DIRITTI, DOVERI, VERITÀ: IL POTERE DEI SENZA POTERE - Meeting di Rimini
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DIRITTI, DOVERI, VERITÀ: IL POTERE DEI SENZA POTERE

Pavel Fischer, Presidente della Commissione Esteri del Senato della Repubblica Ceca; Francesco Occhetta, Giornalista e scrittore de La Civiltà Cattolica. Introduce Ubaldo Casotto, Giornalista.

 

Diritti, doveri, verità: il potere dei senza potere

Pavel Fischer, Presidente della Commissione Esteri del Senato della Repubblica Ceca; Francesco Occhetta, Giornalista e scrittore de La Civiltà Cattolica. Introduce Ubaldo Casotto, Giornalista.

UBALDO CASOTTO:

Benvenuti. “Diritti, doveri, verità: il potere dei senza potere” è il titolo di questo incontro. Ne parliamo con Padre Francesco Occhetta, che è giornalista, scrittore, notista politico, culturale di Civiltà Cattolica e animatore di scuole di formazione di politica. Ha scritto un mucchio di libri, non ve li cito tutti, vi cito solo l’ultimo, “Ricostruiamo la politica”, che espone il suo giudizio sulla situazione politica del nostro Paese e nello stesso tempo individua anche un compito che ci interpella. Poi ne parliamo con l’amico Pavel Fischer. Pavel Fischer è un senatore ceco, della Repubblica Ceca, vive a Praga, è presidente della commissione esteri del senato ceco, è stato ambasciatore a Parigi per sette anni e prima ancora è stato, ed è il motivo per cui noi lo abbiamo conosciuto ed è qui, il capo della segreteria politica di Václav Havel, lo storico presidente della Repubblica Cecoslovacca. Václav Havel è un po’ il convitato di pietra di questo incontro, evocato dal titolo: il potere dei senza potere, e che su queste tre parole, doveri, diritti e verità, avrebbe molto da dire. Havel, per chi non lo conoscesse, è nato nel ’36 e ha vissuto gran parte della sua esistenza sotto la Cecoslovacchia comunista. Era un personaggio molto eclettico, uno scrittore di teatro, ritrovatosi per le circostanze della storia a fare il dissidente, a fare il difensore dei diritti civili. Ha vissuto la primavera di Praga del 1968 e la conseguente invasione dei carri armati sovietici, e nel 1977 è diventato il portavoce di Carta ’77, inizialmente un gruppo di intellettuali poi un movimento per la difesa dei diritti civili e, soprattutto, delle persone imprigionate ingiustamente. È stato più volte incarcerato, credo che abbia fatto un totale di sei anni in carcere, l’ultima volta che è stato arrestato era nell’ottobre dell’89, due mesi prima di diventare presidente della Repubblica Ceca, al culmine di quella che è stata chiamata la “rivoluzione di velluto” cioè un cambiamento senza spargimento di sangue, totalmente pacifico del regime comunista che opprimeva il suo Paese. E nell’’89, appunto, il 30 dicembre, diventa il primo presidente non comunista dal 1948, guida il suo paese all’ingresso nell’Unione europea, all’ingresso nella Nato, sancisce la fine del patto di Varsavia e, quindi, porta un paese dal regime comunista al mondo libero. Ecco, quello che lui avrebbe da dire su queste tre parole, noi abbiamo cercato di dirlo nella mostra “Il potere dei senza potere, interrogatorio a distanza con Václav Havel”, che è una lunga intervista, postuma, a 360 gradi, con questo grande personaggio. L’ intervista raccoglie le domande fatte da un gruppo di giovani che ha lavorato sui suoi libri e le sue risposte, tratte fedelmente dalle sue opere. Ma perché proporre oggi, Il potere dei senza potere, di cui ricorrono i quarant’anni, come per il Meeting, della prima pubblicazione in Italia? Sicuramente per l’attualità del suo testo e, in generale, per la sua figura e per l’attualità del suo pensiero nell’Italia di oggi e nell’Unione europea di oggi, nell’Europa di oggi, per quello che ha scritto e per quello che ha testimoniato durante tutta la sua vita. Havel poi sarà presente in questo incontro attraverso le parole dei nostri due ospiti, quelle di padre Occhetta, che reagirà al suo pensiero, alla sua testimonianza e poi quelle di Pavel Fischer, che lo ha conosciuto personalmente, che con lui ha vissuto gli anni più significativi della sua avventura umana e politica. “Diritti, doveri e verità”: per Havel il primo diritto di ogni uomo è quello di poter essere sé stesso, di essere se stesso “la dove il Signore ti ha messo a vivere”, dice Havel pur non essendo cattolico. Ed essere se stessi è anche il primo dovere, cioè non rinunciare alla propria dignità di uomini, non rinunciare alla responsabilità che ne consegue, responsabilità che è quella di fare esperienza nel mondo, di non delegare ad altri, cioè al potere, all’ideologia, alla mentalità dominante, alla moda, non delegare ad altri la propria ragione. Non bisogna soffocare in sé, afferma, le intenzioni segrete della vita. Ed è proprio questo il potere dei senza potere, cioè la possibilità dell’esperienza della verità, del rapporto con l’essere, della domanda di significato che esprime il nostro legame con l’assoluto. Esperienza dell’assoluto, che sta dentro ad ogni esperienza. Di questa esperienza ogni potere ha paura, perché la questa voce dell’essere, anche se è coperta di detriti, non può essere mai azzittita, perché radicata nell’uomo, anche nell’uomo di potere. Adesso con più interesse ascoltiamo i nostri ospiti, inizierei da padre Occhetta, prego.

