose, questa battaglia condotta da laici, perché Carlo Casini è un laico, perché il Movimento per la Vita è fatto di laici, laici credenti, che hanno deciso che quella è la frontiera fondamentale sulla quale resistere, resistere, resistere, sulla quale non rassegnarsi. Potrebbe essere questo, in un simbolo del Movimento per la Vita, il motto: non rassegnarsi. Hanno deciso che quella è la sfida prima perché si parla di dignità dell’uomo, se ne parla dappertutto, se ne parla da tanto, si tratta di stabilire che cosa, chi è l’uomo, quando comincia e quando finisce. Loro hanno provato a definire: l’uomo nasce dal concepimento e muore nel momento in cui il corpo muore. E’ ciò che sta scritto nella Bibbia, nei Dieci Comandamenti, nella sensibilità di ciascuno di noi, in fondo, nella sensibilità comune che tutti abbiamo, laici e credenti, anche se con accenti diversi. Hanno scelto di lottare lì, nelle comunità, sui giornali, nella pubblicistica, nella politica. La politica fa le leggi, determina il costume, la politica è importante. Carlo Casini ripete che non si può lottare seriamente per la vita senza che vi sia una presenza politica, senza la politica e si è schierato in prima persona su questo fronte, il fronte della politica.
Mi ricordava una volta che non ha fatto carriera perché occuparsi di queste questioni non dà potere, non si creano correnti di partito o partiti addirittura intorno al tema della vita: è un tema scomodo, un tema che dà fastidio. Ecco, noi dobbiamo intanto ringraziarlo di avere continuato per 36 anni a fare questa battaglia, che è già un esempio di coerenza, unica, direi, in questo Paese di voltagabbana, in questo Paese in cui la politica spesso non si occupa affatto del bene comune ma degli interessi personali di chi la fa. Occuparsi della vita non fa fare carriera, occuparsi della vita è impopolare: nel libro, c’è il racconto di questi anni, delle proposte di legge, dei referendum, delle battaglie infinite per riuscire a portare a casa dei risultati, cercando la risposta migliore nell’oggi, nel qui e oggi, non dimenticando mai gli ideali grandi, l’ideale grande di salvare la vita, ma venendo a patti con compromessi alti con coloro che hanno una diversa impostazione politica e ideologica. Una lunga, faticosissima battaglia combattuta nel Parlamento italiano e in quello europeo, e combattuta anche ad altri livelli, nelle Regioni, nelle Province, nei Comuni.
Qui si dà conto di tutte queste iniziative, dei gesti concreti che il Movimento per la Vita in questi 36 anni ha compiuto. E poi ci sono le prospettive di questo movimento. Si potrebbe pensare: che cosa ci sta a fare ancora un Movimento per la Vita nel 2011, con tutti i problemi che abbiamo, con tutte queste paure, queste fatiche? Ecco, il Movimento per la Vita ci sta ancora, deve starci, c’è perché non si rassegna a che la politica, a che la cultura, a che l’informazione, a che noi, a che la gente sia soltanto concentrata sul contingente, sui problemi della vita quotidiana. Chiede che guardi in alto, al destino delle persone, a chi siamo, alle domande ultime, che sono quelle che danno la misura del valore della vita. Quindi, il Movimento per la Vita c’è, continua ad esserci, continua a guardare avanti.
