CRISTIANI PERSEGUITATI - Meeting di Rimini
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CRISTIANI PERSEGUITATI

Partecipano: Staffan De Mistura, Inviato Speciale delle Nazioni Unite in Iraq; Joseph Kassab, Direttore Esecutivo Federazione Caldea in America; Mario Mauro, Presidente dei Deputati del Popolo della Libertà al Parlamento Europeo. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Era, l’applauso con cui avete accolto questi nostri amici ospiti di questa sera, un applauso di amicizia e di partecipazione. Questa sera quello di cui vogliamo parlare, quello che vogliamo approfondire è un tema dei più gravi, tra i più difficili, tra più tragici di questi nostri tempi: è il tema della persecuzione dei Cristiani in tante aree del mondo. Esso si inserisce nella lunga storia del Meeting, che da sempre ha voluto raccogliere il grido di aiuto che viene da tante parti del mondo, dai nostri fratelli cristiani in particolare. Negli ultimi anni, la situazione di tanti nostri fratellini, di tante chiese, di tante minoranze si è aggravata, non so se si può dire che diventa di tempo in tempo sempre più grave. Forse dovremmo cercare di capire questa cosa stasera e cercheremo di capire da dove viene, da dove viene questa situazione, perché c’è e rendere più chiara la nostra conoscenza di quello che accade a tanti dei nostri fratelli, è perché la nostra testimonianza, la nostra vicinanza a loro sia più forte, più chiara, più operosa, più coraggiosa. Allora vorrei presentare i relatori di questa sera. Parleremo molto di Iraq, perché abbiamo qui con noi Joseph Kassab, il direttore leader della Federazione caldea negli USA. E’ un iracheno che vive negli Stati Uniti da molti anni, è un biologo non solo dal lato di studioso ma anche dal lato business, ha infatti una società che lavora ed opera nel settore delle nanotecnologie ma da molti anni la sua vocazione, la sua professione, cosi almeno ho interpretato io, la sua vocazione è quella della difesa strenua, coraggiosa, a tutto campo, in tutto il mondo, della sorte dei Cristiani in Iraq, che noi sappiamo essere una sorte molto difficile, molto amara in questi ultimi anni. Alla mia sinistra invece c’è l’ambasciatore Staffan De Mistura, che è un grande tradizionale amico del Meeting, molti di voi lo ricorderanno in altre occasioni. E’ difficile riassumere la sua vita, mi ha raccontato oggi che la sua vocazione, il suo scopo è quello di dare fastidio, di rompere le scatole alla guerra; è nato cosi il suo impegno in tutto il mondo, da sempre lavora nel campo della diplomazia, ha ricoperto numerosissimi incarichi nel campo delle Nazioni Unite in Italia e all’estero ed è reduce da una intensissima, e difficile credo, molto impegnativa missione come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Iraq. Non so possiamo dirlo, tra pochi giorni cambia la sua sede di ufficio a Roma per il World food program, che è un’altra importantissima agenzia delle Nazioni Unite, il Programma alimentare mondiale, dalla quale continua a occuparsi dell’emergenza. Una vita nell’ emergenza. In fine Mario Mauro, che conoscete tutti, abbiamo iniziato il Meeting domenica scorsa e facciamo coppia fissa e quindi in qualche modo ci avviamo alla conclusione di questa nostra settimana. Mario è stato vice presidente del Parlamento europeo, nella nuova legislatura del Parlamento europeo è vicepresidente del gruppo italiano del Pdl e da un anno ricopre un incarico speciale, assegnatoli in sede internazionale, come rappresentante speciale della presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, per occuparsi proprio della difesa diritti dei cristiani nel mondo e in particolare nei 57 paesi che compongono questo importante organismo. Bene, incominciamo, la parola va subito a Joseph Kassab, parlerà in inglese, in questa sala c’è stato qualche problema di audio ma speriamo che vada tutto bene. Vorrei solo dirvi anche, lui ci teneva molto, non è abituale per noi del Meeting, che concluderà il suo intervento iniziale recitando la preghiera del Padre Nostro in aramaico, che è la lingua parlata da questa comunità, dalla comunità caldea in Iraq, che è anche la lingua che parlava Gesù. E quindi in qualche modo abbiamo fatto una eccezione alle abitudini del Meeting, perché è un riconoscimento, è anche un atto di vicinanza e di amore a questi nostri fratelli. Prego Joseph con il suo intervento. Grazie.

JOSEPH KASSAB:
Grazie mille signor Fontolan, sono molto lieto di esser qui con questi ospiti cosi importanti. Vorrei ringraziare il Meeting di Rimini per aver organizzato questo momento cosi prestigioso e naturalmente per avermi invitato a parlare sulla tragedia dei cristiani iracheni. Cominciamo innanzitutto, dicendo che è importante che capiamo qual è la tragedia che colpisce i cristiani iracheni ma soprattutto è importante capire qual è la situazione dei cristiani nel medio oriente. Proprio la dove è nato, il cristianesimo è in una situazione in cui rischia di estinguersi. I cristiani del medio oriente sono una delle vittime meno note degli eventi destabilizzanti degli ultimi due secoli. Con una perdita senza precedenti di cristiani, questa comunità religiosa è alle prese con una serie di profondi cambiamenti globali. Ci sono un miliardo e settecento milioni di cristiani che costituiscono la più grande religione del mondo, superando molte religioni note come il buddismo, l’induismo e l’islam. La conquista mussulmana del VII secolo ha fatto sì che la popolazione dominante diventasse impotente. Fino al primo avvento dell’islam cerano più di 17 milioni di cristiani nella regione, di cui 9 milioni in Iraq, 4 in Siria, 2 e mezzo in Egitto e circa due milioni in tutti i paesi nella penisola araba. Nel XII secolo i crociati misero i cristiani in una situazione molto difficile, perché dovevano scegliere tra i propri correligionari e i loro compatrioti. Le crociate provocarono un forte declino del cristianesimo, la popolazione cristiana diminuì notevolmente anche nel periodo della conquista ottomana, durante il XVI secolo, poi ci fu un’ascesa e un declino di questi cristiani a causa delle invasioni di diversi imperi, sia autoctoni che esterni. Oggi ci sono meno di 10 milioni di cristiani nei paesi arabi. I Caldei, gli Assiri, i Caldei della Mesopotania e dell’Iraq, i Maroniti del Libano, i Copti dell’Egitto, i Siriaci della Siria, i Greci ortodossi, e poi gli Armeni della diaspora, alcuni dei membri delle tribù del Sudan meridionale e i latini cattolici in Giordania. Si teme che la popolazione cristiana in questa regione possa scendere al di sotto dei 5 milioni entro la fine del 2025. Questo crollo potrebbe accelerarsi, portando all’estinzione del cristianesimo la dove è nato. Ma di cosa hanno paura i cristiani del Medio Oriente? L’eredità della discriminazione dei cristiani ha visto il suo culmine in una serie di scontri sanguinari, negli ultimi secoli, che hanno allargato la frattura fra mussulmani e cristiani, portando una segregazione religiosa e naturalmente seminando la paura tra i cristiani. Vista l’assenza dello stato di diritto, i cristiani della regione temono la superiorità delle altre religioni, in molti casi i cristiani temono che la superiorità delle altre regioni faccia sì che i mussulmani li associno all’occidente e quindi si sentono molto vulnerabili quando scoppiano crisi istituzionali. Proprio quando la rabbia degli islamici si è rivolta appunto contro i cristiani, molti sono rimasti particolarmente colpiti e temono appunto di essere vittime della rabbia. Un altro problema è che l’occidente tollera maggiormente differenze di culto rispetto a quelle razziali, mentre nel mondo mussulmano c’è maggior tendenza a tollerare differenze di razza e di colore ma si discrimina la religione. Inoltre nel Medio Oriente si dà molta importanza non soltanto al credo delle persone ma anche alla loro identità personale, cosa che di per sé ha avuto un forte impatto sociale sulla regione. Questo ha naturalmente distanziato i gruppi etnici ed esacerbato le tensioni, portando ad alcuni leader della chiesa a temere che la vita dei cristiani nella zona fosse messa in pericolo e le chiese si svuotassero. Per semplificare, si può dire che i cristiani iracheni sono siriaci, assiri, caldei, i cui antenati risalgono alla antica Mesopotamia, la terra fra i fiumi Tigri ed Eufrate, che attualmente è l’Iraq. Le loro origini risalgono a millenni prima della nascita di Cristo. Quando si chiede loro quali sono le loro origini, dicono di essere la culla della civiltà, progenitori delle religioni monoteistiche più importanti del mondo, il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Il loro aspetto più distintivo, che li distingue dalle culture confinanti e dagli altri gruppi etnici, è la lingua, che parlavano già secoli prima dell’avvento di Cristo, e cioè l’aramaico, la lingua che Gesù Cristo parlava. Quando Gesù incaricò gli apostoli di diffondere il Verbo, l’apostolo Tommaso e Taddeo con i discepoli Mar Addai e Mar Mari si avventurarono da Gerusalemme alla Mesopotamia e i discendenti delle due nazioni, Assiria del nord e Caldea del sud, cioè Babilonia, aggiunsero ai propri nomi la definizione di Cristiano. Poi c’è la fondazione della chiesa di oriente che appunto raggruppava entrambi i gruppi. Giovanni Paolo II, facendo riferimento ai cristiani iracheni, disse una volta che grazie all’apostolo Tommaso e Taddeo “voi siete gli eredi spirituali di Cristo”. L’oppressione dei Cristiani in Iraq cominciò quando gli arabi mussulmani occuparono il paese nel settimo secolo. Essi applicavano una metodologia molto semplice: chi non si convertiva all’islam era costretto a pagare ingenti tasse o doveva affrontare persecuzioni. Per diversi secoli la partecipazioni dei cristiani iracheni alla vita politica fu osteggiata, i cristiani non potevano essere governatori, direttori nei ministeri iracheni, non avevano l’incarico di ambasciatori, anche se alcuni avevano un posto di lavoro come assistenti, perché il loro alto livello di istruzione, la loro esposizione alla cultura occidentale erano considerati importanti. Per quanto riguarda la storia più moderna, il primo genocidio del XX secolo è cominciato il 24 aprile 1915, vicino all’Iraq, in Turchia. Nel 1918, 2 miliardi e 650mila cristiani, tra cui 750mila assiri e caldei, 1 milione e mezzo di armeni e 400mila greci era stati uccisi dall’impero ottomano. Questo genocidio i cristiani lo chiamavano "seyfo" che significa spada. Nel 1933, con il massacro di Simmele nell’Iraq del nord, morirono 3000 cristiani per mano dell’ esercito iracheno. Fu la prima atrocità commessa dalla nuova nazione irachena che si era emancipata dalla Gran Bretagna nel 1932. L’islamizzazione prese piede e nel corso dei secoli furono moltissimi i cristiani a convertirsi all’islam, costretti con la forza o per ragioni economiche. Le comunità che rimasero intatte erano quelle che si trovavano nelle zone di montagna. Attualmente i cristiani iracheni continuano a seguire persecuzioni. Saddam aveva nazionalizzato le loro istituzioni e i seminaristi erano stati chiamati a combatte guerre ingiuste. Proibì anche che i neonati cristiani ricevessero nomi biblici. Le forze internazionali della coalizione che sono entrate nel 2003 non hanno messo fine alle lotte dei cristiani autoctoni. Sotto gli occhi del governo democratico e del governo iracheno recentemente insediato, i cristiani hanno continuato a subire persecuzioni. Prima del 2003 si stimava che un miliardo e 400mila cristiani vivessero in Iraq, nel 2009 questi sono diminuiti moltissimo. Questo enorme esodo di massa ha fatto sì che i cristiani in Iraq siano diminuiti notevolmente, essi non hanno nessuna intenzione di ritornare nel proprio paese, come è stato riferito dalla UNHCR Iraq Support Unit, l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Nonostante il perdurare della crisi la comunità internazionale, in particolare Stati Uniti e Unione Europea, non sono mai riusciti a ideare una politica globale volta ad arrestare questa grave persecuzione etnica e religiosa, mentre il Vaticano ha chiesto a gran voce che ci sia un tutela dei cristiani in Iraq. Papa Benedetto ha lanciato un appello al mondo, affinché si faccia uno sforzo per tutelare la comunità cristiana irachena. Nel discorso rivolto ai capi religiosi mussulmani il 9 maggio 2009, Papa Benedetto ha chiesto alla comunità internazionale e ai leader politici e religiosi locali di garantire ai cristiani iracheni il diritto a una coabitazione pacifica con gli altri iracheni. In un’altra dichiarazione il Pontefice ha detto che i rapporti fra cristiani e mussulmani sono stati talvolta “incerti” ma i cristiani che hanno sempre vissuto in Iraq sono cittadini a pieno diritto e godono degli stessi diritti e degli stessi doveri di qualsiasi altro cittadino indipendentemente dal loro credo. Anche questo mese, un importante funzionario del Vaticano, l’Arcivescovo Fernando Filoni, ha detto che la scomparsa del cristianesimo dall’Iraq sarà un enorme perdita religiosa e culturale per tutti. E ha anche detto che se i cristiani continueranno ad emigrare, presto perderanno la propria lingua, la propria cultura e la propria identità e questo potrebbe portare all’estinzione di questi antichi cristiani. Dopo aver visitato l’Iraq nel 2008, la commissione degli Stati Uniti per la libertà di culto internazionale ha stilato una raccomandazione al presidente degli Usa affinché designasse l’Iraq come paese di particolare interesse, ai sensi della legge internazionale sulla libertà di credo del 1998, in ragione del perdurare di gravi violazioni della libertà di culto in quel paese. Dobbiamo capire che la perdita, la scomparsa dei cristiani in Iraq sarebbe una perdita anche per i musulmani. I cristiani possono portare un contributo di moderazione, possono aiutare i musulmani ad aprirsi ed accettare un mondo di maggiore pluralismo e diversità, come ha detto l’Arcivescovo Sako, un importante membro del sinodo episcopale Caldeo. Nel sinodo Caldeo il vescovo Serhad Jammo ha detto che i diritti istituzionali e di uguaglianza non sono stati riconosciuti ai cristiani iracheni ed è per questo motivo che non vogliono rimpatriare e continuano a cercare di emigrare verso l’occidente. Purtroppo il governo iracheno non ha fatto abbastanza per proteggere i cristiani. Questa comunità costituisce una parte integrante dell’Iraq e riflette l’importanza del paese che come molti altri paesi arabi può diventare un paese dove possono coesistere in pace e armonia diversi gruppi etnici e religiosi. I musulmani sono intimati dal Corano a rispettare e amare i seguaci del cristianesimo. Queste parole sono però rimaste lettera morta, in quanto non vengono applicate. E’ responsabilità degli arabi musulmani garantire che i cristiani e la loro religione restino nella propria patria con la stessa dignità e godendo gli stessi diritti di ciascun altro cittadino. Adesso vi parlerò di alcune delle atrocità che sono state commesse contro i cristiani nel nuovo Iraq: un bambino di due mesi è stato rapito, decapitato, arrostito e poi restituito ai genitori; giovani cristiani sono stati crocefissi pubblicamente e poi sono stati bruciati; il quattordicenne Ayad è stato considerato uno sporco peccatore cristiano ed è stato decapitato. È stato riferito che una ventiquattrenne, Rita, irachena, è stata rapita a Baghdad per 5 giorni, è stata stuprata, seviziata proprio perché era cristiana. “Mi hanno detto che dovevo diventare mussulmana, io ho detto di no, ho pregato Dio che mi facesse morire cristiana”, ha detto alla propria famiglia che ha dovuto pagare un riscatto di 15000 dollari perché fosse rilasciata. Nel 2008, quando ho visitato l’Iraq, volevo andare a trovare un caro amico un 65enne, l’Arcivescovo Paulos Faraj Rahho, ma ho scoperto che era stato rapito dagli estremisti e poi era stato brutalmente assassinato e quindi purtroppo ho dovuto partecipare al suo funerale. Padre Paulos Iskander è stato rapito, decapitato e smembrato, cinque preti sono stati rapiti e liberati soltanto dietro pagamento di un riscatto. Altri cinque preti e tre diaconi sono stati assassinati. Fino ad ora 59 chiese sono state assaltate o bombardate a partire dal giugno 2004 e almeno 100 ragazze sono state rapite e violentate, alcune di loro poi si sono suicidate. Donne cristiane che non portavano il velo sono state sfigurate con l’acido. Sono state prese di mira anche le aziende cristiane, il 95% dei negozi di alcolici sono stati assaltati, vandalizzati o bombardati. 500 negozi di proprietà dei cristiani a Dora sono stati bruciati nel giro di una notte, interi quartieri cristiani sono stati svuotati e le loro proprietà illegalmente espropriate da sciiti e sunniti. Mentre i mussulmani protestano perché un mussulmano è stato ucciso in Europa, non dicono niente di quello che succede a centinaia di migliaia di cristiani in Iraq o al popolo del Darfur o ai Copti in Egitto. Grazie. Adesso vorrei che si recitasse una preghiera, il Padre nostro, in aramaico, la lingua che parlava Gesù Cristo e vorrei che la si dedicasse alla chiesa perseguitata dall’Iraq.

ROBERTO FONTOLAN:
È stato veramente emozionante, abbiamo sentito questa testimonianza con un emozione profonda. Vorrei chiedere oggi all’ambasciatore De Mistura di raccontarci questa vicenda irachena che lei ha vissuto così intensamente in questi ultimi anni. Grazie

STAFFAN DE MISTURA:
Sono felice di essere qui, il mio primo incontro italiano, a parte il G8 in luglio, da quando sono tornato dall’Iraq. Ho passato gli ultimi due anni in Iraq come inviato speciale del segretariato generale. Sono stati due anni difficili, due anni particolarmente difficili, perché tutto quello che avete sentito avveniva a volte non lontano da dove stavamo, davanti ai nostri occhi e non avveniva soltanto ai cristiani, purtroppo. Lì i numeri sono addirittura molto maggiori di quelli che avete sentito. Allo stesso tempo sono felice di essere stato lì e un mio amico, Sergio Mela, è morto a Baghdad, 28 dei miei colleghi sono morti lì e quando mi fu chiesto di tornare in Iraq per rilanciare l’iniziativa dell’Onu, io francamente ho sentito il bisogno, come 354 dei miei colleghi, di tornare, proprio per dimostrare che non si molla. Ma chi non ha veramente mollato sono gli iracheni ed è stato un po’ l’elemento che ci ha aiutato. Io, prima di andare in Iraq, ho vissuto e lavorato 38 anni in missioni di guerra in Bosnia, Afghanistan, Somalia, Sudan, in Iraq quattro volte, questa è la 5° volta e ho visto le comunità cristiane ed altre minoranze spesso diventare in fondo il capro espiatorio. Dicevo proprio a lei, oggi, quando mi ha chiesto per quale motivo sono entrato all’Onu, che avevo 17 anni – non sono entrato a 17 anni, ma avevo 17 anni e lo stimolo …e veramente volevo fare il pompiere e quindi in fondo non è molto lontano – e che lo stimolo fu un viaggio a Cipro, mentre accompagnavo come volontario un funzionario del Programma alimentare mondiale che andava a vedere la zona tra Turchi e Greci. Per la prima volta in vita mia vidi, a 17 anni, qualcuno morire davanti ai miei occhi – io non ho neanche visto appunto mio nonno a quella età morire – morire davanti a miei occhi colpito da una pallottola. Era un ragazzo, forse di 9 o 10 anni, ed era, non so se era Turco o Greco, ma per me erano identici, avevano tutti gli stessi baffi, bevevano lo stesso caffè, che chiamavano Turco o Greco. Era inconcepibile che si dovesse sparare a dei civili, utilizzando, in quel caso, un’altra minoranza, i più deboli, i civili ed i bambini come strumento di conflitto tra l’uno e l’altro. E basandomi sulla mia fede cristiana, ho voluto, in qualche maniera, trasformare il pompiere in un pompiere internazionale. Questo è il motivo per cui tornando in Iraq è stato molto difficile mantenere una certa oggettività di fronte a quello che avete sentito e quindi cercherò di metterlo in un certo contesto, se mi permetti. Il primo contesto è… guardate, ci sono stati alcuni momenti in cui dovevo veramente fare uno sforzo per essere ONU e non essere semplicemente il mio passato, il mio presente. Il primo contesto… è vero, i cristiani hanno sofferto e soffrono in Iraq, ed è vero che sono anche una grande comunità, grande soprattutto per quello che hanno contribuito e contribuiscono in quel paese. Sono una comunità antica, avete sentito, la lingua di Gesù Cristo, quella che abbiamo sentito nel Pater Noster in Aramaico. Sono forse state le comunità più antiche, rimaste autentiche, della cristianità del Medio-oriente, hanno contribuito alla cultura, contribuiscono oggi in maniera rilevante ancora in tutto quello che è l’intellighentija. Non dimentichiamo, il ministro degli esteri di Saddam Hussein, Tarek Aziz, era cristiano. Quindi lo stesso Saddam Hussein, con tutto il suo orrore…. io l’ho incontrato purtroppo due volte e posso confermarvi che era un personaggio da non incontrare, ma era il mio lavoro. Si incontrano per lavoro, soprattutto con l’ONU, non coloro con i quali sei d’accordo, ma devi cercare di convincere ad essere diversi quelli con i quali non andresti a cena. Purtroppo io ho incontrato vari dittatori e Saddam Hussein aveva comunque il pragmatismo di rendersi conto che Terek Aziz era cristiano ma era molto abile nell’essere un ministro degli esteri, per quello che riguarda lo scopo di Saddam. Ora i cristiani, dopo la fine del regime di Saddam Hussein, furono penalizzati è vero, sono stati fortemente penalizzati perché venivano considerati in qualche maniera vicini, ingiustamente, a Saddam Hussein, semplicemente perché i cristiani hanno sempre fatto il loro lavoro e facendo il loro lavoro erano utili comunque al sostegno della cultura, dell’accademia, dell’università, degli ospedali, delle scuole. Ora quello che sta avvenendo recentemente è invece molto diverso. Va detta una cosa prima di tutto: bravissimo l’interprete ma ha fatto qualche piccolo errore, li facciamo tutti, quando parlava di Islamici non si riferiva agli islamici, si riferiva ai fondamentalisti islamici, ad Al Qaeda; chiamiamola per nome, quelli che hanno ucciso il mio amico Sergio, quelli che hanno ucciso tante altre persone da Madrid fino a Bali e che hanno continuato ad uccidere moltissimi mussulmani. Gli ultimi quaranta giorni, guardavo gli ultimi incidenti, abbiamo avuto più di trecento morti, di questi dodici cristiani, tutti gli altri sciiti, per buona parte turcomanni e di altre minoranze che sono delle piccole minoranze sciite le cui credenze risalgono all’arcangelo Gabriele, pensate quanto antica è questa piccola minoranza, credono di essere i discendenti dell’arcangelo Gabriele e come tali considerati blasfemi, ovviamente dai fondamentalisti islamici, che sono in questo caso Al Qaeda. I Sunniti e gli Sciiti sono ambedue vittime del terrorismo di Al Qaeda, la prova, quando arrivai la seconda volta in Iraq, fu l’esplosione della moschea di Samara, la Moschea d’oro degli Sciiti, opera di Al Qaeda. E cosa produsse? Il ping pong di violenza tra l’una e l’altra etnia, tra Sunniti e Sciiti che si accusavano a vicenda di avere contribuito a questo misfatto, ma era proprio quello che voleva Al Qaeda. Parliamo di più di 50 chiese, bene, ma ben 73 moschee furono distrutte e questo solo per ribadire che non voglio credere e non credo che gli Iracheni, siano Islamici o non Islamici, Sunniti o Sciiti, o Curdi, che sono Islamici che proteggono i cristiani nel nord, siano anticristiani. Anzi io ho parlato più volte con il Presidente del Consiglio Malik, che mi ha chiaramente indicato che lui farà di tutto e fa di tutto, ma anche lui non riesce a proteggere i suoi da questi orrori che avvengono nei confronti dei correligionari. Ora dove siamo attualmente? Siamo in una situazione un po’ particolare, nel senso che le minoranze, in Iraq, vengono utilizzate proprio perché sono deboli, per poter in qualche maniera creare un senso di instabilità nell’Iraq e tramite questo dimostrare che il governo non ce la fa a mantenere la situazione. Forse per produrre anche una reazione internazionale, dimostrando che l’Iraq non ce la farà mai. Mentre invece i cristiani, queste sono parole di Malik non le mie, che ha detto quando sono andato, perché sono andato due volte, a protestare quando ci furono degli attentati ai cristiani, l’anno scorso in particolare, poi recentemente in alcune Chiese a Baghdad, sempre fatti da Al Qaeda: “Per noi i cristiani sono come un pezzo del mosaico, e il mosaico ha un significato quando tutte le pietre sono lì e le pietre del mosaico dei cristiani e di altre minoranze storiche, sono parte integrale del nostro mosaico”. Io gli credo. Ora quello che invece sta avvenendo, è che molti sono andati via, e molti in qualche maniera hanno deciso di andare via perché erano terrorizzati, ma molti sono rimasti e io vorrei rivolgere, nella nostra preghiera di oggi, il nostro pensiero a tutti coloro i quali hanno avuto il coraggio di rimanere, e sono molti. Loro amano la loro terra ed è la loro terra da 2.000 anni ed è una terra alla quale sono molto attaccati, se se ne andassero, sarebbe una terribile perdita per l’Iraq, per il Medio Oriente, non per la Cristianità soltanto. Adesso vi do un esempio e arrivo al punto. L’anno scorso ci fu un momento molto difficile, per dire che siamo preoccupati ma ci muoviamo anche tutti assieme. Ci fu un momento molto difficile in cui i cristiani divennero l’asso nella manica di chi voleva non avere le elezioni provinciali in Iraq. Come fecero? Cercarono di ucciderne 12, 13, 14 e capimmo che c’era qualcosa dietro, c’era Al Qaeda che voleva in qualche maniera destabilizzare tutta la zona, producendo un conflitto tra Curdi in particolare e Arabi. Ebbene le elezioni stavano per non avvenire, invece è stato grazie a un lavoro congiunto tra noi dell’ONU e i cristiani deputati politici in Iraq che in effetti si sono salvate le elezioni, perché cosa è stato fatto? Una vera e propria campagna di identificazione, affinché ci fosse una quota garantita ai cristiani, ma la cosa bella di cui tutti dobbiamo essere fieri di questo approccio che hanno avuto loro, era che non hanno fatto una campagna per avere dei deputati cristiani nel Parlamento, ma di tutte le minoranze e sono diventati dei paladini, in nome della Cristianità, delle altre minoranze Islamiche. Quando siamo riusciti ad ottenere la legge elettorale, che poi ha prodotto le elezioni in cui sono stati eletti deputati cristiani, loro furono di fatto il rompighiaccio per fare sì che anche le altre minoranze, le donne venissero considerate. Quando ad un certo momento si entrò con il gioco delle minoranze, le donne che non sono una minoranza in Iraq, anzi, una maggioranza, sono più del 50%, riuscirono ad avere una quota del 25%. Dovreste aver visto quanta campagna elettorale riuscirono a fare per essere elette. Conclusione, per motivi religiosi, visto che sono del vostro stesso sentimento di scopo della vita, sono ottimista, quindi non posso terminare dicendo “Ah, chissà cosa succederà in Iraq”. Io ho fiducia. Ogni giorno, dopo che avveniva un attentato e si sentiva un terribile boato nella città, io mi ricordo che facevo subito una preghiera, perché sapevo che qualcuno in quel momento era morto e quindi pregavo per chiunque fosse morto. Quando entravo nella zona rossa dalla zona verde, per cercare di vedere cosa si poteva fare per aiutare, chi erano i sopravvissuti, due ore dopo, non dico dopo molto, ma solo due ore dopo, vedevo che in silenzio si rimboccavano le maniche e cominciavano a ripulire tutto, con un occhio fermo, duro, silenzioso, dignitoso e ricominciavano, ricominciavano, ricominciavano. Questo mi da un senso di speranza nell’Iraq. Il giorno di Natale, quando sono andato alla Messa caldea nella zona rossa, nonostante il pericolo per tutti, me compreso, ma io avevo le guardie del corpo, loro non le avevano, io avevo il corpetto antiproiettili, loro non lo avevano, ho visto che la Chiesa era straripante di persone e tutti all’unisono pregavano, cosa che in fondo in Italia è difficile vedere, entrare in una Chiesa e sentire tutti simultaneamente pregare. Era il momento dell’identità e della fierezza. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie ambasciatore, perché la sua stessa vita, la sua stessa biografia è una testimonianza per noi, testimonianza di impegno e di attaccamento. Poi mi colpiva anche quello che lei ha citato a proposito della difesa dei cristiani, anche delle altre minoranze e noi qui siamo sempre stati molto convinti e ne abbiamo avuto una riprova dalle sue parole, che quando c’è un principio di libertà per i cristiani, in qualche modo questo principio è più facile che valga per tutti, nonostante gli errori, le colpe, i settarismi che colgono tutte le comunità, tutte le minoranze, inclusa anche quella cristiana naturalmente. E mi colpisce perché l’altro ospite che avevamo invitato e che non ha potuto essere qui, Shahbaz Bhatti, che è il Presidente della Associazione per le minoranze in Pakistan, è una figura cristiana, di grande impegno cristiano, che ha creato, insieme ad altri, una associazione per la tutela di tutte le minoranze in Pakistan. Mi colpisce come, anche in situazioni così tragiche, così difficili, c’è una possibilità di non rimanere travolti e schiacciati. Bene, Mario, lei ha contribuito a allargare un po’ anche il nostro sguardo, a darci tutta la complessità di questo contesto. Mario credo ci aiuterà a diventare ancora un po’ più complessi, ad allargare ancora un po’ più il nostro sguardo, perché Mario Mauro si occupa di queste tematiche su una scala vastissima; tante volte abbiamo avuto incontro comuni e tantissimi ne fa lui più di me, in cui abbiamo raccontato e affrontato queste tematiche.

MARIO MAURO:
Grazie dell’invito. Se mi è consentito rubarvi qualche minuto, io essenzialmente in questo mio intervento vorrei rispondere a due domande. La prima ha già ricevuto un contributo prezioso dall’ambasciatore Staffan De Mistura, perché sicuramente la confusione tra una persecuzione che viene sbandierata per ragioni religiose e che trova dietro artatamente un progetto politico da sviluppare, è una delle principali cause di confusione che oggi vive il mondo, perché è di tutta evidenza che la strumentazione del fondamentalismo, cioè la capacità di prendere Dio come pretesto per un progetto di potere e a questo poi piegare la capacità di incendiare un territorio, è uno dei mostri peggiori col quale ci troviamo a misurarci nel nostro tempo. Però la domanda rimane. E la domanda più semplice è che insieme, con un approccio che sicuramente è dettato dai tempi e dai modi della politica, ci possa essere tout court la persecuzione per chi crede in Cristo. Io cercherò di seguire un filo logico per cui, mentre tentiamo di dare risposta, e una risposta consistente, nello stesso tempo possiamo essere contemporaneamente aperti alla speranza, perché l’esperienza semplice ma grande che io ho fatto in questi anni è che il sangue dei martiri per la fede è la ragione stessa della nostra capacità di innamorarci del bene e di perseguirlo in ogni istante della nostra vita. Ma andiamo con ordine. In quello che veniva raccontato, cioè la vicenda dell’Iraq, ci sono tutti gli elementi cui facevo cenno. Quando ho iniziato la mia attività parlamentare, dieci anni fa, semplicemente inseguendo le vicende di un bonifico bancario legato al centro culturale di viale Jenner a Milano, ho potuto intraprendere un lungo cammino che mi ha portato in Spagna e in Kosovo, che Staffan De Mistura conosce molto bene e dove si sono allenate per lungo tempo non semplicemente le milizie islamiste, che poi hanno portato il loro verbo di morte anche in Afghanistan, ma anche le diplomazie internazionali, cioè quelle realtà che fanno un gioco molto simile a quello delle tre carte che fanno i nostri amici napoletani, o anche di altre nazionalità, agli angoli delle strade e delle metropolitane, appunto, nascondono il vero e, dietro il vero, pongono quel progetto di potere che sembra essere l’unico orizzonte del muoversi della politica. Infatti, cosa succedeva? Quando arrivavo a Khartoum per incontrare Ibn Al Tourabi, che è un nome che a voi può non dire niente, ma è stato uno dei maestri del terrore, l’uomo che ha creato la base fondamentalista del governo islamista di Khartoum, l’uomo che ha inventato Omar Al Bashir, cioè l’attuale presidente sudanese, che oggi è perseguito da un mandato di cattura internazionale sulla scorta di un progetto che la comunità internazionale vuole fargli e che evidentemente si guarda bene dal notificargli in qualsivoglia circostanza, ebbene, quell’uomo era stato messo da Bashir agli arresti domiciliari. Mi ha ricevuto cortesemente – ha studiato alla Sorbona, è molto gentile, parla 7 lingue – e mi ha detto in buona sostanza: che cos’è il fondamentalismo? Il fondamentalismo è l’unica scorciatoia possibile in un contesto, quello post-coloniale, in cui per cambiare un governo, dopo cinquant’anni o dopo sessant’anni, l’unica possibilità è vincere la battaglia dell’ortodossia, cioè convincere il popolo che sono io l’interprete di Maometto e di Dio più di quelli che sono al governo. E questo strumento, quindi, è un monito ponderoso e rilevante e altrettanto irritante per le classi leader in paesi che sono soprattutto i paesi del Medio-Oriente, tant’è che per sottrarsi a questo ricatto fondamentalista, per esempio, la leadership saudita per molto tempo ha praticato un’azione politica in cui non necessariamente la destra sa cosa fa la sinistra e si è disposta a realizzare, attraverso la promozione delle scuole wahabite, di fatto un sostegno anche a ipotesi di natura terrorista. Questo che cosa ha avuto come conseguenza? Un dilatarsi e soprattutto un trasferirsi, specie in sede europea, delle motivazioni degli aspiranti terroristi e quindi soprattutto poi una globalizzazione che ha scelto, attenzione e qui vengo al secondo punto, l’aspetto della guerra contro i crociati, un punto che è indispensabile comprendere per comprendere come di fatto faccia da copertura allo scontro religioso lo scontro politico. Qual è questo punto? Perché, evidentemente, se io devo dire a un popolo, che è quel popolo che io voglio tirarmi dietro perché mi assicuri nel mio paese il potere, che abbiamo subito un colonialismo e che questo colonialismo è stato in qualche modo la ragione per cui abbiamo perso tutto il bene che ci veniva assicurato dalla tradizione e da quella realtà di bengodi che era in epoca mai vista il nostro paese, io devo individuare con precisione le responsabilità e il colpevole. Allora, dire “Cristiani” vuol dire “dire occidentali”, e dire occidentali vuol dire “dire nemici”. E questo viene fatto specie se penso che chi tiene in piedi il governo di adesso, sono appunto quegli stessi occidentali, quindi se voglio sfilare la poltrona a chi in questo momento quel potere lo gestisce, il tentativo di connettere insieme tutti questi significati è oltremodo un modo con cui io spiazzo la possibilità di comprensione adeguata della realtà e scateno quello che è un giusto risentimento, perché sicuramente c’è un ingiustizia da sanare. Questo è stato a tal punto vero che la sorte dei cristiani mediorientali è una sorte che si intreccia con una complessità di vicende politiche che va sì da questioni che noi abbiamo cercato di approfondire negli anni passati, com’è quella libanese, ma che passa sicuramente attraverso le sorti di tante chiese che hanno conosciuto il loro ridimensionamento e quasi la loro estinzione, semplicemente per l’applicazione pedissequa di questa impostazione. Un’impostazione demenziale, ma che non per questo fa meno presa. Se andate su molti dei siti islamisti che appoggiano l’azione dei terroristi, manca la constatazione più elementare, e cioè che molte di quelle chiese vivevano a quelle latitudini ben prima della dominazione islamica, e nello stesso tempo la tendenza a identificarle con la presenza di tipo coloniale e poi addirittura con la presenza dei soldati americani dopo l’intervento in Iraq, è oltremodo l’espressione di questo tentativo che rimane un tentativo politico. È vero quindi che la politica è stato quel fenomeno attraverso il quale il tentativo di leggere il contrasto, che si fa anche contrasto religioso, ha avuto la capacità di rappresentare il nemico come colui che aveva una fede diversa dalla tua e che andava colpito, con, attenzione, il piccolo particolare che il mio vero nemico, cioè quello che io voglio colpire veramente, e qui ha ragione ancora una volta Staffan De Mistura, è magari il sunnita e lo sciita che mi contende invece il consenso sul mio territorio. Allora è come una sorta di tragicomica interpretazione che veniva data una volta nelle macchiette di cui era protagonista Walter Chiari: si faceva una grande discussione e si prendeva a schiaffi un terzo che non c’entrava nulla e al quale si potevano addossare tutte le colpe, per sperare di portare a casa il proprio risultato. Ma se questo è il quadro che una lettura adeguata di fenomeni complessi, come quelli che vivono in Medio oriente, ci fa rappresentare, che cosa succede di fronte ad esempio ad una notizia come questa? L’ufficio Diocesano della Diocesi di Vinn ha diffuso ieri sera una dichiarazione in cui condanna gli attacchi della polizia in borghese e dei teppisti ai loro ordini contro due sacerdoti, le cui condizioni sono molto critiche. Entrambi sono ricoverati all’ospedale di Dong Hoi, il primo con costole rotte e ferita alla testa, l’altro con costole rotte per essere stato picchiato e poi scaraventato dal secondo piano dell’edificio. La dichiarazione denuncia pure che poliziotti in borghese e teppisti hanno attaccato qualunque persona avesse un segno religioso cattolico addosso. In particolare i teppisti hanno picchiato selvaggiamente una donna e il suo bambino di nove anni. Il sacerdote è stato attaccato da un gruppo di poliziotti in borghese mentre si recava alla parrocchia per concelebrare la Messa insieme ad altri cinque sacerdoti del decanato di Trouc. La Messa doveva dare inizio alla manifestazione di protesta in seguito al pestaggio subito da diversi fedeli della parrocchia di Tamtoa che stavano riparando la chiesa in rovina. Sette fedeli sono stati per altro arrestati. Alla manifestazione hanno preso parte 170 preti, 420 religiose e circa 500.000 mila religiosi della diocesi di Vinn e di altri diocesi vicine, distribuite nei 19 decanati. Mentre si recavano a Tamtoa, tre donne sono state picchiate da un gruppo di altri uomini. Il parroco ha cercato di intervenire per salvare le altre donne “ma prima che potessi parlare, ha detto, essi hanno lasciato la presa delle donne e mi hanno picchiato con brutalità, avendomi riconosciuto come prete. C’erano almeno trenta poliziotti in uniforme, lì vicino, e sono rimasti a guardare con indifferenza mentre subivo l’attacco”. I picchiatori gli hanno rotto alcune costole, ferite al viso e alla testa, finché un gruppo di fedeli non lo ha liberato e lo ha condotto in ospedale. In seguito un gruppo di picchiatori, con molti strumenti di offesa, è arrivato all’ospedale e ha circondato l’edificio. Il parroco di Haloi, era in ospedale per visitare il sacerdote picchiato in precedenza, accompagnato dal vicegovernatore. Giunti all’ospedale, il vice governatore si è dileguato. Un gruppo di picchiatori ha circondato il prete, rimasto solo, e lo ha battuto in modo crudele, prima di gettarlo dal secondo piano dell’ospedale. Ora è ricoverato in coma, e le sue condizioni sono molto critiche.
Siamo in Vietnam. Siamo a migliaia di chilometri dall’Iraq, siamo in un contesto dove nessuna interpretazione e giudizio arguto può ragionevolmente dare una lettura che affonda le sue radici in un progetto politico che si confronti con il termine fondamentalismo e che si confronti con alcune delle tematiche che più da vicino hanno in qualche modo incendiato l’esperienza del governo del mondo in questi anni. Siamo anzi in un paese per molti versi, da molto tempo a questa parte, ritenuto quasi tranquillo, cioè ritenuto per molte ragioni un paese dove sostanzialmente l’esperienza post-comunista si sta in qualche modo positivamente evolvendo. Eppure, in questo paese, a chi danno fastidio i cristiani? A chi danno fastidio i cristiani, che problema rappresentano i cristiani? E se il problema che i cristiani rappresentano per esempio in paese come l’India, come abbiamo imparato a comprendere dopo le stragi dell’Orissa, può anche essere quello approfondito attraverso una lettura politica, quale lettura politica è adeguata per il fatto che ho cercato di descrivere pochi minuti fa? E soprattutto: che cosa succede non per i cristiani ma per il mondo intero, cioè per ognuno di questi paesi, quando si hanno come conseguenza i fatti che ho descritto? Nel caso per esempio del vescovo dell’Orissa, la dichiarazione di questo prelato ci deve fare profondamente riflettere: non ho più fede nella giustizia dello stato. Cioè, quando un uomo, abituato, in termini di realismo, a essere vicino alla sofferenza del proprio popolo e delle persone che gli sono affidate, dice con semplicità che è vero, forse ci sono ragioni che eccedono il contrasto religioso, per cui i suoi fedeli sono perseguitati ma nel momento in cui vede che le istituzioni di quel paese non sono più capaci di scendere in campo per la difesa dell’ultimo dei suoi cittadini, perché, per il fatto che è cristiano, lo reputano meno cittadino di un altro, allora, in qualche modo, che cosa va in crisi? Va in crisi nel fenomeno “persecuzione dei cristiani” la speranza certa nel fatto che la convivenza civile possa essere adeguatamente guidata da quelle che sono le istituzioni di questo mondo. E allora, attenzione!, è proprio vero: quello a cui noi ci esponiamo attraverso la persecuzione religiosa è il conflitto, ma non il conflitto di religioni! Non dobbiamo essere tentati di credere a questo artificio mediatico, con cui ci viene riproposto lo schema degli opposti estremismi, perché non esistono opposti estremismi, tenuto conto che non abbiamo memoria ad oggi e negli ultimi dieci anni di morti, feriti e contusi provocati da forze estremiste cattoliche. Allora evidentemente c’è qualcosa che non solo rappresenta uno smacco per una lettura di tipo politico, ma qualcosa che si espone al nostro tentativo di giudizio per andare a fondo di quello che veramente la fede è. Tornando all’Iraq e concludendo, infatti, non possiamo trascurare il fatto che durante questi anni sono morti cinquecento e passa tra seminaristi, suore e addirittura vescovi nel paese tra i due fiumi. Sono morti uccisi nei modi più terribili: alcuni di loro sgozzati. Lo sgozzamento di alcuni di loro è stato ripreso e, secondo una liturgia macabra, trasferito su un CD-Rom, che è stato messo nella buca delle lettere di molte delle famiglie irachene a cui veniva consigliato di abbandonare l’Iraq, perché potesse continuare quel progetto che ha al fondo non tanto la cacciata dei cristiani, ma, attraverso la cacciata dei cristiani, annichilire la speranza di un popolo. La libertà religiosa, infatti, è la cartina al tornasole di tutte le altre libertà, allora, chi annichilisce la cartina al tornasole si propone come il padrone vero dell’intera comunità, quello, cioè, che può togliere la speranza nella vita e quello che ferendo e uccidendo il più debole fra tutti dice anche a tutti gli altri: sono io il potere. È per questo che dobbiamo avere una passione smisurata per la libertà religiosa ed è per questo che dobbiamo avere una passione smisurata per il sangue di quei martiri, perché, quando vengono, alcuni di loro, uccisi, e gli viene staccata la testa, nel gorgoglio cupo del sangue, che cade dal collo staccato dalle testa di molti di loro, ci sono non rimostranze politiche ma un giudizio più profondo e più vero che viene dal cuore della nostra storia: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Vorrei chiedere… non abbiamo molto tempo, anche se avremmo veramente bisogno di andare avanti, ma ho chiesto ai nostri ospiti di darci ancora due minuti perché vorrei chieder innanzitutto al dottor Kassab: che cosa vi potete aspettare voi che lavorate tanto per l’aiuto dei vostri confratelli in Iraq, che cosa chiedete a noi, confratelli cristiani europei?

JOSEPH KASSAB:
Grazie, grazie. Importante è sapere che in questo momento il futuro del cristianesimo nel Medio Oriente e soprattutto in Iraq è incerto e anche molto cupo. I cristiani iracheni sono molto infelici, molto spaventati anche del loro futuro, non sanno cosa succederà loro. Il governo iracheno è debole, incapace di proteggerli. Inoltre questa comunità non ha una milizia, non ha armi. Inoltre i loro insegnamenti fanno sì che non abbiano un atteggiamento aggressivo e non hanno nemmeno delle guardie che li proteggano, quindi sono davvero insicuri riguardo al loro futuro e al futuro di questa comunità in Iraq, ma posso garantirvi che i loro fratelli al di fuori dell’Iraq, i fratelli della diaspora cercheranno di fare di tutto affinché i cristiani dell’Iraq possano rimanere nel loro paese. Noi cercheremo di fare di tutto affinché la Chiesa Cattolica possa continuare a fare di tutto per aiutare questi fratelli in difficoltà. Voglio dire anche che dopo la guerra sono avvenuti molti cambiamenti in Iraq, forse non li conoscete. Ad esempio gli iracheni sono diventati più settaristi, molto più fondamentalisti che in passato, e questo purtroppo non ha aiutato le comunità cristiane irachene. Inoltre c’è un altro problema: molti intellettuali, molti esperti e una elevata percentuale di questi è stata assassinata, oppure è stata spinta a lasciare il paese, e una grande quota di questi intellettuali è cristiana, e quindi anche questo non è stato d’aiuto. Vorrei dire inoltre, e questo è un appello alla comunità internazionale e soprattutto un appello all’Unione Europea, nonché al Vaticano, si tratta di un appello affinché si faccia in modo che le comunità cristiane dell’Iraq possano sopravvivere e continuare ad esistere in Iraq, e l’unico modo in cui questo può avvenire è attraverso, appunto, la garanzia della loro sicurezza. Bisogna dare loro un senso di sicurezza, di stabilità e anche un senso di sviluppo economico, bisogna stabilire un programma che possa permettere loro di emanciparsi da un punto di vista economico, inoltre bisogna anche definire un sistema sanitario ed educativo per loro, affinché, appunto, possano rimanere in Iraq. E questa deve essere usata come un strategia, diciamo, che li induca a rimanere, un fattore, diciamo, per trattenerli, e che possa anche incoraggiare chi ha lasciato il paese a ritornare. E questo è essenziale, bisogna quindi cercare di creare condizioni di convivenza pacifica, affinché le persone possano ritornare in Iraq e per fare questo abbiamo bisogno del vostro aiuto, dell’aiuto di agenzie che si occupino di aiuti umanitari, affinché possano appunto fornire aiuto e supporto alle comunità cristiane dell’Iraq. Vi prego, aiutateci e pregate insieme a noi per fare in modo che i cristiani dell’Iraq siano salvati. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Ambasciatore De Mistura, devo dire che finché ci sono persone come lei nelle istituzioni, nelle organizzazioni internazionali, anche la nostra fiducia è un po’ più corroborata, un po’ più solidificata, però tante volte, no?, è così facile guardare alle Nazioni Unite, alla Comunità Europea, alle tante, alle volte anche sovrabbondanti, istituzioni internazionali e chiedersi ogni volta cosa stanno facendo. Non le voglio rivolgere questa domanda, perché penso che potremmo star qui fino a domani. Ma lei come vive questa situazione, in cui immagino si troverà, si sarà trovato tante volte nelle vita, tra un senso, come dire, di sproporzione, di impotenza di fronte ai tanti drammi e la voglia e la responsabilità di esserci dentro questi drammi?

STAFFAN DE MISTURA:
Credo che la risposta sia la fede, perché altrimenti avrei rinunciato molte volte. Ci sono tante volte in cui c’è un senso di profondo sgomento. Io ricordo in Rwanda, quando arrivammo dalla Somalia con un gruppo di medici somali, per dimostrare che i somali, oltre ad uccidersi, erano in tanti anche capaci di salvare, perché c’era un’epidemia di colera, ed erano gli unici che sapevano cosa voleva dire il colera. Quando tornai a Roma il dentista mi disse che avevo un problema: mi rodevo i denti. E per più di un anno ho dovuto portare, la notte, una piccola mascherina di gomma sotto i denti e capii perché: non riuscivo a perdonarmi il senso di impotenza che avevo provato ogni mattina nel non fermare l’epidemia di colera, quando c’erano delle piramidi umane di giovani vittime che erano morte quella notte, che noi dovevamo raccogliere ma non avevamo potuto salvare. Alla fine riuscimmo a rompere l’epidemia di colera, ma ci sono voluti nove giorni, e quei nove giorni mi hanno marchiato per anni. Ora, il senso di impotenza c’è, e c’è anche il senso di ingiustizia, francamente, perché quello che sentivamo di Tourabi, io l’ho visto e sentito di Pol Pot, anche voi vi ricordate, e l’ho visto e sentito in alcuni momenti in Iraq. Ma chiudiamo, ricordandoci di nuovo dell’Iraq e di Joseph, di quello che diceva. Io ho chiesto ad un cristiano iracheno, che poi è diventato deputato al Parlamento iracheno:, cosa ti dà la forza di rimanere, come fai a stare in tutto questo che abbiamo sentito e con questo senso di essere una piccola minoranza? E lui mi disse: questo è un paese che ha 4000 anni di storia, forse 5000. Di questi 5000 noi siamo parte di 2000: questa è la mia terra, io sono affezionato a questa terra, sono iracheno e cristiano. Questo paese ha 200 miliardi di barili di petrolio, questo paese è fatto di gente molto in gamba. Credetemi, quelli che noi vediamo nella CNN sono quelli peggiori, quelli che fanno orribili cose, sono gli estremisti. Ma io ho incontrato migliaia di iracheni come lui, che invece sono completamente convinti che il paese deve essere un paese unito. Ora, io voglio credere che l’Iraq ce la farà. Ce la farà soffrendo come sta soffrendo, in cui i nostri fratelli cristiani stanno soffrendo, ma, credetemi, anche gli sciiti e i sunniti stanno soffrendo e molti altri, perché c’è un estremismo fondamentalista che ha deciso di giocare la propria carta sulla pelle degli iracheni e soprattutto delle comunità più fragili, ma secondo me ce la farà. E ce la farà perché io credo nelle forza della gente. C’erano momenti in cui dicevo: questa è l’ultima volta che faccio una missione di questo tipo. E poi mi sono ricordato la straordinaria, esilarante voglia di piangere di gioia quando, finalmente, siamo riusciti a salvare un villaggio, quando l’aereo è arrivato lanciando cibo a Juba con Madre Teresa o quando siamo riusciti a rompere l’assedio di Kabul o quando in effetti è finito l’assedio ai cristiani del nord, quando facemmo passare la legge. E dopo i dodici morti, che furono terribili, non ce ne furono più. Ora questo è quello che, secondo me, ci dà la forza di andare avanti e che dà la forza di andare avanti ai cristiani che sono in Iraq, altrimenti sarebbero tutti partiti. Detto questo, se non ci fosse Joseph in America ad aiutarli, molti di loro non ce l’avrebbero fatta.

ROBERTO FONTOLAN:
Mauro, onorevole Mauro, lei si occupa di persecuzioni, discriminazioni, a volte è difficile orientarsi. A volte in Europa si può parlare di una certa discriminazione anti-cristiana, pur non vivendo noi, credo, alcun tipo di persecuzione. Ma, a parte le disquisizioni, le sfumature, c’è qualcosa di misterioso. Lei prima ha detto: non si può spiegare con la politica quello che accade in Vietnam piuttosto che in India. Sì, gli strumenti della politica, dell’analisi ci danno tante, tante opportunità per capire di più, ma c’è qualcosa di misterioso in questa contemporaneità di tanti nostri fratelli cristiani perseguitati in questo momento, in questo anni nel mondo?

MARIO MAURO:
Io non credo che sia misterioso, dico semplicemente che non coincide solo con un’interpretazione di carattere politico, e mi spiego. In che cosa mi definisce la fede, e in che cosa mi definisce la fede in Gesù Cristo? Nel fatto che mi apro ad un’esperienza di rapporto con qualcosa che è più grande di ogni altra cosa al mondo. In questo mio rapporto con qualcosa che è più grande di qualsiasi altra cosa al mondo, io divento un uomo libero, libero dal potere. È per questo che è intollerabile. È per questo che è intollerabile non per gli islamici, per l’appunto, non per i comunisti, non per i cinesi, ma per il potere, la presenza di un cristiano vero, perché entrando in rapporto con qualcosa di più grande e che dà senso all’esperienza quotidiana, io spezzo le catene di quello che è il contesto creato dal progetto di potere che in quel momento è imperante -pensiamo alle pagine di Solgenitsin, ce ne siamo dimenticati? Le pagine così dense, così abissali di Arcipelago Gulag, di Una giornata di Ivan Denisovic – in quel momento che cosa vedevamo, noi che vivevamo da questa parte della barriera? Che un barlume di umanità sopravviveva, in un contesto di cui non riuscivamo a vedere in nessun altro modo i contorni, per la presenza di un accento di fede vera. Allora questo è il cuore del problema: il fatto poi che di luogo in luogo si dispieghino differenti progetti di potere che hanno per l’appunto orizzonti, coincidenze storiche assolutamente difformi e che potremmo già noi, in qualche modo suggestivamente, indicare attraverso una lettura un po’ più ardita della nostra storia – ma, perdonatemi, non abbiamo forse fatto gli stessi errori? Ma ci siamo dimenticati che nelle nostre guerre di religione abbiamo mortificato proprio quella parola, la parola religione? Se io voglio attaccare una posizione fondamentalista, che è sempre una posizione ideologica, che si riduce a dire che l’uomo non è quello che ho di fronte ma l’idea che ho in mente di lui, allora questa è una battaglia giusta e santa. Ma se pretendo di dire che, per il solo fatto che ho una religione e che ho in mente che ci possa essere una verità, rappresento un problema per la convivenza civile, in questa discriminazione io metto le basi per una futura persecuzione. Per capire che cosa sia oggi in Europa e nei paesi occidentali la discriminazione, che potrebbe essere un presagio, domani, di futura persecuzione, bisognerebbe analizzare, e non c’è il tempo questa sera di farlo, ad esempio molte leggi che riguardano l’educazione, varate in tempi recenti da governi che, illudendosi di essere laici, altro non sono che uno stop, spero non definitivo, all’ansia di verità, di bellezza e di giustizia che c’è nel cuore bisognoso di educazione di ognuno dei nostri giovani. Ma nello stesso tempo voglio mettere in evidenza una cosa. Ieri noi abbiamo avuto una grande testimonianza, quella di un uomo che è stato leader e uomo di potere in uno dei paesi più importanti del mondo, Tony Blair. Vorrei ricordare a tutti, sommessamente, che credo da qualche parte ci sia ancora una leggina che dice che in un paese come la Gran Bretagna è un po’ difficile per un cattolico diventare re di quel paese. Non voglio andare troppo indietro nel tempo, richiamando tempi lontani. Io, dopo la testimonianza di Tony Blair, spererei tanto che venisse eletto re con il nome di Enrico IX. Buona sera a tutti.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, io credo che questa sera abbiamo avuto veramente l’opportunità di sentire tre grandi testimonianze sulla strenua lotta per i nostri fratelli in Iraq, e vi prego di lasciare questa sala con questo pensiero di questi nostri fratelli che vivono in un grande momento di difficoltà. Conoscere la loro situazione è anche lavorare per loro. Abbiamo sentito dall’ambasciatore Staffan De Mistura come anche voler salvare una persona è aiutare il mondo intero. E Mario Mauro lo ringraziamo per la sua classica lucidità e la sua classica visione, che ci aiuta tanto a capire cosa vuol dire oggi guardare alla realtà del nostro mondo contemporaneo. Grazie, buona serata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala A2
Categoria
Incontri