INCONTRARE DON GIUSSANI OGGI - Meeting di Rimini
Scopri di più

INCONTRARE DON GIUSSANI OGGI

Incontrare Don Giussani oggi

Incontrare Don Giussani oggi. Una fede moderna nell'incontro con l'altro

Partecipano: Massimo Borghesi, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Perugia; Pietro Modiano, Presidente SEA (Società Esercizi Aeroportuali); Gianni Riotta, Editorialista de La Stampa. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

ALBERTO SAVORANA:
Voi sapete quanto fosse importante per don Giussani l’esperienza dell’incontro. Incontro non con un’idea, ma con una persona. Così ci ha educato alla libertà. «Tutto nella nostra vita incomincia con un incontro»: sono parole pronunciate il 7 marzo scorso dal Papa, durante la grande udienza in cui ha ricordato don Luigi Giussani a dieci anni dalla morte. Al Meeting, abbiamo voluto un momento di dialogo per ricordare, non per commemorare, una figura che a dieci anni dalla morte continua ad essere occasione di incontro per persone provenienti dalle più diverse storie, appartenenze, culture. Persone che anche oggi, e non è per niente scontato, si lasciano interrogare dalla sua vita e dalla sua proposta umana, educativa. Una vita e una proposta che non lasciano tranquilli, che muovono qualcosa in chi le intercetta. Sono persone, e oggi ne abbiamo alcune qui sul palco del Meeting, che sono alla ricerca di una strada per vivere le urgenze, le sfide del presente. Addirittura c’è chi riconosce in quella di don Giussani una strada desiderabile e chiede di poterne fare un tratto insieme. Due dei nostri ospiti non conoscevano don Giussani e questo rende ancora più curioso me e tutti noi di sapere da loro che cosa significhi incontrare don Giussani oggi, nel 2015. Il terzo relatore, che è ben noto al Meeting, è Massimo Borghesi, che invece ha una storia all’interno dell’esperienza generata da don Giussani e di cui don Francesco Ventorino – che tutti conoscevamo come don Ciccio – è stato, nei suoi anni universitari, una presenza paterna molto significativa. Don Ciccio, qualche giorno fa, è andato a ritrovare il suo grande amico don Giussani, che gli aveva cambiato la vita. Io voglio ricordarlo semplicemente con alcune parole che don Carrón ha dettato in occasione dei suoi funerali: “Quella novità che era entrata nella sua vita e che gliel’ha fatta spendere per il Movimento, che gli ha fatto incontrare tante persone in ricerca, perfino tra i carcerati di Catania, ha raggiunto il suo culmine nella testimonianza con cui don Ciccio ha affrontato la malattia, in un consegnarsi ultimo al Mistero che lo aveva preso; mi auguro che tutti noi possiamo fare tesoro della sua testimonianza”. E allora il primo modo per fare tesoro è ravvivare la memoria della persona senza la quale tanti che occupano questa sala oggi non sarebbero qui, senza la quale forse neanche il Meeting ci sarebbe. Don Giussani ha guardato con profonda simpatia e curiosità tutto l’umano, tutta l’esperienza umana che ha incontrato lungo la sua vita. Una volontà di conoscenza, di abbraccio che non escludeva a priori nessuno, sapendo che in chiunque avrebbe trovato, riscontrato qualcosa di vero, di bello, di grande, di utile alla sua vita, al suo cammino umano. Tanto era certo di aver incontrato la Risposta, che riempiva quella mancanza di cui parla il poeta Luzi, che proprio per questa certezza era desideroso di incontrare tutti, di comunicare a tutti ciò che aveva afferrato la sua vita. La grandezza della fede cristiana, ha detto, senza nessun paragone con qualsiasi altra posizione, è questa: “Cristo ha risposto alla domanda umana; perciò l’apertura sconfinata nei confronti dell’uomo, chiunque esso sia; perciò hanno un destino comune, chi accetta la fede e la vive e chi, non avendo la fede, si annega dentro la domanda, si dispera nella domanda, soffre nella domanda”. Credo che questa sia la ragione per cui la vita di don Giussani continua a parlare all’uomo di oggi e parla in una modalità che è alla portata di tutti; non sono necessarie precondizioni di particolare natura, salvo una: sentire la propria umanità, sentire la domanda che urge dentro la fatica o la gioia delle giornate. Lo diceva parlando di lui Ezio Mauro, sintetizzando con un’espressione quello che lui riconosce come grandezza di don Giussani: “La più grave mancanza è che non sentiamo l’umano”. Il grande Joseph Weiler aggiungeva: “Credo che per Giussani la domanda sia stata più importante della risposta, perché lui, la risposta, l’aveva chiara, era Cristo; ma non voleva che la gente dicesse semplicemente Cristo, Cristo, Cristo, credo in Cristo. Le persone dovevano sentire prima l’esigenza, sentire la mancanza nella loro vita”. Per questo oggi è di un presente che parliamo, non stiamo facendo una commemorazione devota e piena di sentimenti. Quello che oggi vorremmo è che potesse riaccadere in qualche modo l’esperienza di un incontro, di un incontro umano, con un uomo, con un interlocutore riconosciuto come affidabile per fare, come disse Papa Francesco, un tratto di strada insieme. Quindi nessun esercizio intellettuale astratto, nessuna dissertazione teorica, ma in qualche modo la testimonianza di persone che ci racconteranno il loro incontro con don Giussani. Allora iniziamo subito e chiedo a Gianni di raccontarci, di dirci che cosa ha significato per lui incontrare don Giussani oggi. Grazie.

