FARE BENE IL BENE. SAN GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA (1841-1913) - Meeting di Rimini

FARE BENE IL BENE. SAN GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA (1841-1913)

Fare bene il bene. San Giovanni Battista Piamarta (1841-1913)

Partecipano: S. Em. Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; Gabriele Archetti, Docente di Storia Medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alberto Cova, Docente di Storia Economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Rosino Gibellini, Direttore Editoriale dell’Editrice Queriniana; Enzo Turriceni, Superiore Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth (intervento letto da Igor Manzillo, Vicario Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth). Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

FARE BENE IL BENE. SAN GIOVANNI BATTISTA PIAMARTA (1841-1913)
Ore: 11.15 Sala D3
Partecipano: S. Em. Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; Gabriele Archetti, Docente di Storia Medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Alberto Cova, Docente di Storia Economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Rosino Gibellini, Direttore Editoriale dell’Editrice Queriniana; Enzo Turriceni, Superiore Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

ALBERTO SAVORANA:
Grazie, benvenuti a questo incontro, che è dettato da una ricorrenza, il centenario della nascita di S. Giovanni Battista Piamarta, canonizzato nel 2012 da Benedetto XVI, a cui il Meeting dedica l’omaggio di un incontro e di una mostra: “Fare bene il bene”. Sono con noi personalità e figure che ci aiuteranno oggi a conoscere, a scoprire la portata della vita di questo uomo che, raggiunto giovane dall’incontro con Cristo, è diventato protagonista nella Brescia del fine Ottocento e inizio Novecento, con un pullulare di iniziative e di opere educative e sociali sorprendente. Vi presento immediatamente i nostri relatori a cominciare dal Cardinale Angelo Amato, che è Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi; Gabriele Archetti, che è Docente di Storia Medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e curatore della mostra e del bel catalogo che illustra la vita e l’opera di Padre Piamarta; Padre Enzo Turriceni, che è il Superiore Generale della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth o, più semplicemente, dei Piamartini, non è presente e il suo intervento, che però ci ha gentilmente e graziosamente inviato, sarà letto da Padre Igor Manzillo, che è il Vicario Generale, Postulatore della Causa; e poi il Professor Alberto Cova, che è Docente di Economia all’Università Cattolica di Milano e infine Rosino Gibellini, che è il Direttore Editoriale della Casa Editrice Queriniana di Brescia. Qualcuno si domanderà: ma perché, in un Meeting dedicato alla “emergenza uomo”, una mostra e un incontro su un Santo? Perché il titolo del Meeting intende porre all’attenzione di tutti una grande emergenza, una emergenza che riguarda il nostro presente e una domanda che potrebbe sintetizzarla, in un momento di così grave difficoltà, confusione, incertezza del futuro è: come si fa a vivere? Come si fa a vivere oggi?
Capite bene che a una domanda di questa portata non si può rispondere con una qualche formula o discorso esortativo, perché solo qualche cosa di reale, di presente, solo una persona può portare la risposta all’altezza di questa domanda, di questa “emergenza uomo”, che Papa Francesco dice essere in crisi, come la grande crisi del nostro tempo: più che la crisi economica, più che la crisi sociale, politica, istituzionale e della giustizia, ciò che è in crisi, dice Papa Francesco, è l’uomo, l’uomo in pericolo. Ora, a questo uomo, solo un altro uomo può costituire motivo di speranza, di positività del presente e quindi di apertura al futuro. “Come il calore – sono parole di Padre Piamarta – è comunicabile e passa da una persona all’altra”. E quando ho letto questa breve frase di Padre Piamarta, non ho potuto evitare di pensare a un’altra frase, che è praticamente identica, anche nell’immagine che usa, che è contenuta nella prima enciclica di Papa Francesco, la Lumen Fidei: “La fede si trasmette, per così dire, nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma”. Di questo ha bisogno l’uomo contemporaneo, di questo avevano bisogno le centinaia di giovani che Padre Piamarta incontrava nella società bresciana del suo tempo e, oggi come allora, non offrì loro una spiegazione, non fornì loro un catalogo di istruzioni per mettere a posto la loro vita, ma offrì la testimonianza della sua vita, della sua persona. Mi piace a questo proposito ricordare una delle frasi più commuoventi, almeno per me, che un altro grande bresciano, che presto sarà elevato agli onori degli altari, Giovanni Battista Montini, divenuto Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni dei maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni […]. Gli uomini di questo tempo sono degli esseri fragili che conoscono facilmente l’insicurezza, la paura, l’angoscia. Tanti si chiedono se sono accettati da coloro che li circondano. I nostri fratelli hanno bisogno di incontrare altri fratelli che irradino la serenità, la gioia, la speranza, la carità, malgrado le prove e le contraddizioni che toccano anche loro. Essere testimone, che opera nella sorprendente sempre nuova fragilità umana”, continua Paolo VI, “non vuol dire alienare l’uomo, ma proporgli dei percorsi di libertà. Le nuove generazioni hanno particolarmente sete di sincerità, di verità, di autenticità […]. Si capisce perciò come esse si attacchino alla testimonianza di esistenze pienamente impegnate al servizio di Cristo”.
Per quel poco che ho potuto leggere e conoscere, attraverso la mostra e il catalogo, della vita di Padre Piamarta, credo che queste parole siano la fotografia, come avremo modo di ascoltare, della sua vita, della sua opera come dilatazione della sua umanità, afferrata e trasformata dall’incontro con Cristo. E allora, ci introduciamo subito alle comunicazioni di questa mattina, ma prima io vorrei invitare, per portare il saluto suo e della città, il neo sindaco di Brescia, Emilio del Bono, al podio per un saluto. Grazie.

EMILIO DEL BONO:
È con orgoglio e con gratitudine che porto i saluti della città, in questa bella occasione, cento anni dalla morte di Padre Giovanni Battista Piamarta e in questa bella occasione, una mostra che porteremo anche a Brescia e che mi auguro verrà visitata da moltissimi bresciani e in questa bella occasione, il dibattito, che ascolterò molto volentieri, con autorevolissimi relatori. La figura di Padre Piamarta è una figura di grande attualità per i bresciani, perché riesce a condensare, a sintetizzare alcune caratteristiche bellissime: una finezza culturale rara, assolutamente rara; una sensibilità popolare, poi dirò due cose su questo aspetto; e una grande generosità, il dono della propria vita. Una grande radice popolare: Padre Piamarta nasce a pochi metri dalla sede del Comune, da Piazza della Loggia, in via San Faustino, in uno dei quartieri popolari della città, il Carmine, ancora oggi un quartiere molto controverso, perché è una quartiere ovviamente molto vissuto, ma anche figlio di contrasti sociali, che nel corso dei decenni è rimasto tale, pur nella mutazione sociologica. È figlio di un barbiere ed è quindi figlio di un artigiano capace di sentire qual è, diciamo, l’esigenza vera dei giovani, delle persone, in una fase, come veniva ricordato, della fine dell’Ottocento con la prima industrializzazione. È un uomo di grande concretezza, grande spiritualità, ma grande concretezza, tipico un po’ dei bresciani, e non è un caso che ciò che lascia, cioè l’Istituto Artigianelli, l’Editrice Queriniana e ovviamente il Bonsignore, siano stati frequentatissimi da migliaia e migliaia di giovani e di bresciani. Non a caso Padre Piamarta è una persona che, pur magari non conoscendola, molti ’hanno nella testa e nel cuore. L’ultimo aspetto che volevo ricordarvi, è la sua capacità di fare missione sul territorio e poi, da parte della Sacra Famiglia di Nazareth, nel mondo. Tredici missioni nel mondo, se non sbaglio. Bene, Brescia oggi è contemporaneamente città di missionari e città di missione: Brescia è una delle città con la più alta densità di immigrati regolarmente residenti, siamo ormai a 38,000 immigrati regolari su 200,000 abitanti, o poco meno, e questo già la dice lunga. E io credo che l’attualità di Padre Piamarta, nell’avvicinare i giovani, nel dargli una dignità nel lavoro, nel ridargli una spiritualità e una identità forte, per farli camminare capaci di vincere le sfide della vita, è una cosa fondamentale. E come si vince? Si vince col bene: una cosa che mi ha colpito molto di Padre Piamarta è che non ha mai associato i “buoni” ai “deboli”, anzi, al contrario, chi è buono deve essere forte, forte nella sua dimensione, nel suo profilo. C’è quella frase che mi ha molto colpito, che è anche inserita all’interno del catalogo, che dice molto: “Se il buono mostra paura, si nasconde, si vergogna di essere buono, è finita per lui: il cattivo prende coraggio e diventa come il cane che abbaia davanti all’uomo impaurito. Volete vincere? Alzate la testa e dite chiaramente che volete seguire il bene”. A me pare che in questo momento ci sia molta necessità di dimostrare, di testimoniare il bene come un elemento di forza e non di debolezza. Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
Pensando al titolo della mostra dedicata a Padre Piamarta e di questo incontro, mi sono venute in mente alcune brevissime parole, con cui introduco la comunicazione del Cardinale Amato, che don Giussani scrisse, giovane sacerdote, alla sorella Brunilde, tra la fine degli anni ’40 e il 1951, che hanno un’affinità sorprendente con questa espressione “fare bene il bene”. Scrive alla sorella: “Iddio vede la bontà più che non veda il viso. Cantava, cantava l’aria di una bella operetta, ma anche gli uomini, e la bontà è sempre un sacrificarsi a servire gli altri, prima delle proprie voglie e dei propri comodi. Ognuno di noi ha davanti a sé una grande possibilità di bene, un sentimento profondo e instancabile della vita come possibilità di bene, anche se creare del bene può pesare come un proprio morire”. E, concludendo, le augura: “Che la tua vita abbia a fare del bene!”, e aggiunge: “È magnifico, Brunilde, che lo si possa fare in qualsiasi circostanza la vita ci imponga”. La parola al Cardinale Amato.

