CIBO: QUALITÀ O QUANTITÀ PER NUTRIRE IL PIANETA? - Meeting di Rimini
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CIBO: QUALITÀ O QUANTITÀ PER NUTRIRE IL PIANETA?

Cibo: qualità o quantità per nutrire il pianeta?

26/08/2011 - ore 19.00_x000D_ Partecipano: Giuseppe Battagliola, Presidente de La Linea Verde Spa; Stefano Berni, Direttore Generale del Consorzio per la Tutela del Grana Padano; Marco Lucchini, Direttore Fondazione Banco Alimentare Onlus; Vincenzo Tassinari, Presidente di Coop Italia. Introduce Camillo Gardini, Presidente della Compagnia delle Opere Agroalimentare.

Partecipano: Giuseppe Battagliola, Presidente de La Linea Verde Spa; Stefano Berni, Direttore Generale del Consorzio per la Tutela del Grana Padano; Marco Lucchini, Direttore Fondazione Banco Alimentare Onlus; Vincenzo Tassinari, Presidente di Coop Italia. Introduce Camillo Gardini, Presidente della Compagnia delle Opere Agroalimentare.

 

CAMILLO GARDINI:
Buonasera a tutti. Diamo avvio a questo workshop: “Cibo: qualità o quantità per nutrire il pianeta?” È un grande tema. Do solo due dati per raccogliere l’importanza di questo argomento: fino a pochi mesi fa, produrre latte o produrre barbabietole per trasformarle in zucchero sembrava essere un problema. Un problema per le eccedenze, un problema per una coltivazione di terreni a discapito di Paesi in via di sviluppo. Improvvisamente il mondo ha scoperto che le derrate alimentari non sono poi così eccedentarie, così numerose. Dati autorevoli dicono che i ritmi di crescita della produzione sono dello 0,5% in più all’anno, mentre i fabbisogni della popolazione mondiale, in relazione anche alla crescita delle aspettative di nutrizione, sono dello 0,2%. Quindi, abbiamo una grande necessità di produrre, per alimentare sempre bene e sempre meglio il mondo. Questo tema, anche con all’orizzonte l’Expo di Milano 2015, è l’argomento di questo workshop. Gli autorevoli relatori che sono qui al tavolo con me sono Giuseppe Battagliola, Presidente de La Linea Verde; Stefano Berni, Direttore Generale del Grana Padano; Vincenzo Tassinari Presidente di Coop Italia e Marco Lucchini Direttore Generale della Fondazione Banco Alimentare.
Inizierei subito con gli interventi. Vorremmo tenere questo workshop compatto e molto concentrato su esperienza e operatività. Abbiamo chiesto a Giuseppe Battagliola, in qualità di Presidente della Linea Verde, un po’ di storia: le caratteristiche dei prodotti che fa e soprattutto come ha coniugato il binomio qualità-quantità nel realizzare i suoi prodotti, le sue innovazioni. Prego.

GIUSEPPE BATTAGLIOLA:
Come avete sentito, mi chiamo Giuseppe Battagliola e oltre ad essere Presidente della Linea Verde ne sono anche il fondatore, insieme a mio fratello Domenico, essendo l’azienda alla prima generazione. Ho dato un titolo al mio intervento: “Vedete crescere per crescere”, che più che un titolo è il nostro motto; è la sintesi del nostro approccio, cioè una grande voglia di fare, una grande voglia di creare qualcosa, in una parola di crescere, di far crescere l’azienda; ma per poter crescere l’azienda noi siamo molto convinti che prima devono crescere le persone. Da qui il titolo. L’altra cosa che vi voglio dire è che, raccontandovi il nostro percorso imprenditoriale, mio e della mia famiglia, inevitabilmente vi racconteremo un po’ della nostra vita, perché il lavoro è la nostra vita e perciò sono inevitabilmente intrecciati. Questo che vedete è veramente il mio papà e inizio da qui a raccontarvi la storia. Dovete sapere che noi nasciamo in una famiglia contadina di una microscopica azienda agricola, come ce n’erano solo prima della guerra fino agli anni cinquanta, che era improntata sull’autoproduzione, autosostentamento. Non poteva più esser così. Mio papà aveva una grande volontà di tenere unita la famiglia e andare avanti, per cui già lui si era inventato di fare gli ortaggi. Questo è stato il primo passaggio. Perciò famiglia contadina e fortemente cattolica, piena di valori. Questa credo che sia stata la mia, la nostra più grande fortuna. L’onestà, la volontà, la voglia di fare bene, la serietà, la condivisione, la trasparenza, sono valori che noi abbiamo trovato e perciò, ripeto, siamo stati molto fortunati, ma non era affatto scontato riuscire a trasferirli nel nostro percorso imprenditoriale, cioè farli condividere ai nostri collaboratori, tanto da farli diventare poi una filosofia aziendale.
Vi ho raccontato che già il mio papà aveva fatto il primo passo, cioè quello di cominciare a produrre insalata; ma, in un secondo tempo, arrivammo io e un po’ di tempo dopo mio fratello Domenico – perché lui aveva poca voglia di lavorare, mi sta ascoltando, scusate scherzo; in realtà lui è molto più giovane di me, per cui è arrivato dopo. Ma arrivando queste forze fresche in famiglia, quello che è successo è che finalmente si è tentato di allargare, di far diventare una vera azienda la nostra piccolissima azienda agricola. È cominciato il percorso e questo percorso ci ha portato, man mano, a far crescere l’azienda agricola, partendo da zero. Soldi non ce n’erano, per cui sono bastati sì e no per comprare un trattore, mentre per gli attrezzi, siamo dovuti andare a prendere quelli che scartavano gli altri. Abbiamo affittato un pezzettino di terra poi l’abbiamo acquistato: passo dopo passo l’azienda cresceva, diventando una realtà sostenibile. Ma in questo percorso, io, che non avevo voglia di studiare e invece mi piaceva tanto lavorare, come dire, ero ancora giovane e come tutti i giovani mi facevo tante e tante domande. Mi sembra ieri che ero in fondo al campo e, guardando il mio lavoro, dicevo “ma sarà proprio questo il mio lavoro o potrò fare qualcos’altro; potrò fare di più?” Mentre mi facevo queste domande è successa la cosa che ha dato la svolta alla nostra vita, alla nostra vita imprenditoriale, quantomeno. Un giorno il mio papà torna dal mercato e mi dice: “ma lo sai che c’è un mio collega che ha inventato una macchina – che non fa vedere a nessuno, è un segreto che nasconde gelosamente – che taglia il cicorino? Dovete sapere che al tempo il cicorino si vendeva a mazzetti, così. Però, mentre le nostre nonne avevano una manualità tale per cui lo tagliavano finemente, questa manualità si era persa, per cui venderlo finemente tagliato era un valore, effettivamente. Allora io accettai questa sfida, la feci mia. Alla fine di una lunga giornata di lavoro, perché le giornate di lavoro nelle aziende agricole vi assicuro che non erano di 8 ore ma forse di 16 ore, mi misi lì nella cantina di casa, acquistai una affettatrice di terza mano e mi misi ad armeggiare, a modificarla e rimodificarla fin quando riuscii a fargli tagliare ‘sto benedetto cicorino. Iniziò, in maniera assolutamente rudimentale, un’attività che, noi non sapevamo ancora, pian piano sarebbe cresciuta dando, diciamo, un segno profondo alla nostra vita. Lo lavavamo, pensate, in un mastello e lo asciugavamo in una lavatrice con carica dall’alto, di terza mano. Per cui più rudimentale di così non si poteva. Ma anche questa attività, pianino pianino, se all’inizio era solo stagionale e parziale, poi crebbe. Crebbe tanto che prese il sopravvento. Ma prendendo come clienti la grande distribuzione, cominciando ad avere dei clienti di grande distribuzione, succede che il prodotto serviva anche l’inverno, mentre l’azienda agricola non lo produceva. Per cui, da qui, la necessità di creare una società che invece potesse muoversi liberamente e acquistare il prodotto. Ed ecco che nel ’91 è nata la Linea Verde. È nata con i primi 1000 metri di stabilimento, tutto rigorosamente fatto con debiti. Anche la Linea verde, come l’azienda agricola, pianino pianino ha attraversato fasi di sviluppo: siamo partiti come snc, poi srl, poi spa, siamo passati attraverso momenti molto difficili e altri di soddisfazione. In una parola, oggi io posso sintetizzare la mia vita professionale in due metà uguali: i primi vent’anni da agricoltore, i secondi vent’anni da imprenditore, perché quest’anno, nell’inaugurare un nuovo stabilimento, abbiamo festeggiato i primi vent’anni di attività.
Adesso che vi ho raccontato, seppure in breve, il nostro percorso imprenditoriale, vediamo invece cos’è la Linea Verde oggi. È un gruppo intanto, perché intorno a noi abbiamo fatto nascere delle società satelliti, ma tutte sinergiche al medesimo business; abbiamo perciò oggi sei stabilimenti produttivi: 5 in Italia e uno in Spagna. Lavoriamo con mille persone. Abbiamo il nostro gruppo e abbiamo anche una società di trasporti, essendo questi molto strategici per un prodotto che ha come sua caratteristica principale la freschezza. Siamo leader di mercato o, per essere esatti, co-leader insieme al nostro concorrente Bonduelle (sennò mi rimproverano) e il gruppo l’anno scorso ha fatto 170 milioni di euro di fatturato. Abbiamo una potenzialità produttiva di un milione di pezzi/giorno e abbiamo creato anche un marchio aziendale, in tempi più recenti, che si chiama Dimmidisì. In tempi più recenti, perché noi siamo nati e cresciuti e tuttora siamo produttori principalmente di private label, cioè produciamo a marchio del distributore, a marchio del supermercato. Qui c’è Tassinari, presidente di Coop. Ecco, facendo l’esempio di Coop, Coop è il nostro principale cliente e lo forniamo sia a private label, perciò a suo marchio, che con prodotti Dimmidisì. Questo percorso che, lasciatemi definire, nonostante i problemi e i momenti difficili, è certamente un percorso di successo, calcolando soprattutto da dove siamo partiti, ha avuto degli alleati e bisogna tornare alle radici, ai valori. Noi siamo particolarmente orgogliosi di trovare nelle persone che lavorano con noi, nella nostra azienda, ancora gli stessi valori di quando siamo partiti. Siamo riusciti a crescere strutturandoci ma cercando di perdere il meno possibile per strada quelli che erano i valori fondanti. Tutto questo si è trasformato in una filosofia, un carattere, come lo vogliamo chiamare, che è fatto da spirito imprenditoriale, curiosità e passione e che poi si trasforma in azioni che principalmente stanno nel credere nel proprio lavoro, perciò scommettere, non solo in soldi ma in vita; e questo, ovviamente, non si può fare senza coinvolgere le persone che con te condividono la missione, partendo sempre dai valori. Vediamo, adesso, nelle slide successive, l’analisi di questo benedetto spirito imprenditoriale, partendo da queste doti di partenza. Partendo dallo spirito imprenditoriale, vedete che ho scritto “l’imprenditore nel seme vede il frutto”. Cosa volevo dire? Molto semplicemente che la visione per un imprenditore è importantissima, ma non è abbastanza da sola; ci vuole anche il sacrificio, ci vuole anche tanto sacrificio. Insomma, fare l’imprenditore è anche un onere pesante, ma è anche un onore. Io credo che vedersi sotto le mani qualcosa che cresce, vedere che crei dei valori che non sono solo tuoi ma ne fai partecipi le persone vicino a te, io credo che possa, a volte, essere veramente un onore. A volte si ha addirittura l’impressione di portare avanti un progetto più grande di sé. Per quanto riguarda la curiosità, voglio dire semplicemente che è la base, è il substrato su cui si fonda l’innovazione. Certamente l’innovazione e la curiosità vanno incanalate, come tutti i settori dell’azienda, dalla produzione, alla logistica, all’approvvigionamento, anche questa va incanalata, ma se si riesce, questa fa la differenza. Per la Linea Verde lo è stato. L’innovazione è quello che ci ha distinto, in molti momenti, rispetto ai nostri concorrenti. È un fattore assolutamente differenziante e distintivo.
Per ultimo la passione. Ci sono momenti, come vedete nella fotografia, momenti nella vita di un’azienda molto difficili. Ebbene, è proprio la passione che ci aiuta a superarli. Anche questa, per carità va strutturata, ma certamente è un grande aiuto per l’imprenditore. Partendo da un concetto che mi è caro, cioè che l’azienda è fatta di persone, queste persone non devono essere un semplice gruppo, ma devono essere una squadra, quelle più vicine, addirittura, lasciatemi dire, una famiglia, se possibile. Per cui servono dei collanti. Io ho immaginato che questi potessero essere i collanti per una buona squadra coesa: cioè i valori, le motivazioni delle persone, la condivisione. Le persone si devono sentire la fiducia dell’azienda e poi i giovani. I giovani, investire sui giovani che sono davvero la linfa di questa squadra. E se questo lavoro è importante all’interno dell’azienda, non è meno importante un’azione che si può fare in quello che sta intorno all’azienda; infatti ho scritto: “la solida rete di rapporti, la forte partnership con gli stakeholder”. Cosa volevo dire? Qui la parola chiave intorno a cui gira il discorso è partnership. Infatti noi abbiamo un rapporto – faccio un esempio – coi nostri fornitori della filiera; abbiamo un rapporto che si può definire di assoluta partnership. Noi diciamo che non compriamo mai niente; noi facciamo produrre, affidiamo la produzione dei nostri prodotti a queste aziende, supportandole prima e controllandole poi. Insomma abbiamo un rapporto filializzato, continuativo, che si può definire senz’altro di partnership, ma con lo stesso atteggiamento ci piace proporci ai nostri clienti. Noi vorremmo, ci piacerebbe essere per i nostri clienti dei partner affidabili.
Insomma, se si fa questo lavoro all’interno e all’esterno, questa slide sintetizza che la chiave di successo è proprio la condivisione. La condivisione dei valori e degli obiettivi vuol dire, in pratica, in una parola, remare tutti nella stessa direzione. Questo è un concetto, invece, riferito ai prodotti. Ho voluto simbolizzare l’azienda in un albero. Un albero che affonda le sue radici nei valori non può che produrre dei frutti, in questo caso chiaramente i frutti sono i prodotti, che sono l’immagine, che sono portatori di questi valori, valori che definirei, con un aggettivo strano, trasparenti, perché i prodotti sono sani, genuini, senza conservanti. Non era detto però che prodotti portatori di valori corrispondessero alle esigenze del consumatore e perciò fossero un successo. Non era detto, invece sì; ebbene, questi prodotti lo sono stati. Noi non produciamo ormai solo insalata. Siamo nati, come vi ho raccontato, con l’insalata ma ci siamo inventati anche nuove categorie di prodotti, che noi definiamo a più alto valore aggiunto, che sono appunto le zuppe, i frullati, i contorni, come il purea, la peperonata, ecc… L’innovazione, vi ho detto essere stata molto importante per la nostra azienda. Noi abbiamo sempre cercato di esprimere prodotti con alto contenuto di servizio e di innovazione. E qui vediamo alcuni esempi riferiti all’insalata: sulla sinistra vedete una ciotola che è un esempio della nostra linea piatti unici; infatti qua la proposta è una proposta di maggior servizio. È un piatto da asporto, un piatto completo, perché insieme all’insalata si trovano le proteine, che possono essere pollo, formaggio e quant’altro, il coperto e il condimento. Perciò un piatto da asporto. In centro, invece, il pacco arancione è una proposta di servizio maggiore. Vedete che il prodotto non è pronto da mangiare, ma pronto da cuocere. Ebbene il film è un film microondabile, per cui il servizio è quello di poter cuocere nella confezione il prodotto. Mentre, invece, a destra, c’è una pura innovazione di marketing. Credo che tutti riconoscete la confezione Hallo Kitty. Innovazione riferita ai minestroni con la verdura fresca. Facevamo i minestroni di quarta gamma. Con la stessa verdura oggi facciamo i minestroni. Qui il concetto è molto semplice: le regole sono poche, fresco da fresco – perché facciamo il prodotto con la stesa materia prima con cui facevamo la quarta gamma – facciamo il prodotto minestrone come fatto in casa, cioè senza additivi. Non cambia molto con la frutta: anche i frullati noi li facciamo con la frutta fresca con cui facevamo la quarta gamma.
Qui, lasciatemi dire, che non abbiamo inventato i frullati, come non abbiamo inventato i minestroni. Ci piace, invece, dire che abbiamo inventato un nuovo modo di farli, perché noi non siamo una gastronomia. Noi produciamo per tutta Italia. Diciamo che siamo un’industria, ma il modo con cui li facciamo non ha niente di industriale. Materia prima fresca ogni giorno, prodotto fresco, come fatto in casa, senza conservanti. Scusate se lo ripeto, ma è piuttosto importante che lo capiate. Pensiamo, perciò, di aver inventato una nuova categoria. Gli abbiamo dato anche un nome, perdonate un pochino di presunzione, lo abbiamo chiamato appunto “fresco da fresco”. Ci sono molti modi di definire il fresco. Ci sono aziende che fanno prodotti a 60 giorni, 90 giorni. Per noi il fresco non è quello lì. Il fresco è ciò che dura pochi giorni, cioè la vita naturale del prodotto, ed è fatto con materie prime fresche. Infatti, tutti voi sapete bene che gli alimentaristi hanno messo da poco tempo, alla base della piramide alimentare come categoria di cibi più importante per l’alimentazione dell’uomo di oggi, l’ortofrutta. Come pure tutti sappiamo che mangiare cinque porzioni al giorno di ortofrutta fa bene. Un po’ più difficile farlo ma comunque questa è una grande rivoluzione che a volte sfugge. L’uomo per due milioni di anni ha avuto una grande priorità, che era quella di sfamarsi; solo adesso, almeno nei Paesi industrializzati, ne ha un’altra: quella di guardare cosa mette nel piatto. Addirittura si cura mentre mangia.
Quello che abbiamo fatto noi, oltre a non snaturare la filosofia del fresco che era nel nostro dna, ed è per questo che i prodotti hanno avuto successo, è rispondere a questa esigenza. Perché se è vero che sappiamo che mangiare ortofrutta fa bene, non è così facile usufruirne cinque volte al giorno. Infatti, quello che vedete nella fotografia sono prodotti che possono essere consumati in diverse occasioni, in diversi posti – per esempio gli snack, quella bustina che vedete, è quanto di più liberale ci può essere per il consumo. Insomma, abbiamo reso possibile usufruire di ortofrutta fresca diverse volte nella giornata.
Per fare questi prodotti, però, ci vuole un sistema. Qui il concetto è molto semplice. Il fresco da fresco è un sistema che deve avere un approvvigionamento fidelizzato, efficace, che esprime non solo qualità ma sicurezza; una logistica puntuale, degli stabilimenti ubicati non molto lontano dall’utenza, perché si tratta di un prodotto freschissimo. Per cui un sistema e in quanto sistema esportabile; ne è la prova che noi abbiamo fatto un’azienda in Spagna, però mentre costruivamo lo stabilimento, parallelamente abbiamo costruito l’azienda agricola. Insomma abbiamo costruito il sistema.
Per ultimo, spero di non essere stato lunghissimo, lasciatemi dire una battuta sul titolo del nostro convegno: qualità o quantità per nutrire il pianeta. La mia risposta sarà certamente di parte, non c’è dubbio, ma durante la mia presentazione qualche risposta è già uscita. Io credo che dobbiamo imparare a vedere il consumatore come una cosa dinamica, che cambia, le sue esigenze cambiano. E il cambiamento che io vedo più recente mi porta a dire che il consumatore ha bisogno di due cose sostanzialmente (parlo dei Paesi industrializzati, certamente, e non dove invece non c’è il cibo): il servizio, perché oggi abbiamo sempre meno tempo, per cui prodotti pronti; in più, grazie a Dio, oggi miriamo tutti un po’ di più alla qualità della vita. La qualità della vita non può essere quella di usare il tempo a pulire l’insalata. Perciò, dicevo, prodotti pronti, ma c’è un’altra cosa: il consumatore che evolve e impara, apprezza sempre di più la parola fresco, cioè vuole il fresco e sempre meno vuole accettare il compromesso che insieme al cibo pronto gli si propinino dei conservanti, degli additivi. Sempre più, invece, vede dietro la parola fresco prodotti di qualità, caratteristiche organolettiche, salutismo. Vede valori. Per quanto riguarda la quantità, cosa dire? Noi produciamo un milione di pezzi al giorno, non so se è tanto o poco. Ci piacerebbe certamente crescere e non mettiamo limiti alla Provvidenza. Grazie.

CAMILLO GARDINI:
Un prodotto fortemente innovativo, come quello di quarta-quinta gamma, raccontato dalla linea verde Dimmidisì, un prodotto con saldissime basi e grande tradizione come quello del grana. Stefano Berni, Direttore Generale del Consorzio di Tutela del Grana Padano – il latte ha avuto una dinamica, negli ultimi tempi, di grande positività, i prezzi sono tornati a livelli compatibili, chi fa formaggi in questo momento sorride, questa è una cosa molto importante. Gli chiediamo quali sono le sfide per un formaggio così importante come il grana e gli chiediamo anche se in un futuro di crescita dei fabbisogni vi sarà spazio ancora per la qualità che il grana promette e mantiene.

STEFANO BERNI:
Grazie, Camillo. Credo si debbano distinguere due categorie di produzioni agroalimentari: quelle cosiddette generiche e quelle di pregio.
La prima categoria si deve confrontare con le commodities agroalimentari mondiali e quindi la quantità e la resa diventano un percorso inevitabile.
La seconda categoria si deve invece distinguere per la qualità aggiuntiva che deve essere perseguita, raccontata e conosciuta.
La qualità, infatti, non può essere esclusivamente ciò che risulta dal gusto o dall’appeal ma deve essere a 360°. Il concetto di qualità è, infatti, molto ampio e passa obbligatoriamente dal racconto e dalla conoscenza del prodotto.
Quando il carattere distintivo di un prodotto è la sua qualità, la ricerca della quantità diventa un fatto quasi secondario, anzi, a volte, come preciserò più avanti illustrando al proposito la case history del Grana Padano o degli altri prodotti DOP, può diventare addirittura una limitazione della qualità.
Ciò, infatti, che deve essere chiaro è che la qualità ha costi aggiuntivi sia da parte delle aziende agricole che da parte delle aziende di trasformazione e distribuzione.
Quando questi costi non vengono riconosciuti dal mercato l’effetto derivato è che l’imprenditore cerca di limarli e contenerli a danno del livello qualitativo.
Ciò però che il consumatore deve pretendere e che oggi ha solo in parte è la corretta esaustiva informazione in etichetta.
Due esempi: vorrei sapere quanti consumatori o quanti di voi qui presenti sono a conoscenza che la gran parte di prosciutto crudo consumato in Italia che non sia una DOP come il Parma, il S. Daniele o il Carpegna non è proveniente da suini allevati in Italia e cioè, oltre il 50% del prosciutto consumato in Italia; oppure vorrei sapere quanti consumatori sanno che una parte importante di formaggio grattugiato generico, oltre il 40% del grattugiato in Italia (che non sia Grana Padano o Parmigiano Reggiano), è fatto con latte e formaggio estero, o quanti sanno che molti pezzi di formaggio denominati “Gran” con a seguito un aggettivo foneticamente italiano, sono provenienti da Paesi dell’est europeo.
Sono sicuro che molti consumatori, che si lasciano attrarre da tali prosciutti o formaggi grazie al loro prezzo contenuto, sono convinti che si tratti di produzioni nazionali.
Ma perché succede questo?
Succede perché le norme europee non impongono che in etichetta venga indicata la provenienza del prodotto, ma anzi il bollo CE con la “I” di Italia è obbligatorio venga apposto quando il confezionamento è fatto in Italia.
Quindi vedo una vaschetta di prosciutto crudo o un pezzo di formaggio confezionato, leggo sul packaging la I di Italia, il nome in etichetta evoca italianità, sono convinto sia un alimento tutto italiano e quindi lo compro e vengo ingannato.
Quando poi l’imitazione, peraltro legale, scimmiotta un prodotto DOP noto, su cui vengono fatti ingenti investimenti in materia di controlli, verifiche e promozione, non solo danneggia la DOP sottraendo spazi di mercato, ma approfitta del trascinamento positivo del prodotto DOP che imita.
Anche in questa sede più volte ho segnalato questo problema, il Parlamento Italiano ha recentemente approvato a larghissima maggioranza, una norma precisa in materia ma la UE non ci sta consentendo di applicarla.
Io credo che un consumatore debba essere informato in modo chiaro e facilmente leggibile in etichetta e poi, consapevolmente, fa la sua scelta e si fa guidare dalle informazioni che riceve. Ma le informazioni che dovrebbero esserci non ci sono. Quindi la qualità non è sufficiente venga ricercata e prodotta ma va raccontata al consumatore con chiarezza, soprattutto nelle imitazioni.
Ma quando la qualità si scontra con la quantità? La qualità si scontra con la quantità quando il prezzo pagato al produttore è insufficiente inducendolo a produrre di più e a limitare i costi della qualità per cercare di contenere i costi.
Questo meccanismo però può diventare deleterio perché impone una progressiva riduzione dei costi e disabitua gradualmente il consumatore alla qualità.
E veniamo alla case history del Grana Padano e delle altre grandi DOP come il Parmigiano Reggiano, i Prosciutti di Parma e S. Daniele, il Gorgonzola, il Provolone, l’Asiago etc.
Tanti produttori producono lo stesso prodotto, con lo stesso marchio, che viene percepito come unico prodotto. Sappiamo che ogni italiano sa cos’è il Grana Padano o il Parmigiano Reggiano, ma se chiedessi quanti ricordano qualche marca pochi saprebbero enunciarmene più di un paio e probabilmente le marche che ricorda uno sono diverse da quelle che ricorda, se le ricorda, il vicino di poltrona. Noi stiamo insistendo da tempo verso la UE che i prodotti DOP possano avere la facoltà di poter programmare le quantità per quel legame stretto con la qualità.
Forse ora, dopo anni, speriamo di riuscire ma ci sono ancora resistenze enormi da parte dei Paesi Nord Europei, in cui la qualità è un aspetto secondario della catena produttiva.
Ci sorprende ad esempio che il Commissario UE della concorrenza Almunia, opponga resistenza a questo principio mentre non ha battuto ciglio nell’affare Lactalis Parmalat con la realizzazione di un gruppo da oltre 15 miliardi di Euro di fatturato.
Bene, pensate che il Grana Padano, che è la DOP più grande e più consumata sia in Italia che nel mondo raggiunge, alla produzione, appena il 10% di questo colosso lattiero caseario.
E state certi che tale gruppo decide le quantità annuali per ogni referenza che propone sul mercato.
Perché allora ci sono resistenze sulla facoltà che le centinaia di piccole aziende di trasformazione che producono Grana Padano o Parmigiano Reggiano o Prosciutti di Parma o S. Daniele possano liberamente accordarsi di governare le quantità da immettere annualmente sul mercato per un prodotto unico?
Forse qualcuno impone alla Coca Cola di non programmare quante lattine sono da immettere sul mercato o alla Barilla quante scatole di pasta?
E allora perché la UE non consente di farlo ai prodotti DOP? Abbiamo detto prima che una buona parte di prosciutti crudi non sono italiani e non sono DOP, che molti formaggi scimmiottano il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano e quindi il mercato offre al consumatore alternative molteplici nella categoria. Se uno scorretto governo dell’offerta dovesse spostare troppo in alto i prezzi al consumo, i consumi calerebbero a vantaggio dei similari e questo porterebbe progressivamente a ipergiacenze di magazzino che danneggerebbero i produttori i quali, poi, per smaltirle dovrebbero abbassare i prezzi. Sostanzialmente sarebbe un sistema di vasi comunicanti che genererebbe altalene di valori che sono una manna per gli speculatori ma una iattura per i produttori che devono programmare i loro costi, i loro bilanci e le dinamiche delle proprie aziende.
Perciò un corretto governo della quantità offerta che tenga conto dei prezzi al consumo, del valore della qualità e della gestione della numerosa rete di aziende agricole e di trasformazione interessate sono ormai uno strumento indispensabile e necessario per le produzioni DOP.
Perché DOP vuol dire, ripeto, qualità globale, certezza della provenienza e del legame col territorio, certezza del rispetto di rigide regole produttive e certezza di salubrità. Infatti, oltre alle norme sanitarie che ogni azienda di produzione deve rispettare, si aggiungono tutte quelle regole distintive e precise proprie di una DOP che si concretizzano con migliaia di verifiche e costose analisi biologiche che vengono effettuate dai Consorzi di Tutela dalla produzione della materia prima sino agli scaffali della distribuzione.
Concludo quindi rispondendo allo stimolo del titolo dell’incontro “il futuro dell’agroalimentare tra qualità e quantità”, convinto più che mai che, almeno in Italia, la sfida con i mercati mondiali si vince solo con la qualità e che la ricerca della quantità va perseguita come strumento utile ma secondario.
Ad altri Paesi, meno vocati alla qualità e dai costi produttivi assai più contenuti va lasciato il compito di fornire al mondo le commodities di cui il mondo intero ha bisogno.
Noi qui dobbiamo continuare a fare sempre meglio ciò che abbiamo imparato a far bene, molto bene, da tanto tempo e cioè la qualità. Alla fine, comunque, è il consumatore che sceglie liberamente ma che deve avere la pretesa di essere informato correttamente, molto di più di quanto non sia oggi. Grazie

CAMILLO GARDINI:
Evidentemente la competitività dei nostri sistemi agroalimentari deve essere guadagnata sul campo e rivendicata anche a livello politico, come Stefano Berni ha fatto in questo momento, e noi gli siamo affianco in questa battaglia della capacità di determinare i quantitativi di prodotto dei consorzi di denominazione di origine. Ora, un grande ruolo nella distribuzione e nel consumo dei prodotti alimentari lo gioca la grande distribuzione organizzata. Coop è la principale catena distributiva italiana. A Vincenzo Tassinari chiediamo se qualità o prezzi bassi, qual è la politica commerciale di Coop: è la distribuzione moderna che orienta i consumi oppure sono i consumi che orientano le scelte della distribuzione e cosa consiglia all’agricoltura per nutrire il pianeta?

VINCENZO TASSINARI:
Buonasera a tutti. Io credo che partire da questa domanda sia importante per inquadrare un po’ alcune questioni che vorrei dire questa sera a voi. Sono i consumatori che determinano – bisogna che in un modo o in un altro ce lo mettiamo bene in testa – e i consumatori sono quelli che sicuramente a noi distributori dicono in tempo reale di che cosa hanno bisogno, quali sono le loro esigenze. E vince, indubbiamente, quel mondo distributivo che riesce meglio a interpretare il consumatore. Questo è il punto. Però io vorrei che non rimanesse fermo lì. Noi abbiamo 7 milioni e mezzo di soci consumatori che ci dicono in tempo reale, attraverso i nostri sistemi, come sono le loro modalità di acquisto e le loro propensioni, però sarebbe bene che questo schema del consumatore – che in tanti abusano a dire sovrano – fosse un concetto che diventasse un po’ più generale, non solo di noi distributori, ma del mondo dell’industria, del mondo della produzione, del mondo dell’agricoltura e quindi del mondo delle istituzioni, del governo, dei governi, anche locali.
Oggi indubbiamente siamo nel pieno del ricettario di economisti di maniera, sorti come funghi, che dicono come i problemi di questa crisi dovrebbero essere risolti, io non voglio dare nessuna ricetta, io dico che, se molte delle questioni che vengono messe sul tavolo fossero viste con l’ottica dei cittadini consumatori, del mondo, dell’Europa e dell’Italia, alcune coordinate di fondo per risolvere i problemi che stiamo affrontando forse sarebbero risolte meglio. Io so che c’è una bellissima mostra qui, che il vostro Meeting ha organizzato, dei 150 anni, io credo che sia molto coerente con la storia di Coop che ha 157 anni; ma la storia di Coop, io vorrei dire senza nessuna presunzione, è molto collegata alla storia economica del nostro Paese ed è molto collegata, ovviamente, alla storia della distribuzione moderna in Italia che, per quello che dicevo prima, è molto collegata con la storia dei nostri cittadini consumatori. Indubbiamente quando Giuseppe Boitani, uomo di Camillo Benso di Cavour, tanto per precisare anche le generalità politiche, fece nascere la prima cooperativa a Torino, la faceva nascere perché in quel momento c’era una situazione di moti popolari, di prezzi delle derrate alimentari che crescevano, addirittura non si trovavano prodotti di prima necessita, il pane, la farina, lo zucchero. Quindi, politicamente, si colse una situazione sociale e gli si diede una forma imprenditoriale attraverso la costituzione della cooperativa che, sempre per mettere bene le generalità, era nata 10 anni prima, nel 1844, in quel di Rochdale, non a Leningrado.
Quindi, io credo che questo significava provare, come poi nacquero migliaia di cooperativa in tutto il territorio nazionale, fino al primo conflitto mondiale. Poi ci furono, ovviamente, le fasi molto difficili del periodo della persecuzione fascista, è inutile non sottolineare questo aspetto. Cito don Sturzo, tanto per intenderci, perché la Coop ha fatto l’unità veramente con la famiglia cooperativa, con tutte le realtà della cooperazione, della distribuzione, senza distinzione di bianco, rosso, cioè siamo cooperatori, questa è la nostra carta di identità. Don Sturzo diceva appunto che la democrazia si sarebbe retta, in quegli anni, fortemente attraverso tre grandi pilastri: la politica, il sindacato e la cooperazione. Io credo che questo elemento fondamentale, costituente, sia un po’ il filo che lega la nostra storia. Arriviamo sicuramente – vado molto velocemente – nel dopoguerra, dove siamo nel pieno della crisi, siamo nel pieno di una fase di economia della scarsità. La Coop allora aveva qualcosa come 6000 piccoli spacci cooperativi, in 3000 cooperative. Nel 1957 nasce Generali Supermercati; a Milano, Rockfeller fonda Esselunga. Noi avevamo 3000 cooperative con 6000 spacci cooperativi. Però è proprio in quegli anni che capiamo che comincia il cosiddetto ciclo dell’economia del benessere del nostro Paese e quindi l’evoluzione della distribuzione moderna, che parte appunto con Rockfeller a Milano. Noi la interpretiamo attraverso un grandissimo processo di trasformazione, dove chiudiamo gran parte dei 6000 negozi per fare supermercati moderni. E quindi questo arriva attraverso anche un fortissimo processo di revisione imprenditoriale, perché 3000 piccole cooperative, che non avevano sicuramente mezzi e risorse per fare investimenti in distribuzione moderna, diventano oggi 9 grandi cooperative, che gestiscono, appunto, una superficie di distribuzione moderna importante, che ci ha fatto diventare leader in Italia.
Oggi, il tema è: che fase economica stiamo gestendo? Io penso che noi oggi stiamo entrando in una fase di economia della scarsità. Bisogna che prendiamo atto della situazione di crisi economica. Lasciamo stare le origini, perché ci porterebbero troppo lontano. Però io credo che meno reddito, meno lavoro, meno consumi, siano dati terra terra, che noi registriamo, purtroppo, in questi mesi, in questi giorni e, come dico in tante sedi, non è più vero che il settore della distribuzione sia un settore anticiclico all’economia, che comunque vada, comunque vadano i consumatori, va bene comunque perché i consumatori continuano a mangiare. Non è vero. La crisi economica ha colpito anche il mondo della distribuzione moderna, italiana, europea. È non un fatto che per la prima volta nel 2011, sta continuando anche nel 2011, purtroppo il dato dei consumi, e quindi delle vendite a valore omogeneo, è fortemente in diminuzione? E su questo i distributori moderni debbono fare i conti. Non c’è più una fase di economia dell’abbondanza, dove la grande offerta, la grande superficie, il grande ipermercato, i grandi mercati del non alimentare, le grandi distanze che il consumatore è disposto a percorrere non fanno problema. Adesso c’è un problema col quale fare assolutamente i conti.
Allora, nell’economia della scarsità, io cosa devo fare? Devo seguire la logica del prestito più basso? Perché comunque il consumatore, il cittadino italiano ha bisogno di mangiare, di consumare ma di difendere anche quel potere di acquisto che è fortemente falcidiato. O vado su ragionamenti che sono stati fatti, sulla qualità? Sicuramente la qualità è un elemento che il consumatore riconosce. Ma se non riesce a pagare… Do un dato, anche qui per dare a Cesare quel che è di Cesare: 2003-2010, la distribuzione moderna, quindi Coop, ha avuto un livello di inflazione del 4,9%. L’inflazione media in quegli anni ISTAT è stata del 15%; l’inflazione dei servizi in generale è stata del 29%. Anche qui io vorrei provare a mettere i puntini sulle i per capire: in una manovra generale, dove forse la tassa più iniqua è quella dell’inflazione, che anche nel 2011 picchia forte e sicuramente noi l’abbiamo annunciato, purtroppo non ascoltati; però a fine anno arriveremo sicuramente a quel 5% che avevamo detto, questa è l’imposta più iniqua per il consumatore. Che cosa si fa rispetto a questo? Ci sono delle azioni? Ci sono delle misure? Io sento solo che c’è il discorso di aumento dell’Iva, assolutamente contrastante con quelli che sono gli interessi dei consumatori, assolutamente contrastante con quello che è il motore dell’economia di un Paese, che sono i consumi. Assolutamente contrastante, e mi meraviglio di questo, con delle politiche di produzione delle industrie, per cui non riesco a capire bene come i più forti sostenitori di questa manovra sull’IVA che è un’altra aggiunta inflattiva, quindi iniqua, perché va a picchiare soprattutto non quelle nicchie di consumatori per i quali il consumo alimentare è il 10%, il 5%, ma va a picchiare su quelle categorie, che sono quelle delle famiglie autospendenti, per certi versi, con due figli, i pensionati… Io credo che rispetto a questi temi qualche cosa di più diretto vada fatto, qualcosa che riguardi il tema di aiutare le famiglie in difficoltà, in crisi, e che riguardi nel contempo l’aiuto il per la crescita del sistema di produzione. Io non voglio fare l’alchimista, però mi pare che la direzione sia ben definita. Se io invece vado in una altra direzione, posso raccogliere sicuramente qualche miliardo in termini di risorse finanziare necessarie, però se questo va contro un problema di crescita del Paese, contro l’interesse dei cittadini consumatori, questo non può non creare un grande problema. Allora, per quello che riguarda la tua domanda, io continuo a sostenere la logica che il prezzo più basso a tutti i costi non lo voglio fare, perché sono i consumatori italiani che non lo vogliono, se no io porterei sui miei scaffali tantissimi prodotti cinesi, piuttosto che provenienti da altri bacini produttivi, invece il mio consumatore italiano dice che vuole mangiare prima di tutto italiano, all’80% dice questo, poi vuole mangiare salubre e attenzione, perché il concetto di salubrità che veniva dato per scontato, invece, recenti scandali in Paesi occidentali, in Germania, non in Paesi del terzo mondo, dimostrano che la questione della garanzia della salute del consumatore continua ad essere un emergenza. Vogliamo parlare di ambiente? Vogliamo parlare di etica di rispetto dei diritti dei lavoratori e dei minori nella produzione in Italia e nel mondo?
Bene, io come Coop, io voglio questi valori, voglio che siano rispettati, per cui voglio il prezzo più basso, per certi versi, ma un prezzo più basso che dia valore ai miei consumatori con dei valori, con il rispetto dei valori, che credo siano fondamentali per una società futura, al di là del momento contingente. Quindi io credo che poi queste cose noi, non è che sono teorie, le applichiamo concretamente, noi siamo i primi distributori in Italia, però credo che siamo la quarta industria alimentare con il prodotto Coop, che fa due miliardi e 800 milioni di produzione. Quindi noi questa produzione, lo dicevi tu prima, noi questa produzione la facciamo, però dicendo “ci dai dei buoni prodotti, cerca di essere il più efficiente possibile”. C’è infatti un problema di efficienza del sistema Paese e comunque “rispettami questi valori perché il consumatore mi chiede questo”. Questo vuol dire seguire l’esigenza del consumatore e non solo cercare di fare reddito. Credo che questo sia importante, e vado velocemente verso le conclusioni, perché l’economia della scarsità la sta teorizzando anche la Comunità Europea, per le ragioni che diceva Camillo. Noi andiamo incontro ad una situazione alimentare nel mondo, dove la domanda sta crescendo due volte rispetto all’offerta. Quindi un miliardo di nuovi consumatori si sono messi a tavola, questo è un fenomeno di grandissima rilevanza, sia per quello che riguarda le produzioni italiane, sia per quello che riguarda il problema specifico delle materie prime, che non a caso sono aumentate anche nel 2011 in modo assolutamente rilevante. Parliamo di aumenti dello zucchero del 40%, del frumento dell’80, del mais che è diventato come l’oro, un bene rifugio. Quindi c’è un problema sicuramente di squilibrio nel prossimo futuro, già oggi cogente, di domanda rispetto all’offerta, ma c’è un altro problema che denuncia De Setter, che è il commissario ONU per il diritto alimentare: il cibo è diventato oggetto di speculazione finanziaria. Allora, io dico, qualcuno, al di là di aumentarci le tasse in un modo o nell’altro, qualcuno, guarda questi fenomeni? La speculazione alimentare, che viene denunciata dalla FAO, che ha creato 44 milioni di nuovi poveri oltre la soglia della fame, questi fenomeni, c’è qualcuno che, al di là di che cosa fa la Standa, le grandi società di reti, le grandi corporazioni finanziarie, guarda anche quello che è il diritto dei cittadini e dei consumatori nel mondo? Questo è un tema che a me piacerebbe svilupparlo, e poi arrivo sicuramente in Italia, perché? Io credo che, proprio se si va in questa direzione, verso una fase dell’economia della scarsità delle materie prime, noi non possiamo fare errori madornali come quello che abbiamo fatto rispetto allo zucchero. Scusate, ma c’è stato un momento che lo zucchero era sparito. Era sparito, quindi c’era un problema addirittura di approvvigionamento dello zucchero, aumentato poi in certi momenti dell’80%. Noi abbiamo chiuso il 70% degli stabilimenti, degli zuccherifici in Italia, cioè ci sono errori di programmazione in Europa ed in Italia, quindi non si può poi dar la colpa al distributore, che è lui che strangola, che è bieco… No! Un momento, mettiamoci qui ed esaminiamo le problematiche. Esaminando le problematiche. io credo che serva nel nostro Paese un concetto di nuova programmazione della agricoltura, della produzione italiana. In questa nuova programmazione la distribuzione moderna e la Coop, possono svolgere un ruolo propositivo, anche con progetti di co-imprenditorialità.
Il discorso che tu ponevi, lo si può mettere sul tavolo esaminando sul tavolo le ragioni oggettive del perché i consumatori italiani non mangiano le pesche romagnole come dovrebbero e quindi c’è quel problema che anche quest’anno abbiamo dovuto registrare. Ma bisogna andare alla fonte delle questioni, alle radici per cercare di risolverle, perché trovare il capro espiatorio è troppo facile, poi il prossimo anno il problema si ripresenta ed allora io dico che la co-imprenditorialità fra sistema produttivo agricolo italiano e quello distributivo ed in particolare dell’unica, forse, catena distributiva italiana, che comunque vuole per il sistema Paese dare un contributo forte per la crescita e per la soluzione dei problemi, sia molto importante.
Finisco con un piccolo appunto. Io sono stato molto contento delle affermazioni che l’amico Vittadini ha fatto in questo Meeting, qualche giorno fa, relativamente ai privilegi della cooperazione. Guardate che anche qui sbagliamo assolutamente il segno delle cose, qui il problema non è di colpire i privilegi, che se ci mettiamo qui e li calcoliamo bene, vedrete che c’è qualcuno che sbaglia i calcoli. Altro che centinaia di milioni, qui il problema è di provare a capire se l’economia cooperativa, se il modello cooperativo, se un concetto di economia sociale, in una economia mondiale che è stata speculativa, ingorda, che rischia di far saltare il mondo, non abbia fatto crescere le imprese, non abbia fatto crescere l’occupazione. Allora la cooperazione è un privilegio o è un sistema riconosciuto dalla Costituzione, che dice che la formula cooperativa aiuta la crescita di un Paese e quindi per questo è un asset del Paese? Altro che un privilegio, mettiamoci d’accordo, mettiamoci attorno ad un tavolo su queste cose qua e vediamo bene i contenuti. Bene, se queste sono le coordinate, sicuramente la Coop, come è nella sua storia di 157 anni, anche oggi e nel futuro, potrà essere un soggetto che aiuta il Paese.

CAMILLO GARDINI:
Ringrazio Vincenzo Tassinari per l’analisi anche storica condivisa e raccogliamo la disponibilità di Coop a collaborare, c’è n’è molto bisogno e già ci sono esperienze positive che vedono collaborare il sistema produttivo agricolo italiano con Coop, con proficui vantaggi per tutti. Nell’economia della scarsità si creano problemi di diversa natura: aziende in difficoltà ma anche problemi di povertà e scarsità di cibo. Abbiamo qui con noi il Direttore generale della Fondazione Banco alimentare, Marco Lucchini, a lui chiediamo cosa fa il Banco, quali sono le sfide per il Banco nei prossimi dieci anni e che cosa sta succedendo in Unione europea sulla questione aiuto agli indigenti.

MARCO LUCCHINI:
Si, buonasera. La cosa migliore che vorrei dirvi è buon appetito vista l’ora, ma abbiate pazienza ancora un attimino, non risolverei il problema del pianeta ma almeno il vostro sicuramente. Comunque mi colpiva questo termine economia della scarsità, perché stiamo concludendo un’indagine in Italia sul tema appunto dell’eccedenza, di un eccedenza che diventa spreco quando viene distrutta, mentre invece è un bene alimentare ancora commestibile. La stima è ancora provvisoria, ma i numeri potranno cambiare di poco: in Italia si buttano ancora via circa due milioni di tonnellate di alimenti. Il bello di tutto questo dibattito, che può continuare all’infinito, è che c’è questo paradosso: ci sono Paesi dove c’è una scarsità, c’è una domanda globale che indica una scarsità e dall’altra parte c’è un mercato, che non è solo quello italiano per carità di Dio, che invece è stato diseducato ad un bene così primario come quello che ha già. L’altra cosa che vorrei dire è che è importante, quando si parla di alimento o di cibo, considerare che siamo tutti consumatori, tutti noi ci occupiamo di cibo, io è da 51 anni, perché da quando sono nato ho cominciato a mangiare, quindi mi occupo di cibo, ma non tutti siamo acquirenti di cibo. Questo fa una grande differenza, perché quando si parla di consumatori è un conto, quando si parla di acquirenti è un altro. Infatti il tema che adesso toccava l’ultimo intervento, dicendo abbasso o alzo la cifra, cioè do la possibilità o meno agli acquirenti di comprare meglio, di più, riguarda solo chi può comprare. Però c’è tutta una fascia di persone, ad esempio in Italia sono circa 3.000.000, 3.000.000 in Italia, 15 in Europa, che hanno serie difficoltà ad acquistare in modo stabile, quindi a garantirsi una nutrizione che possa permettere una vita dignitosa. Sono ancora 3.000.000. In Italia abbiamo fatto un’indagine nel 2008, diceva che ci sono appunto 3.000.000 che hanno a disposizione circa 120,00 euro al mese da spendere in acquisti alimentari. Quindi c’è tutta una fascia di persone di cui dobbiamo occuparci. Non possiamo far finta che non ci siano. Io sono 51 anni che mi occupo di cibo e si vede anche da i risultati, ma 25 in modo professionale. Spesso, parlando di qualità, si dice che il prodotto italiano è la qualità, ma io sono andato in Grecia in vacanza e ho mangiato benissimo, sinceramente. Anche in Francia non è che mangi male, quando vado in Francia. Oppure la qualità è quello che dice mia mamma: mia mamma non beve ancora oggi il latte a lunga conservazione, solo quello fresco, perché secondo lei quell’altro è fatto con la chimica. Questa è la qualità eppure, come dire, paradossalmente a volte le dico “mamma ti porto il latte così non devi uscire con questo caldo”, “no bevo il the”. Questa addirittura è la comodità. Una cosa che mi ha colpito, è che in Italia molte donne, ragazze, soprattutto povere, se gli offri la farina e l’acqua per fare la pasta, ti guardano in faccia e ti dicono “no ma io voglio quella confezionata”, quindi voglio quella già fatta. Poi dopo i ricchi vanno invece nei ristoranti a comprare, pagando profumatamente, quelle che la fanno in casa. Allora, cos’è la qualità? Allora, se mettiamo insieme un po’ di queste piccole informazioni che vi ho dato, già capite che, anche se il Meeting ci vuol dar delle certezze, qua noi le abbiamo perse tutte. Non vi posso lasciar andare con la fame e con le incertezze. Allora la domanda è: ma cos’è il cibo? Perché se non rimettiamo a tema questo il rischio, ognuno difenderà la sua categoria, chi dice qualità, chi dice quantità, chi dice OGM, chi dice no OGM, chi dice facciamo piccoli insediamenti nelle cime a 8.000 metri, in Perù, per fare tre chicchi di caffè perché è importante… cioè questa è l’incertezza, è quando ognuno difende il proprio particolare. Occorrono invece dei punti fermi. Allora io ritengo che il cibo, per l’esperienza che ho fatto in questi ventidue anni di banco alimentare che mi ha fatto riflettere, ritengo che il cibo sia un dono. Punto. Rimarrà sempre un dono. E’ un dono, il primo uomo che è venuto sulla terra se l’è trovato lì, il coniglietto, la mela, va beh se non c’era la mela magari eravamo più fortunati tutti, però se l’è trovato lì, come se lo trova lì il bambino che sta nascendo in questo momento, perché si attacca al seno della madre e neanche la madre gliel’ha fatto quel latte. E’ una gratuità totale, quindi noi rispetto al cibo, che sia quantità o qualità, dobbiamo ricordaci che è un dono, che rimane sempre un dono, poi l’uomo nella sua creatività è diventato un agricoltore, un commerciante, un trasformatore, fino arrivare ai prodotti di DIMMIDISÌ, che sono un’eccellenza che si possono portare in tutto il mondo, ma rimane come punto originale questo, quindi così deve essere trattato. Ma qual è lo scopo di questo dono? Nutrire l’uomo, nutrire, cioè dare speranza alla sua vita. In una forma particolare che è quella della crescita fisica. Ma quanto è ricco poi questo dono di creatività? Ritorno all’esempio prima dei poveri; noi ogni tanto ci diciamo “ah adesso si spreca tanto cibo nelle case, le donne giovani buttano via tutto, invece la mia nonna faceva la torta di pane”, ma allora vuol dire che anche allora c’era un’eccedenza di qualcosa che avanzava, se no la torta tua nonna non l’avrebbe fatta, faceva la torta perché avanzava il pane. Il problema è che la nonna guardava quel pezzo di pane che avanzava come un dono. Lo spreco nelle famiglie, nei nuclei familiari è dovuto spesso alla solitudine, perché uno non ha più da condividere, mentre quella nonna lì aveva 25 nipoti e 3 cugine, è chiaro che doveva inventarsi sempre qualcosa. Il vicino, ma perché invitarlo? Infatti noi ogni tanto diciamo “ma fate qualcosa in più, poi invitate i vostri vicini”; c’è un signore che gli è morta la moglie giovane, ha imparato a cucinare e tutti i weekend invita, oltre che i parenti, gli amici, per stare in compagnia. Allora il cibo è anche un dono che serve per crescere, per nutrire ma è anche un momento dove, come dire, si può condividere una vita. Infatti il Banco Alimentare in questo dà un contributo a 8.500 associazioni, perché questi volontari che partecipano possano condividere la vita di persone che invece normalmente sono sole. E la solitudine è la più grande povertà. Qual è il metodo? Se lo scopo è quello di nutrire, se lo scopo è quello di condividere la vita, il metodo è quello della collaborazione. Per questo prima ringraziavo gli amici qua presenti, perché il Banco Alimentare oggi può fare quello che fa e rispondo quindi anche all’ultima domanda provocatoria di Tassinari, per la collaborazione di tutti. Qual è stata l’esperienza del banco alimentare? Abbiamo cominciato in un piccolo magazzino, tra l’altro oggi ho incontrato uno dei primissimi volontari, un professore di economia che mi disse 22 anni fa: “bella idea, ma non avrà successo”. E invece appunto questa fedeltà a questo scopo che, come dire, ci ha guidato, ha fatto nascere delle collaborazioni stupende, anche con il mondo della cooperazione, per cui molto di quello che loro non possono più vendere, perché una qualità, uno standard delle norme glielo impedisce, non perché non vogliano eh…, può raggiungere il suo scopo, cioè quello di nutrire l’uomo, attraverso un gesto di gratuità, una donazione ad esempio al Banco Alimentare, il quale dona a delle altre organizzazioni. Così che la filiera è completa: lo scopo per cui quella mela è stata fatta dal buon Dio era quello di nutrire l’uomo. Non di essere buttata sotto terra, perché il mercato, la domanda e l’offerta, dice che non si può. Questa è la presunzione dell’uomo scientifico, di colui che decide, che fu uno dei gravi errori della Pac degli anni 2000, quello di decidere, di regolamentare le produzioni, perché l’uomo oramai sa già tutto, peccato appunto che poi nel 2008 c’è stata la crisi alimentare dovuta a tre anni di scarsità di piogge, al fatto che appunto dall’Asia chiedevano più alimenti o dal fatto che qualcuno ha cominciato a produrre il mais, perché è diventato oro, perché al posto di usarlo per dare cibo si usa per creare energia, quindi dobbiamo decidere se accendere la luce o mangiare. Però io so che negli Stati Uniti, non sto dicendo in Africa, negli Stati Uniti nel 2008, quando scoppiò questa crisi alimentare appunto, perché poi ci furono le speculazioni, la gente non andò a comprare le lampadine o la benzina, ma assalì i supermercati, così come nel ’99 in Argentina. Perché a un certo punto ti rendi conto che il cibo è necessario, al di là del telefonino, di tante altre cose senza di quello lì non si campa, quindi per questo bisogna aver molta, molta passione, attenzione, anche in casa propria, nel proprio frigorifero. L’anno scorso abbiamo fatto un’esperienza che si chiama “Happy Full Day” nella stazione Centrale di Milano, dove alcuni importanti chef hanno fatto delle ricette prendendo delle cose che tipicamente rimangono lì in frigo, metà sono buone metà sono da buttar via. Hanno buttato via la metà non buona e col resto hanno creato delle ricette – se andate sul nostro sito le trovate ancora – per dimostrare appunto che è possibile, dipende da come guardi quello che hai di fronte. Quindi ci vuole la collaborazione, una collaborazione con l’industria, con l’agricoltura. Stiamo lavorando quest’anno con il problema degli scaricacolli dei cetrioli, delle nettarine, che il Banco Alimentare si è messo a disposizione e di tutte tutto non abbiamo potuto recuperare, ma quando si è fermato il mercato ortofrutticolo, soprattutto a giugno, almeno 500 tonnellate di ortofrutta non sono andate disperse, perché c’è stata una collaborazione tra noi e l’organizzazione dei produttori. La stessa collaborazione che c’è stata con le catene dei supermercati: tutti i giorni noi recuperiamo quello che è il fresco, il freschissimo che è ancora buono e possiamo consegnarlo alle comunità ma perché c’è una collaborazione con le catene, c’è una collaborazione con la ristorazione collettiva, con le mense aziendali. Ecco l’ultimo tema e ho chiuso, è quello che diceva prima Camillo, il futuro. L’Unione europea in questi anni ha avuto, dal ’95, una geniale idea, trasformare tutto ciò che allora era eccedenza agricola in aiuto alimentare ai poveri. Nel 2000 alcuni grandi calcolatori decisero che il cibo era come le viti e quindi bastava programmarlo, adesso ci troviamo ad avere invece la crisi della economia della scarsità, peccato però che i poveri sono aumentati. Quindi Barroso tre anni fa, derogando a una certa norma, decise che oltre alla possibilità di finanziare il ritiro delle eccedenze, che diminuivano vista la situazione di questi 15.000.000 di poveri in Europa che aumentavano, decise di stanziare altri fondi; non era proprio regolarissima la cosa, però ottenne appunto questa deroga. Quest’anno è stata vinta una sentenza – non voglio dire da quale Paese, se volete andate a vedere sul sito, non voglio creare polemica – perché giustamente un Paese ha fatto un’osservazione: “no ma la legge dice un’altra cosa”. E questo Paese, per, come dire, il puntiglio di rispettare la norma, la legge come dio ultimo, non voleva guardare al fatto che se continuiamo secondo questa norma, pur avendo fatto proposte di modifica che tengono conto di tutte le osservazioni, rischiamo, il prossimo anno, di distribuire in Italia, al posto delle 45.000 tonnellate di beni alimentari, come pasta, biscotti che arrivano appunto dalla trasformazione delle eccedenze agricole europee, solo 10.000. Credo che la maggior parte delle associazioni che noi aiutiamo il prossimo anno potrebbero chiudere, quindi rischiamo di passare da un problema alimentare a un problema sociale, a un problema di sicurezza, in quanto a qualcuno bisognerà spiegarglielo che perché qualcuno ha detto: “no non è giusta la regola” non ha più da mangiare tutti i giorni. Stiamo facendo un grosso lavoro grazie anche alla collaborazione di molti politici presenti e non, per riuscire a togliere il blocco di questa minoranza che sta impedendo di cambiare questo tipo di regolamento. Avremo ancora quattro mesi. Se lo scopo del cibo non è nutrire e non lo riconosci come un dono, la legge vince, la legge del mercato, la legge della onestà, la legge della trasparenza, la legge vince, col risultato, però, che 15.000.000 rischiano di morire di fame. Grazie.

CAMILLO GARDINI:
Prima di iniziare questo workshop chiedevo a Vincenzo Tassinari: ma l’Italia ce la fa? E in questo momento di crisi, in questa difficoltà crescente, sentire le testimonianze quindi il contributo di realtà piccolissime, diventate grandi come la linea verde; sentire la storia della cooperativa, della Coop e della cooperazione italiana, così capace di rendere sistema grande e capillare la distribuzione dei cibi in Italia; sentire la storia del Grana Padano, che ha consentito di reggere il sistema anche in grandi momenti di difficoltà, perché adesso siamo in un momento felice, ma il grana ha passato momenti duri; sentire la capacità del Banco Alimentare di utilizzare i prodotti che sono o difettosi o che hanno piccole imperfezioni, per alimentare i poveri, sentire tutto questo significa comprendere che il sistema è in grado di reggere, non tanto perché le normative ci vengono incontro – Tremonti credo che si sia sentito tirar la giacca diverse volte da Vincenzo Tassinari in questo momento – ma perché ci sono persone come quelle documentate nella mostra bellissima, che se se non siete ancora andati a vederla, vi consiglio di farlo. Mi riferisco alla mostra Ante gradus, presso lo stand della Compagnia delle Opere. Dicevo, ci sono tante persone, come il beato Sorore mille anni, come tanti imprenditori che avevano come riferimento la carità e la costruzione di un bene comune, che si sono rimboccate le maniche e hanno fatto cose grandi, così come anche i nostri amici produttori di zucchero, la cooperativa Coprob, che anziché smantellare gli impianti, come hanno fatto tutti gli altri, hanno tenuto la produzione della bietola nei territori vocati italiani e adesso possiamo dire di avere ancora zucchero italiano, in un momento in cui lo zucchero mondiale sembra scomparso. Quindi ciò che diciamo, e abbiamo detto anche in sede di Expo, come Compagnia delle Opere agroalimentari, è che ciò che serve a ogni Paese, per garantire la nutrizione del pianeta, è un sviluppo rurale e di tutta la filiera agroalimentare capace di creare imprese, imprenditori che sanno inventare cose nuove e sanno inventare sviluppo. Per questo siamo fiduciosi che l’Italia ce la faccia. Buonasera a tutti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Neri GE Healthcare
Categoria
Incontri