GIANNI RIOTTA:
Grazie mille ad Alberto Savorana e a voi tutti, tutti gli organizzatori che mi hanno invitato anche quest’anno a chiacchierare con voi. Anche se quest’anno l’impegno è abbastanza gravoso, si tratta di ricordare appunto, come ha introdotto Alberto, don Giussani a 10 anni dalla scomparsa. E venendo qui a parlare con voi e con gli amici Modiano e Borghesi, mi pesava molto questa responsabilità, perché da una parte ringrazio veramente tutti quanti voi per l’invito, d’altra parte è un compito estremamente difficile, perché è molto facile quando si parla di grandi uomini, delle grandi opere, risultare sempre molto banali, retorici, un pochino ammantarci con quello che loro hanno fatto, nascondendo quello che noi invece non sappiamo fare. E per questo vorrei mettere in guardia sicuramente me stesso, ma anche voi e chi ci ascolta, i media che ci seguono, dalla tentazione così diffusa, di fare parlare i grandi del passato recente che non ci sono più, dei nostri guai. E il gioco che facciamo sempre è quello di dire: cosa direbbe don Giussani se guardasse ai guai di oggi, la crisi economica, il dramma dell’immigrazione, la perdita dell’identità della nostra politica, della società europea? E poi segue una sentenza, una frase che ognuno di noi scrive condita da citazioni di don Giussani, magari rubandole dalla monumentale biografia che Savorana gli ha dedicato. Se facciamo questo esercizio, sia che lo facciamo in buona fede, sia che lo facciamo con più malizia, quello che otteniamo non è quello che don Giussani direbbe o farebbe ora, o gli altri del recente passato direbbero o farebbero ora. Otteniamo quello che noi pensiamo si debba fare ora, molto più modestamente, colorato dalla speranza di qualche citazione. Questo sfugge alla sfida della radicalità che invece Giussani avrebbe posto. E allora l’esercizio che dobbiamo fare con maggiore umiltà, nei suoi scritti e nei suoi interventi don Carrón lo dice con precisione sempre – lo stile di comunicazione di don Carrón è uno stile che qualche volta ha difficoltà a essere compreso in Italia, perché non è ex cathedra, non sale su un pulpito indicando con il dito puntato, ma è semplice, diretto, spesso ironico, molto comunicativo – allora Carrón dice: “Guardate per piacere a quello che don Giussani diceva, non che avrebbe detto ora, a quello che don Giussani faceva, non a quello che don Giussani avrebbe fatto oggi”. Perché su quello che avrebbe detto o su quello che avrebbe fatto il mio parere, la mia opinione, la mia ipotesi, vale zero. Ma vale zero quella di chiunque altro! Perché l’unica cosa che noi sappiamo è quello che ha detto e quello che ha fatto. Allora con grande semplicità e con grande umiltà, rileggendo i discorsi che ha fatto, rileggendo la sua biografia, ripensando alle cose che faceva nel suo tempo, possiamo capire non che cosa lui avrebbe fatto oggi, ma che cosa noi possiamo fare oggi, che cosa noi potremmo pensare oggi. C’è nella biografia, che Alberto gli ha dedicato, una riflessione di Camisasca che dice: “Quello che ci dimentichiamo spesso nell’opera di Giussani, è che lui non era molto ingaggiato sulla sfida della modernità, non era molto preoccupato di contrastare la modernità o di cavalcare l’ondata della modernità, semplicemente era persuaso che il tempo della modernità fosse in qualche misura già salvato, che l’ondata della modernità, che ci sembra così pressante oggi, fosse in qualche modo esaurita e che quindi possiamo guardare oltre”. Questo lo dico anche avendo compiuto l’errore, negli anni ’70, e molto forte, di credere che quello che erano lo spirito del tempo degli anni ’70 fosse lo spirito del tempo del futuro e non del passato. Invece don Giussani vede con grande precisione e con grande anticipo quello che noi e molti di noi ancora stentano a vedere oggi. Cioè che la modernità, durante la seconda Guerra Mondiale, con gli anni del dopoguerra, ha vissuto il suo momento più alto e che siamo entrati in un momento di post-modernità, che grandi scuole filosofiche del nostro tempo risolvono in nichilismo, che la modernità ha fallito, o che Dio è morto, poiché il mondo economico-industriale è entrato in crisi, nulla più vale. E tutto il nostro discorrere, tutto il nostro agire è un agire di nichilismo. Conoscete queste scuole del pensiero nichilista molto forte: niente vale perché tanto tutto è uguale, il vero è uguale al falso, il bene è soltanto l’altra faccia della medaglia del male, tutto ci sfugge, niente c’è da fare. L’opinione di Giussani era invece diversa: era che in questa crisi della modernità, in questa fine della modernità, che concludeva l’ascesa e il rapido declino del marxismo, l’ascesa e il rapido declino del terzomondismo, si avverava l’ascesa della libertà individuale, affermata contro il dominio della società di massa. Dopo il nazismo e il comunismo, il nemico era diventato l’individualismo della società che conosceva tutte le libertà. Alberto Savorana dice che Giussani sottolineava molto la domanda, perché era persuaso della risposta che per lui era il Vangelo, ma per chi non aveva questa risposta, con passione, con forza, con ironia, con saggezza si sforzava di imporre la domanda. Rileggendo la biografia che gli ha dedicato Alberto Savorana, ho fatto un percorso inverso, ho considerato le moltissime interviste che grandi del giornalismo – Massimo Fini, Giovanni Russo, Giorgio Bocca – hanno dedicato a don Giussani e le polemiche che aveva con altri esponenti della cultura cattolica del tempo, Davide Maria Turoldo, Nazareno Fabretti, e quello che mi colpiva era quanto caduco sia l’atteggiamento di interlocuzione che hanno i rivali o chi polemizzava allora con don Giussani, dicendogli: perché non hai parlato della Democrazia Cristiana, perché non hai parlato di questo scandalo, perché non hai parlato di questa vicenda? Cioè richiamandolo sempre a piccole caduche polemiche del giorno e senza avere mai la capacità della lunga durata. Molti di questi amici non ci sono più, non voglio dal punto di vantaggio del 2015 polemizzare con loro nel ’75 nel ’80: avessi fatto io quell’intervista, è assolutamente possibile che avrei fatto esattamente quel tipo di errore che hanno fatto loro ed è possibilissimo che, intervistando chiunque di voi oggi, io ripeta quegli errori di allora. Siccome ho il vantaggio del futuro, non voglio criticarli nel passato. Sto parlando di presente, sto cercando di dire: come posso oggi non rifare quegli errori che loro fecero e che probabilmente feci anche io al tempo? Come possiamo evitare quell’errore di parlare di piccole cose e di non vedere le grandi cose, di parlare di respiro corto e non vedere il respiro lungo, di parlare di breve durata e non vedere la lunga durata? La lezione più forte e radicale di don Giussani è che quel rischio di allora non è oggi fugato e che quell’errore che fecero quegli amici nell’incontrare don Giussani e che pure lo guardavano con rispetto – Giorgio Bocca alla fine