GIOVANNI PAOLO II: QUELL’UOMO AFFERRATO DA CRISTO - Meeting di Rimini

GIOVANNI PAOLO II: QUELL’UOMO AFFERRATO DA CRISTO

Giovanni Paolo II: quell'uomo afferrato da Cristo

22/08/2011 ore 11.15_x000D_ Partecipano: Jozef Dabrowski, Presidente Nazionale dell'Associazione dei Ferrovieri Cattolici in Polonia; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

Partecipano: Jozef Dabrowski, Presidente Nazionale dell’Associazione dei Ferrovieri Cattolici in Polonia; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

JOZEF DABROWSKI
Vorrei cominciare dal primo giorno del suo pontificato, quan-
do il Santo Padre ci ha chiamato ad «aprire le nostre porte a
Cristo». Ma, oltre a queste famose parole che sentiamo ripetere
da trent’anni e che abbiamo potuto trovare anche in piazza
San Pietro il giorno della sua beatificazione, il Santo Padre ha
detto: «Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel
profondo del suo animo, del suo cuore, così spesso è incerto
del senso della sua vita su questa terra e invaso dal dubbio
che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi, a Cristo di
parlare all’uomo». Ho avuto con mia moglie la grazia di essere
presente il 16 ottobre 1978 a Roma ed essere così testimoni
dello storico evento dell’elezione di un Papa polacco. Qual-
che giorno dopo, il 22 ottobre, il Santo Padre ci ha chiesto:
«Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo, e con la
potestà di Cristo servire l’uomo e l’umanità intera. La potestà
assoluta del Signore non parla con un linguaggio di forza,
ma si esprime nella carità e nella verità». Durante il ritorno
io e mia moglie ci chiedevamo: «Che cosa possiamo fare? In
che modo possiamo aiutare il Santo Padre?». Sin dall’inizio
del suo pontificato ha detto: «I tempi nuovi continueranno a
richiedere la nostra testimonianza». E poi: «Per essere testi-
mone di Cristo, per rendergli testimonianza, prima bisogna
seguirlo, bisogna imparare a conoscerlo, bisogna mettersi per
così dire, alla sua scuola, penetrare tutto il suo Mistero». E
poi ha aggiunto spesso che: «Per dare testimonianza a Cristo
occorre prepararsi. La testimonianza infatti nasce, matura e si
nobilita nell’atmosfera di preghiera, di quel profondo e miste-
rioso colloquio con Dio, in ginocchio. Non si può mostrare
Cristo agli altri se prima non lo si è incontrato nella propria
vita. Soltanto allora la testimonianza avrà vero valore».
Stare in ginocchio davanti al Signore. Chi ha avuto la gra-
zia di incontrare il Santo Padre ha potuto vedere per quanto
tempo lui stava in ginocchio davanti al Signore. Prima della
messa, durante la messa, anche alla fine della messa che faceva
nella sua cappella privata, al minimo venti minuti, mezz’oretta,
stava davanti al Signore. Che cosa significa per noi, uomini
del terzo millennio, seguirlo in questa posizione davanti al
Signore? Stare in ginocchio? Come diceva il Santo Padre noi
dobbiamo essere sempre pronti a dare la nostra testimonianza.
Non immaginavo, sentendo queste parole il 22 ottobre 1978,
che dopo poco tempo mi sarei trovato nelle condizioni di dare
veramente una testimonianza forte.
Quando, dopo il 13 dicembre 1981, è stato proclamato il
colpo di Stato in Polonia ed è stata introdotta la legge marziale,
non sapevo che il buon Dio mi avrebbe regalato cinque mesi
per la mia conversione. Non avevo mai avuto tanto tempo da
dedicare a Lui, non avevo mai tempo per pregare, cercavo
sempre delle scuse per spiegare perché non potevo pregare.
Ma Lui mi ha chiesto di farmi il più vicino possibile. Così, per
la prima volta, durante la mia detenzione ho preso tra le mie
mani il Vangelo, l’ho anche adesso con me, perché da quel
momento è diventato il mio migliore amico. Ci sono tutte le
dediche dei vescovi che hanno visitato la prigione, compresa
la firma del cardinale Francisco Marsanskiy; questo libro è
diventato veramente pane della vita.
Potete immaginare cosa significano ventiquattro ore in cui