S. EM. CARD. ANGELO AMATO:
Grazie, grazie. Grazie dottor Savorana. Ringrazio tutti voi per la vostra presenza, in modo particolare Sua Eminenza Simonis, Sua Eccellenza Lambiasi, Sua Eccellenza Pennisi. Ecco, io sono molto contento e anche onorato di vivere questa esperienza al Meeting: era la prima volta che venivo a Rimini e anche al Meeting ovviamente. E sono stato veramente impressionato dalla vastità degli allestimenti e anche delle proposte culturali che vengono fatte ai visitatori. Mi ha colpito in modo particolare la Mostra su san Giovanni Battista Piamarta e poi anche la Mostra sulla Chiesa Russa, sui martiri della Chiesa Russa: merita veramente di essere visitata e di essere ben assimilata. Comincio subito con qualche considerazione sul tema che mi è stato proposto, e inizio con un ricordo personale: nella preparazione agli esami di ammissione alla scuola media (io ovviamente appartengo all’Antico Testamento, va bene? A quel tempo si faceva anche l’esame di ammissione), ecco, il mio professore, il mio maestro, oltre ad alcune nozioni di aritmetica e di geografia e alle varie analisi della lingua italiana, ci fece studiare quattro biografie di italiani illustri, una specie di De viris illustribus ridotta al minimo. In pratica imparammo a memoria le vite di: Alessandro Volta, Giuseppe Garibaldi, Guglielmo Marconi e san Giovanni Bosco (da notare, che il professor Casamassima era il fondatore del partito socialista del mio paese). Il titolo della biografia di Don Bosco era: “Benefattore dell’umanità”. Il mio maestro infatti non nascondeva la sua ammirazione per l’interesse del Santo piemontese nell’educazione dei giovani e nella difesa dei diritti dei piccoli artigiani, con i primi contratti di lavoro a loro tutela. È questo un aspetto dimenticato o sottovalutato della santità cristiana, e cioè la sua influenza benefica nel sociale. Quello che si dice di Don Bosco si può ovviamente dire di Padre Piamarta e di tanti altri santi e beati, noti e poco noti, della nostra Patria; ne ricordo alcuni, perché è importante, dal momento che i libri di storia non ne parlano, ne parliamo almeno noi. Alcuni che con la loro carità hanno saputo leggere e venire incontro prima degli altri alle necessità più urgenti del prossimo: san Camillo De Lellis si dedicò ad alleviare i disagi degli ammalati, inaugurando, quasi in contemporanea con San Giovanni di Dio, un modello di ospedale che rimane la struttura portante dei moderni policlinici; san Filippo Smaldone si interessò dei sordi, alla cui educazione ed elevazione sociale dedicò la sua vita, fondando una congregazione di suore, che continua con successo in tutto il mondo quest’opera di grande impatto sociale, e con san Filippo Smaldone ci sono un’altra ventina di santi e di sante impegnati in questo settore; san Giuseppe Benedetto Cottolengo, san Luigi Orione, san Luigi Guanella sono altri tre grandi nomi di santi della carità, che tante sofferenze fisiche e spirituali hanno alleviato con l’accoglienza, lo studio e la ricerca di metodi innovativi, per una sempre maggiore promozione della dignità di quelle persone ferite nel corpo e nello spirito. Il Beato Giacomo Alberione è stato un geniale, come voi sapete, e dinamico antesignano della diffusione capillare della stampa cattolica nelle famiglie italiane. Ci sono anche coloro che hanno dato vita a scuole di applicazione politica della dottrina sociale della Chiesa, tra i quali il Servo di Dio don Luigi Sturzo (di cui abbiamo il postulatore al quale auguriamo ogni bene… ci vorrebbe proprio un Meeting su don Sturzo, non so se l’avete fatto, è una cosa straordinaria cosa faceva e cosa diceva e cosa era questo sacerdote siciliano e italiano); il Beato Giuseppe Tognolo; il Venerabile Giuseppe Lazzati. Non mancano gli eroi dell’assistenza generosa ai carcerati e ai prigionieri anche politici. Ecco l’emergenza uomo. A tale proposito, ricordo l’ultima beatificata, una suora, la Beata Enrichetta Alfieri, l’angelo di San Vittore a Milano, ammirata e lodata, durante la seconda guerra mondiale, da prigionieri famosi, ne cito solo due: Mike Buongiorno, prigioniero politico; Indro Montanelli, prigioniero politico, che ci ha lasciato su Enrichetta questa bellissima testimonianza (cito testualmente): “Suor Enrichetta era una stupenda figura di religiosa. Una suora buonissima e coraggiosa. Le sarò grato per sempre. Tutti noi ricevevamo, grazie alla sua regia, bigliettini e informazioni, ovviamente a rischio della vita. Così grande era il conforto di quegli incontri furtivi, così immensa la gratitudine per chi con grande rischio personale li rendeva possibili, che ancora oggi il ricordo di Suor Enrichetta e della sua veste frusciante, suscita in me la devota ammirazione che si deve ai santi, o agli eroi: in questo caso a entrambi”. Questa è la testimonianza di Montanelli e con la sua acuta intelligenza questo grande giornalista assimila i santi agli eroi: è vero, noi abbiamo gli eroi della patria, ma anche i santi sono gli eroi della patria e non solo della Chiesa. Ricordiamo che per la sua opera di sostegno ai detenuti, Suor Enrichetta rischiò la fucilazione a opera dei nazisti. In questo contesto è anche rilevante l’opera della parmense Beata Anna Maria Adorni, interamente consacrata al recupero delle carcerate. A ragione, quindi, si può allargare a tutti quello che il Beato Giovanni Paolo II diceva dei santi piemontesi: “In ogni epoca, la risposta ai nuovi problemi e alle nuove sfide si è sempre trasformata in una rinnovata richiesta di santità. Nei rapidi cambiamenti sociali degli ultimi due secoli” concludeva il Santo Padre, “i santi del Piemonte (ma qui si può dire di tutti e anche di Brescia, come ha detto il sindaco) hanno fornito risposte coraggiose, promuovendo attività apostoliche aperte alle istanze emergenti nella società”. Ecco, don Luigi Giussani ha risposto in tal modo. Questi pochi nomi sono esemplificativi di una vasta rete di carità, di cui parleremo fra poco, che abbraccia il nostro popolo a sua protezione e supporto. È una specie di sistema immunitario, che mantiene sano l’organismo della società italiana, difendendolo dal pericolo di gravi deficienze umanitarie. Ispirati dal Vangelo, i santi hanno il carisma dell’accudimento del prossimo che si trova nel bisogno e i bisognosi, come dice Gesù, li avremo sempre con noi, come i poveri. E diciamo subito che questa loro evidente sporgenza nel sociale, non fa dei santi degli attivisti senz’anima, tutt’altro! Nei santi noi constatiamo la presenza di due facce: la prima rivolta verso l’alto, verso Dio; la seconda rivolta verso il basso, verso il prossimo da amare, proteggere, educare, sanare, assistere. Non si tratta di due aspetti contrastanti, quasi un confronto antitetico tra la giovane Maria, solo contemplativa, e sua sorella Marta, solo attiva. Nel santo, come del resto nelle succitate sorelle di Lazzaro, i due aspetti sono complementari e armonici. Quando ci fu l’esame della santità di don Bosco, il promotore della fede, il cosiddetto “avvocato del diavolo”, avanzò questa formidabile obiezione (allora il Papa presiedeva queste riunioni, sia alla Dottrina della Fede e sia alla Congregazione dei Riti, come prima si chiamava la Congregazione delle Cause dei Santi). Dunque la obiezione formidabile era la seguente: “Quando don Bosco pregava, dato l’incessante dinamismo della sua attività apostolica?”. Quando Don Bosco pregava? Tutti i cardinali rimasero ammutoliti, il Papa Pio XI, che presiedeva la riunione dei cardinali membri della Congregazione dei Riti e che aveva conosciuto personalmente don Bosco, smontò l’obiezione rispondendo: “In realtà, la domanda non dovrebbe essere quando don Bosco pregava, ma quando don Bosco non pregava”. Un esempio tipico della compresenza armonica di questa duplice faccia dell’unica medaglia della santità, lo possiamo vedere in Padre Pio, grande mistico e taumaturgo da una parte e grande benefattore dell’umanità dall’altra, con la sua concreta solidarietà con gli infermi, ai quali dedicò la monumentale Casa Sollievo della Sofferenza. I santi, quindi, appartengono a buon diritto alla nostra società e sono anch’essi, come rilevava Montanelli, gli eroi del nostro popolo. Purtroppo, nei libri di storia, la loro presenza non diciamo che è nulla, ma quasi nulla, a mostrare come l’incidenza del religioso nel sociale sia considerata irrilevante. Ma questa omissione non può significare negligenza e svalutazione dell’opera benefica dei santi: fare bene il bene. Per questo la Chiesa, con i processi di beatificazione e di canonizzazione, pone in vetrina questi eroi della fede e della carità, che sono i costruttori umili e tenaci di una città dell’uomo più giusta e più fraterna, riflesso terreno della gloriosa città di Dio.