dell’intervista capisce che Giussani in realtà lo ha giocato, che la risposta di don Giussani è più duratura della sua e con grande onestà intellettuale lo riconosce – quell’atteggiamento mentale lì è oggi più forte. L’atteggiamento di chiusura è oggi più forte che trenta anni fa, l’atteggiamento di negare il dialogo è oggi più forte nella nostra società di trenta anni fa. Sembra paradossale, se si pensa che siamo usciti dagli anni del terrorismo, eppure oggi l’atteggiamento di chiusura è ancora più forte che trenta anni fa. La demolizione dell’altro, la caricatura dell’altro, il confondere le idee dell’altro con la persona dell’altro, sono atteggiamenti che oggi il mondo digitale, il web ha reso ancora più forti. Guardate a un editoriale che è stato dedicato a questo incontro, molto duro con questi incontro, scritto dal direttore di un giornale qualche giorno fa. Non ve ne inorgoglite troppo, perché lo stesso direttore, lo stesso giornale ha fatto due editoriali contro di me nelle settimane precedenti. L’obiezione che vi si muoveva, e lo dico con grande rispetto con questo direttore e questo giornale, era che nei 36 anni di questo incontro avete sempre invitato i politici, i ministri, gli intellettuali, gli uomini dell’opposizione e questo atteggiamento era denunciato come ipocrisia, servilismo, subalternità al potere. Badate, è esattamente l’opposto. Chi in 36 anni invita tutti, non è servo di tutti, è servo di nessuno e invita tutti, centro, destra, sinistra, perché con tutti vuole discutere, con tutti vuole parlare. È chiaro che ci saranno politici, intellettuali che vi saranno piaciuti moltissimo e altri che vi saranno piaciuti pochissimo. È chiaro che ci saranno stati oratori che magari invitavate con la morte nel cuore, solo perché dovevate invitarli e che magari cinque o dieci anni dopo vi siate detti: “Pensa, l’abbiamo invitato con la morte nel cuore, però non era poi così brutto come lo dipingevamo”. Oppure altri che avete invitato con gioia e poi avete pensato che se non li aveste invitati, sarebbe stato meglio. È la vita normale delle persone normali. Invece l’atteggiamento di dire: “Se non sei identico a me allora sei il male, allora vai esorcizzato, allora vai esorcizzato”, è un atteggiamento che cresce nella società italiana, europea e americana. È l’atteggiamento di chi dice: “Se non sei come me sei il male”. Io non voglio dire che questo atteggiamento è uguale al terrorismo di chi uccide le persone, come accade con l’ISIS adesso in Iraq e in Siria, o di chi demolisce i monumenti semplicemente perché non ricostruiscono la sua identità sociale, politica, religiosa e li azzera e azzera il passato. Sarebbe ovviamente sbagliato che una polemica intellettuale sia un atto di terrorismo, però voglio dire che la strada è la stessa. Voglio ammonire, perché l’ho già visto negli anni ’70, quando ero giovane ma per fortuna non ero così sbandato da dover vergognarmi oggi del tipo di posizioni prese, e voglio ammonire che la strada di demonizzare il nemico è la stessa del terrorismo politico, militare e ideologico. E’ la stessa. Se io devo riflettere, rispetto agli anni duri degli anni ’60 e rispetto agli anni duri degli anni ’70, qual è la lezione di don Luigi Giussani che secondo me è viva oggi, penso sia quando lui ci ammonisce a fare quello che lui ha fatto quando al Berchet, tutti i giorni, con grande precisione e umiltà, va a discutere con gli studenti che meno la pensano come lui, che più sono lontani da lui, che più malvolentieri lo ascoltano. Dice Borghesi in un articolo su ilSussidiario di oggi: “Il colpo di genio, di fronte ad una secolarizzazione radicale che stava divorando le proprie premesse umanistiche e religiose, stava non nell’attardarsi in una reazione, ma nell’appellarsi alla vocazione dell’educatore”.
Questo è il punto di appiglio, la corda fissata nella roccia, mentre tutto sembra cadere, che don Giussani ci lascia.
Io non sono un profeta apocalittico, condivido fortemente l’atteggiamento sorridente di don Giussani e di don Carrón davanti ai guai del presente, però la nostra civiltà è appesa ad un filo, la nostra civiltà è appesa ad un filo perché le sfide che il mondo ci pone con la crisi economica, con la crisi politica, con l’insorgenza del radicalismo islamico, sono radicali. Il Presidente Mattarella, parlando a voi, ha detto che vede i germi della terza guerra mondiale, io mi aspettavo che l’indomani tutti i migliori cervelli del Paese discutessero di questo, che tutti i telegiornali, che tutte le televisioni parlassero dei germi della terza guerra mondiale. Invece “niente”, come se avesse detto “spero di vedere in autunno segnali di ripresa economica”. Il nostro animo è cieco!, è cieco!, è cieco!, è accecato per troppa fatica, per troppa crisi, per troppo egoismo, siamo spossati, ma il nostro nemico non è spossato, il nostro nemico ci vede benissimo, il nostro nemico vuole batterci. Allora la vittoria o la sconfitta è nelle nostre mani, se noi siamo disposti a batterci per i nostri valori può darsi che vinciamo, se noi non siamo disposti a batterci per i nostri valori, abbiamo già perso. Quando io ho letto quell’attacco a voi nei giorni passati, ho pensato “forse perdiamo veramente”, poi arrivo qui, vi ascolto, dialogo dieci minuti di corsa con gli amici e i ragazzi che ci sono in questi corridoi e penso forse non perdiamo sicuramente, forse vinciamo.
Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
Non una immaginazione, ciò che Giussani direbbe o Farebbe oggi, ma un paragone serio con ciò che ha detto e ha fatto. Come don Giussani si è misurato con le sfide e le urgenze della sua vita, adesso ascoltiamo l’incontro che Massimo Borghesi ha fatto con don Giussani, nel suo ultimo libro pubblicato di recente, Luigi Giussani. conoscenza amorosa e esperienza del vero. un itinerario moderno, che è stato pubblicato dalle Edizioni di Pagina, Massimo ha posto come incipit una brevissima frase di don Giussani, che voglio qui citare, anche perché è stata poi utilizzata, per la conclusione del suo intervento, da Papa Francesco, il 7 marzo a Roma. E’ una frase degli anni ’50, precisamente del 1954, quando don Giussani dava inizio al suo tentativo fra i giovani nella scuola milanese. Vedo qui in prima fila un giovane che nel frattempo di strada ne ha fatta, è diventato Arcivescovo di Ferrara-Comacchio, don Luigi Negri. In quell’anno, in cui entrava e saliva quei gradini per incontrare studenti lontani, non l’orto protetto della propria casa, ma il mondo così come allora si cominciava a configurare ai suoi occhi, disse e scrisse: “Il Cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportano al luogo come pura antitesi – la reazione di cui hai appena parlato Gianni – il Cristianesimo è principio di redenzione che assume il nuovo salvandolo”. Allora chiedo a Massimo di partire da qui, visto che le sue riflessioni hanno scelto il punto in cui indicare la modernità o la post-modernità di don Giussani.