 

FRANCESCO OCCHETTA:

Anzitutto vorrei dirvi il mio grazie per essere qui, il grazie a Emilia Guarnieri e Giorgio Vittadini per l’invito, a Francesco Magni e Ubaldo Casotto per la splendida mostra che hanno organizzato quest’ anno su Havel, ai volontari, agli organizzatori che hanno reso possibile tutto questo e al senatore Fischer. Io ho accettato, senza averne titolo, di onorare la memoria di Havel perché, per dirla con un espressione cara a noi gesuiti, è stato un fuoco che ha acceso altri fuochi. La sua testimonianza ha bruciato tutto ciò che era la menzogna politica e ha fuso quelli che erano gli elementi della verità, come fa il fuoco con l’oro. E già stato detto, siamo davanti a un uomo nato nel ’36, bloccato negli studi umanistici dal regime comunista, obbligato a due anni di servizio militare, a fare esperienze di lavori semplici. Nell’aprile del ’75 pubblica una lettera aperta con un’analisi critica sul socialismo che gli valse l’ostilità del regime. Nel ’76 fonda la “Carta ’77”, che era una carta per ribadire l’importanza nello spazio pubblico di poter parlare, la libertà di pensiero, di espressione. Poi il tempo della prigione e poi ancora il tempo della politica. In tutte queste tappe di vita, a me ha molto colpito che lui non abbia mai perso la sua libertà. Io vi darò tre parole, a guisa di schema, per poter rileggerlo. Lo schema è questo: diritti e doveri sono due facce della stessa medaglia, dipendono dalla definizione di libertà: può esserci una “libertà da”, che porta al soggettivismo e al liberalismo e anche ai totalitarismi, e può esserci invece una libertà che fondiamo per gli altri, che porta al comunitarismo e al popolarismo. In più, il binomio di diritti e doveri lo possiamo fondare su forme di Governo che sono in antitesi ai totalitarismi, però dobbiamo chiederci se poniamo più l’accento sulle regole o sulla sostanza, sui principi. Le forme di Governo che puntano solo sulle regole, anche democratiche, possono far salire Hitler e Mussolini al potere, i quali hanno rispettato tutte le regole. Ma solo forme di Governo che approfondiscono le radici della sostanza, quindi i principi, che sono ciò che ci tengono insieme come legami sociali, che il mercato non può vendere, sono quelle su cui Havel ha puntato e ha giocato la sua vita. Nel suo primo discorso di capodanno da presidente, siamo nell’’89, Havel ricorda, ed è la prima parola che io vi voglio lasciare, il dovere della memoria. Tra voi, sicuramente, ci saranno alcuni che firmavano gli appelli al regime cecoslovacco per liberalo, voi gli siete stati molto vicini come popolo di Comunione e Liberazione e questo è un grande dono. Forse i più giovani, i vostri figli, i vostri nipoti, non sanno più chi è Havel e guardate che è così anche per Moro: ho scritto un articolo su di lui, sono andato a vedere, c’è stato uno studio che dice che solo il trenta per cento dei nostri ragazzi che vanno a scuola ricordano chi sia. La memoria, e noi dobbiamo chiederci: come trasmettiamo la nostra memoria? Altrimenti, tutto ciò che noi dimentichiamo, diceva Primo Levi, potrebbe ritornare. Il dovere della memoria è importantissimo, è per questo che Giussani ha voluto, diciamo così, tenere questo libro, che è Il potere dei senza potere, come chiave ermeneutica per poter ricostruire un tessuto sociale a partire da una testimonianza. Allora, il primo potere dei senza potere è fare memoria per difendere ciò che è umano e ciò che soffoca l’umano, come i totalitarismi, che per Havel, cito, sono “l’espropriazione dall’uomo della propria coscienza, della sua ragione e del suo linguaggio naturale, lo rendono simile a una macchina” e lo categorizzano in produttore, consumatore, ammalato, turista, immigrato etc. Cosa capita quando una cultura svuota di significato il secondo comandamento? Il prossimo muore, e quando muore il prossimo che cosa succede? Che io non lo vedo più e l’altro che cosa diventa per me? Un pericolo. E se l’altro diventa un pericolo, io non so più come politico e come politica riorganizzare i bisogni per il prossimo, perché la politica è riorganizzazione dei bisogni nella società. Allora, Havel ci dice che bisogna fare memoria, riportare nel cuore ciò che vale la pena vivere e respingere tutto il resto, essere fedele alla voce della coscienza che distingue il bene dal male, l’umano dal disumano ed è per questo che lui definisce la politica come l’arte dell’impossibile. Lui diceva, la politica certamente è l’arte del possibile, i compromessi, le soluzioni, le alleanze, i contratti, questa è l’arte del possibile, ma