IL FUTURO DEL WELFARE - Meeting di Rimini
Scopri di più

IL FUTURO DEL WELFARE

In collaborazione con Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. Partecipano: Vannino Chiti, Vice Presidente del Senato; Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare; Lorenza Violini, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano e Responsabile Dipartimento Pubblica Amministrazione della Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Marco Biscella, Vice Caporedattore de Il Sole 24 Ore.

 

MARCO BISCELLA:
Buonasera a tutti. Diamo inizio a questo incontro dal titolo: Il futuro del Welfare, in collaborazione con il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali. Partecipano, e nel salutarli li ringraziamo per la loro presenza qui al Meeting, Vannino Chiti, Vice Presidente del Senato, Maurizio Sacconi, Ministro del Welfare e Lorenza Violini, docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano e Responsabile Dipartimento Pubblica Amministrazione della Fondazione per la Sussidiarietà. Perché parlare di welfare e del suo futuro? Per rispondere basterebbe ricordare un aspetto ovvio a ciascuno di noi: nessuno qui presente in questa sala può ritenersi estraneo al tema del welfare, vuoi perché è fruitore dei servizi, vuoi perché è magari responsabile di un’opera, di una iniziativa, che opera appunto nel campo del welfare. Parlare di welfare significa fare i conti con quella gamma, ampia, di tutele e di garanzie, che vanno dall’Istruzione al Lavoro, dagli Ammortizzatori sociali all’Assistenza, dalla Salute alla Previdenza. E’ quel sistema che comunemente indichiamo con il nome di welfare state, lo Stato che si prende cura di noi dalla culla alla tomba. Questa almeno è l’immagine tradizionale che abbiamo del welfare, un’immagine da qualche anno un po’ ingiallita, e che la pesante crisi che stiamo vivendo dal settembre del 2008 sta sempre più seriamente mettendo in crisi. A inizio luglio, nel corso di una conferenza dedicata al tema Oltre il welfare state verso la sussidiarietà, il professor Salamon, direttore del Centro per gli studi sulla società civile della Johns Hopkins University, ed esperto del settore, ha ricordato – cito testualmente – “che quella del welfare state è una crisi legata al suo successo, non a un suo fallimento, così almeno è stato per gran parte del secolo scorso. Tuttavia – aggiunge Salamon – nel corso degli ultimi anni si è resa sempre più evidente una crisi legata all’andamento demografico e ai sistemi di finanziamento dello stato sociale, senza dimenticare il ruolo sempre più ampio della burocrazia, che ha reso più complessi i meccanismi di funzionamento del sistema, riducendo le opportunità di scelta al proprio interno”. Insomma, il protagonista, nel modello di welfare che tutti noi sperimentiamo, è lo Stato, mentre la persona è l’oggetto passivo delle sue attenzioni. Ma oggi, vuoi per ragioni di ristrettezza economica, vuoi soprattutto per l’evidente difficoltà o incapacità degli interventi pubblici a coniugare al meglio le ragioni dell’equità e dell’efficienza, la vera ragione per una riforma del welfare risiede nella necessità di ribaltare questa visione, mettendo invece al centro la persona, puntando su opportunità, responsabilità, sussidiarietà. Ancora oggi – ha scritto Giorgio Vittadini sul Riformista del 16 maggio – l’Italia è disseminata di realtà di popolo, come fondazioni, opere di carità, case di cura e assistenza, capaci di rispondere dal basso ai bisogni della gente, molto spesso di gran lunga preesistenti al costituirsi dello Stato. Purtroppo uno statalismo duro a morire continua a ritenere che l’unico modo per attuare eguaglianza di opportunità e promozione delle fasce deboli sia una forma di welfare state assistenzialistico. E molti pensano che l’unica forma alternativa sia il mercato libero. Il vero punto di snodo – continua Vittadini – sta invece nell’idea antica e pure così moderna, che riconosce come primo fattore di costruzione sociale la responsabilità umana coinvolta in un ambiente. E’ una visione che con il recente libro bianco sul futuro del modello sociale, che si intitola La vita buona nella società attiva, approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 6 maggio, il ministro Sacconi ha dimostrato, almeno nella enunciazione dei principi portanti, di voler promuovere. Il centro del welfare non sono i servizi che lo Stato eroga, ma la persona nella sua integralità, la persona nel complesso delle sue legittime aspirazioni, la persona nella sua capacità di costruire legami. Insomma, come ha titolato la rivista Tracce nella sua intervista al Ministro dopo l’uscita del libro bianco, una scommessa sull’io. E allora, tirando un po’ le somme, sulla riforma e sul futuro del welfare si intrecciano una complessità di domande, che anche la cronaca recente ha portato alla ribalta, che qui proviamo a elencare brevemente.
Prima domanda: Condividete l’impostazione sussidiaria contenuta nel libro bianco? E’ ovvio che questa domanda è rivolta soprattutto ai due interlocutori che non sono il Ministro. Quali passi sono necessari per tradurre in concreto le indicazioni e i suggerimenti in esso contenuti?
Seconda domanda: Da una parte la crisi sta provocando uno stress-test allo stato sociale, riducendo le risorse a disposizione; dall’altra l’invecchiamento della popolazione rende precario il rapporto tra salari e pensioni. Come garantire la continuità di servizi universalistici?
Terza provocazione: Come valorizzare la libera scelta dell’utente, il pluralismo dell’offerta, con soggetti statali, privati e privati non-profit, la possibilità di introdurre vouchers, meccanismi di dote, sistemi integrati?
Quarta domanda, e ultima: Oggi chi si occupa di servizi di pubblica utilità è schiacciato come in una tenaglia, da una parte lo Stato, che spesso gestisce i servizi in regime di monopolio, e dall’altra sul territorio tante amministrazioni che replicano nel loro piccolo la stessa opprimente filosofia di intervento. Come uscirne? Con il federalismo fiscale alle porte, questa tendenza ne uscirà rafforzata, oppure no?
Lascio ora la parola ai nostri ospiti. Ciascuno per le sue competenze, sensibilità e responsabilità, proverà a rispondere a queste domande. Comincerà il senatore Chiti, poi toccherà alla professoressa Violini e a chiudere, il ministro Sacconi.

VANNINO CHITI:
Sì, grazie. Grazie per questa nuova occasione di incontro. A me fa molto piacere ogni anno avere, da molti anni a questa parte, un’occasione di confronto, di dibattito al Meeting di Rimini, perché, non so quale sia il contributo che io riesco a dare, ma certamente è grande il contributo che io riesco ad avere, soprattutto sul tema che oggi discutiamo. Se lo dovessi dire con uno slogan, diciamo che io ho cominciato, allora ero presidente della Conferenza delle Regioni, nel ’97-’98, non ricordo quale sia stato il primo anno che sono venuto qui, a pensare alla riforma del welfare come un mix, un welfare-mix, e oggi, attraverso un confronto, un approfondimento, a dimostrazione, dicevo stamani con Vittadini, che io non ritengo, davvero non ritengo, e spero che questo elemento mi si mantenga, non ritengo che nessun avversario, il più lontano da me, abbia il 100% di torto, o non possa avere nel confronto, se è un confronto vero, un elemento che mi fa riflettere, o che mi possa anche convincere di qualche cosa. E io quindi rispondo intanto alla sua prima domanda, dicendo che oggi ritengo che si debba lavorare, e non è facile, anche una volta avendolo indicato, lavorare su quella che si chiama welfare society, diciamo, un welfare civile, e che bisogna riflettere su questo obiettivo e poi sui modi per realizzarlo. Perché anche essendo d’accordo sull’obiettivo, penso che la realizzazione non sia così semplice, bisogna che ci sia un impegno di più lungo respiro. Ma comincerò da una considerazione che, diciamo, mi dispiace in parte fare per la prima volta qui al Meeting di Comunione e Liberazione, perché mi rendo conto che possa sembrare come una captatio benevolentiae, questo è uno degli aspetti che, penso, tra tanti difetti, di non avere, cerco anzi di evitarlo, di essere più brusco e misurato su questo. Ma inizio invece da una riflessione sull’enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in Veritate, che ho letto con attenzione in questo periodo e che penso contenga, credenti e non credenti, io sono credente, ma a prescindere, elementi di riflessione e di approfondimento serio, che le forze politiche e la politica in genere sarebbe bene che l’approfondissero. Ai paragrafi 35, 36, soprattutto 38, questa enciclica che cosa ci dice? Attenzione, non separate il mondo dell’economico da quello del sociale, non è che esiste il mondo dell’economia come una giungla dove prevalgono soltanto gli interessi più egoistici, e poi quello del sociale, che è il mondo della solidarietà e dell’equilibrio, l’uno affidato al privato, l’altro, il mondo del sociale affidato allo stato, che qui è uguale a pubblico, perché andando in questa direzione non si umanizza la società. Seconda considerazione che a me è parsa importante: il mercato è uno strumento, non ci sono alternative al mercato, la storia in questo momento le ha cancellate, e certamente nessuno che abbiamo un minimo di ragione può pensare all’economia pianificata che abbiamo visto che cosa ha prodotto o ad altre forme, ma il mercato è appunto uno strumento. Cosa si mette come obbiettivi e come regola dentro il mercato dipende da noi, dipende da quello che viene costruito e dobbiamo cercare di mettere dentro lo stesso mercato e quindi ampliando, arricchendo e costruendo, obbiettivi diversi per lo stesso mercato, per il mercato in genere, non per il mercato separato dal resto della società, obbiettivi che abbiano queste riflessioni che oggi facciamo sulle questioni del sociale. Per questi motivi io ritengo che anche se non ci fosse la crisi fiscale dello stato, che esiste, è da noi, perché non è ovunque il problema demografico, ugualmente noi dovremmo interrogarci su come cambiare, riorganizzare la società, quali idealità darle, quali obbiettivi e come cambiare lo stesso sociale, perché il punto più di rilievo che abbiamo di fronte, mi pare sia questo: noi stiamo cambiando, la società sta cambiando, siamo in una fase di transizione, non siamo più nella società industriale, siamo in una terza rivoluzione, che è quella della società tecnologica. Non è che l’industria non conterà più, come abbiamo visto l’agricoltura dentro la società industriale, conterà, produrrà reddito, potrà produrre anche di più, ma non sarà più quel motore esclusivo, quel motore più forte che spinge la società e non risolverà da sola, non risolverà più alcune questioni rilevanti che sono quelle dell’occupazione, che sono quelle del lavoro. Del resto, accanto ad una disoccupazione che è creata dalla crisi e che abbiamo conosciuto anche in altre epoche storiche, oggi siamo di fronte anche ad una disoccupazione che è creata, anche prima che la crisi, questa più grave ci colpisse, dal fatto della globalizzazione, della competitività, delle tecnologie. Quindi su questi aspetti, che sono aspetti nuovi, importanti, dobbiamo misurarci, se vogliamo tenere fermo il riferimento che l’economia e la società sono per la persona, e anche la politica è per la persona. Seconda considerazione, un welfare non separato con il luogo della solidarietà e della redistribuzione è un welfare che è inserito in questo passaggio di società, e su questo mi ritrovo con alcuni punti che ci sono nel libro bianco. In primo luogo, ministro, mi ritrovo sul fatto che ci sono discussioni ampie, che non c’è soltanto una discussione tra le forze politiche, ma discussioni che coinvolgono l’insieme dei protagonisti e degli attori della società. In secondo luogo, mi ritrovo sul fatto che se è dentro questa fase di transizione, noi oggi dobbiamo ripensare un welfare che non sia più quello dei risarcimenti, che ha avuto un’ importanza fondamentale nella vita delle società industriali. Quello che lei diceva è vero, meno male che c’è stato il welfare, noi oggi discutiamo sul welfare, al di là delle forme organizzative, perché ha prodotto dei risultati importanti per una fase di sviluppo della società che oggi non esiste più, per cui dobbiamo pensare un nuovo welfare, che accompagni una diversa fase di vita della società. Allora, rispetto a questo, io penso che un elemento centrale, uno degli elementi centrali ad esempio sia quello che è legato alla istruzione, alla formazione e cioè il fatto di dare alle persone un’uguaglianza di opportunità, che consenta poi al merito di svilupparsi. Questo vale ovunque e in Italia vale ancora di più. Io dico sempre che la mia generazione ha avuto fortuna, io mi sento questa fortuna addosso, ha avuto la fortuna di nascere dopo la guerra e quindi non abbiamo conosciuto quello che la guerra ha rappresentato, ci siamo trovati la Costituzione e la democrazia, con tutte le contraddizioni, chiari e scuri, siamo vissuti dentro un miracolo economico che ha migliorato il benessere delle famiglie e abbiamo conosciuto una diffusione della scolarità, che con tutti i limiti e gli aspetti che si possono trovare di contraddizione, ha fatto sì che ragazzi e ragazze che venivano da famiglie povere si iscrivessero a scuole superiori e ai licei, cosa che fino alla metà degli anni settanta non esisteva. Oggi la società, almeno quella italiana, rischia questa porta che era stata socchiusa, che era stata aperta, non di vederla spalancata, ma di vederla richiudere. Senza essere cartomanti, che è un mestiere che proprio non mi piace, oggi è facile fare la previsione: se so dove è nato, qual è la famiglia di un bambino o di una bambina, non è difficile prevedere quale potrà essere il suo avvenire di vita, di lavoro, e questo è quello che non funziona, non funziona in una società democratica, in una società aperta, in una società che sia avanzata. Per questo motivo, il merito per potersi sviluppare, bisogna che abbia alle spalle qualcosa di robusto, un’uguaglianza di opportunità. Se a me si fa fare una corsa di 10 km insieme a Sacconi, ma io parto dopo 9 km e ce n’ho da fare uno, mentre lui parte (potrei fare l’inverso, no dal primo chilometro e c’ ha anche un peso sulle spalle, poi è difficile, quando ho vinto, dire che ho vinto perché c’ho messo più capacità, più merito; ho vinto perché in realtà c’erano delle sproporzioni tali che erano insuperabili. Quindi questo è un punto, io credo, che dobbiamo tenere presente e dobbiamo tenere fermo. Ecco, il welfare che dobbiamo rinnovare, deve continuare ad essere un welfare universalista, un welfare che sposta l’asse, dà molta centralità, non ha bisogno di essere prevalentemente risarcitorio, dà prevalenza a questi aspetti che schematicamente ho richiamato, e su questo, a partire da qui bisogna ripensare quali sono i ruoli e soggetti più opportuni per farlo vivere. Se sono d’accordo nel dire che questo è il cambiamento che ha la società, che questi sono gli obiettivi che deve perseguire, poi allora discutiamo di quali sono gli strumenti per poterli perseguire. Io penso che lo Stato abbia ancora un ruolo, non dico lo Stato centrale, ma lo Stato istituzione, penso che l’istituzione abbia ancora un ruolo importante in questi campi, appunto, per garantire che ci sia e assicurare che ci sia questa universalità. Garantire, come dire, la serietà dei soggetti a cui i cittadini si possono rivolgere, e fare i controlli, perché anche un soggetto che oggi è serio, che oggi funziona, è efficace, può benissimo tra cinque anni non esserlo più e viceversa. Dentro questo io penso che debba essere superato un aspetto che in una cultura che mi appartiene, che è una parte della cultura della sinistra, ma anche in una cultura di destra, esiste, l’aspetto che vuole che lo stato coincida soltanto con il pubblico. Per cui tutto quello che non è stato, che non è istituzionale, non è pubblico. Ciò fa parte di una impostazione culturale, di una visione della società, che va superata. Se distinguo tra economia in cui c’è il regno del privato e dell’egoistico, e sociale, in cui c’è il ruolo della ridistribuzione, del risarcimento assicurato dallo stato, lo stato è l’unico che coincide con il pubblico e quindi tutto quello che non è stato, è un rischio, è un timore, perché il pubblico, in realtà, non l’assicura. Credo che questo non sia un welfare universalista, ma sia invece un welfare che fa arretrare. Questo è quello che dobbiamo secondo me costruire: non avere paura che ci siano soggetti che entrano e diventano protagonisti, che allargano e ampliano e arricchiscono il mercato in generale. Accanto a un mercato dove si svolge ed è opportuno che si svolga quello che si chiama il contratto, lo scambio tra equivalenti, è bene che ci sia un mercato che ha un’altra qualità, che si fonda su altri aspetti, senza rinnegare l’efficienza, ma con altre finalità e altri obiettivi. Ciò fa crescere la libertà e la responsabilità della persona. Ultima considerazione. Per questo motivo è evidente che se si va in questa direzione, il meccanismo del buono, del voucher, della defiscalizzazione e tutto quello che si vuole, che si rivolge alla persona, è un asse che diventa progressivamente privilegiato via via che questo viene a riorganizzarsi come welfare e come società. Da questo punto di vista apro qui un inciso, lo consegno senza polemica alcuna, perché non c’è motivo, anche al ministro Sacconi. Non è frequente, in queste fasi, nel Parlamento della Repubblica avere convergenze, come si dice, bipartisan, anche se esiste un gruppo interparlamentare di cui faccio parte volentieri, quello sulla sussidiarietà, si chiama così, che da alcune legislature, quindi nel cambio anche di maggioranze e di governi, continua a esistere e a svilupparsi. Questo gruppo ha costruito una proposta di legge, quella per rendere stabile il 5 per mille, che è preziosa per andare in questa direzione, ed è preziosa soprattutto perché ci sono stati 19 milioni di cittadini che hanno pagato le tasse, su 26 milioni, 19 su 26, che hanno scelto di utilizzare il 5 per 1000. Siccome c’è una proposta di legge presentata dal gruppo sulla sussidiarietà sia alla Camera che al Senato, e al Senato abbiamo deciso di farla partire da lì, come c’è già una volontà unanime, una possibilità, da due o tre mesi, di procedere per via legislativa in commissione, qualunque sia la cifra che viene destinata, il governo dica una cifra che consenta di fare subito la legge e di tentare di farla subito anche alla Camera, così da non perdere un anno, come avverrebbe se entrassimo invece nella fase della sessione della finanziaria.
Concludo con due considerazioni. La prima è quella che riguarda la sussidiarietà e ci lego anche il federalismo fiscale. Sul federalismo fiscale voglio dire questo: se il federalismo fiscale è uno strumento che responsabilizza realmente a livello dei territori, cioè dà autonomia e responsabilità alle istituzioni locali e questo avviene all’interno di un tessuto e di una visione che è quella unitaria nazionale del welfare universalista, allora è un aspetto positivo, che può produrre efficienze e efficacia, che sono due aspetti diversi. Naturalmente, perché questo avvenga c’è bisogno che si rifondi un patto di solidarietà tra cittadini italiani, e un patto di solidarietà e di unità in questo paese. Guardate, non si può neanche per scherzo, non ce lo possiamo permettere neanche per scherzo, di giocare su differenziazioni o contrapposizioni di territori, o tra nord e sud, perché ci porterebbe al peggio del peggio… Noi dobbiamo pensare invece a un paese che ricostruisce la sua convinzione, la sua cittadinanza, la sua volontà di essere protagonista in Europa attraverso il patto fiscale, attraverso un patto di solidarietà, attraverso un patto di funzionamento delle sue istituzioni e delle sue politiche. Consegno qui ancora al ministro Sacconi una riflessione. L’Italia, non vorrei fare troppo tardi e quindi non so se posso dare i dati, l’Italia ha conquistato in questi ultimi 30 – 40 anni un grande risultato per quanto riguarda la mortalità infantile. Cioè siamo un paese che è passato dal 29,2% nel ’70, in cui i bambini morivano durante il parto o subito dopo il parto, nei primi anni di vita, a un paese che nel 2005 è al 3,7%. Cioè ha recuperato, al di là delle cifre, e tuttavia in queste cifre positive ci sono due aspetti che vanno colti subito. Il primo è la differenza delle regioni meridionali, penso per un problema di funzionamento della sanità. Le regioni meridionali hanno un tasso di mortalità infantile, nei termini che ho detto, estremamente più alto; per dire due cifre: in Friuli è l’1,8%, in Lombardia è il 2,8%, in Emilia Romagna e in Toscana è il 3,6%. Se si va dal Molise in giù è sopra il 4%%, fino al punto della Calabria dove è il 5,4%. Allora qui c’è un problema serio, che è del paese, non è di un governo o di un’opposizione, è del paese, perché non può essere che un neonato che oggi dovesse nascere a Reggio Calabria abbia la probabilità di morire tre volte superiore a quella di un neonato che nascesse nella mia città a Pistoia e 4 volte di più di quella che ha un neonato che nascesse a Trieste. L’altra questione è quella degli immigrati, dei cittadini immigrati. I bambini che hanno un genitore, e figuriamoci due, che sono figli di immigrati, hanno un tasso di mortalità doppia, quasi doppia, e anche questo è spiegabile, perché, è un dato culturale, la non conoscenza dei servizi, la non conoscenza delle prestazioni sanitarie… Ma bisogna anche su questo intervenire, perché non ci sarà dubbio, almeno tra noi, che quando parliamo di centralità della persona, parliamo della persona in carne ed ossa, della persona che esiste, non del colore della pelle che ha una persona, della sua cultura, o della sua impostazione anche religiosa. E questi sono già obiettivi che noi dobbiamo assicurare, nel mentre dobbiamo cambiare il welfare, questi sono obiettivi che dobbiamo assicurare. E infine, io penso, è l’ultima considerazione davvero, penso a una fase di dibattito che dev’essere il più ampia e chiara possibile rispetto agli obiettivi che vogliamo porci per un nuovo welfare. Poi penso debba esserci una fase in cui si costruisce, una volta condivisa la gradualità per realizzarlo, perché se è vero per ogni legge e per ogni riforma, per il welfare è ancora più delicato, cioè non è che una legge, non è che un provvedimento assunto dal consiglio dei ministri, assunto dal parlamento, il giorno dopo diventa attuazione. Se non viene seguito con la più grande attenzione e concretezza, come quando non era ancora legge scritta, il rischio è addirittura che vanifichi se stesso: va seguito con grande determinazione e con una gradualità, perché è evidente che lo stato può via via ritirarsi dalla gestione diretta dei servizi, mantenendo invece quelli che sono i compiti che dicevo prima, le tre funzioni che dicevo prima, via via che si fanno sorgere quei soggetti, che si irrobustiscono quei soggetti che consentono un’offerta di un welfare rinnovato. E i soggetti non nascono come funghi, nascono se vengono premiati, se vengono incentivati, se vengono corroborati, se c’è una cultura che va in questa direzione. E la terza questione dentro il processo di gradualità di un cambiamento di welfare, che è complesso, è poi la coerenza tra le scelte che si fanno e le risorse, le misure che si impiegano, perché indubbiamente un welfare rinnovato, io penso che, e mi auguro, sono convinto, che sarà di maggiore efficienza e di maggiore qualità; ma non è detto che sia di minor costo, di costo diverso, è detto che potrà non avere sacche di inefficienza e che potrà produrre la qualità e uno sviluppo della società. Allora la sussidiarietà per me non è soltanto… ho letto di recente un libro di Zamagni, no di recente, qualche anno fa a dir la verità, che poneva una domanda sulla sussidiarietà, su cui concludo e che è questa: anche posto che la sussidiarietà non è più soltanto verticale, e ne abbiamo discusso tante volte quando facevo un altro ruolo, non è soltanto un passaggio di funzioni tra stato centrale, regioni e autonomie, che pure c’è, perché se si vuole operare con le istituzioni sul territorio, io incontro il comune, incontro la regione, non incontro solo o prevalentemente lo stato centrale; non è soltanto quello orizzontale che significa: non facciano le istituzioni quello che sono in grado di fare i cittadini, mantenendo quegli obiettivi e quella qualità. Ebbene, ritornando a quella impostazione che dicevo, di non separazione, di non contrapposizione tra il mondo dell’economico, il mercato privato e il mondo del sociale, il welfare è forse anche il fatto che lo stesso mercato privato – questa era la sollecitazione che a me è rimasta impressa e che mi aveva colpito di quel libro – non faccia quello che può fare la reciprocità, quello che può fare la gratuità, quello che può fare un mercato che sia un mercato che accompagna, non contrappone, accompagna anche aspetti di qualità sociale. Sono temi di grande rilievo e sono temi che io spero che la politica italiana sappia affrontare, nelle differenze e nel confronto anche più deciso, ma sappia affrontare rifuggendo dal giochetto: metto in difficoltà una opposizione, metto in difficoltà un governo. Sono temi così rilevanti per il futuro del paese, e sono così complessi e difficili, che sarebbe bene rimboccarsi le maniche e affrontarli insieme, perché questo significa costruire il nuovo, e per costruire il nuovo, secondo me, bisogna anche sapere osare, certamente, ma bisogna avere anche la convinzione e la consapevolezza che più siamo, meglio è, perché il nuovo è difficile altrimenti da costruire. Grazie per l’attenzione.

MARCO BISCELLA:
Grazie, senatore, per l’intervento. Ho colto due aspetti molto significativi: da una parte la questione che il mercato è uno strumento. Ricordavo all’inizio che c’è sempre questa alternativa: se non lo fa lo stato, lo fa il privato profit. Il mercato, come ricordava il professor Marco Martini, è un luogo, cioè è un posto dove i soggetti, lo stato, il privato e il privato non profit, possono, diciamo così, esporre la loro merce, quindi esporre i servizi che offrono, anche nel campo dei servizi alla persona. E’ però necessario, lo sottolineava nel suo intervento il senatore Chiti, che comunque l’equazione stato uguale pubblico, meglio pubblico uguale stato, le due equazioni si sorreggono a vicenda, venga superata. In un passaggio il senatore è stato chiaro: tutto ciò che non è pubblico, non è statale suscita timore. Forse è questo lo scoglio culturale che, come dire, in tanti campi mette a dura prova chi magari non è un soggetto pubblico, ma opera nel campo del welfare. Allora rilancio alla professoressa Violini le provocazioni iniziali e ovviamente anche quello che ha appena ricordato il senatore Chiti. Quindi do la parola alla professoressa Violini.

LORENZA VIOLINI:
Grazie. Ringrazio dell’invito. Il tempo non ci è amico. Quindi cercherò di essere il più breve e sintetica possibile, perché bisogna poi dare spazio all’intervento del ministro. Il senatore Chiti, nella conclusione del suo intervento, ricordava qualcosa di molto chiaro, che tutti noi abbiamo sotto gli occhi. Il futuro del welfare è un problema assolutamente complesso per strutture, per storia e per prospettive anche finanziarie; quindi, se io oso qui davanti a voi dire alcune cose lo faccio pienamente cosciente della complessità del tema che abbiamo davanti e non certamente a cuor leggero, ma sorretta da due punti che voglio mettere come premessa al mio intervento. Il primo punto è che si può parlare con realismo del futuro del welfare perché qui c’è un’esperienza, cioè noi siamo di fronte a gente, a famiglie, a associazioni, a amministratori, ad amministrazioni che hanno dato tanto alla riflessione e alla costruzione della sussidiarietà, già da oggi. C’è una ricchezza di esperienza che ci permette, quindi, di affrontare questo tema – il futuro – senza diminuire la complessità ma anche senza essere spaventati dal nuovo. E poi c’è un altro punto di riferimento d’obbligo, e cioè il Libro bianco, i principi che sono contenuti nel Libro Bianco, che io credo noi sentiamo profondamente nostri. Giorgio Vittadini sono anni che studia e fa studiare il non profit, la welfare society, la libertà di scelta. E, quindi, questo patrimonio di esperienze e di riflessioni ci abilitano a sedere tutti a questo tavolo e a porci come interlocutori seri di un problema che, come ricordava Biscella, riguarda tutti, in diversi modi, ma riguarda tutti. Dunque, è un tema complesso, ma guardiamola un pochino più da vicino questa complessità. Questa complessità è una complessità di diritto e di fatto. Una complessità di diritto: basta guardare, leggere in filigrana la riforma costituzionale del Titolo Quinto per renderci conto di come questa riforma, che tra l’altro riprende una serie di innovazioni legislative che hanno attraversato tutti gli anni novanta, ha come ripensato, senza poi dare attuazione immediata, all’impostazione della struttura del welfare state, quindi, se c’è una complessità nei diversi settori del welfare – perché un conto è parlare di istruzione, un conto è parlare di lavoro, un conto è parlare di assistenza, e via dicendo -, d’altra parte c’è una struttura ordinamentale che ci mette davanti una serie di livelli di governo, ciascuno con la propria responsabilità, ma che è una responsabilità profondamente differenziata: cioè lo Stato deve stabilire i livelli essenziali di tutto, le Regioni devono intervenire nel rispetto dei principi fondamentali quando hanno competenza concorrente, sull’istruzione, la sanità, eccetera, però poi ci sono anche settori in cui le Regioni e i Comuni hanno una responsabilità diretta, l’assistenza, perché titolate ad avere una competenza esclusiva. Ecco, questa complessità poi si scontra con una complessità di fatto che è la realtà di tutti i giorni della nostra vita: gli enti locali, che sono faccia a faccia con i cittadini, sanno che i bisogni delle persone sono molto differenziati tra di loro, che risposte standardizzate, decise dal centro, non danno sollievo reale a chi ha bisogno, le realtà non profit di gruppi, le formazioni sociali anche loro sono complessità da guardare con attenzione perché, se parliamo tra di noi, poi sappiamo che le nostre opere di fronte a una legislazione spezzettata sul non profit spesso impiegano più tempo a organizzare, gestire, relazionarsi con il pubblico che non poi a rispondere concretamente ai bisogni. Quindi fatto, diritto, diritto e fatto è giusto che si guardino in faccia e che, per esempio, si possano progettare strutture legislative nuove, più flessibili, più unitarie, più adeguate per far sì che per esempio il non profit non che sia favorito dalla legislazione, ma che questa legislazione favorisca l’impegno del non profit a migliorare la società civile, a rispondere ai bisogni che si incontrano, che come tutti sappiamo sono veramente ampi. Allora, di fronte a questa complessità come si può, come si può guardarla, dicevo, non a cuor leggero, ma con realismo e senza scoraggiarsi? Io credo che appunto ci siano infiniti modi – ne provo a dire qualcuno, ma proprio solo per provare a sintetizzare un’esperienza che in questi anni di lavoro con gli osservatori sulla sussidiarietà, con le scuole di sussidiarietà, con gli incontri, i seminari abbiamo poi messo insieme anche nell’ambito della Fondazione insieme ai colleghi e agli amici che vi lavorano. Allora, come non perdersi in questo mondo di mondi? Qualche spunto. Per esempio: è ovvio che bisogna avere dei principi guida e su questo, veramente i principi che ci sono nel Libro bianco lo sono: la sussidiarietà, la libertà di scelta, il decentramento, l’integrazione pubblico – privato, ecco, dare attuazione a tutto questo significa far tesoro dell’esperienza che si è fatta col Libro bianco e quindi non fermare la concertazione, l’apertura, il dialogo con le parti sociali e con le realtà non profit. Poi c’è anche un problema di regolamentazione – ho accennato prima a una regolamentazione più agile e unitaria degli enti non profit, ma evidentemente i problemi legislativi non finiscono lì. Qui, nel groviglio di competenze che la Costituzione ci ha messo di fronte e che hanno dato adito in passato anche a un conflitto costituzionale continuo, che ha molto paralizzato l’azione pubblica, ecco, fare leggi buone, giuste e semplici non è facilissimo; però si può per esempio provare a accennare a delle soluzioni innovative, non direttamente e non solo tramite leggi, ma per esempio tramite accordi, tramite sperimentazioni. In fondo quello che abbiamo visto in questi ultimi mesi sulla questione degli ammortizzatori sociali è stata un’esperienza interessante. Abbiamo visto che far confluire dentro accordi tra i diversi livelli di governo risorse e convogliarle verso un unico scopo, ecco questa è stata un’esperienza interessante. Però è un processo a cascata che questa logica degli accordi deve innestare. Per esempio, certo, gli accordi quadro generali seguono ad accordi con le singole Regioni – e anche questi sono molto importanti perché noi, come si diceva prima, abbiamo una grande differenziazione regionale; e, allora, come affrontarla? Si può forse decidere tutto dal centro? O non si possono fare accordi bilaterali che aiutino a far crescere le realtà che hanno bisogno di crescere e invece lascino spazio a quelle realtà magari più efficienti per storia e per cultura che possono invece fare da apripista? Provare a fare esperienze nuove, non so, adesso penso … cito un po’ quello che conosco senza voler essere eccessivamente lombardocentrica, però effettivamente a fianco di certe attività che sono state fatte a livello centrale, poi la Regione si è organizzata favorendo per esempio la libertà di scelta e accanto agli ammortizzatori sociali si cerca di dare poi una dote ammortizzatori che consenta a ciascuna persona di accedere a corsi di formazione, di riqualificazione: spero che questa esperienza possa essere sviluppata adeguatamente. Ma, dicevo, c’è una logica a cascata della questione degli accordi, quindi della flessibilità, della sperimentazione, delle differenziazioni che può essere anche riportata nel rapporto pubblico-privato; noi abbiamo una mancanza di risorse, ma ci sono anche risorse nel settore privato che possono essere convogliate a fini nobili, per esempio a fini formativi. L’accordo che si è fatto, sempre nella nostra regione, con Confesercenti, dove anche i fondi per la formazione privati sono stati convogliati per far sì che ci sia una formazione permanente, possono incrementare l’efficienza anche in un momento in cui, effettivamente, lo sappiamo tutti, la situazione finanziaria è quella che è, la situazione fiscale è quella che è, il peso del fisco è quello che è, e quindi bisogna trovare vie nuove e vie interessanti. Io adesso qui ho citato un paio di esempi, ma sicuramente ce ne sono altri che sarebbe importante, interessante raccogliere e codificare e farli diventare patrimonio comune, non per un egoismo, ma perché davvero lo Stato, lo stato sociale, il nostro stato possa essere più capace di rispondere a questi bisogni, che sono bisogni veramente grandi, veramente imponenti e che chiamano all’innovazione, perché veramente non si può più restare insensibili a questa situazione. Allora, dicevo: vogliamo affrontare questo mondo di mondi con qualche idea, qualche idea: i principi che sono nel Libro bianco sono interessanti, la legislazione può essere certamente migliorata, ma se proviamo a fare delle sperimentazioni e poi a codificarle nella legislazione, forse avremo delle legislazioni meno difficili da attuare e poi qui, come terzo punto, c’è il grande, il grandissimo tema degli apparati, degli apparati amministrativi, che sono poi quelli che si relazionano davvero con la gente. Gli apparati amministrativi – e qui non bisogna essere timidi – fanno molta fatica, fanno molta più fatica della politica a far fronte alla crisi, perché hanno procedure standardizzate, hanno delle difficoltà interne; e quindi come si può provare a far sì che i grandi principi, poi, anche il grande principio della sussidiarietà non vada a impantanarsi perché il funzionario tale, talaltro, non dà i rimborsi, perché, poi, non per fare della bassa cucina, ma anche i tempi di rimborso a chi nel non profit svolge certe funzioni sono così lunghi che tante volte mettono in crisi, proprio, lo sviluppo delle nostre attività. Quindi, sarà una banalità, ma magari ragionar sui tempi può non essere inutile. Quindi gli apparati hanno da essere loro stessi formati, aiutati, sostenuti nell’innovazione. E non bisogna aver paura della crisi, perché io non vorrei che, siccome le risorse diminuiscono, una delle scappatoie per far sì che si possa continuare a risparmiare sia mettere sempre più ostacoli a chi deve accedere alle sovvenzioni. Non bisogna smettere di semplificare, di integrare, di ascoltare la società civile e forse certi risultati si possono anche ottenere. Adesso qui mi perdonerete – ci sono tantissime opere in tantissime regioni del nostro paese, ma se io penso all’esperienza della dote scuola che si è fatta nella nostra regione, insomma, lì evidentemente, adesso oggi sappiamo che non è solo ‘voucher’, non è solo ‘buono’ per le paritarie, ma si possono aiutare anche le famiglie che vanno alle scuole pubbliche e le famiglie che hanno fatto domanda per la dote scuola che mandano i figli alle scuole pubbliche quest’anno sono il 55% in più di quanto era l’anno scorso e sono tutte famiglie povere, tutte famiglie sotto i quindicimila euro di Isee annuo. Quindi non è vero che ragionare di sussidiarietà non aiuta l’universalismo, anzi, fa sì che uno, proprio, sia sempre più attento e più sensibile ai bisogni. Un’ultima questione sulla libertà di scelta, appunto anche per dare concretezza, no?, a questo tema degli apparati. Gli apparati amministrativi, le persone che lavorano dentro l’amministrazione devono essere formate per apprezzare la sussidiarietà, devono poter continuare a innovare senza paura di scoprire sempre più sacche di bisogno a cui non si può far fronte, perché questo è un tema… un tema davanti al quale noi non possiamo chiudere gli occhi, non possiamo chiudere gli occhi davanti ai dati che ha citato il senatore Chiti, ma poi bisogna anche rendersi conto che c’è un grande lavoro. Noi siamo favorevoli alla libertà di scelta, su questo non c’è dubbio, ma c’è libertà di scelta e libertà di scelta: noi non siamo favorevoli alla libertà di scelta per un generico liberismo del “ciascuno faccia quello che vuole”. A fronte della libertà di scelta del voucher, della dote, ci deve stare un’attività dello stato che consenta veramente che ci sia una pluralità dell’offerta, dei servizi e che questa pluralità dell’offerta, dei servizi non vada a scapito della qualità. Allora, anche parlare di accreditamento non è un tema che può essere affrontato a cuor leggero, perché bisogna affrontarlo caso per caso, settore per settore, amministrazione per amministrazione, per poi capire davvero come si fa a stabilire quegli standard qualitativi che permettono all’offerta di restare ad un livello interessante. Quindi, un grande lavoro, il welfare interessa tutti e interessa come utenti, ma io credo che a questo punto possiamo dire che il welfare interessa tutti anche come attori: le persone e le famiglie perché siano responsabili nell’usare le risorse che recuperano; gli apparati perché siano disponibili a facilitare l’accesso di chi ha bisogno ai servizi offerti dal pubblico, dal privato, profit e non profit; la politica perché sia attenta davvero ai bisogni delle persone e tutti noi perché, veramente, questo futuro del welfare non sia una sorta di nebulosa indeterminata, ma possa cominciare oggi, fondandosi sulle nostre esperienze e sui principi che abbiamo imparato ad amare perché pratichiamo già da tempo. Grazie.

MARCO BISCELLA:
Ringrazio… ringrazio anche la professoressa Violini soprattutto per due passaggi: che nonostante la crisi si può continuare a integrare le risorse, a sperimentare delle nuove vie, perché non bisogna lasciarsi sopraffare dalla crisi; e poi anche per il passaggio esemplificativo di come la sussidiarietà può aiutare l’universalismo. Ora lascio la parola al Ministro Sacconi. Ovviamente all’inizio ho fatto la domanda “cosa ne pensate del Libro bianco che al Ministro non posso ovviamente rivolgere perché è l’autore materiale del Libro bianco. Però faccio questa domanda che penso riassuma un po’ anche gli interventi che abbiamo sentito, molto semplice: che welfare sussidiario ci aspetta?

MAURIZIO SACCONI:
Io vorrei prima di tutto fare alcune brevi considerazioni sul più ampio contesto nel quale si colloca il Libro Bianco e quindi nel quale si collocano le azioni per la sua implementazione già nell’agenda di autunno. Ieri qualcuno qui al Meeting, dal pulpito forse meno idoneo – non mi riferisco a quello del Meeting, ma a quello della banca sopra la quale egli si trova – ha parlato di un’insufficienza nella pianificazione delle più generali azioni che sono necessarie a questo paese per una nuova stagione di sviluppo e ha parlato di una scossa: io spero che piuttosto la sua banca, le grandi banche, non diano scosse… scosse letali alle gradi imprese. Penso piuttosto che l’azione che abbiamo condotto e che vogliamo sviluppare nelle prossime settimane, nei prossimi mesi, non consiste soltanto nell’obiettivo, pur primario, della sopravvivenza nella grande depressione globale, ma, come appunto testimonia la visione del Libro Bianco, cerca di coniugare l’azione immediata con quei cambiamenti profondi che sono necessari per organizzare una stagione sostenibile di sviluppo integrale. L’obiettivo, innanzitutto noi partiamo dalla sottolineatura dei due grandi vincoli che pesano sulla nostra società, sul nostro paese, sulla nostra economia. Sono due vincoli che, insieme, dobbiamo voler allentare e dei quali, peraltro, dobbiamo tener conto, soprattutto in quel breve periodo in cui essi sono più difficilmente contenibili. Mi riferisco al vincolo del debito pubblico; per fortuna l’Italia non ha con altri paesi un significativo vincolo del debito privato, ma, come sappiamo, ha una dimensione certamente abnorme per quanto riguarda il debito pubblico. Quindi il debito pubblico, soprattutto in una stagione di instabilità non del tutto risolta dei mercati finanziari, è un vincolo straordinariamente rilevante che sbaglieremmo a sottovalutare. E dall’altra parte il vincolo del declino demografico, un vincolo che condividiamo, ove più ove meno, con la gran parte delle democrazie occidentali. E, come sappiamo, molti hanno a mio avviso opportunamente spiegato la stessa crisi dei mercati finanziari riconducendola al declino demografico, cioè all’interruzione di quel circolo virtuoso che aveva sostenuto le economie capitalistiche attraverso quello scambio intergenerazionale di fatto che si realizzava tra cittadini adulti capaci di risparmio, interessati a una buona remunerazione di esso, che lo prestavano tramite gli intermediari a giovani coorti di cittadini che, proprio in forza anche della loro giovane età, erano più propensi a intraprendere, a fare, a innovare, a garantire quindi attraverso la loro intrapresa la adeguata remunerazione di quel risparmio. L’ interruzione di questo circolo virtuoso che ha determinato la ricerca anche di forme che si sono rivelate maledettamente autoreferenziali nella espressione dell’attività finanziaria. Quindi, debito pubblico, declino demografico sono due vincoli che dobbiamo allentare e allo stesso tempo dei quali dobbiamo tener conto, soprattutto nel breve periodo. E per quanto riguarda il primo, esso ci conduce a un necessario obiettivo primario di stabilità. La stabilità è una precondizione. Non possiamo condurre, poi, le politiche positive che vogliamo realizzare per il breve e per il lungo periodo senza stabilità, la stabilità della finanza pubblica in primo luogo, ma anche ovviamente degli intermediari finanziari, e nel nostro caso, per fortuna, intermediari bancari. Il nostro è un sistema che ha resistito alle sirene di quelle nostre borghesie, per definizione rivelatesi sempre autoreferenziali, che volevano introdurre anche nel nostro sistema quell’operatore che si è rivelato particolarmente protagonista di instabilità, cioè quella banca di puro investimento. Però la stabilità della finanza pubblica e degli intermediari deve portare anche ad effetti di liquidità, deve avere il corollario della liquidità, sia in termini di un sufficiente livello di iniezione di spesa pubblica, sia in termini di sufficiente provvista per famiglie, per imprese, soprattutto nell’attraversamento del difficile guado nel quale siamo impegnati. Questo lo dico perché anche quando entreremo nel merito di alcuni aspetti del modello sociale, noi dobbiamo essere la generazione che sa organizzare il cambiamento senza quel meccanismo aggiuntivo in termini di spesa pubblica, che ha sempre tradizionalmente caratterizzato le riforme. Di qui anche la diffidenza verso il termine delle riforme, quella diffidenza che ha espresso così bene De Rita in una bella intervista sul Corriere della Sera nei giorni scorsi, quando diceva “…mi fa venire un po’ l’orticaria questo richiamo illuministico alle riforme”, alle riforme intendesi soprattutto legislative, alle riforme, se vogliamo, formali. Noi vogliamo qualcosa di più delle riforme legislative, vogliamo cambiamenti sostanziali, abbiamo bisogno di cambiamenti sostanziali. Prima, la professoressa Violini ha molto bene richiamato tanti modi con i quali si organizza il cambiamento sostanziale e, soprattutto nella cultura della sussidiarietà, spesso questo cambiamento sostanziale si realizza anche attraverso le forme del contratto, le forme dell’accordo, le forme negoziali più varie. Oppure le iniziative che in termini di autodisciplina molti soggetti possono svolgere. Per questo, io ribadisco, e lo ribadisco da ministro di spesa, che aderisco fino in fondo al bisogno di stabilità e a tutto ciò che questo vincolo può indurre in termini di approccio qualitativo a un nuovo modello sociale. Perché noi non dobbiamo razionare le prestazioni, ma certamente dobbiamo razionalizzarle, cambiarle significativamente, e questo cambiamento è fortemente stimolato proprio dal vincolo del debito pubblico; cioè, val la pena proprio di dire di necessità virtù e questa virtù, forse, senza la necessità non l’avremmo. Guai, allora, a realizzare questa equazione, che qualche volta avverto anche negli attori della sussidiarietà: più ruolo alla società, più spesa pubblica. Non solo perché anche gli attori della società si chiudono nella propria autorefenzialità quando questa si è prodotta – il vizio dell’autoreferenzialità è un vizio da opulenza, è un vizio che si è generato certamente nelle funzioni pubbliche, ma talora anche nelle espressioni della società civile. E noi oggi quando affermiamo la volontà di ripartire dalla persona, di rimettere al centro la persona neghiamo proprio le autoreferenzialità, mettiamo in discussione noi stessi a ciascun livello, in ciascun ambito, da quello pubblico a quello privato, a quello del privato sociale, per chiederci come superiamo i vizi dell’ autoreferenzialità, i vizi che si sono appunto sedimentati a diversi livelli. Bene, nel contesto di questo vincolo della stabilità, che significa mantenere la promessa fatta al mercato finanziario per tre anni di tenere costanti i saldi di bilancio, noi li abbiamo tenuti costanti anche di fronte all’emergenza imprevista. Come gli oneri straordinari per la ricostruzione del terremoto, dell’area terremotata; oppure come la spesa che già ci sta determinando il timore pandemico della nuova influenza; anche eventi imprevisti ci hanno però sempre fatto rispettare i vincoli… i saldi di finanza pubblica. Guai se in un mercato finanziario instabile e ancor più competitivo dal punto di vista del debito pubblico, noi in un contesto di questo tipo accentuassimo, incrementassimo i volumi di titoli che lo rappresentano, perché il pericolo dei pericoli sarebbe ovviamente di un’interruzione nella liquidità dello Stato. E non vogliamo neanche lontanamente ipotizzare una condizione di questo genere, per cui la guardia deve essere mantenuta alta in termini di affidabilità, di fiducia dei mercati finanziari nei confronti dell’emittente, cioè dello stato italiano. Chiedo scusa di questa premessa, ma non è, come mi intendete, secondaria. Tre obbiettivi ci siamo dati, tre obbiettivi fondamentali che non sono solo riferiti, insisto, al breve periodo la sopravvivenza ma si inseriscono nella visione di medio lungo periodo, che accompagnino la nostra azione quotidiana e questi tre obbiettivi consistono nell’ incremento del capitale umano e nell’incremento del capitale fisso investito. Mi riferisco in particolare alle infrastrutture per la mobilità, per la autosufficienza energetica o la minore dipendenza energetica e al capitale organizzativo delle funzioni pubbliche, cui faceva riferimento anche lei prima a proposito delle inefficienze che pesano poi sulla società civile, capitale umano, capitale fisso investito e capitale organizzativo delle funzioni pubbliche. Nel contesto di questi tre elementi è evidente che l’obbiettivo dell’incremento quantitativo del capitale umano è fondamentale, soprattutto tenendo anche conto di quel secondo vincolo, quello del declino demografico. Per questo obbiettivo noi abbiamo costruito il Libro bianco, costruito sottolineo con una operazione, mi pare che l’amico Chiti vi facesse riferimento, e nelle sue parole coglievo anche la partecipazione che la sua parte o settori della sua parte hanno contribuito a produrre nel processo di costruzione. Noi l’altro anno presentammo il Libro verde come base per una consultazione pubblica, a cui hanno partecipato circa mille soggetti, certamente tutte le organizzazioni più rappresentative degli interessi, dei valori e l’obbiettivo era quello di costruire un Libro bianco non solo del governo, ma un Libro bianco utile per innovare, far evolvere nella continuità la nostra la nostra costituzione materiale, un testo quanto più condiviso, una cornice quanto più accettata. A un parlamentare dell’opposizione che, nella commissione salute del senato, esprimeva un fortissimo apprezzamento per il contenuto del Libro bianco, riferito alla politica proprio della salute, io gli dicevo: guarda, mi fa piacere sentire quello che mi stai dicendo, ma allo stesso tempo sento sul governo, su di me, tutta la responsabilità che consegue dalla tua condivisione, perché la tua condivisione diventa premessa per il tuo diritto a incalzare il governo e il ministro circa la coerenza dei comportamenti con questo Libro bianco. o so che la complessità dei processi in atto ci costringerà talora a procedere a zig zag, l’importante è che la prospettiva rimanga luminosa, si mantenga la prospettiva disegnata nel Libro bianco, anche quando dobbiamo fare zig o fare zag rispetto la linea diretta. Avevamo addirittura ipotizzato di delegarne la redazione finale ad alcune fondazioni di diverse ispirazione culturale, ma abbiamo costatato che il paese non è maturo, soprattutto le sue forme politiche non hanno il senso dell’umorismo e non avrebbero facilmente accettato una redazione delegata a questi soggetti. La compromissione non c’è ancora, non siamo maturi per essa, parlo della maggioranza e dell’opposizione, però io confido, credo e molte dichiarazioni di Chiti mi incoraggiano, perché lui tutt’al più poneva alcun dubbi, alcuni problemi, chiedendo dei chiarimenti come con il tema dell’universalismo e sopratutto là dove nel Libro bianco si parla di universalismo selettivo. Io ho dovuto più volte rispondere nei dibattiti parlamentari che oggi noi abbiamo un universalismo selettivo, solo che esso è maledettamente iniquo, e che dobbiamo costruire invece un universalismo selettivo equo e corrispondente alla diversità delle persone, ai diversi bisogni delle persone. Un universalismo iniquo per esempio come quello di chi nel mezzogiorno deve sostenere out of pocket, cioè di tasca propria, il bisogno di salute, sovrapponendosi con la sua spesa privata alla soluzione di un bisogno che le funzione pubbliche non sono in grado di soddisfare. In quel caso noi abbiamo una situazione di universalismo selettivo maledettamente punitivo del soggetto più debole, condannato a spendere direttamente e a prendere un treno della speranza. Quali sono i temi che dentro al Libro bianco io colloco nell’agenda da autunno nella volontà almeno dal governo e soprattutto i temi che sono di mia più diretta competenza? Parlo in particolare della agenda d’autunno, perché non voglio dare l’idea che il Libro bianco sia la declinazione di obbiettivi avulsi poi dall’azione concreta. Certamente il Libro bianco rimane al livello dei valori e della visione, i piani d’azione seguono questa cornice, si collocano dentro di essa. Se avessimo collocati in essa, in esso Libro bianco, i piani d’azione, immediatamente avremmo fatto un prodotto divisivo e non, come abbiamo cercato di fare, muovendo dai valori della stessa Carta costituzionale e dalla sua rilettura. Ringrazio il mio amico Luca Antonini, ottimo professore di diritto pubblico, per l’aiuto che mi ha dato a questa proposito, una lettura oggettiva credo della stessa Carta come base comune condivisa. Quali sono i temi che io vedo nell’agenda d’autunno a proposito dell’innesco del nuovo modello sociale nel segno, come abbiamo gia detto, della sussidiarietà? Non spendo parole per spiegare il perché di questa scelta, che darei, tra di noi almeno, acquisita con i valori profondi della tradizione di questo paese. Apro e chiudo una parentesi: ci interroghiamo tanto sull’unità d’Italia, si aprono discussioni…. fatemi dire una convinzione, io non credo che dovremmo celebrare l’unità di Italia il prossimo anno attraverso la storia, perché la storia a mio avviso è divisiva; se noi vogliamo accogliere il 150° anniversario come occasione per consolidare la coesione nazionale, noi più che riferirci alla storia, che sarà giusto discutere, però conoscendone i diversi risvolti e le diverse valutazioni, noi dovremmo ancorarci ai valori della nostra tradizione. Io credo che i migliori organizzatori sono o credo che i migliori modernizzatori sono coloro che vogliono conservare i valori della tradizione, perché hanno l’ansia di declinarli nella realtà che cambia. Tony Blair diceva “values don’t change but the time do”, i valori non cambiano ma i tempi si. I valori non cambiano. A questo proposito, nella agenda io non posso non collocare – il Libro bianco fa un esplicito riferimento – in testa i temi che definiremmo della promozione, della difesa della vita. Questi temi dello sviluppo sono nella agenda, sviluppo umano integrale certamente, come dice l’enciclica, sviluppo sostenibile, sviluppo tout court. o non conosco una società nella quale si esprima vitalismo economico e sociale, che a sua volta non sappia riconoscere e promuovere e difendere il valore della vita. Se non c’è riconoscimento della vita, non c’è il riconoscimento del valore del lavoro e se non c’è il riconoscimento del valore del lavoro, pensate che riusciremmo, in una situazione di capitale scarso, a generale una nuova stagione di vitalismo economico sociale, quella che i nostri padri hanno realizzato nell’immediato dopo guerra? Mossi certamente anche dalla povertà se volete, come straordinario motore della intrapresa, ma mossi soprattutto dai valori più profondi della tradizione, che non a caso hanno generato quel fenomeno italiano che ancora oggi e per il futuro riamane un asse fondamentale, l’impresa famigliare. Quindi promozione e difesa del valore della vita sono all’ordine del giorno, non solo perché imposti prepotentemente dall’uso distorto di alcune innovazioni scientifiche, ma soprattutto per la ragione che c’è una stretta connessione con un futuro di vitalità economica e sociale nel paese. Ne parleremo più diffusamente domani, nella discussione legata all’Enciclica di Benedetto XVI. In secondo luogo, in autunno dovremmo compiere alcune scelte fondamentali per quanto riguarda la politica che ha come obbiettivo lo stato di salute e la politica che ha come obbiettivo lo stato di salute non può, per le ragioni che ricordava molto significamene prima Vanino Chiti, non partire dalla divisione profonda tra il nord e il sud del paese, fra il nord e il centro sud del paese. Dal Lazio in giù c’è una seconda Italia, ci sono cittadini di serie b, che non hanno l’accesso alle stesse prestazioni e il tema si intreccia con il federalismo fiscale, in quanto federalismo responsabile, regionalismo responsabile e l’anticamera del federalismo responsabile sono i commissariamenti delle gestioni sanitarie inefficienti, perché il futuro del servizio sanitario in quelle regioni si lega soprattutto alla possibilità di cambiare le regole del gioco e questo è il compito del federalismo fiscale. Il federalismo fiscale funzionerà se sarà dotato di una robusta deterrenza, che abbiamo chiamato fallimento politico, cioè quando si superano determinarti indicatori di bilancio i libri vengono portati al popolo elettore. L’anticamera, la sperimentazione del federalismo di domani è il commissariamento delle gestioni socio sanitarie inefficienti, in base agli strumenti di cui oggi noi disponiamo, con l’innesco di quei percorsi che sono legati soprattutto al ridimensionamento di quegli ospedali generalisti marginali che sono pericolosi per la vita di quelle persone di cui leggete molto spesso sui giornali. Ciò soprattutto costituisce l’impedimento a quel modello sussidiario che è vigente nelle regioni più efficienti, quel modello nel quale la regione, il soggetto pubblico è il regolatore che guarda al bene della persona, regione che sollecita più erogatori in competizione e tra di loro, per realizzare il meglio dal punto di vista delle prestazioni. Non a caso in questi modelli dove si sviluppa la medicina del territorio, poi si riconosce il ruolo del volontariato, che poi altrimenti è negato nei sistemi ospedalocentrici ove cioè tutto è pubblico, con le conseguenze evidenti dal punto di vista della spesa maggiore e del risultato minore. Il terzo livello di lavoro della stagione autunnale è quello che insieme alla collega Carfagna abbiamo impostato. Ne ha parlato anche lei, ieri, credo in questi termini: conciliare tempo di lavoro e tempo in famiglia. Due obbiettivi: convocare le parti sociali per discutere della modulazione dei tempi di lavoro, uscendo dalla rigidità che ancora caratterizza il tempo lavoro come se tutto fosse ancora opificio fordista. E la modulazione dei tempi di lavoro è condizione della conciliazione. E la seconda scelta è quella di diffondere, di lavorare per diffondere, anche attraverso la facile remunerazione del voucher, la soluzione della domanda di servizi di cura dell’infanzia attraverso le mamme di giorno, attraverso l’espressione di sussidiarietà significative, per tutti i valori che evocano. Si tratta di una forte diffusione di operazioni per le quali chiameremo anche le centrali cooperative ad aiutarci in questa operazione di effetto crash sulla lievitazione di questi servizi, che si aggiungono ai servizi di cura tradizionali pubblici, privati o del privato sociale. L’impegno d’autunno è quello per accelerare l’integrazione tra l’apprendimento e il lavoro. L’integrazione è fondamentale tanto per quanto riguarda l’apprendimento di base, la scuola, tanto per quanto riguarda l’apprendimento continuo. Con la collega Gelmini presenteremo presto, credo entro il 15 settembre, un documento nel quale istituiamo una cabina di regia tra le due amministrazioni, proprio per l’integrazione scuola lavoro. Rafforzeremo lo strumento excelsior prodotto dall’Unioncamere, con cui vengono analizzate, attraverso rilevazioni su base campionaria, le richieste di professionalità, in modo da informare il mercato. Convocheremo le parti sociali per nuove linee guide sulla formazione, sulla formazione continua durante tutto l’arco della vita, soprattutto là dove si devono aiutare coloro che sono in una fase di transizione tra il lavoro e la disoccupazione, rovesciando così l’impostazione attuale che vuole la formazione distinta e distante dall’ambiente produttivo. Ultimo punto, quello della equa distribuzione della ricchezza: in autunno partono i contratti, parte, effettivamente in un certo modo è già partito, il negoziato di almeno due contratti, altri procederanno nella stessa stagione, quello degli alimentaristi, delle comunicazioni, dei metalmeccanici, dei clinici farmaceutici. Questi contratti dovranno essere una vera occasione per il salto dall’equitarismo retributivo dai bassi salari, accompagnati dalla bassa produttività, determinati dalla contrattazione centralizzata, ad un sistema quale prefigurato nel nuovo modello contrattuale, affinché si decentri sempre di più la contrattazione. Il tema è quello per cui i contratti nazionali, almeno nella prima più immediata erogazione, non devono essere troppo invasivi, possono prevedere una cassa di salvaguardia, ma devono attraverso di essa stimolare, incoraggiare il decentramento della contrattazione. Più la contrattazione è prossima al rapporto di lavoro in carne ed ossa, più ragionevolmente essa diventa efficiente cioè equa, riflettendo il diverso costo della vita ma soprattutto la diversa produttività, i diversi risultati di impresa. Fino ad ora, con l’appiattimento centralizzato delle retribuzioni i lavoratori sono stati espropriati della possibilità di partecipare degli incrementi di produttività e dei risultati di impresa. Questo impianto ideologico, che è stato il meccanismo centralizzato e ipercontrollato degli andamenti contrattuali, è stato un danno per i lavoratori e per il loro diritto alla equa remunerazione. Noi dobbiamo ripartire nel concetto di equa distribuzione della ricchezza sono agli armonizzatori sociali per chi è costretto all’inattività e qui garantiamo risorse adeguate, lo sa l’amico Rossoni, che ci ha proposto altre richieste che salgono dal territorio che devono essere esaminate sempre con attenzione, perché non ci sia mai l’abuso dello strumento eccezionalmente messo a disposizione in una grande depressione, come quella stiamo vivendo. Le risorse accantonate, 32miliardi di euro nel biennio, sono assolutamente sufficienti e 500milioni sono stati anticipati dal 2010 al 2009. anche perché molti accordi realizzati ora si proiettano nel 2010. Infine, c’è quella carta acquisti che è partita da poco ma che io prego di esaminare con pazienza e come dire con lo stupore della conoscenza e non con il pregiudizio politico. Cosa abbiamo fatto per la prima volta? Ci siamo accorti che la platea della povertà assoluta non era mai stata identificata, che diventa opinabile l’identificazione di essa e ci siamo avvalsi di un indicatore che deve essere ulteriormente affinato, soprattutto con riferimento alla composizione del nucleo familiare o magari alla presenza in esso di soggetti non autosufficienti, ma per la prima volta lo stato si è posto il problema di identificare la povertà assoluta, cosa diversa dalla povertà relativa, che indica la forbice dei redditi, che indica il livello delle disuguaglianze. La povertà assoluta indica un bisogno che deve essere affrontato con immediatezza e spesso questa dimensione non è rappresentata ai tavoli della negoziazione. A costoro noi abbiamo offerto un canale di comunicazione. Che cos’è la card se non un canale di comunicazione? Qualcuno direbbe in modo un po’ più sofisticato, l’infrastruttura ma è un canale di comunicazione per lo stato e anche per le autonomie locali, come con il comune di Alessandria o la regione Friuli che hanno deciso di utilizzare questo canale, ma anche per i donatori è una grande straordinaria occasione per dare valore al dono in un paese che deve fino in fondo a tutti i livelli riscoprire il valore della carità. Noi abbiamo chiuso il Libro bianco non per caso con il concetto del dono e c’è venuta anche l’ironia del segretario della Cgil a questo proposito, come se – e lo disse con un po’ di disprezzo – si trattasse di qualcosa di antico. Io dico con orgoglio che per fortuna nella nostra società, nel nostro paese, il dono evoca qualcosa di antico ma anche qualcosa di estremamente moderno, che dobbiamo rivitalizzare. Il dono deve essere sostenuto, deve essere sostenuto nelle varie forme dalla defiscalizzazione, che abbiamo cominciato a realizzare. Io credo che debba essere ringraziato Giulio Tremonti, non solo l’autore del 8×1000 che poi pensa al 5×1000 ma che introduce anche le prime norme di defiscalizzazione, quella più dai e meno versi e io condivido l’esigenza di stabilizzazione del 5×1000. Noi stiamo cercando di accelerare i tempi di erogazione anche se dobbiamo ancora risolvere il problema della platea attualmente troppo estesa che lo caratterizza. Quindi pensiamo a una infrastruttura, a un canale di comunicazione messo a disposizione dei donatori. Per ora alcuni grandi donatori hanno concorso alla sua incrementazione ma è necessario un canale di comunicazione, a disposizione di tanti mediatori sociali e di tanti canali di donatori che vogliono arrivare alla platea degli ultimi. Tutto ciò mi ha consentito più volte di evocare una laicità adulta. Io non ho gradito il termine cattolico adulto, mentre sottolineo, in contrapposizione a questo, il termine di laici adulti. Cioè ha senso parlare di maturazione di un laico. Quando un laico capisce che dentro alla laicità non possono non stare i principi cristiani, al di là di essere credenti o non credenti, questo è la laicità adulta. L’altro giorno De Rita diceva i grandi meriti di questo governo, però il berlusconismo si esaurisce nella misura in cui è richiamo alla libertà e alla responsabilità individuale. Io credo che il richiamo alla libertà e alla responsabilità individuali siano state molto importanti in una stagione nella quale il paternalismo dell’offerta burocratica aveva determinato una frequente deresponsabilizzazione. Noi siamo certamente il governo della risposta collettiva e di una risposta collettiva che è plurale, libera, responsabile, espressione larga e diffusa della società civile, perché noi pensiamo che il compimento di ciascuna persona – e l’ho scritto nella prefazione al Libro bianco – la sua naturale ricerca della felicità, come dice la Costituzione americana, non può che realizzarsi nella dimensione comunitaria. Ed per questo che, in tutti i riferimenti che ho fatto all’agenda d’autunno, voi trovate insistentemente il richiamo alla famiglia, alle parti sociali, al terzo settore, verso il quale abbiamo parlato di una nuova stagione costituente. E credo che questo percorso (ho finito davvero, vi chiedo scusa se ho abusato del tempo) debba essere perseguito in termini condivisi, debba essere praticato in termini condivisi, perché penso che ci sia una larghissima parte della nostra comunità, della nostra società, e quindi anche delle sue espressioni politiche che riconoscono, al di là del rapporto con la fede, quei valori fondamentali, quei principi fondamentali e che, come diceva benissimo prima il collega Chiti, non vogliono guardare all’immediato beneficio, ma vogliono comunque costruire quello sviluppo umano integrale che ci ha così lodevolmente e così utilmente indicato. Grazie.

MARCO BISCELLA:
Ringrazio ovviamente anche il ministro Sacconi che è atteso da una stagione di grandi sfide. Ha chiuso ricordando l’enciclica del Papa. Per chiudere questo incontro, visto che adesso alle 17 c’è un appuntamento importante, richiamo semplicemente il messaggio che Benedetto XVI ha inviato al Meeting: “Soggetto e oggetto devono incontrarsi nella conoscenza perché la conoscenza è affezione, cioè è attenzione alla realtà”. E allora l’attenzione che ci ha dimostrato il senatore Chiti, l’impegno della professoressa Violini e la passione con cui il ministro Sacconi ha illustrato il suo impegno, penso siano garanzia di un futuro del welfare forse più attento ai bisogni e alla realtà. Ringrazio tutti e buon proseguimento del Meeting.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

Sala Neri
Categoria
Incontri