IL NUOVO APPRENDISTATO PER SOSTENERE L’OCCUPAZIONE GIOVANILE - Meeting di Rimini

IL NUOVO APPRENDISTATO PER SOSTENERE L’OCCUPAZIONE GIOVANILE

In collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Partecipano: Stefano Colli-Lanzi, Vicepresidente di Assolavoro; Cesare Fumagalli, Segretario Generale di Confartigianato; Alessandro Mele, Direttore della Fondazione Cometa; Gianni Rossoni, Assessore al Lavoro e Formazione della Regione Lombardia; Giorgio Santini, Segretario Confederale della Cisl. Introduce Emmanuele Massagli, Segreteria Tecnica del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

 

EMMANUELE MASSAGLI:
Buonasera a tutti, benvenuti a questo incontro, organizzato dal Meeting con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dal titolo: Il nuovo apprendistato per sostenere l’occupazione giovanile. Da programma, era previsto l’intervento del giornalista dell’Avvenire Riccardi, che per motivi personali non può intervenire. Per cui, abbiamo deciso di rimodulare l’incontro con le persone che vedete presenti al tavolo. Io farò una breve introduzione, anche a nome del Ministero del Lavoro, e dopo modererò l’incontro. Ringrazio per la loro presenza Cesare Fumagalli, Segretario Generale di Confartigianato, Stefano Colli Lanzi, Vicepresidente di Assolavoro, Alessandro Mele, Direttore della Fondazione Cometa, Gianni Rossoni, Assessore al Lavoro e Formazione della Regione Lombardia e Giorgio Santini, Segretario Confederale della Cisl.
Una settimana fa, intervenendo sul Corriere della Sera con un’intervista, Giorgio Vittadini ha detto che “l’Italia rischia di diventare un Paese per vecchi, che non pensa al vero motore dello sviluppo” cito “che sono i giovani da educare e da non escludere. I giovani chiedono proposte e si è scelto di far pagare la crisi a chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro”. Che sia, più di altre volte, nei contenuti e non nei protagonisti – basta vederlo girando per la fiera -, il Meeting dei giovani o con a tema i giovani, è evidente anche dopo aver sentito i discorsi del Presidente Napolitano e del Ministro Sacconi. Il Presidente ha parlato del motore del desiderio dei giovani, in risposta alla crisi che stiamo vivendo e il Ministro ha ragionato della necessità di stravolgere alcune convinzioni educative che, soprattutto a partire dagli anni ’70 hanno determinato una separazione tra formazione e lavoro e hanno incoraggiato il disallineamento professionale che ora è evidente a tutti noi. Da ultimo, l’altro ieri, mi pare, anche John Elkann, partendo dalla sua esperienza personale, ha detto, parlando con dei giovani universitari che gli facevano delle domande, che i giovani debbono guardare la realtà senza nascondersi nulla e chiarire a se stessi cosa vogliono fare. Ha detto: “Sono importanti lo studio dell’inglese e gli stage all’estero, certamente, ma la cosa più importante è dire a se stessi la verità e lasciarsi guidare dalle opportunità della vita, cioè fare ciò per cui si è portati, in barba anche a molti pregiudizi e convenzioni sociali”.
Questo incontro ha un’ambizione: poste le importanti affermazioni, di visione, di discorsi anche alti che abbiamo sentito qui al Meeting, come possono queste intenzioni concretizzarsi in soluzioni operative o in alcune soluzioni operative? Chiarito il problema che in Italia è chiaro a tutti, ed è sempre commentato da tutti, della disoccupazione giovanile, è difficile individuarne le soluzioni. E’ interessante che la dimensione ideale possa avere anche una sperimentazione pratica ma sicuramente la dimensione ideale deve guidare questa sperimentazione pratica che non si improvvisa. Proveremo oggi a mettere sul tavolo alcune soluzioni pratiche al problema, in particolare quella che dà il titolo all’incontro: la riforma e le potenzialità del contratto di apprendistato per l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani. Prendo ancora qualche minuto, stando nei tempi che ci siamo dati per intervento, per inquadrare un po’ meglio il problema, in modo da evitare poi la descrizione più contenutistica delle forme dell’apprendistato agli altri relatori. Gli ultimi dati Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione dei giovani é del 27.8%. Solo qualche giorno fa, Confartigianato ha pubblicato altri dati di cui dirà poi il Segretario Generale: di fatto, stiamo parlando di più di un milione di giovani senza lavoro. A questo fenomeno vanno sommati i 2milioni e centomila cosiddetti né-né, cioè coloro che non studiano e non lavorano, che non sono né occupati né disoccupati, che lo stesso Cnel ha certificato. Si tratta, per la fascia di età 25-30 anni, del 28,8% della popolazione, del 18,6 per la fascia 18-24. Le dimensione del problema sono quindi molto chiare. Volendo, a queste possiamo aggiungere i tanti ragazzi che lavorano con contratti di lavoro destinati a non essere rinnovati o estremamente deboli in caso di avverse condizioni economiche dell’impresa. Potremmo sommare anche il dato preoccupante del 5,4% dei ragazzi in età dell’obbligo che è dispersa o, ancor peggio, il 19,7%, che è il tasso di abbandono scolastico italiano, il più alto in Europa dopo quello della Spagna, lontano per esempio dall’11,8 tedesco. In Italia, si osserva un fenomeno particolare in Europa che è quello dei giovani vecchi, cioè di giovani che arrivano al mondo del lavoro senza nessuna esperienza lavorativa, dopo percorsi formativi deboli, magari eccessivamente prolungati a causa di bocciature o ripetizioni. Il fenomeno dei cosiddetti “giovani vecchi” identifica anche il fenomeno del disallineamento e disadattamento scolastico, cioè il fatto che molte professioni richieste nel mondo del lavoro non sono quelle che fuoriescono dai percorsi formativi.
Qual è la reazione a questa situazione? Tutti gli attori coinvolti, in particolare quelli più istituzionali – Governo, Regioni, parti sociali e imprese, soprattutto – hanno ben chiarito questa fotografia già il 17 settembre 2010, quando hanno firmato le linee-guida per la formazione del 2010, che ha individuato le direzioni per incoraggiare la ripresa dell’occupazione, in particolare quella giovanile. Il tavolo di fatto è continuato e si è concretizzato nell’Accordo per il rilancio dell’apprendistato dell’ottobre 2010, che ha preso atto delle difficoltà che questo contratto ha sempre avuto ad affermarsi in Italia. Cito quello che dicono le parti stesse che hanno sottoscritto l’Accordo: dal 2003, ciò che ha sempre fermato il ricorso a questo contratto sono la complessità della normativa di riferimento, l’incerto riparto di competenza tra Stato e Regioni e parti sociali, la concorrenza e gli strumenti non sempre correttamente utilizzati – ci si riferiva agli stage ed ai tirocini, sui quali c’è un intervento importante nella manovra economica in discussione in questi giorni. In quella stessa data, i firmatari hanno riconosciuto l’apprendistato come “il principale canale d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, secondo percorsi di qualità utili a valorizzare e accrescere le competenze”.
Ecco perché questo incontro parla di disoccupazione giovanile ma parla anche di apprendistato, perché tutti i soggetti coinvolti hanno individuato nell’apprendistato la strada principale – ovviamente non è la soluzione – per incoraggiare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Lo scorso 5 maggio è stata presentata la prima versione del Testo Unico dell’apprendistato che, dopo un iter complesso, anche perché la delega prevista dal Governo Prodi nel 2007 così voleva, e con la partecipazione costruttiva di tutte le parti coinvolte, è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 28 luglio: di fatto, è la riforma del contratto di apprendistato come era stato concepito nel 2003 con la legge Biagi. È preventivabile che il testo entri in vigore a breve, nei prossimi mesi. È un intervento importante, che vuole essere snello, un Testo Unico di soli sette articoli che contiene tutta la normativa per le tre tipologie di apprendistato che già erano presenti prima, che sono state semplificate anche nei nomi ma che in ogni modo mantengono la stessa struttura: un apprendistato per la qualifica o il diploma professionale, l’apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere, dove si è voluta sottolineare, con la parola mestiere, la vocazione anche artigianale di questo contratto, un contratto di alta formazione in apprendistato che, novità, può essere utilizzato anche per i praticanti delle professioni ordinistiche e per i contratti di ricerca. E poi, se vogliamo, c’è anche una nuova tipologia che è l’apprendistato per i lavoratori in mobilità, su cui comunque non mi soffermerò.
È stata chiarita la natura a tempo indeterminato e la natura formativa del rapporto di lavoro, è stata limitata la formazione pubblica obbligatoria, e comunque è competenza della Regioni deciderne la durata per un massimo di 120 ore, il contratto è stato reso stipulabile anche per la pubblica amministrazione – ma perché questo diventi operativo, servirà un seguente decreto -, si è abbassata la durata massima del contratto professionalizzante a tre anni, con eccezione del settore artigiano che resta di cinque anni. Fondamentale, per contrastare la dispersione scolastica e avviare un riallineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro, contrastando quel disadattamento che dicevo prima, è il rilancio dell’apprendistato di primo livello, che viene reso possibile tra i 15 e 25 anni, non più tra i 15 e i 18: è quel contratto che permette, lavorando, di conseguire una qualifica triennale di formazione regionale professionale o un diploma professionale quadriennale statale. Scusatemi questi tecnicismi, accennati solo velocemente, ma è importante dare anche le direzioni di riforma. Voglio però essere un po’ più chiaro sulle direzioni culturali che hanno guidato l’intervento, perché l’intervento non è un insieme casuale di riforme, un insieme di norme messe lì a casaccio, ma ha dietro una concezione del rapporto tra giovani e lavoro.