lui chiedeva di più, che fosse l’arte dell’impossibile, che avesse al centro l’umano ed è per questo che lui ha rovesciato lo schema della politica. Prima la persona concreta, diceva, poi la società in cui l’uomo entra solo ed esce persona, perché è in relazione agli altri. Il magnifico disegno che abbiamo nella Costituzione ci permette, vivendo in famiglia, nei corpi sociali, nelle associazioni, nelle Ong, nei sindacati, nei partiti di vivere come persone, di incontrarci fino a perdonarci, perché la vita continua se riduciamo gli strappi relazionali che viviamo insieme. E poi l’ingegneria costituzionale arriva alla fine per servire la persona e servire la dimensione sussidiaria che nella società si vive, quello che ad esempio la Fondazione per la sussidiarietà sta facendo. Lui poteva scappare, era una persona molto colta, poteva andare a Parigi, poteva andare a Roma, poteva andare a Londra. Invece è rimasto con la sua gente, è andato in prigione nella sua terra. Questa è una grande testimonianza. E ha reso credibile la sua parola perché la coerenza della vita l’ha testimoniata. E una seconda parola che vi voglio lasciare, che è un secondo potere dei senza potere, è la mitezza di Havel. Havel, con questa dote, ha ispirato la rivoluzione di velluto dell’’89, in cui ha rovesciato il comunismo in Cecoslovacchia. Con questa mitezza ha sciolto il Patto di Varsavia nel ’91, anche Gorbaciov era incredulo e la Russia non poteva più attaccare, perché era stata svuotata della sua forza, con la mitezza. E poi con la mitezza è voluto entrare nel patto della Nato, perché quel patto per lui garantiva più pace all’Europa, soprattutto all’Europa dell’Est che stava preparandosi ad entrare. Ha fatto venire mal di pancia a tutti, sia a chi già apparteneva alla Nato sia a chi doveva entrare, ma ha avuto ragione, vedeva lontano. Come uomo mite aveva previsto che l’alternativa ai regimi post-totalitari erano i nazionalismi: quasi una profezia, se pensiamo che nel 2014 l’Europa si è svegliata nazionalista e populista. Anche Mitterrand, nel suo ultimo discorso a Strasburgo nel 1995, ha voluto ricordare come Havel che “Il nazionalismo è la guerra, è la guerra”. La sua posizione politica mite, moderata è stata alternativa ai totalitarismi. È per questo che Havel ha rovesciato, come vi dicevo prima, lo schema della politica. Il post-totalitarismo, che ha creato un mercato in cui tutto ha un prezzo, che cosa ha fatto emergere per noi? Un’idea astratta di realtà deformata dalle paure che abbiamo tutti, una sorta di spirito puro di matrice hegeliana, superiore a qualsiasi fatto concreto. E noi siamo più disposti a credere nelle idee, nello spirito puro, oggi, che ai fatti concreti. Perché? Perché abbiamo paura. E allora che cosa emerge dalla politica europea nazionalista? Emerge l’idea di purezza del sangue, di un passato epico che non c’è mai stato e utopico, l’illusione di un Governo perfetto che non c’è mai stato, di leader forti a cui si vuole affidare tutta la nostra libertà. Ma questa è la nuova ideologia. Se fosse qui Havel ci direbbe: «Ma questa è una nuova ideologia, è una nuova forma di post-totalitarismo». L’alternativa per Havel la conosciamo, per lui è molto chiaro: la cooperazione, meno statalismo, un mercato solidale, lavoro umano e gestione in Europa dei temi comuni, che oggi sono il rapporto uomo-macchina, la gestione dei nostri dati e quindi la privacy, i temi ambientali, le radici cristiane dell’Europa. Quello che Francesco, nella sua Laudato sì chiama “un nuovo modello di sviluppo umano integrale”. Noi non siamo qui per porre l’enfasi su un piccolo partito da ricostruire o no, ma, se vogliamo dare un’alternativa allo spazio pubblico e insieme costruire questo nuovo sviluppo umano integrale, questo è il punto e Havel lo aveva previsto. Per questo Havel dice che la nascita di un nuovo modello economico e politico è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia. Quindi, prima di riformare la strutture, che vanno riformate, la prima urgenza per Havel è riformare chi riforma le strutture nella storia, in un divenire. Io ho conosciuto Havel solo indirettamente, dai suoi testi e dai racconti dei miei confratelli gesuiti cechi, che, negli anni in cui Havel era in prigione, vivevano il catechismo clandestinamente. Mi spiegavano che non potevano neanche dire ai loro genitori che facevano catechismo, perché il regime, l’oppressione del totalitarismo era entrato a svuotare il cuore delle persone e vedevano Havel come testimone di libertà, che ridava dignità a un Paese. Dai suoi