IL DISCORSO DEL RE. Roger Federer mi ha salvato la vita - Meeting di Rimini

IL DISCORSO DEL RE. Roger Federer mi ha salvato la vita

Il discorso del re. Roger Federer mi ha salvato la vita

Discorso semiserio sul re del tennis, con video e immagini, di Stefano Meloccaro, Conduttore Sky Sport. Introduce Giovanni Gazzoli, Coordinatore della mostra “Enjoy the Game”.

 

Ore: 21.30 Salone Intesa Sanpaolo A3
IL DISCORSO DEL RE. Roger Federer mi ha salvato la vita

Discorso semiserio sul re del tennis, con video e immagini, di Stefano Meloccaro, Conduttore Sky Sport. Introduce Giovanni Gazzoli, Coordinatore della mostra “Enjoy the Game”.

STEFANO MELOCCARO:
Sentite questa voce? Si sente? Ebbene, amici, è la voce di Stefano Meloccaro, è Stefano Meloccaro che vi parla, non un cretino qualsiasi. Fermi là! Fermi, non è il momento! Allora, vi spiego, ci siamo messi d’accordo così: c’è un ragazzo giovane, emozionato ma meritevole, che ha detto «ti presento io». Adesso lui entrerà sul palco e farà una piccola presentazione che ha imparato a memoria, no, mi dice che la legge, vabbè. Abbiate pietà di questo ragazzo, io lo presento da qui, lui si mette sul suo palchetto, fa tutta la presentazione, chiama Meloccaro e poi, ovviamente, applauso per lui e ovazione per me quando arrivo. Aspettate, fermi tutti! Vai, io presento Giovanni, poi Giovanni presenta me.
Ladies and gentleman, per la prima volta – è la prima volta che vai su un palco? – per la prima volta sul palco del Meeting di Rimini, Giovanni Gazzoli!

GIOVANNI GAZZOLI:
Grazie. Buonasera a tutti. Innanzitutto, colgo l’occasione per ringraziare il grande, il sommo Stefano Meloccaro per la sua preziosa presenza qui, oggi, insieme a noi. L’incontro di questa sera nasce dalla nostra collaborazione, noi ragazzi con Stefano, per la realizzazione della mostra “Enjoy the game. Quando lo sport muove la storia” che, peraltro, vi invito ad andare a vedere, se ancora non foste andati. L’idea alla base di questa mostra è nata innanzitutto da un’esperienza che ci accomuna: lo sport come teatro per la felicità, un’esperienza che presto è diventata domanda. Lo sport, c’entra con la vita di tutti i giorni, lavoro, studio, famiglia, amici, oppure si riduce a una parentesi temporanea che, per quanto divertente, non ha niente da dire nella quotidianità? Chi poteva aiutarci a rispondere se non chi dello sport ha fatto e fa ancora la propria vita? Vedrete nella mostra Kobe Bryant, Roger Federer, Jesse Owens e Valentino Rossi: tutti, con le loro diversità e particolarità, ci testimoniano, per citare san Giovanni Paolo II, che l’atleta vero è colui che tra le righe del duro impegno, della passione, del successo, ha valori che fanno grande non solo un atleta ma l’uomo stesso. Riguardare la figura di Roger Federer alla luce di questa affermazione fa cogliere tutta la sua umanità e bellezza. Studiandolo, siamo arrivati alla scoperta che anche i re sono umani: un uomo che dalla propria passione, vissuta in modo serio, è riuscito a cambiare, soffrire, imparare sempre qualche cosa di nuovo. Per raccontare tale bellezza, è stato necessario l’aiuto di chi lo conosce veramente, non sono teorie, è la realtà. Chi lo racconta senza perdere la sua umanità, Stefano Meloccaro, giornalista di Sky Sport, è la voce più adatta e importante per farlo, oltre che la più simpatica. La domanda è semplice: Federer c’entra con il titolo del Meeting? Un uomo che ha preso seriamente la propria passione e il proprio desiderio di felicità, ha potuto cambiare la propria storia e quella dello sport che ha fatto? Per concludere, una frase di David Foster Wallace, tratta dal saggio Federer come esperienza religiosa: «Il genio non è riproducibile. L’ispirazione però è contagiosa ed è multiforme e anche soltanto vedere da vicino la potenza e l’aggressività resi vulnerabili dalla bellezza, significa sentirsi ispirati e, in un modo fugace, mortale, riconciliati». Vi ringrazio per essere venuti così numerosi stasera e lascio la parola al sommo Stefano Meloccaro.

STEFANO MELOCCARO:
Non male. Me la sono cavata, amici! Giovanni Gazzoli! Bravo! Grazie. Io pensavo che andassi peggio. Avevi detto: leggo tutto… Io, al massimo, ‘ste cose le faccio a cena con gli amici, a me già una tavolata da dodici mi sembra una cosa abbastanza esagerata. Quanti saranno qui? Allora: sono quello che ha fatto Edicola Fiore con Fiorello. Senza Roger Federer, nulla sarebbe stato possibile, nulla esisterebbe, nulla del creato, di quello che vediamo oggi; ma da un certo punto di vista, per quanto mi riguarda, anche senza Rosario Fiorello non sarebbe stato possibile nulla. Quanti di voi vedono Federer giocare, alzino la mano. Sapete, questo è il Sacro Graal, agli altri, che gli vuoi spiegare! Alzi la mano chi non ha mai visto giocare Federer, sincero. Una sparuta minoranza, siete sparuti, alzate la mano, sparuti! Questo è l’attrezzo, che detto così lo so che può sembrare anche sapido doppio senso, ma chi sa di Federer, sa che questo è l’ultimo modello di racchetta. Prima di questa, com’era l’ultimo modello? Era tutta nera, adesso gliel’hanno fatta con la banda bianca. Però, questo è l’attrezzo, non quello che ha usato lui, che uso molto più modestamente io. E me l’hanno data, addirittura. Pensate alla fortuna di fare il giornalista di tennis, di farlo su Sky Sport: ce l’avete l’abbonamento a Sky? No, perché, altrimenti, subito fuori dalla sala. Dazn, l’avete fatto? Fatelo, si vede benissimo. Va che è un piacere, proprio fluisce. Ma noi di Sky, ragazzi, non c’entriamo niente con Dazn, tu pensa se un giorno una partita di Roger – finché è Atalanta/Frosinone, che poi l’ha mandata Sky, con rispetto parlando per i bergamaschi e i frusinati, senti che uomo di cultura che sono, i frusinati -, ma immagina se un giorno, non voglia mai il cielo che succeda, Dazn prendesse i diritti del tennis. Ecco, vedi, già i bambini piangono. Tu immagina se la finale di Wimbledon, tra due anni – i miracoli talvolta succedono -, con Federer e Natal che tornano in finale, l’avesse presa Dazn. A parte che Sky ha preso il tennis fino al 2022, quindi se ne parla dopo la fine della carriera e ormai Roger ce lo facciamo tutto noi, lo intervisto io, con questa bocca qui. Scusate, fatemi finire il discorso su Dazn: immaginate se Dazn prende Wimbledon, ad un certo punto Federer, match point, quello sta così. E no, perché Dazn fa così, poi vedi la freccetta così, buffering, caricante, c’è gente che gli prenderebbe un cardio, ma subito! Invece non succederà perché Wimbledon ce l’abbiamo noi. Va bene, tutto questo per dire, zainetto Wilson. Ho già parlato con la Wilson, gli ho detto: «Ragazzi farò questa cosa su Federer, siate gentili, almeno uno zainetto datemelo, sono quei 70 euro risparmiati, che al giorno d’oggi non sono bruscolini». Allora, Roger Federer, vediamo un po’: questo spettacolo, questa chiacchierata tra amici volevo intitolarla; Roger Federer mi ha salvalo la vita, anzi credo che in tutta questa cosa Roger Federer mi abbia salvato la vita, perché da un certo punto di vista, se non fosse esistito Roger Federer con tutti i suoi successi e con tutta la storia che ha fatto del tennis contemporaneo e con tutta la sua epica, io forse non farei il lavoro che faccio. Voi direte: a noi che ce ne frega? Eh no, la storia è emblematica perché ci insegna che, a volte, sei dotato di grande talento ma lo sprechi, come è successo in molti casi nello sport italiano. Ci sono molti tennisti, italiani soprattutto, che erano dotati, sapevano fare dritto, sapevano fare rovescio, sapevano fare la battuta: ma per diventare Roger Federer devi veramente innamorarti di quello che fai. Secondo me, per avere una speranza di combinare qualcosa nella vita oggi devi per forza innamorati di quello che fai perché, se non diventi pazzo, se non credi fermamente in quello che fai, se non diventi maniaco per quello che fai, come è Roger Federer e tutta la congrega dei suoi amici tennisti, non potrai mai arrivare da nessuna parte, soprattutto non potrà mai capitarti che a 35, quasi 36 anni, a cinque anni dall’ultimo torneo importante vinto, perché l’ultimo grande torneo vinto da Federer, prima della cosa che sto per farvi vedere, era stato nel 2012 a Wimbledon. Insomma, se non sei pazzo e innamorato folle di quello che fai, non ti può capitare di giocare una partita come questa.

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Amici, Michele Nardi, che è una delle scintille di questa mostra!

MICHELE NARDI:
Salve a tutti.

STEFANO MELOCCARO:
Come mai non hai messo il match point?

MICHELE NARDI:
Dimenticanza, semplicemente…

STEFANO MELOCCARO:
Ma che dimenticanza, è pura incompetenza, però ti voglio bene lo stesso. Allora, chi hai vicino? Stefano Nizzola è un altro degli organizzatori, un altro dei motivi per cui siamo qua. Ciao, Stefano, scusate, non mi è mai successo di fare questa cosa: Stefano qua, Michele laggiù, praticamente il campo da tennis è il tavolo. Funziona così: Michele è Federer, Stefano è Nadal, dai, per una volta fai Nadal! Loro simuleranno: visto che il match point non c’era perché Nardi lo ha tagliato, adesso la fa lui questa cosa, simuliamo il match point di quella partita. Tu servi con i tempi del tennis, cioè aspetti che la palla arrivi, rispondi, giocate uno scambio, tu a un certo punto vieni a rete, chiudi la volée e hai vinto l’Australian Open. Ok, ti inginocchi come ha fatto Federer, ma la cosa importante è il gentile pubblico. Questa cosa non mi ricapita mai più nella vita, perciò io riprenderò voi che fate come se qua ci fosse la palla. Siamo in diretta streaming mondiale? Molto bene. Amici di tutto il mondo, ladies and gentleman, Michele Nardi is Roger Federer – entusiasmo, se vogliamo anche largamente ingiustificato -, Stefano Nizzola, just for tonight, Rafael Nadal! Facciamo una prova, pubblico: voi state guardando una partita di tennis, per cui guardate lui fino a quando non c’è la chiusura del punto, applauso, ovazione. Ok. Fai una prova. No, aspetta, è colpa loro, sono poco credibili. Se vi dico: tutte le teste su di lui, provate a immaginare che servo. Guardate me e poi guardate la palla che colpisce lui. Ok. Alla fine, lo scopo di tutto è mettere questa cosa su Instagram per cui, gentilmente, una volta e poi basta, da stasera non lo dovete fare più. Deve essere una cosa un po’ esagerata. Nardi, ti avevo detto che avrei parlato di Federer, da un certo punto di vista abbiamo fatto della cultura sportiva, stasera. Grazie, pubblico, siete stati molto carini. Stavo dicendo che Roger Federer mi ha salvato ma, per interposta persona, ci ha salvato la vita a tutti quanti. Quand’è che è iniziata la vera legenda di Roger Federer, che è stata conclamata con quella finale australiana? Perché quella, ragazzi, è stata la finale delle finali: entrambi, Nadal e Federer, venivano da un infortunio di sei mesi, li avevano dati tutti per morti. Nessuno pensava mai che Nadal e Federer potessero giocare una finale di slam l’uno contro l’altro. Questi due si erano incontrati a ottobre, cioè tre mesi prima. Nadal aveva inaugurato la sua accademia di tennis a Maiorca. Dovevano fare un esibizione tra loro perché sono amici. Federer aveva ancora il ginocchio che gli faceva male perché era stato operato; Nadal, se non sbaglio, aveva il bicipite femorale che gli faceva male. Si sono visti e hanno detto no, questa esibizione non la facciamo. Sembravano il gatto e la volpe. Tre mesi dopo, si sono visti qua. Era veramente la quasi finale delle finali, perché Nadal aveva battuto Federer: quando si sono incontrati erano 23 a 11 nei precedenti diretti. L’ultima volta che avevano partecipato entrambi a una finale di slam era stato 5, 6 anni prima; ma Federer non batteva Nadal in una finale di slam dal 2007. Eravamo nel 2017, erano passati 10 anni tondi: tu immagina se dopo 10 anni con Nadal avanti, 3-1 al terzo, un break avanti, Federer va a vincere questa partita. E invece la vince ed è il trionfo perché, da questo momento in poi, tutto quello che succede a Federer non importa: i tifosi che palpitano, domenica ha perso la finale a Cincinnati, ok. L’importante era che vincesse questa. E vince il suo diciottesimo slam, e poi, così per gradire, vince pure Wimbledon l’anno dopo, anzi, lo stesso anno. E anche l’Australian Open all’inizio di quest’anno. Ma tutta la storia di Federer, che sarebbe lo stesso diventato forte, parte nel luglio del 2001, quando Federer gioca questa partita. Dipende da Nardi, hai troncato il mach point pure qua? Se no, ti faccio rifare pure Sampras.

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Va bene, va bene, applauso a Roger. Ovviamente, questa è la partita degli ottavi di finale a Wimbledon, quando Federer batté Sampras nel 2001 e il mondo scoprì Federer. In realtà, ci sarebbero voluti un altro paio di anni perché lui il primo Wimbledon lo vinse nel 2003. Però, perché Roger Federer mi ha salvato la vita e per interposta persona ha salvato la vita a tutti? Perché quella volta lì io c’ero, nel senso che fu il mio primo Wimbledon: al tempo c’era la lira, l’euro sarebbe entrato nel gennaio del 2002. E che successe? Che io, per una mia tara mentale, mi sono messo in testa che secondo me è andata così, cioè Federer ha battuto Sampras e dunque il mondo si è accorto che stava per nascere questo grande personaggio che avrebbe attraversato vent’anni di storia dello sport contemporaneo. E al tempo, chi trasmetteva questo torneo in televisione in Italia? La compianta televisione che c’era prima di Sky, Stream. Facevamo ascolti molto forti, poi Stream e Tele più si fusero e nel luglio del 2013 nacque Sky Sport. Però, Stream non mi avrebbe mai assunto se Federer non fosse stato assunto nel cielo del tennis, vincendo quella partita. Il mio primo lavoro fu fare il maestro di tennis: tutti ricordiamo la prima volta che ci hanno pagato per fare qualcosa, no? Il primo lavoretto è stato fare il palleggiatore di tennis, però ne ho fatte tante altre prima di fare il fenomeno in televisione, di fare tutto l’acculturato sul tennis. In realtà, stavo raccontandolo prima a Michele Nardi: complimenti per aver lasciato il Match Point di Federer contro Sampras. Non vi ricordate di Stream, però, almeno gli uomini, di Colpo grosso vi ricordate? Alzi la mano chi non si ricorda che cos’era Colpo grosso: insomma, è una sparuta minoranza, pure qua siete sparuti. Colpo grosso con Umberto Smaila era le ragazze cin cin, i ragazzi oh, è la storia della televisione contemporanea, quella. E correva l’anno 1989, andatevi a rivedere gli archivi dell’epoca: chi fu campione vittorioso per 12 puntate di Colpo grosso? Facendo anche gli spogliarelli e arrivando anche con l’accappatoio di raso azzurro? Stefano Meloccaro. Ci sono dei momenti nella vita in cui bisogna fare coming out, come si chiama oggi. Io sono stato campione di Colpo grosso, sì, è stato il mio approccio alla televisione. Dite quello che volete, comunque la cosa bella è che tutti quanti mi chiedono di queste vagonate di ragazze che facevano lo spogliarello, che poi non era… Oltre ovviamente a non accadere nulla, io vinsi alla fine di Colpo grosso un viaggio alle isole Seychelles: tutti quanti mi hanno detto: «Ti sei portato una bella bulgara?». Ci andai con mia mamma che non aveva mai volato, che non aveva mai preso l’aereo: la portai alla Seychelles con il premio di Colpo grosso. Devo anche spiegarvi che Federer l’ho toccato con questa mano, gli ho stretto la mano. L’ultima volta è successo a Wimbledon quest’anno, l’ho intervistato un paio di volte e lui mi ha anche riconosciuto: state parlando con uno che, se lo incontra, Federer lo saluta, sì. Non è proprio che si ricordi benissimo il mio nome, non è che non pensi ad altro, però stavo raccontando prima che quest’anno è passato. Chiaramente, tu da lontano vedi arrivare un fascio di luce, è vera, ‘sta cosa, secondo me, lui non tocca terra. Ho buone possibilità di essere nel giusto se dico che non tocca terra. A un certo punto, arriva lui con questo portamento regale, perché Federer cammina come nessun altro. Lo incontro e lui dice «Ciao, italiano». Però, ragazzi, è già una cosa, stiamo un pezzettino avanti nel rapporto: lui sa che io esisto e si ricorda che sono italiano, anche perché il giorno prima l’avevo intervistato. Con lui ho fatto una della gaffe migliori della mia vita perché, avete presente Cecchinato? Quest’anno ha fatto la semifinale al Roland Garros, la sorpresa incredibile, il miracolo della storia. Incontro Marco Cecchinato che conosco a Wimbledon. E quando lui mi vede, gli dico: «Ciao, Marco, come stai?». E lui mi fa: «Benissimo, guarda, non ci crederai ma ho incontrato Roger Federer poco fa negli spogliatoi». Sapete che a Wimbledon le teste di serie, cioè i più forti, hanno lo spogliatoio bello, giusto per non fare distinzione di classi, uno spogliatoio privato con la boiserie di legno di tech, di mogano, i poveracci. Tutti gli altri, dal numero 37 del mondo in poi, hanno lo spogliatoio dei ragazzini. Incontro Cecchinato e mi dice: «A parte che mi hanno dato lo spogliatoio delle teste di serie, poi ho incontrato Federer che mi ha riconosciuto». Capito? Per dire che stiamo tutti nella stessa barca, non solo io, che sono orgoglioso che mi dice «Ciao, italiano», ma pure Cecchinato che è il numero 25 del mondo. Federer l’ha incontrato e gli ha detto: «Ciao, Marco, ti ho visto al Roland Garros, complimenti, hai fatto veramente una bella partita» e questi ha risposto: «Eh, grazie». Incontra il primo cretino, cioè me: «Oh, mi ha detto Federer che me conosce, me saluta, mi ha salutato, una cosa meravigliosa». Dopo due ore, dico: «Ok, Sky Sport, avete l’intervista a Federer!». Vado da Federer, tutto bello orgoglioso, c’è la fila, passo e mi dico: siccome sono un giornalista arguto, perché fargli la solita domanda banalotta, tipo «Come stai, Roger? Qual è il tuo approccio al torneo quest’anno?». L’abbiamo fatto 200 miliardi di volte. Invece gli racconto questa cosa. La mia idea era: «Chiediamo a Federer cosa si prova a sapere che un suo saluto vale, per un giocatore, quasi quanto un premio». Vado da Federer e gli dico: «Roger, sai che ho incontrato Cecchinato e mi ha detto che ti ha incontrato ed era felicissimo? Sei contento che la tua vicinanza, la tua conoscenza, già è un premio?». E nel mio sublime inglese gli dico: «Ciao, Roger, ho incontrato Cecchinato trent’anni fa…». Volevo dire trenta secondi fa, però mi è venuto così. Comprendetemi. Lui, con quella faccia da figlio e’ ndrocchia che c’ha, comincia a ridere e mi fa: «Davvero, trent’anni fa?». Beh, è passato molto tempo. È niente a confronto con la giornalista di Sky Tg 24, che ha beccato il sindaco di Genova e gli ha detto: «Lei è di Genova?». E quello ha risposto: «Sono il sindaco, veda un po’ lei». A confronto, impallidisce quella roba lì. No, poverina, ragazzi, figure come quelle le abbiamo fatte tutti, chi fa questo lavoro. Comunque, Federer comincia a ridere e io faccio con lui una delle migliori gaffe della mia vita. Chi di voi ha preso mai una Cibalgina? La conoscete, la Cibalgina? È un vecchi farmaco che esiste ancora oggi, credo che sia Ibuprofene: noi anziani lo prendiamo quando ci fanno male le ossa, ok? Tu che sei anziano, anche? È un analgesico, è una cosa che toglie l’infiammazione. Ce l’ho qua, guarda, una scatola di Cibalgina. Cosa fa la Cibalgina? Ci guarisce, ci toglie il dolore, ci fa stare bene. Per dire come tutto è collegato nella vita. Cibalgina: “algina” vuol dire dolore, no, “algia”, “toglie la algia”: ma “ciba” è la fabbrica che la fa. Vi siete mai chiesti da dove viene questo acronimo? Bello, acronimo, vuole dire che sono uomo di cultura! Acronimo vuol dire sigla. L’acronimo Ciba, sapete da dove viene? Da una cosa tipo: Chemistry, Chemical, cioè chimica, Chemical Industry Basilea. Cioè, la Ciba, la fabbrica che ci fa passare il dolore, che ci fa stare bene, è nata cento anni prima circa nello stesso posto dove cento anni dopo sarebbe nato il giocatore che più ci fa stare bene nella vita. È tutto collegato, ragazzi, nulla accade per caso! Aspetta! Robert Federer, il papà di Roger, sapete dove lavorava? Alla Ciba! E ci fa stare bene, allevia le nostre pene. Robert Federer, nel 1970, lavora alla Ciba: a un certo punto lo trasferiscono in un Paese lontano. Va nella fabbrica della Ciba in Sudafrica. E chi conosce in Sudafrica Robert, che lavora alla Ciba? Una segretaria della Ciba sudafricana, che era Lynette, la mamma di Roger Federer, perciò la Cibalgina non soltanto ci toglie i dolori ma favorisce l’accoppiamento. Per dire che stasera può essere utile a tutti noi, a tutti, nessuno escluso. Robert Federer e Lynette copulano – signora, mi scusi: la parola è un po’ forte, però -, si uniscono e generano colui che viene a salvare il mondo: cioè Roger Federer, nel 1981. Ovviamente, lei giocava a tennis, lui giocava a tennis, si conobbero per motivi di tennis. E in quel momento, in Sudafrica, chi era detenuto a Ellis Island? Nelson Mandela. Che c’entra con Federer? Eh, siccome tutto è collegato, adesso lo troviamo il collegamento con Federer! Perché l’anno in cui Federer è nato, cioè nel 1981, chi ha giocato la finale a Wimbledon? Borg e McEnroe, quelli del film. E sapete cosa fece – ragazzi, io dico le cose in maniera leggera ma è tutta vera ‘sta storia qua – Nelson Mandela, un uomo che avrebbe salvato il mondo da un altro punto di vista (Federer e Mandela, li stiamo mettendo quasi sullo stesso piano)? Si fece portare dalle guardie carcerarie, dai secondini di Ellis Island, una radiolina per sentire per radio la finale di Wimbledon, Borg-McEnroe. Tutto questo che c’entra? Niente, però voglio dire che il tennis, in ogni caso, lo facciamo rientrare. Però Nelson Mandela ascoltò quella partita, tant’è che poi questa cosa c’è nel libro di Agassi, Open, lo avete letto? Comunque, chi non l’ha letto sa che Agassi ha scritto un gran libro, insomma, non è che l’abbia scritto proprio lui, diciamo che lui ha dato le idee. E infatti nel libro Open racconta del suo personale incontro con Nelson Mandela. Agassi era un truzzo, non era mai andato a scuola, aveva solo giocato a tennis, sempre giocato a tennis. Grazie a Mandela, Agassi ha scoperto che esisteva anche la possibilità di aiutare gli altri, tant’è che ha aperto una sua fondazione benefica e nel libro è raccontato l’incontro tra Agassi e Mandela: «Io fui subito colpito da questa sua personalità, da questa energia che trasmetteva, perché era un uomo che si capiva subito che poteva fare qualcosa per il mondo, e io imparai a fare qualcosa per il mondo». Fermi! Io ho parlato con uno che era all’incontro tra Agassi e Mandela. Questo per dirvi che tutti noi non dobbiamo credere proprio a tutto quello che ci dicono. Non posso citare il nome, ma insomma era lì perché era un grande manager di tennisti dell’epoca, che io conosco e con il quale sono amico. La vera storia dell’incontro tra Agassi e Mandela andò così. Questi si incontrarono e Agassi chiese a Nelson Mandela: «Qual è il migliore ristorante di Johannesburg?». La storia che nel romanzo è diventata un anelito di libertà che sarà di insegnamento al mondo, è: «Dove si mangia bene il pesce a Johannesburg?». Ragazzi, poi gli sportivi sono così! Però possiamo fare un applauso a Nelson Mandela che se lo merita. Sicuramente. Va bene, vi faccio vedere le origini vere di Roger Federer, se non le avete mai viste: è un video molto carino, un minuto e mezzo di musica di Roger.

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Un applausetto glielo possiamo anche fare! A Basilea non soltanto è nato Roger Federer, non soltanto è nata la Cibalgina che ci cura, sapete cosa è nato anche a Basilea? Quando scrivete sul computer, che caratteri usate? Avete un carattere preciso, tipo Times New Roman? Quella roba lì, quasi tutti usiamo quello. Io uso Helvetica, che è il carattere probabilmente più comune e più famoso al mondo. Hai studiato? Allora, nel 1957 un tipo di Basilea, anzi di Munchenstein, che è proprio il quartiere, il sobborgo dove è nato Federer, un tipo che si chiama Max Madinger della Fonderia Haas – e chi conosce il termine sa che Tommy Haas è un altro tennista, perciò è tutto collegato, nulla accade per caso -, siccome la fonderia stava per fallire si è inventato questo carattere Helvetica, che è il carattere più comune, che conosciamo tutti quanti. Volete sapere le scritte di Helvetica dove sono? Vado con un rapido elenco. Sappiate che la scritta iPhone è fatta con il carattere Helvetica. Nasa, America Airlines, la metropolitana e tutte le scritte di New York – Bmw, Fendi, Jeep, Kawasaki, Lufthansa, Nestlè, Panasonic, Scotch, Skype, Shuttle – sono state fatte con Helvetica. Helvetica si chiama così perché è nata dove è nato Federer. Volete la definizione che ha dato di Helvetica un famoso designer di grafica computerizzata? «Lineare, essenziale, semplice, pulito, elegante, senza fronzoli, alta leggibilità, in poco tempo ha conquistato il mondo». Adesso ditemi se non va a pennello pure per Federer. Tutto là! È nato tutto a Basilea, a Munchenstein. Poi, è chiaro che i tifosi di Federer ovviamente tendono a prenderne le sembianze, no? Cioè, il tifoso di Federer, guardate Michele Nardi, è un uomo di classe, è un uomo elegante, bello, non suda, è essenziale. È come Helvetica. Però non sono proprio tutti così. A proposito di elvetico, che vuol dire svizzero, viene dal latino el vero: Roger Federer è elvetico. Diciamo che Federer è bello perché è ecumenico, cioè abbraccia tutte le religioni, nel senso che quasi tutti fanno il tifo per lui. Io gioco a Roma a tennis in un circolo molto bello che si chiama DuePonti, dove c’è Gigi. Gigi è un signore che gioca a tennis e che è molto tifoso di Federer. Gigi – ma è vero, esiste veramente – non si capacita che mi vede quando gioco a tennis lì e dopo una settimana in televisione che faccio una intervista a Federer. Cioè, non riesce a collegare queste due cose: per lui, Federer è un tale dio che, dice, è come se vedesse dio, poi vede vicino uno che ha toccato dio, e poi ritorna a toccare dio. Cioè è la stessa cosa. Perciò credo che Gigi non abbia ancora ben capito come si scrive la parola elvetico. Però è molto tifoso di Federer. Quando Gigi mi incontra, e lo spogliatoio del DuePonti è piuttosto ampio, qualsiasi cosa abbia fatto Federer, che abbia vinto o perso, se deve giocare o se si sa che giocherà il prossimo turno, da lontano mi fa: «Asse, come sta er vetico?». Er vetico perché a Roma, giustamente, elvetico diventa er vetico. Poi mi incontra e mi tocca: «Ammazza, ‘sto ervetico quanto je dà», e fa tutte le mosse. Più esagera, più io gli dico: «Sì, Luigi, credo che Roger abbia buone possibilità di comportarsi bene nei prossimi». «Dici che vince Wimbledon, er vetico?». Io dico: «Sì, Luigi, credo che Roger abbia sempre una chance». Fino a quando chiede: «Dici che se ritira alla fine de l’anno, er vetico?». Dico: «Non credo, Luigi, io credo che Roger fino a quando si sentirà di poter vincere un torneo, in realtà vorrà proseguire a giocare a tennis». «Ma certo che è forte, er vetico!». «Sì, Luigi, er vetico è molto forte». Facciamo un applauso a Luigi che non sa che è stato argomento di questa nostra. Avete mai visto la pubblicità di Federer con la mosca? Va vista, vediamo. Ci siamo ragazzi, cinque minuti e andiamo a dormire.

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Io questa cosa l’ho trovata geniale perché, a parte che lui è la dimostrazione che chi ha talento ce l’ha sempre e chi è fenomeno è fenomeno sempre, è un attore fantastico, consumato, bello, bravo, intelligente, simpatico, ricco. Ma chi ha pensato, per fare lo spot di una scarpa flessibile, a usare Federer che va a caccia di una mosca? Guardate che è un genio, un genio vero! Finale Wimbledon, 2008. Vi ricordate quella finale che Federer perse contro Nadal, la prima? Quella in cui Federer capì che il mondo non era tutto rose e fiori? Perché, per la prima volta, Nadal lo battè. Federer aveva vinto cinque volte di seguito e Nadal lo battè 9-7 al quinto set: fu un partitone epocale, durò ore, finì di notte. Noi eravamo lì, io ero lì, piansi in silenzio. Ma vi ricordate di quel Federer che girava col cardigan? Ve lo ricordate il cardigan? Quel cardigan meraviglioso! Chi, oltre a Federer, può portare quel cardigan di cotone a filo largo, leggermente beige, con lo stemma di Wimbledon? Con i bottoni? Io al tempo lavoravo a Sky. E avevano messo quelle che oggi si chiamano Temporary shop, una boutique Nike vicino a Wimbledon. C’era esposto quel cardigan! E io passavo, passavo e ripassavo, e lo guardavo. Al terzo giorno, entro. Mi prendo ‘sto cardigan misura M e mi metto davanti allo specchio, bello! Cioè! Voi lo avreste comprato il cardigan di Federer della Nike? Costava tanto però non era proprio una cifra infinita, mi pare che costasse – oddio, una bella botta – tipo 400 sterline all’epoca. Ragazzi, le cose belle costano. Era tipo 400 euro. Però era il cardigan di Roger Federer e giuro che me lo sono misurato almeno un giorno sì e un giorno no, per tutta la durata di quel torneo. Mi mettevo davanti allo specchio e dicevo: «Adesso lo prendo, adesso lo prendo». Poi, un giorno sono andato alla cassa e questo cardigan misura M l’ho preso. L’ho portato in camera e me lo sono messo per la prima volta, non nella boutique ma nella vita vera, cioè davanti allo specchio. E a quel punto, mi è passata tutta la vita davanti. Io credo che voi possiate essere d’accordo con me. Mi sono guardato, io, Meloccaro, cioè Stefano Melocchero di Rieti, con il cardigan di Roger Federer di Basilea. Mi sono messo davanti allo specchio e mi sono detto: «Ma io, vestito così, ma dove diavolo vado col cardigan di Federer?». Il giorno dopo l’ho riportato in boutique, avevo conservato lo scontrino. Giuro che mi sembrava lesa maestà, ma io al tempo giocavo al circolo tennis La Foresta a Rieti. Ora, voi capite che mettere il cardigan di Federer a Wimbledon, vincendo Wimbledon, è diverso dall’essere Meloccaro e metterselo al circolo tennis La Foresta a Rieti. E questo vale per tutti i circoli vostri. E sarete d’accordo, ho fatto bene a riportarlo? Ok, applauso a questa cosa. Però, in quello stesso Wimbledon intervistai Roger Federer, me lo portarono in studio, eravamo io e lui dopo la sua semifinale, aspettavamo in onda che finisse l’altra partita. Quella volta, sono stato un quarto d’ora seduto vicino a Federer, parlando del più e del meno, aspettando che ci dessero la diretta. Lui era gentilissimo, io non avevo il cardigan, però mi ero comprato la cinta di Federer, la cinta Nike con scritto RF che conservo gelosamente a casa mia. Ad un certo punto, durante la pre-intervista, io gli chiesi: «Roger, ma quanto tempo è che non giochi su questo campo qua?». Lui aveva già vinto cinque volte Wimbledon e mi rispose: «Non ci gioco dal 1999, perdemmo quattro set contro x e y». Oggi non ricordo che partita era, lui si ricordava esattamente l’ultima volta, l’ultimo giorno e il punteggio della partita, per dire come questi, e Federer in particolare, siano scienziati assoluti. Ad un certo punto gli dissi: «Roger, guarda un po’, ho comprato la cinta di Federer». Lui si fece una gran bella risata, poi mise i voti ai suoi prossimi avversari: doveva dare il voto al diritto, servizio, rovescio, volèe dei suoi avversari e scelse quello giusto che poi vinse la semifinale e perse la finale, Roddick. Vi faccio vedere un altro video perché secondo me vale la pena, quello di Djokovic, quello della palla fatta con una racchetta simile a questa.

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Per dire come la perfezione non esiste, anche Federer, che da ragazzino era un bello stronzetto, le racchette le rompeva. Raccontano che una volta, a 14 anni, nel centro svizzero dove si allenava, lanciava talmente tante racchette che una gli rimase infilata tipo lanciatori di coltelli nella rete di fondo, così! Il suo allenatore si arrabbiò talmente tanto che gli dette come punizione di pulire i bagni del centro per una settimana, roba che da noi non succedeva neanche nelle caserme, quando ho fatto il militare. La mattina alle 7 – chi conosce Federer sa che non si sveglierebbe mai prima delle 10 – Roger Federer, quello tutto figo, pulisce i cessi. È successo, aveva 15 anni, poi ha smesso di lanciare le racchette ed è diventato quello che sappiamo oggi. Ragazzi, siamo in chiusura, ovviamente io parlerei altre 5 ore ma qualcosa abbiamo detto, qualcosa avete imparato a memoria. C’è una cosa però che dovete sapere: io ho chiesto a Roger Federer di giocare con me. Questa risata di sottofondo già mi fa capire che non c’è rispetto, quest’altra risata mi fa capire che il rispetto è assolutamente zero, evidentemente è questo che mi merito ed è giusto anche che nella vita ognuno abbia quello che merita, però l’ho fatto veramente. Perché voi dovete capire che io sono un ragazzo di strada, voglio dire, uno che ha fatto Colpo grosso resta pur sempre uno che ha fatto Colpo grosso. Sapete che a Wimbledon, tra la prima e la seconda settimana, c’è la domenica di mezzo, quella in cui non si gioca. Ed è una domenica molto bella perché rimangono solo quelli che hanno vinto le partite della prima settimana, perciò solo i più forti, che si allenano nei campi di Wimbledon, in un posto che si chiama Orange Park. Io quella domenica non dovevo lavorare, perciò mi sono mascherato: suona male, però mi sono vestito tutto di bianco e mi sono portato una racchetta da tennis. Il pass ce l’avevo, le maglie della sicurezza al tempo erano un po’ più lente. Avevo racchette ed ero vestito da tennis. Arrivo lì e c’era Federer che si allenava: vedere Federer che si allena è molto meglio che vederlo che gioca a tennis, perché fa delle cose che in partita non fa, anche molto divertenti, tipo giocare dritto e rovescio a due mani. Oppure, ad un certo punto gioca facendo rimbalzare la palla prima nel suo campo, come se giocasse a rimpiattino, come se facesse il servizio a paddle; oppure tira tutte palle che finiscono dritte nella rete di fondo. Chi gioca a tennis diventa pazzo vedendo Federer che si allena. Ad un certo punto, il divino, il supremo, colui che tutto può, esce dal campo di allenamento. Io ho pensato: «Senti, mi arresteranno, mi rimpatrieranno con il foglio di via obbligatorio? Boh, io ci provo». Federer esce dal campo e io lo fermo e dico: «Roger». E già voi capite che avevo il servizio d’ordine intorno. Mi fa: «Sì?». Gli faccio: «Roger, se adesso rientri per un momento in quel campo, e vengo con te, e mi fai fare quattro, uno, due, tre palleggi, a te non cambia nulla nella vita, io divento quello che ha palleggiato con Roger, faccio il giro del mondo. Capisci che per me sarebbe un regalo meraviglioso, la cosa più bella del mondo?». Lui mi guardava, immaginate la faccia di Federer con Meloccaro davanti che gli chiede di giocare a tennis davanti agli allenatori, tutti quanti, quello che gli portava la borsa, il fisioterapista, l’addetto stampa, il preparatore atletico. Mi squadra da cima a fondo e mi fa, con il suo sorrisetto, quello di quando schiaccia la mosca, più o meno: «Guarda, in forma, sembreresti abbastanza in forma, bianco, sei vestito di bianco, la racchetta ce l’hai, i campi da tennis stanno qua e non li sposta nessuno. Facciamo una cosa: riprova tra qualche anno, vedrai che prima o poi ce la facciamo a giocare a tennis insieme!». E io sto ancora aspettando che venga quel momento, prima o poi ci riuscirò. Vi faccio vedere l’ultima cosa che riguarda Roger, uno dei colpi più belli, se andate su Youtube, ne trovate a centinaia di migliaia, però questo è uno dei più fighi, è stato fatto in un momento molto particolare, si chiama tweener, oggi lo fanno pure i custodi dei campi da tennis, ma farlo in quel momento lì, arrivando a match point a New York contro Djokovic, è uno dei più belli di tutti. Agevoliamolo.

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Ragazzi, è stato meraviglioso, grazie, l’applauso è a quel signore là. Ricordatevi la Cibalgina, che è nata nello stesso posto di Federer, prima o poi serve a tutti. La Cibalgina non mi paga, però grazie davvero, è stato meraviglioso, non possiamo accettare domande.

GIOVANNI GAZZOLI:
Volevo ringraziare Stefano per averci trasmesso la sua passione che dice tanto anche di quanto può essere contagiosa una cosa così bella. Spero che, come un aperitivo con la cena, questo incontro abbia destato un po’ di appetito per venire a vedere la nostra mostra. La cosa che colpisce di Federer, oltre il suo sterminato talento e la sua passione per quello che fa, è stata anche la serietà con cui lui ha trattato il tennis, la sua carriera e anche l’applicazione, la capacità di rispettare quello che aveva davanti. La cosa interessante per noi che abbiamo fatto la mostra è che questo vale per Federer a Wimbledon ma vale anche per te a Sky, per me, per chiunque: è l’insegnamento da trarre da questi grandi sportivi.

STEFANO MELOCCARO:
Aspetta, questo a suo modo è stato un piccolo show, e quando si fa un piccolo show il protagonista esce e normalmente la gente fa: c’è il bis, no? Almeno una cosa in più dobbiamo dirla. Fatelo per me, non mi ricapita più. Bisogna fare una cosa tipo: «An-co-ra, an-co-ra». Ok, solo perché loro lo vogliono. Vi racconto l’ultima cosa, perché ho avuto la fortuna di lavorare a Sky con Ivan Ljubicic, il capoccione che oggi allena Federer: un’altra dimostrazione che nella vita nulla accade per caso. La gente, quando Federer prese Ljubicic come allenatore, disse: «Perché proprio Ljubicic?». Perché Ljubicic era il migliore amico di Roger, si allenavano sempre insieme perché anche le famiglie sono amiche, facevano le vacanze insieme. Ivan ogni tanto mi faceva vedere gli sms che gli mandava Federer prima delle partite, anche quando Federer era allenato da Edberg. Roger gli chiedeva: «Che faccio contro questo? Gli tiro sul dritto, gli tiro sul rovescio?». Chiaramente, da quando Ljubicic è diventato allenatore di Federer io ho provato a estirpargli qualche confidenza, ma se sei nel mondo Federer non vai da Meloccaro a raccontargli le cose. Però, qualcosina, in una cena di qualche tempo fa, sono riuscito a farmela raccontare. Dico: «Ivan, dimmela una cosa. Tu alleni Federer, spieghi quello che deve fare a nostro Signore che tutto ha creato?». E lui: «Sì, una cosa te la posso dire. Tu non crederesti, quando gli spiego le cose, quello che secondo me dovrebbe fare, tipo il famoso rovescio anticipato contro Nadal che gli ha permesso di vincere la finale in Australia – prima Federer giocava sei metri dietro e non vinceva mai, poi ad un certo punto ha fatto pum pum pum e ha cominciato a vincere conto Nadal -, lui mi guarda con lo sguardo di un bambino». Ivan ha usato queste parole: «Sembra un bambino della scuola tennis». E parla di Federer che, prima di incontrare Ljubicic, aveva vinto 17 Slam e 450 mila dollari di patrimonio totale, 4 gemelli, una moglie, un cane e 58 ville sparse per il mondo. Quando Ljubicic gli diceva: «Guarda che, secondo me, di dritto devi anticipare un po’, di rovescio fai questa cosa». E Federer lo guardava, mi ha detto, con la faccia di un bambino della scuola tennis. «E mi chiedeva: “Secondo te, davvero ce la posso fare? Ci posso riuscire davvero?”. E io, ripeteva Ivan, gli dicevo: “Sì, ti chiami Roger Federer, chi cazzarola ci deve riuscire se non ci riesci tu, Roger?”». Ripeto che non si tratta di persone normali, è un mondo veramente a parte. Ancora, Ljubicic mi ha raccontato: «Quando ho smesso di giocare a trent’anni, non mi ero tanto stufato della partita in sé quanto di tutto il resto, gli allenamenti, la conferenza stampa. Sembra una sciocchezza, ma ogni partita ti siedi lì e devi parlare e devi fare l’intervista in inglese. Poi, Federer fa l’intervista in inglese, in francese e in tedesco per le televisioni e per le radio». Questo ha vinto 1220 match e ne ha persi 225, e ogni santa volta l’intervista in inglese, in francese, in tedesco, televisione e radio, tutte le volte. E Ljubicic mi diceva: «Non ne potevo più, era più forte di me». Federer, ad ogni singola partita, con gentilezza, sorriso e cortesia, risponde alle domande e non è mai banale. Avete mai sentito Federer dire che alla prossima partita deve essere più aggressivo? Lui sta lì e risponde in inglese, in francese, in tedesco alle televisioni e alle radio. L’ho visto io, una volta: una cronista francese si è avvicinata con il telefonino, gli ha fatto quattro minuti di domande con le note vocali del telefono, finisce l’intervista e dice: «Non avevo schiacciato play, rec!». Era in lacrime, perché sapete che ad ogni intervista c’è uno che subito lo prende e lo porta via perché c’è un’altra televisione. Federer ha detto: «Ok», è tornato e ha rifatto l’intervista a questa ragazza. Lo so, le persone normali, quelle che non seguono troppo lo sport, diranno: sai che bella forza, ha parlato tre minuti! Ma ragazzi, nello sport è impossibile, ogni lasciata è persa. Se la telecamera ti esplode mentre stai facendo un’intervista, e vai dal tuo direttore, quello ti licenzia perché non hai fatto l’intervista. Questo gli ha fatto l’intervista gratis la seconda volta, l’ha rifatta tutta da capo, se non è un miracolo poco ci manca. Ultimissima cosa: erroneamente si è sempre pensato che Roger Federer vince perché è forte, perché gioca a tennis così. È nato imparato, vince perché è bello. E Nadal, che erroneamente è considerato il suo contrario, vince perché è forte. Non funziona così: tanto quanto Nadal è molto forte, ma gioca un tennis meraviglioso e non è solo tutta grinta, Federer è molto più sanguinario, maniaco, con il sangue che gli esce da qui più di quanto possa sembrare, sappiatelo. Federer ammazzerebbe la nonna, la sorella, la cugina, la zia pur di non perdere una partita. Alla domanda di un mio collega: «Cosa farai quando smetterai di giocare a tennis?», sapete che cosa ha risposto Federer? «Mi sta venendo in mente di fare la maratona». Perché la maratona? Perché per fare la maratona ti devi preparare, devi allenarti, devi aver voglia di competere, devi essere sanguinario. Poi, Federer non lo dà a vedere, Nadal è più bravo a farla vedere, questa grinta. Ma posso garantire che entrambi sono maniaci di tennis, delle belle sanguinarie e ballerebbero il tip tap sulla loro nonna, piuttosto che perdere una partita. Grazie amici! Evviva Federer!

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

21 Agosto 2018

Ora

21:30

Edizione

2018

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo A3
Categoria