In particolare, sottolineo due aspetti. Primo, la funzione di placement del contratto di apprendistato e la sua importanza per un ingresso sano dei giovani nel mercato del lavoro. Il nuovo apprendistato si pone in una logica di vero placement, in linea tra l’altro con una recente riforma, quella dei regimi autorizzatori sul collocamento – ma non mi soffermo neanche su questo -, tale da garantire un maggiore e migliore allineamento tra la domanda e l’offerta di lavoro. È un contratto protetto, formativo, giuridicamente definibile a tempo indeterminato e che contiene anche l’idea della formazione per l’occupabilità. Seconda e più importante direzione culturale che ci ha guidato e che ha guidato tutti quelli che hanno partecipato alla direzione di riforma, è l’affermazione della valenza educativa, formativa e culturale del lavoro. Non è scontato, e lo abbiamo visto nell’iter, anche negli ultimi anni, con alcune innovazioni che già erano state fatte sul contratto dell’apprendistato, per esempio quando si era reso possibile a partire dai 15 anni. C’era stata un’estrema opposizione di alcune forze politiche e sindacali, ma si è voluta affermare appunto la valenza educativa, formativa e culturale del lavoro. Il che vuol dire contestare indirettamente la tendenza affermatasi negli anni in Italia, soprattutto nella scuola, di differenziare le conoscenze teoriche con quelle pratiche. Questo ha fatto sì che crescesse l’astrattismo, il sapere nozionistico che, in fin dei conti, è l’esatto contrario di un sapere critico.
Una certa scuola non considera tuttora e non ha mai considerato il lavoro manuale – tutti i lavori, ma soprattutto il lavoro manuale – come qualcosa che possa rivendicare dignità culturale e potenzialità formativa. Per molti, e lo si vede guardando i percorsi professionali, è soltanto segno di una sconfitta personale, destinata ai falliti della conoscenza teorica e pratica. Siamo la società della conoscenza, come se il lavoro manuale non avesse nessuna valenza formativa, oltre che economica, per la persona. È indispensabile, quindi, che nei percorsi formativi si possano promuovere esperienze di alternanza tra conoscenza teorica e pratica, tra studio e lavoro, al fine di scoprire il ricco giacimento culturale e morale che soggiace al lavoro manuale. Questa alternanza formativa si concretizza di fatto nel contratto dell’apprendistato, in tutte le sue tre forme, soprattutto nel primo e terzo livello. Io personalmente credo che sia particolarmente importante per l’Italia l’affermarsi del primo livello, cioè l’affermarsi di percorsi di formazione professionale in apprendistato che permettano ai giovani di conseguire un titolo anche lavorando, soprattutto a quei giovani che sono in dispersione scolastica, in abbandono scolastico, che a scuola, sui banchi della formazione teorica, non sanno stare anche perché non è la loro strada. Oppure, come direbbe e come diceva don Bosco, forse l’intelligenza ce l’hanno nelle mani.
Un ruolo decisivo, stante questo quadro che ho provato a descrivere, è giocato dagli attori del sistema delle relazioni industriali: sono chiamati tutti gli attori coinvolti, dai giovani fino alle imprese, passando per le Regioni, i Sindacati, le Province, gli intermediari, che sono poi tutti rappresentati a questo tavolo. La sfida per loro è che l’apprendistato non diventi, come in realtà finora probabilmente è stato, un contratto di inserimento a basso costo, cioè un escamotage per inserire un giovane e pagarlo meno, ma riguadagni la funzione che ha sempre avuto, che è quella di un contratto a valenza formativa, un contratto in cui, sì, pago meno o posso pagare meno il lavoratore, sì, pago meno i contributi – come sapete, è molto poco per i piccoli ma è comunque un terzo degli altri anche per le grandi imprese, si paga 1,5/3% per il piccolo imprenditore e 10 % per il medio-grande – e posso pagare di meno il lavoratore, il giovane, perché lo formo: se non lo formo, sono costretto a pagarlo un po’ di più.
Che in Italia gli apprendisti siano pagati più che nel resto d’Europa, è indicativo del fatto che la formazione nell’apprendistato, in questi anni, per colpa forse di tutti i soggetti interessati, non è mai partita. Ma senza la formazione, questo contratto non ha ragione d’essere. Non è un caso, secondo me, che laddove l’apprendistato funziona, e soprattutto dove funziona l’apprendistato che noi chiameremmo di primo livello, rivolto ai giovanissimi – penso ai Paesi di lingua tedesca, Austria, Germania e Svizzera -, il 20% dei ragazzi svolge un percorso di apprendistato nella loro vita. Entrano cioè nel mercato del lavoro con l’apprendistato e, guarda caso, in questi Paesi i tassi di disoccupazione giovanile sono i più bassi d’Europa. Noi abbiamo tassi al 27%, in quei Paesi siamo al 10%. Forse non è un caso, economicamente e statisticamente non è un caso. Su questi temi, passo la palla adesso ai soggetti di cui ho parlato. Chiedo un primo intervento, e lo ringrazio ancora per la sua presenza, al Segretario Generale di Confartigianato, Cesare Fumagalli.

CESARE FUMAGALLI:
Grazie. voglio aprire con una considerazione che facevo nei giorni scorsi quando, come Confartigianato, abbiamo, diffuso una elaborazione su dati Istat relativa alla disoccupazione delle classi di età giovanile: le classi considerate sono quelle che arrivano fino agli under 35. Non sono passati molti anni, forse una ventina, da quando a 35 anni avevamo gente che andava in pensione, in questo Paese, con 15 anni, 6 mesi e un giorno: diabolica norma tornata oggi di attualità mentre si parla di interventi da trovare raschiando il barile. La considerazione che facevo guardando la nostra elaborazione su questi dati è che trattiamo come disoccupazione giovanile le classi di età fino agli under 25: 20, 25 anni fa era l’età in cui molte coorti sono andate in pensione e godono di pensione, perché poi fortunatamente, se Dio vuole, la speranza di vita è andata allungandosi e di molto con una forte progressione, per cui questi sono uno zaino sulle spalle dei giovani, che c’è e resterà, con l’augurio per la speranza di vita di questi, che sono ancora tanti, ma che pesano diabolicamente.
La coincidenza dell’età era la riflessione con la quale volevo aprire qualche considerazione sull’argomento. Intanto, dicendo che do atto al Governo, al Ministro Sacconi, di avere coraggiosamente portato avanti una riforma dell’apprendistato che entrerà in vigore e che speriamo possa superare tutte quelle difficoltà che hanno caratterizzato, invece, la stagione dal 2003 ad oggi, una stagione che ha visto una scarsa simpatia verso l’istituto dell’apprendistato. Noi eravamo allora reduci da un istituto che aveva avuto straordinaria fortuna, il CFL, il contratto di formazione e lavoro, ma senza merito, perché sostanzialmente ha rappresentato, finché ce lo hanno lasciato fare dall’Europa, una forma agevolata, meramente dal punto di vista del costo, per l’ingresso dei giovani. L’apprendistato è altra cosa rispetto a questo, e noi siamo rimasti – lo dico per chi come me rappresenta la piccola impresa – abbastanza isolati in questi anni a pensare che invece occorresse ritornare per qualche verso alla forma che aveva conosciuto successo nel passato. Senza scomodare l’apprendistato di bottega rinascimentale, anche l’apprendistato dal dopoguerra, che è durato una quarantina d’anni, è stato una forma che aveva saputo cogliere le necessità del giovane in ingresso, le necessità dell’azienda, la dotazione di formazione con cui era corredata questa forma di ingresso. Noi rappresentiamo imprese piccole e piccolissime, il luogo dove la formazione avviene nel modo più diretto, meno standardizzato, più continuativo, nell’intera giornata lavorativa: fuori dalle modernità dei neologismi in lingua inglese che hanno inventato il tutor, qui in realtà, molto spesso, il titolare dell’azienda è quello che direttamente insegna il mestiere al ragazzo che entra nella piccola azienda.
Occorreva ritornare sopra una legislazione che ha avuto – chiamo in causa l’assessore di Regione Lombardia – un primo grande guaio in questa ripartizione delle competenze tra lo Stato e le Regioni. Siamo rimasto inchiodati come Paese in una differenziazione da regione a regione, fino ad oggi, con un lentissimo avvio delle legislazioni regionali che dovevano poi normare le forme di apprendistato, così come previste dalla riforma del 2003, fino alla sollevazione dei contrasti, dei conflitti davanti alla Corte Costituzionale, per le competenze tra le Regioni e lo Stato. Chi c’è andato di mezzo? I numeri che ricordava il dottor Massagli prima lo dicono con evidenza: siamo arrivati ad una situazione dove, per fortuna, questa riforma l’abbiamo fatta e speriamo possa rapidamente produrre effetti, un situazione che sicuramente sarebbe ulteriormente peggiorata restando in questa terra di nessuno. Una situazione che, tra l’altro, vede un mercato del lavoro che è unico, con i ragazzi del Sud che vanno nelle regioni del Nord: la mobilità per fortuna oggi è molto più elevata. E si mantengono invece i confini regionali all’interno dei quali c’era o non c’era l’apprendistato professionalizzante, all’interno dei quali la normativa differiva da una Regione all’altra. E’ uno di quei casi dove io, che sono nato regionalista, sono diventato un po’ come gli ex fumatori, e vedo una delle ragioni di guaio in queste differenze a tutti i costi che si sono volute cercare, in questo caso sulla pelle dei giovani e a danno delle aziende.