testi avevo capito che un terzo potere dei senza potere era molto semplice: la forza della parola, sintesi tra ciò che uno crede e ciò che uno vive. Se ci fermiamo a riflettere, dobbiamo domandarci: «Ma i sistemi antiliberali, totalitaristi, comunisti, post-totalitari, quelli che stiamo vivendo noi, che strategia hanno?». Anzitutto quello di svuotare e umiliare le parole che ci rendono liberi e che pronunciamo sul mondo e al mondo. Con le nostre parole noi formiamo il mondo, comprimono lì la nostra libertà. Havel non ha mai soffocato la sua parola, nemmeno in carcere. L’ha esaltata come drammaturgo, l’ha condiva e resa dialogica come politico. Ci insegna ad avere cura delle nostre parole che rivelano quello che noi siamo. Nel comunicare, noi ci comunichiamo. Le nostre parole svelano chi siamo, anche se non lo vogliamo. E siccome oggi in rete tutto lascia traccia, noi dobbiamo essere attenti a sapere anche che quando ci assumono in un’azienda, ci sono dei, diciamo così, dei “big-data”, dei raccoglitori di dati, che attraverso le nostre parole scolpiscono il nostro curriculum, perché sono le nostre parole che creano il mondo e ci dicono chi siamo. A che cosa assistiamo oggi? Oggi viviamo dei linguaggi vecchi come quelli di molti dei leader sovranisti che utilizzano l’identità religiosa per escludere chi rimane fuori, rivestono il potere di sacro, come faceva Cesare nell’Impero Romano quando diceva «devo a Dio la mia grandezza» e fanno credere che basta il mezzo, il medium, l’oggetto, per testimoniare con la vita il senso e il significato della fede. Invece la dignità umana è riconosciuta solo grazie alle parole che noi ci scambiamo tra uomini e donne, a parole di dialogo, parole di opinione, parole di alleanza, parole di mediazione, di rappresentanza, che poi diventano legge e diventano regole. Per questo la parola democratica è per Havel – fatemelo dire – l’alternativa alla violenza. Alla parola democratica dovremmo essere attenti nello spazio pubblico, perché io posso confutare un’idea, ma non distruggere l’altra persona. Questo è il principio di ogni guerra e tutto questo per Havel da dove parte? Dall’uso delle parole, dall’uso delle parole. C’è una condizione per Havel. Bisogna vincere la menzogna. «Vincere la menzogna per vivere nella verità, parte da me», direbbe Havel. E dice: «La negazione dell’assoluto è il postulato della modernità». E aggiunge: «L’ordine morale è superiore all’ordine legislativo, politico ed economico». Per questo nel suo libro parla di un ortolano a cui non dà il nome, ma questo ortolano è il vero grande dissidente, perché toglie dalla sua vetrina un cartello del regime, che diceva: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. È il primo atto che disinnesca la menzogna. Interrogare la realtà che viviamo è l’inizio di ogni libertà, altrimenti la menzogna, che è un’invenzione della mente, ti fa rimanere schiavo. È questo che ti fa diventare dissidente: sciogliere, domandarsi. Per noi è una piccola cosa, ma per Havel inizia tutto da qui, da una palla di neve che può far nascere una valanga. Dice: «Noi non possiamo calcolare ciò che un fatto nostro può creare nella storia», può cambiarla la storia, ma noi non ci crediamo più, non ci crediamo più. Scrive Havel: «Sotto la superficie tranquilla della vita nella menzogna dorme quindi la sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua segreta apertura alla verità». Sono parole straordinarie. Vive nella menzogna anche chi accoglie passivamente un accadimento, chi non si interroga. Colpiscono alcuni paralleli con la Arendt, su cui io ho voluto costruire una parte del mio libro, che dice, nella sua opera su Le origini del totalitarismo: “Non è il nazista convinto o il comunista convinto il suddito ideale del regime totalitario, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più”. Questo è il punto. Cioè, dice un rapporto di Infosfera, che l’80% di noi italiani non riesce più a distinguere una notizia falsa da una notizia vera. Perché? Perché siamo intrappolati nella menzogna. Non riusciamo più a capire. E Havel dice che sottrarsi alla responsabilità nello spazio politico inizia proprio da questo. Sul rapporto verità e menzogna permettetemi di accennare anche il discernimento ignaziano dei gesuiti. Dice le stesse cose. Ieri il padre generale nostro, padre Sosa, lo ha ben spiegato. Ignazio di Loyola nel 1523 dice che dare nome alla menzogna che ci abita è il principio delle nostre libertà. Il male che cosa fa quando noi lo seguiamo? Ci usa e poi ci accusa. Nel male le scelte vanno dai piaceri