MASSIMO BORGHESI:
Grazie Alberto, io vorrei ripartire proprio dal titolo che mi sembra proprio appropriato: “Incontrare don Giussani oggi”, perché si può incontrare un autore nel proprio tempo se ci è contemporaneo, cioè se riesce a perforare il passato, l’orizzonte storico o storicistico per il quale ogni autore è il figlio del proprio tempo. Molte grandi figure, anche cristiane, non riescono a travalicare il passato, altre, le più grandi, arrivano fino a noi. Penso ad Agostino, a Francesco, a Pascal, a Newton, a Chesterton, tutta una serie di autori che noi leggiamo come nostri contemporanei. Altri no, altri sono datati, sono stati anche grandi nel loro tempo e tuttavia sono molto condizionati dal loro tempo. Mi ha colpito questo, perché ho letto ultimamente un articolo sul Meeting che dice che Giussani ha un linguaggio che ormai è datato e quindi in qualche modo è passato. Questo era per dire che è possibile incontrare Giussani oggi perché lui – Giussani – ha incontrato il suo tempo secondo una sensibilità non reattiva – quello che diceva Alberto adesso – ma con una sensibilità moderna, che è più attuale che mai. Vale qui, come prospettiva, la frase che ha appena letto Alberto: è questa prospettiva che spiega l’attualità di don Giussani.
Una posizione è attuale quando sa riconoscere le istanze positive del proprio tempo e al contempo sa criticare le sue declinazioni storiche, quando si sottrae alle alternative tra i tradizionalisti, che sono meramente reattivi e i modernisti, che si omologano in maniera acritica al proprio tempo. Perché Giussani è attuale? Perché non è stato semplicemente un critico del moderno, è stato critico dell’antropocentrismo moderno, di quella pretesa dell’uomo di salvarsi da solo, che caratterizza gran parte della modernità, ma questo a partire da una sensibilità squisitamente moderna. Non capiremmo i successi dell’educatore Giussani, che ha incontrato i giovani del nostro tempo, se non tenessimo in conto la sua sensibilità squisitamente moderna. Non si capirebbe il suo privilegio accordato a Leopardi, un poeta ateo eppure religioso, il suo identificarsi con Leopardi, con Pavese e con molti altri personaggi che appartengono al mondo laico e che sono squisitamente moderni nel loro travaglio, nel loro dramma, anche nelle loro conflittualità con il moderno. Ha scelto come interlocutori dei non cristiani e non pescato semplicemente nel mondo cattolico. Il mio volume, che veniva citato prima da Alberto, viene dopo altri illustri studi di Camisasca, di Scola, di Francesco Ventorino, che ricordo con molto affetto. Ebbene quel volume porta come sottotitolo: “Un itinerario moderno”. Lo scopo è di mostrare la modernità di Giussani, la sua attualità, una modernità che si nutre del tomismo appreso alla grande scuola teologica di Venegono, senza il quale non si capisce Giussani, della lettura assidua di J.H. Newman, questo grande pensatore preconciliare o proconciliare. Dei dieci quaderni di appunti di don Giussani studente, come ci ricorda Alberto nella sua biografia, tre sono dedicati a Newman. La posizione di Giussani, così esistenziale, così leopardiana, potremmo dire, lo rende capace di intercettare le generazioni del dopoguerra. La sua era la stessa sensibilità che avevano i giovani, ma non era semplice captatio benevolentiae, non era un’astuzia pedagogica per catturare i giovani. Le domande sulla esistenza di Leopardi erano le sue, è per questo che i giovani lo sentivano vicino. Non sentivano il retore oppure il cattolico tutto di un pezzo, squadrato, mitico, ma inevitabilmente ottuso, sentivano uno che aveva lo stesso loro cuore, la stessa loro domanda. Allora perché Giussani è moderno? Perché la sua comunicazione della fede ed il suo metodo educativo passano attraverso due categorie tipicamente moderne: il senso religioso e l’esperienza. Sono due categorie modernissime, due categorie un po’ pericolose, verso cui il pensiero cattolico pre-conciliare nutriva una forte diffidenza. Noi oggi utilizziamo queste categorie come se fossero normali e non ci rendiamo conto che quando Giussani le usava, negli anni ’50 e ’60, era timoroso, tant’è vero che le sottoporrà poi al giudizio del Cardinal Ratzinger, per vedere se la strada era totalmente conforme alla tradizione. Erano categorie pericolose perché in odore di modernismo, di soggettivismo, di psicologismo, condannate da una Enciclica, la Pascendi, del secolo passato. Giussani nell’usare queste categorie si muove in un crinale sottile, le riporta nel solco della tradizione, le riconcilia con la grande tradizione della Chiesa, con il principio realistico della verità in senso oggettivo. Compie però una grande opera maieutica e riflessiva. Riguardo al senso religioso, si appoggia alla Pastorale del 1957 dell’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini. Montini gli apre la strada, e Giussani lo riconoscerà sempre, in questa riflessione sul senso religioso. Il senso religioso è importante perché lo pone in contatto con l’universale umano, perché tutti gli uomini, atei e non atei, credenti e non credenti, buddisti, cristiani, hanno una tensione, una domanda religiosa. La categoria del senso religioso permette a Giussani di dialogare con tutti. Oltre ogni fondamentalismo, oltre ogni integralismo, c’è un’apertura del cuore, una domanda del cuore che è l’umano in generale. Quanto alla categoria di esperienza, la sua riflessione è più difficile ancora, perché non ha riferimenti: nel pensiero cattolico degli anni Cinquanta, non esisteva la categoria di esperienza, non esisteva proprio. L’unico studio a cui lui rinvia, Jean Mouroux, L’esperienza cristiana, parla dell’esperienza mistica, è tutt’un’altra cosa. L’idea dell’esperienza come corrispondenza tra la natura dell’io, fondamentale, e ciò che viene incontrato, è assolutamente originale, è una sua riflessione. Anch’essa molto problematica, guardata con grande sospetto, ma importantissima, perché per Giussani la verità si conferma nella libertà. Questa è la posizione moderna di Giussani: non è possibile riproporre la verità che non passi attraverso il travaglio, il dramma, la scelta e il fascino della libertà. L’io deve essere coinvolto nella scoperta del vero e questo contro ogni autoritarismo, contro ogni clericalismo che Giussani aborre. Mi colpisce che, tra le letture giovanili, c’è la lettura di don Primo Mazzolari, di Adesso, il giornale di Mazzolari, perché da Mazzolari ha imparato a diffidare del clericalismo. Questi aspetti inediti, nuovi, di Giussani sono molto tacitati, poco evidenziati. L’adesione al vero è libera, il metodo accompagna, introduce alla scoperta del vero ma non costringe, altrimenti diventa un metodo che uccide la vita. Il metodo è sospeso alla grazia e alla libertà. Ricordando l’inizio di Gioventù Studentesca, nella sua intervista a Robi Ronza su Comunione e Liberazione, Giussani afferma (è l’unica citazione che mi permetto di leggere): “Mi sento affermare in piena tranquillità che quel nostro primo tentativo, come d’altronde tutto ciò che ne seguì, non era affatto ispirato ad alcuna nostalgia medievalista, ad alcun segno di restaurazione di forme del tutto superate di potere temporale, ad alcun desiderio di indire crociate. Ed è stato da subito un collocarsi come esigua minoranza che cercava la sua tenacia nella coerenza della fede, ed era perfettamente consapevole che l’adesione degli altri a tale annuncio e quindi l’efficacia della sua comunicazione non dipende assolutamente da un progetto umano ma è grazia, e comunque passa attraverso la libertà. La nostra immediata e grande caratteristica è stato l’accento posto sul valore della libertà”. Se, come recita il titolo di una sua raccolta di scritti, Il cammino al vero è un’esperienza, allora la verità in senso oggettivo richiede anche la certezza in senso soggettivo. Una verità è piena quando è assimilata, creduta, in un’esperienza esistenziale. La categoria di esperienza è ciò che mancava e che ancora oggi manca spesso al pensiero cattolico. Questo spiega il fossato tra la fede e la storia, tra una dottrina elaborata due millenni fa e il presente. Mancando la categoria di esperienza non c’è più ciò che media tra passato e presente, questo è il problema del pensiero cattolico contemporaneo, che non sa più come agganciare ciò che è accaduto con l’oggi. La domanda di Giussani riportata nel piccolo volumetto Appunti di metodo cristiano, del 1964, è la domanda fondamentale: “All’origine della storia del cristianesimo troviamo della gente comune che ha incontrato uno e lo ha seguito, ma come possiamo noi, ora, dopo duemila anni, incontrare Gesù Cristo?”. Questa è la domanda fondamentale: come possiamo noi ora, dopo duemila anni, incontrare Gesù Cristo? È la risposta a questa domanda che motiva l’originalità dell’impostazione di Giussani. È possibile incontrare Giussani oggi perché lui, nella sua testimonianza e nel suo metodo educativo, ha suggerito come poter incontrare Cristo oggi. I due momenti sono correlati. Un autore cristiano è attuale solo se è in grado di suggerire l’attualità di Cristo. Da questo punto di vista le due dimensioni moderne di don Giussani, quella del senso religioso e dell’esperienza, sono condizioni necessarie, ma non sufficienti. La modernità di Giussani diventa attuale – un autore può essere moderno, e tuttavia paradossalmente può non essere attuale, tanti autori moderni non sono più attuali – oggi solo mediante una terza categoria, quella in cui il senso religioso e l’esperienza divengono operativi: la categoria di incontro. L’incontro indica una modalità di essere, di accadere del cristianesimo nella storia e al contempo un giudizio storico. In questo Giussani si incontra sia con il teologo Ratzinger e poi con Benedetto XVI, sia con l’attuale Papa Francesco, nella centralità della categoria di incontro per il riaccadere del cristianesimo. Ciò che Giussani dice dell’incontro nel 1964, in Appunti di metodo cristiano, assume un’intensità nuova nel 1968, quando con la grande contestazione comprende, come la biografia di Savorana ci ricorda, che la cristianità è finita, che non è più possibile rinviare alla tradizione come all’inizio aveva proposto, non è più possibile riscoprire la grande tradizione cristiana. Il ’68 rende evidente che il mondo cristiano volge alla fine. La fine della cristianità non porta però, come ci ricordava prima anche Riotta, non porta ad una reazione conservatrice, non porta al blocco cattolico. La vocazione di Giussani non è solo rivolta ai cristiani, ai cristiani tiepidi, ai cristiani smemorati, ma è volta innanzitutto ai pagani, ai lontani, a quelli del liceo Berchet, della borghesia illuminata di allora, che non sapevano più nulla del cristianesimo, o sapevano ben poco con tanti pregiudizi, è volta ai lontani. Il Movimento nasce per vocazione come rivolto ai lontani, porta in questo senso alla riscoperta degli inizi della fede. Il Giussani degli anni ’80 e ’90 non a caso indica nel ritorno agli inizi, nell’incontro evangelico, il modello dentro la società pagana di oggi. Quando nel 1981, dopo il referendum sull’aborto, il Sabato, il settimanale il Sabato, titola “Si riparte da 32”, cioè dalla percentuale di coloro che si erano opposti alla legge sull’aborto in Italia, ebbene Giussani scrive, in una prospettiva che non vuole scavalcare l’altra, ma certamente pone un accento diverso: “Questo è il momento in cui sarebbe bello essere dodici in tutto il mondo”, vale a dire il momento in cui si ritorna all’inizio, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo, come presenza stabile e consistente e però capace di tradere, di tradizione, non c’è più. Non si tratta qui di una fuga spiritualistica, Giussani non sta criticando coloro che si opponevano all’introduzione della legge sull’aborto in Italia, indica una prospettiva ulteriore, ciò che urge. E ciò di cui c’è bisogno è un giudizio storico. L’attualità di Giussani è nel giudizio storico. Il carisma cattolico è il giudizio storico. Questo è ciò langue oggi nel mondo cattolico, l’incapacità di un giudizio sulla storia contemporanea. La fede è intelligente, matura, salda se si alimenta di un giudizio sulla realtà, su ciò che avviene ora, non ieri, su ciò che avviene oggi. Questo giudizio dal ’68 in avanti si nutre, per Giussani, della percezione che il cristianesimo oggi può riaccadere per la grazia di incontri umanamente significativi, per l’affezione di uomini dominati dalla carità. Era quanto Romano Guardini auspicava nel finale, peraltro cupo, de La fine dell’epoca moderna, quando diceva che solo la carità rimarrà a fare la differenza in un mondo gelido. E’ un giudizio storico nel tempo della fine della cristianità, cioè della fine delle evidenze morali, del nichilismo: si diviene cristiani non per un’eredità, ma per novità che accadono. E’ quanto afferma nello splendido colloquio con Giovanni Testori, Il senso della nascita, del 1980, quando afferma: “Questo è il tempo della rinascita della coscienza personale, è come se non si potessero più fare crociate o movimenti, crociate organizzate, movimenti organizzati”. Non è il tempo delle crociate, è il tempo della persona, dell’incontro da persona a persona, come dirà il Cardinal Ratzinger nel suoi esercizi ai sacerdoti di CL, raccolti nel volume Guardare Cristo del 1989, quando parlerà del fallimento catastrofico della catechesi moderna. Il che non significava disinteresse per il mondo, fuga dalla realtà sociale, politica. Se il genio del cattolicesimo che Giussani incarna, sta nel giudizio storico, questa fuga non è possibile. Il cristiano non può disinteressarsi della polis, della città, del bene comune, un compito che riguarda innanzitutto chi è impegnato nelle istituzioni pubbliche. Però, proprio il giudizio storico impedisce di risolvere la Chiesa, o il Movimento, in una lobby, in un partito. Il Movimento sorge per comunicare Cristo ai pagani di oggi, per facilitare l’incontrabilità dell’umanità cristiana. Il Movimento per Giussani è per gli altri, non per se stesso e non può essere autoreferenziale. Se diventa per se stesso, diventa pesante, noioso, burocratico e Giussani usa una volta l’espressione “orrendo”. Deve essere flessibile e leggero, soprattutto deve riflettere non se stesso, ma un altro, l’umanità di un altro. La frase di Giussani, a conclusione degli esercizi spirituali del ’94, è quella decisiva. Riferendosi alla chiesa come luogo commovente di umanità, afferma: “La lotta col nichilismo, contro il nichilismo è questa commozione vissuta. Il nichilismo oggi non può essere vinto semplicemente sul piano teorico, ma solo da una posizione esistenziale, una commozione vissuta”. In questo giudizio è la grande attualità di Giussani.

ALBERTO SAVORANA:
Nel suo bellissimo e a certi tratti commovente intervento sul titolo del Meeting, ieri pomeriggio, padre Mauro Lepori ha posto alcune domande drammatiche, terribili, perché dicono la situazione in cui l’uomo di oggi vive: chi interroga ancora il cuore oggi? Chi tratta il cuore da soggetto responsabile? I più lo ignorano. Molti lo trattano come organo di istintiva e sentimentale reattività, pochissimi aiutano l’uomo contemporaneo a mettere il cuore con le spalle al muro, chiedendogli conto del suo desiderio. Io mi prendo la libertà di dire che, per come l’ho incontrato e l’ho conosciuto, don Giussani interrogava il cuore, lo interroga tutt’ora, lo mette con le spalle al muro, perché se la sua fosse stata, come ha appena detto Massimo, una reazione conservatrice, una paura del mondo, forse il relatore che adesso ci racconterà il suo incontro con don Giussani non sarebbe qui oggi. Forse non avrebbe intercettato in don Giussani qualcosa di interessante per sé. Lui, Pietro Modiano, ha fatto un percorso umano, culturale, ideologico, professionale ed è qui, oggi, a condividere con noi qualcosa della scoperta che ha fatto. A te la parola.

PIETRO MODIANO:
Vi ringrazio dell’invito perché questo è un luogo di stupori. Il fatto che una persona come me sia invitata a parlare di Giussani, non credo che appartenesse al destino che mi era riservato. Io vengo da fuori e sto anche fuori, anche se devo dire, in modo molto contradditorio oggi, che forse sto sulla soglia. Ma vengo veramente da fuori. La metafora è il fatto che io faccio il liceo mentre Giussani insegna al Berchet, io lo faccio qualche centinaio di metri di distanza, al Manzoni, e il mio insegnante di religione era una grande avversario politico di Giussani, don Barbareschi, che ho sentito prima di venire qui, e non era mica contento. E poi non ho fatto GS, ma ho fatto il Movimento studentesco e poi il PCI e altro insomma. Ho sempre visto in Comunione e Liberazione qualche cosa che mi è stata parallela, ma proprio di quelle parallele che non si incontrano sulla base di tutte le vicende umane e politiche che hanno attraversato il nostro Paese e la mia città di Milano dalla fine degli anni ’60 fino ad oggi. Insomma non eravamo fatti per incontrarci. E tuttavia c’è una cosa molto giussaniana che mi è successa. L’ho capito dopo, lo capisco adesso che sto al San Paolo di Torino, di cui sono Direttore e incontro Cristiana Poggi e Dario Odifreddi in Piazza dei Mestieri. Loro erano interessati a me in quanto istituzione, e io ero interessato a loro, perché volevo vedere cosa fanno questi di CL nel loro campo, che è quello dell’educazione. Ci sono andato con la guardia abbassata evidentemente. E mi sono stupito anche del loro stupore, e abbiamo cominciato a discutere di una cosa che a ripensarci è molto interessante: loro mi raccontavano la loro esperienza, che è un’esperienza fantastica, quella della Piazza dei Mestieri, salvataggio umano di ragazzi che non hanno nel loro destino il fatto di essere salvati dalla disperazione dei genitori e propria, dalla mancanza di lavoro, dalla mancanza di riferimenti culturali. E hanno trasformato questo luogo in un luogo di grande disciplina e consapevolezza, con pochissima, poca o niente ideologia. Io sono entrato con loro in una stanza dove c’erano questi ragazzini, che poi mi dicevano essere un po’ sbandati, che si sono alzati in piedi, cosa che non credo succeda più in nessuna scuola del regno. Ed era stupefacente che fossero loro e discutevamo sul fatto che loro dicevano che questa è una esperienza che rinvia a una storia umana molto bella, a una storia di amicizia con un amico loro che non c’era più. E io dicevo: “Questo non mi interessa come esperienza, mi interessa come modello. Perché la vostra vita non è segnata dal dovere di trasformare questa cosa in un articolo di legge, in un pezzo della legge finanziaria prossima”. Ne abbiamo discusso e c’era stupore, che è una categoria che ho capito dopo, leggendo che è una categoria che ti avvicina alla verità. L’incontro e lo stupore. Lì è cominciato il percorso, che è stato prima curiosità, anche reciproca, perché forse al bancario non si attribuiva la curiosità. C’era curiosità, c’era stupore e c’era i fatto che ho detto “ma voi siete in fondo gente strana”. E loro dicevano “ma anche tu sei un po’ strano”. Perché mi sono dichiarato come persona lontana. Poi c’era, adesso non ricordo, il Governo Prodi o uno dei tanti governi Berlusconi, comunque non stavamo dalla stessa parte, proprio esplicitamente. Come al solito io stavo dall’altra parte, però lì ci siamo incrociati, le parallele si sono incrociate e c’è stato questo senso di estraneità che non era più estraneità: siamo strani, ci si riconosce l’essere strani, che è un riconoscimento che, ho capito dopo, essere umanamente la premessa della curiosità. Giussani la chiama conoscenza amorosa, che tecnicamente è questo insomma: la conoscenza che ha sotto un trasporto, qualcosa di più della curiosità. Dopo di che arriva Alberto Savorana con il suo libro, perche poi l’esperienza e la ragione vanno insieme. Giussani, per come l’ho visto nei filmati, non l’ho mai incontrato. Era un uomo che in apparenza parlava con una semplicità straordinaria, arrivava diretto al cuore. Forse era la sua voce, gli occhi, l’atteggiamento. Ma diceva delle cose complicatissime. Leggo il libro di Savorana, leggo poi Borghesi ed è veramente un pensiero complesso. Bisogna piegarcisi sopra per arrivare a quello che poi l’esperienza di tutti dice, che è basata su queste poche cose, complicatissime: incontro, presenza, stupore come vie della conoscenza. Cos’è l’esperienza? E’ una cosa che ho scoperto essere molto vostra, molto di Giussani. L’esperienza dell’incontro si salda col senso religioso. Il senso religioso è una cosa complicata che non ha direttamente a che fare con una fede, ma con un esigenza e nel libro di Savorana ricorre questa cosa che mi ha colpito tantissimo su Leopardi. Leopardi, il poeta di Giussani, aveva capito che il nocciolo dell’umanità è nel conflitto tra l’infinito e il finito, tra il cuore che aspira all’infinitezza, i desideri che sono infiniti e il limite della vita, che poi ha una sua durata, un suo limite. Questo è il dramma da cui nasce il senso religioso, e anche la disperazione. Giussani dice che se Leopardi non è approdato alla fede, è perché non ha incontrato gli amici che avrebbero potuto sostenerlo in questo sforzo. Gli è mancata una banda d’animo, un pezzettino di anima. E la banda d’animo gliela dava l’incontro, che non ha avuto. Non ha avuto questa fortuna e ci è arrivato ad un passo. Lui è arrivato al senso religioso, non è arrivato all’acquietarsi della propria coscienza di fronte a una verità che non si percepisce se non attraverso l’esperienza di un incontro, dove l’esperienza di un incontro è un po’ metaforica, se capisco bene. Per cui uno incontra e si incuriosisce e vuole bene all’altro da sé e si prepara in questo modo a incontrare e a voler bene a qualcosa che è l’altro da tutti, sta sopra la storia. Tutta questa cosa sta insieme, perché c’è il grande tema della libertà, che è una cosa che invece incrocia tantissimo il mio essere diverso. Noi che siamo fuori, vediamo in CL il luogo dell’eccesso di coesione, il rischio del settarismo, dell’integrismo. Allora questo non è un luogo di libertà? Giussani dice: “Attenzione ragazzi, il luogo della libertà è il luogo in cui ci si pongono le domande vere; il luogo della libertà è il luogo dove ci si pone la domanda di che cosa c’è oltre il limite dell’umano, che assume come umano il senso del limite e del desiderio di superare il limite ed è da questo che nasce la libertà, perché da questo nasce la rimozione della tentazione di sopraffazione dell’uomo sull’uomo, della donna sull’uomo, dell’uomo sulla donna e dei regimi sui cittadini, dal fatto di non accettare che c’è qualche cosa oltre il progetto, oltre, dice lui, l’utopia”.
E qui si incrocia con il mio vecchio pensiero, che non è la parte più peggiore di me. L’utopia degli anni giovanili non è la parte peggiore di noi. Ci è stato insegnato che era cosa che portava direttamente al totalitarismo, ma non è vero. Porta, può darsi, all’insoddisfazione, questo sì, perché l’utopia è qualcosa che non passa l’esame della storia concreta. E una volta che tu hai capito che l’esame non è passato, che cosa c’è dopo? Il regno della libertà non è quello della sfida tra l’utopia e il reale, è la sfida fra il limite e l’infinito. Allora lì sì che sei libero: accetti te come essere limitato, accetti te come essere che ha bisogno dell’altro e quindi dell’incontro e sfidi te stesso a cercare una risposta. Il solo il fatto che esista un luogo in cui si possa porre davanti ad un sacco di gente un tema del genere, lo trovo abbastanza emozionante, perché sui giornali appare che qui si sta discutendo se viene Renzi, con quanti Ministri Prodi ecc. E invece è uno dei pochi luoghi della mia vita in cui si possono porre le questioni fondamentali. Ognuno poi arriva ai suoi percorsi, soprattutto chi è stato battezzato. Io sono di padre ebreo e di madre cattolica, quindi ho tutti i miei personali rovelli da questo punto di vista: il grande rovello è il dubbio e la legittimità del dubbio. Cosa che non è molto giussaniana. Io ho guardato la parola dubbio nel libro di Savorana, non c’è mica tante volte, il dubbio non gli piaceva tanto e soprattutto non gli piaceva il dubbio in sé, gli piaceva forse la ricerca e la domanda. Uno dei miei passi preferiti del vangelo, dice: “Essi si prostrarono e dubitarono”. Dopo la risurrezione, arrivano gli undici, non più dodici, lo vedono, ma proprio lo vedono, lui è lì, e se è lì vuol dir che c’è e dubitarono. Se dubitarono loro che lo avevano davanti, forse anche io posso avere una mia dignità di dubitatore. E poi hanno smesso di dubitare perché c’è stato un grande progetto collettivo “andate e diffondetevi”. A quel punto c’era una ragione per vivere, una ragione umana per fare esperienza, una presenza. In questo modo qua io non mi sento più estraneo a voi, non so come dirvi, mi pare che siamo… C’è un passaggio drammatico nella vostra vicenda del 2012: Carrón che scrive a Repubblica, una cosa che a me è piaciuta molto, stando fuori, che dice: “Se il movimento di Comunione e Liberazione, è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pretesto dobbiamo averlo dato”. E chiude però su una cosa che ricongiunge le cose buone e cattive e mostra la ragione di queste parole: “Solo così potremo essere nel mondo una presenza diversa come tanti tra noi già testimoniano nei loro ambienti di lavoro, in università, nella vita sociale”. E dice: “Lo sa bene chi ci incontra, che resta così colpito che gli viene voglia di partecipare a quello che è stato dato a noi. Per questo dobbiamo continuamente riconoscere che presenza non è sinonimo di potere e egemonia”. Questa secondo me è la ragion d’essere di questa cosa; è sicuramente la ragion d’essere del fatto che venendo da lontano non mi sento più lontano e stando sulla soglia mi sento legittimato a continuare a guardarvi con la prospettiva della conoscenza amorosa di cui parla Massimo Borghesi.

ALBERTO SAVORANA:
Vi confesso che in questa ora mi cresceva una domanda che non sapevo formulare ma le parole di Pietro Modiano gli hanno dato una forma e la domanda è: “Ma chi sono io per essere oggi qui a moderare questo incontro?”, perché è veramente misterioso il Signore, è veramente misterioso. Io non so risponderti Pietro perché tu sei lì e io sono qui, cioè perché io posso sommessamente dire di aver trovato la risposta e tu confessare di essere in ricerca. Questo è il più grande mistero, ma più misterioso ancora è che il Signore permetta, tanto ha stima e considerazione del cuore di ciascuno, che ciascuno faccia la sua strada. Don Giussani diceva che chi cerca autenticamente, chi non smette mai di cercare in qualche modo è già salvo. Oggi noi abbiamo avuto la testimonianza dell’attualità di don Giussani, perché lui, la sua persona, e quel flusso di vita che è nato da lui, continua a generare questa curiosità, questo stupore che è più grande e potente dei limiti, dei meriti e delle mancanze di ciascuno.
Don Giussani ha speso la vita per questo: “Ciò che cerchiamo in tutto quello che facciamo è una fede più viva, è un modo più intenso, più efficace di proporla a tutto il mondo”. Questo pensava don Giussani del suo tentativo iniziato tra i giovani e poi diffusosi tra gli adulti, in Italia e poi in tutto il mondo come oggi. Qualche mese fa, proprio qui, in uno di questi saloni della fiera, don Carrón, che è stato ampiamente citato oggi e che don Giussani aveva scelto dalla Spagna, anche questo è un mistero, per un incontro, per succedergli nella guida di CL, disse, commentando proprio questa frase di don Giussani: “Non c’è niente di più urgente, oggi forse è diventato ancora più palese perché i fatti di Parigi, le persecuzioni di questi mesi hanno messo davanti a tutti qual è la sfida più grande che abbiamo, il grande nulla e il vuoto profondo che domina la vita fino a esplodere in violenza”. Questa è la sfida per noi e per gli altri. Che cosa può rispondere a questo vuoto? Lo avete detto in qualche modo tutti: “Non – dice Carrón – una qualche strategia, una riproposizione di contenuti o schemi di comportamento, perché il problema non è innanzitutto di natura etica ma conoscitiva”. Pietro ha parlato acutamente dell’incontro come condizione di conoscenza: se non lo capiamo, ci muoviamo in un modo sbagliato, che oltre tutto è inutile e anche in questo senso Giussani ci aiuta non con l’ immaginare cosa ci direbbe, ma ricordando cosa ha detto in un momento altrettanto drammatico. Era il 1978 e l’Italia stava attraversando uno dei momenti più dolorosi, tragici della sua storia, col terrorismo che mieteva vittime ogni giorno, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. In quel contesto, “in una società come questa non possiamo rivoluzionare niente con parole, associazioni, istituzioni ma solo con la vita, con la vita, perché la vita è un grande fatto contro cui le ideologie politiche”, ecco la speranza il forse della parte finale dell’intervento di Gianni arrivato al Meeting, “la vita è un grande fatto contro cui le ideologie non riusciranno a vincere mai”. Io vi ringrazio per la testimonianza che ci avete dato, vi chiedo ancora un minuto, perché proprio perché siamo nell’oggi e proprio perché l’oggi è drammatico, è difficile per tutti, anche per il Meeting, allora vi vorrei ricordare, vi è stato già detto in questi giorni, che prosegue durante il Meeting la campagna di fundraising, di raccolta di fondi, per sostenere la costruzione e la vita del Meeting, che è un luogo che da 36 anni testimonia e racconta una cultura dell’incontro e una cultura dell’amicizia. Con la propria donazione, non importa di quale entità, ognuno può entrare a far parte della community meeting. Ci sono sparsi per il Meeting dei punti in cui si può avere più notizie di questo oppure si può andare sul sito del Meeting nella sezione “sostienici”. E’ un modo con cui rendersi parte attiva di un avvenimento che, come vedete, nonostante la vetusta età di 36 anni, continua a riservarci sorprese al di là di ogni immaginazione. Grazie e buona giornata.

Data

22 Agosto 2015

Ora

11:15

Edizione

2015

Luogo

Sala eni B1
Categoria
Incontri