Sì, a danno delle aziende, perché l’apprendistato, in una visione di forma solo agevolata della modalità di ingresso nel mondo del lavoro, credo non valga la pena. Esaspero volutamente la situazione per farmi capire da tuttI: se abbiamo messo in piedi tutta questa cosa nuova solo per pagare un po’ meno, abbiamo fatto veramente poca cosa.
Io credo che il nocciolo sia in questo ritorno di tipo culturale che dispiegherà effetti, purtroppo non nel breve, per cui viene riconosciuta alla azienda la titolarità di essere soggetto formatore.
Credo sia questa la sostanza della riforma dell’apprendistato. Se immaginiamo che la formazione sia solo quella che si svolge attraverso i corsi regionali di formazione professionale o quella degli istituti tecnici, continuiamo nella separazione tra sapere e saper fare che ha prodotto un sacco di danni al Paese che ha le più profonde radici storiche proprio in questo, e ha avuto la sua fortuna di sapere mettere insieme, di congiungere, di non dividere, di lasciare fortemente connesso il sapere e il saper fare.
La fortuna moderna del Made in Italy è legata a queste caratteristiche, è legata a straordinarie capacità dei lavoratori che sono nelle aziende, molto spesse nelle piccole aziende italiane. Il Made in Italy continua ad essere primo in 1500 prodotti – i dati sono della fondazione Edison, li ha diffusi Marco Fortis lo scorso anno: per 1500 prodotti, il prodotto italiano è il primo nel mondo e sono prodotti dove è realizzato la congiunzione stretta tra sapere e saper fare.
Oggi, dispiegando quel sapere fare e quel sapere che sono intimamente connessi, ci troviamo le indicazioni per riuscire nella competizione ormai globalizzata. La qualità, il design, l’innovazione, tutte quelle ricette che di solito fanno arrabbiare gli imprenditori quando vengono dette loro, perché sembrano una lezione dall’esterno: se andiamo a dispiegarle all’interno, nella fortuna del Made in Italy si trova questa congiunzione di sapere e di saper fare. Ma se volessimo tornare indietro, sarebbe anche divertente andare alle botteghe rinascimentali, che sono la congiunzione più alta di questa cultura profonda che non ha separato la formazione e il fare, che non ha separato l’azienda e la scuola. Noi abbiamo troppo separato le aziende e la scuola, per qualche verso la ricetta che indichiamo è semplice, riconnettere queste due forme. Il come, in una situazione di carenza di risorse pubbliche, rappresenta uno degli ostacoli a cui si troverà di fronte, per il successo, questa nuova legge sull’apprendistato.
Si citava prima, parlando di un modello di successo, il modello dei Paesi tedeschi: siamo in una stagione dove tutto il benchmark finisce a Berlino. Ma io ho presente l’Alto Adige, dove abbiamo – non so quanto piaccia a Rossoni – questo tipo di federalismo da Regione a statuto speciale, come è l’Alto Adige. Possono permettersi una straordinaria formazione duale: i ragazzi fanno cinque anni dove non accade che solo alla fine dell’anno, come succede nelle altre regioni, si fa una settimana di stage, di tirocinio, di una forma che permette di vedere come è fatta una azienda dal vivo, se morde o no. Fanno cinque anni dove per metà si studia e per metà si lavora. E nella metà in cui si lavora, si è in stretta correlazione con la metà che studia: cioè, l’integrazione è davvero profonda, è un modello che ha un grosso difetto, costa l’ira di Dio. E questo è uno dei problemi a cui ci troveremo di fronte: ma è un problema, credo, che dovremo coraggiosamente affrontare insieme con il sindacato. Parlo per noi Confartigianato, e per Cisl: siamo entrambi gelosi della nostra autonomia di parti sociali. E credo che dovremo essere bravi ai tavoli delle nuove negoziazioni, perché abbiamo picchiato il chiodo, molti anni fa, trovando intelligente la partecipazione del sindacato in quella vicenda del parametrare, per esempio, le retribuzioni degli apprendisti rispetto agli operai qualificati. Anche qui, vado indietro di una ventina di anni, qualcosa meno: eravamo arrivati a rincorse salariali che avevano messo il papà, succede non di rado che siano entrambi lavoratori della stessa azienda, contro il figlio. Spesso succedeva che, alla prima retribuzione, l’apprendista non differisse poi molto dal papà che era da 30 anni in azienda.
Credo che, coraggiosamente, si possa essere la strada su cui indirizzarci nella negoziazione tra le parti, per trovare percorsi alternativi alle risorse pubbliche che non ci sono. E faccio una puntata polemica: è vero che per l’1 e ½ non muore nessuno, o per il 10, come diventa dopo due anni: ma noi ci siamo ferocemente e inutilmente opposti, perché poi venne approvato dal Parlamento. Non c’era mai stata nel periodo positivo dell’apprendistato, contribuzione a carico dell’azienda per gli apprendisti: è stata introdotta a fine 2007, con la Finanziaria, per la prima volta. Ripeto, la questione non è tanto sulle quantità ma sul messaggio che si dà, perché credo sia sbagliato, davanti a dati di 1milione e 200mila giovani ma soprattutto per quella classe di età che sta tra i 15 e i 25 anni. I nostri dati sono assolutamente anomali rispetto al resto dell’eurozona, se confrontiamo i dati del 29% con i dati del 9% della Germania, per questa classe di età.
E chiudo parlando di un tema di straordinaria attualità: come fa questo benedetto Paese a potersi permettere di non muovere una leva di crescita come quella di far entrare nel mondo del lavoro 1milione di giovani per il significato che ha sulla crescita del PIL? Ci sono interventi molto timidi, c’è un eccesso di preoccupazione sulla parte finale della vita lavorativa. Il mio amico Santini si affanna tutti i giorni a stare attento che non tocchino le pensioni. A me piacerebbe ci fosse un po’ più di attenzione in tutti a vedere invece come fare entrare qualche decina o qualche centinaia di migliaia di giovani in più nel mondo del lavoro. C’è qualche forma timida sulla imprenditorialità giovanile, ma è veramente timida, è stata messa nella manovra di luglio. C’è una parte relativa al territorio che, per non nasconderci dietro ad un dito, fa la parte del leone in questa disoccupazione. Le otto Regioni del Mezzogiorno sono 540mila disoccupati in questa classe di età; c’è una concentrazione fortissima di questo milione e due nella parte del Paese che non ha certo il maggior numero di abitanti. Allora, su questi temi – lo dico non volendo partecipare ad uno sport che non mi piace, quello di indicare cosa devono fare gli altri – la sfida è aperta anche per noi, nella attuazione di questa positiva novità che riconnette sapere e saper fare, che rimette al centro l’azienda come soggetto della formazione, che fa finire – le parole sono del Ministro Sacconi, per cui le uso impunemente – quella che è stata la festa dei formatori più spesso che non una offerta reale ai giovani che li aiutasse ad acquisire competenze.
Finisca anche questo paradosso, che non è solo nostro ma che da noi è particolarmente accentuato, per cui da cinque anni rileviamo il mismatching che si realizza fra disoccupazione giovanile e ricerca insoddisfatta da parte delle aziende di giovani che abbiano competenze professionali, perché il problema è che non vanno bene tutti. Noi abbiamo diversi settori: il settore della panificazione non trova la metà di quelli che cerca, con quel tipo di formazione e con quella disponibilità a metterci le mani, quindi a fare un lavoro manuale ma anche orari particolari. Non ci sono le competenze richieste in settori di tipo più tradizionale, dove si può congiungere sapere e saper fare. Il vecchio idraulico che abbiamo in mente, quello delle barzellette o quello dipinto come prototipo dell’evasore, oggi è un soggetto che si occupa della casa sempre più domotica, che ha bisogno di possedere competenze: si cercano ragazzi che sappiano mettere insieme i tubi ma che sappiano anche sistemare le centraline che hanno a che fare con i computer e con la complessità che ormai regna in tutte le case e nell’edilizia industriale. Ecco, pensate a questi esempi, se non sia il caso, qui, di far finire un mondo che continua ad avere l’aspettativa girata dalla parte sbagliata – aumento nell’anno scolastico 2011-2012 del 3% dell’iscrizione ai licei e contemporanea diminuzione del 3,5% dei ragazzi iscritti agli istituti professionali -: credo ci sia bisogno di tornare all’apprendistato.

EMMANUELE MASSAGLI:
L’inserimento della contribuzione del 2007, seppure basso, fu un messaggio sbagliatissimo, concordo. Lo fu ancora di più perché quei soldi furono destinati all’abbassamento dell’età pensionabile. Gianni Rossoni, Assessore al Lavoro e Formazione Regione Lombardia.