ai godimenti, – dice Ignazio di Loyola – veniamo usati e poi accusati e poi sentiamo rimorso a un certo punto. Pensate alla corruzione, alla malavita, al clientelismo, alle varie infedeltà, all’incapacità di autogovernarci. Tutto questo per Havel è vivere nella menzogna. Tutte queste dinamiche che si offrono gratis sono come la droga: per fare effetto hanno bisogno di una dose in più. E quindi che cosa facciamo? Usiamo parole che, come dei narcotici, devono essere sempre più violente per fare effetto. Il bene, invece, costa farlo, però bisogna sceglierlo, ma nel momento che lo si compie che cosa fa? Ti dona tutti quei beni relazionali che il mercato non può darti e che sono l’effetto della Costituzione del bene: la fiducia negli altri, una pace interiore, una serenità, fino ad arrivare a capire anche che cos’è l’amore. C’è poi l’ultima parola: Havel ci chiede di cercare l’anima delle cose e sull’Europa ci chiede di cercare l’anima dell’Europa. Immaginate se non è attuale questo suo insegnamento. Quando è caduto il muro di Berlino, Havel aveva due scelte possibili da vivere. Prima, rimpiangere il vecchio e produrre soluzioni del passato, oppure immaginare, sognare il nuovo. Guardate che se noi siamo qua è per immaginare il nuovo, lo dobbiamo fare tutti insieme. Ciascuno deve chiedersi: «Ma io, nel mio piccolo, quale mattone posso portare per costruire lo spazio pubblico, quello che noi chiamiamo il “bene comune”? Qual è la mia responsabilità?». È da qui che nasce la mia verità. Havel scelse la strada seconda. Scriveva: “Il miglior modo per resistere al totalitarismo è di cacciarlo dalla propria anima”. Questa è la condizione per seguire la verità, che per un credente non è qualcosa che si possiede, ma è Qualcuno che ci possiede e che ci dà la forza di trasformare il potere in servizio. Finisco dicendo questo: cosa dobbiamo fare noi? E che cosa ci lascia lui? Allora la prima dimensione è di non vivere la spensieratezza nichilista che dice “Guidami tu”, perché questa spensieratezza genera i post-totalitarismi e Havel lo aveva previsto. Che cosa lui ci dà come antidoti? Anzitutto di vivere profondamente un’esperienza dialogica con la propria coscienza. Secondo, ritornare a vivere profonde esperienze spirituali. Terzo, aggiungo io, saper abitare il silenzio. Quarto, ricostruire polis parallele. Perché se i totalitarismi sono stati vinti nel Novecento, lo sono stati grazie a piccole comunità pensanti, che hanno immaginato il futuro. Pensate a Mounier nel ’30, De Gasperi negli anni Cinquanta. Quindi tutto ciò che è populismo oggi lo si può combattere con quello che noi chiamiamo popolarismo. Perché il populismo europeo ha le stesse matrici del totalitarismo, se ci pensate: si nega il pluralismo e le minoranze interne, si venerano leader come padri/padroni che appaiono come voci uniche nei media, si esalta il sovranismo, perché se ci chiudiamo ci sentiamo più sicuri. Ignoriamo gli enti intermedi perché il populista non vuole parlare con chi rappresenta altri cittadini. Pensate cosa vuol dire questo per la Chiesa, per gruppi come Comunione e liberazione; si privilegiano forme di democrazia diretta e di votazione online, si forma la pubblica opinione attraverso appelli a emozioni e a credenze personali. Finisco nel dire questo: Havel ricorda anche il dialogo con il trascendente, che ha un orizzonte ampio: tutto quello che noi facciamo di bene rimane per sempre. Lui si pone su questa soglia, oltre la quale per lui non c’è il nulla, ma c’è. E lui dice: “Perché tengo tanto al giudizio finale, potrebbe non importarmi affatto, invece mi importa perché per tutta la vita ho pensato che tutto ciò che accade non può essere cancellato e quindi resta per sempre. L’essere ha una memoria”. Allora per noi che cosa vuol dire questo? La vita politica nel vangelo, per esempio in Luca 10, è muoversi dalla compassione. Havel ce lo ha insegnato. Ed è comune a tutti gli uomini di buona volontà. Un samaritano, nemico della cultura della persona lasciata sul ciglio del cammino, mezza morta, vede quel bisogno, si ferma, si inginocchia e lo cura. Per lui l’altro è vivo, altrimenti se l’altro muore nella cultura diventa un pericolo. Ma c’è di più: le persone morali, quelle che hanno vestito, ospitato, dato da bere, visitato in carcere, etc., nel giudizio finale in Matteo 25 a un certo punto stupite chiedono al Signore: “Ma quando ti abbiamo fatto tutto questo?” e si sentono rispondere: “Ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Ed è questo che noi dobbiamo fare nella memoria di Havel. Grazie.