Il titolo di questo mio intervento dice: “Uomini all’opera sulle vie della santità”. Di per sé, l’opus Dei nella tradizione della Chiesa è la vita di preghiera. San Benedetto dice: “Nulla si deve anteporre all’opus Dei, e cioè all’orazione”. Sappiamo però che il motto dedotto dall’esperienza del santo patriarca, e ripreso anche dal Piamarta, con una variazione, è “ora et labora”, e questo è nei libri di storia. “Ora et labora”: orazione e lavoro costituiscono i due aspetti della santità benedettina e della santità cristiana in genere, che tanto questa santità benedettina ha influito nella società europea, dando vita non solo a una cultura spirituale di alto profilo, ma anche a una civiltà del lavoro altrettanto elevata e nobile. L’Italia, patria di San Benedetto, ha maggiormente beneficato di questa tradizione operosa e la Chiesa non è mai stata estranea al vivere della società, anzi, la Chiesa ha tra le sue caratteristiche fondamentali l’immersione nella società, lo stare accanto quotidiano ad ogni persona, aiutandola nelle sfide e stimolandola al bene comune, alla vita buona. La Chiesa cammina insieme e dentro alla società, della quale, come diceva la Lettera a Diogneto, è l’anima, l’anima della società. Ispirati dalla carità dei santi, sono stati bonificati, e continuano ad esserlo, molti settori della nostra società, molte emergenze umanitarie. Anche qui, permettetemi di dare un elenco indicativo. Non accenno a Comunione e Liberazione, perché ci vorrebbe un Meeting, va bene? Ma comunque do qualche esempio sulla base di una ricerca fatta molto bene, sia dalla Caritas Italiana, dal titolo I Ripartenti e sia anche dal professor Rusconi, con il titolo L’impegno della Chiesa italiana nell’accompagnamento di ogni giorno: 6.000 oratori, sparsi in Italia, dove i giovani vivono un’esperienza umana altamente formativa, al di fuori della scuola e della famiglia. Ricordiamo la canzone Azzurro di Celentano e anche la meno conosciuta Oratorium del gruppo musicale Elio e le Storie Tese. L’oratorio, questa opera straordinaria, aperto a tutti, senza alcuna discriminazione, anche in Italia (poveri, ricchi, istruiti, non istruiti, cattolici, non cattolici), fa parte della sfida educativa della Chiesa italiana. L’oratorio, il cui modello più conosciuto, dicono gli storici, è quello salesiano di don Bosco, è scuola di preghiera, ma anche di umanità, di fraternità, soprattutto mediante l’attività sportiva, così amata dai giovani, e potenzialmente così formativa. Se l’oratorio è prevalentemente per i giovani, la parrocchia costituisce l’agenzia principale della vita di carità, fontana, come si dice, del villaggio, che dispensa acqua pura e fresca per tutti i viandanti assetati che passano. Oltre alle attività catechistiche e liturgiche la parrocchia assicura assistenza corporale e spirituale ai bisognosi. Le offerte che i fedeli danno ancora oggi, dicono le statistiche, generosamente alle parrocchie, forniscono vestiti, cibo, denaro per il pagamento di bollette e di medicine. La Caritas parrocchiale spesso riesce a scoprire e a soddisfare le povertà nascoste e silenziose, meno appariscenti. In questo tempo di crisi, i cristiani stanno concretizzando maggiormente la loro carità, mediante i 3.875 servizi sociali che erogano beni primari e che sono sostegno socio-educativo e scolastico per minori, mense, supporto socio-sanitario a beneficio dei più poveri. A San Francesco di Assisi si ispirano le numerose mense dei poveri sparse in Italia, ma accanto alle mense, diciamo così, francescane, tenute dai religiosi, ci sono quelle vescovili, quelle parrocchiali, delle confraternite, e poi anche delle congregazioni maschili e femminili. Solo per fare un esempio ben documentato: nel nuovissimo polo sanitario della Caritas romana, a Stazione Termini, nel 2011, alla mensa “Don Luigi di Liegro” sono stati erogati 90.733 pasti, all’ostello accanto si sono avuti 62.413 pernottamenti e al poliambulatorio ancora accanto sono stati accuditi 5.000 pazienti. Sono circa 500 i poveri che cenano ogni sera alla mensa di Via Marsala a Roma. Per la maggior parte sono italiani, ex detenuti, alcolisti, invalidi mentali, altri provengono dalle nazioni povere dell’Est Europeo, dal Nord Africa. La Caritas è diventata un vero e proprio osservatorio della povertà in Italia. A questo settore dei bisogni privati viene incontro anche il Banco Alimentare, che adesso è abbastanza diffuso anche in Italia. Alla Caritas sociale appartengono i fondi di solidarietà, le scuole cattoliche, dagli asili alle università, le scuole professionali. Un discorso particolare meritano queste ultime, le scuole professionali, ispirate sostanzialmente alle iniziative socio-caritative dei santi, come san Girolamo Emiliani, fondatore dei Somaschi, san Leonardo Murialdo, fondatore dei Giuseppini di Murialdo, san Giovanni Bosco, con la creazione dell’oratorio a Valdocco, con i primi laboratori per calzolai, sarti, legatori, falegnami, tipografi, meccanici ecc.; le Salesiane, figlie di Maria Ausiliatrice, ispirate da santa Maria Domenica Mazzarello, con l’istruzione civile e religiosa e anche con la formazione ai lavori femminili, come si diceva allora (sartoria, ricamo, cucina). Altri promotori di scuole professionali sono la beata Eugenia Ravasco, san Giovanni Battista Piamarta, di cui si parlerà più avanti con grande precisione, san Giovanni Calabria, sant’Annibale di Francia, san Luigi Orione, san Luigi Guanella e le numerose congregazioni femminili sparse in Italia. Le congregazioni femminili sparse in Italia sono una fonte di carità per l’emergenza uomo e donna straordinaria.
I santi poi hanno espresso la loro carità soprattutto nei confronti degli infermi. Moderni ispiratori dell’assistenza ai malati, con le metodologie più avanzate, con ospedali, presidi ospedalieri, case di cura, centri di riabilitazione, residenze sanitarie e assistenziali, hospice per i malati terminali sono, oltre alle congregazioni ospedaliere, anche: Padre Agostino Gemelli, con il policlinico universitario di Roma; il Beato Carlo Gnocchi, con i suoi centri di studio e di assistenza ai giovani, soprattutto a coloro che sono portatori di handicap; san Jose Maria Escriva de Balaguer, con il campus biomedico di Roma; San Pio da Pietrelcina con la già citata Casa Sollievo della Sofferenza. Ma anche in altri settori della emergenza uomo, della miseria umana, è presente la generosità di sacerdoti e di laici che si fanno apostoli dell’accoglienza dei numerosi migranti che approdano sulle coste italiane e ai quali Papa Francesco ha dedicato recentemente particolare attenzione. Un altro impegno di frontiere è costituito dalla lotta contro la droga, l’usura, la mafia, quest’ultima associazione idolatrica e anticristiana ha ucciso in odium fidei il Beato Pino Puglisi, martire, elevato agli onori degli altari il 25 maggio del 2013.
Concludo: la carità dei santi non è una parola scritta sull’acqua o sulla sabbia, ma è profondamente incisa nel cuore dei poveri, che serbano memoria grata dei benefici ricevuti e a loro volta, potendolo, si fanno apostoli di carità verso il prossimo bisognoso. Quanto è stato qui sommariamente riferito è solo la punta di un continente sommerso, fatto di bontà e di sacrificio quotidiano di cristiani, santi e peccatori, che si spendono silenziosamente, e nel nascondimento a favore di piccoli e anziani, sani e ammalati, emarginati e disperati di ogni genere, che popolano le nostre città e i nostri paesi. È la mano del buon Samaritano che si prende cura dei tartassati della vita. Recentemente il giornalista Luca Doninelli si chiedeva, a proposito dell’annuncio della prossima canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II: perché i santi nella nostra era di relativismo? E la risposta che lui dava: la Chiesa proclama e proclamerà sempre nuovi santi in tempi di fede e in tempi di incredulità, perché il santo è un testimone di ciò di cui è capace Dio con la nostra povera umanità. Il santo è opera di Dio. Nel santo è Dio che conta. Il santo è proprio opus dei, nel santo Dio sprigiona una straripante energia di bene che risana le cellule malate della società. Per questo i santi sono significativi ancora oggi e continuano ad essere i nostri benefattori. Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
E’ sorprendente l’elenco di santità e carità che ci ha offerto Sua Eminenza, perché dà carne, sostanza, sangue, espressione a ciò che Papa Francesco, nel messaggio che ha inviato al Meeting, ha utilizzato all’inizio citando la Redemptor Hominis di Giovanni Paolo II, lì dove il Papa diceva che “l’uomo è la via della Chiesa”. Dal momento che Dio, il Mistero si è incarnato, non c’è altra modalità per un rapporto con il Mistero, con Dio, che l’uomo, che la condivisione, la partecipazione appassionata alla vita dell’uomo. Allora vediamo in questo mare di santità e di carità qual è stato, qual è il contributo originale, creativo e operativo di padre Piamarta. Allora la parola a Gabriele Archetti.

