IL NUOVO WELFARE: DALL’ASSISTENZIALISMO ALLA SUSSIDIARIETÀ - Meeting di Rimini

IL NUOVO WELFARE: DALL’ASSISTENZIALISMO ALLA SUSSIDIARIETÀ

Il nuovo welfare: dall'assistenzialismo alla sussiadiarietà

23/08/2011 - ore 19.00_x000D_ In collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali._x000D_ Partecipano: Giuseppe Guerini, Presidente di Federsolidarietà-Confcooperative; Nello Musumeci, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Andrea Olivero, Presidente Nazionale delle ACLI; Monica Poletto, Presidente Compagnia delle Opere-Opere Sociali; Vincenzo Saturni, Presidente di AVIS Nazionale. Introduce Lorenzo Malagola, Capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Lavoro.

In collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Partecipano: Giuseppe Guerini, Presidente di Federsolidarietà-Confcooperative; Nello Musumeci, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Andrea Olivero, Presidente Nazionale delle ACLI; Monica Poletto, Presidente Compagnia delle Opere-Opere Sociali; Vincenzo Saturni, Presidente di AVIS Nazionale. Introduce Lorenzo Malagola, Capo della Segreteria Tecnica del Ministro del Lavoro.

 

LORENZO MALAGOLA:
Buonasera, benvenuti a tutti. Abbiamo il piacere di avere con noi illustri ospiti, questa sera. In primis, presento Nello Musumeci, Sottosegretario al Welfare, Ministero del Lavoro e Politiche Sociali; Giuseppe Guerini, alla mia sinistra, Presidente di Federsolidarietà-Confcooperative; Andrea Olivero, Presidente nazionale delle ACLI nonché portavoce del Forum del Terzo Settore; Monica Poletto, Presidente di Compagnia delle Opere – Opere Sociali; e Vincenzo Saturni, Presidente di AVIS. Il tema che vogliamo approfondire è Il nuovo welfare, dall’assistenzialismo alla sussidiarietà. Credo che per chi come noi si occupa ed è appassionato di politiche sociali, sia una sfida assolutamente attuale. Se pensiamo alla manovra aggiuntiva da 45 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, che è in discussione in Parlamento in queste settimane, ci rendiamo conto che, non solo nel resto del mondo ma anche in Italia, siamo chiamati a un grande cambiamento, un cambiamento nel modello di sviluppo e un cambiamento, legato ad esso, nel modello di protezione sociale. Ancora prima, però, di entrare dentro alle questioni tecniche che sicuramente verranno toccate, credo che si debba sottolineare come il cambiamento debba essere culturale. E da qui nasce il titolo: dall’assistenzialismo, cioè da un modello passivo, alla sussidiarietà, cioè a un modello in cui la persona sia protagonista.
Come realizzarlo, questo cambiamento profondo? Ne vogliamo parlare con i nostri ospiti, innanzitutto con chi, giorno dopo giorno, tira di pialla a contatto con i bisogni emergenti della nostra società. E abbiamo diverse realtà: il volontariato, la cooperazione, le APS. Con loro vogliamo capire idee nuove su cui lavorare nei prossimi mesi, anche in rapporto alla politica e, in particolare, al Governo, perché il tempo è assolutamente stretto, non possiamo permetterci di aspettare oltre. Quindi, anche io mi taccio e chiedo a Giuseppe Guerini di introdurre, di partire, di rompere il ghiaccio e riportare le sue considerazioni alla luce dell’esperienza quotidiana di cooperatore. Grazie.

GIUSEPPE GUERINI:
La crisi economica che attanaglia le economie più sviluppate si sovrappone alle debolezze dell’Europa a 27, che ha fatto una scelta verso una politica economica basata sul riequilibrio dei conti pubblici, prevalentemente a tutela del sistema bancario, ma che può solo arginare le difficoltà del Paese, se non riesce ad intervenire sui nodi strutturali per invertire la tendenza del rapporto tra prodotto interno lordo e debito pubblico. Molte famiglie si sono trovate rapidamente al di sotto o pericolosamente vicino alle soglie di povertà, esposte all’insicurezza, mentre aumenta drammaticamente la fascia di popolazione e di persone che sono altamente vulnerabili poiché povere di istituti di protezione e di reti relazionali di prossimità che possano intervenire a sostegno. In questo quadro, diventa prioritario mantenere investimenti adeguati, indirizzati verso le azioni volte a mantenere la coesione sociale. La civiltà europea e la cultura dell’economia sociale di mercato, come strada per garantire uno sviluppo sostenibile e duraturo, non può prescindere dalla coesione sociale, dalla protezione delle persone fragili e dal contrasto alla povertà economica, culturale, relazionale, sanitaria, assistenziale.
Mario Draghi, nelle considerazioni finali pronunciate lo scorso 31 maggio, ha sottolineato come prima fra le grandi lezioni che ci ha impartito questa stagione di crisi: “la rete sociale, che ha tenuto, è essenziale”. Ovvero, senza relazioni di tenuta tra le persone – perché al di là di tutto, la rete sociale sono le persone, le famiglie, le forme di solidarietà e sussidiarietà organizzata che nelle varie comunità locali hanno consentito di reggere l’urto – noi da anni sosteniamo che questo sistema di tenuta non serva solo a reggere gli urti ma sia esso stesso la base sulla quale si regge l’economia di mercato. Per questo dobbiamo interrompere la “perversa” percezione di troppi decisori politici che considerano la spesa di welfare come fardello finanziario da tagliare, ritenendo che con i tagli si favorisca lo sviluppo. La coesione sociale, l’investimento in cure relazionali, l’investimento sulla famiglia e sulla natalità, l’investimento nella scuola, il contrasto alle povertà sono leve di sviluppo a lungo termine e non fonti di spesa improduttiva.
In questi anni di crisi, la spesa sociale è stata prevalentemente indirizzata su ammortizzatori sociali e prestazioni monetarie dirette, mentre si è deciso di prosciugare la spesa per politiche di sistema sul welfare locale: questo rischia di esser un errore che, se continua a riprodursi, può avviare il Paese sulla strada dell’esplosione del rischio vulnerabilità su una fascia enorme di popolazione, e deprivare le giovani generazioni e le famiglie delle risorse di fiducia, prima che di quelle economiche, per poter investire sul futuro. Il doveroso e imprescindibile compito di affrontare la crisi, “tenendo a posto i conti” o, come si dice in questi giorni, a saldi invariati, deve ora essere realizzato distribuendo le responsabilità in modo più equo. E’ giunto il tempo di ridurre altri sprechi, è giunto il tempo di scegliere come orientare la spesa salvaguardando i diritti, è giunto il tempo di investire sullo sviluppo sociale.
Diversi sono gli aspetti che comportano un allentamento della tenuta delle reti di welfare. Si pensi ad esempio alla riduzione dei fondi sulla famiglia, sull’autosufficienza, sugli asili nido e sulle politiche sociali. Tali riduzioni vanno inquadrate dentro lo schematismo della manovra finanziaria che, per un verso, richiede maggiori entrate, e per un altro interviene con minori spese attraverso tagli orizzontali. La manovra, nella pratica, colpisce due volte le persone, perché riduce l’offerta di welfare ed al contempo riduce anche la liquidità che dovrebbe garantire l’accesso a quei servizi non più erogabili agli stessi costi o con lo stesso livello di deduzione (si pensi ad esempio al riordino verso il basso delle agevolazioni, detrazioni e deduzioni a favore delle persone fisiche, oppure all’incremento dell’Iva).
Più in generale, la ricerca della riduzione orizzontale dei costi comporta poi effetti indiretti di segno opposto, che vanno ad inficiare anche l’efficacia, il rendimento della macchina pubblica (si pensi ad esempio all’abolizione delle visite fiscali per i dipendenti pubblici sui primi giorni di malattia, che fa risparmiare la pubblica amministrazione ma di certo non aiuta a ridurre l’assenteismo, più volte denunciato, nella stessa).
Segnali ulteriori di penalizzazione del welfare sono dati dalle difficoltà di diverse Regioni italiane di ridurre gli sprechi su alcuni capitoli, come la sanità, e di rivitalizzare i territori attraverso servizi low cost, più efficienti, efficaci e meno costosi, capaci di integrare aspetti sanitari e sociali finanziati con risorse locali, spostando percentuali simboliche dalla sanità al sociale; ventilate ipotesi di riduzione delle indennità di accompagnamento che, qualora confermate, andrebbero probabilmente a ridurre anche la spesa totale del welfare che, se si considerano i diritti soggettivi, finora è risultata in attivo.
A fronte della crisi economica mondiale iniziata nel 2009, che nell’ultimo biennio ha rovesciato i suoi effetti sul fronte del welfare e dell’occupazione, è necessario il coraggio di fare proposte. Se i paradigmi della crescita basata sulla finanza sono entrati in crisi, l’economia reale e l’occupazione sono state vittime di un sistema che non ha realmente modificato regole e comportamenti. L’Italia sta attraversando un lungo periodo di transizione alla ricerca di un nuovo modello. È necessario un patto di responsabilità tra tutti gli attori per poter riformare il sistema di welfare, senza che ciò metta in discussione i diritti degli individui.
In Italia, è il momento delle scelte su molti versanti. In particolare, il confronto istituzionale deve portare avanti due riforme essenziali:
1. L’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2014, a fronte del fardello costituito dal debito pubblico, può permettere di liberare risorse che oggi gravano sugli interessi per pagare il debito, per finanziare le riforme del welfare. La spesa pubblica italiana è caratterizzata da una forte componente inerziale, in particolare nel settore della previdenza, che ne rende difficile il contenimento, una volta che si siano messi in moto i meccanismi generatori.
2. L’iter del federalismo fiscale, che dovrebbe avviarsi nello stesso arco temporale, introducendo i costi standard in sanità, articolando l’imposizione fiscale degli enti locali e garantendo, attraverso un fondo perequativo, il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni a livello nazionale.
Tali obiettivi devono però essere accompagnati da scelte di welfare capaci di superare la logica dell’individualismo (il problema è mio, il peso è mio, le scelte sono mie, etc.), ad un’assunzione di responsabilità collettiva, al farsi carico. E tale paradigma dell’esasperazione della logica dell’individuo non può che essere superato dalla logica della socializzazione.
Il sistema di welfare e dei servizi sociali è una forma di mantenimento della coesione sociale e, al contempo, un elemento portante della dotazione competitiva di un territorio, perché rompe l’isolamento assicurando servizi complessi capaci di rispondere ai bisogni, sempre più complessi, delle comunità. Il nostro welfare, quello che vogliamo e che costruiamo, incorpora i principi della convenzione Onu 2006 sui diritti delle persone disabili (ovvero la non discriminazione e la costruzione di servizi di prossimità), declinandoli però con l’elemento valoriale (ma anche imprenditoriale) della sussidiarietà.
Ovvero, quando la comunità si organizza (sempre più in filiera) con forme non spontanee né (solo) volontarie ma imprenditoriali e non profit, e contemporaneamente si fa carico del benessere delle persone, a partire da quelle più fragili, assicurando loro servizi di assistenza e possibilità occupazionali, in tal caso produce diversi vantaggi al Pil nazionale, poiché accende un circuito virtuoso di segno opposto rispetto a quello innescato dalle attuali politiche di welfare. La qualità della vita e il benessere delle comunità sono fattori che aumentano la competitività, l’occupazione e la produttività: il contrasto all’emarginazione sociale ed economica, la conciliazione tra spazi di vita e tempi di lavoro, il contributo in termini di occupazione dei cosiddetti “white jobs” legati all’assistenza.
Un rinnovato welfare sarà necessario per rispondere ai cambiamenti demografici che a loro volta impongono una rilettura dei modelli di erogazione dei servizi. Solo a titolo di esempio, si pensi all’invecchiamento della popolazione, con la conseguente crescita del numero di non autosufficienti; al basso tasso di natalità, dovuto ad una serie di fattori tra cui la difficoltà di conciliazione degli spazi di vita con quelli del lavoro; al fenomeno migratorio ed alle conseguenze che esso comporta sul versante delle politiche e delle azioni per l’integrazione.
Visione complessiva del welfare, dall’elemento soggettivo alla presa in carico collettiva. Uno degli elemento fondanti del nostro welfare è che i soggetti si fanno carico di superare la logica dell’individuo come attore passivo, e quindi isolabile ed isolato, trasformandolo in “compartecipatore” ad azioni collettive di presa in carico delle fragilità, sia sul fronte sociosanitario, educativo, assistenziale sia su quello dell’inserimento lavorativo. Al contempo, tale logica si fa carico anche di rompere l’isolamento del sistema pubblico, sempre più in difficoltà nel “ri-tarare” le proprie risposte di welfare alle nuove esigenze di complessità che provengono dai cambiamenti demografici e sociali.
Tale logica trasforma quindi la persona da “centro di costo” a produttore di utile (si pensi agli inserimenti lavorativi nelle cooperative di tipo b) o assume una centralità grazie ai servizi erogati dalla cooperazione sociale, centralità che non risponde solo a desiderata di carattere. Ne discendono alcune scelte tecniche consequenziali in grado di liberare le energie sussidiarie di coloro che sono impegnati nel welfare e di garantire la tenuta delle reti di tutela delle persone in difficoltà attraverso misure “responsabilizzanti ed al contempo coinvolgenti” ed in grado di contenere i costi ed incrementare i benefici.
Sempre più abbiamo bisogno di una visione complessiva di riordino del welfare, capace di rinsaldare i legami degli attori nel territorio dentro un progetto comune e di evitare che gli stessi si trasformino in capsule separate, ciascuna lontana ed isolata. Per questo, abbiamo iniziato una riflessione che vorrebbe portare alla elaborazione di un piccolo decalogo di proposte per il “Secondo Welfare”.
1. Programmazione delle politiche sociali per ridurre le diseguaglianze. E’ necessario uscire da una logica emergenziale per entrare in una fase di programmazione che permetta di avviare politiche, investimenti e progetti in una logica di innovazione, stabilità e certezza degli impegni presi verso i cittadini. Offrire ad essi soluzioni trasversali rispetto alla sfera di bisogno di ogni persona, sostenibili, superando la visione di un welfare riparatore. La spesa pubblica deve essere una leva (anche introducendo elementi di equità e giustizia nella fiscalità) per ridurre le diseguaglianze a tutti i livelli (geografiche, di reddito, di genere, tra le generazioni) e soprattutto per permettere a tutti di accedere alle opportunità.
2. La rete dei servizi. Oggi, confrontando il sistema italiano con quello degli altri Stati, la principale differenza è la fragilità della rete dei servizi. Non ha senso smantellare un sistema di welfare per dover ricostruire una rete di servizi. In questi anni, la cooperazione sociale è stata uno degli attori principali dell’infrastrutturazione del welfare territoriale, da valorizzare modellizzando le buone prassi, in un’ottica di riallocazione e rigenerazione delle risorse.
3. Riallocazione e riqualificazione della spesa. Con i costi di un giorno di ricovero, si potrebbero finanziare almeno 15 giorni di assistenza domiciliare. Spostare l’1% delle risorse dalla sanità al sociale, permetterebbe di garantire i servizi territoriali, rispondendo alle esigenze di welfare leggero attualmente disattese, una risposta più efficace ai bisogni dei cittadini. Ricoveri e “codici bianchi” al Pronto Soccorso possono essere immediatamente ridotti attraverso adeguati supporti territoriali. Sono necessarie azioni volte alla prevenzione per diminuire i numero dei ricoveri, di quelli impropri, in particolare.
Inoltre, bisogna intervenire sulla forte variabilità in termini di qualità ed efficienza della spesa pubblica. Per spendere meglio e riqualificare la spesa pubblica, è determinante il coinvolgimento della cooperazione sociale che ha dimostrato affidabilità in termini di efficacia nelle risposte ai bisogni ed efficienza gestionale, puntando sull’innovazione sociale.
4. Diritti e politiche sociali. I processi di selettività che caratterizzano l’evoluzione delle politiche sociali vanno sostenuti per aumentare l’efficienza della spesa, ma devono essere anche accompagnati dalla capacità di individuare le persone ed i gruppi sociali che si trovano in condizione di essere aiutati o supportati in un percorso di emancipazione, sia economica che sociale. Per questo è necessario garantire i Livelli Essenziali di Assistenza, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. La marcata differenziazione e disomogeneità dei sistemi di welfare nelle Regioni, deve essere una questione da affrontare prioritariamente, soprattutto negli scenari federalisti.
5. Non autosufficienza e sistema dei servizi. Oggi l’offerta di assistenza per non autosufficienti poggia essenzialmente su due colonne portanti: le erogazioni monetarie votate a essere la fonte primaria del welfare fai-da-te, quello del mercato sommerso delle assistenti familiari, e la rete dei servizi territoriali ancora sotto dotata. C’è il rischio che l’assistenza si concentri verso le situazioni più gravi, riducendo i contenuti più propriamente sociali di accompagnamento, promozionali, preventivi, ambientali, di comunità. Serve una vera ristrutturazione della spesa sociale:
 per riformare le erogazioni monetarie nazionali di tipo sociale, superandone i crescenti limiti;
 per rafforzare un sistema dei servizi penalizzato in Italia a favore dei trasferimenti economici;
 per qualificare in modo non episodico il lavoro privato di cura.
Un processo nella prospettiva di puntare soprattutto sulla domiciliarità, anche attraverso i meccanismi spontanei, sulle dinamiche di mutualità e sulle economie di scala che possono efficacemente regolare il mercato privato di offerta dei servizi.
6. Il sostegno alle famiglie. Sulle famiglie si scaricano le inefficienze del sistema: se non a parole, il sostegno concreto è mancato. Nel contesto familiare, il sacrificio più grande grava spesso sulle donne. Bisogna rafforzare le capacità di spesa attraverso detrazioni più incisive di quelle già previste per i costi sostenuti dalle famiglie per l’acquisto di beni e servizi resi da organizzazioni senza scopo di lucro, connessi con le necessità familiari ad elevata rilevanza sociale e educativa. Attraverso questo meccanismo, si potrebbe far emergere manodopera non regolare e, conseguentemente, portare risorse alla fiscalità e permettere la creazione di meccanismi di aggregazione della domanda e di promozione dell’offerta di servizi sociosanitari ed educativi.
7. La cura dei beni comuni. La produzione di beni comuni può essere garantita in modo più efficiente da istituzioni collettive non profit e multistakeholder: un mutualismo sull’uso delle risorse, valutando più idonea la titolarità di soggetti radicati a livello territoriale che operano sulla base di relazioni di prossimità, capaci di mobilitare il capitale sociale delle comunità. Organizzazioni private con finalità pubbliche, realmente partecipate e radicate nel territorio, che hanno come obiettivo l’interesse generale, possono essere uno strumento importante per la gestione dei beni comuni. La produzione di beni comuni, infatti, deve servire a creare valore condiviso, che veda la crescita sociale come un obiettivo centrale e non ancillare, dove il profitto è strumento e non scopo.
8. Il welfare integrativo e le risorse dei privati. I tre pilastri del welfare integrativo nella formazione professionale, nelle pensioni e nella sanità, improntati alla bilateralità, devono essere oggetto anche di un impegno più netto da parte delle istituzioni, in termini di incentivazione e promozione, per garantire l’equità generazionale e sociale oltre la sostenibilità finanziaria del sistema. Anche nell’assistenza, è possibile utilizzare al meglio le risorse che già oggi spendono i privati, facendole convergere in un sistema organizzato che razionalizzi il sistema di offerta.
9. Un patto intergenerazionale. La crisi, soprattutto a livello dell’occupazione, sta ripercuotendo i propri effetti sui giovani. Anche a livello motivazionale, gli effetti non sono indifferenti: un giovane su tre in Italia non studia e non lavora. La bassa tutela delle giovani generazioni a tutti i livelli (accesso al mercato del lavoro e tutele, prospettive pensionistiche, ecc.) è un punto fondamentale su cui intervenire per riequilibrare il sistema. E’ necessario ingaggiare le giovani generazioni con proposte che permettano di mettere in circolo forze, passioni ed idee. Anche la riforma avviata sul servizio civile, può essere un’occasione per offrire nuove opportunità di partecipazione e cittadinanza attiva.
10. La sussidiarietà fiscale . L’iter del federalismo fiscale ha sicuramente bisogno di strumenti di vera sussidiarietà. In particolare, è indispensabile adottare due misure che vanno in questa direzione. Si tratta di misure che aiutano a mobilitare e raccogliere risorse private per metterle a fini di pubblica utilità, contribuendo a cofinanziare progetti di welfare nati spontaneamente dal basso:
1. Rendere stabile il 5 per mille, con una formulazione dell’articolato che valorizzi il Terzo Settore, renda le procedure certe nelle modalità e nei tempi di erogazione.
2. Razionalizzare, semplificare ed incrementare le agevolazioni fiscali per le erogazioni liberali dei privati e delle imprese agli enti non commerciali ed alle Onlus, a partire dalla previsione dell’articolo 14 del decreto 14 marzo 2005, n. 35 (cosiddetta “più dai meno versi”). Oggi esistono ben 19 disposizioni agevolative. Ne basterebbe una. Grazie.

LORENZO MALAGOLA:
Grazie al dottor Guerini che ha fatto un manifesto per toccare tutti i punti che sono all’ordine del giorno. Mi preme sottolineare un punto sintetico, anche come Governo: è il tempo delle scelte e la crisi, innanzitutto in queste settimane, ci richiederà di farne tante. Ieri è uscito un titolo di giornale allarmistico, falso: non intendiamo toccare le agevolazioni fiscali per la cooperazione, non è questa l’intenzione del Ministro Sacconi, del Ministro Tremonti. Colgo l’occasione per dirlo pubblicamente. Ad Andrea Olivero chiedo di toccare nel suo intervento un aspetto, in particolare. Forse tu, Andrea, hai più di tutti noi sott’occhio la situazione dell’associazionismo italiano: grazie al ruolo di portavoce del Forum, incontri molte realtà di diverso tipo che operano in ambiti differenti. Visto che Giuseppe ha citato il rapporto Stato-non profit, vorrei chiederti a che punto è l’associazionismo, dove vuole andare, in cosa si riconosce, qual è la sfida che sente di portare per il bene comune.

ANDREA OLIVERO:
Grazie per questa provocazione, per questa serata così importante, in un momento per certi versi, difficile, drammatico ma anche di scelte, quindi appassionante. Parto da una prima considerazione: dove sta il cuore delle organizzazioni sociali italiane, del mondo dell’associazionismo e del volontariato? Perché noi siamo appassionati, interessati a difendere il modello di welfare, a cercare di dare continuità al welfare, non certo perché siamo difensori del welfare State, anzi, siamo stati tra quanti hanno contestato in questi decenni il modello di welfare State che è andato costituendosi. Perché abbiamo chiesto, fin da tempi lontani, più partecipazione, più flessibilità, più corresponsabilità, per quanto riguarda il modello di welfare. Siamo stati tra coloro che hanno promosso la petizione, per fortuna andata in questo caso a buon fine – la politica era evidentemente meno soda, in quel tempo -, per introdurre il principio di sussidiarietà in Costituzione, per fare sì che dalla Costituzione entrasse anche nella vita autentica del Paese. Siamo tra coloro che hanno chiesto un cambiamento nella gestione delle politiche sociali: la legge 328, certamente incompleta, con tanti limiti, oggi lo vediamo diffusamente, che comunque nasceva nell’intento delle organizzazioni sociali che ci hanno creduto, proprio in questa prospettiva di un welfare differente. Eppure, con tutte le criticità che abbiamo visto fin dall’origine, siamo assertori della necessità di considerare il welfare un valore per le nostre organizzazioni e per le nostre società. Perché io credo che vivere in un Paese in cui una persona possa avere la possibilità di essere operata, in cui ci sia l’assistenza sanitaria gratuita per tutti, sia un valore civico, connesso al mio sentirmi cittadino, al sentirmi fiero di essere cittadino di questo Paese. Perché il vedere una garanzia di tipo universalistico rispetto ad alcune fondamentali questioni riguardanti la vita e la dignità della persona, è per me un fondante, un elemento che in qualche modo ritengo di dover salvaguardare.
Ed è proprio in questa ottica di voler salvaguardare quello che abbiamo costruito nel tempo e quello che è figlio del meglio delle culture sociali del nostro Paese – la mostra dei 150 anni, per chi non l’avesse vista, ce lo spiega in maniera precisa, cioè la grande cultura solidale cattolica nata dalle opere sociali nel XIX° secolo, e la cultura di una sinistra socialista che ha giocato tutto sul mutualismo, finalizzato a creare coesione sociale fra le persone – che è nato un modello di welfare che ha risentito certamente delle ideologie del XX° secolo, e anch’esso è diventato assistenzialista, statalista, senza dubbio, ma forse meno che in altri luoghi del nostro continente europeo.
Non siamo andati nella deriva del modello anglosassone che ha lasciato, in molti casi, le persone sole con se stesse né siamo andati dietro a modelli iper assistenzialistici che hanno portato veramente alla negazione della libertà della persona, andandola ad accompagnare in maniera eccessiva nei suoi processi, e quindi mortificandola rispetto alla sua libertà. Questo modello non funziona, così com’è, bisogna modificarlo per far sì che possa, in qualche misura, nella sua essenza positiva che rimane un grande valore comune, essere traghettato in questo nostro XXI° secolo, anche oltre la crisi che stiamo passando, crisi che ci ha messo sotto gli occhi il fatto che comunque vi era un grande valore, in questo modello. La coesione sociale che si è mantenuta in Italia, nonostante che i fondamentali del nostro Paese non fossero eccezionali, anche come redistribuzione del reddito, è in larga fetta derivata da un modello di welfare che ha tenuto e a quello che, intorno a questo modello di welfare, si è creato nella società italiana, grazie alle molte organizzazioni sociali.
Certo, noi vogliamo che del welfare, che abbiamo ereditato dai nostri padri, non tutto rimanga ma rimangano alcune cose essenziali. Innanzitutto, è già stato giustamente detto da Beppe Guerini, poco fa, noi chiediamo e ci stiamo impegnando a lavorare perché si passi da un modello di tipo risarcitorio – il modello degli assegni, il modello che riguarda il grande sforzo che lo Stato fa nel ridistribuire risorse ed è oggetto di una delega specifica del Governo, la riforma socio-assistenziale, cioè la riforma di tutto questo sistema di ridistribuzione – a un welfare promozionale, cioè un welfare che non porti le persone, perché protette, a non sentirsi più soggetti attivi, liberi e anche in qualche modo responsabili del proprio percorso di vita. Un welfare che, al contrario, garantisca ogni persona che scommette su se stessa che non sarà lasciata del tutto sola. Guardate, questo è un passaggio culturale di non poco conto, ma è fondamentale in un Paese in cui è l’intraprendere il vero assente. È il rischiare, il correre il rischio dell’avventura, della propria vita personale e anche imprenditoriale, quello che manca. Abbiamo bisogno di un welfare assai più flessibile, cioè capace di andare a modificarsi a seconda delle esigenze delle persone e delle comunità. Abbiamo bisogno di un welfare che non sia più statale ma comunitario, che mantenga questa caratteristica di elemento che unisce le persone. Allora, e vado alla risposta, è importante dire come oggi il Terzo Settore si muove su questi fronti.
Non sempre è una cosa semplice, voglio dirlo con grande schiettezza, non faccio il difensore d’ufficio del Terzo Settore italiano, anche se cerchiamo di rappresentarlo, io insieme a tanti amici che sono qua. Non faccio il difensore d’ufficio perché poi so di avere di fronte una platea che conosce abbastanza bene la realtà, quindi, raccontare le favolette non serve. Il Terzo Settore italiano è molto diversificato, molto presente in tutti i territori, è fatto di tante, tantissime piccole organizzazioni che hanno una grande capacità di dare risposte ai cittadini ma non sempre hanno una uguale capacità di innovare, di mettersi in rete e di saper cogliere i cambiamenti che sono in corso, di dare risposte diverse. Tante volte, il nostro è un mondo che si sclerotizza e, trovata una soluzione, a volte anche per la passione e la genialità di una persona, cerca di ripresentarla in tutte le circostanze. Abbiamo bisogno di innovarci di più di quanto non abbiamo fatto fino ad oggi. E questa crisi, per certi versi, sta immettendo dinamismo nelle nostre organizzazioni sociali e nei nostri modelli collettivi. Il che va bene, è sicuramente una grande fatica, ma va bene. Abbiamo una capacità di dare risposte flessibili ma forse, proprio per questo, dovremmo essere ancora più attenti a cogliere le circostanze diverse ed adattarci, di volta in volta, per essere più significativi. Dobbiamo avere il coraggio di metterci di fronte alla verifica di quello che facciamo. Dobbiamo andare a coinvolgere i nostri concittadini: e qui è il cuore del nostro vero ruolo all’interno del modello di welfare. Sì, perché gran parte delle cose concrete che facciamo – il dare servizi, l’approntare delle modalità di rete in risposta ai territori, persino l’attività di ascolto dei bisogni di un territorio -, pochi la possono fare. Volendo, la politica potrebbe farlo, altri soggetti, in fondo, sarebbero in grado di affrontare una cosa del genere.
Ma c’è un punto sul quale, invece, credo che noi e forse solo noi possiamo agire: fare diventare i cittadini corresponsabili dei processi che si mettono in atto, cioè evidenziare i problemi, molte volte ascoltando, semplicemente cogliendo le necessità che via via affiorano con maggiore rilevanza, e mettendole poi in rete, facendo si che i cittadini si sentano responsabilizzati a trovare da soli delle soluzioni o a concorrere a trovare delle soluzioni. Perché questo è importante? Per un risparmio? Non credo che sia questa la prospettiva dalla quale partire. La riforma socio-assistenziale certamente è stata pensata anche nell’ottica di un’ulteriore sforbiciata ai conti pubblici. Io spero che su questo ci si contenga, nel senso che qualche risparmio lo si può anche fare – non ci strapperemo i capelli-, però, attenzione, con una riforma di questo tipo potremo liberare, generare straordinarie energie, mettere in moto un’economia, nell’ambito del welfare, che per molti versi è rimasta sopita; e dare protagonismo, molto più di quanto non si sia fatto fino ad oggi, alle comunità. Un protagonismo che faccia sì che le comunità scelgano esse stesse quali sono i servizi più importanti per loro. Se l’asilo è fondamentale, devono essere i cittadini a dirlo e ad ottenerlo. Questa è la grande leva su cui dobbiamo muoverci.
A questo riguardo, abbiamo delle rigidità, abbiamo delle fragilità, anche come organizzazione, anche per i numeri – tante organizzazioni in rete sono imponenti ma singolarmente fragili -, però c’è una crescita di consapevolezza del nostro ruolo.
E chiudo. Credo che in questi ultimi anni, a fronte di un arretramento nel welfare pubblico, non sia nata più sussidiarietà. Voglio sfatare anche questo mito, qualcuno ogni tanto lo utilizza. Capisco che ogni tanto in politica possa essere utile perché, quando i soldi mancano, si tenta d tutto. Ecco, togliere il servizio pubblico non porta più sussidiarietà, non è vero che i cittadini il giorno dopo si rimbocchino le maniche e trovino la soluzione. Molte volte, questa situazione scatena semplicemente l’egoismo del più forte, e chi può si arrangia. Quindi, dobbiamo stare attenti a non essere troppo drastici nella soluzione: ma certamente, l’aver visto che quel modello che avevamo in qualche modo vissuto e che era parte ormai integrante della nostra esistenza non c’è più, ha aguzzato l’ingegno.
E le nostre organizzazioni si stanno muovendo. Lo vedo moltissimo nella cooperazione sociale, che è certamente l’avanguardia, il soggetto all’interno del Terzo Settore che più si era cimentato già con i cambiamenti di un mercato diverso. Si stanno muovendo anche lo stesso volontariato e l’associazionismo di promozione sociale, che fatica di più, che in molto casi ha più resistenze, perché all’interno ha più soggetti che in qualche modo erano beneficiari di questo modello di welfare più risarcitorio: e uno ha paura, perché perde l’assegno ma poi, arriveranno i servizi? Capitemi, non è così scontato, non sono paure infondate. Però ci sono, anche qui, movimenti e segnali positivi. Vanno accompagnati e in qualche misura anche guidati, affinché tutti comprendano che non si vuole smantellare ma riformare, che si vuole costruire per avere di nuovo. Mi verrebbe da dire, con una bella frase di Goethe, che quello che noi abbiamo ereditato dai nostri padri, bisogna conquistarlo nuovamente per possederlo davvero. Ecco, credo che per il nostro welfare ci sia bisogno di questo passaggio. Abbiamo ereditato qualcosa che non è male di per sé, anche se ha avuto incrostazioni pesanti. Dobbiamo riconquistarlo per possederlo, e forse per far si che diventi nuovamente uno degli elementi dell’orgoglio della nostra cittadinanza.

LORENZO MALAGOLA:
Grazie, Andrea, anche per questa ultima osservazione che mi sembra centrale e riguarda l’idealità, l’aspetto originario per cui in Italia è nato un sistema di welfare che è comunque unico al mondo per ricchezza, per attenzione ai bisogni, per capacità di risposta – e qui vengo a sollecitare un intervento di Vincenzo Saturni – , in particolare modo sul ruolo del volontariato, cioè sull’esperienza di gratuità di milioni di italiani, e su come questo tipo di esperienza sia sempre più evidentemente legata a una possibilità di sviluppo. Grazie.

VINCENZO SATURNI:
Intanto, ringrazio per l’invito a partecipare a questo importante momento, che si inserisce nella crisi con una notevole lungimiranza, perché la decisione è stata presa qualche mese fa, quando non c’erano ancora situazioni così contingenti. Prima di dare un tentativo di risposta alla sollecitazione del moderatore, volevo dare due contesti perché possano stemperare, visti anche l’orario e l’importanza dell’argomento. E dire che la nostra associazione – di cui non sono qui a fare la storia, ma ci sono un paio di cose che mi sembrano interessanti da sottolineare, perché ci possano aiutare nella riflessione complessiva – è nata nel 1926, a pochi anni dalla grandissima crisi economica che c’è stata negli Stati Uniti nel ’22: possiamo trarre un piccolo parallelismo alla situazione che si sta vivendo a livello internazionale.
L’altra cosa è che siccome qui parliamo del passaggio dall’assistenzialismo alla sussidiarietà vera, concreta, orizzontale, circolare (possiamo darle nomi diversi, a seconda di come vogliamo ripercorrerla), la nostra nascita è da un’intuizione di un medico che ha vissuto un fatto drammatico: era giovane, operava a Milano e purtroppo ha assistito impotente alla morte per emorragia di una donna che aveva appena partorito. Perché non c’era sangue, a quell’epoca solo poche persone che avevano una disponibilità economica rilevante potevano permettersi di avere datori che, a pagamento, mettevano a disposizione il sangue. Questa donna è morta perché non c’era la disponibilità di una cura, cosa che oggi in Italia è impensabile, anche se nel mondo 500.000 donne muoiono ancora di emorragia peripartum, perché manca il sangue. Da noi questa situazione si è risolta. Ma perché faccio questo esempio? Per dire che questo medico – che come molti altri medici, o parenti, conoscenti, ostetriche e quant’altro aveva assistito a situazioni analoghe – è stato l’unico che abbia pensato di fare qualche cosa di più, di rimboccarsi di le maniche, non solo per dare il sangue, ma anche per costruire qualcosa di diverso. Lui è stato il nostro fondatore. Cosa ha pensato? Ha detto: “Dobbiamo fare qualche cosa perché questi fatti non accadano più”. Ha fatto un annuncio sul Corriere della Sera e si sono presentate diciassette persone. Io amo dire che il 17 a noi non porta sfortuna, perché da allora a oggi siamo 3.400 sedi, distribuite su tutto il territorio nazionale e 1.200.000 e passa soci che, periodicamente, si dedicano all’attività della donazione e del volontariato organizzato del sangue. Ripeto: non devo fare la storia dell’AVIS, era per contestualizzare il concetto della sussidiarietà – insito in associazioni di volontariato come la nostra, ma secondo me trasversale -, per come oggi viene rielaborata, reinterpretata, per come la si vuole portare avanti.
Indipendentemente dalle dimensioni numeriche, perché ho realtà che hanno 50-60 soci e altre che ne hanno 15.000, ognuna ha interpretato in modo adeguato l’evoluzione che c’è stata in questi anni. Perché tutti noi sappiamo che la prima cosa che il volontariato fa è intercettare delle esigenze, intercettare i bisogni, cogliere situazioni particolari; dare risposte. Inizialmente, erano risposte materiali e, in parte, anche simboliche, di tipo valoriale, anche solo di vicinanza, di tipo relazionale. Negli anni, però, questa cosa si è modificata, per cui anche il volontariato ha fatto un percorso di crescita notevole. Concordo su quanto diceva Andrea Olivero sul fatto che dobbiamo dare una maggiore flessibilità e cercare formule innovative, perché tante volte, risolto il problema contingente, non si è in grado di dare una risposta aggiuntiva. Però, negli anni, il volontariato è stato in grado di intercettare questi bisogni in tantissimi casi, e addirittura anticipare le risposte che bisognava dare per prevenire. Perché il volontariato non ha solo la cultura della risposta immediata, del “c’è un bisogno, armiamoci e partiamo” – e non “Armiamoci e partite” -, ma anche la capacità di creare fiducia nel tessuto sociale e nel territorio dove opera. Perché noi non dobbiamo preoccuparci solo della crisi economica ma anche di una crisi di valori che spesso sta intorno ad una situazione di crisi economica, perché poi si vanno a innescare dinamiche e situazioni che scivolano in disaffezione al sistema pubblico, disaffezione agli enti deputati a dare delle risposte, disaffezione alla rete del territorio in cui si agisce.
Il volontariato è in grado di fare queste cose perché ha la capacità di essere vicino al problema, di essere sul territorio, di essere radicato. La maggior parte delle nostre organizzazioni di volontariato sono nate su bisogni locali e hanno avuto uno sviluppo locale. Però, la capacità non consiste solo nel dire: “Risolvo quel problema”, ma anche nel coinvolgere i soggetti che sono portatori delle risposte e anche della domanda, per farli autodeterminare ed essere a loro volta portatori di questi beni relazionali. Questo è il passaggio ulteriore che il volontariato è stato in grado di dare negli ultimi anni, il fatto che, oltre alla risposta, è capace di innescare sul territorio una rete di soggetti e di persone e di istituzioni che creano quel famoso capitale sociale che è estremamente importante e non è quantificabile, anche se la recente ricerca presentata il mese scorso da CNEL evidenzia che le risorse investite nel volontariato hanno un fattore di 1 a 11.95, 1 a 12. Un euro investito nel volontariato dà un ritorno positivo di dodici volte tanto.
Questa cosa, secondo me, va sottolineata: e dove ha creato le condizioni migliori? Laddove c’è stata la capacità di interagire direttamente tra i soggetti del volontariato e chi è deputato a costruire le politiche sociali, quindi a creare quelle condizioni che qualcuno chiama polis diffusa di comunità sul territorio. Se noi siamo in grado di portare avanti situazioni nelle quali il volontariato è compartecipe perché portatore di valori, è portatore della capacità di intercettare i bisogni, insieme agli enti che sono deputati per la loro parte a dare risposte, il risultato è sicuramente migliore. Apparentemente, uno potrebbe pensare che nelle realtà dove ci sono servizi che funzionano meno, ci sono più attività di volontariato, o il volontariato è meglio organizzato. Ma se si va a fare un’analisi puntuale non è così, perché laddove i servizi funzionano meglio, c’è una capacità di attrazione e di valorizzazione dell’attività del volontariato presente sul territorio per cui il volontariato viene visto come quel valore aggiunto che è in grado di dare qualcosa in più alla risposta dei servizi che essi vogliono portare avanti. Quindi, il ruolo del volontariato diventerà sempre più strategico nella costruzione di un nuovo sistema di welfare, perché in questi anni di esperienza ho letto, partecipato, contribuito anche in altri settori, nei centri di servizio e quant’altro. Se consideriamo questi assiomi il DNA del volontariato, l’elemento fondamentale, la capacità di essere vicini ai problemi, e di avere però una visione, una risposta di interesse più generale, contamino il sistema per aumentare il benessere, migliorare la qualità della vita. Se facciamo questo percorso, l’interlocuzione che abbiamo con i decisori con i quali dobbiamo confrontarci danno risultati significativi.
In ambito sanitario più ampio, sappiamo che ci sono stati diversi passaggi anche normativi: la famosa riforma 833 del 1978, poi il decreto legislativo 502 del ’92; la 229 del ’99. Hanno previsto tutti che ci fosse una compartecipazione diretta del mondo del volontariato e dei cittadini, per costruire risposte efficaci a un bisogno (in quel caso, ovviamente, prevalentemente sanitario). Se estrapoliamo ciò a un discorso più ampio, sicuramente si creeranno le condizioni per far sì che la risposta ai cittadini sia di massima efficienza, di massima risposta, con una capacità di contenere le spese. Perché noi non dobbiamo pensare che il volontariato venga considerato come un sistema per avere risposte positive immediate a un costo inferiore. Dobbiamo costruire, insieme al volontariato, le politiche. E, se quello che abbiamo detto è vero, investire insieme nella costruzione di un nuovo welfare che tenga conto della distribuzione sul territorio delle varie e differenti competenze.
Ultimo passaggio, perché poi ci potrebbe essere qualche interlocuzione dal pubblico. Se dobbiamo ricostruire il welfare, il volontariato c’è, è disponibile, pronto a confrontarsi col fatto di costruire insieme le politiche sociali. Probabilmente bisognerà mettere mano anche alle normative che ci sono: la 266, per citare ovviamente la norma di riferimento, alcuni passaggi della quale non hanno più un’attualità, dopo il tema della sussidiarietà: l’articolo 118, l’articolo V° e quant’altro. Non rappresento il mondo del volontariato, rappresento però una rete di associazioni sul territorio che mi sembra significativa: quindi mi metto a disposizione come associazione, per contribuire a un piano di lavoro che veda il cittadino al centro dell’autodeterminazione, per dare una risposta che effettivamente sia in grado di offrire alle generazioni future un welfare adeguato.

LORENZO MALAGOLA:
Grazie a Vincenzo Saturni per la disponibilità a lavorare insieme, non mancheremo di coglierla. Monica Poletto, per la tua profonda conoscenza di questi temi a livello tecnico, sai che oggi ci sono una serie di dossier aperti: riforma del fisco, riforma assistenziale, riforma del Libro I, l’anno scorso ne abbiamo parlato qui al Meeting. Quali le priorità, a tuo avviso, per concretizzare questo nuovo welfare?

MONICA POLETTO:
Grazie, Lorenzo, ringrazio tutti voi e cercherò di essere breve, perché vedo che come sempre andiamo un po’ lunghi. Voglio fare una premessa su questo incontro e su di noi che partecipiamo ai tavoli, perché mi colpisce una cosa del rapporto con Lorenzo e con altri amici e capi di importantissime associazioni, numericamente più importanti della mia, che c’è un rapporto vero, che veramente stiamo cercando di capire cosa si può fare. Non è retorica, non vedo un tentativo di difendere spazi e diritti acquisiti. Questo mi colpisce molto, perché è un momento difficile. Oggettivamente tutti noi siamo nati e cresciuti in un certo sistema che ci sta facendo vedere da tutte le parti che non può più funzionare. Un sistema innanzitutto economico che non funziona più: gli indicatori economici non sono in grado di dirci che cosa stia succedendo, non si capisce perché la borsa vada giù e poi su. A posteriori, si danno sempre certi tipi di indicazione: “forse è stato per questo o quello”. Però stanno succedendo cose che sono più grandi di noi.
Allora, a fronte di tutto questo, si capisce che la cosa fondamentale è non sbagliare metodo. Mi accorgo che tutte le volte che abbiamo a che fare con problemi che non sappiamo risolvere perché non li abbiamo mai visti, non dobbiamo sbagliare metodo. Mi accorgo che il metodo ha alcune caratteristiche: presuppone innanzitutto di conoscere i termini del problema. E’ molto difficile che io mi butti a cercare di risolvere un problema se ho presente due fattori su quindici. In questo momento è importante che decidiamo di guardare i termini del problema. Mi sono arrabbiata moltissimo per la manovra fiscale, non perché tagliava ma perché non puoi fare 49 pagine di tagli uguali. Perché non ha senso. Non puoi trattare allo stesso modo – come diceva ieri l’on. Toccafondi che è stato tanto applaudito, anche per la simpatia – il gatto dal veterinario e mio figlio all’asilo. Non puoi trattarli allo stesso modo perché non è giusto. Preferirei una politica che dice: “Preferisco il gatto”. Almeno sceglie, e io posso dire: “Guarda, non sono proprio d’accordo, non ti voto più perché voglio quello che preferisce l’asilo”. Però, scegli!. Per scegliere, occorre conoscere quello che c’è.
Nel mio piccolissimo, ho visto alcune cose: le poche cose che voglio dire nascono da quel che ho visto. Non si può dire tutto stasera, magari poi faccio un accenno alla delega assistenziale, che ci piace tanto, così chiudiamo in positività. Però le cose che sto vedendo nell’esperienza breve di presidente della CdO Opere Sociali – che è numericamente contenuta e qualitativamente elevata – sono realtà e di opere tendenzialmente molto giovani rispetto al panorama italiano, per cui mi capita di incontrare realtà importantissime che sono anche qui al Meeting, capendo che noi siamo nel solco di una realtà che ci precede e ci supera. Un mese fa ho avuto l’onore di andare a visitare la Misericordia di Firenze, ed ero veramente ammirata, come entrando in una cattedrale. Perciò vedo una realtà estremamente variegata, molto difficilmente tipicizzabile, che ha un punto di estremo interesse: visto il bisogno, inventata la soluzione. Questo è oggettivamente il motore dell’Italia, ed è stato spessissimo ciò che ha permesso la strutturazione di servizi stabili. Se questo viene in qualche modo compromesso, tra dieci anni siamo qui a piangere. Ogni sistema di welfare deve inchinarsi al fatto che un signore a cui muore una paziente perché non ha il sangue,. possa mettere un avviso sul Corriere e fare una cosa per cui oggi ha un milione e mezzo di persone che donano il sangue.
Non lo dico in modo retorico ma perché mi sono accorta che in tante politiche sociali, con il desiderio di mettere a sistema, si impedisce la nascita del nuovo: questo non deve mai succedere. Ci deve essere un’autorizzazione, devi essere nella rete dei servizi pubblici locali, ma anche con desiderio e buona volontà di collaborare e stare assieme: ok, io collaboro ma prima fammi esistere.
Per cui, la prima cosa che dico, qual è? Libertà. Mi ha colpito Beppe che oggi ha citato Draghi quando diceva che lui stesso si è reso conto che il sistema sociale italiano ha tenuto: tutti hanno detto, con grandissimo stupore, che il sistema sociale italiano ha tenuto nella crisi. Effettivamente, è giusto stupirci, però sarebbe ancora più interessante provare a guardare perché, prima di pensare a riformarlo senza conoscerlo. Dico una seconda cosa: mi ha colpito molto l’accenno che è stato fatto sulla questione dell’assistenzialismo, perché su questo dobbiamo tutti fare un vero esame di coscienza. L’assistenzialismo è la strada più facile, è sempre la strada più facile, però è una strada che distrugge un sistema sociale perché distrugge le persone. Un sistema sociale è sempre in qualche modo espressione di una concezione dell’io: se ho una concezione dell’io incapace di perseguire il proprio bene, di un uomo strutturalmente non libero, lo assisto.
Quante volte tra di noi ci richiamiamo al fatto che si porta il pacco alla famiglia per dare una mano ma che glielo si porta innanzitutto dicendo: “Io ti do una mano, innanzitutto per dirti che sono con te – la solitudine schiaccia -, però sei tu che sei libero e responsabile di fronte al tuo bisogno, cosa si può fare per aiutarti a perseguire questa risposta?”. Questa mossa, tante volte non c’è, in un certo modo di intendere il non profit, in un certo modo di intendere un certo assistenzialismo. Perché è più comodo e, paradossalmente, più gratificante avere quello che ti dice: “Grazie di esistere”. Ma alla fine non compie te e non compie lui. Secondo me, su questo dobbiamo darci una mano: è bellissimo il richiamo alla responsabilità, un richiamo che deve evidentemente coinvolgere tutti, anche perché, oltre a distruggerci umanamente, non la sfanghiamo. Per questa ragione, evidentemente, con tutte le attenzioni alle asimmetrie informative, con tutte le attenzioni del mondo, iniziamo a pensare che magari la gente può scegliere. Certi servizi fatti malissimo, che costano tantissimo, che ci troviamo sul groppone e che dobbiamo scegliere, mettiamoli un po’ in concorrenza: magari veramente si possono ottenere risparmi importanti.
Tutti i distinguo che ho fatto sono a livello generico, evidentemente, ci sono distinguo più importanti su cui bisogna mettere la testa e aiutarci. Però, che il criterio della libertà innanzitutto sia una cosa che prioritariamente guardo, è molto importante. L’altra cosa: non è che perché sono non profit sono buone, non è perché faccio le cose volontariamente, che le faccio bene. Volontariamente posso decidere di uccidere tutta la platea, non è una buona azione. Questo è molto importante, perché invece, nel dibatto italiano, il volontario – chiunque sia – è buono. Ma non è vero. Io volontariamente posso fare un’azione grandiosa o una ciofeca. Allora, dobbiamo poter valutare, è importantissimo. Cito sempre il mio amico Silvio Cattarina, è diventato il mio vate quando mi ha detto questa cosa (banalissima): che lui ha una comunità di recupero di tossicodipendenti con delle percentuali di recupero eccezionali, cioè i ragazzi che escono di lì tendenzialmente non si drogano più, vanno a scuola o a lavorare. Nessuno gli ha mai chiesto cosa fanno i suoi ragazzi dopo. In tutte le carte che lui compila, nessuno gli chiede se è efficace. Evidentemente, bisogna spostare i controlli dall’ex ante all’ex post. L’ex ante ci riempie di carta e di formalismi, l’ex post ci costringe a valutare l’efficacia, e noi vogliamo essere valutati sull’efficacia.
Finirei su una cosa che non dico solo all’ente pubblico ma a noi: i soldi e le persone. Bernhard Scholz, in una recente scuola di opere che abbiamo fatto, ci ricordava la frase di Madre Teresa di Calcutta che diceva: “Se Dio non ti dà i soldi per fare un’opera, vuol dire che non ha bisogno di te”. Iniziamo a essere realisti: interroghiamoci sull’efficacia. Veramente stiamo rispondendo a un bisogno o stiamo rispondendo a un bisogno di far qualcosa io? Una seria valutazione aiuta tutti. L’altra cosa che mi viene da dire è che c’è un problema serio, la normativa italiana sul non profit sembra i Quartieri Spagnoli di Napoli: è nata con tutta una serie di sovrapposizioni per cui adesso non vedi più il cielo. C’è un Codice Civile del ’42 che nasce su un presupposto che adesso non c’è più: la distinzione tra impresa e persona, tra Libro I e Libro V. Adesso è evidente che ci sono realtà di carattere personale che fanno attività di impresa. Lo sanno tutti, ogni tanto qualcuno dice che non è vero ma è vero. Senza toccare il Libro V, si è intervenuti con tantissime leggi speciali che sono state importantissime: ONLUS, Associazioni di Promozione Sociale, di Volontariato, tutte cose importantissime che non vanno ritoccate senza essere conosciute, attenzione, perché se no si fa un disastro. Però, allo stesso tempo, mi veniva in mente che il nostro sistema di legislazione è pensato sull’idea che a farsi carico della persona è lo Stato. Il singolo ente si fa carico di singoli pezzi: se faccio la ONLUS, posso fare l’assistenza. Poi, però, se devo far lavorare il ragazzo, devo fare la cooperativa sociale. Se invece devo formarlo, devo fare quella di tipo A. Se voglio farlo giocare a pallone, devo fare l’associazione sportiva dilettantistica, sennò non mi assicurano i ragazzi. Se poi devo aprire un circolino, devo avere l’APS, ma se i volontari eccedono un certo numero devo avere anche l’associazione di volontariato.
Faccio ridere, ma Alessandro ci può dire che ha sette soggetti che si chiamano Cometa perché, per fare fondamentalmente la stessa cosa, devi avere tantissimi soggetti. Sono cose diverse però, a volte, con gli stessi ragazzi e gli stessi operatori, impazzendo a livello contabile: dobbiamo tirare su dei castelli per poter fare una presa in carico complessiva della persona. La persona che ha bisogno di essere educata, di andare a scuola, di giocare a pallone e di andare in piscina. Una semplificazione è una diminuzione di costi, almeno come abbattimento di tasse, perché: quanti tipi di controlli ci sono? Se uno dice questo, sembra che non voglia essere controllato, non è vero. Bisogna evidentemente armonizzare. Da questo punto di vista, un intervento a livello fiscale, un intervento a livello assistenziale deve avere la tensione ad andare verso una semplificazione dei soggetti che sono in campo, cercando di capire veramente chi sono, che cosa fanno e come si può impedire che nascano certi mostri. Che almeno le singole leggi istitutive si parlino!
Ho parlato tantissimo e mi scuso. Voglio dire solo una cosa sulla delega assistenziale, perché c’è un pezzo che è bellissimo, quasi poetico, ve lo leggo, è l’Articolo 10, Comma 1, numero 4B. Vi si dice che questo nuovo sistema di welfare deve favorire la libertà di scelta dell’utente, diffondere l’assistenza domiciliare – qua si capisce le tante ragioni di bilancio -, finanziare prioritariamente le iniziative di interventi sociali attuati sussidiariamente, via volontariato non profit (che non è un termine giuridico), ONLUS, Cooperative, Imprese Sociali, quali organizzazioni con finalità sociali, “quando rispetto agli interventi diretti dell’ente pubblico sussistano i requisiti di efficacia e di convenienza economica in considerazione dei risultati”. Cosa mi dicono? Vai avanti tu, però dimostrami che sei meglio. Noi vogliamo poter dimostrare che siamo meglio e vogliamo anche poter andare avanti. Grazie.

LORENZO MALAGOLA:
Sottosegretario, tante sono state le sollecitazioni, dall’aspetto normativo a quello finanziario a quello del rapporto tra Stato e società civile. A lei alcune considerazioni.

NELLO MUSUMECI:
Grazie, parlare per ultimo ha sempre un doppio svantaggio, quello di parlare a un pubblico stanco – e quindi avete tutta la mia comprensione, considerazione e giustificazione se qualcuno di voi pensasse di doversi allontanare – e che molte cose sono state già dette, si corre il rischio di doverle ripetere. Cercherò di essere sintetico, avvertendovi subito che non ho la vocazione al martirio e quindi, sapendo già che parlando per ultimo, da rappresentante del Governo, sarei stato destinatario di una serie di sollecitazioni, provocazioni e richieste che naturalmente non possono avere tutte una risposta. Ma mi fermo ad alcune considerazioni generali, anche perché lo stato d’animo con il quale sono venuto qui stasera – è un onore per me, la prima volta al Meeting di Rimini, ringrazio l’organizzazione per avermi invitato – mi consente soprattutto di ascoltare le esperienze di chi vive ogni giorno sulla trincea della sofferenza, perché la politica deve smetterla di essere presuntuosa, la politica deve smettere di sapere tutto di tutti, deve ogni tanto sapere ascoltare, con grande umiltà.
Non sappiamo se siamo nella Terza Repubblica o se ci stiamo andando. Dal Parlamento sono scomparse due grandi ideologie che avevano caratterizzato la società del ’900. Il mondo sta cambiando, siamo nell’era di Internet e della multimedialità, è normale che cambi anche il welfare. Io non trovo nulla di strano nel dovere affrontare un processo di cambiamento che, proprio per essere molteplice, proprio per avere al centro l’essere umano, diventa lento ma inesorabile. Anche perché, se mi consentite, il diritto alla salute, prima di essere un diritto istituzionale, è un diritto fisiologico, ed è normale quindi che ogni classe dirigente si faccia carico di questo peso, di questa responsabilità. L’importante è che lo faccia senza alimentare illusioni, l’importante è che lo faccia senza pregiudizi, l’importante è che in questo processo decisionale sappia attivare il meccanismo della concertazione, che consente a tutti i soggetti che lavorano in questo settore di dire la propria esperienza, di dare il proprio contributo perché alla fine, nel crogiuolo generale della critica, possa emergere il modello vincente, il progetto vincente.
Perdonate la mia provocazione, ma siamo davvero convinti che l’unico grande problema del nuovo welfare in Italia, dall’assistenzialismo alla sussidiarietà, sia il problema economico, finanziario? Perdonate la mia impopolarità, ma io vi dico che non la penso così. E’ un problema essenziale, quello del denaro, ma non è il solo problema. Altrimenti qualcuno mi dovrebbe spiegare perché il Sud Italia continua ad essere una delle regioni più arretrate d’Europa. E nessuno può dire a me, meridionale di Sicilia, che nel Sud Italia non siano arrivate le risorse finanziarie. Quarant’anni di Cassa Mezzogiorno, vent’anni di agenzia speciale, i fondi strutturali: eppure il Sud continua a restare ai margini dell’Europa. Qual è allora il problema? Il problema è non soltanto la risorsa umana, ma anche il modello organizzativo che consente alla risorsa umana di essere investita e di diventare produttiva.
In questo senso, vorrei condividere con voi una sorta di speranza. Propongo se volete di iscriverci tutti al partito dell’ottimismo, senza il quale ogni cosa diventa difficile. E debbo dire, con assoluta onestà, che questa sera mi trovo in compagnia di persone autorevolissime, che hanno improntato i loro interventi ad ottimismo, alla concreta possibilità che davvero questa fase di transizione da un modello organizzato del welfare ad un altro modello, possa essere organizzata e realizzata con il concorso di tutti. Se ai problemi economici e di modello organizzativo aggiungiamo anche i problemi etici e morali, il decadimento, la famiglia che è saltata, i giovani che non hanno valori, in buona parte, per fortuna non del tutto, la caduta di riferimenti che apparivano certi fino a qualche tempo fa, beh, è facile immaginare come il legislatore, l’uomo di Governo da una parte, e gli operatori del Terzo Settore dall’altra, abbiano obbiettive difficoltà. Allora tutti assieme, su questo carro delle grandi difficoltà, abbiamo il dovere di spingere o, come si dice da noi in Sicilia, abbiamo il dovere di “mettere la spalla sotto il Santo”. Eh sì, perché, nei nostri paesi, tutti vorrebbero che il Santo patrono passasse sotto il balcone, ma al momento in cui bisogna alzare il percolo e metterlo in spalla, nessuno si fa avanti, e allora il Santo non passa. Se vogliamo che il Santo passi sotto il nostro balcone, mettiamoci la spalla sotto, ognuno con le proprie possibilità.
Certo, c’è da capire come sostituire un modello che per tanti anni, per oltre un secolo, ha visto lo Stato detentore del diritto e dovere di assicurare la salute ai cittadini. Adesso, lo Stato, la detenzione di questo potere non l’ha più, non l’ha del tutto, adesso c’è il privato che si fa avanti, che persegue scopo di lucro e c’è il privato, invece, che lo scopo di lucro non lo persegue. E abbiamo tre soggetti: lo Stato, il mercato e il Terzo Settore, che assieme debbono trovare un motivo di sintesi per inventare un nuovo modello che deve fare i conti con una coperta che è cortissima e che non si può allungare, perché subito arriva l’Europa con la forbice e te la taglia, la coperta. E ti dice: ti devi adeguare alle altre potenze economiche europee, se di potenze economiche ancora si può parlare. Quindi, io sono d’accordo sul fatto che bisognerà cominciare a rivedere alcuni contesti normativi, la legge quadro sugli enti del Terzo Settore, per esempio, va fatta e presto, per capire se e come vogliamo andare oltre la dicotomia fra pubblico e privato, e diffondere fra i cittadini, che sono i protagonisti di questo processo, la pratica della reciprocità, che diventa sempre più difficile.
Abbiamo il dovere di legiferare per vedere quali siano le carenze dell’ordinamento e delle leggi che, dal ’91, a cominciare dalla 266 fino ad arrivare al 2000, hanno caratterizzato questo mondo, dando un contesto normativo che appare contraddittorio per alcuni aspetti, ripetitivo per altri, lacunoso per altri ancora. Occorre disciplinare i rapporti tra le organizzazioni e le istituzioni private e fra le istituzioni private e le istituzioni pubbliche, la semplificazione amministrativa, lo snellimento delle procedure, tenendo conto delle differenze fra piccole e grandi organizzazioni. Ma c’è anche – dicevo, e lo diceva anche il Presidente dell’Avis – un problema di carenza di valori. Dobbiamo neutralizzare – facendo ognuno la nostra parte – gli effetti antisociali del comportamento economico, dobbiamo sostenere e assecondare cioè i bisogni relazionali, non solo quelli materiali e immateriali, che sembrano attrarre maggiormente l’interesse e l’attenzione. Dobbiamo riaffermare l’importanza e il primato dell’uomo sull’impresa, e poi l’importanza della politica sull’economia e l’importanza e la supremazia della solidarietà sul profitto.
Non è solo un problema di denaro, che c’è, ed è devastante, non è solo un problema normativo; è anche un problema culturale, perché quando parliamo di impegno sociale non possiamo non parlare di etica che si costruisce sui valori della responsabilità, che è una materia che nessuno insegna a scuola, che si apprende nella società, nel vivere quotidiano, cadendo e rialzandosi mille volte o altrimenti non la si apprende mai. Abbiamo il dovere di capire – perché la scarsità sociale, che pone alla società maggiori problemi rispetto alla scarsità materiale, ha di fronte mille insidie – quale ruolo possa avere il volontariato, che non è uno dei soggetti del Terzo Settore ma il soggetto principale.
Tutto è costruito attorno all’animo del volontariato, guai se non fosse così. È stato detto che il volontariato ha un ruolo strategico nella costruzione del nuovo welfare. E’ vero, se ne parla tanto nelle tavole rotonde, nelle conferenze: ma ho paura che si ripeta il luogo comune, e allora questa sera sarò trasgressivo. Lasciatemi dire quello che penso del volontariato, visto che non l’ho dovuto imparare sui libri ma per esperienze di vita. Per altro, il vigoroso e appassionato intervento del Santo Padre, e anche del Presidente Napolitano, hanno posto al centro dell’attenzione, in questo Meeting di Rimini, il tema del volontariato e del suo compito primario nel Terzo Settore.
Lasciatemi dire che, se sta cambiando il modello organizzativo di welfare, sta cambiando anche il volontariato. Negli ultimi dieci anni, le organizzazioni di volontariato che sono diventate sempre più disponibili con le pubbliche amministrazioni, in rapporto di convenzione e di collaborazione, hanno acquisito una professionalità che, da un lato, consente di offrire una prestazione particolarmente qualificata, dall’altro ha determinato una mutazione genetica del volontariato, col rischio di vederlo snaturato, di vederne snaturato lo spirito iniziale, inteso come dono spontaneo, autonomo, a titolo gratuito, nei confronti di chi ha bisogno, nei confronti di un problema, di una priorità che si ritiene collettiva.
C’è stata una crescita di prestazioni che ha reso più efficiente l’organizzazione di volontariato, però il mio timore, e non solo il mio, è che le organizzazioni di volontariato, continuando su questa strada, assomiglino sempre più ad enti erogatori di servizio piuttosto che a centrali e a motori di impegno civico. Questo mi preoccupa perché avevamo il dovere di accompagnare questo processo di crescita senza perdere di vista lo spirito essenziale del volontariato. Cosa accada in periferia, è sotto gli occhi di tutti, voi non siete novizi, non siete marziani, siete operatori del settore, sapete quello che dico e lo dico anche stimolando in voi, per le prossime giornate, per le prossime settimane, un utile confronto. Io, per altro, per legge e per delega del Ministro Sacconi, ho il dovere e il piacere di presiedere l’Osservatorio nazionale per il volontariato, ho il piacere di incontrarmi e di confrontarmi con voi: è questo l’obiettivo del Ministro e l’obiettivo del Governo. Molto spesso, in periferia, le organizzazioni di volontariato restano fuori dai processi decisionali, dai processi che invece vogliono guidare gli enti locali e le istituzioni. Questo vale sia per la pianificazione dei piani sociali di zona che per la previsione e la prevenzione del rischio di protezione civile. Quando parlo di volontariato, parlo del volontariato impegnato in ogni settore: più che nella fase decisionale, programmatica, il volontariato viene coinvolto nella partecipazione alla gestione e alla esecuzione delle strategie, delle emergenze che altri decidono in altri luoghi e tenendo fuori le organizzazioni di volontariato: è un limite, questo, che va senz’altro corretto e che la legge quadro 228 del 2000, per altro, non aiuta ad eliminare per le sue lacune.
C’è un altro pericolo: il volontariato sta sempre più invecchiando, è un aspetto del quale non sento parlare, non ho bisogno di leggervi le statistiche, il 70% del volontariato va dai 35 anni in su, eppure il giovane è particolarmente sollecitato a questo tipo di adesione e di impegno. Sono tanti coloro che hanno superato i 54 anni, a far parte del volontariato non c’è più una massiccia partecipazione e adesione, pare che lo spirito del volontariato non stia più accendendo i cuori, non crei più entusiasmo, mobilitazione. Che accade? Cosa sta accadendo sul territorio? Negli ultimi dieci anni, si è triplicato il numero delle organizzazioni di volontariato, ma sono quelle che già esistevano e non si erano ancora iscritte nei registri previsti dalla legge per accedere ai finanziamenti. Questi elementi messi assieme debbono invitarci alla riflessione: stiamo parlando di una realtà, anche sul piano economico, di straordinario peso. Chi pensa di sottovalutare il volontariato, di considerarla una intrusione anacronistica tra le pieghe della nuova realtà storica, alimentata da edonismo o superbia, sbaglia. C’è stato il tentativo di dare un valore economico, naturalmente il calcolo è approssimativo. Nell’osservatorio che è stato citato, il dato che vi offro è stato pubblicato nel marzo scorso dal nostro Ministero. I dati ci consentono di stabilire che il tempo offerto dai volontari in Italia in un anno è pari a circa 702 milioni di ore, ma non rende l’idea. Se paragonate questa cifra, 702 milioni di ore, al lavoro di 385mila persone impegnate a tempo pieno per 38 ore settimanali, per 48 settimane in un anno, avete subito l’idea del preponderante, straordinario valore economico che ha il volontariato in Italia, calcolato al 1999.
Se poi si moltiplica il lavoro mediano settoriale della retribuzione per la relativa unità di lavoro equivalente, possiamo persino ricavare la stima del valore economico del volontariato, che è pari a 7 miliardi e 779 milioni di euro e che, tradotto in termini relativi, corrisponde allo 0,7% del Prodotto Interno Lordo. Signori, stiamo parlando di un settore produttivo: se si somma al totale del valore della produzione resa da tutte le organizzazioni non profit, la ricchezza prodotta dal settore va bene al di sopra del 4% del PIL in Italia. Tutto questo per dire che cosa? E mi avvio alla conclusione, per dire che abbiamo il dovere di capire quali sono gli anelli forti ma anche quali sono gli anelli deboli della filiera, altrimenti non possiamo parlare, immaginare un Terzo Settore, mettendo da parte o minimizzando o sottovalutando la portata di una struttura che è quella del volontariato, che è davvero una struttura di fondamentale importanza. Voi mi dite, beh, l’Anno Internazionale Europeo del Volontariato ha rappresentato una grande occasione: lasciatemi confessare la delusione, non è stato così, questa ricorrenza, che pure l’Europa ha voluto per sollecitare un dibattito serio, profondo, approfondito, si sta spegnendo in Europa nella quasi assoluta indifferenza. Il nostro Ministero ha prodotto con il professore Festa, con gli altri dirigenti e funzionari, una serie di iniziative che hanno coinvolto anche altri soggetti impegnati nel settore, ma l’Europa non c’è, l’Europa non la vedo!
Noi ci saremmo aspettati, quest’anno, una prospettiva unitaria del volontariato, uno scambio di esperienze. Ho fatto per 15 anni il parlamentare europeo, e vi posso assicurare che mi sono trovato di fronte alla disarmante condizione di vedere che in Europa manca una politica di protezione civile. Per esempio, quando bisognava intervenire nei Paesi devastati dallo tsunami, beh, ogni Paese doveva fare di testa propria, le squadre partivano autonomamente, senza una cabina di regia. Più volte abbiamo insistito perché venisse creata un’Agenzia europea del volontariato, della protezione civile, in modo particolare. L’unica attenzione dell’Unione europea è stata limitata alla Risoluzione del Parlamento che il 22 aprile del 2008 si impegnava la Commissione, quindi il Governo dell’Europa e gli Stati membri, a definire un quadro normativo teso a restituire – leggo testualmente -“autonomia al volontariato rispetto alle altre organizzazioni del Terzo Settore”.
Giorno uno, l’Europa torna a parlare di Europa, torna a parlare di volontariato: lo farà nel Gruppo sulle politiche sociali e i temi sono rilevanti, quelli che stasera abbiamo sottolineato: la disparità di condizione di sostegno allo sviluppo delle attività di volontariato a livello locale, regionale e nazionale; la sottovalutazione delle attività di volontariato; le informazioni dispersive o insufficienti sulle attività di volontariato. Questo dice l’Europa e di questo si occuperà fra qualche giorno; e poi raccomanda, l’Unione europea, di considerare che il lavoro volontario non dovrebbe sostituire il lavoro retribuito o l’istruzione formale.
Qual è il pericolo? Non soltanto il pericolo è che, se noi non distinguiamo il volontariato retribuito dal volontariato non retribuito, facciamo un torto a noi stessi, perché l’impressione è che in periferia, molto spesso, gli enti locali utilizzino le organizzazioni di volontariato per eludere l’accesso alle gare pubbliche, per richiedere beni e servizi e ottenere una prestazione, per altro a basso costo. Ecco, questa è una verità che non dobbiamo assolutamente minimizzare. Allora, qual è il pericolo? Il pericolo è che ci sia una rilevanza sempre più marginale del volontariato in Italia, il pericolo è che questa crisi di identità aumenti, il pericolo è che il ruolo appaia non sempre ben definito. Cosa occorre fare, allora? Alcune proposte in sintesi: liberare il volontariato dalla morsa del clientelismo, azione di carattere promozionale del volontariato, garantire maggiore trasparenza ed efficienza, razionalizzare il 5×1000 (che quest’anno, grazie al Ministro Sacconi, siamo riusciti a difendere dal tentativo di essere coinvolto nel calderone dei tagli della finanziaria), razionalizzare il 5×1000 che vede favoriti i grandi enti, nella raccolta, l’influenza dei centri dei servizi .
Naturalmente noi siamo per tutelare e difendere gli interessi delle grandi organizzazioni di volontariato ma anche delle piccole organizzazioni di volontariato, che nel silenzio, ogni giorno, affrontano con fantasia l’aridità del pane quotidiano per rendere un servizio alla causa e un modello etico. Potenziare il dialogo tra l’Osservatorio e i centri di servizio per il volontariato, esprimere appieno le potenzialità dell’Osservatorio, che purtroppo non sono ancora assolutamente espresse in tutta la loro globalità, chiedersi perché circa il 30% delle associazioni di volontariato, cioè circa 9mila associazioni, non sono ancora iscritte ai registri regionali quando è condizione essenziale, lo dice la 266, per poter accedere ai contributi pubblici e stipulare convenzioni. Per la scarsa informazione, soprattutto fra le piccole associazioni, serve consulenza, assistenza per i mutamenti statutari, per esempio, per accompagnare le piccole associazioni nell’adeguamento a quanto prevede la legge.
E soprattutto serve promuovere il volontariato fra i giovani e fra gli anziani: un uomo diventa vecchio quando ha mille risposte da dare e nessuno gli fa più una domanda. L’anziano ha bisogno di sentirsi utile e coinvolto, e il volontariato è lo strumento migliore per farlo. Ai giovani, abbiamo il dovere di fornire valori, non droga, non edonismo, non rassegnazione. I giovani debbono sapere che cadere e farsi male è utile per diventare cittadini, hanno bisogno di un modello educativo, formativo, costruttivo. Con il dottor Malagola, sono stato per 24 ore, a pieni polmoni, a vivere una straordinaria esperienza all’interno della comunità di San Patrignano, dove migliaia di ragazzi sono entrati, non perché avessero paura della morte ma perché avevano paura della vita. Da San Patrignano, il volontariato li ha fatti uscire uomini, cittadini, consapevoli del proprio ruolo, ha restituito loro il diritto alla speranza e alla fiducia.
Dice la Corte Costituzionale: il volontariato è un modo di essere della persona nell’ambito dei rapporti sociali. Quindi il volontariato non è una materia ma una scelta di vita, e allora tutti abbiamo il dovere di lavorare affinché il volontariato sia stile e non moda. Tutti abbiamo il dovere di promuovere il rilancio di questa struttura essenziale assieme alla quale dobbiamo costruire un nuovo modello di welfare, per restituire a tutti, soprattutto agli emarginati, agli ultimi, ai non garantiti, il diritto alla speranza, ad un domani diverso e migliore. E tutti, credo, abbiamo il dovere di farlo nel pubblico e nel privato. Grazie.

LORENZO MALAGOLA:
Non so dirlo in siciliano perché non l’ho ancora imparato, ma credo che la conclusione migliore sia l’invito a prenderci il Santo sulle spalle e iniziare a camminare, perché la strada è lunga e il tempo è poco. Grazie a tutti, a presto.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Tiglio A6
Categoria