 

UBALDO CASOTTO:

Grazie veramente padre Occhetta, adesso sono molto ansioso di sentire l’amico Pavel Fischer, che non è l’unico di noi che ha conosciuto Havel, perché alcuni tra i presenti l’hanno incontrato negli anni Ottanta quando si andava a Praga clandestinamente, però è sicuramente quello che l’ha conosciuto meglio e ci ha vissuto e lavorato insieme. Prego Pavel.

 

PAVEL FISCHER:

Grazie. Sono onorato di poter parlare qui a Rimini. Sono persuaso che Havel possa essere fonte di ispirazione anche oggi. Io non parlo italiano, scusate. Grazie per l’invito. Oggi è il ventuno agosto, nel ’68 le speranze di libertà sono andate distrutte, sono state distrutte dai carri armati che sono entrati nel nostro Paese e hanno interrotto quella che è stata definita la primavera di Praga. È iniziato un periodo molto difficile, che è stato successivamente definito normalizzazione. In questo periodo di normalizzazione era molto difficile esprimere la propria opinione, scrivere, creare, partecipare alla vita politica o impegnarsi in società, se non si rientrava sotto quello che era l’ombrello per così dire del partito comunista. È in questo periodo che Václav Havel diventa importante. Havel è sfuggito alla paura, è sfuggito alla trappola della menzogna di questo regime che noi definiamo come un regime totalitario. Che cosa è un regime totalitario? Non sono concessi diritti, nessun diritto. I diritti civici o quelli individuali sono accantonati e messi da parte. La libertà non viene rispettata e altresì viene negata. Possiamo andare anche oltre questo. C’è un tentativo pernicioso di andare a minare quella che è la vita spirituale di ogni singolo, perché i regimi totalitari mirano a disintegrare l’anima o in qualche modo a dissolvere l’anima degli esseri umani. Le persone vengono oppresse e questa oppressione fa sì che veniamo obbligati a mentire, a dissimulare, a attenerci alle regole. Quando avevo sei anni e sono andato a scuola per la prima volta, uscendo da casa, i miei genitori mi ricordo che mi hanno invitato a non parlare a scuola pubblicamente di quello che si diceva in casa. Quindi venivamo obbligati a vivere in un mondo parallelo e a far vedere determinate cose ma poi a casa vivevamo in maniera diversa. Questa scissione in ciascuno di noi era molto dolorosa, perché ci dovevamo nascondere. Non è solo nella storia che osserviamo questo tipo di situazione, assistiamo a questo tipo di fenomeno anche nella società odierna. Ogni volta che i partiti politici o lo stato o il potere o comunque una azienda negano agli individui la possibilità di essere se stessi, facendo questo creano le condizioni dell’oppressione, in cui l’oppressione e la scissione tra sfera pubblica e privata possono prosperare. Quindi le persone non possono più creare, intraprendere nessun tipo di azione, non assumono nessuna iniziativa e non riescono a svolgere nessuna azione, non possono essere attive e non possono essere attori, non possono in qualche modo sostenere cose che secondo loro sono importanti. In questo modo il sistema va a diminuire e a ridurre il loro potenziale e va a ridimensionare, ostruire il potenziale di essere noi stessi i protagonisti della nostra vita. Se ridimensioniamo il potenziale dei cittadini all’azione, riconosceremo solo troppo tardi che in realtà i nani non sono in grado di compiere delle grandi imprese, che nessuna azione importante può essere realizzata da soggetti in miniatura, da persone che sono state private delle loro libertà, delle loro creatività e anche della possibilità di compiere errori. Lo vediamo nell’istruzione, nelle famiglie, nelle nostre comunità e nelle nostre città, ma lo vediamo anche a livello dell’intera nazione. Allora, da dove è arrivata questa ispirazione che Havel ha avuto di agire di conseguenza? E nella società odierna, cosa possiamo fare per rafforzare la resilienza di ciascuno di noi e preservare e mantenere quel potenziale così necessario per la creatività e per la possibilità di essere attori e protagonisti? Anzitutto ad Havel l’ispirazione, probabilmente, è arrivata da Jan Hus, leader spirituale molto importante del XV sec nel nostro Paese. È stato ispirato dal vangelo e ha invitato la sua comunità a seguire la verità, a seguire e a condurre una vita ispirata alla verità e quindi in questo modo a mettere in discussione l’autorità ufficiale. Possiamo anche parlare di Tomáš Masaryk, che è stato il primo presidente dopo il 1918 della ex Cecoslovacchia. Anch’egli parlò di una vita che doveva essere vissuta e improntata ai principi della verità. Possiamo anche parlare di un filosofo, Jan Patočka, personalità straordinaria. Il regime totalitario non voleva che insegnasse e quindi è stato costretto a vivere in una polis parallela e quindi a dare lezioni a casa ed è stato uno dei primi relatori della Carta ’77. Patočka era il portavoce della Carta ’77 e per questo motivo è stato il primo a essere punito. In realtà era già vecchio, aveva settanta anni ed era molto malato. In uno degli interrogatori, la polizia, i funzionari, lo stato, l’amministrazione sotto il regime comunista, hanno fatto una registrazione ufficiale dell’interrogatorio e hanno inserito degli errori: si vede chiaramente che il funzionario incaricato ha commesso degli errori per cercare di spiegare quale fosse la spiegazione di Patočka. E qui venne immediata la reazione di Patočka, che avrebbe potuto tranquillamente dire: «Lasciatemi in pace». E infatti il poliziotto, durante l’interrogatorio, gli chiese: «Professore perché fa questo? Perché agisce a favore della Carta ’77, perché protesta? Alla sua età e nel suo stato di salute ha bisogno di fare questo?». E la replica di Patočka è stata: «Se non lo faccio io, se non mi impegno io, chi lo farà, se non io, chi?». Quindi il messaggio è stato questo: che neanche in una situazione molto difficile, in un momento di condizioni private particolari, di salute particolari, ci si può tirare indietro. Patočka disse «no, chi altro dovrebbe farlo? Sono io che devo farlo per il futuro del mio paese». Pochi giorni dopo Patočka morì, sfinito dagli interrogatori. Veniamo ai giorni di oggi. Per modificare la nostra società, per modificare e cambiare il potere laddove è necessario, per organizzare la cosiddetta cosa pubblica, che cosa possiamo fare? Magari come Patočka potremmo dire «chi altro potrebbe farlo?». Magari ci troviamo in una situazione in cui possiamo davvero osare ed agire di conseguenza, possiamo fare spazio ad iniziative, possiamo creare spazio per il coinvolgimento, possiamo lavorare per ispirare il pluralismo e per fornire a ciascuno di noi quella esperienza legata al fatto che abbiamo potere. Ciascuno di noi ha il diritto di agire e una parola di verità può cambiare il mondo intero. E facendo in questo modo possiamo ricostruire il tessuto sociale. Ieri ho visitato la mostra e davvero sono rimasto impressionato. Non dal testo, non dalle foto, sono stato impressionato da voi, perché c’erano tantissime persone a visitare la mostra, accompagnate sempre da una guida giovane e ho avuto degli scambi con la guida e mi sono reso conto di quanto profondamente le guide fossero esse stesse ispirate dagli altri. Quindi questa idea che noi possiamo cambiare il mondo, per me è stata l’esperienza che mi porterò a casa da Rimini. Lo stesso Havel sarebbe rimasto impressionato. Lo stesso Havel resterebbe impressionato perché era una persona davvero curiosa. Semplicemente proverebbe a vedere ciò che sta succedendo dietro le quinte, proverebbe a vedere se le persone sono davvero interessate. Di fatto lo sono, sono presenti, lo sono davvero. Credo che Havel potrebbe essere fonte di ispirazione per noi anche oggi: anche se ci sentiamo senza potere possiamo come lui agire. Grazie tante per avermi invitato qui a Rimini. Grazie.