Al termine del libro, c’è anche un appello che il movimento lancia a tutto il popolo della vita, a tutti coloro che credono che questa sia una battaglia importante, perché non ci si può rassegnare. Credo sia significativo il fatto che gran parte della vita di questo movimento sia andata avanti in parallelo al pontificato di Giovanni Paolo II, almeno una trentina di questi 36 anni, forse qualcuno in meno, è stato con Giovanni Paolo II papa, il Papa che ci ha detto: “Non abbiate paura”. Credo che sia significativo questo fatto, un movimento che ha marciato parallelo al messaggio di Giovanni Paolo II a non avere paura, ad affrontare le questioni di petto e soprattutto a capire che è l’uomo la via della chiesa, che è l’uomo la via della politica. Il movimento ha sempre avuto rapporti di amicizia, di collaborazione con la chiesa, con certe parti politiche, con l’associazionismo, con le parrocchie. Però in questi anni, dobbiamo dirci la verità, nel nostro Paese il coraggio su questi temi è mancato spesso: ci sono anche vescovi, preti, laici impegnati che, su questo tema della vita, hanno qualche timidezza di troppo. Ci sono anche sacerdoti, vescovi, laici impegnati che tacciono su queste questioni, perché hanno paura di dividere.
La presenza del Movimento per la Vita è uno stimolo anche per queste persone, perché affrontino con maggiore coraggio questa battaglia, perché è una battaglia, possiamo fare finta di dimenticarcene, possiamo metterla in un cassetto, possiamo lasciar perdere, ma questo nodo della vita c’è, esiste, ci sarà sempre e sarà sempre un inciampo. Mi auguro che questo libro aiuti un po’, chi deve, a prendere coraggio. Concludo dicendo che se la politica è importante per la battaglia della vita, occorre che la politica sia fatta da politici probabilmente diversi dalla gran parte di quelli che oggi fanno politica. Io credo che intanto i politici vadano scelti e non nominati, perché nelle nomine non si possono scegliere persone che abbiano a cuore questi temi. Poi, occorre che i partiti si facciano qualche esame di coscienza e che i cittadini scelgano i loro eletti con maggiore oculatezza, con maggiore attenzione. Credo che ci voglia veramente la nuova classe politica di cattolici che il Papa continua a richiedere, cattolici che abbiano una sola peculiarità: la credibilità. Rosario Livatino, magistrato, ammazzato dalla mafia, diceva: non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili.
Ecco, credo che la classe politica di oggi non sia credibile a combattere la battaglia della vita, credo che molti debbano fare un passo indietro, molti debbano accettare che la nuova classe politica di cattolici possa nascere, ma non potrà nascere se sulla porta del tempio ci stanno gli scribi e i farisei a impedire che gli altri entrino. Mi auguro che il Movimento per la Vita riesca anche a fare questo, a suscitare un po’ di rimorso nei cattolici politici che non hanno in questi anni combattuto per la vita, e un po’ di coraggio alle nuove generazioni di cattolici che si impegnano su questo fronte, perché qui si gioca veramente la credibilità dei cattolici in politica, oggi, in Italia. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Renzo Agasso, è stato molto chiaro, ha fatto capire bene tutte le sfumature di questa storia, di questo cammino. Ascoltiamo adesso Carlo Casini, che introduciamo con un applauso. Dobbiamo ringraziarlo, come ha detto Renzo, di questo impegno. Un dato di cronaca, che mi scuso di non aver citato: Casini è magistrato, è stato anche Vice Procuratore di Firenze alla fine degli anni ’70, mi pare, oltre che docente di Diritto Internazionale. Carlo, un bilancio.

CARLO CASINI:
Grazie. Non credo di avere molto tempo a disposizione ma non me ne lamento perché le cose che sono state dette possono essere declinate meglio se voi, questi libri, li leggete davvero. Potete e dovete comprarli, perché il loro ricavato sarà devoluto interamente ad aumentare quel numero di 120.000 bambini che è stato ricordato, ad alimentare cioè un’altra goccia d’acqua in quel progetto “Gemma”, che è una sorta di adozione a distanza ravvicinata di mamme che sarebbero spinte all’aborto per ragioni economiche. E ce ne sono tante: 160 euro al mese per diciotto mesi è una sciocchezza ma per una donna in difficoltà, insieme ad altre attenzioni, amicizie, aiuti anche materiali, è quella che noi chiamiamo una carezza economica che ha risolto tanti casi: non sei sola. Vogliamo che queste parole scritte diventino salvezza per qualche altro bambino. Ecco perché comprerei questi libri. Il secondo motivo per cui non c’è ragione che io dica tante cose è che il Movimento per la Vita ha preparato qui al Meeting uno stand dove si svolgeranno incontri di ogni genere e dove si possono avere migliori informazioni sul Movimento per la Vita.