non si fa niente, ventiquattro ore col dubbio, ventiquattro
ore in cui di notte ti svegliano per farti stupide domande,
ventiquattro ore in cui non hai contatto con la tua famiglia,
con i tuoi bimbi, ventiquattro ore in cui stai sempre in atte-
sa. E il Signore mi ha donato come grande aiuto il Vangelo,
che ho letto per la prima volta dalla prima all’ultima pagina,
capendo così che con Lui il tempo non è mai perso. All’ini-
zio mi lamentavo che la prigione era un castigo, che non era
una cosa giusta, che avrei potuto accettare, ma quando sono
uscito di prigione, durante il primo interrogatorio della polizia
segreta, ho detto: «Vi ringrazio di cuore per ciò che mi avete
regalato, cinque mesi per stare così vicino a Cristo». Erano
molto stupiti, pensavano fossi un po’ fuori di testa, perché
non è normale che si reagisca in questo modo. L’altra grande
scoperta è stata la bellezza della eucaristia. Non solo perché
era l’unica occasione di lasciare le celle dove stavamo rinchiusi.
Ogni settimana, quando venivano i vescovi per celebrare la
messa, potevamo partecipare all’eucaristia ed è stato un grande
aiuto, non solo per sopravvivere, ma per rendersi conto delle
situazioni veramente difficili.
In un ambiente così pieno di odio, trattati come i più
pericolosi nemici del sistema e come i peggiori membri della
società, non era facile guardare i nostri aguzzini con uno sguar-
do d’amore; potete immaginare in quale modo potevo recitare
il Padre Nostro… Ripensandoci oggi, mi commuovo perché
questa è stata la più dura battaglia della mia vita: non entrare
nella spirale dell’odio, non convincermi che un altro uomo sia
il mio nemico. Così, ricordando l’esperienza del nostro primate
Stefan Wyszyski, che aveva anch’egli trascorso in prigione tre
anni, pregavo perché l’odio non vincesse nella mia vita.
Questa esperienza mi ha aiutato molto anche negli anni
seguenti la prigionia perché, dopo la liberazione, la mia vita
è completamente cambiata: mi hanno licenziato dal posto
dove lavoravo e mi hanno messo in una stanza dove, per due
anni, non ho potuto fare assolutamente nulla; dalle sette del
mattino alle tre del pomeriggio avevo l’obbligo di stare in
questa stanza e non fare niente. Così mi sono trovato costretto
a tornare alla mia esperienza spirituale, perché avere tempo
per riflettere significa poter guardare dentro al proprio cuo-
re. Come diceva il Santo Padre – quando era cardinale e poi
all’inizio del suo pontificato – la preghiera è un ambiente
straordinario dove si parla confidenzialmente con Dio stesso.
Ritrovare questo rapporto con Dio non è una cosa facile, ma
per me è stato possibile e necessario. Quando si trova questo
rapporto diretto con Dio, non è importante quante parole
noi Gli rivolgiamo ma è importante che sappiamo ascoltare
di più che parlare.
Molto spesso i giovani mi dicono: «È difficile pregare», ma
io, raccontando la mia storia, rispondo: «Dovete ascoltare più
che parlare». Questo è il frutto dell’insegnamento del Santo
Padre, che ci ha aiutato a scoprire i vari aspetti della relazione
straordinaria con Dio.
Quando Papa Giovanni Paolo II recitava il rosario, io lo
guardavo e non capivo perché faceva così, pensavo che recitasse
il rosario come lo recitano le vecchiette, senza contemplare
ciò che si recita, ma quando poi ci ha insegnato che recitare
il rosario significa imparare a guardare Gesù con gli occhi di
sua madre, amare Gesù con il cuore di sua madre, ho scoperto
che la guida migliore per me è la Madonna.
Non ho mai capito le parole che Karol Wojtyla aveva scelto:
«Totus tuus», perché sentivo che era più importante il rap-
porto con Gesù che quello con Maria, ma poi ho capito che
attraverso Maria si può stare più vicino a suo figlio.
Il Santo Padre mi ha aiutato a trascorrere questi due anni
riscoprendo la ricchezza della preghiera, del rosario, della
meditazione; infatti anche quando dovevo stare immobile con
le mani sul banco, potevo recitare il rosario muovendo appe-
na le dita, nessuno poteva controllare cosa stavo pensando,
sembrava che io fossi un po’ nervoso e quindi giocassi con le
mie dita sul tavolo e non mi potevano dire niente.
Nel 1988 il Santo Padre ha scritto nell’esortazione apo-
stolica Christifideles laici: «Situazioni nuove, sia ecclesiali, sia
sociali, economiche, politiche e culturali reclamano oggi con
una forza del tutto particolare l’azione dei fedeli laici. Se il
disimpegno è sempre stato inaccettabile, il tempo presente lo
rende ancora più colpevole, non è lecito a nessuno rimanere
in ozio». Penso che oggi ci sia l’occasione di ripetere queste
parole del Santo Padre: «Il disimpegno è sempre stato inac-
cettabile, il tempo presente lo rende ancora più colpevole».
La vita pubblica e i quattro anni in Parlamento, mi hanno
costretto ad affrontare questioni molto difficili. Grazie ad
alcuni colleghi, un paio di anni fa, è stata costruita all’interno
del Parlamento una cappella che ospita il Santissimo, così ho
potuto trascorrere tanto tempo davanti al Signore e pensare
alle decisioni che prendevo votando pro o contro le soluzioni
proposte. Ho scoperto ascoltando i discorsi e le testimonianze
qui al Meeting, che oggi manca totalmente in chi è responsa-
bile della vita pubblica, dei beni comuni, lo stare in ginocchio
davanti al Santissimo.
Io sono da quindici anni presidente nazionale dell’Associa-
zione dei Ferrovieri Cattolici della Polonia, una associazione
riconosciuta dalla conferenza dell’episcopato polacco e dallo
Stato polacco. Dal 1994 il nostro lavoro ha uno scopo princi-
pale: preparare la gente ad affrontare le situazioni della vita
familiare, sociale e pubblica; infatti per non essere schiavi di
quello che ci dicono la televisione, la radio, i giornali, abbiamo
bisogno di essere preparati. I giovani spesso mi dicono: «Alla
televisione hanno detto così, sul giornale hanno scritto così» e
io domando sempre: «Che cosa ha detto su questo problema il
Santo Padre? Qual è l’opinione della Chiesa? Che cosa diceva
Gesù Cristo su questo?». E non riescono a trovare la risposta,
rimangono dubbiosi, per questo dobbiamo essere più sensibili
all’insegnamento del Papa, più aperti all’insegnamento dei
nostri pastori, dei nostri vescovi, più sensibili all’eredità del
nostro beato Giovanni Paolo II.
Vorrei terminare la mia testimonianza con una bellissima
preghiera che chiude l’enciclica Veritatis splendor: «Oh Maria,
madre di misericordia, veglia su tutti perché non venga resa
vana la croce di Cristo, perché l’uomo non smarrisca la via
del bene, non perda la coscienza del peccato, cresca nella
speranza in Dio, ricco di misericordia, compia liberamente
le opere buone da lui predisposte e sia così con tutta la vita a
lode della sua gloria».
LUIGI NEGRI
Nel numero 13 della Redemptor hominis il Papa scrive: «Qui
si tratta dell’uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimen-
sione», non si tratta dell’uomo astratto, ma dell’uomo reale,
concreto, storico.
Giovanni Paolo II è stato un grande uomo di cultura,
l’uomo di cultura si differenzia infatti dall’intellettuale – che
poi spesso diventa un ideologo e si mette al servizio della sua
ideologia – perché gli ideologi partono dalle proprie idee,
giudicano le idee altrui, manipolano gli oggetti delle proprie
riflessioni, mentre l’uomo di cultura parte dall’uomo e si rivolge
all’uomo perché il contenuto fondamentale della cultura è il
destino dell’uomo.
Giovanni Paolo II, giovanissimo studente del liceo di
Wadowice, e poi seminarista clandestino nel seminario crea-
to dal cardinale Sapieha, sentiva il problema dell’uomo, di
quella inquietudine creativa per cui l’uomo tende oltre sé,
tende a individuare il senso ultimo della sua vita, la ragione
del suo esistere, il senso del suo vivere, del suo lottare, del
suo soffrire, e il Papa sentì che questo embrione – che nel suo
intervento qui al Meeting il 29 agosto 1982 chiamò la sua più
grande risorsa – era un fatto che guidava la sua vita e dettava
la sua vocazione. Bisognava difendere l’uomo polacco, bisogna
difendere l’uomo la cui cultura nasceva in nesso sostanziale
con la grande cultura polacca e con l’esperienza della Chie-
sa, ma questo uomo polacco era massacrato per le vie delle
grandi città polacche, dalla violenza inaudita e impensabile
dell’occupazione nazista e poi non meno tragicamente dalla
dittatura marx-leninista.
Ecco dove il Papa fu afferrato da Cristo, nella chiarezza di
un giudizio profondo che egli dette su di sé, sull’uomo e sulla
società polacca; bisognava fare incontrare a quest’uomo Cri-
sto perché solo Cristo raccoglie l’esistenza umana, solo Cristo
fonda in maniera chiara, assolutamente indiscutibile, fortissima.
Cristo ci fa lavorare sul fondamento e una volta che questo è
assicurato – diceva così il giovane Arcivescovo di Cracovia,
gettando la Chiesa di Cracovia in una ripresa integrale e intel-
ligente del Concilio Ecumenico Vaticano II – tutto viene di
conseguenza.
Per questo il Papa abbandonò l’arte, la poesia – anche
se non totalmente –, il teatro rapsodico polacco (esperienza
pressoché unica nella storia della letteratura universale), seb-
bene fossero luoghi dove l’uomo polacco e la società polacca
respiravano, eppure li abbandonò per ritirarsi nella Chiesa
e per iniziare una grande opera di educazione dei cristiani e
della società. Questo è il punto esatto in cui Giovanni Paolo II
accettò di essere afferrato da Cristo, quando decise di farsi
prete, quando decise di entrare nel seminario clandestino
del cardinale Sapieha Arcivescovo di Cracovia e incominciò
quell’azione educativa straordinaria che chiamava i cristiani
a essere autenticamente cristiani e gli uomini a essere auten-
ticamente uomini.
Questo è il primo punto, forse il più nascosto e il meno
chiaro alle letture e alle frequentazioni della vita del Papa; poi,
improvvisamente, quest’uomo abbandonato a Cristo e perciò
educatore del suo popolo e dell’umanità, si trova sbalzato nel
posto più alto, quello in cui deve accudire la vita dell’intero
popolo cristiano.
Arrivato a Norcia qualche mese dopo la sua elezione, qual-
cuno gridò dalla folla: «Viva la Chiesa del silenzio» e il Papa si
voltò e disse: «Non è più la Chiesa del silenzio, attraverso di
me parla tutta la Chiesa e a tutto il mondo». Ho capito allora
che la sua responsabilità era quella di riaprire il dialogo fra
Cristo e il cuore dell’uomo; riaprire il dialogo perché fosse
possibile l’incontro fra Cristo e il cuore dell’uomo, perché
soltanto l’incontro dell’uomo con il cuore di Cristo rende la vita
vera, aperta a tutte le sue dimensioni, secondo tutta l’immensa
potenzialità che ogni uomo porta con sé, infatti ogni uomo è
già oltre se stesso perché cerca il Mistero, come diceva Pascal
(molte volte citato da Giovanni Paolo II): «L’uomo supera
infinitamente l’uomo».
Il 15 ottobre 1980, concludendo un bellissimo convegno
su cristianesimo e ateismo, il Papa diceva: «Come non ricono-
scerlo con ammirazione, l’uomo resiste davanti a questi assalti
ripetuti, a questi fuochi incrociati dell’ateismo pragmatico,
marxista, esistenzialista, strutturalista; l’invasione delle prati-
che, la destrutturazione delle dottrine non impediscono ma,
al contrario, fanno anche sorgere al cuore stesso dei regimi
ufficialmente atei, come in seno a società chiamate consumi-
stiche, un innegabile risveglio religioso. Quel senso religioso
che l’ideologia non aveva potuto distruggere perché, come ci
ha insegnato don Giussani, il cuore dell’uomo è invincibile. In
questa situazione contrastante c’è una vera sfida che la Chiesa
deve affrontare e un impegno gigantesco che deve realizzare
con la collaborazione di tutti i suoi figli: rendere di nuovo
cultura la fede nei diversi spazi culturali del nostro tempo,
reincarnare i valori dell’umanesimo cristiano.
Il Papa sapeva e aveva insegnato che quest’uomo usciva
dalla grande terribile tragedia della modernità. Nessuno ha
letto la modernità più in profondità di Giovanni Paolo II,
una modernità che lentamente, inesorabilmente ha rivelato
la sua intenzione di creare un uomo e una società senza Dio
perciò contro Dio e perciò contro l’uomo. Una modernità che
aveva rivelato questa orrenda capacità di manipolare l’uomo,
vuoi come soggetto politico, vuoi come oggetto biologico,
secondo la grande intuizione del Concilio Vaticano II nella
Gaudium et Spes, in una società senza Dio l’uomo diventa
inesorabilmente particella di materia o cittadino anonimo
della città umana.
Il Papa sapeva questo e lo diceva e i suoi giudizi su ciò che
rimaneva della modernità erano pertinenti, precisi, accurati
ma li diceva per trovare, al di sotto delle ideologie, al di sotto
del fallimento delle ideologie, questa esigenza profonda di
verità, di bellezza, di giustizia, di bene che rendono l’uomo
realmente se stesso, perché lo rendono uno, unico e irripetibile,
cioè aperto al Mistero.
Questo il Papa ha vissuto lungo tutti i ventisette anni del
suo magistero, questo insegnamento ha dato, nel silenzioso e
non meno evidente insegnamento della sua malattia. Questo ha
dato nella testimonianza straordinaria della sua morte e della
sua beatificazione. Dunque Cristo è necessario all’uomo.
L’altra caratteristica straordinaria, è che egli si è sempre pre-
sentato come vescovo del Concilio e come Papa del Concilio, e
si è presentato come colui che doveva dare un’interpretazione
sempre più profonda del Concilio e attuarlo pastoralmente.
«Abbiamo raccolto la sfida del mondo moderno, c’ero anch’io
tra i padri conciliari, e vi abbiamo dato risposta cercando una
intelligenza più coerente della fede; il Concilio non voleva capi-
re di più il mondo, interpretare più il mondo, il Concilio voleva
capire di più la fede. Ciò che abbiamo compiuto al Concilio è
stato di rendere manifesto che anche l’uomo contemporaneo
se vuol conoscere se stesso fino in fondo ha bisogno di Cristo
e della sua Chiesa, la quale permane nel mondo come segno
di unità e comunione.» Dunque il Papa testimone di Cristo,
il Papa padre della Chiesa, il Papa proteso a rendere possibile
questo dialogo tra Cristo e il cuore dell’uomo, al quale è legata
la possibilità di una autentica umanità.
Innanzitutto questa funzione di riformulazione e di educa-
zione del popolo cristiano, egli l’ha vissuta nei confronti della
Chiesa; ha insegnato ai cristiani a essere veramente cristiani,
a capire che era possibile l’incontro con Cristo soltanto a
condizione di partire dalla propria umanità e di verificare in
questo incontro che la propria umanità maturava, diventava
più grande. Ha insegnato al popolo cristiano che è un mistero
radunato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
è un mistero un popolo al quale la persona aderisce e aderendo
al popolo incontra Gesù Cristo e incontrando Gesù Cristo
può seguirlo, può mettere i suoi passi su quelli di Cristo. Ha
ridato al popolo cristiano e quindi a ogni persona la coscienza
della propria identità; la nostra identità di essere figli di Dio.
Ha dato al popolo cristiano la coscienza che questa identità è
caratterizzata da una cultura nuova e irriducibile a qualsiasi
altra cultura; è la cultura di Dio, cultura Dei, «noi abbiamo il
pensiero di Dio» diceva Paolo nella Prima lettera ai Corinzi,
più volte citata da Giovanni Paolo II, e dentro il cuore dell’uo-
mo che crede in Cristo e che lo segue vibra un ethos nuovo,
l’ethos della carità che supera e rende negativi tutti i tentativi
di violenza perpetrati in vario modo contro l’uomo.
Ecco perché il Papa ha riscritto per la Chiesa tutto l’im-
menso patrimonio dogmatico, le grandi encicliche dogmatiche,
tutto l’immenso patrimonio antropologico, cioè la libertà, la
verità, la responsabilità, l’impegno con la propria umanità fino
alla dottrina sociale intesa come condizione perché i cristiani
potessero partecipare in modo attivo e costruttivo alla creazione
di una società non più avvilita dalle ideologie e dal potere, ma
che respirasse verità e giustizia.
Il Papa ci ha coinvolti dentro il cammino della fede, che
fa penetrare sempre di più nel mistero di Cristo. Alla fine del
numero 10 della Redemptor hominis, quello che io ho sempre
considerato il manifesto programmatico del cristianesimo del
terzo millennio, dice: «L’uomo non può vivere senza amore,
egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è
priva di senso se non gli viene rivelato un amore e perciò Cristo
Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso».
L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo
deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua
debolezza e peccaminosità, con la sua vita e la sua morte,
avvicinarsi a Cristo. Deve entrare in Lui con tutto se stesso,
deve appropriarsi e assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione
e della Redenzione.
Questa è la vita cristiana, un movimento dell’intelligenza
e del cuore dietro Cristo, un movimento caratterizzato dal
dilatarsi dell’intelligenza del cuore, per questo la Chiesa è
un fatto di vita, un movimento di vita, è una istituzione ma
deve servire il movimento della vita, per questo Giovanni
Paolo II scommise buona parte del suo insegnamento sul
riconoscimento e la promozione dei movimenti, perché intuì
che i movimenti erano un’esperienza di vita, che quanto più
avessero vissuto la propria esperienza secondo il carisma
ricevuto, avrebbero contribuito in maniera rilevante alla vita
di tutta la Chiesa.
La parola più esauriente che il Papa ha detto sulla Chiesa
è la parola missione; comunione per la missione, una vita di
comunione che rendesse possibile testimoniare agli uomini la
vita bella di Dio, la vita vera di Dio in noi, un modo nuovo di
essere uomini di fronte a se stessi e di fronte agli altri.
Questa intuizione fortissima fu alla radice di un lungo
dialogo fra Giovanni Paolo II e don Giussani. La Chiesa si
realizza nella missione, la Chiesa non fa la missione quando è a
posto, quando sono risolti tutti i problemi interni, psicologici,
affettivi, di ruolo, di istituzione; la Chiesa diventa inesora-
bilmente se stessa se in qualsiasi situazione in cui si trova è
capace di affrontare l’esistenza, se i cristiani sanno affrontare
la loro esistenza di uomini, perché sono uomini come tutti gli
altri, ma vivono la loro esistenza secondo la verità della morte
e resurrezione del Signore, secondo la legge della carità, e in
questo fanno l’esperienza di una cosa nuova che è per loro,
ma che è per tutti.
Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano perché il
quotidiano potesse diventare eroico, e il quotidiano è la vita
di ogni giorno: il mangiare, il bere, il vegliare, il dormire, il
lavoro, la professione, la famiglia, i figli, l’educazione, la crisi
della società, tutto questo è la materialità della nostra missione,
cioè dimostrare agli altri che si possono vivere le circostanze
della vita non secondo l’ottuso e meschino interesse intellettuale
o economico da cui ciascun uomo è tentato, ma si può vivere
per Cristo che è morto e risorto per noi.
Un gigantesco movimento di missione che aveva e ha come
soggetto la singola persona; il Papa disse di avere bisogno
dell’aiuto di tutti i figli della Chiesa per rispondere alla sfida
del nichilismo e del relativismo; non si combatte il nulla con le
ideologie, neanche con le ideologie religiose, né con progetti,
o con progetti di impegno etico marcato cattolicamente. Si
combatte il nulla con la cultura della vita di un popolo che
mangia e beve, veglia e dorme, vive e muore non più per se
stesso, ma per Lui che è morto e risorto per noi.
La Chiesa ha risposto alla crisi della nostra società e rispon-
de alla crisi della nostra società soltanto in un modo: essendo
autenticamente Chiesa e rivelando dal fondo della testimo-
nianza di fede questa capacità di umanità nuova; insegnando ai
cristiani a essere autenticamente cristiani, ha contemporanea-
mente insegnato agli uomini a essere veramente uomini.
Questo annunzio di Cristo è entrato nel circolo vitale di
milioni e milioni di uomini che hanno ricominciato a sentire
il gusto del camminare secondo la misura dell’infinito, del
Mistero; hanno incominciato anche loro a capire che la vita
non si chiude dentro la meschinità dello spazio e del tempo,
dell’egoismo del potere. Così, in questo insegnamento all’uo-
mo, è fiorito il grande insegnamento sulla libertà inteso non
come auto-affermazione di sé, senza nessuna regola, ma inteso
come responsabilità che l’uomo si prende di fronte alla verità
di Dio e alla propria verità.
Negli anni del suo pontificato il Papa è stato pressoché
l’unico difensore dei diritti fondamentali dell’uomo, in qual-
siasi condizione o in qualsiasi situazione; i diritti fondamentali
della libertà religiosa, della libertà di cultura, della libertà di
famiglia, di educazione, della libertà di intrapresa di fronte a
uno Stato che non deve investire questi diritti come se questi
diritti nascessero da lui, ma deve riconoscere e promuovere
questi diritti che ciascun uomo porta nel cuore, perché sono
nel suo cuore immagine e somiglianza di Dio.
È una cosa formidabile questo andare oltre il campo stret-
tamente della professione di fede per incontrare tanti uomini, i
milioni di uomini che sono andati a venerare la sua salma, quelli
che hanno visitato la sua tomba, che nelle parti più diverse del
mondo si rivolgono a lui come intercessore e protettore della
fatica quotidiana lieta della testimonianza di fronte al mondo,
perché la gloria di Dio – come ci ha insegnato don Giussani –
sia proclamata di fronte al cuore di ogni uomo.
Un grande educatore della Chiesa e un grande educatore
del popolo guardando il quale e seguendo il quale la speran-
za cristiana è cominciata a rifluire nel cuore di tanti uomini
che sembravano delusi (e magari lo sono ancora) per certe
gravissime situazioni che attraversano la nostra Chiesa e la
nostra società. Ma Giovanni Paolo II ci ha insegnato che,
siccome Cristo è con noi, la nostra confidenza a Lui, il nostro
rispondere a Lui ci mette in una posizione unica, irriducibile,
indistruttibile; ci ha dato testimonianza che la vita umana
consegnata a Cristo, cioè consegnata a questa strada nuova,
diventa vita e vittoria.
George Weigel, uno degli studiosi più acuti di Giovanni
Paolo II, scrive: «Per gran parte della tarda modernità la
dipendenza da Dio è un segno di immaturità e un ostacolo
alla libertà». La vita di Carol Wojtyla e quanto ha vissuto come
Papa Giovanni Paolo II suggeriscono una sorprendente alter-
nativa, che un uomo afferrato e trasformato dalla via migliore
di tutte, può piegare la curva della storia facendo avanzare la
causa della libertà. La storia non è un meccanismo, una serie
di leggi meccaniche, non è un processo che non può essere
fermato da nessuno. L’uomo cristiano che vive fino in fondo
la sua fede è capace, in forza di questa fede, di piegare il senso
della storia, in modo tale che il senso della storia ospiti quella
cosa imprevedibile, assoluta, la libertà.
«La gloria di Dio è un uomo nuovo che vive nel mondo»,
diceva sant’Ireneo, tante volte citato da Giovanni Paolo II, la
gloria di Dio è la gloria di coloro che, come Giovanni Paolo II,
si sono abbandonati a Cristo e hanno visto la loro esistenza
trasformata in una fecondità irresistibile; per questo guardan-
dolo, vedendolo agire, sentendo la sua testimonianza, anche
quando aveva il volto silenzioso della malattia che lo minava e
non poteva far altro che agitare il Crocifisso davanti alla folla
assiepata sotto l’ospedale, tutte le volte che lo abbiamo visto
e abbiamo partecipato direttamente o indirettamente alla sua
testimonianza, abbiamo potuto ripetere con una consapevo-
lezza sempre più grande – ed è questo che io vorrei affidarvi
alla fine di questa breve rievocazione –: «Il mio cuore è lieto
perché Dio vive». Vedendo un uomo di fede si vede oggi la
vita di Dio.

Data

22 Agosto 2011

Ora

11:15

Edizione

2011

Luogo

Sala A3
Categoria