 

UBALDO CASOTTO:

Grazie. Io adesso avrei mille domande, ne farò solo una a testa per chiudere in orario il nostro incontro. A padre Occhetta chiedo: Havel non era cattolico. A me ha impressionato molto il suo rapporto con il cattolicesimo, con la Chiesa e la onestà umana con cui parlava, al punto che sembrava si fosse convertito. La conversione è un cambiamento per cui uno riconosce che Cristo è il figlio di Dio, e questo passo Havel non l’ha fatto. Però aveva un rapporto di amicizia profonda con molti cattolici conosciuti in carcere, come Zverina, questo grandissimo teologo, Duka che è l’attuale cardinale di Praga, Patočka che era cattolico, e che gli ha dato l’idea della polis parallela. Zverina, ci tengo a citarlo, è stato molto importante per Havel, tant’è che lui nella piana di Letná, nella manifestazione finale della rivoluzione di velluto, davanti a mezzo milione di persone, diede la parola proprio a Zverina che lo chiamava il nostro Solgenitsin, parlava di Havel il nostro Solgenitsin. Zverina è diventato famoso e molto caro a molti di noi per una lettera che scrisse nel 1970 ai cristiani d’occidente, in cui diceva «voi siete molto bravi, siete molto intellettuali, siete molto intelligenti, siete molto d’esempio per noi cristiani nella sofferenza dell’Est, ma avete un problema, vi siete conformati alla mentalità di questo mondo». E aggiunge: «Vi si distingue, in questo vostro conformarvi, perché lo fate sempre in ritardo, arrivate sempre un passo dopo, mentre dovreste rileggere San Paolo quando dice, non confermatevi alla mentalità di questo secolo. Ecco questa è la chiesa». E ancora: «Perché questo è il principio di una nuova vita, di una nuova mentalità, quindi di una nuova cultura, quindi di una nuova politica». È quello che tutti e due dicevate, la polis parallela, che ricorda molto la città di Dio, no? È un’altra vita e quindi un’altra cultura. Ecco qui io mi permetto di chiederti, visto che sei interessato direttamente a questo oggetto, che reazione hai di fronte a questo suo rapporto con la chiesa e a questo tipo di chiesa che lui ha conosciuto?

 

FRANCESCO OCCHETTA:

Brevemente vorrei dire che cosa è stato Havel per me avendolo riletto. È stato una provocazione per la mia fede, perché quando lui ha incontrato Giovanni Paolo II, questa è l’unica cosa che non hai citato, da presidente, Giovanni Paolo II gli dice «ma tu sai cos’è un miracolo?». E il miracolo cos’era per Giovanni Paolo II? La sua vita e soprattutto la radice della sua dissidenza, che partiva dalla coerenza del dialogo che lui aveva con la coscienza, per cui per me Havel è un ritorno forte alla vita morale, nell’ascolto delle voci che abitano la nostra coscienza, che ci dicono quale poter scegliere per vivere coerentemente. La dissidenza costruisce il bene, la menzogna ti fa rimanere nel male, questo è lo schema. Cosa ha provocato poi a me? E chiudo. Persone come lui che dicono di non avere fede, ci fanno fare il punto su come noi viviamo il rapporto fede giustizia nella nostra fede davanti al Vangelo. Perché? Perché se noi esasperiamo la prima dimensione, la fede, e neghiamo la seconda, la nostra vita diventa culto; se noi esasperiamo la seconda, la giustizia, e facciamo finta di niente sulla prima, la nostra vita diventa ideologica. E invece la sfida è tenere questi due polmoni che fanno respirare le intenzionalità delle nostre azioni. Noi abbiamo bisogno di forte speranza per vivere. E che cosa ce la dà? La parola. Ma non la mia parola, perché io non sono sorgivo di una parola ma io devo scegliere da chi farmi abitare. E allora ciascuno diventa le parole che ascolta, e se noi ci nutriamo di parole anche laiche che sono però in coscienza mature, sono parole di Dio anche quelle. Ultima cosa, la coscienza è un dialogo interiore, bisogna però fare esperienza e noi dovremmo riportare i giovani a vivere l’esperienza davanti alla propria coscienza, che è una esperienza anche pratica. Non possiamo teorizzarla, non è razionale ma è affettiva. È così che possiamo riscaldare la nostra vita e questa noi la chiamiamo fede. E tutto questo è Havel per me. edp

 

UBALDO CASOTTO:

È interessantissima questa cosa sulla quale insisteva padre Occhetta sulla coscienza, perché Havel, non vi anticipo cose che troverete nella mostra, aveva una idea di coscienza molto diversa dalla idea di coscienza della modernità. Per lui la coscienza non è il luogo dove uno parla con se stesso e si risolve le cose da solo. La coscienza è quella cosa per cui tu prendi una decisione, fai una cosa, quando sei da solo, ma ti senti osservato da un altro. Per lui la coscienza è un rapporto con l’altro, non è il solipsismo della modernità. Io volevo leggerti questa frase, Pavel, perché quella cosa che hai detto di Patočka mi ha impressionato, perché è la stessa cosa che ha convinto Havel o per lo meno così ho capito io, ad accettare di fare il presidente della Repubblica. Havel dice: «Io ho sempre fatto il dissidente, perché obbligato dalle circostanze, ma volevo fare il drammaturgo, l’unica vera decisione di cambiamento reale nella mia vita è stato quando ho dovuto accettare di fare politica, il politicante, cioè di entrare in un ruolo istituzionale. Non lo volevo fare, era un rospo che non volevo ingoiare, ma lì mi sono ricordato di Patočka che diceva che la vera prova dell’uomo non sta nel come egli svolge il ruolo che si è ideato, ma come svolge il ruolo che gli è stato assegnato dal destino». Allora ti volevo chiedere due cose a riguardo di questo. Uno che cosa era la responsabilità per Havel. Lui insiste molto su questo: l’uomo è la sua responsabilità. E secondo: nel vivere questo che cosa è la speranza? Lui dice che la speranza è diversa dall’ottimismo, è un’altra cosa dall’ottimismo. Prego.

 

PAVEL FISCHER:

Grazie. Sono davvero commosso del fatto di poter parlare di un uomo che è stato il mio capo per così dire, è stato fonte di ispirazione per così tante persone. Ieri ho parlato come vi dicevo con le guide giovani della mostra e mi hanno raccontato quali elementi degli insegnamenti di Havel li hanno ispirati, per esempio l’economia, la responsabilità, la speranza, l’Europa. Io ero davvero impressionato che questa ispirazione che io sentivo così forte dentro di me, in realtà fosse stata trasmessa anche a loro. Per tornare alla tua domanda. La responsabilità. Rispondere significa reagire, la risposta è una qualche forma di replica, di risposta ad un invito, ad una situazione, ad una condizione all’interno della quale ci troviamo e nella quale dobbiamo rimanere. Dobbiamo pregare e cercare di capire qual è la capacità che abbiamo per reagire a questa situazione. Per Havel la responsabilità è una reazione, è una replica. È una reazione a qualcuno o a qualcosa che viene a noi. E per Havel la responsabilità non era semplicemente una reazione alle richieste pubbliche, alle richieste per esempio dei suoi amici ma anche alle richieste che vengono dall’alto, quindi c’è anche una componente, una motivazione metafisica della responsabilità. E con questo essere metafisico lui continua a dialogare. È in realtà una relazione molto intensa e viva. La responsabilità si basa su questo dialogo con l’essere. Poi il secondo punto: la speranza. Per lui speranza è non solo una visione ottimista del mondo, si tratta di un qualcosa che va oltre indipendentemente dall’eventuale successo che si possa raggiungere alla fine o della situazione nella quale ci troviamo. L’unica cosa che appunto determina il successo e la sensatezza di quello che facciamo e che ci apre al futuro è la speranza, per Havel. Quindi non è garanzia del fatto che le cose andranno a finire bene, non è garanzia del fatto che saremo felici, è semplicemente un atteggiamento, una convinzione del fatto che le cose abbiano senso. La speranza non equivale all’ottimismo, ma è la convinzione che le cose che facciamo, che le nostre azioni abbiano senso, grazie.

 

UBALDO CASOTTO:

Grazie, grazie veramente. Volevo solo raccogliere un invito, una frase che lui ha detto, quando dice che il compito è quello di ricostruire un soggetto, un soggetto umano. Havel diceva che bisogna ripartire dall’io, quindi devo ricominciare io e quando ricomincio, scopro che non sono il primo che lo ha fatto e soprattutto che non sono da solo, che ci sono molti altri con cui ci si può mettere insieme in questa compagnia. Bisogna ricostruire un soggetto umano e sociale, perché come diceva Pavel, «i nani non sono in grado di fare grandi imprese». Grazie.

Due avvisi veloci, il primo visitate la mostra, vi prego. Il secondo è importantissimo perché è quello che ci permette di incontrare personalità come queste. Il meeting da quarant’anni vive della gratuità dei volontari, vive della gratuità di chi lo organizza, vive della nostra gratuità, vive delle nostre offerte. E troverete delle postazioni con sopra scritto “dona ora” e solo in quelle postazioni non in altre potete fare la vostra offerta, perché la vostra esperienza possa continuare. Arrivederci.

Traduzione non rivista dai relatori

 

190821 Diritti doveri europa

Data

21 Agosto 2019

Ora

11:30

Edizione

2019

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri