COSA RIMANE QUANDO FINISCE UNA CANZONE. INCONTRO CON LINUS - Meeting di Rimini

COSA RIMANE QUANDO FINISCE UNA CANZONE. INCONTRO CON LINUS

Cosa rimane quando finisce una canzone. Incontro con Linus

Linus al Meeting

Partecipa Linus, Direttore di Radio DeeJay. Introduce Marco Bardazzi, Digital Editor de La Stampa.

 

MARCO BARDAZZI:
Buonasera, ciao a tutti. Lui ovviamente è abituato ad avere come spalla Nicola Savino o Fabio Volo, invece stasera si deve un po’ adeguare al giornalista. Diamo di nuovo un benvenuto con un bell’applauso a Linus al Meeting. Siccome vanno di moda le liste, ti presenterei dicendo le sei cose che dovete sapere di Linus, dovevo farne cinque ma me ne sono venute sei e non ci posso fare niente.

LINUS:
Marco è un giornalista vero, io sono un cialtrone, faccio la radio. Come sapete, è il mestiere di quelli che non hanno voluto studiare. Prima di essere qui, soprattutto, ha fatto il giornalista per l’Ansa da Washington e da New York. Ora è il responsabile del settore digitale de La Stampa. E a me pensare che abbia dedicato delle ore a informarsi sulla mia vita, opere e omissioni, mi sembra un castigo divino, quasi, visto il posto dove siamo.

MARCO BARDAZZI:
No, ma io leggevo Charlie Brown fin da piccolo ed ho sempre avuto una passione per voi Peanuts. Allora, le sei cose da sapere di Linus sono: la prima è che dal 1994 è Direttore di Radio Deejay, ma è molto di più. Continua ad essere anche la voce di Radio Deejay, una delle voci più note d’Italia. Diciamo che alla mattina fa l’artista e al pomeriggio fa il manager. Ha una moglie e due figli adolescenti, uno che sta entrando nell’adolescenza ed uno che sta per uscirne. La terza cosa di Linus è che ha scritto due libri, uno dei quali ha ispirato il titolo dell’incontro di questa sera, che è uno dei più bei titoli del Meeting di quest’anno: “Cosa rimane quando finisce una canzone”. Non sappiamo come lo svilupperemo però il titolo ci è piaciuto. Ha corso dieci più una maratona di New York. Dieci, sì, e l’undicesima è arrivato ma l’uragano l’ha fregato e non è riuscito a farla. La quinta cosa che vi dico è che ha 24 paia di scarpe da runner in casa.

LINUS:
Se vuoi ti spiego anche il perché, visto che l’ho spiegato in diverse occasioni. È che io sono leggermente preciso, al limite anche (si possono dire le parolacce al Meeting?) del rompicoglioni. E ho un armadio che ha 24 posti, almeno la parte dove io metto quelle da corsa. Mi capita spesso che me ne regalino, che me ne arrivi qualcuna di nuova ed io ho deciso che 24 sono e 24 devono essere. Ogni paio che entra, un paio esce. Molto così, diciamo, daltonico, come atteggiamento.

MARCO BARDAZZI:
Pensate a sua moglie che pazienza! E ovviamente, con Linus, se si accenna all’argomento della corsa e della maratona lui parte e non si ferma più, cercherò quindi di non chiederglielo anche perché io sono un rammollito. E la sesta cosa è che da anni, dal 1994 ma anche da prima, durante tutta la sua carriera, è stato un osservatore privilegiato del cambiamento dell’Italia. Ed è un po’ questo, un guardone, magari, ma anche uno che interloquisce, che ha parlato con gli italiani nel corso di questi anni, che li ha visti cambiare, che ha visto anche tante mutazioni nel nostro Paese. Un po’ di questo vorrei che parlassimo questa sera, ad ampio raggio, botta e risposta. Ma la prima cosa che ti devo chiedere: di solito d’estate ti si trova a Riccione, invece questa volta sei a Rimini e al Meeting. Perché?

LINUS:
Sono al Meeting perché mi ci hanno invitato. E devo essere sincero, era tanti anni che speravo che mi invitassero. È un po’ come quelli che si fanno fare la doccia ghiacciata. Avete presente? Fa figo farsi nominare per fare la doccia ghiacciata.

MARCO BARDAZZI:
Parentesi, i tuoi dj ti hanno invitato a fare la doccia ghiacciata e tu non l’hai fatta!

LINUS:
Ero in vacanza ed ho fatto finta di non ricevere la comunicazione. Perché non mi piace quella roba lì, ve lo dico molto sinceramente, è una cosa che mi dà molto fastidio, la trovo molto ipocrita, anche se alla fine porterà del bene, quindi ben venga. Essendo romagnolo d’adozione, mia moglie è di Riccione, i miei figli hanno voluto nascere qui. Loro dalla pancia chiedevano: “Non ci far nascere a Milano, facci nascere a Rimini!”. Non a Riccione, perché devi sapere che lì non esiste il reparto maternità e quindi li ho fatti nascere a Rimini. Loro sono orgogliosi di essere romagnoli. Poi parlano così, “uè”, ma sono convinti di essere romagnoli. Ed io glielo faccio credere. Passando ogni estate qui a Riccione, vedevo il Meeting di Rimini: e viene Renzi, e viene anche Max Pezzali… Beh, chiameranno anche me prima o poi, e non mi chiamavano e non mi chiamavano. Ora che siamo praticamente in zona Cesarini, come si diceva una volta, che ancora un paio d’anni e poi vado in pensione, finalmente mi hanno convocato e quindi eccomi qui. Con molta curiosità, tra l’altro, perché sono io che sono curioso di voi.

MARCO BARDAZZI:
Cosa rimane quando finisce una canzone? Io partirei da qua. Una delle cose che rimangono sono le memorie. Uno studio che hanno pubblicato i giornali in questi giorni sostiene che è stato scoperto il perché siamo più attaccati alle canzoni che ascoltavamo quando eravamo adolescenti. Hanno studiato il meccanismo chimico per cui, siccome nell’età tra i 19 e i 25 gli ormoni fanno tutta una serie di attività, ti resta più attaccato quella che era la tua canzone di quel periodo, specialmente i motivi che si ripetono. Forse è per questo che io ricordo sempre Vamos a la playa e I like Chopin.

LINUS:
Io mi ricordo De Gregori, Lucio Battisti.

MARCO BARDAZZI:
Lo so ma i motivetti sono quelli che ti restano. Allora, perché restiamo attaccati, al di là di questi aspetti chimici, alle canzoni dell’adolescenza e che cosa pensi sia la differenza, se c’è, tra chi è cresciuto con Bob Dylan e Bruce Springsteen e chi è cresciuto con Shakira e Lady Gaga?

LINUS:
Parto dalla fine dicendo che chi è cresciuto con Lady Gaga e Shakira, poveretto, non è colpa sua. Uno cresce con quello che gli sta intorno, con le piante che spontaneamente spuntano. Aggiungo che comunque c’è qualcosa di buono anche in Shakira e Lady Gaga, una, magari, più dal punto di vista estetico, l’altra, dal punto di vista della provocazione e della voglia di fare. Perché la storia di Lady Gaga è comunque interessante. Non è un personaggino costruito in cinque secondi. Questa è una che canta benissimo. Adesso sta uscendo il disco nuovo e sono duetti con Tony Bennet, che è uno dei più grandi cantanti di jazz, l’ultimo dei grandi il cui capostipite era Frank Sinatra. In più, lei è una che è molto sensibile a tutte le varie coniugazioni artistiche, per cui, insomma, c’è del buono. Chiaramente, chi era ragazzo negli anni Sessanta ed è cresciuto con Dylan ha avuto più sollecitazioni, più input, più occasioni per riflettere. La domanda iniziale qual era?

MARCO BARDAZZI:
La memoria: perché rimangono in mente le canzoni, al di là degli ormoni e delle cose chimiche.

LINUS:
Se ci pensi, la musica è la colonna sonora. Se tu pensi ad un film, la musica accompagna l’azione. Allora, una canzone che accompagna un’azione particolarmente degna di essere ricordata è una canzone che tu ascolti con molto affetto. E siccome il momento in cui probabilmente ci accadono le cose più sconvolgenti è l’adolescenza, è chiaro che le canzoni che sono francobollate a quel momento sono la nostra madeleine di Proust. Per citare una cosa abbondantemente citata: quel profumo. Io non posso mangiare una pesca sbucciandola senza avere dieci o dodici anni, perché la mia infanzia era fatta di frutta o di cose più magari semplici rispetto magari alle merendine che mangiano i miei figli. Ci sono dei profumi che a volte sento che istantaneamente mi ricordano mia madre. Le canzoni sono la stessa cosa, ed è anche giusto che sia così. Quello che è un pochino meno giusto – ma non se ne può fare una colpa, crescendo uno percorre delle strade diverse – è che a volte, per molte persone, quelle canzoni rimangono le uniche. Questo è un po’ triste, no? L’essere ancorati in maniera totale e definitiva ad un momento musicale. Io credo che ogni stagione abbia dei momenti interessanti, anche la stagione di Shakira o Lady Gaga. Magari più difficile da trovare. Poi devi pensare che la musica è una forma d’arte completamente diversa dalle altre. Se tu pensi ai quadri, se tu pensi alla poesia o anche al cinema, le coniugazioni che si possono mettere in pratica sono infinite. La pop art non vi piace però è sicuramente innovativa. L’arte contemporanea a volte è incomprensibile, comunque dietro c’è un pensiero, un ragionamento. La musica pop è fatta di talmente pochi ingredienti che dopo un po’ si finisce per ciurlare nel manico.
Io dico sempre che i cantanti dovrebbero smettere di cantare al terzo album. Una volta fatti tre album, non hanno più niente da dire. Tutti, tutti, con qualche rarissima eccezione. Il primo album è molto bello perché ci metti dentro tutta la tua vita. Lo fai a vent’anni, venticinque e sei carichissimo. Il secondo album è quello perfetto, perché molto simile a quello ma sei diventato un po’ più smaliziato, magari hai avuto anche successo, trovi anche un produttore che ti aiuta e diventa perfetto. Il terzo album non è male, maturità. Dal quarto album in poi, sono tutti uguali. Ma questo accade solo con la musica. Uno può scrivere dieci romanzi. Prima parlavamo di Philip Roth che ha smesso di scrivere a settanta e passa anni, però tutti i suoi romanzi meritano di essere letti. Quindi, la musica viene un po’ vituperata per una certa vuotezza, soprattutto negli ultimi anni. È che è difficile inventarsi qualcosa dopo che ci sono stati i Beatles e dopo che ci sono stati i Rolling Stones.

MARCO BARDAZZI:
Hai toccato un punto importante, c’è sempre il rischio che una generazione pensi che quello che è successo a lei era il top, e gli altri hanno rovinato tutto. Uno dei vantaggi che ha, ad esempio, lavorare in un giornale che ha 150 anni come il mio, è che ha un bellissimo archivio dove puoi andare a cercare cosa si scriveva in passato. Noi recentemente abbiamo trovato un articolo del 1959 sui giovani di oggi. L’articolo del 1959 sosteneva: “Sono dei fannulloni, non hanno voglia di fare niente, sono una generazione bruciata, la guerra si vede che li ha fatti crescere in una maniera sbagliata”. Descrive dei bamboccioni, senza usare ancora quella parola. La cosa carina è che il giornalista nel 1959 dice: vorrei vedere cosa dicevano 40 anni fa. È andato al 1919: “Sono dei fannulloni, non hanno voglia di fare niente, sono una generazione bruciata e tutto…”. Allora c’è questo rischio, di generazione in generazione, rischiamo sempre di pensare che era meglio prima.

LINUS:
Si io sono in pieno in questa fase “siete dei fannulloni, ai miei tempi era molto meglio”, perché mio figlio più grande ha 18 anni ed è rimasto a Milano mentre io sono venuto qua. Ieri sera l’ho chiamato e gli ho detto: “Domani mattina devi andare in università a prendere la lista dei libri e controllare quando incominciano i corsi. Insomma, non voglio chiamarti e vedere che sei ancora a letto”. L’ho chiamato alle 11.30, e dov’era? Era ancora a letto, evidentemente. Dopodiché, io che sono famoso per essere un perfettino, un rompiballe e quello che volete, ho fatto tre volte la quinta superiore. E lui lo sa, in un momento in cui veramente promuovevano cani e porci. Per fare tre volte la quina superiore ho dovuto veramente impegnarmi. Comunque credo che la differenza vera sia negli strumenti e nelle tentazioni che hanno a disposizione. I nostri genitori si ubriacavano con un bicchiere di vino al sabato sera, i ragazzi di oggi al bicchiere di vino non ci pensano neanche, hanno molto di peggio. Perché esiste un meccanismo, anche economico, di cui siamo responsabili noi genitori, perché poi questa è la cosa meravigliosa. Le tentazioni che rovinano i figli sono inventate dai padri, che se ne fregano di tutti gli altri figli tranne che dei propri. Poi però esiste una specie di condanna per cui comunque c’è un contrappasso.

MARCO BARDAZZI:
C’è una cosa che è diversa forse, oggi, quantomeno si continua a dire che è diversa, vorrei capire cosa ne pensi tu. Si continua a dire che questa è la prima generazione che starà peggio dei propri genitori, e questo è un periodo in cui si fa un passo indietro. Io allo stesso tempo vedo però un sacco di energie e opportunità. È anche la generazione Erasmus, Euro, low cost. Una generazione che ha tutta una serie di opportunità che prima forse non c’erano: tu come la vedi? Siamo di fronte ad una generazione a cui davvero abbiamo dato meno opportunità rispetto al passato?

LINUS:
Mah, io di opportunità ne ho avute pochissime e sono comunque arrivato ad essere qui a parlare con voi, questa sera. Io credo che il destino uno se lo costruisca ed ogni epoca ha i suoi lati positivi e negativi. È chiaro che è più efficace, clamoroso sostenere la teoria che dicevi prima, cioè che la generazione che verrà sarà più sfortunata di quella cui apparteniamo noi. Ma questo vale soltanto se pensiamo al mero aspetto economico. Probabilmente, sì, i nostri figli erediteranno i mutui dei genitori che non faranno in tempo a pagare. Perché se una coppia a 35 anni compra la casa e firma un mutuo per 35 anni, è evidente che probabilmente l’ultima parte di questo mutuo se la pagano i figli. Però non esiste solo il parametro economico, esistono molti altri parametri.
Per esempio, la ricerca ha fatto dei progressi enormi, per cui malattie che un tempo erano terribili ora si possono sconfiggere. Forse riescono a sconfiggere il virus Ebola, che è quanto di più spaventoso ci è successo negli ultimi anni. No, a me quello che fa un po’ arrabbiare, che mi demoralizza, anche della nostra epoca, è la differenza fra quello che potremmo avere e quello che abbiamo. Nel senso che la civiltà ha fatto talmente progressi per cui veramente potremmo vivere in prosperità, vivere in maniera fantastica. Sembra di vedere il discorso de Il grande dittatore di Chaplin. Le cose che diceva Chaplin sessant’anni fa sono ancora attuali adesso: potremmo vivere davvero in prosperità perché ci sono i mezzi, ci sono le risorse, c’è la tecnologia, c’è tutto. Invece, per colpa di pochi, perché poi alla fine è sempre così, le cose vanno in altra maniera. Ma attenzione, non è la dietrologia del “eh, quelli là”, no, sono quelli là e lo sappiamo chi sono: le banche, le grandi compagnie, quelli che fanno i soldi a Wall Street inventando un social network, dando l’illusione alla gente che questa sia una conquista e in realtà è un mezzo per rimbecillirci. Perché è vero che i ragazzi di piazza Tahir twittavano quello che stava succedendo, e quello è stato un momento per carità in cui comunque il social network ha avuto una grandissima ragione di esistere. Ma nel 99% dei casi, per cosa usiamo Facebook, Twitter e tutto il resto? Per delle cagate di cui potremmo tranquillamente fare a meno. E Zuckerberg la settimana scorsa – sai che sono venuti in Italia, hanno fatto una settimana in Sicilia organizzata da Google – ancora se ne è uscito con l’idea di mettere i palloni aerostatici sopra l’Africa per mettere Internet gratis per tutti. Ma uno può dire una cagata come questa? Ma con tutti i problemi che hanno in Africa, tu gli vai a mettere i palloni aerostatici per fargli avere Facebook?

MARCO BARDAZZI:
Allora, siccome io faccio il digital editor di lavoro e devo difendere un po’ il digitale sennò non mangio, ti butto lì questa cosa: Facebook, i social, sono d’accordo nel criticarli. Tendo a pensare che a differenza del passato non siano un altro mezzo di comunicazione come la radio, la televisione, siano più un luogo dove occorre vivere. Ed ho un po’ paura che se diciamo ai nostri figli: guarda che la vita è una cosa e su Facebook è tutta un’altra, è proprio il momento in cui su Facebook faranno, come dici tu, le cagate. Questo rischio di dualismo, questo rischio di creare dei ragazzi che pensano che ci siano due mondi e quindi perdano una sorta di unità della persona, qua è la risposta, cancellare il social o educarli a viverli meglio?

LINUS:
No, la risposta sarebbe riuscire a trovare il modo per gestirli. I social di per sé non sono cattivi: è la teoria che le pistole non sono cattive, è la mano dell’uomo che le usa che le fa diventare cattive, le pistole dovrebbero esistere per garantire il fatto che nessuno faccia del male agli altri, poi dopo c’è qualcuno che la pistola la usa invece prima ancora degli altri. Allo stesso modo, i social network sarebbero anche una cosa utile, rendono più facile per esempio l’ascolto della musica. Quando ero ragazzo io, per ascoltare una canzone non c’erano neanche le radio private, stiamo parlando del 1800. Io sono cresciuto fino a quindici, sedici anni, che l’unica radio che esisteva in Italia era la Radio RAI, che faceva tre mezz’ore al giorno di musica giovane, tipo alle sette e mezza di mattina, alle due e mezza del pomeriggio e alle nove di sera, a grandi linee. Adesso, con Facebook, ti piace una canzone, la condividi e hanno una diffusione infinitamente più rapida, più capillare, più divertente. Mio figlio di undici anni – eravamo in vacanza negli Stati Uniti nei giorni scorsi, io ovviamente per deformazione professionale appena eravamo in macchina accendevo la radio, sentivo quello che suonavano nelle radio locali – ogni tanto mi diceva: ah, questa qua la conosco. Poi la canta e io dicevo: come cavolo fai, non la conosco io… Eh no, perché questa la usano sempre per fare i filmati, quest’altra… Da una parte c’è anche qualcosa di bello, di positivo: è che se ne fa sempre un uso legato alla vanità. Alla fine, il peccato più grande dell’essere umano è la vanità (questo lo insegnano anche all’oratorio, no?).
Facebook è diventato la concretizzazione dei famosi quindici minuti di Andy Warhol. Chiaramente era impossibile per sette miliardi di persone andare in televisione quindici minuti a testa, la fila diventava lunga, pur avendo tanti canali satellitari. Facebook ha fatto questo: ognuno di noi ha il suo canale satellitare, il mio amico Domenico ha TeleDomenico che è la sua pagina Facebook, però lui questa pagina la deve riempire di programmi. E i programmi, quali sono? Le fotografie di lui con i suoi figli, un filmato fatto in un evento sportivo. E anche qui ci sono aspetti positivi e aspetti negativi. A me diverte vedere la gente trasformata in redattrice di se stessa, non tutti con il telefonino che devono riprendere perché poi quella roba che hanno ripreso la devono caricare, la devono condividere: l’ho postato io, l’ho fatto io. Da una parte è stimolante perché comunque ti obbliga a diventare un piccolo inviato speciale, dall’altra diventa anche un po’ una palla, perché non è che tutti i giorni succede qualcosa che meriti di essere postato. Quindi, l’equilibrio è sempre un po’ precario per non parlare poi delle deviazioni e delle derive, quelle violente, quelle cattive, no? Avete letto della Littizzetto che ha fatto la foto con i cento euro e la secchiata d’acqua ghiacciata: “Taccagna!” Ma perché? Perché la regola di quella cacata è: ti prendi la secchiata e paghi cento euro. E’ questa la regola e lei lo ha fatto. “Doveva dare di più!!!”. Ma saranno fatti suoi? Il fatto che tutti possano dire qualcosa… Se tutti qui dentro potessero dire qualcosa… Adesso qui voi siete degli angeli perché siamo al Meeting e siete buonissimi.

MARCO BARDAZZI:
E’ il primo anno che vieni, poi quando li conosci meglio…

LINUS:
No, è difficile gestirlo, questo è il problema, ci scappa un po’ di mano a noi che lo usiamo, ci scappa di mano molto spesso anche a chi lo gestisce… I siti di informazione dei giornali, che per avere quattro clienti in più accettano di pubblicare dei commenti così imbecilli che chi se ne frega. La dignità di un grande quotidiano è completamente svilita da quella fila di commenti idioti fatti da cinque persone che si rispondono tra di loro in calce ad un articolo di X, qualsiasi sia il giornale. Per libertà di informazione? No, questa è la frottola che ci vendono, perché quei commenti fanno traffico e il traffico diventa poi un numero che puoi vendere alla concessionaria di pubblicità. Dovremmo fare tutti una riflessione su questo.

MARCO BARDAZZI:
Io non l’ho interrotto perché lavoro per un giornale dove non si mettono i commenti sul sito. Sono fenomeni anche curiosi, però tu, raccontandolo, avevi in mente molto i ragazzi. Ma oggi uno su dieci delle persone presenti su Facebook in Italia sono over cinquanta, sta nascendo una socializzazione nuova che è diversa da quella dei giovani. Per i ragazzi è naturale… l’over cinquanta che sta scoprendo Facebook è entusiasta, mette ricette e nipotini su Facebook. E’ un fenomeno abbastanza irrefrenabile, da un certo punto di vista. Allora, se da una parte con i ragazzi è un problema di educazione, dall’altra è un fenomeno antropologico nuovo.

LINUS:
Io, come tanti della mia generazione, quando nasce un fenomeno di questo genere per un po’ spero che passi. Non avendo voglia di imparare esattamente come funziona, non avendo voglia di mettermi di nuovo in competizione su un’altra ennesima realtà, spero che le cose magari muoiano da sole. Così è stato ad esempio per MySpace, che cinque anni fa sembrava obbligatorio avere, oggi non so neanche se esista…

MARCO BARDAZZI:
SecondLife…

LINUS:
Come si poteva pensare che SecondLife… Però, anche lì, quando tu crei una cosa, non sai mai se questa sarà un grande successo o meno. La storia di Facebook la sapete, quello voleva semplicemente rimorchiare e poi è diventato il business del secolo! Però ormai Facebook c’è e credo bisogna farci i conti…

MARCO BARDAZZI:
A casa Linus, quali sono le regole per i figli?

LINUS:
Io non lo uso e il mio alter ego, cioè il mio piccolo, neanche, perché noi siamo l’area un po’ dura. L’area femminile, cioè mia moglie e mio figlio più grande che le assomiglia molto anche come testa – un po’ svanito -, invece sono presenti, operativi, insomma. Durante la vacanza anche io avrei voluto ammazzare mia moglie perché ogni cinque minuti era lì a fare una foto a qualcosa: “Guarda che bella, guarda che bella!”. Non aveva mai fatto una foto in vita sua! Adesso è diventata… Robert Capa, ecco!

MARCO BARDAZZI:
La “generazione selfie” l’hai definita, è ancora un passo ulteriore…

LINUS:
Da personaggio pubblico, minuscolo quale sono, ben vengano i selfie! Ora vi racconto una cosa completamente stupida a raccontarla! Se tu sei un personaggio pubblico, ti capita spesso che qualcuno ti chieda di fare una fotografia. Una volta capitava di rado, di solito c’era l’autografo di carta, un pezzo di carta qualunque, un tovagliolo (poi lo buttano via dopo cinque minuti, però va beh, si fa). Poi arrivava qualcuno con la macchina fotografica e ti faceva la foto. Però, chi aveva la macchina fotografica con sé? Veramente pochissimi, magari qua perché erano in vacanza, ma a Milano era difficile: ogni tanto, però pochi. Poi sono arrivati i telefonini che facevano le fotografie e adesso tutti abbiamo un telefono che fa le fotografie. Il problema è che io arrivo, vedo te e: “Posso fare una foto con te?”. “Sì”. Do il mio telefono a lei che non ha mai usato un LG, e lei cosa fa? Prende il tuo telefono e comincia a guardarlo come se fosse la Stele di Rosetta. Allora tu vieni di qua e le dici: “Guardi, facciamo così…”. Lei schiaccia e la foto viene una merda. Lei guarda e questa roba diventa infinita. Meno male che ci sono i selfie. Il selfie lo fa il padrone del telefono, ci mette un secondo, lui è contento e io pure!

MARCO BARDAZZI:
La generazione precedente aveva un altro problema, perlomeno, la discussione in casa era: “Non passare tutto il pomeriggio davanti alla televisione”. Oggi la televisione sta cambiando. Tu fai radio però fai anche TV, anche la televisione sta diventando un consumo che mi porto dietro su misura, on demand, continuamente, guardo ciò che mi interessa vedere. Mi viene da dire: aspettare le otto per vedere quel programma non esiste più. Come la vedi in prospettiva?

LINUS:
Ovviamente è sempre di più così, anche se quando la televisione propone delle cose molto alte, molto importanti, ancora mantiene un’importanza non secondaria. E’ chiaro che la generazione di chi ha da diciotto anni in giù, della televisione ne fa sempre di più a meno. Non completamente, perché comunque ci sono cose che trovi solo lì, però a casa mia i miei figli la guardano proprio se c’è qualcosa che cercano, se c’è quel cartone animato che gli piace particolarmente, nel caso del piccolo, se c’è la partita per il grande… Però è evidente che la televisione sta cambiando e deve cambiare anche il modo di rapportarsi con il pubblico. Il problema più grosso ce l’ha la televisione da questo punto di vista, perché sempre di più tu te la guardi quando vuoi. Quando la guardi, non guardi la pubblicità, insomma è difficile anche per gli inserzionisti inseguire il pubblico. Però già dieci anni fa la si dava per spacciata e tutto sommato i numeri che fa ancora adesso la televisione sono numeri inaspettati, anche se pensate alla frammentazione, a quanti canali ci sono, agli Emmy Awards, gli Oscar della televisione americana. Beh, la televisione americana ha reagito a questa crisi fortissima di una decina di anni fa, sfornando serie televisive una più bella dell’altra. Ormai sono più importanti le serie televisive in America che i film di Hollywood, tranne alcuni: per la maggior parte, sono destinati ad un pubblico di adolescenti, ma è un mondo abbastanza limitato e confinato. L’impegno vero, quello intellettuale, lo mettono nelle serie, da Breaking Bad a Dottor House, a tutto quello che c’è. Anche qui ci sono alcuni canali che sono soltanto in streaming, tu lo saprai meglio di me, Netflix: però le cose più importanti sono quelle che fa ABC o altri canali. Le cose cambiano e bisogna essere capaci di cambiare.
La vera sfida, il vero dramma o la vera bellezza, di questi tempi, è che le cose cambiano infinitamente più velocemente. Provate a pensare anche in maniera molto sintetica alla storia dell’umanità: periodi che duravano cento, duecento, trecento anni, gli Assiro-Babilonesi, i Greci prima e gli Egiziani dopo, i Romani. Poi, verso il 350, finisce l’Impero Romano e non succede più niente per mille anni. Il Medioevo è durato per mille anni, cioè per mille anni non è successo più niente. Poi arriva il Rinascimento che dura un centinaio di anni e comunque fino alla Rivoluzione Industriale non è che accada niente di così clamoroso. La Rivoluzione Industriale, cos’è? Metà Ottocento, grosso modo e poi le cose cambiano sempre più velocemente. Non si fa in tempo ad intercettare un fenomeno nuovo che, nel momento in cui ci si investe e ci entri, quel fenomeno è già finito. E’ una sfida affascinante e al tempo stesso complicata. Secondo me è con questi occhi che vanno letti anche certi cambiamenti: il negozio che c’era da cinquant’anni e adesso non c’è più. Quando succede una cosa come questa, c’è un’aria di tristezza come se fosse finita l’umanità, ma questo negozio cinquant’anni fa non c’era. Quindi, come è nato cinquant’anni fa, adesso evidentemente è finito il percorso. Certo, era più bello il negozietto che il centro commerciale, però magari il centro commerciale ha prezzi che il negozietto non può permettersi: dipende sempre dalle angolazioni con cui le si guarda, le cose.

MARCO BARDAZZI:
A me veniva in mente, mentre parlavi, Hollywood. Tu eri in America nei giorni scorsi, eri in California quando è morto Robin Williams…

LINUS:
Sì, ero a San Francisco…

MARCO BARDAZZI:
Ti volevo chiedere questo. Perché ci ha colpito così tanto la morte di Robin Williams? Non so come si è percepita viaggiando là, però l’insegnante de L’attimo fuggente con il quale tutti qua si sono confrontati e che è stato per molti giorni al centro di dibattiti, che ha suscitato un dibattito sull’educazione anche intenso, da una parte e dall’altra, l’attore di successo che viene sconfitto dalla depressione o non sappiamo bene da cosa. Come l’hai vissuta tu?

LINUS:
Innanzitutto, come tutti, con grandissimo dispiacere. Non mi ha sorpreso perché chi legge di spettacoli, di cinema, sapeva che lui era uno molto depresso da tanti anni, ha avuto problemi di salute in diverse occasioni. Però, certo, un gesto come quello… Poi anche qui scatta il macabro del racconto, del dettaglio di come uno ha fatto: ci vorrebbe una censura anche su questo, ma come si fa a metterla? Credo che il suo fosse un caso abbastanza limite, cioè di un personaggio totalmente identificato con un certo tipo di figura. Lui ha fatto almeno una decina di film meravigliosi, da L’attimo fuggente a Will Hunting, a L’uomo bicentenario, a Patch Adams, sempre comunque un eroe positivo, con quell’aria un po’ malinconica ma anche comunque un po’ matto, capace di farti sorridere. Per noi, lui era quella roba lì e che quella roba lì fosse in realtà tutt’altro non lo sapevamo: perché poi nella sua vita privata era figlio di un dirigente della Ford, uno ricchissimo che praticamente lo lasciava a casa da solo. Raccontava sempre di queste giornate infinite in questa casa enorme dove c’erano lui e diecimila soldatini, perché siccome gli piacevano i soldatini suo padre che era ricchissimo gli aveva comprato un esercito. Però, alla fine, gli sarebbe bastato un fratello o un padre più presente. Lui era nello Chateau Marmont quando si è suicidato John Belushi: uno che ha avuto una vita, quella vera, in realtà molto difficile. Tre mogli, che palle! Secondo me, quella è la cosa che lo ha devastato.

MARCO BARDAZZI:
Sicuramente come alimenti da pagare dopo. Però, ecco, adesso non voglio fare la retorica, però al di là del suo caso che è estremo, tu che vivi nel mondo dello spettacolo, del mondo della gente di successo, tu che sei una persona di successo, c’è qualcosa che fa diventare il successo una sfida alla vita e che ti fa sentire solo, o è generalizzare?

LINUS:
Ho imparato a non condividere certe emozioni, certi momenti della mia vita. Ho un blog quotidiano che scrivo da quasi dieci anni ormai. In alcuni momenti ero molto provato per la difficoltà di affrontare questa battaglia che è la vita quotidiana, perché non è che essere famosi o di successo ti renda le cose più semplici. Anzi, molto spesso te le peggiora, te le complica. Ho provato qualche volta ad essere un po’ più sincero ma mi sono accorto che è una cosa che la gente non vuole sentire, non vuole sapere.
Una volta avevo scritto una cosa tipo: “Oggi è una di quelle giornate in cui non avrei mai voluto alzarmi”, la solita fatica di vivere. Beh, i commenti erano per lo più: “Ma come sei noioso”, “di cosa ti lamenti”, “pensa a quelli che vanno a lavorare in Breda”, ecc. Comunque, una sensazione un po’ di fastidio: ho imparato ormai da molto tempo a tenere per me certe emozioni. Credo che sia legato anche alla sensibilità della persona. Più una persona è sensibile, e magari più ha una cifra artistica (perché la sensibilità ti porta ad avere un po’ più di apertura mentale), più è esposta a quel tipo di rischio, perché comunque esiste una fragilità. Tu, ogni giorno, devi strappare l’applauso, devi accontentare il tuo padrone: è una pressione pesante che hai, se hai tanta responsabilità. Lo capisco, mi sono sentito tanto vicino a lui anche per una questione anagrafica: questo è un mondo in cui è vietato invecchiare e tu questa cosa la vedi nei confronti degli altri, nei confronti di te stesso, come uno spettro incombente, sempre lì, anche perché poi la gente non ha gentilezza nei tuoi confronti. Tu sei un personaggio pubblico e la gente si sente in diritto di dirti quello che ha voglia di dirti. A me capita, a volte, che la gente mi dica: “Eh, sei più bello di persona!”. Fantastico. Ma mi capita anche che mi dicano: “Caspita, ma come sei vecchio!”. Tu lo diresti a lui? No! Perché? Perché non hai confidenza e non ti permetteresti mai. Perché me lo dovete dire a me, che per altro non lo sono? Non è facile.

MARCO BARDAZZI:
Mi faceva pensare il racconto di quelli che quando gli dici “stamani mi sono svegliato così”, ti dicono “che palle!”. Mi fa pensare anche a un fenomeno che a me sembra essere cresciuto molto in Italia negli ultimi anni e, come dicevo all’inizio, tu sei un osservatore attento di ciò che cambia nel Paese. C’è un profondo populismo che ci sta facendo diventare molto cinici, da una parte, ma che tende anche molto spesso a dire: “Prova a venire a fare la mia vita. Tu sei un privilegiato”. Da un certo punto di vista, c’è un’insistenza sulle caste che sicuramente ci sono e non c’è dubbio. Ti sembra che siamo di fronte a un incremento di questo populismo che non ci caratterizzava forse prima?

LINUS:
Guarda. È la cultura dei 140 caratteri. Ma non è colpa di Twitter, no? Nel senso che siamo pronti a giudicare o a prendere una posizione in funzione di una conoscenza del problema meramente superficiale e fatta di stereotipi. L’esempio più clamoroso è quello che succede nella striscia di Gaza, dove una fetta di mondo non fa altro che dire “Free Palestine” “Bastardi ebrei” e, dall’altra parte, “Terroristi del cazzo” e tutto il resto. La verità è che non esiste un buono o un cattivo in quella storia. È una storia che andrebbe studiata, conosciuta, approfondita: è chiaro che gli israeliani hanno un atteggiamento, un modo di fare, un ruolo molto duro, sicuramente loro sono troppo duri, e c’è una grossa fetta dell’opinione pubblica israeliana che è contro questo tipo di intervento militare, che peraltro non serve a niente perché comunque vada a finire vince sempre Hamas, no? Perché tanto se li ammazzi diventano vittime, se non li ammazzi hanno vinto loro e quindi comunque hanno vinto loro. Allora, forse sarebbe il caso magari di trovare una strada diversa per cercare di isolare le frange più violente. Però la gente tende superficialmente a dire: “Israele sta bombardando la Striscia di Gaza. Israele bastardi”. Secondo me, ecco, questa è la chiave di lettura classica dell’Italia. L’Expo di Milano è fatta da gente che ha preso le bustarelle. L’Expo deve chiudere. I 5 Stelle: ma perché? Cioè, è vero, sono dei truffatori, ma se ragioniamo così, è vero quando il Movimento 5 Stelle dice che dovrebbero andare a casa tutti quanti. Hanno assolutamente ragione. Ma siccome è impossibile, è impossibile, allora forse esiste anche un’altra strada che non sia soltanto quella del no a tutto o dei buoni e cattivi e basta. Però è più semplice prendere una posizione di queste, è un po’ il tifo da stadio: alla fine tu sei del Milan, io sono della Juve, appunto. Non parliamo di Allegri.

MARCO BARDAZZI:
Hai detto un paio di cose, prima e ora. Prima accennavi al fatto che ci sono tutta una serie di privilegiati in questo Paese, che vanno comunque tolti dalle loro posizioni. Ora, quando dicevi che dovrebbero andare tutti a casa, suonavi molto un rottamatore. Che ne pensi di Renzi?

LINUS:
Penso che è un po’ matto. Soprattutto che ha un ego gigantesco, ma io credo che proprio in questo suo ego ci sia una delle piccole speranze di uscire dalla palude in cui è questo Paese. Nel senso che lui ha talmente voglia di dimostrare che è capace di fare quello che altri non sono riusciti a fare, che alla fine quello che lui vuole fare non è salvare le sue televisioni, quello che hanno fatto fino adesso quelli che sono venuti prima, che magari in piccola parte questa cosa ci può tornare anche utile. Poi, la storia dirà se è un politico. Di sicuro non paura di nessuno e però fa parte di quell’incoscienza che dicevo prima. E poi, soprattutto, è un maratoneta e quindi di cosa può avere paura un maratoneta? E’ uno che corre per 42 chilometri, voi non avete idea di cosa vuol dire correre incessantemente per 42 chilometri! Da qui andate a Forlì, anzi, forse un pochino oltre, e non vi fermate. Cosa vi può far paura?

MARCO BARDAZZI:
Sto cercando di portarmi sul tema della corsa. Però adesso ti chiedo anche di Grillo, perché hai accennato ai 5 Stelle. Quindi, cosa ne pensi di Grillo?

LINUS:
Quando Grillo ha cominciato, i primi anni, ero entusiasta, andavo a vederlo, secondo me si è infilato in una specie di strozzatura da cui non riesce più a uscire. Credo che sia uno spreco di talento, di energie, quello che lui fa e quello che fanno le persone che stanno con lui. Che, peraltro, per lo più sono anche ammirevoli perché sono animate dall’intenzione vera di fare qualcosa di differente, però il tipo di approccio che hanno, l’intransigenza che hanno, secondo me non ci serve e anzi ci peggiora la qualità della politica. La politica si chiama politica, non è un termine bellissimo la politica, non significa mettere d’accordo le persone. Se cerchi di metterti d’accordo, dove vai? E poi, comunque, cosa fai? Facciamo il Nicaragua? L’Italia non può prescindere dagli altri paesi, dall’Europa, dal resto del mondo. Chiaro, col senno di poi, l’Unione Europea è stata una “stronzata” pazzesca. Si può dire, tanto ormai non succede niente! Fare l’Europa prima di aver fatto un sistema Europa dal punto di vista delle banche, è stata veramente una follia. Ma ormai ce l’abbiamo, cosa facciamo? Torniamo alla lira? Va bene per dirlo a una festa della Lega a Pontida, ma non è una cosa che ha senso.

MARCO BARDAZZI:
Mettiamo via la politica, parliamo di qualcosa di un po’ più alto. Forse il più grande personaggio di questi tempi, non solo dal nostro punto di vista mediatico, è Papa Francesco. Il titolo di questo Meeting per la prima metà prende proprio da lui, “Verso le periferie del mondo e dell’esistenza”. A te cosa suscita? Quali sono le periferie non solo del mondo ma anche dell’esistenza? Mi venivano in mente le periferie dell’esistenza mentre parlavi di Robin Williams, per esempio. Perché anche là, comunque, è di questo che si parla.

LINUS:
Ma sai, il termine periferia è un po’ una metafora che sta a indicare quelli che hanno un ruolo centrale nella vita e quelli che magari hanno un ruolo marginale. Non è soltanto un atteggiamento legato al territorio. Peraltro, io sono un ragazzo di periferia, quindi comunque è un termine nel quale mi rivedo moltissimo. E’ un argomento che fotografa abbastanza bene la realtà in cui siamo, in cui abbiamo trasformato il mondo, una gigantesca metropoli con un quartiere residenziale fantastico e tutto il resto periferia. Se voi pensate che siamo 7 miliardi su questo pianeta, l’Europa tutti quanti messi insieme varrà 700, 800 milioni, gli Stati Uniti ne valgono altri 300, e il resto chi sono? Gli indiani, i cinesi, l’Africa, l’America Latina, la periferia, no?, tra virgolette. Poi la periferia a un certo punto “s’incazza” e le cose cambiano.

MARCO BARDAZZI:
Nel titolo del Meeting di quest’anno c’è anche la parola “destino”. Tu, di fronte alla parola destino, cosa senti?

LINUS:
Il destino è quel che è, non c’è scampo. Per me è Frankenstein junior, la parola destino. Ah ah ah! Ma io non lo so che cos’è il destino! Non me lo sono mai posto questo tipo di problema o di interrogativo, anche se – adesso dico una cosa che potrà suonare un po’ presuntuosa, ma tanto comunque la dico lo stesso – io che sono cresciuto in una famiglia molto, molto modesta, che sono un ragazzo di periferia, io sapevo che sarei diventato qualcuno. Ero sicuro ma non pensavo, cioè, io ero già qualcuno quando ero nessuno. Ho sempre avuto questo atteggiamento nel modo di pormi nella vita. Quando facevo le superiori, le scuole medie, io ero il leader della classe, per questo ho fatto tre volte la quinta! Però è una questione un po’ anche di attitudine il fatto che certe cose ti possono accadere o meno. Io ho fatto la radio per caso, non pensavo certo di farne il mio lavoro. Il mio sogno era disegnare perché ero bravo a disegnare e ho cercato di fare di quello un lavoro. Non ci sono riuscito perché ero un ragazzo di periferia, non conoscevo nessun posto dove andare, e allora mi sono messo a giocare con la radio e poi quella è diventata la mia chance. Ma se avessi fatto un’altra cosa, credo che probabilmente avrei avuto un destino simile a quello di oggi. Predestinato presuppone che io sia diventato chissà che cosa, io credo di essere semplicemente uno che fa bene il suo lavoro e basta.

MARCO BARDAZZI:
Ecco, il lavoro. Come lo vivi? Uno dei temi che noi affrontiamo, che si dibattono sempre al Meeting, è come vivere il proprio lavoro con uno sguardo diverso, come dare un valore a quel lavoro diverso, anche quando diventa magari un gesto ripetitivo e non è necessariamente la cosa che vuoi fare dalla mattina alla sera. Tu, che hai dovuto rinunciare un po’ alla parte artistica per dedicarti alla parte manageriale, come vivi il lavoro? Come una condanna?

LINUS:
Personalmente io mi rendo conto di essere fortunato nel senso che ho una giornata che è divisa in due. Alla mattina faccio l’artista e al pomeriggio faccio il manager. Da quando faccio il manager, da 20 anni, mi sono reso conto di quanto ero fortunato a fare l’artista, quindi lo faccio con ancora più entusiasmo e stimoli. Parlavamo prima a tavola del fatto che ci sia bisogno di trovare qualcosa che ci faccia mettere un po’ d’amore in quello che facciamo. Il rischio a priori è che si finisca per rimanere un po’ frustrati, nel senso di sentirsi dire di trovare qualcosa per cui tu sei portato, appassionato. Non tutti hanno la fortuna di diventare deejay, giornalista, architetto, un qualcosa che possa avere un barlume di fantasia: allora questo ti può un po’ frustrare. Però ci può essere piacere anche nel fare un lavoro che non è per forza artistico.
Purtroppo le generazioni di oggi vengono cresciute con l’illusione che ci sia tanto spazio in un certo tipo di mondo. Pensa soltanto a quante facoltà sono nate per quei meravigliosi titoli, “Scienze della Comunicazione”, per esempio. Sono la fabbrica dei disoccupati: tu studi per 3 o 5 anni qualcosa che non ti serve quasi a nulla, ti servirà molto di più la parte pratica che farai una volta che sarai riuscito a entrare in un mondo che non ha tutti i posti sfornati dall’università. Però, faccio un esempio, a Milano negli ultimi 10 anni tantissimi 30, 35enni che hanno perso il lavoro, si sono convertiti in taxisti. Beh, molti di loro lo fanno con grande entusiasmo: in un lavoro come quello, che può essere anche un po’ pesante – il traffico e tutto il resto – ci sono aspetti positivi. E io, che sono un grande utilizzatore di taxi, ogni tanto prendo la macchina e mi capita di beccarne uno che invece non parla per tutto il tempo: e a me piace parlare. Non ascolta, a malapena ti dice buongiorno quando sali e magari anche litiga o si innervosisce con quelli che gli tagliano la strada. Lì ti viene da pensare: “Ma tu, perché hai fatto il taxista? Vai a fare un altro lavoro! Devi anche spendere dei soldi, devi comprarti la licenza!”. Ecco, il taxista non è esattamente un lavoro artistico, ma è un lavoro in cui puoi trovare risvolti piacevoli che non esistono in tante attività. Dipende anche dalla disponibilità che ci metti, non è sempre colpa del datore di lavoro se la tua posizione non è entusiasmante. Secondo me, dobbiamo mettere da parte un po’ di vittimismo su cui stiamo marciando.

MARCO BARDAZZI:
Sai che ci sono anche delle modalità di lavoro non retribuite o particolari. Per esempio, qua ci sono 3000 volontari che passano una settimana a fare lavori di ogni genere, ai parcheggi, le pulizie, a metà agosto, quando magari si potrebbe fare altro. Cosa ne pensi, venendo qua al Meeting?

LINUS:
Beh, un po’ li invidio, mi ricordano cose che ho fatto anch’io da ragazzo. Credo che la parte più bella di quello che fanno è la parte socializzante. M’immagino che ci sia anche un dietro le quinte, nel quale i volontari si trovano tra volontari e non soltanto con le persone che devono gestire. E alla fine, i ragazzi sono fatti per stare insieme con gli altri ragazzi e se c’è un momento di socialità, è proprio questo. Per cui li guardo con molto affetto e con molta invidia, perché comunque è un momento della vita che difficilmente poi si ripeterà. Godetevelo fino in fondo! Ed è anche poi quel tipo di adrenalina che gli permetterà per sette giorni probabilmente di non dormire o di dormire molto poco e di tornare a casa distrutti ma felici. Perché la regola fondamentale è tornare a casa distrutti ma felici. Quando si va in vacanza da adulti, ad esempio, tu vai in un posto, torni a casa e la domanda che ti fanno è: “Ti sei divertito?”. Quando uno ti risponde: “Mah, mi sono riposato!”. Ecco, lì è pronto per la morte! Perché uno in vacanza si deve divertire, non si deve riposare! Ci riposiamo noi che siamo vecchi!

MARCO BARDAZZI:
Le ultime due cose, poi ti lascio al popolo del “selfie” che ti aggredirà. Nell’intervista ad Avvenire, prima di venire qua, ti hanno chiesto: “Cosa vorresti portare a casa da questo incontro con il Meeting?”. Tu hai detto: “La stessa cosa che spero di dare: più fiducia nel valore della curiosità. E’ un elemento che sembra manchi sempre di più nella nostra società e nei rapporti umani”. Perché la curiosità manca e come la possiamo sviluppare?

LINUS:
Quando mi hanno chiesto di venire qua, ho pensato di portare qualcosa: quello che posso portare è la mia esperienza. E’ un’esperienza che a me ha portato bene e se anche tanto così può portare bene a uno di voi, la mia missione sarà compiuta. Quando mi chiedono il “segreto” del mio successo, io dico sempre “la curiosità”. Io sono sempre stato uno curioso, magari a volte pettegolo ma soprattutto curioso. Mi ricordo che da bambino andavo alle medie e mia madre mi preparava il latte con i biscotti. Mentre mangiavo il latte coi biscotti, prendevo la scatola di biscotti e leggevo dove li facevano, la Colussi che era di Perugia. Sono tutte cose che mi rimanevano in testa. Io ho letto qualunque tipo di cosa. Perché comunque più cose vi incuriosiscono e più cose vi entrano, più vi arricchite e più siete forti rispetto a quelli che vi stanno vicino. Perché c’è un po’ la tendenza a sapere soltanto quello che ci serve, ma in realtà quello che ci serve voi non lo sapete.
Io faccio la radio tutti i giorni, faccio due ore al giorno in diretta, ok? In diretta vuol dire che non so esattamente di che cosa parlerò. O meglio, io ho una scaletta che prevede una serie di argomenti sui quali mi sono anche un pochino preparato. Però, se qualcuno di voi ha sentito il mio programma, saprà che lo faccio con Nicola, il quale non prepara niente. Non gliene frega niente di quello che dico, le cose gli entrano di qua e gli escono di là, e di punto in bianco mi fa delle domande. Allora, se io non fossi preparato, se io non avessi letto quella cosa che in teoria non mi serviva niente, non saprei cosa rispondergli. Invece le cose che imparate vi serviranno quando meno ve lo aspettate. Per cui, se posso darvi un consiglio, cercate di alimentare la vostra curiosità. Basta.

MARCO BARDAZZI:
L’anno prossimo faccio venire anche Nicola Savino, così fate un dibattito.

LINUS:
Sì, sì.

MARCO BARDAZZI:
Prima di lasciarti, ti devo fare un’ultima domanda. Che cosa desideri per i tuoi figli? Cosa ti aspetti?

LINUS:
Eh, non lo so. Mi auguro che siano felici, poi in quale maniera non ha nessuna importanza. Mi auguro che non abbiano la stupida idea di seguire quello che ho fatto io, spero che facciano cose che siano completamente diverse, ma su questo penso che non ci siano dubbi. Mi auguro che trovino la strada, ecco. Quello più grande adesso ha 18 anni, ha finito quest’anno la scuola superiore, a ottobre comincia l’università, boh. Che ne sarà di lui, veramente non me lo immagino. Ogni tanto, io e mia moglie ci diciamo: “Ci piacerebbe essere una mosca per vedere cosa farà tra dieci anni”. Però nella vita esistono tutta una serie di componenti imponderabili, per le quali comunque non possiamo più di tanto colpevolizzarci. C’è una tendenza ad attribuire ai genitori più responsabilità di quella che hanno. E’ vero che abbiamo tante colpe, perché li facciamo crescere in maniera troppo facile, con troppa semplicità. Però io credo che prima di tutto ci sia l’indole. Io ho due figli maschi con la stessa donna, cresciuti allo stesso modo, nello stesso posto, nella stessa città, e non potrebbero essere più diversi uno dall’altro. Il più piccolo potrebbe essere una macchina da guerra, come me, quello grande come sua madre, stordito. Però è tanto bello!

Data

27 Agosto 2014

Ora

21:45

Edizione

2014

Luogo

Sala Neri CONAI
Categoria