Una cosa però la devo dire, su tutti e due i libri, perché l’uno è collegato all’altro: la storia del Movimento per la Vita non è una storia fatta di accademia e di filosofie, è una storia di fatti, e ciò che ha scritto suor Francesca è un fatto che si è ripetuto in tutte le nostre case di accoglienza. Tra l’altro, Giovanni Paolo II benedisse la prima pietra che poi è rimasta là e, sostanzialmente, il lavoro fatto. I fatti confermano la storia che non è una storia qualsiasi: anche la storia del movimento non è una storia ma è una storia vera. E questa storia vera dimostra, i fatti dimostrano, alcune tesi che a noi sono particolarmente care: uno, la vita vincerà, verrà il tempo in cui sarà chiaro – come oggi è chiaro che non si deve utilizzare la pena di morte per reprimere i reati – che non è possibile sopprimere un bambino per risolvere le difficoltà. Diventerà un fatto di consapevolezza universale. Giovanni Paolo II ce lo ha detto: la storia dimostrerà la grande importanza dei Movimenti per la Vita nel mondo. Ma chi vincerà non saranno le filosofie, saranno i fatti che parlano di amore; è l’amore che vincerà, l’amore per chi? Finalmente Emma Fattorini comincia a dire qualche parola, si sta avvicinando, sta abbordando la mia nave, dice: bisogna amare la mamma e il bambino. Certo! Per anni io ho visto scrivere sui muri d’Italia: Casini è il nemico della donna. Maria, sono nemico della donna? C’è qui mia moglie, può dire se sono nemico delle donne.
Bisogna veramente amare la vita sempre e anche l’accusa che il Movimento per la Vita sia fissato, monotematico, che gli interessino solo i bambini non nati e poi cosa fate… Suor Francesca dimostra che l’amore per i poveri e per gli ultimi esige che sia un amore per tutti gli ultimi, quindi anche per i bambini. Ce l’ha insegnato anche Madre Teresa di Calcutta. E’ un libro che racconta con i fatti, lo leggerete, dimostra la verità delle tesi del Movimento per la Vita. Io non voglio commentare il nostro libro: perché l’ho scritto? Sì, certo, volevo che in qualche modo questa storia restasse documentata, ma volevo anche raccogliere in un testo l’ansia – ora la frase è un po’ retorica, non me ne viene un’altra – del mio cuore. Perché è vero! C’è troppa rassegnazione su questo tema, è vero! Sul tema della vita, non possono essere pochi a parlare, a difendere la vita, a proclamare la vita, non devono! Il Cardinale Bagnasco, nel discorso di introduzione all’ultima Conferenza Episcopale, che è stato a maggio, mi pare, ha ringraziato il Movimento per la Vita perché ha fatto in modo, in tutti questi anni, che l’aborto non venisse considerato un fatto normale. Grazie per il ringraziamento, ma il male è la rassegnazione, è l’acquiescenza, che è fatta per alcuni di paura, per altri di timore, come fosse una sconfitta, per altri, del veleno propugnato dai mezzi di comunicazione, che finisce per cambiare veramente le categorie del pensare. Noi non ci rassegneremo a questo.
Concluderei lanciando un appello. Ho scritto questo libro pensando che l’esperienza del Movimento per la Vita, trentadue anni, in futuro non ci sarà, ma il popolo della vita, sì, ci deve essere! Deve restare. E allora vorrei che questa esperienza non finisse nel nulla ma diventasse comunque una eredità, una linea di azione che serve all’intero Movimento per la Vita. Ecco perché nell’ultimo capitolo faccio una serie di punti di quello che a me pare l’esperienza più ricca del Movimento per la Vita. Per questo io voglio, proprio per vincere la rassegnazione, approfittando del palcoscenico del Meeting di Rimini, annunciare un’iniziativa che a me pare di straordinaria importanza. Di che cosa si tratta? Prima di dirvelo, ricordo che ho partecipato per trentadue volte al Meeting di Rimini, e che il primo Meeting di Rimini si concluse con una tavola rotonda sulla vita alla quale potei partecipare insieme agli esponenti dei Movimenti per la Vita europei. Il titolo di quel primo Meeting fu “La pace e i diritti dell’uomo”, i diritti dell’uomo! Bene, ma la cosa per cui ricordo con commozione quel Meeting là, 1980, è che proprio durante quel Meeting, dopo avere vinto lunghi dubbi e resistenze, prese le armi la richiesta del referendum sul sì alla vita, referendum per bloccare l’iniziativa radicale che voleva estendere ancora di più la iniqua legge 194 e per tentare di ridurne al massimo possibile gli effetti. La nostra propaganda fu il sì alla vita. Qui al Meeting cominciammo seriamente a raccogliere le firme in quella che chiamammo: “L’estate per la vita”. E ricordo ancora il fondatore di Comunione e Liberazione, don Giussani – avevamo appena annunciato questa iniziativa, prima del Meeting -, che mi telefonò: “Può venire questa sera stessa a Colle Valenza? Ho davanti a me migliaia, centinaia di preti di Comunione e Liberazione, vorrei che lei la illustrasse”. E io: “Ma stasera come faccio?”. Era già pomeriggio. “Deve venire assolutamente”. Andai, arrivai, mi trovai una platea colma di giovanotti vestiti di nero, illustrai il progetto e don Giussani alla fine mi disse: “Scusi, eh! Queste cose le sappiamo già, le schede per fare le firme, dove stanno?”. “Insomma, io pensavo non fosse riguardoso…”. “Torni a casa, venga domattina e porti la schede per prendere le firme, non si può perdere un’occasione così”. Ecco, mi ricordo che al primo Meeting questo sì alla vita fu gridato forte e il Papa, mentre era in corso il Meeting, lanciò il suo primo grandioso discorso che invitava i cattolici ad appoggiare il sì alla vita.
Allora, quale è l’iniziativa che voglio oggi, per la prima volta, lanciare? Io sono Parlamentare Europeo da tanti anni, sono Presidente di una Commissione che si dovrebbe occupare della Costituzione europea, la Commissione Affari Costituzionali, c’è qui un collega che saluto, Silvestris, lo ringrazio di essere venuto. L’Europa ha tentato di darsi una Costituzione, i radicali proposero un referendum. Una Commissione speciale ha lavorato per anni per fare la Costituzione Europea, non l’hanno fatta perché l’hanno bocciata i francesi e gli olandesi, non si sono scoraggiati e hanno ricominciato a un livello più basso. Ma insomma, in qualche modo, cercando di stabilire la piattaforma dell’Europa, il Trattato di Lisbona è entrato in vigore alla fine del 2009, cioè all’inizio del 2010, praticamente. In questo Trattato c’è una novità: il popolo deve partecipare alla vita democratica. Come? Almeno un milione di cittadini europei, appartenenti ad almeno sette nazioni, evidentemente possono essere anche di più, possono chiedere alla Commissione di proporre un atto giuridico che dica cosa deve fare l’Europa.
Per questa norma abbiamo a lungo discusso, abbiamo fatto un regolamento, l’abbiamo approvato: gli Stati adesso devono scrivere le regole esecutive particolari, entrerà in vigore il primo di aprile del 2012. Voglio, desidero, auspico che lavoreremo insieme perché il primo di aprile del 2012 oltre un milione, magari 10, magari 20 milioni di cittadini europei si alzino in piedi e a questa Europa, che sa parlare solo di affari, di concorrenza, di quattrini, di finanza, che sta perdendo la sua anima, che critica i Paesi che non hanno ancora l’aborto, che pretende di finanziare la diffusione dell’aborto nei Paesi del Terzo Mondo e lo fa già, che pretende di usare l’uomo nella primissima fase della sua esistenza, quando lo chiamano embrione, per fare ricerche sperimentali per la scienza, a questa Europa un rilevante numero di cittadini europei, alzandosi in piedi, dica sì alla vita. Il numero uno di questa iniziativa di partecipazione democratica, che è stata elaborata nell’ambito di un contesto costituzionale europeo, sia una iniziativa per la vita, semplice, chiara, nella vostra carta dei diritti fondamentali, dove è scritto che tutti hanno diritto alla vita. Scrivere: dal concepimento. L’approveranno, non l’approveranno, secondo me sarebbe già un gran fatto se si alzassero in piedi tanti… E gli effetti positivi sarebbero enormi.
Mi piace annunciare questo proposito che certo avrà bisogno di rifiniture di carattere giuridico, che richiede grandi collaborazioni con le associazioni, con le chiese, con i Movimenti per la Vita europei, ecc. Ma c’è già tutto un programma, mi piace che questa iniziativa sia annunciata qui, al trentaduesimo Meeting di Rimini, in ricordo di quello che è stato il filo ispiratore, una costante presenza del tema della vita in questo Meeting. Tanto più che quest’anno, il tema, qual è? “E l’esistenza diventa una immensa certezza”! Niente è più certo che ciascuno di noi prima non c’era e a un certo punto ha incominciato a esistere. Si può dubitare di tutto ma non di questo, che questo momento è l’inizio della nostra vita che vorrebbero distruggere. Su questo punto si sana l’Europa, si sana la politica, si sana la cultura. Non lo dico io, lo dice Giovanni Paolo II, nel suo ultimo discorso fatto a tutti gli ambasciatori del mondo, che rappresentavano tutti gli Stati davanti alla Santa Sede. Giovanni Paolo II disse: “Guardando voi, ambasciatori di tutti i Paesi del mondo, io vedo le sofferenze, le angosce, i problemi, le speranze, gli sviluppi di tutte le nazioni del mondo, e vedo le grandi sfide che oggi attanagliano tutta l’umanità: la sfida della pace, la sfida del pane, la sfida della vita… Ma” concluse “la prima sfida è quella della vita”. Noi vogliamo essere coerenti anche quando si è nel mezzo della crisi economica, noi vogliamo che la prima sfida sia e resti la sfida della vita.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Casini, alla sua forza, alla sua dedizione che ha dato origine anche a questi due libri. Seguiamo il suo invito, quello bellissimo di suor Francesca e quello di questa storia di cui sappiamo pochissimo dettagliare i punti decisivi per prepararci all’uno aprile: quindi usiamo questi due strumenti. Grazie ancora anche ad Agasso e arrivederci a do

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Invito alla lettura

21/08/2011 - ore 19.00_x000D_ Sì alla vita. Storie e prospettive del Movimento per la Vita_x000D_ Presentazione del libro di Carlo Casini, Deputato al Parlamento Europeo e Presidente del Movimento per la Vita e Renzo Agasso, Giornalista e Scrittore (Ed. San Paolo). Partecipano gli Autori._x000D_ A seguire:_x000D_ Non storie, ma storie vere. Vite al bivio_x000D_ Presentazione del libro di Francesca Bassi (Ed. Cantagalli). Partecipano: l'Autrice, Suora di Carità, già Responsabile della Casa di Accoglienza alla Vita di Cervia; Carlo Casini, Deputato al Parlamento Europeo e Presidente del Movimento per la Vita; Emma Fattorini, Professore Ordinario di Storia Contemporanea all'Università La Sapienza di Roma.

Data

21 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

eni Caffè Letterario D5