GIANNI ROSSONI:
Grazie. Anche io ringrazio il Meeting e il Ministerodi questa opportunità che mi dà di interloquire con voi rispetto a questo tema dell’apprendistato come uno degli strumenti, o lo strumento principale, per cercare di incrociare i giovani con il mercato del lavoro. I dati non possono lasciare nessuno di noi insensibile, non possono che preoccuparci anche se, poi, una loro lettura tra regione e regione ci fa fare qualche altra considerazione. Se è vero che abbiamo il 29% di disoccupati dai 15 ai 29, è vero che abbiamo, sugli under 35, un 15,9% rispetto al 15,1% dell’eurozona. Ma è anche vero che sugli under 24 raggiungiamo dei picchi del 50% nel Sud e che le regioni del Nord, di cui è parte anche Regione Lombardia, hanno un tasso migliore della Germania. Questo lo dico non per creare problemi di latitudine, ma per renderci conto di come dobbiamo, come istituzioni, come corpo sociale, affrontare insieme questo tema dei giovani.
Il tema dei giovani, insieme a quello degli over 55 e di quelli che sono ancora in età lavorativa forte, sono i tre obiettivi che abbiamo concordato in Lombardia, per cui ringrazio anche le parti sociali, datoriali e sindacali che, insieme al corpo istituzionale delle Province, hanno condiviso con noi che uno dei tre obiettivi da cogliere nel 2011 era migliorare ancora di più il tema della occupazione giovanile. Dico questo non per portare un elemento più positivo rispetto ai dati negativi che ha sciorinato Cesare Fumagalli. Ma vorrei guardare in faccia le cose per quel che sono, e da qui far poi scaturire azioni che mirino all’obiettivo. Per esempio, come Regione Lombardia, siccome il tema dei giovani è il tema della scuola, dell’orientamento, il tema dei percorsi formativi, sui temi della formazione professionale stiamo investendo più di 100 milioni all’anno. Non lo dico io, l’assessore potrebbe essere interessato a fare un po’ di propaganda. Il Rapporto sulla Sussidiarietà fatto dal prof. Vittadini quest’anno ci dice che, dei ragazzi che hanno fatto i percorsi di qualifica triennale, il 65% per cento ha incrociato, nel giro di sei mesi, il mercato del lavoro; il 20% ha proseguito negli studi, il 70% fa un lavoro per cui ha studiato. E questo intervento da più di 100 milioni, insieme ai 53 del Ministero del Lavoro, ha portato anche un altro dato che è qui riportato da Massagli, che ringrazio per l’invito. Un dato sulla dispersione scolastica dell’1-2% rispetto al dato del 20% e rotti che abbiamo in Italia. Devo anche dire che oggi abbiamo 45.000 ragazzi che rappresentano il 12-13% dei ragazzi che frequentano le scuole medie superiori: è un dato. Abbiamo anche fatto un accordo col Ministerorispetto al fatto che i nostri percorsi di formazione professionale possano essere svolti e proposti dal sistema statale. Da questo punto di vista, dobbiamo riscontrare un dato di interesse dei ragazzi, e lo vogliamo registrare positivamente perché riteniamo che l’investimento sul capitale umano che Regione Lombardia sta facendo, stia dando anche risultati positivi, tanto da raggiungere il 17% con la formazione professionale proposta anche dal sistema statale.
Sono alcuni dati che volevo darvi per conoscenza, per evitare un quadro solo negativo della situazione. Certamente non si tratta di un quadro che, nonostante qualche dato positivo, ci debba lasciare tranquilli, anzi, ci deve preoccupare sempre più. Allora, è anche con questo spirito che abbiamo affrontato la proposta scaturita dall’accordo del 2010, come diceva Massagli. Abbiamo raccolto la sfida del Testo Unico come Regione. E devo dire che le Regioni hanno fatto, forse ognuna per conto proprio, il sistema della certificazione delle competenze: ma il tema delle competenze e della loro certificazione è l’altro elemento su cui dobbiamo spingere perché è su questo che poi i ragazzi possono presentare a un mercato del lavoro sempre più dinamico quello che sanno fare. Allora, ritengo che le Regioni, di fronte a questa richiesta di forte semplificazione, possano recuperare – noi l’abbiamo fatto convinti – il ruolo formativo dell’impresa e il valore educativo del lavoro. Noi abbiamo raccolto la sfida che il Ministro ci ha fatto, soprattutto sull’articolo 49, dove non abbiamo avuto esitazione a lasciare che siano le aziende o le loro associazioni a certificare, a fine di un percorso di ex articolo 49 o di secondo livello, la certificazione che Gianni Rossoni sa fare l’idraulico. Chi meglio di un imprenditore può dire che un ragazzo, dopo un percorso di formazione di x tempo, sa fare un mestiere? Abbiamo anche detto, però: se questi ragazzi vogliono avere una certificazione europea da poter spendere su un mercato del lavoro più largo, possono tranquillamente rivolgersi agli enti di formazione accreditati dalla Regione. Quindi, il tema del ruolo educativo e formativo dell’impresa e del lavoro ha trovato le Regioni, devo dire, molto d’accordo. In quell’occasione, abbiamo anche cercato un rilancio forte che ha fatto la parte soprattutto sindacale, abbiamo condiviso di aprire altri tre tavoli, che sono quello sui tirocini, quello sui Co-Co-Pro e quello sulle partite IVA, perché il tema di offrire più opportunità e più strumenti è quello che farà in modo che si generi sviluppo in questo Paese. Perché, se non si genererà sviluppo, potremo mettere in campo tutti gli strumenti più belli di questo mondo ma non avremo più occupazione. E quindi, la prospettiva è vedere di mettere in campo azioni che mirino allo sviluppo di questo Paese: perché, se abbiamo sviluppo, abbiamo possibilità di crescita occupazionale e quindi anche di maggiore opportunità giovanile.
Giovani che devono essere maggiormente orientati. L’altro giorno ero a uno stand di Federlegno. Le esperienze di due imprenditori ci hanno veramente fatto venire la pelle d’oca, rispetto a un richiamo, a un appello che il mondo imprenditoriale rivolgeva ai giovani affinché questi rivalutassero la capacità di saper fare un mestiere, che non vuol dire abbassamento del livello di conoscenza e competenza, anzi. Qua dovremmo dire qualche dato preoccupante, rispetto al 2020: per quei ragazzi che avranno poche o scarse conoscenze, c’è una possibilità in più di essere fuori dal mercato del lavoro. Quindi, abbiamo virato, abbiamo accettato anche la sfida dell’apprendistato nel Testo Unico, perché l’apprendistato ha una valenza di qualità, cioè la formazione, e una valenza di continuità, cioè il tempo indeterminato. Da questo punto di vista, le Regioni, secondo il mio modestissimo parere, hanno affrontato il Testo Unico cogliendo la sfida dell’importanza di mettere a disposizione dei giovani strumenti semplificati. Qua lo dico, siccome tutti evochiamo la Germania, la Francia. Il costo dell’apprendista in Germania è molto, molto inferiore a quello dell’Italia; anche questo è un dato. Perché non possiamo citare esempi e non dire anche perché, oltre al fatto che magari c’è un orientamento scolastico o una valorizzazione dei percorsi di formazione e di istruzione professionale e tecnica: c’è anche un costo inferiore dell’apprendista che incide sulla possibilità di assumere, da parte degli imprenditori, giovani in apprendistato.
Ma volevo anche portare l’esperienza della Lombardia, velocissimamente perché il tempo è tiranno, su due altri livelli dell’apprendistato. Perché è vero che abbiamo definito che questo Testo Unico andasse in porto, soprattutto sul tema del 49, riportandolo in capo alle Regioni, ma anche, per un interesse nazionale, l’attuazione del primo livello, quello del diritto-dovere. Siamo la prima Regione che ha fatto un accordo con il Ministero del Lavoro, con il MIUR, rispetto al numero di ore scolastiche di front-office, da 900 siamo arrivati a 400. Ma abbiamo anche riconosciuto come ore scolastiche quelle finalizzate all’apprendimento di un mestiere, qui ho vicino l’amico Mele: una sfida anche questa, una grande sfida. E sappiamo che ci stanno guardando e ci seguono anche dal Veneto.
È una grande sfida perché è purtroppo una grande novità. Mele è Cometa, uno degli enti che sta cogliendo con noi questa sfida del primo livello che, ripeto, non vuol dire abbassamento delle competenze, anzi, abbiamo bisogno di aumentarle, perché l’apprendistato ha un valore qualitativo, quello della formazione. Questo tema del 48, su cui ci stiamo giocando, è una sfida anche nostra e la stiamo seguendo con grande attenzione perché vogliamo fare in modo che diventi una possibilità. E che, nell’ottemperare all’obbligo dell’istruzione, si riesca anche ad arrivare a una qualifica professionale, cercando di raccogliere anche e soprattutto quei ragazzi che magari odiano o hanno odiato la scuola, non avendo fatto neanche la terza media: e quindi abbiamo previsto anche la possibilità del raggiungimento del titolo di studio di terza media.