GABRIELE ARCHETTI:
Prete di umili origini, «apostolo della carità e della gioventù», come lo ha definito Benedetto XVI nell’omelia di canonizzazione il 21 ottobre 2012, Giovanni Battista Piamarta è una delle personalità di maggior rilievo della Chiesa bresciana tra Otto e Novecento. Chiamato il “don Bosco lombardo”, è un gigante in campo educativo e figura tra quei fondatori religiosi che, come Lodovico Pavoni, Leonardo Murialdo, Giovanni Bosco, Luigi Guanella o Luigi Orione, hanno saputo coniugare l’azione caritativa, innestata saldamente nella spiritualità ottocentesca, con la formazione giovanile al lavoro degli strati più poveri della popolazione.
Per questo la mostra “Fare bene il bene”, a lui dedicata nel primo centenario della morte, per la sezione “Uomini all’opera” della XXXIV edizione del Meeting dell’amicizia fra i popoli, non solo si presenta come tributo di riconoscenza bene illustrato dal catalogo, ma particolarmente esplicativa del tema generale Emergenza uomo. Chi meglio di san Piamarta, infatti, ha avvertito questa urgenza? chi meglio di lui ha saputo trovare risposte? parlando specialmente ai giovani, accogliendo i ragazzi più svantaggiati, vivendo con loro e trasformando le loro attese in progetti di vita nell’interesse della società, della Chiesa e della salute delle loro anime? chi più di lui ha potuto colmare il loro desiderio di infinito?
Guardare all’esempio di Piamarta, alla sua capacità di interpretare le necessità del tempo secondo il Vangelo, diventa uno strumento per leggere con occhi diversi i grandi problemi odierni, specie quelli che investono la realtà giovanile. Osservando la sua esistenza si è invitati a percorrere strade inedite, originali e coraggiose in sintonia con la speranza cristiana; questo è anche il senso della grafica che soggiace all’intero tracciato espositivo, con lo skyline della sua città natale, per condurre il visitatore lungo le strade della santità piamartina che la Provvidenza fa misteriosamente incrociare con le nostre. Veniamo così sollecitati a non aspettare soluzioni dall’alto, né a confidare in formule di assistenzialismo pubblico insufficienti o comunque superate, ma a “rimboccarci le maniche” per essere protagonisti dello sviluppo sociale in cui operiamo con dinamica capacità imprenditiva.
La vicenda di Piamarta è un’affascinante storia di libertà, permeata da una frenetica vitalità che gli procurò «triboli e spine», al punto da essere apostrofato dalla stampa anticattolica con l’epiteto di «don argento vivo». Nasce a Brescia il 26 novembre 1841 da una famiglia di modeste condizioni, frequenta l’oratorio vicino a San Faustino e si forma nel seminario di San Cristo per i chierici poveri, dove tempra la sua volontà e la sua preparazione; divenuto sacerdote nel 1865 svolge per oltre un ventennio il suo apostolato in varie parrocchie della diocesi, sempre però con un occhio di riguardo ai ragazzi a rischio di emarginazione. Nel 1886 fonda l’Istituto Artigianelli, la tipografia poi editrice Queriniana (1884-1886), la Colonia Agricola di Remedello Sopra (1895), la Congregazione religiosa maschile della Sacra Famiglia di Nazareth (1900) e, con la collaborazione della madre Elisa Baldo, quella femminile delle Umili Serve del Signore (1911), presenti oggi in Europa, Africa ed America del Sud. Muore il 25 aprile 1913 a Remedello tra le braccia dei suoi ragazzi, indicando con l’indice verso l’alto la sua metà imminente.
Vissuto in un momento difficilissimo per il Paese, dove l’incipiente industrializzazione creava enormi problemi sociali minando la tenuta cristiana delle famiglie e l’educazione dei figli, si prodiga per dare ai giovani gli strumenti necessari a crearsi un futuro con le proprie forze, grazie alla preparazione professionale, alla crescita umana e alla fede. Guarda con attenzione però anche alle difficoltà del mondo agricolo e al “riscatto” delle campagne, per le quali con padre Giovanni Bonsignori, non esita a sperimentare nei campi della Bassa lombarda nuove metodologie produttive e a fornire ai contadini la formazione teorico-pratica per diventare imprenditori di se stessi, restituendo dignità al lavoro della terra. In questo progetto di vita incontra validi collaboratori che ne condividono lo spirito e ne continuano l’attività nei luoghi di frontiera dove la carità è più urgente. «Non dobbiamo fermarci – dice loro -, perché il nostro posto è dove ci sono problemi e persone che chiedono aiuto».
“Fare bene il bene” non è soltanto una delle sue esortazioni più belle e frequenti, ma lo stile con cui ha agito per dare speranza alle nuove generazioni. Ai suoi ragazzi, che lo sentivano come un “padre”, ripeteva: «Si può pregare anche mentre lavoriamo. La zappa stia nella mano ma il cuore stia in Dio. L’ago e la conocchia stiano nella mano, ma il cuore stia in Dio», cioè impegnandosi con lo sguardo fisso al cielo, perché è «facendo bene i propri compiti, grandi o piccoli che siano, che si raggiunge la santità». Un programma semplice e coerente che non esclude nessuno e abbraccia l’operato di ogni persona, indipendentemente dal suo ruolo nel lavoro, dalla condizione sociale o dall’estrazione familiare. Il percorso espositivo si presenta come un itinerario storico-didattico sull’operato ed il carisma di san Piamarta, costruito intorno a grandi pannelli, documenti, materiali e supporti video, con cui si ricostruiscono nella prima sezione le tappe salienti della vita, con particolare riguardo all’attività pastorale ed educativa.
Le immagini ed i testi, tratti per lo più da documentazione d’archivio, rappresentano una proposta di lettura innovativa del fondatore degli Artigianelli, senza mai perdere di vista i problemi dei ragazzi di oggi, a cui risponde soprattutto la seconda sezione della mostra dedicata all’attualità delle opere piamartine. Un percorso lineare che affida alla fecondità dell’agire quotidiano il senso delle cose e delle relazioni, sostanziate dall’amore incondizionato per il Creatore e le sue creature, perché «la virtù e la santità non consistono nel fare grandi cose – si legge nel diario -, ma nel fare bene ciò che Dio vuole e come Lui lo vuole».
Fin dall’inizio del suo ministero – ed è la prima di tre brevi considerazioni – Giovanni Battista Piamarta ha suscitato interesse per la vita di preghiera, la dedizione all’impegno sacerdotale e per l’attenzione intelligente e creativa alle necessità giovanili. La sua santità è stata definita “sociale” perché, accanto all’inquietudine educativa, nutriva la preoccupazione per gli esiti negativi che le profonde trasformazioni socio-economiche stavano causando sulla gioventù e tra le classi lavoratrici, insieme al timore dei danni gravissimi provocati sulla popolazione da inurbamento, emigrazione, sradicamento familiare e morale, soprattutto a motivo della penetrazione di nuove e perniciose idee propagandate da aggressivi partiti di massa, in grado di scalzare l’osservanza religiosa con la militanza politico-sindacale.
Per questo, vicino alle posizioni meno intransigenti del cenacolo animato da Pietro Capretti, il prete bresciano al centro del nascente movimento cattolico – insieme a Giuseppe Tovini, Geremia Bonomelli, Giovanni Maria Longinotti, Giorgio Montini, ecc. -, ma estraneo alle vicende attive della politica e in anticipo sulle aperture dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891), Piamarta presenta aspetti di interessante attualità su varie questioni relative all’ordinamento sociale. Lo è, ad esempio, la sua posizione sul tema salariale che non sfigurerebbero alla base delle odierne rivendicazioni contrattuali.
«Mi pare – scrive – che il salario non possa giudicarsi equo, se non assicuri al salariato un pane umano cioè degno di un uomo. Ora un tale pane umano importa che egli abbia un vitto sufficiente e salubre, una casa ben areata e pulita, vesti convenienti al suo stato e al luogo ove abita e ciò non solamente per lui, ma anche per la sua famigliola che può supporsi della moglie e due figli per stare con termini ragionevoli. Deve poi quel salario abituarlo a quelle preveggenze e provvidenze che sono tutte proprie dell’uomo e quindi riporre, facendo i possibili risparmi in vita temperatissima, qualche soldo per casi ordinari di malattie o straordinari di un mancato lavoro e così, quando, avendo spesa tutta la vita ed essendo divenuto inabile, possa passarne quell’ultimo scorcio senza le ristrettezze incessanti e dolorose dell’estrema indigenza. Meno di questo non si può dare ad un’operaio, anche di infima categoria, perché possa dirsi ch’egli vive da uomo del suo tempo».
La seconda considerazione concerne il programma educativo, sintetizzato in modo efficacissimo dal motto piamartino pietas et labor, che, nonostante taluni approfondimenti, deve ancora e merita di essere studiato. Esso ripropone una prassi, solo in parte originale, che si colloca nella grande tradizione formativa di ispirazione cristiana e che da Basilio a Benedetto, passando per Francesco d’Assisi e in età moderna ai “proponimenti” o “direttori” di Filippo Neri, Ignazio di Loyola o Francesco di Sales, giunge al rinnovamento ottocentesco della formazione professionale pavoniana e del “metodo preventivo” salesiano. L’uno, il canonico Pavoni, per limitarci ai due rimandi più immediati, ben noto a Piamarta che nell’ispirazione iniziale degli Artigianelli, secondo l’intenzione di mons. Capretti, non nascondeva la volontà di poter ripristinare la compagine dei Figli di Maria; l’altro, era altrettanto noto, perché nel 1888 padre Piamarta andò a Torino per vedere come funzionavano le scuole di avviamento al lavoro di don Bosco, ricevendo l’invito da don Michele Rua di unire la nascente piccola opera con quella salesiana, anche se poi le cose andarono diversamente.
È tuttavia la matrice monastica ad aver avuto un ruolo sotterraneo fondamentale, per quanto non teorizzato concettualmente, al punto da costituire il substrato connettivo della pedagogia piamartina, come ebbe a dire l’abate Emanuele Caronti in visita alla nascente Congregazione: «Voi siete i benedettini dell’era moderna». Avrebbe potuto essere diversamente? Credo di no. Nato, battezzato e cresciuto accanto ai chiostri del monastero benedettino di San Faustino, nutrito con i racconti dei Padri del deserto, da giovanissimo scappa con un amichetto sul monte Maddalena per vivere da eremita in una grotta, anche se la “fuga” è di breve durata; si forma a San Cristo frequentando i luoghi dell’antica abbazia femminile di Santa Giulia dove poi sorgerà l’intero complesso dell’Istituto Artigianelli, mentre la croce dorata che campeggia nella chiesa dell’Istituto riprende la notissima croce di Desiderio appartenuta al cenobio.
Lo stesso “metodo preventivo”, mutuato da don Bosco e comune ad altre esperienze religiose, è in verità un sistema collaudatissimo, perno della formazione monastica fino al Vaticano II e oltre, recepito in età moderna dalle congregazioni nei suoi aspetti disciplinari e modulato secondo il rispettivo carisma. Esso consisteva nella vigilanza ininterrotta o nella custodia costante dei giovani durante il lavoro e nel resto delle attività giornaliere, in modo da indirizzarne i comportamenti, prevenirne gli errori e conoscerne i moti reconditi dell’animo al fine di crescerli nell’integrità fisica, psichica, morale, spirituale e indirizzarne le scelte nel rispetto delle attitudini di ciascuno. Il riferimento alla necessità di avviare la formazione fin dalla tenera età, inoltre, il primato dell’esemplarità sull’istruzione, la repressione da fare con fermezza e comprensione, la funzione pedagogica del gioco o la pericolosità dell’ozio: «Chi sta occupato, un demonio solo lo tenta; chi sta in ozio, un milione di demoni lo tentano», scrive Piamarta citando i Padri del deserto, provengono dalla tradizione monastica e dagli usi benedettini dal primo Medioevo al Novecento.
Si tratta di rimandi puntuali, quasi alla lettera, che pongono la formazione piamartina nel più grande alveo dei maestri dell’ascesi claustrale e di quella “piccola regola per principianti” voluta da Benedetto. Pietas et labor, dunque, è la traduzione moderna dell’ora et labora, della preghiera e del lavoro quali cardini formativi per una vita comunitaria regolata in base all’austera disciplina del chiostro. Mancano naturalmente in Piamarta quei riferimenti all’opus Dei che qualificano la vita cenobitica, ma i contenuti disciplinari – la vigilanza continua, lo studio non fine a se stesso, l’ascetica del lavoro manuale, il silenzio orante, la forte spinta valoriale, la separazione tra generazioni, il rispetto reciproco nutrito di stima, la valorizzazione di ciascuno secondo le proprie attitudini personali – provengono dall’esperienza benedettina e ne sono un adattamento rispetto alla modernità.
L’accento però, e siamo all’ultima considerazione, viene ora spostato sul lavoro, la dura lezione che si apprende crescendo alla scuola di Nazareth, quale mezzo di promozione, di formazione e di sviluppo umano, per fare dei giovani «bravi artisti [artigiani], buoni cittadini, ottimi cristiani». L’esempio della Sacra Famiglia non è solo una forma di vita per la comunità religiosa, ma anche per i ragazzi che nelle case piamartine guardano a questo modello di “fraternità familiare” – spesso sostitutivo di quello che è loro mancato -, lo imparano e lo conoscono insieme all’amore di Dio. Piamarta parla spesso di Nazareth, dove conduce idealmente i suoi giovani per apprendere il senso del lavoro, della condivisione e del servizio. Questo ispirerà anche il nome della congregazione da lui fondata, perché l’unità nella fraternità fosse l’elemento distintivo delle sue comunità nello spirito di Nazareth, «specchio perfetto delle famiglie cristiane» e della più grande famiglia «che è la società» umana.
E spiega questo concetto con una bella metafora tratta dal mondo dell’arte. «C’è una grande differenza tra chi guarda superficialmente una pittura, da chi cerca di fare un’altra pittura riprodotta dal primo disegno. La prima maniera di guardare è superficiale. La si guarda due o tre volte, se ne ammira la bellezza e nient’altro. Nella seconda maniera di guardare “quasi” si ruba il bello e il buono del quadro artistico e lo si riproduce su un’altra tela. Quest’ultima è la maniera vera del come la Sacra Famiglia deve essere guardata dal cristiano: non solo rimanere ammirati dalla sua bellezza, ma la si vuole imitare».
Credo che vedendo le migliaia di giovani che in questi giorni lo stanno incontrando, spesso per la prima volta e in maniera imprevedibile, padre Piamarta condividerebbe le cose, il lavoro, l’impegno educativo disinteressato e gli slanci di entusiasmo che vengono fatti; si sentirebbe a casa come sui ronchi di Santa Giulia visitando i molti cantieri aperti dal Meeting per la loro crescita e, sorridendo, guarderebbe benedicente a questi “artigianelli” di oggi, molto più tecnologici di quelli di ieri, impegnati nel costruire bene la società di domani. Vi ringrazio.

IGOR MANZILLO:
Mi sia permesso prima un ringraziamento. Questo progetto, “Fare bene il bene”, è nato all’interno della Congregazione in occasione della canonizzazione di padre Piamarta, ed è stato condiviso dalla Congregazione, ma siamo grati anche al Comune di Brescia, alla Provincia di Brescia, alla Regione Lombardia per la condivisione dell’iniziativa che ha potuto avvalersi della preziosa collaborazione dell’Università Cattolica della sede di Brescia, in maniera particolare del Direttore, il dottor Luigi Morgano, ma anche del sostegno di importanti fondazioni, di realtà produttive e associazioni, che non è mai mancato nonostante le ristrettezze del momento. A tutti il nostro riconoscente pensiero di gratitudine, unito poi al pensiero di gratitudine per il Meeting che ci ha chiesto di poter ospitare questa mostra di padre Piamarta, “Far bene il bene”. L’umanesimo di Padre Piamarta. Padre Piamarta si sarebbe sorpreso di questo titolo, avrebbe riso, e forse ci avrebbe anche mandato a farci benedire, perché non amava molto che si parlasse di lui e si scherzasse su queste cose importanti, eppure aveva ben chiara e molto ben individuabile la visione dell’uomo, le cui radici affondavano nel retroterra culturale bresciano, nell’indiscussa fede tridentina, nella sua esperienza personale di orfano e di povero, nella frequentazione dei santi della Controriforma, nei contatti con esponenti del movimento cattolico, nell’amicizia con Monsignor Geremia Bonomelli e nel vivo segno di responsabilità nei confronti del suo tempo. Dire “uomo” per padre Piamarta significava prevalentemente dire “uomo in costruzione”, se vogliamo fare i sofisticati, “homo in fieri”. Voleva dire soprattutto ragazzo, o giovane, da accogliere, da accompagnare, da sostenere e da orientare. Sono cinque le radici che ci possono aiutare a comprendere questo suo umanesimo, questo suo progetto uomo e quindi il suo peculiare carisma in sintesi.
La prima radice, signor Sindaco, è la cultura bresciana: quella terra lì, tra il Veneto e la Lombardia, un po’ particolare. Piamarta ha sempre amato la concretezza, ha privilegiato l’aspetto operativo di ogni affermazione, vuol passare subito dalle idee ai fatti, dalle enunciazioni alle realizzazioni, ne cura la funzionalità, pur sapendo che l’ottimo può essere nemico del bene. Stima l’homo faber, il lavoratore che sa costruire il suo futuro, o, perlomeno, che è in grado di costruire una posizione dignitosa nella vita per sé e un miglioramento per la società. Piamarta intuisce i problemi, li studia, li discute, ma soprattutto è impaziente di risolverli. Allora lui non si pone solo la domanda “cosa fare?”, ma insieme a questa domanda subito c’è la domanda immediata: “Come fare?”. Un umanesimo quindi attivo e responsabile.
La seconda radice, l’esperienza personale di povero e di orfano. Quest’esperienza gli fa comprendere come un ragazzo abbandonato a se stesso possa essere presto vittima di adulti rapaci, maestri del vizio o dello sfruttamento. Benedirà il suo oratorio, che lo orientò al bene e che lo tenne lontano dal male: “Sarei diventato uno scavezzacollo di prim’ordine se non avessi avuto quest’oratorio nella mia vita”, e si convince che il ragazzo lasciato a se stesso diventa del primo possessore. Ha visto aperte davanti a sé le due vie, quella del vizio e quella della santità, quella che crea dei mostri e quella che plasma delle persone ammirevoli, che fanno onore al nome cristiano, e vuole sottrarre con tutte le forze il maggior numero possibile di ragazzi dalla via degli stolti per avviarli sulla via dei sapienti. C’è in Piamarta una visione particolare dell’uomo, da un lato drammatica, perché vede nell’uomo la capacità di ogni nefandezza, ma poi vede anche la capacità di ogni eroismo. La stessa visione che ha della società: scriveva addolorato della sua Brescia come di una città corrotta, ma anche, subito diceva, che “l’altra metà però si fa onore”. Non minimizza il male, ma innalza la stima per il bene, lottando con la parte sana perché il bene prevalga. Vede anche che le parole della fede dette a ragazzi che soffrono e sono abbandonati rischiano di suonare non autentiche e inefficaci, se non sono accompagnate dai fatti che vengono incontro al loro vuoto affettivo, economico e familiare. Quindi un umanesimo drammatico ma non rassegnato, anzi inventivo.
La terza radice dell’umanesimo di padre Piamarta possiamo vederla nella sua fede tridentina. Il Concilio di Trento aveva reagito al pessimismo dei riformatori spronando alle buone opere che il cristiano può e deve fare; il credo bresciano era considerato tridentino (una delle definizioni che veniva data era “più sano dopo il Vescovo Bollani, più sano dopo il Vescovo Querini, e sicuramente, potremmo aggiungere noi, più impegnato nella pastorale dopo l’esempio inconfondibile e instancabile di san Carlo Borromeo). Piamarta ha una fede solida, ma sa anche che la fede senza le opere è morta; sa che a lui è dato un compito che non è delegabile, che a lui sarà chiesto conto di quanto gli è stato affidato del suo prossimo, ma sa anche che senza la fede le opere della fede non reggono a lungo. Ed è pure un prete tridentino convinto che la santità del popolo dipenda dalla santità del clero. Scriveva: “nelle opere più tristi e disastrose per la Chiesa e per la società, il primo passo per rianimare nel popolo la vita cristiana fu sempre la riforma del clero”. Per questo riunisce un gruppo di persone per ritemprarne lo spirito sacerdotale e rendere, citiamo, “atte a compiere la divina missione, a vantaggio morale e materiale specialmente della classe povera e della gioventù”. È per dare una famiglia a questa gioventù povera che inizia la sua congregazione. È allora un umanesimo ecclesiale e un umanesimo comunitario: la Chiesa è ancora, e sempre, la casa dell’uomo povero e dell’uomo abbandonato.
La quarta radice sono i santi della Controriforma: è un lettore assiduo di vite di santi, ne aveva scelti alcuni che considerava ricostruttori esemplari della società, e prima ancora ricostruttori della persona umana. Ne citiamo tre: sant’Ignazio di Loyola, il maestro di un umanesimo dell’Incarnazione con la sua preoccupazione di incontrare Dio nelle vicende di ogni giorno, con il suo concretissimo programma di “fare ogni cosa come se tutto dipendesse da noi e lasciare a Dio i risultati come se tutto dipendesse da Lui”; san Francesco di Sales era il maestro dell’umanesimo devoto, secondo il quale l’uomo è il vertice del creato, ma l’amore è il vertice e il perfezionamento dell’uomo. A Dio si va con tutto l’uomo, orientando tutto a lui. Santa Teresa d’Avila lo incantava con il suo umanesimo cristocentrico, da cui la convinzione che senza una profonda vita di preghiera non è possibile reggere a lungo nell’azione. Il suo frequente riferimento al castello interiore in cui bisogna rinchiudersi con il re sconfitto per riprendere forza di scendere ogni giorno alla conquista dei cuori, è una delle immagini che mettono in luce la sua solida aderenza al detto del Signore: “Senza di me non potete fare nulla”.
La quinta radice dell’umanesimo di padre Piamarta è il movimento cattolico. Piamarta è in contatto con gli esponenti delle varie correnti di questo movimento, da Giorgio Montini a Giuseppe Tovini, Geremia Bonomelli Vescovo di Cremona, al Vescovo di Brescia Giacomo Corna Pellegrini, tutti sensibili e tesi, anche se con mezzi diversi, alla creazione di una società il più possibile cristiana. Se talvolta le diverse strategie entravano in polemica tra di loro, Piamarta ripeteva il detto agostiniano: “In dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas”. Un umanesimo della carità, un umanesimo che accetta il conflitto ma che ancora più si impegna nel conflitto per risolverlo, in nome del primato della carità.
La sintesi carismatica di san Giovanni Battista Piamarta orienta il tutto verso la costruzione e la crescita di una persona umana che riconosca i doni ricevuti, li impegni come talenti da utilizzare per la propria dignità di figli di Dio, nella prospettiva di formarsi una propria famiglia per una società più cristiana e quindi più fraterna. Riconoscenza e impegno sociale, dimensione religiosa e realismo operativo, “pietas et labor”, l’homo aeternus come sostegno e come traguardo dell’homo viator: una lezione silenziosa ed eloquente di umanesimo cristiano sicuramente anche per il nostro tempo. Padre Piamarta ci aiuti a far crescere uomini capaci di innalzare impalcature che sanno costruire una dimora eterna. Grazie.

ALBERTO COVA:
Grazie. Io devo riprendere il tema ricavato dall’immagine di Sua Eminenza quando ha parlato di un Santo che guarda in basso. E allora che cosa guarda appunto Piamarta? La condizione giovanile, l’hanno già ripetuto Archetti da una parte e Padre Manzillo. Guarda la condizione giovanile e pensa che alla condizione giovanile si debba dare una risposta in termini di educazione e di formazione professionale. Questa educazione e formazione professionale si indirizza innanzitutto nelle aree in cui è più possibile trovare realmente una possibilità di lavoro, l’artigianato e piccole attività produttive urbane e il mondo della campagna. Riprenderò il tema più avanti, perché il mio intervento cerca in qualche misura di cogliere il significato dell’azione di Piamarta, la sua concezione del lavoro, anche quella che si intravede a prescindere dalla consapevolezza di Piamarta e che si coglie soltanto sul piano della riflessione del lavoro storico, confrontando le sue iniziative reali con quelle che possono essere appunto manifestazioni di un progetto complessivo, in cui il lavoro e la sua concezione hanno un ruolo ben definito ed è su questo che io vorrei magari insistere, sulla consapevolezza della condizione delle classi popolari, da cui trae un po’ fondamento la difficoltà della condizione giovanile. Aggiungerei che questo ’800, anche ’800 bresciano insomma, è un ’800 in cui in Italia, le congregazioni nuove che guardano in basso e vedono l’azione sociale come risposta alla realtà italiana, le nuove congregazioni sono più di 200 e in Lombardia sono esattamente 49, secondo gli studi di chi si è occupato di questo periodo. L’Opera dei Congressi è il modello di cui tenere conto per la forza che imprime a chi ha delle idee e che offre in qualche misura una prospettiva al rapporto fra mondo cattolico e società italiana, che non è quello delle istituzioni politiche, specialmente di livello centrale, ma quello delle istituzioni su base territoriale innanzitutto, che preparano l’astensione. Il bresciano è la zona della preparazione al superamento dell’astensione e quindi l’Opera dei Congressi, secondo me, è un elemento di cui tenere conto. Difficile immaginare che Pietro Capretti quando, nel 1886, gli dice: “occupati anche del problema del lavoro giovanile”, non guardi anche al contesto in cui ci si trova, alle difficoltà di natura economica, ma anche ai Congressi dell’Opera che spingono i cattolici ad occuparsi della società italiana, essendo in qualche misura fuori discussione in quel momento la partecipazione politica a livello delle istituzioni nazionali. In questo discorso del superamento della condizione giovanile, il lavoro è in qualche misura un tema che s’impone. Che si possa pensare a rispondere ai problemi della condizione giovanile attraverso il lavoro e che si possa rispondere in termini di educazione, di formazione professionale, a me pare che sia un portato dell’ambiente del momento. Alcune zone dell’Italia, sicuramente alcune aree settentrionali, sono in una fase di trasformazione, si risente ancora della crisi agricola, ma le iniziative industriali sono dei segni di ripresa, per cui pensare all’educazione professionale centrata sul lavoro artigianale, è segno della consapevolezza che c’è una domanda latente di lavoro che tutto sommato può costituire una risposta ai giovani in attesa di questa possibilità di uscita. Però il tempo e le trasformazioni economiche richiedono anche un saper fare accompagnato dalla capacità di capire ciò che si fa, una preparazione professionale ancorata alle idee. Capire ciò che si fa significa anche far bene il lavoro, per cui questo binomio si traduce in un modello pedagogico dell’attività pratica accompagnata da riflessione teorica. Remedello è l’esempio tipico. Bonsignori, che è un collaboratore principale di Piamarta, spiega le nuove scienze agrarie applicate all’agricoltura e i ragazzi imparano e poi imparano anche ad applicare le scienze nuove agronomiche all’attività agricola e questo è un lavoro molto importante. Quindi c’è questa necessità di una maggiore prossimità della preparazione teorica alla sua applicazione pratica. Poi c’è un’altra questione fondamentale. Io non so se Piamarta era consapevolissimo di questa cosa, ma sicuramente emerge, studiando le sue iniziative, che la risposta in termini di lavoro alla gioventù, non riguarda semplicemente il lavoro fonte di reddito e meno che mai il livello salariale, qui c’è una concezione del lavoro che è restauratore della dignità della persona. Questo è il punto fondamentale. Il lavoro, lo sappiamo benissimo adesso il significato del lavoro, è il presidio della libertà personale in qualche misura, è la valorizzazione della capacità delle persone e la possibilità che le persone realizzino i loro progetti di vita e questo è il punto fondamentale: una concezione complessa del lavoro non meramente economica, ma ideale, spirituale, religiosa persino. Per questo il progetto educativo di Piamarta è di integrazione fra educazione religiosa, educazione civile e formazione professionale ed è un trio di componenti del processo educativo che non sono disgiungibili uno dall’altro, e il modello della comunità che apprende in forma familiare, rafforza questa integrazione fra i tre momenti. A noi oggi corre alla mente immediatamente un passo bellissimo della Laborem exercens di Giovanni Paolo II, al n° 27. Ve lo leggo, perché mi sembra necessario ricordarlo: “Nella parola della divina rivelazione è inscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l’uomo creato a immagine di Dio, mediante il lavoro partecipa all’opera del Creatore e sopportando la fatica del lavoro in unione col Cristo crocifisso per noi collabora col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità”. Piamarta ovviamente ne parlava settant’anni prima, però la partecipazione del lavoro, la concezione positiva del lavoro non soltanto come pena per il peccato originale, ma il lavoro come atto di creatività e imitazione di Dio Onnipotente, era una concezione corrente negli anni di Piamarta. Se leggete il grandissimo Giuseppe Toniolo, nel 1908 questa roba qua la scrive nel Trattato di economia sociale. In sostanza, quando parla dell’evoluzione delle concezioni del lavoro o della retrocessione delle condizioni del lavoro, tira fuori questo argomento sulla funzione creativa del lavoro medesimo. Uno però, se confronta queste posizioni di fine ‘800 primi del ‘900 con la concezione dominante del lavoro, vede che c’è di mezzo l’Oceano Atlantico, per il lungo però. Leone XIII, quando descrive nell’incipit della Rerum Novarum la condizione dei lavoratori, non c’è bisogno di ricordarlo… Insomma, rispetto alla concezione dominante, questa idea della messa al centro dell’uomo e della funzione promozionale di rinascita della persona propria del lavoro, già questo sarebbe una concezione nuova. Però, secondo me, qui c’è un’altra chiave di lettura dell’azione di Piamarta, che riguarda effettivamente le sue linee di intervento nei due settori che ho richiamato prima. L’azione di Piamarta va dentro ad un disegno complessivo di modificazione dell’ordinamento economico che balena nel movimento cattolico, non soltanto italiano, ma francese, tedesco, belga, agli inizi del ’900, tra fine dell’’800 e inizi del ’900. E’ l’idea di un nuovo ordinamento economico che non riesce a imporsi, perché non è ancora fondato teoricamente, ma che poi gli economisti dell’economia sociale di mercato ritireranno fuori negli anni ’30. Un nuovo ordinamento economico va costruito come risposta alla condizione in cui si trovano le classi popolari, secondo il modello di economia che è venuto avanti dalla metà del ’700 in poi ed è un modello di economia che si regge su due principi inscindibili tra di loro, la libertà economica e la giustizia sociale. Su questa questione si gioca la possibilità di cambiare l’ordinamento economico senza percorrere la via rivoluzionaria marxiana. In questo senso è una terza via rispetto al liberalismo preistorico, come diranno i tedeschi negli anni ’30, quello senza regole, quello che ha modellato l’economia e i rapporti sociali. Io mi sono permesso di sintetizzarlo con tre parole: Cooperazione, Legislazione sociale e Sindacato. Questo dimostra che questa proposta di rinnovamento non è la risposta in termini di riproposizione di ordinamenti economici di antico regime, la balla del Medioevo. Questi non propongono un ritorno al Medioevo, propongono appunto un cambiamento compatibile con i mutamenti tecnologici, quindi una modificazione della struttura complessiva delle attività economiche di scambio legata alla valorizzazione degli aspetti che possono fare da contrasto al predominio dei grandi gruppi economici e che possono consentire il superamento degli squilibri sociali e della conflittualità sociale. Questa è la questione fondamentale. Quando il Piamarta fa studiare l’agricoltura è per rafforzare la piccola proprietà diretto-coltivatrice e per rafforzare gli imprenditori agricoli con contratti di affitto o di mezzadria, dove il problema è far produrre di più l’agricoltura, aumentare quindi la capacità di produrre reddito, utilizzando un modello di organizzazione che non sia quello tradizionale o valorizzando esperienze che possono essere riproposte senza andare contro quello che possono essere le tendenze. E Piamarta, secondo me, fa questo, quando fa studiare la gente a Brescia nell’Istituto Artigianelli, prepara manodopera anche per le industrie bresciane più o meno grosse, e rivaluta, per esempio, tutto il settore delle microimprese, comprese quelle artigianali, proprio perché in quella realtà lì sono le stesse trasformazioni economiche che ridanno vita ad una struttura della produzione che si era pensata superata dalla rivoluzione industriale e che superata non lo è, perché è compatibile con la nuova realtà. Allora, il nostro san Giovanni Battista Piamarta io lo assocerei a questa proposta di cambiamento che è di sostanza, che cerca di risolvere i problemi di fondo della società giovanile, ma in questo caso anche non giovanile e che mette al centro della sua azione educativa la persona e la sua valorizzazione in quanto tale. Questa è la mia idea e la mia interpretazione del lavoro e delle iniziative di san Giovanni Battista Piamarta in campo sociale. Grazie.

ROSINO GIBELLINI:
L’Editrice Queriniana prende il nome da Angelo Maria Querini, su cui si può consultare la voce corrispondente del Lexikon für Theologie und Kirche. Nasce a Venezia nel 1680, rampollo di nobile famiglia veneziana, entrato nell’ordine benedettino a Firenze, studia greco ed ebraico, intraprende numerosi viaggi in Europa alla ricerca di antichi manoscritti, e intreccia contatti con importanti personalità dell’epoca, come Quesnel, Newton, Fénelon, Malebranche. Vescovo di Corfù, e successivamente di Brescia per circa trent’anni, Cardinale e prefetto della Biblioteca Vaticana, con l’onere “pesante” (lästig) di residenza nella sua diocesi di Brescia, dove muore all’età di 75 anni nel 1755. Ecumenista ante litteram, si adoperò, con i suoi contatti, per intrecciare rapporti tra le chiese cristiane d’Oriente e d’Occidente.
Interessante ricordare questo episodio: pochi anni prima della morte, in occasione del giubileo del 1750, e precisamente nel 1748, inviò una lettera al Papa Benedetto XIV, in cui chiedeva di mitigare i rigori della pratica della confessione posttridentina, in vista di una predicazione del perdono più ispirata al Vangelo e per un riavvicinamento al protestantesimo. Dopo una iniziale simpatia, Benedetto XIV respinse la proposta del Cardinal Querini, che apparve allora come esponente di un “illuminismo cattolico”. Durante il suo episcopato, nel 1745 fondò a Brescia la Biblioteca Civica Queriniana. Querini rimane simbolo di cultura, mecenatismo della cultura, cosmopolitismo, cattolicesimo aperto.
Più di un secolo dopo la sua morte, nel 1884 si apre a Brescia una tipografia che porta il nome di Tipografia Queriniana, in omaggio al grande Vescovo di Brescia, quando il consiglio di amministrazione del quotidiano cattolico «Il cittadino di Brescia», diretto da Giorgio Montini, padre del futuro Paolo VI, decise di stampare in proprio il giornale. Due anni dopo, nel 1886, la Tipografia Queriniana venne integrata con la nuova realtà che stava nascendo a Brescia, l’Istituto Artigianelli, e affidata la responsabilità al padre Giovanni Piamarta, direttore e fondatore della Congregazione religiosa Sacra Famiglia di Nazareth per l’educazione cristiana della gioventù; Congregazione religiosa che ancora detiene la proprietà e la direzione dell’editrice. Il 1886 è ritenuta la data di fondazione dell’Editrice Queriniana, che si presentava come l’unica realtà editoriale cattolica di Brescia, organo della stampa cattolica locale – giornali, riviste, ma anche libri di pastorale – sulla fine dell’Ottocento e nel primo Novecento. È stato il padre Piamarta a trasformare la Tipografia Queriniana in Editrice Queriniana, come ricostruisce con dovizia di documentazione lo storico bresciano Luigi Fossati. Nei decenni seguenti, fino agli anni Cinquanta del XX secolo, l’Editrice Queriniana ha un suo catalogo di pubblicazioni prevalentemente pastorali, ma dove incominciano ad emergere in traduzione italiana, autori europei, come Sintesi tomistica di Garrigou-Lagrange; Vita cattolica di Sertillanges; I santi pagani di Daniélou; lo splendido volumetto, Tu sei il silenzio di Karl Rahner; Saggio sulla santità in Russia del gesuita russo, docente al Russicum, Ivan Kologrivov.
Con l’indizione, la preparazione e la celebrazione del Concilio Vaticano II – gli intensissimi sette anni 1959-1965 – muta profondamente il clima spirituale e culturale nella Chiesa cattolica. Questo cambiamento ha avuto una grande incidenza anche in campo editoriale. Un primo segnale io l’ho visto nella pubblicazione dell’edizione italiana de L’Epistola ai Romani di Karl Barth presso Feltrinelli di Milano nel novembre del 1962, all’inizio della prima sessione del concilio. L’opera aveva atteso 40 anni prima di essere pubblicata in lingua italiana. Con questa pubblicazione si percepiva già un cambiamento di mentalità nei lettori. Ma le sorprese erano solo incominciate: nel 1963 appariva a Brescia, presso la Paideia, il primo fascicolo del Kittel, il Grande lessico del Nuovo Testamento. Nel gennaio del 1965 – a concilio ancora in pieno svolgimento – la Queriniana iniziava la pubblicazione della rivista internazionale di teologia, Concilium, edita in sette lingue, e diretta da Congar, Rahner, Kung, Metz e Schillebeeckx. Nello storico editoriale del primo numero della rivista Rahner e Schillebeeckx scrivevano: «In confronto ai compiti immani della Chiesa in ogni paese, ogni nazione è “teologicamente sottosviluppata”. In questa rivista la teologia di ciascun paese intende aiutare quella delle altre nazioni a svilupparsi». Dopo più di 40 anni di attività, avviene un cambiamento: è stato deciso nell’assemblea generale di Concilium, che si è tenuta nella facoltà di teologia dell’Università di Münster, in Germania, nella prima settimana di giugno 2007, di trasferire la sede della presidenza e del segretariato, che coordinano la rete dei teologi sparsi nei cinque continenti, dall’Università cattolica di Nimega, nei Paesi Bassi, al Centro asiatico di studi interculturali di Madras, India; con collegamenti con l’Istituto di missiologia di Aachen/Acquisgrana in Germania; con la Loyola University in Chicago; e con ramificazioni con altre realtà universitarie e culturali, per potenziare il carattere internazionale della rivista nell’epoca della globalizzazione. Congar definiva Concilium: «un radar che esplora i segni del tempo».
Nel 1966 prendeva inizio la collana “Giornale di teologia” come agile biblioteca di aggiornamento teologico, ora arrivata al n. 360; e nel 1969 partiva la “Biblioteca di teologia contemporanea”, di grandi opere teologiche, arrivata al n. 160. In queste due collane si può trovare documentato, in parte, il cammino della teologia contemporanea con opere rilevanti di Rahner, von Balthasar, Ratzinger, Metz, Kasper, Küng, Schillebeeckx, Gutiérrez, Lonergan, Alfaro, Congar, Duquoc, Mancini, Sequeri, Brambilla, Sanna, il card. Dulles e il card. Scola; ma anche Bonhoeffer, Barth, Bultmann, Moltmann e Pannenberg, il greco Yannaras, opere che sono entrate non solo nelle facoltà e istituti di teologia in Italia, ma anche nelle università, per il loro valore culturale, in quanto propositive di un pensiero cristiano, argomentato e articolato nel contesto delle culture e delle religioni universali; opere che entrano anche in molte biblioteche nel mondo, per l’accessibilità della lingua italiana, per quanti seguono gli studi teologici, biblici e religiosi, che hanno certamente un centro internazionale di grande diffusione a Roma.
Con queste tre iniziative, tra il 1965 e il 1969 si costituisce l’asse di pubblicazione teologica, ancora in pieno svolgimento. Ma continuavano e si potenziavano le pubblicazioni al servizio della pastorale con la rivista, ormai largamente diffusa, Servizio della Parola, fondata e diretta per anni da don Luigi Della Torre.
Negli anni Settanta l’Editrice Queriniana pubblica l’edizione italiana del «Commentario Biblico San Girolamo», con il titolo Grande commentario biblico e con presentazione di Carlo Maria Martini, allora rettore del Pontifico istituto biblico. La vasta e impegnativa opera si presentava come un commento essenziale di tutta la Bibbia, scritto da esegeti cattolici nordamericani e di lingua inglese «secondo i più moderni princìpi della critica biblica», come sottolineavano nella prefazione gli editors, tra i più noti biblisti in campo internazionale: Brown, Fitzmyer, Murphy. Il Grande commentario riscuoteva un notevole successo in Italia, e in altre aree linguistiche, e segnava l’ingresso della Queriniana nel campo degli studi biblici. L’opera, interamente rinnovata, è stata riedita negli anni Novanta con il titolo Nuovo grande commentario biblico.
Sono seguite altre opere bibliche di rilievo come la Introduzione al Nuovo Testamento di Raymond Brown; la Introduzione all’Antico Testamento, edito da Erich Zenger, espressione della moderna esegesi cattolica di lingua tedesca. La recente congiuntura di studi su Gesù e sul cristianesimo delle origini – riproposti da ultimo dal libro su Gesù del Papa teologo – ha richiamato l’attenzione su alcuni importanti studi sulla ricerca del Gesù storico del catalogo Queriniana: basterà citare i nomi dei biblisti tedeschi Gerd Theissen e Klaus Berger; e l’opera Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico dello studioso americano John Meier, in quattro volumi, che attende di essere completata da un quinto e conclusivo volume; ma anche il biblista padovano Segalla.
Un accenno agli studi storici. Negli anni Ottanta l’Editrice Queriniana pubblicava la Storia ecumenica della Chiesa in tre volumi, espressione della storiografia di lingua tedesca, con prefazione all’edizione italiana di Giuseppe Alberigo, che sottolineava la novità dell’impresa storiografica, dove si ricostruiva da parte di storici – cattolici, protestanti e ortodossi – il cammino di duemila anni di storia della Chiesa, attenta anche alla storia della teologia. Scriveva lo storico bolognese: «questa Storia ecumenica della Chiesa fa invecchiare qualitativamente il modo sin qui praticato di redigere le storie ecclesiastiche, che appaiono ad un tratto anguste, povere e settoriali». L’opera ha avuto un’ottima accoglienza anche in Italia. Dopo trent’anni, è apparsa la nuova edizione, che si presenta interamente rielaborata. Avvertono gli editors: «una Storia ecumenica della Chiesa non può avere intenti armonizzanti. Essa deve piuttosto portare un contributo ad una migliore comprensione delle diversità, e non una “soluzione” ai contrasti della cristianità. Solo una sobria ricostruzione storica a più voci può rendere conto delle fondamentali comunanze delle confessioni cristiane, ma anche della condizionatezza storica e del diritto storico delle divisioni».
Voglio ricordare da ultimo il contributo degli studiosi italiani, oltre a quelli già menzionati, al catalogo della Queriniana:
– la collaudata collana Leggere oggi la Bibbia, in una cinquantina di brevi volumi, è firmata da biblisti italiani;
– il collaudato Corso di morale, edito da Tullo Goffi e Giannino Piana, è firmato da teologi italiani della morale;
– il Nuovo corso di teologia sistematica, diretto da Giacomo Canobbio e Angelo Maffeis, è in fase avanzata di pubblicazione ed è firmato da teologi dell’ATI (Associazione Teologica Italiana).
La più recente collana è la collana Books, che presenta opere che si rivolgono anche al grande pubblico, ed è iniziata con la riproposizione, in nuova traduzione, della 13° edizione (ora già 19° edizione) dell’opera Introduzione al cristianesimo del teologo Joseph Ratzinger, un’opera pubblicata nella edizione originale tedesca nel 1968, e prontamente edita in edizione italiana nel 1969.
L’antica e modesta tipografia prelevata dal padre Piamarta, a fine Ottocento, come strumento per insegnare ai giovani degli Artigianelli l’arte della stampa, ha fatto un lungo cammino al servizio della diffusione del pensiero cristiano in un orizzonte di internazionalità e di cattolicità.

ALBERTO SAVORANA:
Abbiamo visto quale ricchezza di testimonianze di operosità produce la vita di un uomo che cede all’incontro cristiano e che si mette nelle condizioni ottimali per rispondere alle sfide del suo tempo e alle sfide di sempre, quella che Papa Francesco ha sintetizzato nel messaggio di quest’anno al Meeting di Rimini: “L’urgenza di restituire l’uomo a se stesso, alla sua altissima dignità, all’unicità e preziosità di ogni esistenza umana”. Questo è il compito di ogni cristiano: servire l’uomo andando a cercarlo fin nei meandri sociali e spirituali più nascosti. La più grande povertà è infatti la mancanza di Cristo e finché non porteremo agli uomini Cristo, avremo fatto ancora poco per loro, troppo poco. L’annuncio cristiano, diceva don Giussani, è l’annuncio di un uomo nuovo che si è chiamati a diventare e diventandolo insieme ad altri si cambia la Terra; essa ha già cominciato a cambiare e cambierà del tutto quando a Dio piacerà, quando la storia di Cristo sarà compiuta. Questa mi sembra la grande testimonianza che san Piamarta ci offre per fare il nostro cammino oggi. Grazie a Sua Eminenza, ai nostri relatori e a tutti voi.
Trascrizione non rivista dai relatori