INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno
Presentazione del libro di Massimo Borghesi (Ed. Marietti 1820). Partecipano: l’Autore, Professore Ordinario di Filosofia Morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia; Alessandro Banfi, Giornalista.
A seguire:
Don Oreste Benzi. Parroco, cioè padre
Presentazione del libro di Valerio Lessi (Ed. Paoline). Partecipano: l’Autore, Giornalista e Scrittore; Elio Piccari, Parroco de La Resurrezione, Rimini; Paolo Ramonda, Responsabile Comunità Papa Giovanni XXIII.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Bene, cari amici, cominciamo questo crepuscolare appuntamento delle sette di “Invito alla lettura”. Abbiamo due proposte da farvi. In qualche modo, l’interesse che vi ha guidato qui sarà sfidato, perché sicuramente rilanceremo rispetto a quello che si attende. La prima proposta è un libro di Massimo Borghesi su Del Noce, che si intitola Augusto Del Noce. La legittimazione critica del Moderno. È di Marietti, la casa editrice che ci fa tante proposte interessanti, e salutiamo Massimo Borghesi, insigne filosofo, grande lettore del nostro tempo, docente appassionato nel vivo della vita universitaria e che è il più grande lettore dell’opera di Del Noce, fedele nel tempo e grande perno che dialoga con tutti quelli che hanno visto nel grande filosofo, che abbiamo conosciuto in varie stagioni anche del Meeting, colui che ha segnato la storia del nostro pensiero e del nostro Paese, praticamente dal ’43 fino agli anni della sua morte, che è del 1989. C’è tra noi Alessandro Banfi, lo salutiamo, giornalista di peso, condirettore di Video News, uno degli autori di Matrix, con Mentana vicedirettore del TG5 e che adesso ha lanciato su Rete4 La Versione di Banfi, la sua appunto, che riprenderà a settembre. Quindi oltre che una penna è anche ormai televisivo e ha vissuto un tempo, il tempo del giornalismo del Sabato, quando Del Noce vi collaborava come illustre editorialista. Io metto solo in luce un aspetto, lasciando a loro poi il racconto: Del Noce ha guardato alla modernità, ha guardato al tempo difficile che inizia negli anni ’40, nell’epoca dei post-totalitarismo, che traccia quasi una linea di rottura con la tradizione e anche con il cristianesimo, ma ha voluto anche leggere con partecipazione l’uomo del suo tempo. Non è un pensiero ‘anti’, il suo, è un pensiero per cercare delle risposte per sé. Non credo che sia spiegabile altrimenti il suo incontro, la sua vicinanza non solo a colleghi, storici, politici e filosofi, ma anche a quella umanità che ha trovato anche in Comunione e Liberazione. Dunque è molto più interessante cercare così di comprendere qualche traccia, come ci diranno loro, che nel libro viene in modo esteso esposta e ne fa un libro importantissimo, proprio perché è uno studio completo, uno studio ponderato, che Borghesi ha fatto con molta passione ma anche con molta fatica, perché è veramente esauriente.
Io do subito la parola a Banfi, che ci darà un primo spaccato del periodo di questa lettura.

ALESSANDRO BANFI:
Io sono qua perché ho avuto la fortuna, diciamo un paio di fortune assieme: la prima fortuna è stata che mio padre, quando ero ragazzino, mi parlava già di Augusto Del Noce che frequentava per interesse personale, quando andava a Roma, quando andava a trovarlo; la seconda fortuna è stato vivere, diciamo, in una posizione privilegiata, che era quella di giovane cronista politico del settimanale Il Sabato, il rapporto con Del Noce negli ultimi fecondissimi e divertenti, così vorrei dire, anni della sua traiettoria di pensiero e di azione politica, perché è difficile distinguere l’appassionato intenditore di politica che era Del Noce, dal grande filosofo della politica che è stato Del Noce. Innanzitutto perché questo filosofo era torinese. Anche io ero torinese di origine, quindi, per certi versi, comprendevo meglio di altri il suo retroterra e avevo più presente anche l’ambiente dell’università, dell’Einaudi, della Rivista di filosofia da cui in qualche modo aveva preso le mosse, dal Liceo d’Azeglio dove aveva studiato a Torino, al liceo classico. Ecco, Del Noce era soprattutto imprevedibilmente rapsodico, era un uomo la cui intelligenza era tutto meno che sistematica. Allora Massimo Borghesi per la Marietti ha fatto un libro che oso definire necessario e straordinariamente importante oggi, perché sistematizza, mette a posto il pensiero di Del Noce che si esprimeva in tanti modi. Del Noce aveva sempre, fino agli ultimi giorni della sua vita, annotato progetti di studi che avrebbe fatto, era intenzionato ad affrontare argomenti e tematiche, scriveva moltissimi articoli anche di polemica immediata giornalistica e insieme ideava trattati di 400 pagine. Questa sua caratteristica, che lo rendeva molto simpatico dal punto di vista anche intellettuale, perché era elegante nel modo di affrontare le cose, amava il paradosso, amava rovesciare le tesi dell’avversario, che per lui non era un avversario, era un interlocutore ricco di cose da dire.
Ora, questo lavoro di Massimo è in qualche modo importantissimo perché segna un punto in un vuoto che c’era nella cultura italiana rispetto a un uomo molto interessante dal punto di vista della produzione filosofica, un grande interlocutore di uomini del suo tempo e di filosofi di oggi – vedremo oggi che Vattimo e Cacciari ne parlano in modo molto interessato, ma ho citato gli ultimi due solo per dire due nomi della filosofia contemporanea importanti. Ma il merito di Massimo è aver tirato fuori delle notizie, scusate se riduco tutto al mio mestiere, ma questo so fare. Ci sono delle notizie in questo libro, e ci sono delle notizie pazzesche, perché vanno contro lo schema. In qualche modo, Massimo, anche lui, in questo lungo corpo a corpo con la produzione di Del Noce, anche lui ha trovato dei paradossi.
Il primo paradosso che cade è quello che dipinge Del Noce come il de Maistre italiano, come dice Nicola Matteucci nella introduzione del ’90 al Problema dell’Ateismo per l’editrice Il Mulino, riportando e criticando la famosa battuta – maligna aggiungo io – di Bobbio: “Del Noce è il de Maistre italiano”. Allora, questa immagine di Del Noce pensatore reazionario crolla se leggete il libro di Massimo. Allora ci sono delle notizie, dicevo, le dico brevemente perché questo è il mio lavoro e questo può incuriosire chiunque si accosti quanto meno con interesse, se non con simpatia, al grande lavoro che ha svolto Del Noce.
Prima notizia: Del Noce diventa Del Noce. In altre parole, l’oscuro professore di scuola superiore magistrale, che era stato un risoluto antifascista e un importante interlocutore di Rodano negli anni fino al dopoguerra, fino al 1957, non emerge nel dibattito politico contemporaneo e non diventa professore universitario se non nel 1964, all’Università di Trieste. Chi è che lo chiama, in qualche modo, nel salotto buono della cultura italiana? Lo chiama Giuseppe Dossetti. Allora, voi tutti sapete chi era Dossetti. Dossetti, grande protagonista della Costituente, allievo di padre Gemelli, a quel punto ha già scelto la via religiosa nel suo personale itinerario. De Gasperi è già morto, la DC ha preso la strada, diciamo pure, del partito moderno, quello che Fanfani chiama il nuovo partito organizzato, e lui si ritira a Bologna, nel Centro di documentazione religiosa e chi va a chiamare? Va a chiamare Del Noce. Massimo Borghesi, che è una persona molto seria, non formula ipotesi di un perché. Da sola questa cosa meriterebbe studi su studi o quanto meno delle intere tesi di laurea. Io personalmente sono giunto a una conclusione: mi piace pensare che il Dossetti, grande avversario politico di De Gasperi, abbia visto in Del Noce l’unico vero filosofo che seriamente aveva cercato di sistematizzare il pensiero Di Gasperi. Quello che De Gasperi aveva fatto nella pratica, Del Noce cerca di concepire e giustificare dal punto di vista della filosofia politica e Dossetti lo chiama. Resta il fatto che, grazie al rapporto col Mulino, quindi grazie al rapporto con una grande tradizione laica liberale, come quella di Matteucci, Pedrazzi, dei pensatori del Mulino, avviene questo fecondissimo incontro di Del Noce con la cultura ufficiale, che è anche l’incontro – e Massimo dedica un capitolo a questo incontro -fra cattolici e liberali. La cosa straordinaria e bellissima che mi piace – nella mia ignoranza non l’avevo così presente come nel libro – è che si capisce che Del Noce rovescia, negli anni ’40, la polemica crociana – la famosa frase “non possiamo non dirci cristiani” che formula Croce – lui, col suo gusto raffinato del paradosso, la rovescia e dice “sono i cattolici che non possono non dirsi liberali”, cioè sono i cattolici i più grandi difensori della libertà, della libertà dell’uomo senza i difetti del liberismo economico. Scrive: “la funzione liberale oggi spetta al Cristianesimo e penso che anche il partito liberale non possa affermare i suoi ideali se non ravvisando il loro nucleo cristiano. Di ciò può anche essere segno l’insistenza sulla dissociazione del principio di libertà, come valore della persona, dal liberismo economico”. Cioè Del Noce ha chiarissima la battaglia per la libertà che in primis fanno i cattolici – questo gli viene dalla lettura di Maritain, dall’esperienza antifascista, dal ragionare su De Gasperi – però la fonda teologicamente: Dio manda suo Figlio e non lo impone come potrebbe il Dio Onnipotente, ma sfida la libertà dell’uomo, la rende gigantesca nella temperie della storia e questo ha valore anche oggi per chi voglia interessarsi anche della politica, anzi primariamente della politica. La libertà è un monumento costruito addirittura da un fatto come l’Incarnazione. Capite che è una cosa bellissima. E sempre discretamente Del Noce, temo ai confini con la teologia, ma mai in modo violento, pensava che la politica fosse la sede della moderazione, la politica non era la sede della salvezza ma era la sede delle condizioni per permettere l’esplicarsi di una opzione.
Seconda notizia che c’è nel libro, fenomenale: De Felice e la scrittura della sua fondamentale opera storica sul Fascismo. Cosa centra Del Noce? Centra tantissimo perché è De Felice stesso a rivelarlo. Devo dire che Borghesi fa un lavoro incredibile su questo, perché tira fuori che De Felice, nel concepire il primo volume della sua monumentale opera biografica su Mussolini, che come tutti sapete è fondamentale per gli studi storici moderni sul fascismo italiano, in tutto il mondo, chiama il libro, il suo primo libro, che riguarda la prima fase, quella nascente, del fascismo, Mussolini il rivoluzionario e lo chiama così per Del Noce. È Del Noce che dà un’interpretazione del Fascismo in cui, partendo da Giovanni Gentile, cioè dall’attualismo gentiliano, si ricollega all’idealismo. È Del Noce che dice agli idealisti “il Fascismo nasce da una vostra costola”. E grazie a questa intuizione, lo dice De Felice, nasce la visione giusta, corretta, che De Felice ha verificato nella biografia di Mussolini, su quale sia la vera origine del Fascismo. La cosa straordinaria che tira fuori Massimo è che il “barone” – scusate il termine voi professori universitari – che proteggeva l’opera monumentale di De Felice, ufficialmente uomo del PC, come Cantimori, lo chiama e gli dice: tu non puoi citare nella prefazione Del Noce in questo modo, perché andiamo nei guai. E Del Noce finisce in una nota, ma De Felice ha l’onestà intellettuale di riconoscere che è a Del Noce che deve l’interpretazione del Fascismo iniziale, fondamentale nei suoi studi. Capite che è una cosa importantissima, che rimette Del Noce al centro dell’interpretazione del fascismo oggi più o meno accettata, diciamo pure, da tutti, e sicuramente lo studio storico più importante prodotto sul Fascismo.
Terza notizia che c’è nel libro che ti fa saltare sulla sedia: Augusto Del Noce si era contrapposto ai promotori del referendum sul divorzio del 1974. Cioè Del Noce, che è considerato il reazionario, il de Maistre italiano, quando Gabrio Lombardi eccetera vanno avanti con la raccolta di firme sul referendum del divorzio del ’74, intravede in quella battaglia un limite enorme e dice “ma perché invece non facciamo una campagna sui due possibili regimi: il matrimonio civile e il matrimonio religioso?», che se ci pensate è molto più coerente con quello che lui ha sempre detto, ad esempio, del valore della laicità, dell’impegno degasperiano in politica, dei cattolici. E’ straordinario, io non lo sapevo proprio, mentre sapevo che Andreotti aveva fatto un trattato, che ho a casa, che qualcuno di voi conoscerà sicuramente, si chiama I minibigami, in cui sosteneva che da sempre c’era questa opzione di chi non credeva nell’indissolubilità del matrimonio e che quindi aveva più mogli, e invitava anche lui a distinguere fra una versione civile del matrimonio e una versione religiosa, non sapevo che Del Noce l’avesse fatta propria e la condividesse. Ultima notizia che mi ha incuriosito molto e che meriterebbe uno studio approfondito. Con Del Noce, noi ragazzi del Sabato, e ci metto anche Massimo, benché fosse già un maturo professore universitario, abbiamo vissuto un rapporto meraviglioso, perché era un vecchio maestro che si divertiva moltissimo a suggerirci dei contenuti, e con lui abbiamo condiviso la battaglia, che molti di voi hanno presente, sul neo-pelagianesimo, battaglia che, by the way, come dicono gli inglesi, oggi ha una forza incredibile, 20 anni dopo dimostra tutta la sua potenzialità, e se oggi ci fosse il Sabato, chissà che begli editoriali potremmo scrivere, sul neo-pelagianesimo di oggi. Che cos’è il neo-pelagianesimo? È la riduzione del cristianesimo a morale, non solo, ma la riduzione della politica stessa a comportamento etico, a regole etico-giuridiche. Non avevo mai capito, solo leggendo il libro di Massimo l’ho capito, che la radice di questa intuizione delnociana fecondissima sta nell’analisi di Kant, nel pensiero di Immanuel Kant. Non avevo mai capito che Del Noce inserisce Immanuel Kant nel problema dell’ateismo, lui che era sempre alla ricerca di chiavi di interpretazione che spiegassero tutto. L’ateismo di Kant: mai nessuno parla dell’ateismo di Kant, perché voi andate a scuola, Kant sembra quasi un papa e non solo quando ne parla il povero Scalfari su Repubblica sembra un leader religioso, invece Del Noce cosa dice? Qual è l’ateismo di Kant, che lui dice a un certo punto, essere il più pericoloso? Lui già vede, negli ultimi anni della sua vita, già vede il comunismo finire, ed è terrorizzato e sapete da cosa? Dalla perdita di afflato utopico e religioso che il comunismo aveva avuto nella storia, e che aveva condizionato anche noi, di qua, nell’Occidente. Ci aveva infatti costretto a fare i conti con una tensione ideale, ci aveva fatto delle domande sulle grandi visioni, invece quando lui vede morire il comunismo, capisce che prevarrà solo il kantismo. E come lo chiamava l’ateismo di Kant? Ateismo postulatorio, perché diceva ateismo postulatorio? Perché Kant, la morale di Kant postula che Dio non ci sia più, Cristo non sia più. Quello che c’è è la legge morale, che io decido di avere perché è meglio così, la postulo. Capite che quello che stiamo vivendo oggi è l’esito finale dei questo processo? Del Noce nel 1987 fa una straordinaria recensione de Il Padrone del Mondo, sul Sabato, in cui dice: “si rischia adesso di essere ingiusti verso la forza filosofica, religiosa e utopica del comunismo, quello che prevarrà sarà l’umanitarismo ateo”. E se voi andate a leggere il libro di Benson, Il Padrone del Mondo, pur scritto nel 1907, lì lui dice che il padrone del mondo è l’uomo dalle mani pulite, cioè è lo stesso inganno, è la stessa illusione, lo stesso vicolo cieco in cui siamo finiti. Allora io non voglio però rompervi troppo le balle, e quindi, non sono un professore universitario, non so fare lezione, sono un giornalista e mi appassiono, quindi cerco di leggere quelli che qualcosa capiscono e faccio come tutti, dico, chi è considerato uno “figo” adesso. E ho scoperto questo signore, che si chiama Slavoj Žižek. New Republic, che è la grande rivista di politica americana che c’è, quindi è da leggere, dice che è il più pericoloso pensatore dell’Occidente, lo dice fra virgolette. E sapete cosa scrive Žižek in questo libro straordinario, Vivere alla fine dei Tempi, che tematizza la fine delle democrazie occidentali? Sapete come un laico contemporaneo spiega il vicolo cieco in cui siamo finiti? Ve lo leggo: “il pensiero politico contemporaneo è prigioniero oggi dello spazio determinato da due poli, etica e giurisprudenza. Da un lato la politica, sia nella sua versione liberale sia in quella fondamentalista, è concepita come la realizzazione di posizione etiche, sui diritti umani, l’aborto, le libertà che le preesistono, dall’altro, e in modo complementare, essa è formulata nella lingua della giurisprudenza, ed è qui che il riferimento alla religione”, dice Žižek, “può giocare un ruolo positivo, nel resuscitare la dimensione propria del politico: nel ripoliticizzare la politica può dare la possibilità agli attori politici di uscire dall’attuale groviglio etico-legale”. Al di là della difficoltà del linguaggio, è di tutta evidenza che oggi, in cui viviamo in un mondo immerso fra scandali e moralismi, in cui il ruolo dei cattolici sembra confinato veramente nel parlare di diritti dei gay, crocifissi ed altro, si è realizzato in pieno quel neo-pelagianesimo denunciato da Del Noce 20 anni fa. Ma la cosa straordinaria è che tutta la società occidentale sta soffrendo di questo vicolo cieco in cui siamo finti. Allora la lezione di Del Noce oggi è attualissima e non a caso Vattimo, Gianni Vattimo, che, quand’era vivo, voglio dire non è che non criticasse Del Noce, non gli risparmiava molto, oggi, nel 2010, scrive questo saggio in cui riconosce a Del Noce molti meriti. Ecco cosa ci manca – dice – “l’anelito ad un oltre della storia, alla vita eterna; la stessa idea di una radicale trasformazione della nostra esistenza, che si pensi come redenzione o come rivoluzione, testimoniano che non possiamo solo restare sul piano dell’immanenza”. Vedete che Vattimo attribuisce a Del Noce quello che Žižek dice che manca oggi alla politica. Allora quando io sento nei dibattiti contemporanei chiedersi che cosa possono dire oggi i cattolici sulla crisi, do questa risposta: i cattolici oggi intanto riscoprono Del Noce, riscoprono De Gasperi, riscoprono queste grandi lezioni che sono lì, e che non sono state vissute fino in fondo, sono sempre state tollerate o mal tollerate dalla cultura cattolica ufficiale, a cui, e lo dico per concludere, Del Noce in qualche modo è sempre stato estraneo. Non per niente ha vissuto tutta la sua vita di grandissimo credente, in qualche modo come don Giussani, voglio fare questo parallelo senza che sembri irrispettoso, ha sempre vissuto dialogando coi laici, dialogando con i grandi autori laici, dialogando con Marx, attraverso i suoi scritti, dialogando sempre con il fine, in questa lotta con la modernità, con il fine di far emergere il valore, il valore di questo Altro, di questo Oltre, di cui oggi abbiamo tanto bisogno. E tutto ciò senza mai imporre un’ideologia, senza imporre la restaurazione della società, un modello, senza mai formulare un sistema da applicare alla società, ma lottando fino all’ultimo, come un pazzo, per trovare nell’interlocutore tutte le cose positive che poteva dire, come oggi possiamo trovare in Žižek, e allo stesso tempo per lasciare aperta la possibilità di un’opzione, l’opzione di una nuova cristianità, ma non come affermazione, come possibilità, come libertà. Scusate.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Banfi, oltre che appassionato molto preciso, queste quattro notizie spiegano veramente le idee dei fatti, ma vorrei chiedere a Massimo, che poi ha una sua offerta di riflessione per noi, se puoi anche in qualche modo identificare qual è stata la capacità, o qual è stata la meta che Augusto Del Noce perseguiva e che gli ha permesso di riscontrare la verità, l’ansia anche, che prendeva strade sbagliate di politiche, di flussi storici, di filosofia.

MASSIMO BORGHESI:
Senz’altro rispondo subito alla tua domanda, ringraziando subito Alessandro Banfi della sua critica appassionata. Ho detto che è uno dei lettori finora più intelligenti e acuti del volume e quindi lo ringrazio, ringrazio anche Camillo Fornasieri, che è qui con noi e ringrazio tutti voi che siete qui, perché non è semplice essere attenti in questo panorama aperto. Naturalmente ringrazio la casa editrice Marietti, che ha creduto in questo progetto e qui abbiamo Beatrice Costa e Paola Osso che tengo particolarmente a ringraziare, perché questo libro su Del Noce non ci sarebbe se Paola Osso non fosse stata presente ad un incontro del Centro Culturale di Milano, presente anche l’amico Fornasieri, dove io presentavo l’anno scorso Del Noce ad un pubblico giovanile e lei in maniera davvero… mi ha proposto di scrivere un libro. Siccome era la casa editrice Marietti, io mi sono impegnato a scrivere questo libro. Vi confesso che se fosse stata una casa editrice conservatrice o di destra non l’avrei scritto, perché qual è lo scopo di questo mio lavoro (e così rispondo anche alla tua domanda)? Rompere questa immagine conservatrice e tradizionalista che ha affossato il grande Del Noce. Perché io che lo conosco da una vita, so che Del Noce non era questo, anzi, la sua intenzione profonda era di sviluppare un dialogo tra cattolicesimo e modernità che superasse l’antimoderno di tradizione cattolica. Quindi è una prospettiva di apertura, di dialogo serrato con il moderno per poter trovare nella modernità quegli elementi positivi, perché ce ne sono anche di negativi e sono giganteschi, ma ci sono anche profondi elementi positivi, che permettono ai cattolici di superare la posizione reazionaria che li condanna ad essere un ghetto fuori dalla storia. Quindi da qui il sottotitolo del mio volume: “La legittimazione critica del moderno”. Un titolo un po’ complicato, però il senso è chiaro: Del Noce legittima la modernità, sia pure in una chiave critica. Non è l’apologetica del moderno, è una valorizzazione degli aspetti positivi distinti da quelli negativi. Bene, chi è Del Noce la maggior parte di voi che siete qui immagino che lo sappiate, insomma, è stato uno dei più grandi intellettuali e filosofi italiani del dopoguerra. Questo gli è riconosciuto da tutti, da amici e avversari che siano, grande amico del Meeting, la sua ultima apparizione fu nel 1989 e a pochi mesi dalla sua morte, io lo ricordo bene perché nel ’90 ebbi l’onore di ricordarlo e commemorarlo qui a Rimini, dal palco del Meeting insieme a Pierluca Azzaro e a Giorgio Vittadini. Dicevo, la novità sta nel sottotitolo, perché Del Noce è stato visto da una parte cospicua della cultura italiana, compresa quella cattolica, come un pensatore di spessore da guardare però con sospetto. Questo sospetto Del Noce se l’è portato dietro per tanti anni. L’accusa era di essere un conservatore, un nostalgico di epoche passate, un discepolo di de Maestre, il grande pensatore Savoiardo, grande sì ma reazionario pure, come ebbe a dire il suo amico avversario Norberto Bobbio. Queste cose vanno capite: perché Bobbio gli affibbia questa etichetta? Perché lo vuole delegittimare, perché negli anni ’70 Del Noce è il critico più acuto di Gramsci e del gramscismo in Italia, cioè dell’egemonia del partito comunista nel campo culturale e politico, e quindi bisogna delegittimarlo un autore così, e come si fa a delegittimarlo? Presentandolo come un autore di destra, un conservatore del passato. Se non si capisce che quelle sono etichette di tempo di guerra, non si capisce perché venga fuori. Quindi il libro ha lo scopo, io spero riuscito, – tutti quelli che l’hanno letto finora mi hanno detto che il risultato è stato ottenuto alla grande – di dimostrare che questa ipotesi tradizionalista non regge. Ebbene, lo scopo del volume è di dimostrare il profondo incontro tra cattolicesimo e modernità. Il volume ripercorre il pensiero dell’autore dal 1943 al 1978 e tralascia gli anni ’80, non tutto poteva essere scritto, sono gli anni in cui Del Noce collabora a Il Sabato, a 30Giorni, altri lo faranno. Perché il 1943? Perché lì inizia il pensatore Del Noce, il filosofo politico, inizia con il crollo del Fascismo, in precedenza c’è lo studioso, ma non c’è ancora il filosofo della politica, come poi verrà fuori; inizia con il crollo del Fascismo e le speranze per la nuova Italia. Del Noce è stato antifascista a partire dal 1936, durante la guerra d’Etiopia lui prova lo schifo del regime al suo imporsi con la violenza e la forza ai danni di un popolo, quello africano, dell’Etiopia. Quindi mentre in Italia le folle gridano all’impero, il periodo del maggior consenso al Fascismo, Del Noce prende le distanze, però è solo nel ’43 che questa distanza morale dal Fascismo diventa impegno politico e teorico ad un tempo, diventa il progetto di una ricostruzione di una nuova Italia. In questa elaborazione del sentimento antifascista due figure sono essenziali: una è Aldo Capitini – e di questo nessuno parla mai – Aldo Capitini è il teorico della non violenza, allontanato nel ’35 dall’università Normale di Pisa, proprio per questi suoi atteggiamenti antifascisti, un antifascismo religiosamente anche se laicamente motivato. Ebbene Del Noce lo incontra nel ’35 ad Assisi, perché lui è spostato dal mondo dove insegna all’istituto magistrale di Assisi, e lì incontra Aldo Capitini, nasce un rapporto profondissimo, Capitini, come dire, lo converte all’antifascismo e alla critica della violenza. È interessantissima questa filiazione laica del cattolico Del Noce – Aldo Capitini sarà l’inventore delle marce della pace di Assisi, la marcia Perugia-Assisi è l’invenzione di Aldo Capitini che si ispirava a Gandhi come punto di riferimento. L’altro punto di riferimento è Jacques Maritain, di cui Del Noce legge nel ’36 Umanesimo integrale direttamente in francese, Maritain, grande intellettuale cattolico molto conosciuto anche in Italia. Umanesimo integrale è un’opera capitale, perché segna la prima critica sistematica dal punto di vista cattolico della compromissione con il fascismo e con i regimi di destra. Maritain è un sincero democratico, ha una ripulsa verso il totalitarismo e lega l’idea di cristianesimo all’idea di libertà e democrazia. Del Noce è profondamente colpito, tutta la formazione del giovane Del Noce, dal ’36 in avanti, passa attraverso Jacques Maritain, questo non l’aveva detto nessuno, è una cosa incredibile. Maritain infatti viene contrabbandato come il pensatore del progressismo cattolico, ben venga anche questa etichetta, ma Del Noce si forma alla scuola di Maritain, l’antifascismo lo mutua anche ed essenzialmente da Maritain e Maritain significa la critica del medievalismo cattolico, perché fino ad allora i cattolici, criticando il mondo moderno, guardavano come ideale al Medioevo, cioè alla società cristiana medievale, che era la teocrazia medievale dove tutti erano cattolici ed era il mondo bello, perfetto, eccetera eccetera. Maritain critica questo come un mito perché evita di fare i conti con la modernità, tutto il cattolicesimo era antimoderno per definizione. Ora, siccome il fascismo veniva definito come antimoderno e come reazionario, allora i cattolici si legavano al fascismo in funzione antimoderna, dal medievalismo si passava direttamente alle simpatie per il fascismo. E’ padre Gemelli dell’Università Cattolica di Milano che aveva questa prospettiva. Sono cose per noi lontanissime, non ci rendiamo minimamente conto, ma allora si doveva faticare per superare queste prospettive. Il medievalismo antimoderno portava all’alleanza con tutti i regimi di destra in Europa. Del Noce prende assolutamente le distanze, seguendo Maritain, da questa prospettiva: quando il fascismo cade, lui non ha nostalgie reazionarie di destra ma capisce che la posta in gioco è il rapporto con l’idea di libertà, come diceva prima Alessandro, e con l’idea di democrazia. Quindi Capitini e Maritain stanno all’origine della formazione di Del Noce. Maritain, il teorico dell’incontro tra cristianesimo e democrazia, lo libera dal “complesso di Benedetto Croce”, come dice lui. Perché il “complesso”? Perché un cattolico in quanto tale non poteva allora essere antifascista, perché potevano essere antifascisti solo i laici, perché i laici erano liberali, i cattolici per definizione erano autoritari, non c’era ancora il Concilio Vaticano Secondo. Noi non ci rendiamo conto, bisogna imparare a storicizzare le cose, a noi sembra tutto normale, spianato, aperto, ma negli anni ’40 c’erano sassi, macigni sulla strada, enormi. Del Noce anticipa il Vaticano Secondo nella valorizzazione dell’idea di libertà che deve essere per tutti, lo Stato deve garantire l’idea di libertà per tutti, e la Chiesa deve sposare l’idea di libertà non solo per convenienza o per difendere clericalmente la propria parte, ma perché deve amare la libertà anche dell’avversario e di tutti. Del Noce ha delle posizioni strepitose, io me ne sono reso conto quando nel 2001 ho letto i suoi scritti politici, cioè i suoi scritti che vanno dal 1930, ma sostanzialmente dal ’43, al 1950. La maggior parte era inedita, era nel cassetto, ma questi scritti politici hanno una epopea, una storia, in realtà furono trafugati da un ricercatore della Fondazione Del Noce che in maniera surrettizia li ha pubblicati. Dico io, è stata una fortuna enorme, ha reso un gradissimo servizio alla cultura italiana quest’opera di pirateria, perché se no sarebbero ancora nel cassetto della Fondazione Del Noce. Quando li ho letti per la prima volta, mi si è aperto il cielo, cioè veniva fuori tutta un’altra immagine di Del Noce, una formazione fortissimamente democratico-cattolico-liberale, di un amante della libertà profondissimo. Bene, questo anche per dire che se non si parte dagli scritti politici, editi da Rubbettino, non si capisce un accidente di Del Noce, quelli sono il punto di partenza per capirne l’evoluzione. Quindi cristianesimo e libertà sono solidali così come ateismo e totalitarismo, ecco l’altra coppia. Del Noce capisce, seguendo Maritain, che l’ateismo è totalitario perché non può che negare la persona, i diritti della persona, perché il totalitarismo non riesce a riconoscere la nozione di persona, il valore della persona e quindi è intrinsecamente totalitario. Quindi l’ateismo è la radice del totalitarismo, così come il teismo è l’autentica radice del pensiero liberale, diciamo così. Del Noce vede pertanto nella Democrazia Cristiana e nel suo leader, Alcide De Gasperi il punto di sutura tra cristianesimo e liberalismo moderno, interessantissimo, lui vede in De Gasperi realmente il leader che riesce, sul piano politico, a porre in rapporto positivo il cristianesimo con le libertà moderne. E Del Noce si concepisce, lo aveva accennato Alessandro Banfi, in qualche modo come il filosofo che De Gasperi non ha avuto. Per tutti gli anni ’50 il suo pensiero è nell’orizzonte politico del degasperismo, del quadripartito degasperiano, della coalizione dei partiti laici socialista e cattolico, che non può essere puramente una collaborazione pragmatica ma deve diventare una collaborazione ideale, e per questo è necessaria una fondazione culturale alla Democrazia Cristiana, che invece la Democrazia Cristiana non ha, ma non soltanto per colpa della Democrazia Cristiana. Quante volte i cattolici accusavano la DC, la DC, la DC, ma, dice Del Noce in maniera sottile: la Democrazia Cristiana non riesce ad avere una legittimazione culturale perché il mondo cattolico è diviso tra i reazionari e i progressisti, perché non ha una filosofia della storia, non riesce a fare i conti con il moderno, perché c’è chi guarda il mondo di ieri e c’è chi va dietro le mode e la modernità in maniera totalmente acritica. La mancanza di una cultura cattolica adeguata a fare i conti col moderno è la causa del fatto che la Democrazia Cristiana sia un partito puramente pragmatico, lui dice che rischia di essere il partito di Guicciardini, cioè della difesa del particulare, degli interessi spiccioli, cioè il partito più irreligioso che ci sia, quello di Guicciardini. Ma questo è conseguenza di una carenza ideale che è alle sue spalle, di cui lo stesso mondo cattolico è in qualche modo responsabile. Occorreva allo scopo un confronto critico col moderno, che separasse, l’abbiamo detto, il positivo dal negativo. Per questo Del Noce si impegna negli anni ’50 in un’opera di revisione culturale pazzesca, che non ha eguali in tutta la storiografia filosofica in Italia, che lo porta a rivedere interamente i quadri della storia del pensiero moderno, e lo porta alla scoperta che il moderno non è solo il tempo dell’ateismo e della secolarizzazione, è anche il tempo di una direzione cristiana del pensiero, che da Cartesio, Pascal, Malebranche, Vico, giunge a Rosmini, il cattolico liberale Rosmini, quale punto di arrivo di una via del moderno. Ed è la via franco-italiana, la chiamava così lui, del pensiero moderno, che è una via cristiana, non è vero che tutto il pensiero moderno è ateo e irreligioso, come dicevano i tomisti, come diceva la neoscolastica, tutto da buttare, no, c’è una via della modernità che è segnata in profondità dal cristianesimo, ed è una via che si oppone a quella tedesca, alla via germanica che porta al panteismo, all’ateismo, porta a Marx e a Nietzsche. In questa maniera, attraverso la figura di Antonio Rosmini, anche lui trentino come De Gasperi – sono due trentini che permettono questa saldatura tra cattolicesimo e modernità – Del Noce rompeva alla fine degli anni ’50, quest’opera viene pubblicata nel ’58 – con l’antimoderno cattolico. C’è gente che continua a dire in giro “Del Noce è un antimoderno”, ma non ha letto niente di Del Noce, è un’ignoranza abissale questa. Del Noce rompe, è il primo che rompe definitivamente con l’antimoderno cattolico: il moderno ha due anime, di cui quella religiosa è quella critica, non è quella laica che è quella critica, è quella religiosa, perché è quella religiosa che connette profondamente la posizione teistica con la libertà, di contro a quella laica che invece cade nell’ateismo totalitario. È a partire da questo che Del Noce, tra il ’57 e il ’64, come diceva prima Alessandro, sviluppa questo dialogo interessantissimo con gli amici de “il Mulino”, un capitolo anche questo totalmente ignorato dagli studi su Del Noce. Ma come? Lui scrive tutti i suoi saggi sulla rivista “Il Mulino”, pubblica le sue due opere più importanti, Il problema dell’ateismo e il volume su Cartesio, con l’editrice Il Mulino di Bologna, fa parte del comitato scientifico de “il Mulino”, sviluppa un dialogo serratissimo con Nicola Matteucci e con Pedrazzi, ma vorrà dire qualcosa… “il Mulino” era allora il laboratorio dell’incontro tra cattolici, socialisti e liberali, era una rivista all’avanguardia, una rivista progressista, non era mica la rivista reazionaria, come è tutt’oggi il Mulino, anche se oggi l’impostazione è molto più laica di allora, diciamo così. Il modello di incontro con gli amici de “il Mulino” era il modello degasperiano e l’idea del postfascismo era l’idea dell’incontro tra cristianesimo e liberalismo, contro il totalitarismo nero o rosso che fosse. Questa certezza di un comune fronte liberale tra cattolici e laici andrà in crisi in parte con gli anni ’60, quando Del Noce capisce che l’età degasperiana volge alla fine. Lui si rende conto che con la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 sta cambiando il mondo. Il pensiero di Del Noce è un pensiero storico, non è un pensiero sistematico astratto, lui ritiene che il cattolicesimo deve dare prova di sé nel giudizio sulla storia, nel chi spiega meglio gli avvenimenti storici, questa è la battaglia con il pensiero laico, perché per i laici è nella storia che si prova la verità di una posizione e Del Noce scende sul terreno del pensiero laico e marxista, ed è l’unico pensatore cattolico che lo fa, per questo rimane isolato, perché in Italia le due correnti del pensiero cattolico, quella agostiniana e quella tomistica, non capiscono niente della storia, non si misurano con la storia. Del Noce è l’unico che conosce il marxismo, che ha letto i testi da Marx, di Lenin, di Gramsci, i cattolici sono ignoranti sul marxismo, non hanno mai letto i testi, Del Noce invece legge i testi, conosce gli autori, si confronta e scende sul terreno della storia, la fede deve dar prova di comprendere, giudicare il momento attuale della storia. Questa è una lezione che vale anche per noi oggi, anche tra noi. Quanti giudizi sono formalmente esatti ma totalmente astorici? La fede è storica per definizione, si tratta di capire ciò che serva oggi in questo momento, non ciò che serve in generale o tra duemila anni, non per i morti ma per i vivi è il giudizio della storia. Ebbene, dagli anni ’60 in avanti lui capisce il movimento della secolarizzazione, quello che diceva Alessandro, che lo stesso marxismo ormai sta declinando, non è più l’avversario principale. Ma anche qui si continua a dire “Del Noce è antimarxista”, mentre Del Noce, a partire dagli anni ’60, capisce che c’è un avversario nuovo, molto più pericoloso del comunismo, che è la società opulenta, la più irreligiosa che ci sia, dice lui, tanto è vero che lui cerca un contatto, anche una sponda a sinistra, per potersi opporre a questo processo della società tecnocratica, opulenta, il mondo globalizzato, insomma, che sta venendo, quello del capitalismo finanziario, quello che distrugge, riduce tutto a valore d’uso. Questa sponda negli anni ’60 è Franco Rodano, torna perciò a dialogare con Rodano, altro capitolo che io ho scoperto scrivendo il libro, poi lo criticherà negli anni ’70 e ’80. Quindi c’è questo rinnovato dialogo, la nozione di società opulenta addirittura la prende da Rodano. Cos’è la società opulenta? Una società che vince il comunismo attraverso un materialismo più forte di quello marxista, attraverso la società dei consumi che distrugge il desiderio di cambiamento; la società opulenta è più materialista del marxismo, che conserva almeno una traccia di nostalgia di cambiamento. Questo lo porta, e vado concludendo davvero, a valorizzare, a partire dal ’75, Pierpaolo Pisolini. Ci sono annotazioni di grandissimo interesse, Del Noce riconosce in Pasolini un diagnostico impagabile del passaggio dalla vecchia alla nuova Italia, e lo porta però a un’alternativa interessantissima che può sembrare aporetica: da un lato la società opulenta distrugge il senso religioso dell’uomo, tanto è vero che a Lucca, nel ’67, dirà: “Qual è la funzione del partito dei cattolici? Non quella di essere clericale, confessionale, ma quella di tutelare il senso religioso nella società e nella persona, la difesa del senso religioso”. Da un lato la società opulenta distrugge il senso religioso, dall’altro però la crisi del marxismo riapre le porte a Pascal, cioè al pari, alla scelta religiosa. Ecco allora che il mondo che si apre a partire dagli anni ’70-’80 è da un lato il mondo di un materialismo integrale, di un relativismo assoluto e così via, e dall’altro un mondo che comunque, lasciandosi alle spalle il razionalismo moderno, quella concezione che termina nell’ateismo, riapre le porte alla possibilità della scelta religiosa. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Ringrazio davvero Borghesi perché abbiamo gustato una comprensione più precisa e più intera della storia, e abbiamo imparato anche dal giornalista Alessandro Banfi che ha parlato di notizie, di cosa vuol dire storicizzare le cose. Io vorrei concludere con uno spunto che credo sia un modo per abbracciare Del Noce e infatti credo che dagli ultimi spunti di Borghesi si capisca perché l’abbiamo incontrato, perché questa tensione alla storia nel nostro cammino c’è, nel nostro metodo c’è, e infatti abbiamo ripreso quest’anno la frase di don Giussani: “Le forze che cambiano la storia sono le stesse che rendono il cuore dell’uomo felice”. Del Noce mi pare che sia uno che pensava che ogni piega della storia, dell’atteggiamento dell’uomo si muova a partire da questa sua esigenza, distorcendosi, disperdendosi, oppure trovando un punto carsico. Giussani con questa frase rispose alla domanda che sentì camminando davanti all’Università Cattolica, medievalissima nella sostanza e modernissima nella forma: era di un ragazzo che nel ’69 si chiedeva “se noi non troviamo le forze che muovono la storia, siamo finiti”. Questo non l’abbiamo molto detto, ma la sua frase risponde a questa domanda a cui lui pensò, e io credo che sono le stesse domande che Del Noce faceva e che hanno questo risultato così grande nell’indagine di Massimo. L’ultimo spunto è anche che Napolitano, parlando tra di noi, ha cercato qui qualcosa che in quel comunismo che tenta di riformarsi sente che si è smarrito, cioè quel legame, contrariamente a quanto dice il signor Žižek, croato, serbo, eccetera, tra idealità e storia, la cui dissociazione è un pericolo incredibile: se da un lato può far maturare i totalitarismi, dall’altro ha bisogno di una bussola e la bussola è questa libertà del cuore dell’uomo che si gioca nella storia, è il fatto cristiano, è questa possibilità di cammino insieme. O la democrazia sarà cristiana o non sarà, sarà o una regola o una buffonata. Grazie a Massimo Borghesi, leggiamo il libro, molto bello, molto importante, grazie Banfi.
Il secondo libro che presentiamo è proposto delle edizioni Paoline, e riguarda una grande figura. Ma invito un po’ a rimanere, perché don Oreste Benzi è un caro amico delle comunità della Romagna. Il libro riguarda un tratto meno raccontato della figura di don Oreste Benzi. Se don Oreste è noto per il suo amore, carità, passione per l’uomo, proprio a partire dal fatto di Cristo, è stato anche sacerdote e uomo, persona fedele al luogo, alle anime di una parrocchia, fedele ad un servizio sacerdotale. Dunque è don Oreste Benzi parroco che racconta il libro, e cioè padre, parroco come padre. La prefazione è dell’Arcivescovo carissimo di Rimini, Sua Eccellenza Mons. Francesco Lambiasi e l’autore è Valerio Lessi che salutiamo, che è giornalista di varie testate riminesi e dell’Emilia-Romagna e attualmente lavora all’ufficio stampa della Provincia di Rimini, nonché capoufficio stampa del Meeting di Rimini. Inoltre abbiamo con noi a presentare il libro il parroco della Parrocchia della Resurrezione di Rimini, che è stato con don Oreste tantissimo tempo, don Elio Piccari e Paolo Ramonda, alla mia destra estrema, che incontrò don Oreste Benzi in età giovanile e lo ha seguito per tutto lo sviluppo e la crescita della Comunità Giovanni XXIII di cui è attualmente il responsabile. Comincia Lessi.

VALERIO LESSI:
Le circostanze della vita e le circostanze professionali mi hanno portato ad incontrarmi spesso con don Oreste Benzi e con lui o su di lui, alla fine, sono quattro i libri che son venuti fuori: il primo fu un libro intervista che lui stesso presentò per la prima volta al grande pubblico italiano con questa tonaca lisa, da cui venne un po’ il soprannome con cui ancora oggi viene ricordato, cioè il sacerdote che ha liso la tonaca per aiutare i poveri, i sofferenti e così via. Subito dopo, questo era del ’92, subito dopo uscì un altro libricino, sempre a mo’ di intervista, che era Contro l’oppio dei popoli, un po’ più dimenticato, ma secondo me molto importante. In questo libro tracciavamo il suo pensiero sul perché i giovani si drogano e qual è il contenuto di proposta che li può tirare fuori dalla tossicodipendenza. E’ un libro fondamentalmente sulla ricostruzione dell’umano e lui documenta e sostiene che quando l’umano si ricostruisce, sboccia inevitabilmente, rifiorisce il senso religioso. Poi ho scritto la biografia, un primo tentativo di biografia ufficiale, ma un primo tentativo perché il personaggio è ancora molto da sviscerare dopo la morte e adesso ultimo è arrivato, su invito di don Elio, quello di tracciare il profilo di don Oreste parroco, perché appunto lui, anche se pochi lo sanno, almeno fuori di Rimini, per 32 anni è stato parroco di una parrocchia di Rimini, della Resurrezione, quella che si vede uscendo dall’autostrada, per chi non è di Rimini.
Allora, tutte le cose avvengono in un tempo. L’anno decisivo per don Oreste è stato il ’68. Tutti noi abbiamo un’immagine del ’68 come l’anno dei grandi aneliti di cambiamento, dei movimenti che si affermano ma che poi degenerano in movimenti ideologici, scontri, in violenze. Nel ’68 vengono posti i germi delle due grandi opere di don Oreste. Nel ’68 don Oreste inizia il cammino che lo porterà alla attuale Comunità Papa Giovanni XXIII, nel ’68, assieme ad altri tre sacerdoti, fra cui don Elio, comincia il cammino nella parrocchia che chiede gli venga assegnata. Lui in quel momento era padre spirituale in Seminario ed il Seminario era a Covignano, sulla collina di Covignano, da quella collina vedeva questo territorio che si stendeva sotto, dove ancora non c’era una parrocchia, la gente doveva fare chilometri per andare alla Messa, una zona di periferia, un po’ degradata, potremmo dire, e lì lui decide di andare a fare il parroco.
Direi che dal libro emerge una cosa, se già non fosse chiara, cioè quanto don Oreste fosse innamorato del suo sacerdozio. Don Oreste era un uomo contento di essere prete, felice di essere prete, cioè convinto e cosciente che ciò che lui era, cioè il fatto di essere testimone di Cristo nel sacerdozio, era il bene più grande che potesse dare agli altri, a chi lo incontrava. E il suo modo di intendere il sacerdozio è nel sottotitolo che abbiamo messo al libro: Parroco, cioè padre. Lui concepiva se stesso come padre, come un padre che si prende cura dei suoi figli in tutti gli aspetti della loro esistenza. Non quindi un padre spirituale, dove per spirituale si intende evanescente, astratto, ma un padre che si fa carico dei bisogni completi dei suoi figli, qualunque essi siano, in ogni aspetto della sua gente. E questo è iniziato da subito, fin da quando ha cominciato assieme agli altri preti ad andare strada per strada, casa per casa, nel territorio della nuova parrocchia a chiedere: di che cosa avete bisogno? La gente gli rispose di un asilo per i nostri bambini e di una Chiesa, perché non abbiamo la Chiesa. Qualche mese dopo fu inaugurato l’asilo in un garage e sempre qualche mese dopo fu inaugurata la Chiesa, sempre in un garage. Dalla domanda espressa dal popolo, subito la risposta. L’asilo, all’asilo è dedicato un intero capitolo del libro, è importantissimo per la storia della parrocchia, la crescita della parrocchia e per la concezione che don Oreste aveva della parrocchia stessa. Lui da subito lo chiama “la pupilla dei nostri occhi” e a questo suo amore per questa opera educativa, per questa scuola libera fatta dai parrocchiani, è sempre stato molto, molto legato. Dicevo si è fatto carico della sua gente, del lavoro, dell’istruzione, organizzò subito un doposcuola, delle pensioni, cioè lui partiva da Rimini andava a Roma e andava a battere cassa dai ministeri per sollecitare le pratiche di gente che aspettava da anni la pensione e lui tornava a casa e alla fine quella gente che da anni aspettava la pensione, poi la pensione ce l’aveva. La malattia, non c’era parrocchiano che fosse ricoverato in ospedale che lui non andasse a trovare, ma non appena quando questo era a Rimini, se il parrocchiano doveva andare a Parigi per una operazione particolare, don Oreste prendeva l’aereo e andava a trovare il parrocchiano a Parigi. Questa è la pratica, era la pratica, insomma la normalità. Oppure se succedeva che la superstrada di San Marino avesse molto traffico, non c’erano i semafori e c’erano gli incidenti e morì un bambino, un ragazzo di 11 anni, Francesco Parma, lui con tutta la parrocchia occupò la superstrada, per chiedere che finalmente fossero messi i semafori.
La gente ancora li chiama i semafori dei preti, proprio perché nacque da questa azione che fece don Oreste. A queste cose che ho detto sul suo essere padre, sul suo interpretare il sacerdozio come paternità, paternità totale, aperta a tutti i bisogni espressi dai figli, è legato il fatto, l’altra sua grossa dimensione, di essere innamorato di Cristo, innamorato del sacerdozio, innamorato della Chiesa, della Chiesa quale unico corpo di Cristo, della Chiesa cattolica, l’unica chiesa fondata da Cristo, come ci teneva a dire. Talmente fedele alla Chiesa e amante della Chiesa che la sua grande preoccupazione, che specialmente negli ultimi anni ripeteva spesso, era quella di aiutare il popolo cristiano, il popolo a lui affidato, a passare dalla devozione, che non è una cosa malvagia, ma è limitata, non cambia la storia, non cambia il mondo, al formarsi di un popolo consapevole della propria identità, della propria coscienza, della propria missione nel mondo. Quindi il passaggio dalla devozione al formarsi di un popolo: era questo che lui cercava di fare guidando la sua parrocchia. Un’ultima cosa, che così poi lascio agli altri, un nota bene sul carisma di don Oreste. Il suo non ha – io, almeno, questa è la mia interpretazione e la sostengo forte – innanzitutto un carisma sociale, cioè lui sta stretto se lo si definisce un prete sociale, come tanti ce ne sono. Certo, la sua vocazione, la sua missione lo ha portato ad occuparsi di una miriade di problemi sociali, proponendo anche soluzioni innovative, pensiamo alla Casa Famiglia per chi appunto non ha famiglia, ma non è questo, questa è un’espressione diciamo, è una dimensione. L’origine del suo carisma, che poi rimane, è educativa. Cioè don Oreste nasce come don Oreste negli anni ’50 e qui c’è un curioso parallelo con un altro sacerdote pure a me caro, che è don Giussani. Negli anni ’50, vedendo che i ragazzini del periodo delle medie, cioè i pre-adolescenti, abbandonavano la pratica cristiana, perché non avevano una proposta che li facesse rimanere attaccati all’esperienza cristiana, lui si pone il problema di fare avere loro, e usava questa espressione, un incontro simpatico con Cristo. Da lì nasce tutta la storia di don Oreste, da questo desiderio di fare avere un incontro simpatico con Cristo ai giovani. Non a caso la sua prima opera, Casa Madonna della Vette, ad Alba di Canazei, sulle Dolomiti, nasce perché lui, andando a vedere le Dolomiti, disse: bisogna venir qui, queste vette, queste montagne aiutano ad un incontro simpatico con Cristo.
Ma poi questo carisma educativo, come si è espresso? Si è espresso in questa opera educativa che per tutti gli anni ’50 e ’60 lui ha portato avanti. Le comunità di recupero dei tossicodipendenti cos’altro sono se non una grande opera educativa, rieducativi? Tutta l’azione che ha fatto per l’affido familiare, per dare una famiglia a chi non ce l’ha, la Fondazione Casa Famiglia, che altro non sono se non tante grandi opere educative? Tutta la sua preoccupazione per salvare il popolo cristiano dall’influsso delle sette, che altro era se non una grande preoccupazione educativa? La stessa presenza in mezzo alle prostitute, quando andava ad incontrarle, facendogli, col suo accento anglo-romagnolo “Do you love Jesus?”, facendogli questa domanda, non dicendo altre cose, tu vuoi bene a Gesù? tu ami Gesù?, cioè questa domanda provocatoria e forse anche imbarazzante per quelle ragazze che se la sentivano fare, che altro era se non la domanda di uno che ha una grande preoccupazione educativa sulla loro vita? Ecco io credo di aver documentato nel libro, facendo parlare i parrocchiani di don Oreste, chi ha vissuto su di sé la sua azione educativa, di aver testimoniato questo suo carisma educativo. E mi fermo qui perché così parlano gli altri.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Valerio, adesso do la parola a lui.

DON ELIO PICCARI:
Dunque, don Oreste è prima di tutto un innamorato di Gesù, non si capisce la sua pastorale in parrocchia e poi, io dico, nel mondo, se prima se non si intuisce questo. Il don è proprio l’innamorato di Gesù, non del sacerdozio, non si può essere innamorati del sacerdozio se non si è innamorati di Gesù, non si può essere innamorati del matrimonio se non si è innamorati di Gesù, è una stupidaggine, no? Si vive per Lui nel matrimonio e nel sacerdozio, quindi l’innamoramento è di Gesù, non del sacerdozio. Anche se uno è un prete stupendo, però la persona che gli dà la forza è Gesù. Lui diceva spesso “Gesù ha forza in noi – la domanda tremenda che poneva a tutti quanti in parrocchia, nella Papa Giovanni e ovunque andava – ha forza in noi se mangiamo il pane quotidiano”. Quante volte torna questa domanda che pone oggi, adesso, a noi oggi, 25 di agosto, la pone a noi. Bene, allora il don, prima di tutto è un innamorato di Gesù, che intuisce che quel popolo di cui parlava prima Valerio diventerà, prenderà forma, quando vedrà una comunità sacerdotale unita. La intuizione, quando siamo andati in parrocchia, fu quella di dire: prima di tutto facciamo una comunità sacerdotale, perché la gente capirà che è possibile vivere come popolo, quando vedrà che dei preti – siamo delle bestiacce, no? – ma dei preti si vogliono bene. Negli ultimi tempi diceva: non ci vuol più per il prete la comunità sacerdotale, ci vuole un prete nella famiglia. Non diceva il prete ha bisogno di una donna, ma ha bisogno di una famiglia. Quindi già da, c’è un pensiero che va avanti nel tempo. Se un prete è innamorato di Cristo, è innamorato dell’uomo, no? Se è innamorato di Cristo è innamorato dell’uomo, ma concretamente – a volte discutevamo noi due – e lui diceva, dobbiamo fare… Il suo studio sapete cos’era? Una borsa, dentro aveva tanti quaderni in cui, mentre andava in giro, segnava le cose che la gente gli domandava. Lui diceva: il parroco è il babbo. Il babbo non fa alcune cose per i figli e altre non le fa, il babbo fa tutto. Allora un prete celebra la messa, un prete confessa, spiega la parola di Dio, ma un prete tenta di essere attento ai suoi figlioli nel bisogno che hanno in quel momento. Allora non c’era chiesa, ci siamo messi assieme, e lui sbadilava come un matto e la gente non ci credeva. Quando Giorgio Cavalli ci ha dato il garage, ci siamo messi a lavorare noi, la gente era incredula, perché diceva: “non è possibile che dei preti lavorino! No, questo non è possibile, non ci crediamo, non ci crediamo”, proprio perché i nostri posti, erano posti di comunisti di quelli di una volta, comunisti però romagnoli. Bisogna distinguere, i comunisti romagnoli sono una cosa diversa. Avevano bisogno di mangiare, quindi pensavano che il comunismo fosse la risposta al loro bisogno, e poi si sono fermati e hanno detto “abbiamo sbagliato tutto”, hanno detto e dicono ora “abbiamo sbagliato tutto”, e quindici giorni fa ho visto uno dei nostri capi forti che, piangendo mi dice: “don Elio, ho creduto nel comunismo per tutta la vita, sono rimasto fregato, ho perso la mia vita”. Allora, dicevo la risposta ai bisogni… e quel giorno veniamo su dalla via Grotta Rossa, per entrare in via della Gazzella, dove c’è la chiesa, e c’è un incidente e lui si ferma per dare una mano, e un uomo gli dice “don Oreste, lei non conosce nessuno all’SCM? Mio figlio è senza lavoro”, il don annota e la cosa grossa è questa: il don ha preso ogni persona, ogni parrocchiano, ogni uomo che ha incontrato sul serio. Quando diceva mi impegno, si impegnava, che non vuol dire che risolveva tutti i problemi, ma vuol dire che ti prendeva sul serio, e la gente tornava dieci, venti, trenta volte, perché era sicura, si sentiva accolta, amata, sentiva che c’era un padre che gli era vicino: questa è la paternità di don Oreste, che è una cosa veramente splendida. E quindi le pratiche sociali, come le chiamavamo tra virgolette, lui le chiamava atti di amore di un padre. Tu non puoi dire la messa se non sei attento alle persone che Dio ti ha affidato, non lo puoi dire, sei in contraddizione, non ha senso il Padrenostro se tu poi non ti impegni nel concreto ad amare i figli. Chiami il Padre e ci sono i figli, se non ami i figli come fai ad amare il Padre? E’ una presa in giro, bisogna … La pastorale, un altro punto suo, di fondo, è che non si fa a tavolino, se qui ci fossero i vescovi sarei felicissimo, se mi sentissero. La pastorale non si fa, ragazzi, a tavolino, la pastorale si fa a contatto con la gente. C’è un problema? Convoca la gente, diceva il don, e leggi il fatto alla luce di Dio: ecco la pastorale. Allora, credo che il punto di fondo sia essere a contatto con la gente, d’altra parte cosa ha fatto Gesù? Gesù mica si è messo ad un tavolino a scrivere, viveva con la gente e dava senso ad ogni fatto ma alla luce del progetto di Dio. Quello è Gesù, don Oreste è questo, secondo me, non è altro. Poi questo amore per gli ultimi si svilupperà fino all’impossibile, quando in parrocchia, nel ’69, nascono la feste d’accoglienza. Pensando ai ragazzi handicappati negli istituti, don Oreste si accorge dell’assurdo che rappresentano gli istituto. Bisogna toglierli, allora chiede, chiediamo alla gente – quando dico chiede, sta per chiediamo, perché non si diceva nulla senza decidere insieme e senza decidere con la gente. Non abbiamo mai fatto una scelta in parrocchia senza prima sentire la gente. Quando noi preti non eravamo d’accorso fra di noi, dicevamo “aspettiamo, quando lo Spirito Santo ci farà capire, poi decideremo”, ma tutto si è fatto sempre con la gente, perché lo Spirito Santo, fratelli miei, è presente in tutti i battezzati, anche in chi non va alla messa, anche in chi si crede lontano lo Spirito Santo opera, ci crediamo o non ci crediamo opera lo stesso, anche se non ci credete è così, va bene? È così. E allora ti nasce un modo nuovo di fare pastorale. Non ti formi il tuo gruppo, tu stai con tutta la gente, quando come dicevo prima gli ammalati erano a Parigi, in Spagna, erano a Palermo, si andava a Palermo, si andava dappertutto. Non guardi quello che è bianco, che viene in chiesa, prega, non prega, che te ne frega, no? È una persona che in quel momento è Cristo, in quel momento è lì, e si trova in quella situazione e lo vai a trovare, come faresti con un tuo familiare se gli vuoi bene. Poi cos’è che diciamo? Per finire, l’uomo, il prete della contemplazione. Il don negli ultimi anni, chi non se lo ricorda, quando consacrava si trasformava in volto, questo è detto da tutti i parrocchiani, cambiava viso, cambiava espressione, lui parlava col Signore, questo è il problemaccio. Io dicevo, “don Oreste, dica la messa da solo, perché lei mi imbroglia, lei parla col Signore, io non parlo, mi trovo in difficoltà. Faccia da solo”. Però l’ultima messa, 1 di novembre del 2007, ha detto a don Elio: “dai, diciamo insieme la messa, perché sto poco bene, dai, tu vai avanti”. Va bene, quindi abbiamo concelebrato, poi dopo lui è andato dal Signore. Diceva il don “qual è il giorno più bello della mia vita?” Noi diciamo il Battesimo, il matrimonio, il sacerdozio, non è vero niente, “il giorno più bello è quando andrò dal Signore”, punto. Finito il discorso. Quando andiamo da Lui? Il giorno più bello, caro Giorgio, quando andremo dal Signore. Basta, facciamo parlare …

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie don Elio, abbiamo sorpreso questa coincidenza immediata tra l’amore ad un Altro, Cristo, e il reale. Questa decisione ed evidenza immediata come si sente anche nelle parole di don Elio. Lei continua in parrocchia?

ELIO PICCARDI:
Sì, sì. Continuiamo, continuo insomma, però abbiamo dei parrocchiani maturi. La parrocchia va avanti anche senza don Elio, lui ci vuole per dire la messa, per confessare, e spiegare la parola di Dio, però la parrocchia va avanti da sola, dai. Lui diceva “siete pronti, siete maturi, arrangiatevi”, come diceva Papa Giovanni, “eh ragazzi, non cambia niente, siete maturi, adesso andate, il mio pezzo l’ho fatto”.

CAMILLO FORNASIERI:
Sentiamo ora adesso da Paolo Ramonda come continua la storia.

PAOLO RAMONDA:
Grazie. Pensavo che per tutti noi che abbiamo incontrato don Oreste si è avverato che l’esistenza è diventata una immensa certezza, cioè in don Oreste la dimensione religiosa è diventata storia, è diventata carne. Avete parlato, ho visto, dei santi sociali. Penso che in don Oreste si è fatta strada la santità feriale, la santità accessibile alla povera gente, che però è quella più gradita a Dio, tutti sono graditi a Dio, ma i poveri, per i poveri Dio stravede. Per cui penso che anche come parroco don Oreste è stato forgiato dai poveri, è stata plasmato dai poveri, cioè i suoi maestri sono stati i poveri, i piccoli, gli ultimi. E anche noi che abbiamo preso il testimone nell’incontro con lui, abbiamo sentito il mandato della responsabilità, del lavorare sodo, del lavorare sodo, in questo cammino stupendo di condivisione, di giustizia, di liberazione degli ultimi. Cioè veramente con don Oreste abbiamo camminato e stiamo camminando in questo cammino di redenzione, ma che diventa liberazione nella storia degli oppressi. Oggi diciamo noi che è il tempo della comunità, il tempo della responsabilità, ma lui ce lo ha insegnato partendo la mattina dal vivere il centro della sua giornata, che era l’Eucaristia, diciamo dal tempio, ma poi il tempio diventava la storia, diventava la strada, diventava il mondo, diventava il luogo dove insieme come popolo portavamo avanti questa intuizione profondissima, di non lasciare soffrire nessuno da solo. Non si può lasciare soffrire nessuno da solo, nei fatti, aprendo le nostre famiglie ai giovani, ai poveri, agli ultimi, quelli emarginati, a partire dai ragazzi disabili, che erano rinchiusi negli istituti. Don Oreste ha avuto la grande intuizione che dove siamo noi, lì sono anche loro. Basta, basta ghettizzare, altro che la religione, ci ha portati nel cuore della storia. E quel prete dalla tonaca lisa era tremendamente tradizionale, anche perché c’è una tradizione estremamente ricca, la tradizione viva della Chiesa. Pensiamo a Papa Giovanni XXIII, quel Papa tradizionalista è quello che ha aperto le porte allo Spirito Santo, e don Oreste, con quella tonaca lisa, nascondeva un cuore rivoluzionario, ma della rivoluzione più autentica, e quel suo sguardo bonario, semplice, come di un bambino, ci ha colpiti nel cuore. Migliaia di giovani ancora oggi lo seguono: io arrivo da Haiti, dalla Colombia, dove abbiamo dei giovani che oggi pagano la vita, rischiano la vita veramente per andare ad accompagnare i campesinos, che hanno rinunciato a coltivare la coca e sono uccisi dai paramilitari, dai militari in Colombia. I nostri giovani rischiano la vita, ma perché sono partiti da questo cuore profondo di don Oreste, che ci invita a vivere il Vangelo senza se e senza ma, prendendolo alla lettera, senza accomodamenti, pur con tutti i nostri limiti. Allora qual è la profezia che ci ha lasciato questo parroco, veramente parroco? A noi, quando gli dicevamo “dai don, lascia la parrocchia”, diceva “non vi preoccupate, io continuo a fare il parroco e voi fate il vostro, andate nel mondo, andate”. Noi oggi siamo migliaia di parrocchie in tutto il mondo, perché vogliamo vivere nella Chiesa, con la Chiesa, e cambiare la Chiesa dal di dentro, perché diceva il don che la rivoluzione non è quella che fai pagare agli altri, ma quella che paghi partendo da te stesso. E allora diceva il don che il Vangelo di Gesù Cristo è rivoluzionario ed è quello che può cambiare veramente la storia, partendo dai nostri cuori, costruendo la società del gratuito, la civiltà dell’amore di cui parlava Paolo VI. Ma qual è la via che attira, affascina i giovani, anche i non credenti? È la via della condivisione diretta coi poveri, è la via di diventare papà e mamma di chi non ha più papà e mamma, è la via dell’accogliere i bambini che vengono gettati nei bidoni della spazzatura degli ospedali con l’aborto: noi li vogliamo accogliere, perché è un diritto fondamentale questo per ognuno di loro. E allora don Oreste ci diceva di diventare loro famigliari, perché loro sono i nostri maestri. E ha avuto un’altra grande intuizione, ha superato il concetto di assistenza. Il concetto di don Oreste è la condivisione: c’è chi dà e chi riceve, ma ci si salva insieme, ognuno col proprio compito, con la propria responsabilità, come un popolo, come diceva don Elio, in questo corpo mistico di Cristo, in cui le membra più deboli sono le più necessarie. E parlava della Chiesa con una passione, non parlava della gerarchia e dei fedeli, ma parlava di un noi, in cui i nostri pastori … Parlava della Chiesa come sposa dell’Agnello, parlava dei dodici Apostoli come gli Apostoli dell’Agnello, l’Agnello che cerchiamo di seguire ovunque vada. È una visione totalmente diversa, è una visione mistica, è una visione mistica che cambia veramente il sentire. Lui, come diceva il don, don Elio, era un contemplativo di Dio nel mondo, non del mondo ma nel mondo, perché Cristo era la sua passione. “Per me vivere è Cristo”, citava sempre san Paolo. E “tutto è grazia”, diceva, “il buon Dio forgia il nostro carattere spirituale, comunitario, sociale, a volte anche attraverso le difficoltà”. I santi feriali, che non sono solo quelli che ci presenta la Chiesa, sono quelli che noi abbiamo conosciuto, sono quelli che hanno saputo stare nelle storia e cambiare la storia, affrontando le difficoltà, non fuggendo le difficoltà. Quante famiglie noi abbiamo, conosciamo, che vivono coi loro figli gravemente disabili! E allora ecco che vogliamo e chiediamo allo stato che dia risposta ai diritti fondamentali della scuola, del lavoro, dell’assistenza sanitaria e chiediamo ai nostri parlamentari che lascino i loro diritti conquistati, le loro pensioni d’oro, 30.000 euro al mese, quando abbiamo delle famiglie che faticano, che vengono da noi a piangere perché non riescono a portare i loro figli gravemente disabili alla riabilitazione. Don Oreste ci ha chiamato, ci ha insegnato a cambiare la storia. La Comunità oggi è una parrocchia nel mondo, è una parrocchia riconosciuta dalla Chiesa, con un suo carisma, dialoghiamo con tutte le parrocchie, le diocesi. Siamo stati a Madrid con i nostri giovani, adesso andremo in Kenya, a Soweto siamo nella baraccopoli, mamma mia che roba! Comunque quarantunmila persone, grazie a Dio, ogni giorno mangiano alla nostra mensa, più di tremila bambini abbandonati, orfani, vivono nelle nostre famiglie e continueremo noi, se Dio ci darà la luce e anche la forza di lottare per la giustizia, a difendere il diritto fondamentale di ognuno di loro a conservare la vita per le creature che nascono, le ragazze di strada, i detenuti. Abbiamo scritto anche là che vengano riabilitati con le pene alternative, perché sappiamo che la recidiva della ricaduta passa dal 70% all’8% nelle nostre comunità. E a noi non danno neppure un euro al giorni per mantenerli, quando lo stato, per mantenerli nelle carceri spende 200, 300 euro al mese, no al giorno scusate, con un tasso di suicidi elevatissimo. Dai, cambiamo la storia, come ci diceva don Oreste. Finisco veramente. Don Oreste è stato un grande educatore, la sua metodologia educativa è stata quella di non programmare a tavolino, ma di lasciarsi interpellare dal bisogno dei poveri. In questo è rivoluzionario, perché ha educato in un dialogo continuo con la storia, cercando di rispondere alle nuove chiamate. Noi adesso abbiamo aperto comunità in Argentina, in Haiti, in Ucraina, dove ci chiamano. Ci chiamano non credenti, molti vescovi cattolici, vescovi ortodossi, andiamo ovunque, la richiesta di aprire nuove case famiglia, comunità terapeutiche, cooperative di lavoro è grande. Dice don Elio che dopo cinque anni la Chiesa dà la possibilità, se il vescovo diocesano lo riterrà, di iniziare la causa di beatificazione. È questo il segreto: che Cristo è il salvatore del mondo, è il salvatore della mia vita, della nostra vita, che la fiducia nella Provvidenza è inestimabile, non dobbiamo, nada temerei, niente, non temiamo niente. E soprattutto il ricorso a Maria, madre nostra e fiducia nostra. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, grazie a tutti voi, grazie a Ramonda per quest’ultimo racconto e centratura. Abbiamo ascoltato che la santità c’è anche qui, in luoghi così ordinari, come le parrocchie, e che è l’avvenimento di qualcosa che cambia la vita. E abbiamo compreso che l’importante non è porre l’accento sulla socialità, ma su un Fatto, su una Presenza. Da qui poi nascerà una socialità nuova capace di guardare, di abbracciare chiunque. Quindi grazie, e leggiamo il libro che è la testimonianza di uno di noi, di adesso, che abbiamo conosciuto di persona in questi anni e che continua nella loro opera. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

eni Caffè Letterario D5