Su questo tema del primo livello ci stiamo giocando veramente tutto, perché riteniamo che come è stata importante la volontà della Regione Lombardia di investire sui percorsi di formazione professionale, anche questo sia un ulteriore passaggio. Come abbiamo cercato, in accordo con il Ministero e con le università, di far partire la possibilità che, attraverso l’apprendistato, non solo si possano fare dei master, cosa che è avvenuta in Lombardia, ma si possa raggiungere il diploma triennale universitario o di specializzazione. Su questo, abbiamo un accordo con il sistema universitario: è l’altra sfida che abbiamo in atto, perché vogliamo veramente recuperare l’esperienza, il tempo svolto in fabbrica finalizzato ad acquisire dei crediti formativi, finalizzato al raggiungimento della laurea breve o della laurea specialistica.
E vogliamo riportare questo nella scuola media superiore: ci stiamo adoperando con l’Ufficio Scolastico Regionale, con il Ministero, per riportare anche al quarto e al quinto anno del diploma di scuola superiore la possibilità di introduzione del terzo livello, come lo abbiamo inserito nell’istruzione e formazione tecnica superiore – il famoso IFTS – e previsto nel bando che abbiamo inviato a coloro i quali hanno fatto domanda per poter aderire agli IFTS e svolgere l’alta formazione in apprendistato. Anche questo è uno strumento che vogliamo far diventare strumento principe rispetto alla possibilità di incrociare i giovani, anche quelli che non sono né a scuola né al lavoro, quei due milioni e cento di cui si diceva prima. Abbiamo bisogno di valorizzare, nell’apprendistato, il suo valore aggiunto che è quello formativo: non solo un contratto di lavoro ma un contratto di formazione. I tirocini, per esempio, sono stati oggetto di un dibattito tra le Regioni e il Ministero: dobbiamo cercare di non irrigidire il meccanismo. La manovra, ahimé, irrigidisce questo meccanismo: e secondo me non permetterebbe, a chi è in esito a una maternità o in esito a percorsi all’estero, tornando in Italia, di sperimentare la possibilità di qualche tirocinio per entrare nel mercato del lavoro italiano. Questo irrigidimento di un anno mi pare eccessivo: sarebbe stato preferibile – lo dico con molta franchezza – che questa materia fosse lasciata a quel tavolo tecnico voluto dalle parti. Questo non mi impedisce di sottolineare la positività dell’aver voluto evidenziare – nella manovra è scritto molto chiaramente – anche l’abuso dei tirocini, se è vero come è vero che solo il 19% fa il secondo anno di tirocinio, e il 39% si perde.
C’è bisogno di una formazione regionale: i tirocini devono essere uno strumento per poter avvicinare sempre di più i ragazzi al mercato del lavoro. Sono le cose che stiamo facendo in Lombardia rispetto al tema dell’apprendistato, le esperienze che viviamo ma anche le sfide che abbiamo raccolto col Testo Unico. Riteniamo che veramente sia il momento di un protagonismo plurale, un protagonismo delle istituzioni ma un protagonismo soprattutto delle parti sociali e datoriali: questa società ha bisogno di un vero protagonismo di tutti perché la responsabilità educativa, la responsabilità formativa, la responsabilità di avere dei giovani che si realizzano, penso siano davvero responsabilità di tutti.

EMMANUELE MASSAGLI:
Il Meeting concederà un piccolo cambio di programma: essendo stato tirato in ballo più volte il sindacato, mi sembra giusto dare la parola a Giorgio Santini, Segretario Generale aggiunto della Cisl.

GIORGIO SANTINI:
Grazie per l’invito, davvero un’opportunità importante per parlare di un tema che rischia sempre di essere affrontato in termini contrappositivi. E invece io credo che questo dell’occupazione giovanile debba essere affrontato in termini propositivi, nella concretezza di una situazione nuova. I numeri ricordati, su cui non tornerò, che abbiamo tutti presente, sono numeri scomodi, sono in qualche modo l’espressione che noi, su questa vicenda come su altre, siamo entrati da quando è iniziata dall’ormai la crisi, nel lontano 2008, una fase e un tempo nuovo, che carica tutte le questioni legate allo sviluppo e al lavoro di una problematicità diversa e di una difficoltà nell’affrontarli particolarmente acuta. Questo fatto rende complicato il tema dell’occupazione dei giovani, perché si somma – e quindi ne aggrava la pesantezza – a quell’altro fenomeno che hanno già ricordato quanti mi hanno preceduto, in particolare Cesare Fumagalli, cioè il tema della crescente separazione che si è creata in questi decenni tra scuola e lavoro. Starei per usare il termine lacerazione più che separazione, con la progressiva supremazia della scuola sul lavoro.
Come avete sentito, la tendenza non è per niente superata, se è vero come è vero che ancora le iscrizioni alla scuola registrano una prevalenza rispetto a determinate tipologie scolastiche. E quindi è molto importante aver presente che questo tema deve essere affrontato con strumenti nuovi, con nuova determinazione, perché poi a questo problema preesistente si è sommato, negli ultimi anni, il sostanziale blocco d’accesso dell’occupazione in generale. Noi abbiamo sconsolatamente le statistiche sotto gli occhi, dal 2008 in poi, e abbiamo questo dato tremendo dei milioni di ore di Cassa Integrazione che continuiamo obbligatoriamente a dover sostenere sul piano sociale, per farci fronte, per non aver conseguenze peggiori, ma che naturalmente hanno presentato un conto ancora più duro. Come tutti sapete, la prima cosa che si è fatto è stato ridurre tutti i contratti temporanei, che erano quelli legati ai giovani: adesso hanno ripreso ma in maniera molto, molto lenta.
Questi due fenomeni che si sono incrociati determinano la gravità del problema. Quindi è di particolare importanza e di particolare necessità mettere mano a strumenti, nella concretezza, delle possibilità, fuori dalle contrapposizioni ideologiche. Sapete che sul tema del lavoro dei giovani ci sono discussioni infinite, molto animose, molto antagonistiche, culturalmente con cortocircuiti anche inquietanti che dobbiamo davvero superare con la capacità di individuare, in termini pragmatici ma positivi, soluzioni in un quadro che non è per nulla semplice. Da questo punto di vista, la nuova legge sull’apprendistato, o Testo Unico, se preferiamo chiamarlo così, rappresenta una buona, speriamo buonissima opportunità per affrontare questo tema nella sua complessità, come rappresentata in maniera speriamo proficua. Innanzitutto, perché ha fatto interventi: leggendo la legge precedente e quella attuale, uno potrebbe dire: “è cambiato poco”. E’ vero che sostanzialmente siamo rimasti in quel solco, però si sono fatti, con il Testo Unico, alcuni interventi molto opportuni che vogliono mirare, come ricordava bene Emanuele Massagli, al fatto di rendere fruibile questo strumento, agendo sui due elementi che ne procuravano sostanzialmente l’impraticabilità.
L’eccessiva complessità delle procedure, caricandosi su soggetti anche imprenditoriali a volte molto piccoli – perché l’apprendistato, dobbiamo ricordarcelo, viene utilizzato molto spesso più nelle piccole imprese, nei settori dell’artigianato, nei settori della piccola azienda, del terziario – determinava una difficoltà ad approcciare realtà, appunto, proceduralmente complesse. E poi – secondo punto su cui è agito – il tema dello scontro che c’è stato – chiamiamolo così perché è stato questo – delle competenze tra Stato e Regioni, andandolo invece positivamente a sciogliere con reciproca condivisione: perché è stato importante che questo nodo sia stato sciolto con una attività dinamica ma proficua di confronto tra Governo e Regioni. Erano questi i due nodi – stavo per dire i due macigni – che avevano bloccato o impedito la crescita dell’apprendistato. L’eccessiva procedura è stata molto semplificata, soprattutto nella parte formativa che è adesso molto legata alla volontà delle parti sociali dentro le aziende, e si è ricostruita la fluidità del rapporto Stato-Regioni.
Però vorrei spendere il tempo che mi rimane per sottolineare una convinzione che personalmente sento in modo molto profondo. Faremmo un errore, pur nella bontà della legge, a considerare questa legge auto-applicativa. Questa legge non si applica da sola, pur essendo stata semplificata. Non si applica con un freddo tecnicismo o recepimento, questa legge ha bisogno di una attuazione calda da parte degli attori che ne sono protagonisti. Perché, diversamente, si perde e diventerà un’altra – purtroppo non sono poche – delle occasioni perdute. In questo senso, l’aver puntato molto sulla capacità delle parti sociali di essere protagoniste, in senso proprio, in questo caso autenticamente sussidiario; ma anche la responsabilizzazione, l’avere coinvolto, come è bene che sia, gli elementi della bilateralità – penso ai fondi interprofessionali -, gli attori – penso alle agenzie del lavoro, alle agenzie formative – in maniera diretta, dentro questa partita, non per un generico ampliamento della platea – un posto in più non fa male – ma per una chiamata di responsabilità, può diventare l’arma positiva, uno strumento positivo in più.
E vorrei fare alcuni esempi di come questa attuazione, questa applicazione calda potrebbe essere utilizzata anche chiamando in causa, per esempio, un sostegno ulteriore sul piano economico di alcune esperienze che potrebbero essere originate da un’applicazione della legislazione. Molto opportunamente, è stato già detto che questo apprendistato si articola in tre aree. Io credo, ad esempio, che il primo livello, quello del diritto-dovere, andrebbe utilizzato in modo sistematico, forte, a livello soprattutto regionale, per vincere una volta per tutte la battaglia della dispersione scolastica. Non sto a ricordarvi gli indicatori, sono tra i peggiori in Europa, particolarmente acuti nel Mezzogiorno d’Italia, con cifre oggettivamente imbarazzanti sul tasso degli inattivi o, come si dice, di coloro che non studiano, non lavorano in orario. Allora, la dispersione nasce da un processo reale, che succede nella vita di tutti i giorni, nel quale a un certo punto l’anagrafe generale e quella scolastica divergono: però, si può sapere dove, come e perché divergano? Nella Provincia di Caserta, si può sapere se 5000, 8000, 12000 giovani, che sono nell’età di andare a scuola, non ci vanno più, dopo un insuccesso? Se non ci sono mai andati, per tutti i motivi che sappiamo? E allora su quell’area andrebbe costruita un’esperienza seria di formazione professionale, in assetto di alternanza col lavoro, anche utilizzando ad esempio le risorse del Fondo Sociale che drammaticamente, lo dico proprio con il cuore, rischiano di essere restituite all’Europa entro quest’anno e che andrebbero invece usate molto proficuamente.
Questo è un esempio in cui, a livello territoriale e regionale, le forze che hanno dato vita a questa legge possono gestirla in termini dinamici, vissuti e anche efficacemente collocati, per asciugare, possibilmente a zero, l’indice di dispersione che è invece ancora una palla al piede molto forte, dando opportunità di formazione professionale e di occupazione collegata. Un’altro esempio concreto me l’ha suggerito il mio amico Cesare – che io non punzecchio anche se lui mi ha punzecchiato, sono nella fase in cui non rispondo più alle punzecchiature -, è il discorso del famoso mismatch. Guardate, a me personalmente, come sindacalista, pesa non sapete quanto l’idea di dover accettare che convivano 100 milioni di ore al mese di Cassa Integrazione con 100, 150mila possibilità lavorative che non trovano risposta da parte delle professionalità. Allora, l’apprendistato professionalizzante, lo dico agli amici dell’impresa: andiamo ad accendere un faro su queste professionalità che non troviamo, facciamo accordi in tutte le Regioni, in tutte le aree, in tutti i settori, per fare in modo che proprio col professionalizzante, col secondo livello, in questo caso, si costruiscano percorsi per queste professionalità. E mettiamoci tutto quello che serve come formazione: abbiamo i fondi interprofessionali. Chiediamo una mano, se dobbiamo farlo, per aggiungere e via di questo passo. L’apprendistato anche per la mobilità: qui interpello le agenzie del lavoro, per esempio, che hanno giustamente questo compito di fare politiche attive e ricollocare: è un’altra opportunità di applicazione importante, calda, che si può fare partendo dalle realtà specifiche e, ripeto, anche chiedendo risorse premiali che aiutino questo.
L’ultimo esempio che mi viene in mente, lo vorrei introdurre perché noi ci crediamo molto, è sulla cosiddetta area della alta formazione. La legge fa alcune interessanti aperture, ad esempio il rapporto col praticantato, gli studi professionali, su un’area di formazione e occupazione che è abbastanza opaca e poco trasparente ma che invece, in altri Paesi europei, è molto più aperta ed è un’opportunità reale per i giovani, ad esempio il mondo legato alle professioni. Lì l’apprendistato può veramente diventare di alta formazione, un elemento anche nuovo che determina la possibilità di cominciare a dare risposte. Anche qui, agendo in sinergia, in rapporto con soggetti rappresentativi anche di questi mondi, ma sempre per cercare di costruire premialità. Ecco, credo allora che, accanto a questa legge, bisognerebbe fare un programma articolato, concreto, con il protagonismo di queste forze, un programma che si ponesse dei target, come spesso diciamo: in questo momento ci sono circa 500mila apprendisti in Italia, 1,2 milioni i giovani disoccupati. È chiaro che non possiamo pensare di fare tutto in un momento, però se il 2012 diventasse l’anno in cui puntiamo a portare 250mila giovani aggiuntivi, con questa nuova legge, dentro al mercato del lavoro, e magari ci mettiamo anche risorse mirate, daremmo a questa legge un forte impulso.
Concludo con una osservazione. Sono d’accordo con Rossoni che forse c’è qualche eccessiva rigidità nel meccanismo dei tirocini, però noi, come parti sociali, abbiamo chiesto nella trattativa che il Testo Unico sia collegato all’intervento sui tirocini e soprattutto sui Co.Co.Pro. Perché il mercato del lavoro è un organismo molto delicato, in cui gli interventi sono sempre ambivalenti. Nel nostro Paese si è un po’ rovinato, in questi anni di abusivismo: allora, se riusciamo in termini corretti a cambiare qualcosa nella manovra, si potranno riportare i tirocini alla loro funzione originaria, che era prevalentemente collegata all’alternanza scuola-lavoro, quindi anche dentro il meccanismo del ciclo di formazione, ma anche come primo intreccio tra scuola e lavoro. E togliamo la funzione che ha avuto, che sembra tanto quel gioco dell’oca dove dopo il 59 torni all’1, e mai al 60, perché questa è la realtà di molti giovani che ci raccontano le loro esperienze. Così i Co.Co.Pro. il lavoro a progetto, diventa quel lavoro intermedio tra il dipendente e il professionale, e non una forma surrettizia, come è stato o come è ancora, in alcuni casi, perché costa meno, perché è più elastico di forma. Diamo così più risalto al fatto che l’apprendistato può essere, assieme al lavoro somministrato, per altri versi, quel canale di accesso al lavoro che viene più utilizzato, che viene messo in campo con forza, per cominciare a vincere quella sfida, che io chiamerei senza paura epocale, che è riuscire a creare inclusività attraverso il lavoro, anche nella difficile epoca di transizione di un’economia che deve ancora ritrovare il suo baricentro, in una economia sana, produttiva, ancorata al lavoro. È una sfida difficile, ma con strumenti pragmatici e con volontà forte delle parti, si può attuarla, è una sfida che si può vincere nell’interesse dei giovani che tutti vogliamo vedere protagonisti del nuovo mercato del lavoro.

EMMANUELE MASSAGLI:
Stefano Colli-Lanzi, Vicepresidente di Assolavoro e Amministratore Delegato di GI Group.

STEFANO COLLI-LANZI:
Cerco di portare via meno tempo possibile, ringrazio ovviamente dell’invito e della possibilità di discutere di questo tema che, prima di essere il tema dell’apprendistato, è il tema della disoccupazione giovanile: non vogliamo ripetere dati, però ci sembra proprio il tema dei non occupati, di coloro che non sono in un percorso di formazione e in un percorso scolastico. Sono rimasto colpito dal nostro osservatorio, l’osservatorio di intermediari che guardano il mercato del lavoro ad ampio respiro e che hanno una forte attenzione al mondo dei giovani che, ovviamente, utilizzano anche gli intermediari, particolarmente per entrarci. Il fenomeno delle persone e dei ragazzi che escono da qualsiasi tipo di percorso, che probabilmente è sempre stato considerato da tutti come un fenomeno di dispersione particolare su cui intervenire, spesso a livello di attività di volontariato, per recuperare casi particolari di disagio, è diventato un fatto sociale normale, questo è il problema. La situazione è in fase di continuo peggioramento e la cosa che impressiona è che sia diventata normale. Dire che il 22% dei ragazzi, delle persone sotto i 30 anni, mediamente in Italia non fa niente, mi sembra di una gravità stratosferica, non per essere negativo o pessimista.
Il Ministro Sacconi ha fatto una relazione, qualche giorno fa, estremamente esaustiva, che val la pena di rileggere anche nei dettagli. Per quanto mi riguarda, è stato interessante riprenderla anche nei dettagli, perché ho colto ragioni di carattere culturale, legate alla famiglia, all’abbandono dei giovani, alla mancanza di orientamento, a fattori culturali e sociali importanti. Noi qui vogliamo innanzitutto guardare alle tematiche più legate al mercato del lavoro, quindi agli strumenti che possono competere a chi si occupa di mercato del lavoro; non per fare la realtà a fette ma perché, ad un certo punto, bisogna identificare le tematiche su cui fare passi avanti. Allora, io noto questo, in generale, prima di entrare nel tema dell’apprendistato: il tema del giovane abbandonato, del giovane che non viene curato, che non viene orientato, che non viene ospitato dal mercato del lavoro, che non trova facilitazioni per essere incluso nel mercato del lavoro, supportato, protetto, stimolato.
E’ un tema che ci consegna un quadro un po’ più generale di mancanza di solidarietà tra generazioni. Trovo che l’estrema rigidità in uscita del mercato del lavoro in Italia, protegga in modo fortissimo chi è dentro il mercato del lavoro e finisca automaticamente per penalizzare chi deve entrare, perché tutta la flessibilità è stata caricata sui giovani. È un ulteriore segnale oltre a quello delle pensioni, oltre a tutta una serie di tematiche che possiamo mettere in fila, che ci dicono una cosa: siamo sempre meno capaci di investire, cioè di immettere risorse in un processo pensando di ottenere risultati non immediati. Siamo nelle condizioni di voler sfruttare continuamente qualunque cosa abbiamo davanti, nel breve tempo: questo è contrario alla crescita dei giovani, perché i voti non li portano i giovani, li portano quelli che sono dentro, le imposte le paga chi è dentro, il consenso ce lo dà chi è dentro. Per una azienda, investire su un giovane vuol dire investire, spendere per ottenere risultati che non saranno immediati, saranno risultati fra un anno, due, dieci anni. Per l’agenzia per il lavoro, lavorare per un quindicenne, puntando alla ricollocazione innanzitutto su un percorso scolastico, vuol dire lavorare su una fascia alla quale non puoi immediatamente dare un riscontro ma che può essere un investimento per il prossimo futuro.
Allora, io trovo che ci sia proprio questa tematica, all’origine: dobbiamo chiederci come mai c’è questa indisponibilità ad investire, e anche il tema dell’apprendistato va letto in questa ottica. L’apprendistato è interessante come contratto, forma, alveo che ospiti questo tipo di approccio. E obbiettivamente, la normativa precedente o quella attuale nascondono un equivoco: questo contratto di apprendistato vuole essere un contratto ad un minor costo rispetto al normale per facilitare l’inserimento lavorativo di chi deve entrare nel mondo del lavoro, o è un contratto che vuole premiare una attività di investimento formativo, forte, importante, da parte di tutti, perché non è solo l’impresa che finanzia la formazione ma è anche la persona che deve investire su di sé? Una persona che entra in un percorso formativo potrà ottenere dei risultati, dal punto di vista delle competenze e della possibilità di esperire queste competenze dal punto di vista del valore del lavoro, solo nel futuro. Allora, vogliamo che questo contratto aiuti e favorisca questo livello di investimento oppure vogliamo consegnare al mercato uno strumento di facilitazione e di breve termine?
Allora, io posso esprimere qualche rilievo critico che non vuole essere un rilievo alla norma ma più che altro una provocazione a quello che poi ci aspetta. Nel senso che sono d’accordissimo con Giorgio quando dice che l’alveo c’è e lo abbiamo anche migliorato, rifinito. Ma il lavoro è ancora tutto da fare perché dobbiamo riempirlo di contenuti. Ecco, io trovo che il contratto di apprendistato sia ancora troppo caro per essere un contratto che favorisca e incentivi l’investimento sulla formazione. Trovo che la formula dei livelli contributivi, agevolativi rispetto ai contratti normali, sia più simile a quella di un contratto di inserimento che non a quella di un contratto che preveda un forte sforzo formativo, soprattutto quando parliamo di apprendistato di primo livello, dove lo sforzo formativo può essere estremamente importante. Per non metterla in modo negativo ma positivo, dico che, se oggi ci sono sempre meno risorse pubbliche, di sistema, a disposizione, non dobbiamo utilizzarle per far sì che le Regioni facciano da sé corsi di formazione assolutamente inutili. Vediamo di investire le poche risorse che ci sono per favorire quelle aziende che certamente non utilizzeranno le risorse per metterle in tasca ma per investire con serietà in percorsi formativi costosi, impegnativi, perché devono essere impegnativi per le aziende e per le persone.
Questo è quello che succede in Germania, dove noi abbiamo percorsi di apprendistato dove il costo di lavoro per l’azienda è del 20, 30%, e dove la persona non lavora in apprendistato per i soldi ma per la formazione. Non sarebbe assolutamente possibile che persone potessero accettare contratti di questo tipo se la formazione non venisse fatta. In Italia, succede qualcosa di diverso. Altra sfumatura, noi pensiamo che avvicinare l’azienda, la persona e il buon utilizzo dei fondi pubblici e dei fondi di sistema possa essere utile a un soggetto terzo per aiutare un controllo del processo formativo. Questo vuol dire aprire comunque al mercato la possibilità dell’apprendistato in somministrazione. La nuova normativa chiarisce che è possibile somministrare apprendisti attraverso lo Staff leasing, e questo va benissimo: piccolo particolare, la somministrazione a tempo indeterminato la si può fare solo in alcuni tipi di attività, per altri c’è bisogno di una snervante contrattazione aziendale e territoriale. Allora, io sono colpito di come in questi dibattiti mi capiti spesso di trovarci tutti d’accordo: c’è una certa stranezza nel vedere le cose allo stesso modo e, dall’altra parte, nell’estrema difficoltà a prendere decisioni che facciano fare passi avanti, l’estrema lungaggine, l’estrema farraginosità.
Il mio input stasera è questo, mi sembra di ripetere cose che Giorgio ha già detto: che veramente, a fronte di questo testo di legge che ormai è legge, ci sia una presa di responsabilità da parte delle parti sociali nell’attuare immediatamente quello che si può attuare immediatamente. Per cui, oggi si possono sospingere le Regioni ad utilizzare le risorse formative, si possono fare regionali e nazionali per far partire in fretta l’apprendistato di primo livello e per far sì che la somministrazione di contratti di apprendistato sia aperta in modo decisivo a tutte le possibili azioni. Un ultimissimo flash è sull’orientamento. Un’altra importante responsabilità del mercato del lavoro, sia quella di attivare snodi, punti che aiutino le persone, i giovani, ad orientarsi, non solo quando sono già usciti dal percorso formativo ma durante il percorso. Questo richiede investimento di risorse di sistema, pubbliche. La difficoltà storica è quella di vedere i risultati di questa attività di orientamento: facilmente le risorse vengono più concepite come sussidi che non a supporto di effettivi risultati ottenuti. Suggerirei di prendere come riferimento il criterio che l’orientatore sia retribuito nella misura in cui ricolloca, sia all’interno di un percorso lavorativo sia formativo. Attraverso questa logica, dobbiamo ricostruire un tessuto di orientatori perché la mancanza di essi è una grave buco per ribaltare la crescita della dispersione, sia scolastica che lavorativa. Grazie.

EMMANUELE MASSAGLI:
Chi parla per ultimo deve essere sempre il più bravo, perché il richiamo dei padiglioni della ristorazione è forte. Per cui, do la parola ad Alessandro Mele, Direttore della Fondazione Cometa.

ALESSANDRO MELE:
Io ringrazio il Meeting e chi ci ha invitato, ringrazio soprattutto voi che avete resistito al record assoluto, credo, di questo Meeting: siamo oltre le 20,30, quindi oltre la zona Cesarini, l’arbitro ha già fischiato il calcio finale. E’ valsa la pena di rimanere qui finora ad ascoltare questo dibattito? E che cosa possiamo portare a casa? Proverò a dare un piccolo contributo agli eroi che sono rimasti con noi. È valsa la pena, ho visto qui la mia amica Giulia, è valsa la pena venire a sentire questo dibattito perché parla dei giovani, parla del futuro, parla della possibilità di costruirsi un percorso, una strada. Io credo che oltre alla situazione del mercato del lavoro, ci sia una situazione più ampia: lo dice la Francia, lo dice l’Inghilterra. Negli ultimi episodi c’è una situazione di disagio che non è solo sociale ma è uno svuotamento della fascia dei giovani. Quindi, questo dibattito si va a collocare in un panorama decisamente più ampio, non è meramente un problema economico o di inserimento nel mercato del lavoro. Va ad impattare su un problema sociale decisamente di più ampio respiro. C’è un disagio che non riguarda solo la fascia della popolazione marginale ma che dilaga a tutti i livelli. Io dico, anzitutto, un’assenza di significato nei giovani, di speranza. I ragazzi che incontriamo ci dicono, innanzitutto: “Dammi una ragione per cui valga la pena vivere”. Sono ragazzi che non hanno abbandonato solo la scuola, magari frequentano anche i licei. L’esperienza del lavoro è l’opportunità di recuperare l’esperienza della vita, del significato. Benedetto XVI, nella Giornata Mondiale della Gioventù, diceva ai giovani:”Cerca la verità mentre sei giovane perché, se non lo farai, poi ti scapperà dalle mani”.
Credo che questo tema si collochi in un momento decisivo della vita dei ragazzi. Ma non è importante solo per Giulia o per i suoi coetanei, mi ha fatto piacere vedere in questi giorni sul giornale che l’apprendistato è stato inserito dal Pd come uno dei dieci punti importanti di giudizio rispetto alla manovra del Governo. E’ un tema decisamente bipartisan, l’urgenza è avvertita da tutti. Il tema dell’apprendistato non è relegato solo al tema lavoro, è un problema che entra prepotentemente nell’ambito scuola. Non è un problema che riguarda i drop out, per usare un’altra sigla straniera: il principio della scuola è l’universalismo, dicono i pedagogisti. Facciamo una piccolissima parentesi: bisogna garantire l’educazione a tutti, poi, come diceva Sacconi l’altro giorno, abbiamo 126.000 giovani che lasciano la scuola superiore. Quindi, come facciamo a garantire un universalismo reale, vero, non di principio, non dichiarato? Che cosa diciamo a questi 126.000 giovani italiani che lasciano la scuola superiore, qual è la risposta? E ultimo, perché ci interessa resistere stasera ancora cinque minuti? Perché parlare di apprendistato vuol dire mettere a tema i passi con cui un giovane costruisce una prospettiva di vita, vuol dire parlare di educazione cioè parlare dell’esperienza che ognuno di noi fa a qualunque età, l’esperienza della verità del rapporto con le cose.
Un uomo senza lavoro, un giovane senza lavoro, è in una situazione gravissima, come diceva anche Colli-Lanzi: siamo tutti d’accordo ma poi le soluzioni stentano a decollare. Si può avere, rispetto al problema di questi 126.000 ragazzi e del lavoro, un approccio riduzionista verso l’apprendistato, intendendolo come mero addestramento, oppure esplodere il valore educativo del lavoro facendolo diventare leva per un percorso educativo di crescita della persona. Si corre sempre meno il rischio di cedere all’idea funzionalista del lavoro in un’ottica industriale, cioè l’importante è eseguire il compito: ma non è mai vero, mai, perché anche in una catena di montaggio, il risultato, compresi i difetti dell’esito di un processo produttivo, dipende anche dalla motivazione di chi lo fa. C’è qualcosa nel lavoro che eccede la capacità materiale e l’esito del compito seguito.
In questi giorni al Meeting, Napolitano, parlando del lavoro della politica, esortava i giovani partendo dal significato: “Portate nell’impegno politico le vostre motivazioni spirituali, morali, sociali, il vostro senso del bene comune, il vostro attaccamento ai principi dei valori della Costituzione. Apritevi così all’incontro con interlocutori rappresentativi di diverse radici culturali!”.
In azienda – e chiudo questa breve premessa – ridurre il lavoro alla materialità del compito è innanzitutto una miopia imprenditoriale. Il tema dell’apprendistato è molto ampio, ha implicazione tecniche, alcune abbiamo incominciato ad esaminarle stasera, meriterebbero un approfondimento che a quest’ora sicuramente vi risparmio. Bisognerebbe lavorare sui meccanismi di incentivazione de-contributiva, assicurare l’effettività della formazione e la sua qualità. Quindi, passare dall’efficienza all’efficacia, perché non dobbiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. Se è stata la festa dei formatori, rischiamo di buttare via il bambino con l’acqua sporca perché dobbiamo capire come, non basta tagliare per risolvere un problema. C’è chi abusa dei tirocini, strumento importantissimo di recupero di un disagio sociale: vediamo nelle eccezioni come andiamo a salvare alcune necessità. Qual è l’obiettivo di questa riflessione che vorrei portaste a cena? La declinazione delle soluzione tecniche e operative sull’apprendistato è a valle di un giudizio culturale chiaro che Cesare Fumagalli ha già richiamato. E’ questo che vorremmo mettere a fuoco, questo da portare a casa.
Noi, in Cometa, siamo partiti dalla dispersione scolastica e abbiamo iniziato attraverso il lavoro, con Confartigianato a Como, percorsi interessantissimi, una struttura che abbiamo chiamato “liceo del lavoro”, un percorso di alternanza. I ragazzi in situazioni anche molto complesse hanno ritrovato l’ipotesi di costruire un percorso di vita attraverso il lavoro. Abbiamo un progetto molto maturo che abbiamo realizzato – vedo qui l’amico Angelo Colli-Lanzi -, un minimaster alberghiero sulla dispersione scolastica, portando ragazzi con la terza media a lavorare stabilmente negli alberghi più belli del lago. Queste esperienze ci ha fatto trovare davanti a una domanda culturale: il lavoro, è l’ultima spiaggia per un giovane o è un’altra possibilità educativa, una strada per la conoscenza? Non abbiamo voluto rispondere con dei principi, abbiamo voluto provare a sperimentare dei modelli, così è nato un modello piuttosto complesso di integrazione scuola-azienda, proprio per rispondere a quella che è stata chiamata la lacerazione scuola-azienda. Faccio solo un esempio per dire come possiamo riaprire questa strada, questo sentiero antico che già esisteva – è stato citato l’apprendistato degli anni ’40/’50, la bottega-scuola medievale. Il lavoro nella nostra esperienza è realmente un ambito di apprendimento.
Stiamo studiando diversi modelli, stiamo elaborando dei risultati, vorremmo proporvi solo una brevissima riflessione. Abbiamo provato una delle nostre sperimentazioni, oltre la bottega-scuola: l’azienda-scuola, l’azienda formativa. Abbiamo spostato un’intera classe in azienda mandando là i professori e i ragazzi a lavorare ogni due settimane, a formarsi in un reparto diverso. È stato molto interessante, abbiamo portato a casa alcune osservazioni con interviste ai tutor, ai ragazzi, indagini di clima e quant’altro. Tre esempi semplicissimi che dicono della valenza educativa del lavoro, di questa strada che si può riaprire. Il primo, userò un nome di fantasia, l’allievo Moretto: nelle interviste ai tutor, tutti erano entusiasti. Un altro dato interessante, è che formare dei giovani riattiva la motivazione di chi lavora, quindi cambia il clima aziendale. Erano tutti entusiasti e dicevano: fantastico, un progetto da ripetere, per me è stato interessante per questo e quest’altro. Però Moretto non ce la faceva, tutti entusiasti però Moretto, però Moretto… Cominciava a diventare un po’ imbarazzante, finché, all’ultimo, parla quello dell’azienda tessile: “Un progetto interessante, ci è piaciuto, sicuramente va rifatto, ma il nostro lavoro è un po’ complesso perché si approfondisce molto il particolare, i vostri ragazzi sono molto giovani, fanno fatica a resistere, abbiamo visto che forse bisognerà aggiustare delle cose. Però Moretto lo assumeremo subito”. Nella nostra storia, il lavoro ha una fortissima valenza identitaria, Moretto ha capito per che cosa era fatto.
Secondo esempio, Salima che scrive nel suo diario sul tirocinio: “Spero proprio di fare la scelta giusta, fare ciò che veramente mi piace, mi sono innamorata perdutamente di un reparto accogliente, vivo, pieno di colori e di disegni, lì ho ritrovato me stessa e quella voglia che mi era svanita negli altri reparti, lì era come entrare in un altro mondo, quella atmosfera magica mi spingeva a colorare e a disegnare, creando ad ogni istante qualcosa di meraviglioso che, anche se banale, aveva sempre un fascino particolare. Questa esperienza mi sta regalando molto, non sapevo di riuscire ad apprendere così facilmente, ho notato che prestando un minimo di attenzione ho appreso molto”. Identità e apprendimento.
Da ultimo, cultura. Giulia scrive una poesia, forse la prima nella sua vita, la cui premessa è che, abbandonata la scuola, senza nessuna ipotesi, riacciuffata per i capelli finisce con questo bel corso :”Credo nel riflesso della tua fedeltà, credo nelle tue mani sempre pronte ad aiutare, credo nel tuo sorriso, il tuo sorriso è il mio compenso ed è una roba insolita, credo nei tuoi abbracci e nelle tue parole sincere, credo in te che mi hai cambiato l’anima, te che hai salvato il mio cuore, credo in te”. E’ il commento sul tutor che l’accompagnava. E concludo. Tutto questo, brevemente accennato, è un episodio o ha una prospettiva? Il valore culturale del lavoro, cioè l’apprendistato come ambito formativo reale e non come sconto contributivo, ha una prospettiva o questi sono solo episodi.? Noi abbiamo già replicato il nostro modello in tantissime situazioni ma con una accortezza, sapendo benissimo che le due condizioni per replicare questa esperienza sono: educazione, cioè la formazione e un rapporto, e che la soluzione organizzativa, quindi tecnica, é solo la condizione necessaria di questo rapporto ma non basta. L’abbiamo fatto in altre Regioni d’Italia, all’estero, in Brasile e anche in questi giorni, ancora centro Italia, Centro-America, tante richieste.
L’esperienza ci dice di sì, il lavoro può essere veramente un ambito educativo di apprendimento. Alle istituzioni, direi che le scelte organizzative devono essere trasferite, favorendo il rapporto e lo scambio di buone prassi fra operatori, secondo una possibile contaminazione positiva, perché è decisivo il soggetto prima del progetto. E a tutti voi presenti, così pazienti, vorrei dire che abbiamo buone speranze, primo, perché il Ministero è stato molto deciso, ha proceduto speditamente, a volte con delle accelerazioni un po’ forti. E credo e spero che continuerà in questa direzione e che ognuno potrà prendere le sue responsabilità e concorrere, come è stato detto da tutti. La Regione Lombardia, prima in Italia, ha deciso di tentare l’operatività dell’apprendistato, sperimentando che i ragazzi possano prendere la qualifica lavorando. Dovremmo partire prima di Natale con questa sperimentazione, pochi, selezionati: una grande responsabilità, perché dall’esito di questa sperimentazione dipenderà poi il futuro, la possibilità che questa diventi una storia, la storia per certi versi gloriosa degli anni ’40/’50. Con le parti sociali abbiamo già avviato una importante riflessione sul tema dell’apprendimento nel luogo di lavoro, nelle sperimentazioni, e siamo molto avanti nella implementazione di queste sperimentazioni. Confartigianato e le parti sociali si sono dimostrate interessate ma anche estremamente disponibili: quest’anno abbiamo fatto una bottega-scuola con i ragazzi che ha poi varato una barca, con una festa all’esame finale, una roba bellissima. Quindi, anche la bottega- scuola che è più artigianale, ha un futuro, dal nostro punto di vista, su questo si può lavorare. Bisognerà lavorare sicuramente sui tirocini, sull’attivazione della qualità formativa, su tutte le cose che sono state dette questa sera. Non le ripeto e dico che possiamo ben sperare: noi, almeno, siamo pronti per partire. Grazie della pazienza.

EMMANUELE MASSAGLI:
Mi sembra astratto chiudere con ulteriori riflessioni, per cui vi ringrazio di essere stati presenti fino a quest’ora e vi saluto.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria