AUTONOMIA E PARITÀ NELLA SCUOLA - Meeting di Rimini

AUTONOMIA E PARITÀ NELLA SCUOLA

Autonomia e parità nella scuola

Partecipano: Claudia Giudici, Presidente di Reggio Children; Giorgio Paolucci, Giornalista; Sabino Pavone, Presidente della scuola Waldorf Novalis di Conegliano Veneto e Vice Presidente della Federazione delle Scuole Steiner Waldorf in Italia; Gabriele Toccafondi, Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno. Questa giornata della scuola, dedicata alla scuola, abbiamo questo dibattito che completa quello che abbiamo fatto stamattina, stamattina sulla educazione, oggi sulla forma della scuola. Autonomia e parità nella scuola. Un tema che ci appassiona da anni, ma che noi vogliamo e abbiamo sempre trattato, ma ancora una volta di più oggi trattare legato al tema dell’educazione, perché la forma organizzativa della scuola, è una forma che deve essere in funzione dell’educazione. Troppe volte viene trattata in modo indipendente come se non c’entrasse. Noi oggi vogliamo compiere questo nesso e allora per questo abbiamo anche oggi pomeriggio dei relatori di altissimo livello. Innanzitutto Claudia Giudici, Presidente di Reggio Children, per intenderci, Reggio Children è quel tipo di impostazione didattico-educativa che è studiata in tutto il mondo. Ovunque si studia questa sperimentazione (che ormai va avanti da anni – ce ne parlerà Claudia) in Italia; anche il premio Nobel Heckman ha studiato questo punto e noi da tempo siamo attenti a questa esperienza, tanto è vero che Claudia è già stata nostra relatrice, nostra ospite, già qualche anno fa. Quindi ringraziamo moltissimo per la sua presenza, innanzitutto lei.
Poi abbiamo Sabino Pavone, Presidente della scuola Waldorf Novalis di Conegliano Veneto e Vice Presidente della Federazione Scuole steineriane in Italia che è una versione molto interessante delle scuole libere (che anche questa è un metodo assolutamente originale che dà lustro a come dire, proprio alla originalità sussidiaria dell’impostazione italiana) e quindi ringraziamo anche lui della presenza.
Poi abbiamo Giorgio Paolucci, giornalista ormai celeberrimo in questi Meeting perché oltre ad essere stato vice direttore di Avvenire (che è il grande, diciamo, creatore – ideatore delle mostre sui migranti ed è anche il direttore della rivista Atlantide della Fondazione della Sussidiarietà che ha curato per la rivista per questo numero proprio un numero sulla autonomia e parità nel mondo che, appunto, introdurrà l’incontro facendoci vedere cosa sta avvenendo nel mondo. Last ma non least, Gabriele Toccafondi, Sottosegretario di Stato del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che anche lui grande amico del Meeting da anni presente, con una competenza penso unica nel campo dell’istruzione oggi in Italia e quindi uno dei, non dico rari, però dei non moltissimi casi di un politico che conosce a fondo l’argomento di cui parla. Quindi lo ringraziamo per l’amicizia.
Allora introduco l’incontro dando qualche breve informazione.
Guardiamo innanzitutto questo: una delle fake news che girano sul mondo scolastico è “bisogna spendere di più, spendere di più, spendere di più”, magari per l’Università val la pena, ma non è detto che valga per l’istruzione, perché voi vedete in questo grafico che vale (riga nera verticale) per i paesi in via di sviluppo. In questo grafico voi vedete in ascissa, quindi per via orizzontale, quanto si spende per la storia e in ordinata il miglioramento in termini di qualità della scuola e nei paesi in via di sviluppo, più si spende, più si migliora.
Ma poi vedete al centro un’altra riga tratteggiata praticamente parallela all’asse delle ascisse dove ci sono i paesi sviluppati come l’Italia. E cosa scoprite lì dentro? Che più si spende, non si migliora la qualità. Anzi, questo studio dimostra che quando superi i 40.000 dollari di spesa all’anno per studente, tu non migliori più la qualità, magari darai occupazione, ma non è vero che migliori la qualità. Per cui il problema della qualità a livello internazionale quando un paese è sviluppato, non è la spesa. Certo che se spendi in un certo modo migliori, ma devi decidere come spendere. E allora l’idea semplicemente “più soldi per la scuola”, può essere “più spreco per la scuola”. Questo è il primo dato che volete chi non ha, io ho fatto questo libro “Far crescere la persona” in cui queste cose sono descritte molto analiticamente, perché si scopre appunto questa qualità.
Ma allora che cos’è che migliora la qualità?
Allora vediamo qua: determinanti per una buona scuola.
Cominciamo dall’autonomia. Autonomia, di cui pur parlerà Claudia Giudici, a livello internazionale l’idea che un sistema dell’istruzione non è un sistema centralizzato e burocratico, ma un sistema che…, in cui c’è un grado di autodeterminazione delle scuole.
In questo grafico sempre vediamo per ascissa il grado di autonomia nei salari degli insegnanti (voi sapete che questo è un grande tema in cui si è cominciato timidamente ad affrontare nella buona scuola l’idea di graduare gli stipendi in funzione qualche volta del merito).
In ordinata il risultato dei test matematici. E voi vedete che, laddove c’è più autonomia (è il parallelepipedo più a destra) avete un miglior risultato in termini di test score. Certo che quando hai autonomia, perché non sia anarchica, devi avere dei sistemi di verifica centralizzati del grado dei risultati. Non puoi aiutarti da soli. Ed infatti, questi test score sono di tipo, come il test dell’Invalsi, che hanno una verifica oggettiva. Quindi l’autonomia negli stipendi porta un miglioramento.
Secondo. Ancora più netto: se c’è autonomia nei programmi, ancora più nettamente hai miglioramento della qualità in matematica, ma si può vedere anche nell’italiano e negli altri tipi di disciplina. Devi verificare cosa succede, non è che non dai programmi generali, ma dentro questo dai una grande libertà nel modo di raggiungerli come metodi, come altro. Allora ancora più netto è lo scarto tra chi… sistemi centralizzati e sistemi che hanno una forte autonomia.
E il terzo risultato è in termini di budget, vuol dire la possibilità di avere delle scuole dove puoi organizzarti il budget.
Un po’ di anni fa alcuni studi ci dicevano che i nostri presidi avevano il 4% di spesa in cui intervenire; le altre erano spese rigide. Allora è stata fatta questo attacco ai presidi sceriffi… Altro che sceriffi! Più che altro sono dei centralinisti, più o meno, dal punto di vista dell’autonomia. Quindi tra centralinisti e sceriffi, forse c’è una via di mezzo. Siamo sempre sull’idea del bianco e nero e dell’arcobaleno.
Vuol dire che anche qua si vede che nel momento in cui uno può decidere cosa ha bisogno i risultati sono diversi. E voi capite benissimo che le necessità possono diverse per comune di montagna e comune di pianura, di scuole nel centro delle città e scuole in periferia, scuole che hanno immigrati e scuole che non ne hanno. Pensate solo se io ho degli immigrati devo spendere più nell’aspetto dell’integrazione.
Allora voi capite che anche qui ci sono risultati molto più rilevanti (vedete, una anche chi non conosce la statistica, c’è un parallelepipedo piccolino-piccolino e l’altro alto-alto… vuol dire che c’è una differenza).
Allora voi capite che qua c’è l’analogo sulla parità. E qui abbiamo addirittura tre dimensioni: avete la possibilità di una parità che ha da una parte quante sono percentuale delle scuole private sul totale delle scuole, dall’altra parte avete quanto i governo permette di intervenire e di supportare, perché non siano solo le rette delle persone e questo supportare può avere diverse forme: può avere la forma non solo del finanziamento, ma come avviene (lo vedremo) negli Stati Uniti o in Inghilterra o in Svezia, anche il passaggio delle famiglie, che le famiglie possano essere detassazione, possono avere strutture pubbliche che organizzano… Ecco, quando crescono queste due cose, cresce nettamente il risultato perché infatti vedete che il parallelepipedo più alto è quello dove c’è più supporto del governo anche solo in termini di supporto attraverso le famiglie, o più percentuale di scuole private sul totale. Il risultato peggiore ce l’avete quanto avete solo scuole statali e i risultati intermedi quando invece avete poche scuole private e un certo supporto del governo. Allora, queste cose ci portano (è appena entrato, lo saluto anche oggi pomeriggio il ministro Luigi Berlinguer, che è la sintesi di questo incontro perché chi ha introdotto l’autonomia e la parità in Italia è proprio lui e oggi stiamo parlando della sua intuizione, che ancora dopo 19 anni diventa il punto di riferimento per noi).
Quindi voi capite questa introduzione per dire che autonomia e parità ha a che fare con qualità, ha a che fare con educazione, Non è il tema di come ci organizziamo, non è cattolici contro laici, art. 7 della Costituzione, piuttosto che autonomisti contro centralisti. Queste sono robe dello scorso secolo. Io per fortuna non sono un millennial e sto finendo nel nuovo e vi dico che invece che quando si cominciava a parlare di queste cose negli anni ottanta sembrava sempre la questione ideologica partiva sempre l’articolo… Mi ricordo quando Martelli scrisse sulla prima pagina di Repubblica, a proposito della parità, venne fuori un pateracchio dell’altro mondo. Il TG della sera disse Comunione e liberazione vuole votare socialista (perché non si stava parlando solo della scuola), si passò subito a chi votava. Siccome eravamo ancora nell’epoca in cui i cattolici dovevano, per disciplina ecclesiastica, votare DC, per aver parlato della parità della scuola, ci furono sei mesi in cui sembrava che cambiasse il panorama politico mondiale e anche quello italiano. Ecco adesso per fortuna parliamo di autonomia e parità e ci sarà ancora qualcuno che dice, come qualche giornale, che quando si parla di queste cose si vuole distruggere la Costituzione. Invece noi oggi stiamo …e spero che questo dibattito lo mostri, spingendoci verso un nuovo millennio in cui forse nel tremila questo tema sarà, come dire, laico, ma intanto camminiamo, siamo dei camminatori, vanno di moda le maratone e quindi… Allora, per completare il quadro internazionale, chiedo a Giorgio Paolucci di presentare anche lui queste sue, questo percorso che trovate, se volete, nella rivista Atlantide che si può scaricare online dalla prima pagina del Sussidiario e quindi è gratis. Potete trovare gli articoli di cui Giorgio parlerà adesso.

GIORGIO PAOLUCCI:
Buongiorno. Grazie dell’invito.
Io leggerò questo testo molto breve accompagnato da alcune slide che più che presentare in sé il numero di Atlantide vuole fare due finestre per presentare due esempi significativi, uno in Italia e uno all’estero e poi invitarvi alla lettura ovviamente del numero di Atlantide.
Questo numero di Atlantide, appunto un periodico online della Fondazione per la Sussidiarietà propone un titolo che ci è sembrato controcorrente rispetto al modo con cui solitamente si guarda alla scuola.
Il titolo è “A scuola c’è vita”.
Siamo tutti consapevoli, soprattutto voi che nella scuola lavorate quotidianamente dei limiti, delle carenze presenti nel mondo della scuola, mancanza di risorse, burocrazia soffocante, logiche centralistiche che mortificano spesso la libertà di iniziativa dei docenti. Potremmo dire un sistema davvero imperfetto. Ma al di là di questi limiti evidenti, ci siamo accorti e abbiamo cercato di darne conto, che esiste e non solo in Italia, una realtà sociale più diffusa forse di quanto si crede e ci fanno credere i grandi media potremmo chiamarlo, noi nel numero lo chiamiamo un movimento educativo, caratterizzato dall’impegno di riconciliare la scuola con la vita, con i diversi aspetti della vita. E’ un movimento trasversale, un movimento diffuso tanto negli istituti statali, quanto negli istituti non statali, un movimento animato da insegnanti, dirigenti che stanno davanti ai giovani per testimoniare il senso più autentico dell’educazione, la comunicazione di sé, la proposta di ragioni adeguate per imparare, per conoscere, per vivere. Sono persone che vogliono superare la logica della denuncia e della lamentazione, che si sono rimboccate le maniche e hanno dato vita in questi anni a esperienze e progetti che hanno innescato il cambiamento dentro realtà piccole e realtà grandi fino, a volte, a farli diventare modelli replicabili in altre sedi. E a queste esperienze, noi crediamo, a questi progetti, un’istituzione illuminata e lungimirante dovrebbe guardare con attenzione e simpatia, aiutare il loro sviluppo, riconoscerli come possibile paradigma, secondo una logica ispirata alla sussidiarietà.
Di questo movimento educativo di cui parlavo proponiamo due piccoli esempi che raccontiamo nelle pagine di Atlantide.
Il primo arriva dalla Bosnia Erzegovina e ce lo racconta il vescovo ausiliare di Sarajevo, Mons. Sudar. In una società che negli anni novanta (come molti ricorderanno) è stata ferita, divisa da una sanguinosa guerra accompagnata da una pulizia etnica che ha causato l’esilio di oltre la metà della comunità cattolica, la Chiesa ha dato vita a una serie di iniziative chiamate “Scuole cattoliche per l’Europa”. Una rete di scuole interetniche, interreligiose, aperte a tutti (cattolici, ortodossi, musulmani, agnostici) in cui si educa alla convivenza e si educa a quello che Mons. Sudar definisce “un dialogo vitale”, un dialogo che non cancella le identità, non mortifica le appartenenze, ma le considera una risorsa per una educazione basata sulla centralità della persona. Quindi né sincretismo, né proselitismo, ma un desiderio sincero di contribuire alla costruzione del bene comune e della pace a partire dall’attenzione ai singoli e rispettando le fedi religiose di ognuno.
Una testimonianza concreta quella che ci viene da questo luogo martoriato dalla violenza per molti anni che la convivenza è possibile se si concepisce l’identità come una realtà all’incontro con l’altro e non come una spada da brandire contro chi è diverso. Significativo l’esempio citato da Sudar di un giovane musulmano i cui genitori e parenti sono stati sterminati nel 1995 dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladić a Srebrenica nel massacro dove morirono oltre 7.000 musulmani in pochi giorni. Ebbene, tra tante scuole pubbliche presenti nella città di Tuzla, il giovano musulmano ha scelto una scuola cattolica e ne è diventato l’alunno migliore. Un’educazione integrale all’umanità, dive Sudar nel suo saggio, è possibile nelle scuole in cui il cuore dell’educazione è l’educazione del cuore.
Secondo piccolo esempio arriva dall’Italia: un approccio capace di rilanciare l’umano, arriva dall’Istituto Comprensivo Rita Atria di Palermo (di cui diamo conto nel numero), accoglie 850 bambini, di cui 250 di origine straniera in una zona del centro storico di Palermo, caratterizzata da un livello culturale sociale basso, alto tasso di disoccupazione, varie forme di illegalità diffusa. In questo contesto risuonano interessanti le parole dello scrittore siciliano, Gesualdo Bufalino, secondo il quale, per sconfiggere la mafia sarebbe stato necessario, più che un esercito in armi, un esercito di maestri elementari. Nell’articolo la dirigente scolastica, Giovanna Battaglia, che ha scritto per Atlantide, descrive questa situazione dicendo che la risorsa più grande nella sua scuola sono gli educatori appassionati, che operano nonostante le difficoltà e gli impedimenti strutturali. Molti docenti sono in quella scuola da oltre vent’anni, hanno avuto come studenti i genitori dei bambini che oggi in classe, hanno visto mutare, scrive, la fisionomia del quartiere tante volte: quando sono arrivati non esistevano né i telefonini, né gli immigrati. Molti vengono dall’altro capo della città, dai quartieri “bene” e avrebbero potuto andare via e scegliere una scuola vicino casa. Non l’hanno fatto per la passione educativa che li anima. Hanno deciso di restar in trincea. E la preside racconta un episodio interessante, piccolo, ma che a nostro parere è rivelatore, che fa capire cosa può generare la passione educativa. Scrive: “All’inizio dell’anno scolastico, in virtù della cd. chiamata diretta, ho avuto la possibilità di selezionare alcuni docenti. Mi colpì una giovane candidata che manifestò la sua passione e competenza per la biologia. Decisi di rischiare e le affidai una delle classi più terribili, una terza elementare. Dopo qualche settimana notai che non venivano più mandati in presidenza i bambini che provenivano da lì perché indisciplinati. Nel corridoio non si sentiva più provenire da quella classe il chiasso degli anni precedenti. Ero incuriosita. Li andai a trovare. Li vidi immersi in attività come l’osservazione delle rocce, esperimenti scientifici, una volta persino intenti a sezionare sardine. La classe sembrava un bazar, ma i padroni erano loro. Pian piano hanno imparato anche a scrivere e a far di conto. Quando durante una visita ho chiesto cosa volessero fare da grandi, molti inaspettatamente hanno risposto con convinzione: “Voglio fare lo scienziato”.
Questa è solo una delle tante storie che si potrebbero raccontare e che documenta come la passione, la competenza e la statura umana di un educatore, trasforma la quotidianità in un’occasione di eventi che riempiono di stupore gli studenti e captando il loro interesse, la loro umanità, li coinvolgono nell’avventura della scoperta della realtà.
Sono due piccoli esempi di questo movimento educativo presente, come dicevo, in Italia e non solo, nelle scuole statali e nelle scuole non statali, a cui il numero di Atlantide, come vedrete, dà voce, ma nei venti articoli che compongono questo numero, non c’è solo il racconto di buone pratiche, ma anche ospitiamo contributi di pedagogisti, dirigenti scolastici, studiosi, ricercatori universitari di varie discipline che propongono riflessioni, piste di lavoro, indicazioni operative su aspetti cruciali, la scuola come luogo dove si affronta tutti i giorni il rischio dell’educare, l’autonomia, i pericoli della burocratizzazione dell’autonomia, l’alternanza scuola-lavoro, il rapporto tra istruzione e sviluppo nel mondo, la sfida della multietnicità, la presenza sempre più numerosa di studenti di varie nazionalità nelle nostre scuole. Siamo oggi a 815.000 studenti stranieri: 9% dell’utenza scolastica italiana, 6 su 10 nati in Italia e quindi non arrivati dall’estero, ma nati nel nostro paese.
In conclusione, con questo numero, Atlantide vuole riproporre quella che è la sua mission editoriale: affrontare i temi centrali per la convivenza, illuminare esperienze spesso poco conosciute o addirittura censurate, scoprire e mettere a confronto posizioni diverse, ma comunque animate da un desiderio di costruttività, valorizzarne gli aspetti paradigmatici, che possono indicare strade nuove. In una parola togliere il fango che a volte ricopre la superficie delle cose per scoprire la pepita d’ora, per scoprire la positività, che c’è in ogni aspetto della realtà. E’ con questo spirito che noi abbiamo realizzato questo numero che trovate qui in formato cartaceo ed è disponibile come diceva Vittadini, online. Vi invitiamo a leggerlo con questo spirito, usarlo e soprattutto farlo conoscere, perché movimento educativo in atto nella scuola cresca, venga intercettato da più persone, venga intercettato e valorizzato come interlocutore dall’istituzione, ma soprattutto per aiutare i giovani a ritrovare uno sguardo su se stessi e sulla realtà che sia carico di ragioni e di speranza per la vita. Grazie.

CLAUDIA GIUDICI:
Grazie. Ringrazio per l’invito il Meeting di Rimini, il prof. Vittadini ed è un piacere ed anche un onore per me ritornare oggi dopo gli incontri avuti anche due anni fa. Io cercherò di portare un contributo al tema proposto, (quello di autonomia e parità, focalizzandomi maggiormente sull’autonomia), testimoniando il progetto educativo elaborato da oltre cinquant’anni, nei nidi e nelle scuole dell’infanzia comunali della città di Reggio Emilia. Quindi sono scuole paritarie, paritarie pubbliche.
E’ anche una certa emozione fare questo discorso davanti al ministro Berlinguer che oltre ad avere avuto l’importante ruolo che richiamava il prof. Vittadini, conosce anche molto bene la nostra esperienza educativa e ringrazio sempre per la presenza.
Frequentemente (e su questo sono molto d’accordo con quel che diceva il Prof. Vittadini all’inizio) nei dibattiti che riguardano la scuola e l’educazione, gli aspetti organizzativi, gestionali, di governance sono separati dagli aspetti pedagogici. Questo ritengo (e quindi concordo assolutamente con quanto è stato detto in premessa), credo che invece sia fondamentale tenerli strettamente in relazione. E ogni discorso sull’autonomia chiede, credo, relazioni e interdipendenze istituzionali, sociali e pedagogiche.
La città Reggio Emilia ha una lunga tradizione, come altre città del nostro Paese e di questa Regione, di impegno della società civile ispirato a un’idea di educazione come bene comune. Quindi diritto primario dei bambini e responsabilità della comunità, che ha portato nel tempo, per corrispondere a questo diritto, alla costruzione di un articolato sistema pubblico integrato.
La storia dei nidi e delle scuole per l’infanzia comunali, nasce nell’immediato dopoguerra quando la ricostruzione della città parte, inizia anche dall’apertura delle scuole per i bambini più piccoli attraverso forme di autogestione.
Questa genesi credo che abbia definito e definisce tutt’ora, l’identità pedagogica del progetto educativo e contemporaneamente anche l’identità gestionale amministrativa.
Propone, infatti, un ribaltamento sostanziale nell’idea del ruolo dello Stato: non è lo Stato che crea e fornisce servizi, un servizio, ma sono i cittadini (in quel caso sono stati i cittadini nell’immediato dopoguerra) che si assumono la responsabilità di costruire e gestire scuole nuove e diverse di qualità per i bambini e quindi si impegnano a dare cittadinanza ai diritti dei bambini, contemporaneamente anche ai diritti dei genitori e delle madre, delle donne (altro aspetto importante).
Questo impegno civile, quindi di movimento, si è poi saldato però, contemporaneamente nello sviluppo con gli intenti politici di amministratori sensibili e di pedagogisti, come il professor Malaguzzi, che ha da subito intrecciato l’istanza sociale e il discorso pedagogico.
Quindi è da questo intreccio, incontro, tra movimenti, istituzioni e pedagogia, che ha preso vita e continua a prendere vita, rinnovandosi quotidianamente l’esperienza educativa delle scuole dell’infanzia e dei nidi della città di Reggio.
Qui penso trovi un suo significato da antesignano, di parità e di autonomia, intesa come apertura al dialogo con diversi soggetti, enti, esperienze, come libertà e democrazia, se caratterizzata (credo questo sia un aspetto importante) da una forte interdipendenza istituzionale, sociale e pedagogica, come dicevo all’inizio. Al centro del progetto educativo, dei nidi e delle scuole c’è l’idea di un bambino in relazione, capace di costruire i suoi apprendimenti (quindi le sue relazioni, abilità, competenze, conoscenze) e portatore di creatività. Bambini che nello scambio e nella relazione con gli altri bambini e con gli adulti, incontrano il mondo, di fanno domande, realizzano esperienze, si stupiscono, formulano ipotesi sui fenomeni che incontrano mentre scoprono il mondo. Vediamo un piccolo video di un nido dai 14 ai 22 mesi

Video

L’avere osservato nel tempo, attraverso le documentazioni come quelle che abbiamo visto e altre che cercherò sinteticamente di mostrarvi, ci ha consentito di mettere in evidenza, di rendere visibile i modi di apprendere dei bambini, le loro intelligenze, la loro creatività incrementando la fiducia nelle loro capacità anche dando all’adulto il ruolo di essere con i bambini nelle loro ricerche e nelle loro scoperte, consentendo però a loro percorsi anche originali non standardizzati e di normalizzazione delle soluzioni . Questo è un girotondo , quindi un gioco molto amato dai bambini la rappresentazione grafica di un girotondo è una rappresentazione complessa, c’è il movimento, c’è la tridimensione . C’è soprattutto la rotazione della figura umana, quindi c’è una rotazione concettuale che non è solo grafica. Il bambino intono anche nei disegni liberi fanno molte prove ricerche, elaborano soluzione anche molto ingegnose e originali. In questo caso un bambino di 4 anni e 6 mesi realizza la grafica di un girotondo: c’è la diagonale, quindi c’è il tentativo e la ricerca di dare il movimento , ma non è molto soddisfatto e quindi l’insegnante coglie questo aspetto e quindi gli chiede come mai non è così soddisfatto perché all’insegnante il disegno pare anche molto interessante . Il bambino dopo un po’ di riflessione, avvolge il foglio e dice : ecco questo è un vero girotondo . Penso che ci siano anche poche parole per sottolineare anche quell’aspetto di creatività e di ingegnosità: possiamo anche forse usare questa parola rispetto ai bambini. Uno degli intenti anche dei processi educativi che si attivano quotidianamente è anche quello di contribuire alla costruzione di un pensiero critico alla capacità di valutazione e autovalutazione e quindi di allenare attraverso contesti quotidiani aspetti che favoriscono anche il confronto e le relazioni di gruppo. Spesso talvolta chiediamo ai bambini di disegnare una bicicletta: è sempre interessante, significa la crescita, quando c’è il passaggio delle rotelline, quindi è un soggetto che i bambini amano molto rappresentare e che come adulti sappiamo propone anche molte sfide di ordine cognitivo. In questo caso erano stati fatti dei gruppi di bambini al maschile e al femminile composti da tre maschi e tre femmine: in questo caso è la grafica delle bambine che quindi in un processo di negoziazione e di accordi che io non ho tempo di raccontarvi ma che è straordinariamente interessante, arrivano a realizzare, perché la consegna era realizzare insieme una bicicletta. Quindi è una sfida bella interessante. Le bambine si accordano e ognuno fa un pezzo e lo firmano quindi tenendo la propria soggettività in un gruppo. Temporaneamente i maschi continuano a discutere ma non trovano l’accordo e quindi alla fine loro decidono e disegnano tre biciclette. L’insegnante ricorda loro che la richiesta era stata, anche invitando a osservare il disegno delle amiche, di disegnare una bicicletta insieme. Quindi continuano a discutere i bambini: alla fine trovano l’accordo prendono le forbici, tagliano i loro disegni: compongono con il collage una bicicletta mutuando anche le idee delle amiche , prendere le idee interessanti degli altri e ovviamente ci sono molti pezzi che restano e quindi si va a comporre l’officina, perché i bambini poi, come tra voi ci sono tantissimi insegnanti ed educatori, tendono a non scartare mai nulla, a salvare tutto quello che fanno gli amici, quindi anche questo è un processo estremamente interessante anche nelle dinamiche del gruppo. Per esempio guardando tutta la documentazione si parlava di individualismo sociale , cioè questo aspetto di una grande socialità che hanno ma anche di una soggettività. Un altro aspetto: gli alberi sono soggetti viventi che i bambini amano moltissimo, entrano in relazione attraverso forme di gioco, di rappresentazione, di costruzione e quindi sono soggetti presenti nella vita e nei modi di conoscere il mondo dei bambini e quindi spesso gli adulti osservano come i bambini disegnano…. anche provano a costruirli in forma tridimensionale. E trovando anche delle costanti rappresentative e costruttive che sono importanti per riuscire poi a proporre ai bambini contesti a loro vicini, solidali ed empatici con i loro modi di conoscere . E’ molto difficile ad esempio realizzare degli alberi di creta , una forma con linguaggio plastico, tridimensionale, perché sono fragili, si piegano. Quindi come risolvere il problema della stabilità, problemi di ordine statico e quindi anche molto interessante. Gli insegnanti lasciano tempo ai bambini, si affiancano ai bambini nelle loro ricerche senza proporre soluzioni ma sostenendo la circolarità tra le menti dei bambini: i loro pensieri , le loro idee e i bambini fanno molte prove e trovano molte soluzioni, quindi c’è chi raddoppia il tronco, chi lo avvolge , chi lo piega: quindi è un’immagine che rappresenti in me la possibilità di offrire contesti ai bambini, la creatività che ogni soggetto e ogni bambino è portatore e se si offrono a loro contesti e possibilità. Sempre, siccome gli alberi sono interessanti, segni sulla corteccia degli alberi, segni naturali, quelli delle cortecce o quelli lasciati dall’uomo che sono molto affascinanti per i bambini e che spesso sono interpretati dai bambini come delle sorti di alfabeti degli alberi che servono per conoscerli e , come dicono i bambini, anche per parlare con loro. E quindi attraverso di processi di interpretazione sui segni, quindi attraverso altri contesti che la scuola prò proporre diventano dei simboli, delle forme di scritture condivise per scrivere e cantare la canzone degli alberi, sia da parte dei bambini, che da parte degli alberi . Ecco, questi sono solo alcuni piccoli processi di questo osservatorio quotidiano che i bambini ci restituiscono: questi sono i bambini. Tutti i bambini, nelle loro differenze e per incontrare questa naturale complessità e creatività del vivere e del conoscere, i servizi educativi 0-6 anni se parliamo di nido e scuola dell’infanzia, ma stiamo attuando anche delle esperienze di continuità in relazione anche con le scuole dello stato oltre i 6 anni, si strutturano un ambiente che è concepito come soggetto parte della relazione educativa , un ambiente che consente scoperte , stupore, incontri inaspettati, un ambiente che è pensato per consentire autonomie ai bambini. I nidi ele scuole si strutturano anche su un approccio alla conoscenza che abbiamo visto prima direttamente dalla testimonianze dirette dei bambini, un approccio alla conoscenza che ha nel tratto della ricerca con gli altri, quindi nella dimensione del bambino nel gruppo col gruppo particolarmente importante. Ma è anche un approccio interdisciplinare in cui trovano sviluppo i cento linguaggi, che è anche una poesia del professor Malaguzzi col quale viene riconosciuta l’esperienza educativa di Reggio, 100 linguaggi, modi di conoscere, di comunicare, di esprimere che appartengono a tutti gli esseri umani. Qui penso che ci sia un altro punto importante. La teoria dei 100 linguaggi propone il superamento della parola parlata, la preminenza della parola parlata che diventa selettiva, per dare a tutti la possibilità e la dignità dell’apprendimento riconoscendo a ogni soggetto la libertà la legittimità della differenza. Quindi una democrazia, forse potremmo dire della conoscenza e un riconoscimento delle differenze che anche gli studi sulle neuroscienze, da un punto di vista neurofisiologico hanno suffragato . Quindi i 100 linguaggi sono i plurimi accessi al mondo che non sono gerarchizzati, che sono liberi ingressi che come adulti e come educatori abbiamo la responsabilità di consentire ai bambini per aprire le loro menti e consentire loro espressioni che hanno anche una forma dimensione estetica, riconoscendo l’estetica come parte della conoscenza, quindi di natura epistemologica. E’ quindi necessario che a queste anche evidenze testimonianze del modo di conoscere dei bambini ci sia una coerenza delle scelte organizzative, gestionali che andiamo ad attuare. Quindi sul piano formativo, ma anche sul piano della scelta, come per esempio nella scelta educativa di Reggio, di avere nel gruppo di lavoro figure come quelle dell’atelierista, che non è un artista che entra nella scuola, ma è parte del gruppo di lavoro e che entra nella scuola portando dentro competenze rispetto ai linguaggi espressivi e artistici, costruendo una cultura dell’atelier. Un aspetto importante che è quello che mi sta consentendo di condividere con voi questi brevi appunti della documentazione, come strategia e modalità per rendere visibile i processi di apprendimento dei bambini e degli adulti. I nidi e le scuole dell’infanzia di Reggio nascono da questo atto di partecipazione della città e sono in costante dialogo con la città. Questo è un tratto , riteniamo essenziale e vitale del progetto educativo per la sua costante innovazione. Quello di costruire una scuola che è luogo della città e del mondo. Dicevo, un costante dialogo con la contemporaneità . Fondamentale, credo, sia la contestualizzazione, l’attualizzazione e l’innovazione dei processi educativi. L’intento è quello di dare forma a una scuola del bambino, 0-6 anni , ma come dicevo stiamo provando anche nel dialogo con la scuola dello stato , anche oltre i 6 anni in un’idea di 0-99, un’idea di scuola non autoritaria, non istruttiva non rigidamente programmatoria, ma un luogo di democrazia improntato alla libertà, al dialogo, al rispetto delle soggettività, e del diritto di ognuno a sviluppare le proprie differenti potenzialità nel gruppo e nella collettività. Concludo per sintetizzare e consegnare a voi un ulteriore elemento di pensiero con una frase del professor Malaguzzi che afferma: “Lavorare con i bambini vuol dire avere a che fare con poche certezze e molte incertezze. Ciò che salva è il cercare, il non perdere il linguaggio della meraviglia che perdura invece negli occhi e nella mente dei bambini. Occorre avere il coraggio di produrre ostinatamente progetti e scelte. Questo compete alla scuola e all’educazione”. Con perseveranza e anche ottimismo quotidianamente insegnanti, atelieristi, cuochi , ausiliari e anche genitori cercano di lavorare, cerchiamo di lavorare in questa prospettiva continuando ad avere fiducia nel futuro e a progettare il possibile. Grazie

SABINO PAVONE:
Buon pomeriggio a tutti. Come state? Vi vedo…è l’ora dopo pranzo. Parto da un preambolo per svegliarvi un po’ perché la vostra presenza di spirito possa essere qui con tutti i chilometri che abbiamo fatto per essere qui, cerchiamo di dirci qualcosa che possa essere significativo. Se foste una classe di ragazzotti mi piacerebbe proprio dire a quest’ora che cosa faccio io con una classe alle tre e quaranta del pomeriggio …ma cosa faccio? Devo svegliarli. Vi spiego cosa farei. Mi servono due minuti. Liberamente. La fila, di lì vi alzate in piedi, chi vuole . La fila centrale, chi vuole massima libertà però non limitiamoci, e la fila a destra chi vuole. Forza che abbiamo poco tempo. No, in silenzio. Mi ero dimenticato: in silenzio è proprio un elemento religioso, assolutamente religioso artistico. Quindi la fila di sinistra se vuole, poggiando gli oggetti che ha in mano si unisce a me quando vuole.

(Inizia a battere le mano a tempo).

Non accelerate! Non accelerate!

(Fa battere le mani ai tre gruppi con ritmi diversi).

Grazie!
Allora, prima di parlarvi un po’ della scuola, la prima domanda che mi sono fatto è questa: con quale atteggiamento interiore incontro chi fuori di me ha una domanda . Quindi la prima grande questione che ci poniamo tutti insieme è qual è la domanda evolutiva che ogni essere umano porta con sé al mondo. E come questa si manifesta nel trascorrere degli animi. Perché questa cosa qui con un bambino di 4 anni non la posso fare .La posso fare con qualcuno che sta già imparando musica, perché in un attimo voi avete imparato cosa sono i quarti, cosa sono gli ottavi e cosa sono i sedicesimi . Non c’è bisogno di fare appello sempre e solo alla testa . Questo è un mondo. Il mondo dell’educazione è stato prodotto solo da teste pensanti. Non è stato pensato solamente che l’essere umano ha una domanda più intima che non sta sempre nella testa, ma sta in un altro luogo dell’essere umano . E ognuno di noi porta la sua. Ci sono dei bambini che vengono con delle prestazioni intellettuali incredibili , ci sono bambini che vengono al mondo con una volontà di fare e apprendere facendo. Ci sono bambini che osservano questo mondo variegato e non si riconoscono né nei più intelligenti, né in coloro che fanno. Sono i grandi osservatori., Come facciamo ad educarli e a istruirli tutti insieme per inverare quel mottetto tutti e ognuno? Mi sarebbe tanto piaciuto parlare di pedagogia oggi, cioè mettere al centro i bambini, mettere al centro i ragazzi, mettere al centro gli adolescenti. Mettere al centro gli adolescenti che grazie all’ultima chiusura alle ore 13 con nostro onorevole, al quale faremo sempre e comunque monumenti , perché non so quando ne avremo un altro che afferma che al centro dell’essere umano ciò che coniuga l’eterno e l’effimero è l’arte, un nutrimento eterno. Ciò che coniuga l’eterno e l’imperituro , ciò che coglie e fa dialogare il cielo e la terra. Ciò che mette insieme necessità e libertà, ciò che accomuna gli uomini con linguaggi che non fanno solamente appello alla testa. Quindi parliamo di formazione, parliamo di uomo completo, parliamo di un uomo che è coerente con ciò che pensa, con ciò che sente, con ciò che fa. Perché pensare, sentire e volere sono tre qualità dell’uomo che invece che essere esasperate diventare un fine a se stesso devono potersi armonizzare .Purtroppo gli uomini pratici. Entro subito nel tema. Poi vi mostro due slide perché proprio me le hanno chieste perché non sono avvezzo a mettere insieme l’ascolto e le immagini. Credo che sia qualcosa che sul piano dell’organizzazione sensoria sia stravolgente o si ascolta o si guarda. Questa qualità va educata da piccoli. Il fatto che i bambini cominciano da piccoli a guardare e ascoltare, a parlare e ascoltare contemporaneamente ce la ritroviamo in classe come difficoltà di concentrazione . Ci vuole un io ben incarnato per poter stare nelle immagini e seguire il filo dei pensieri e anche coglierne la logica nella sua consequenzialità. Quindi, prima di parlare di questo, voglio ringraziare infinitamente questo tavolo anche se di tutto mi andrebbe di parlare fuorché di parità e di autonomia Ve lo dico con tutto il cuore. Ve lo dico con tutto il cuore. Non mi andrebbe perché quando mi sono messo a cercare nell’etimologia della parola che tanto ci svela, quanto ci dà corpo di una parola, una parola è una parola. Quanto corpo ci dà andare a cercare sul dizionario etimologico, autonomia, autonomos, colui che trova lo spazio per crearsi al suo interno le leggi per poter regolamentare la sua vita sociale per raggiungere un obiettivo chiaro. E’ misurata. 20%: ha tanto la suggestione di quella autonomia che mi davano a 16 anni , dalle 12 alle 12e un quarto. E misurata. Sembra un sorvegliato speciale. Un sorvegliato speciale che ha una sua autonomia al di là del quale non è in grado di gestirsi la pienezza degli obiettivi a cui guarda con forte capacità di amare ciò che fa, di amare ciò che fa e quando dico amare ciò che fa voglio dire cercare quotidianamente di superare l’amore che si ha per se stessi per l’amore per gli altri. Questo intendo amore. che venga declinato nel modo più diverso possibile e immaginabile, ma il sole nasce per tutti, tutti i giorni e ho apprezzato tantissimo le parole di Giorgio Vittadini prima di chiudere all’una meno cinque quando ha parlato di qualcosa che sottendeva il fatto che conciliare la libertà di pensiero individuale con la coesione sociale non può far altro che smantellare i fondamentalismi. Smantellare i fondamentalismi, non con una autonomia che non diventi anarchica, ma che trovi le sue leggi che trovi i suoi obiettivi e che siano riconosciuto . Guardate che io non sono simpatico, grazie per gli applausi, so anche che muovo antipatia, non mi crea nessun problema, quando penso. Perché il pensiero porta antipatia. Sapete perché il pensiero porta antipatia? Perché ognuno deve poter pensare con la sua testa e a volte ui pensieri si scontrano: dov’è che ci troviamo un po’n più uniti ? non sono nei pensieri. È nella volontà di fare bene che ci possiamo fare bene che ci possiamo trovare uniti. Io ho sempre stimato questo gruppo di lavoro. Ho stimato Vincenzo Silvano, ho stimato e stimo, Marco Masi, ho stimato persone che hanno voluto dare vita alla scuola ma non in una allegoria. No, no. Hanno dato vita, hanno dato la vita per la scuola . Non è dare solo vita alla scuola e fare altro, è dare la vita alla scuola. Perché? Perché il nostro denominatore comune è esercitare , è rendere, incarnare, questa legge 62- 2000 che in realtà non è né giusta nella sua applicazione, né tantomeno paritaria. Quindi passo da un grecismo di autonomos e arrivo a paris, paritatis che invece è già un latinismo e sapete che dal mondo greco al mondo latino cambia qualcosa. Zeus diventa Giove. Non è più la stessa cosa, si incarna qualcosa nell’epoca romana e in questa parità c’è il paris uguaglianza, c’è il sentimento dell’uguaglianza , c’è la capacità e la dignità reciproca di esistere in questa parità. Io sono pari a te. Adesso vi devo dire qualcosa che vorrei lasciarvi come segno perché secondo me è un pezzettino del futuro, proprio è un pezzettino che ci permette di zappare pensieri nuovi di inoltrarci oltre a ciò che fino ad adesso in linea di massima abbiamo tentato di onorare. Seguitemi un attimo per cortesia., Vi prego veramente di riuscire a starmi dietro. La parità sul piano della libertà è concepita dalla legge 62 -2000 , è infatti lascia un forte segno, un fortissimo segno dove ad essa è assicurata la piena libertà per quanto concerne l’orientamento culturale per l’indirizzo pedagogico didattico perché le scuole paritarie svolgendo un servizio pubblico sono tenute ad accogliere chiunque richiede di iscriversi compresi gli studenti diversamente abili purchè ciascuno accetti il progetto educativo dell’istituto. Quanta saggezza c’era in questo : Allora nasce un problema tra nominalismo e realismo. Questo è nominalismo, la realtà è che le nostre scuole non possono godere di questa libertà e vi spiego perché. Nostre non perché nostre. Guardate che io lotterei è per la libertà di educazione, tanto per le scuole Waldorf, quanto per le scuole salesiane, tanto per le scuole anarchiche, tanto per le scuole, …tanto per le scuole perché parto dal presupposto che questo comunque è il futuro. O lo si farà in libertà, o lo si dovrà fare per necessità. Sapete nella vita quando una cosa non si fa per libertà? Di mettere il latte in frigo al momento giusto? Lo si dovrà fare per necessità quando suonerà il vicino dovrete lasciare la casa in ordine. O lo si fa per libertà o lo si farà per necessità . E torno al tema. Perché non c’è equità? Primo: sul piano amministrativo non c’ è equità . Nella scuola statale si può andare in pensione come precario , nelle scuole paritarie , dopo tre anni o l’hai assunto o l’hai licenziato, e abbiamo fatto la frittata, abbiamo tutti i sindacati alle porte. Primo. Professor Vittadini, si può parlare chiaro qui?

GIORGIO VITTADINI:
Sì.

SABINO PAVONE:
Chiedo, poi se mi reinviterete capirò l’esito. Sul piano amministrativo non c’è neanche equità perché chi costruisce una scuola come quella che vedremo. Siamo stati in giro 4 anni tra ASL, pompieri sicurezza, non sicurezza, …l’80% delle scuole statali, 75, 70 sono buone, 50 sono buonissime, 25 % delle scuole italiane statali non è a norma . Non è a norma. Non lo dico io. Osserviamo un fenomeno. Le scuole paritarie devono nascere , devono stare a norma. I nostri insegnanti hanno bisogno di una formazione particolare altrimenti appiattiamo tutto. A noi la SIS non è mai interessata. Sapete perché ? Perché per insegnare in una scuola dove la creatività di cogliere i bisogni educativi ci vuole una formazione e ci vuole una formazione che si chiama formazione per quella pedagogia perché c’è un’antropologia, perché ci sono dei sostegni , perché c’è la capacità di cogliere lo sviluppo del bambino, perché c’è la capacità di cogliere che non si può educare senza auto educarsi, per esempio. Scomodissimo! Ma come si fa ad essere puntuali a dei ragazzi se noi per primi arriviamo in ritardo? Me lo spiegate? Quindi non c’è parità, mi dispiace onorevole Berlinguer. Mi dispiace, il lavoro fatto da lei nel 2000, dopo 17 anni che mi segna lo stesso tempo del terremoto di ieri indietro di un secolo e 17 anni 83, 2017, un secolo e mezzo, 17 anni prima, 17 anni fa. Dopo 17 anni dal suo lavoro non c’è parità . C’ è un atteggiamento che dobbiamo avere subalterno perché noi per formare i nostri insegnanti abbiamo bisogno di tre anni di formazione che è una mini laurea, con 1200 ore, di cui circa 400 ore sono di arte, pittura, scultura, recitazione, strumenti pedagogici per agire coni bambini che crescono. Abbiamo passato l’era del dottor Dutto: Marco Masi lo sa. Abbiamo passato e stiamo passato l’era della dottoressa Palumbo, ho lasciato nell’ufficio qui del sottosegretario qui più di una volta ciò che ho lasciato del resto anche all’onorevole uscendo di corsa come sempre un’immagine, un libercolo Un impulso, un pensiero. Guardate che stiamo facendo sto lavoro, guardate che stiamo facendo sto lavoro! Non c’è dignità. Vogliamo toccare il piano economico o vogliamo continuare? Perché se andiamo sulla sfera economica, dal piano culturale alla sfera amministrativa, alla sfera economica , non ne veniamo fuori, perché noi abbiamo circa l’8% del bilancio . Nella scuola dove io lavoro, con 3 sezioni d’asilo e con le classi dalla prima alla tredicesima, perché la scuola Waldorf comprende otto classi intere: prima, seconda, terza, quarta, quinta, medie no, sesta, settima, ottava, superiore sì, nona, decima, undicesima, dodicesima e tredicesima. Un ciclo unico, non c’è una scuola di continuità più alta della scuola Waldorf: conosciamo i ragazzi a 19 anni che conoscevamo a tre anni quando sono entrati all’asilo. Speriamo che vi entrino anche questo settembre, tra l’altro. Tutti, a prescindere da 34, 35, 36. Quindi non c’è parità e quindi non c’è dignità. Perché quando ci si trova da pari c’è anche la dignità umana. Allora Steiner purtroppo è un nome antipaticissimo. Guardate che io a 19 anni quando conobbi Steiner già il nome mi infastidiva. Mi infastidiva perché era Steiner, poi si chiamava Rudolf; insomma, le aveva tutte. Aveva un background nel nome! Sarebbe stato meglio se si fosse chiamato Enrico Giacomelli. La pedagogia Enrico Giacomelli sarebbe riuscita molto meglio, senza pregiudizi, che Rudolf Steiner. Però purtroppo Rudolf Steiner ha detto: “Ragazzi, le cose stanno così, che tutto quello che non viene educato oggi si presenterà domani, sotto forma di una patologia sociale.”. Ed entra nei dettagli! Mettiamo un po’ in ordine i criteri della Rivoluzione francese (ne approfitto della competenza di una statista e di uno storico), mettiamo per un attimo al posto giusto la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. Ma dove sta la libertà in rapporto a pensare, sociale ed economia? Dove sta la libertà? Dove sta la libertà? Nelle scelte culturali di una scuola, di una religione, di un’idea della vita, di un’antropologia, non sta lì la libertà? La libertà non sta nella libertà di pensiero? Sì o no? Ci siete ancora? Voglio un “sì”, se è “sì”, se no ditemi “no”! La libertà sta nel pensiero o sta nella vita giuridica, scusate? Nella vita giuridica c’è libertà? C’è libertà forse di dire: “Io me la rubo sta mela? Tu non te la rubi?” Sono libero di farlo? No! Quindi la libertà, dove sta? Nelle scelte culturali, sì o no?

PUBBLICO:
Sì!

SABINO PAVONE:
Bene, è maieutica, ve l’ho tirata fuori per i capelli. Lo pensate davvero? Se lo pensate davvero, allora rispieghiamo l’uguaglianza, dove sta? In quale sfera sta l’uguaglianza tra libertà, uguaglianza e fratellanza? Dove sta l’uguaglianza? Davanti a cosa sta l’uguaglianza? Dove sta l’uguaglianza? Dove sta l’uguaglianza? Onorevole Toccafondi, dove sta l’uguaglianza? L’uguaglianza sta nel fatto che davanti alla legge, che tu sia ateo, che tu la pensi in un modo o che tu la pensi in un altro, davanti alla legge, non posso dire siamo tutti uguali perché sarebbe un eufemismo, davanti alla legge dovremmo essere tutti uguali. O no? Bene, allora abbiamo già messo in ordine due cose: la libertà di pensiero sta nella libertà di pensiero, la libertà di pensiero. L’uguaglianza tocca la sfera giuridica. Adesso dobbiamo mettere in ordine la fratellanza. Dov’è che siamo fratelli? Davanti a un tribunale siamo fratelli? Nella nostra libertà di pensiero, dove ognuno la pensa a modo suo, siamo fratelli? Dov’è che siamo fratelli? La sto annoiando?

GIORGIO VITTADINI:
No, No! Anzi!

SABINO PAVONE:
Dov’è che siamo fratelli?

GIORGIO VITTADINI:
Nel bisogno.

SABINO PAVONE:
Nel bisogno! Cogliere i bisogni dell’altro. Nella misericordia di sentire quali sono i bisogni degli altri e in una certa misura, adempiervi. Quindi, nella sfera economica. Nel 1919, quando Steiner portò questo: libertà di pensiero, uguaglianza nella vita giuridica e sociale, e fratellanza nella sfera economica, mise in ordine tre coordinate della Rivoluzione francese, senza la quale, se non c’è ordine, nascono le patologie sociali. Vi faccio un esercizio: ammettiamo che la sfera economica invada la sfera giuridica, cioè dica ai tribunali – non succede, eh! Cioè, non succede, forse all’estero ma in Italia non succede che la sfera economica invada la sfera giuridica, non succede mai, ma ammettiamo che succeda, che cosa succede? – se la sfera economica invade la sfera giuridica, noi ci troviamo di fronte a dei governi che vivono sotto la pressione della sfera economico-finanziari, va bene? Adesso ammettiamo che la sfera giuridica entri in quella della libertà spirituale, cioè della vita della scuola. L’avete immaginata? Vuol dire prendere tutto ciò di cui abbiamo parlato stamattina e buttarlo fuori dalla finestra, vuol dire dettare fino nei dettagli cosa si può fare e che cosa non si può fare. No, non succede in Italia! In Italia succede tantissimo e, vi dirò di più: succede in Italia più che negli altri paesi. Perché se voi andate in Olanda e avete venti bambini e siete venti genitori e volete fare una scelta pedagogica di una vostra offerta formativa, la potete fare; e gli insegnanti sono formati per farlo e sapete dove vengono accolti? Negli edifici della scuola dello stato. Una stella a cui guardare. Ogni volta che una di queste tre sfere invade l’altra, nasce una patologia sociale. Ogni volta che la sfera economica invade la sfera giuridica, ogni volta che la sfera giuridica… vi voglio fare un esempio opposto, è un esercizio, tornate a casa e dormirete tranquilli. Pensate al contrario: adesso la sfera dello spirito, della libertà spirituale invade la sfera giuridica. C’è qualche fenomeno al mondo che ci conferma questa cosa? Guardate che queste non sono astrazioni, queste sono realtà, queste sono più reali di questo microfono. Perché è lo spirito che organizza la materia, non è la materia che organizza lo spirito. Quindi sono i pensieri dell’uomo, ciò che noi vediamo incarnati intorno a noi, non il contrario. Le atmosfere che si creano per poter dialogare e non dialogare, le creiamo noi coi nostri pensieri. Io ho visto l’Onorevole Berlinguer, mi scusi se la nomino così tanto, mi ha fatto piacere vederla salire gli scalini e non se la prenda, all’una meno un quarto lei era accompagnato, si ricorda? Al suo fianco lei aveva una persona che la accompagnava. Glielo dico io: la accompagnava. Faceva il suo angelo custode come l’ho avuto io stamattina. Lei in tre minuti ha parlato, ci ha scaldato il cuore, con i suoi impulsi. Lei non si è reso conto come è sceso dalle scale. Chi ha notato come è sceso dalle scale l’Onorevole Berlinguer? Per cortesia alzi la mano come è sceso dalle scale l’Onorevole Berlinguer! Come è sceso? Saltellando. Sapete perché? Perché quando si accende l’entusiasmo, la vita, il desiderio di vivere, di dare ancora il suo contributo, viene avanti. Noi non viviamo con le nostre forze, noi viviamo con le forze che ci giungono dalle persone con cui lavoriamo. Ecco, questo è un tentativo. Che cosa ha fatto dunque un gruppo di uomini nel 1982? Tanto, visto che qui siamo più o meno coetanei tranne l’Onorevole qui che ha ancora tanto lavoro da fare, quindi è giusto che per un’altra ventina d’anni… ho scoperto che sono coetaneo anche del Dottor Vittadini, tra l’altro dei nomi bellissimi. Tutti, per destino, siamo legati a una cosa: cinque parole dell’articolo boh, non mi ricordo come. Sapete quali sono le cinque parole? Senza oneri per lo Stato. Pensate che il destino di molti di noi è legato a queste cinque parole. Dice: ma cos’è che vi lega? Cinque parole: senza oneri per lo stato. Con tutto il background. Allora cos’ha fatto questa comunità? Nel 1982 a Conegliano, un gruppo di uomini e di donne (potete mandare per cortesia?) hanno deciso di dare vita a qualcosa, facendo in modo che tutti i proventi di un’attività economica, commerciale, potesse dare l’economia, il volano economico per costruire una scuola. Una scuola dove si potesse passeggiare e camminare nella bellezza. Perché la bellezza è il primo deterrente per l’immoralità. Se si vuole educare moralmente, senza cadere in atteggiamenti direi dottrinari, bisogna far vivere un giovane nella bellezza. Se ne sono accorti perfino nelle città straniere, dove nelle stazioni centrali mettono della bella musica. Sapete che i tossicodipendenti e i barboni vivono più tranquillamente, stanno tranquillamente lì ad ascoltare la musica classica? Si è scoperto che la qualità dell’arte di camminare è formativa. Allora questa scuola che voi vedete realizzata è costata un po’ di milioni, lo potete immaginare! Io l’ho invitata, eh Onorevole Berlinguer, tre volte a venire! Non si preoccupi, dopo di lei c’è qualcuno che è stato invitato due volte. E c’è qualcuno che, pur non essendo mai stato invitato, è voluto venire. Per vedere quelle cose che ho sempre sentito, dovrebbero esserci. Ebbene, questa scuola è stata costruita con un po’ di milioni presi da un’impresa, il cui Consiglio d’Amministrazione ha deciso di devolvere tutto il proprio profitto per costruire una scuola, partendo da quale presupposto? Che il vero capitale, cioè ciò che non ci portiamo al cimitero per voler essere i più ricchi del cimitero (che anche quello può essere un obbiettivo, per carità) è trasformare il denaro che è spirito surgelato e trasformarlo in occasione. Dalla base. Questi uomini hanno creato una fondazione, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolph Steiner, ci hanno messo dentro un tot di milioni prelevata dall’attività economica, e hanno costruito questa scuola che hanno dato in uso a 40 insegnanti che piano piano sono cresciuti col tempo. E io ho avuto la fortuna di lavorare in quella piccola cucina dove siamo partiti, il 3 febbraio del ’96, con tre bambini, ed ero cuoco. E siccome lo Stato mi chiedeva le Magistrali, oltre alle lauree, ho dovuto prendere, intanto che giravo il risotto per i bambini, le Magistrali, finché valevano, e le ho prese. E così è nata questa scuola. Questa scuola vive su un principio: la vita economica deve sostenere la vita culturale e la vita culturale deve dare senso all’economia. E per far questo, bisogna che al centro ci sia un forte tessuto sociale capace di sostenere questo impegno. Perché non andiate via con un’immagine scorretta, vi posso dire una cosa? La gestione ordinaria della scuola, naturalmente, è a carico delle famiglie. Sapete quali famiglie? Sapete, quelle famiglie con quelle macchine che sono lunghe tre chilometri, avete presente? Cioè, noi abbiamo solo famiglie con macchine lunghe! Lo sapete, no? Ah, non lo sapete? Lo dicono tutti! Non lo sapete? Dovete venire nei nostri parcheggi! Nei nostri parcheggi ci sono solo macchine che superano i 40-50mila euro! Ma venite a vedere, quanti genitori dopo aver pagato le tase si pagano la retta! Fanno le pulizie alla scuola, si inventano il bazar, si inventano il mercato dell’usato, tutti i vestiti dei bambini, dopo che non servono più vengono portati giù al mercatino per essere venduti a nuovi genitori che entrano all’asilo che con due euro comprano un paio di magliette che altrimenti costerebbero 30 euro! Quante fatiche ci sono dietro! Voglio smontare questa immagine di una scuola che sta diventando elitaria! E se lo diventerà, elitaria? Non sarà certo colpa né della scuola Waldorf né di altre scuole che rischieranno di diventare elitarie. È perché in italia si diventa di élite ogni qual volta si fa una scelta che viene pensata con la propria testa, sentita col proprio cuore. Ecco, io ho finito. Grazie, siete molto gentili. Io spero, prima di varcare la soglia, intendo dire, quando si esce orizzontali… avete capito, vero? Beh, è una delle uniche certezze! Spero di vedere qualcosa di questi sforzi, realizzato. Vedete questa croce? Questa croce rappresenta l’ideale pedagogico in due righe: sopra c’è l’individualità, unica, etica, l’educazione non può disgiungersi dalla professione, non può. Non si può entrare in classe pensando di essere i più intelligenti della classe, non si può. È finita quest’epoca: abbiamo bambini che sono molto più intelligenti di noi. L’individualità è unica e questa linea verticale è proprio l’io dell’uomo, la sua personalità irripetibile, unica. Di Onorevole Toccafondi ce ne sarà sempre solo uno, anche di Claudia, sempre solo una. Anche di Sabino Pavone, ce ne sarà sempre solo uno e voi direte: “Meno male!”. Ma il fatto è che questa è la dignità umana. Nella linea orizzontale, ciò che ci porta verso il mondo. È il sociale, è la vocazione, è la professione al servizio. Giovani che non hanno avuto davanti a loro adulti che hanno potuto portare in cuore questo, non avranno nulla da poter imitare, se non la noia. Vi ricordate quando venivano a farci le supplenze, mettevano il giornale sul tavolo e poi dicevano: “Ragazzi, dobbiamo stare insieme una settimana. Cerchiamo di farlo nel modo migliore senza pestarci i calli. Voi fate quello che volete e io faccio questo che voglio.”. A me è successo, so che a voi non è successo, naturalmente, però questo modello, dal punto di vista interiore, di atteggiamento interiore, ahimè, esiste ancora oggi. Quindi perché una croce? Perché quel punto di incontro ha a che fare con due parole che ci sono care: la libertà e l’amore. Non si può essere liberi senza amare, e non si può amare senza la libertà. Quindi vi ringrazio di cuore per l’ascolto e andiamo avanti.

GABIRELE TOCCAFONDI:
Ad animare, a svegliarci anche dal torpore del dopo pranzo, ci ha pensato Sabino. Tra l’altro forse…

GIORGIO VITTADINI:
Ma noi non siamo mai stati in torpore…

GABIRELE TOCCAFONDI:
Alcuni, devo dire… Tra l’altro forse è il caso, Sabino, che tu possa venire anche in Parlamento a fare questo esercizio perché potrebbe essere utile. Io vorrei fare due note preliminari. Due note preliminari per poi entrare direttamente nell’argomento e far vedere quello che abbiamo fatto, perché non penso che non ci sia parità. C’è una strada relativa alla parità, un inizio di strada e un inizio di novità, culturale e reale, concreta, anche economica e normativa. Certo è che forse, più che dire che non c’è parità, forse potremmo dire che in questo paese non c’è un effettiva libertà di scelta educativa. Ci sono ancora ostacoli, e non sono pochi, per le famiglie che non hanno la possibilità, tutti, come veniva ricordato, liberamente di poter scegliere quale dovrà essere, deve essere la strada educativa per i propri figli. Questo è il tema. Il tema normativo della parità, che invece c’è, va implementato, va migliorato certo; ma il vero tema, e iniziamo a farlo, è parlare di libertà di scelta educativa dei genitori rispetto ai propri figli. Due nota bene preliminari. Il primo: la scuola è fatta per i ragazzi. Ovvio, naturale, scontato, ragionevole. Guardate, lo dico da Sottosegretario all’Istruzione, che sta in Parlamento, sta nelle commissioni, dialoga, va nelle assemblee, e sta al Ministero. Non è così scontato, naturale, e ovvio, e anche ragionevole. Quindi è bene ribadire che la scuola è fatta per i ragazzi. E a scuola si diventa grandi, adulti, si forma la coscienza critica. I ragazzi hanno domande come le hanno sempre avute, vere, reali, da bambini o da adulti. Si termina il percorso scolastico con l’esame di Stato, con l’esame di Maturità, si diventa maturi. E le domande ci sono. Quello che sembra sempre più mancare è avere adulti che siano in grado di rispondere alle domande dei ragazzi, che non sono banali, assolutamente. Sia come genitori, sia all’interno della scuola. Ma partiamo da questo presupposto, che è ragionevole e scontato, che la scuola è fatta per i ragazzi e non per altro. Secondo nota bene: occorre adottare l’esperienza come metodo. E lo dico da politico e da sottosegretario. Esperienza come metodo. La realtà, o la conosci per quello che è, o te la immagini. E un politico che si immagina la realtà, altro che parità! Occorre andare a vedere! Io in questi quattro anni e mezzo ho visitato più di duecento scuole, fisicamente. Statali e non statali. Soprattutto tecnici e professionali, che ho in delega. E ho scoperto un mondo. E a ogni visita ne sono uscito assolutamente rinfrancato. Che la scuola italiana esiste e c’è. E che ci sono tanti adulti che sono all’altezza delle esigenze dei ragazzi. Delle volte mi chiedevo se lo era il Ministero dell’Istruzione. Il metodo della ricerca, mi hanno insegnato, è sempre imposto dall’oggetto, non dal soggetto. E quindi un uomo che si approccia a un elemento adottando l’esperienza come metodo, deve anche essere in grado di cambiare idea o di cambiare prospettiva, se la realtà dice un’altra cosa. E questo aspetto, dentro il mondo della scuola, deve ancora crescere molto. Ma in generale, deve crescere molto. Nell’esperienza si capisce che avere un’idea, anche giusta, da sola non basta. E fra un’idea e la sua realizzazione, la sua soddisfazione, passa la differenza, c’è la differenza che passa tra parlare di H2O e bere. Uno che ha sete, provate a parlargli della formula dell’acqua e vedete se gli passa la sete! E così su autonomia e parità, occorre partire dall’esperienza vera, dalla realtà vera, non parlare solamente di un’idea ma andare nel concreto, altrimenti le cose non si cambiano. E allora la libertà di scelta educativa in questo paese non ce l’avremo mai, se non facciamo tutti in questo paese questo esercizio e questo percorso. Fondamentale quindi è adottare l’esperienza come metodo, e questo non è una questione da cattolici. Così come la parità scolastica non è una questione da cattolici. Da che mondo è mondo, anche in questo paese, ci siamo uniti e ci siamo rimboccati le maniche, rispetto alle necessità che abbiamo incontrato. È storia di questo paese: l’educazione, l’istruzione, la formazione professionale, è nata così, dal basso, in modo sussidiario, per rispondere a delle esigenze. E non come pensiero: fraternità, uguaglianza e libertà sono nati così. Non in maniera astratta ma come risposta non filosofica e astratta ma risposta a delle esigenze vere. Dobbiamo riscoprire, per andare a fondo della parità, o dell’autonomia, delle vere esigenze che abbiamo come uomini. Non come cattolici! Come uomini! Che fanno esperienze vere! Abbiamo un tasso culturale, soprattutto in Parlamento, molto basso. Su questi temi ancora di più. Abbiamo un tasso ideologico, soprattutto, in Parlamento, molto alto. Questa è una miscela esplosiva di populismo e di ideologia. Quindi il primo aspetto, ribadisco, sul tema della parità e dell’autonomia, è raccontare, spiegare, far vedere. Che parli l’autonomia e la parità! Perché solo così si combattono le ideologie, cioè un aspetto culturale impazzito, un’idea che può avere dei fondamenti veri ma che risulta impazzita, cioè diventa ideologia, alla lunga. E il tasso ideologico di impazzamento di un’idea con gli elementi giusti in Parlamento ora è ai massimi, per quanto io mi ricordi, non sono Matusalemme ma insomma. Io rivendico con forza quello che abbiamo fatto (e qui vedo e ringrazio il mio amico Maurizio Lupi) in questi anni di governo, con questa strana maggioranza. Perché abbiamo rotto molti tabu. Con questa strana maggioranza abbiamo rotto molti tabu: dall’Articolo 18, alle tasse, alla prima casa. Ma soprattutto sulla scuola. Primo, abbiamo invertito la rotta: dopo 25 anni abbiamo messo risorse sul tema generale scuola. Poi certo, abbiamo assunto 150mila docenti immettendoli a tempo indeterminato, quindi penso a cosa possa voler dire avere un contratto a tempo indeterminato per 150 mila, ci hanno detto che abbiamo deportato gli insegnanti. Abbiamo inserito l’alternanza scuola-lavoro come curriculare obbligatoria perché è esperienza vera e far fare esperienza ai ragazzi è scuola a tutti gli effetti, e un grande sindacato come la CGIL ha tentato di raccogliere 500mila firme per proporre un referendum abrogativo dell’alternanza scuola-lavoro, ne ha raccolte 490mila, altrimenti eravamo in campagna elettorale per un nuovo referendum. Quindi è anche strano quello che è successo in questo paese. Però abbiamo invertito la rotta e io rivendico con forza questo aspetto. Così sulla scuola paritaria, cioè sulla libertà di scelta educativa, abbiamo invertito la rotta. Chiedo di farci vedere una slide che ci aiuta a capire. Guardate, una premessa: queste sono le novità per le scuole paritarie sia della legge di Bilancio 2017 e prima ancora della Buona Scuola e prima ancora della legge di Stabilità 2016. Siamo arrivati a questo grazie a un seme. Il seme di 17 anni fa della legge 72 del 2000 di Luigi Berlinguer. Quindi c’è stato un percorso, un percorso che negli ultimi 10-15 anni ha avuto un blocco. Abbiamo invertito la rotta. E sono risorse non annuali ma abbiamo stabilizzato queste risorse. Questo anche per dare certezza alle scuole. Abbiamo lavorato per la stabilizzazione delle risorse. Chi verrà dopo di noi, o ha la volontà politica di tornare indietro, oppure deve partire almeno da questo. A Torino e a Roma sono tutti tornati indietro, eh! Primo aspetto, 2017: abbiamo stabilizzato dal 2016 e a far data dal 2016, quindi stabilizzato, il fondo di 500 milioni. Per capirci: nel bilancio previsionale del 2015, queste risorse erano pari a 272 milioni quindi fondo stabile a 500 milioni e duraturo nel tempo. Quest’anno abbiamo inserito anche a far data dal 2016 un fondo per la disabilità. Qui vedo don Andrea, della scuola del Cottolengo: queste risorse nel 2016 sono state create per una visita che abbiamo fatto nella sua scuola. Capite la realtà come metodo? Che ci si rende conto, non si sta fermi. E non si può stare fermi. Queste risorse quest’anno le abbiamo portate, da qui in avanti, a 23milioni e 400mila euro. Stabili, durature. Sono quasi duemila euro a bambino, a ragazzo, all’anno, a scuola. È un inizio di aiuto alla disabilità, perché il restante del costo dell’insegnante di sostegno resta in capo alla scuola e spesso ai genitori, o a tutti gli iscritti della scuola. Ma è un inizio, si è invertita la rotta, da due anni qualcosa è cambiato, sulla parità scolastica, certo. Questo elemento mi aiuta a spiegare meglio. Questo elemento di parità scolastica non è certo la soluzione per la libertà di scelta educativa. Perché, ahimè, tuttora, nonostante questo elemento, ci saranno delle famiglie, con un ragazzo disabile, che ahimè dovranno dire: “Non ce la faccio a pagare la retta.”. Ed è questa la stella polare di lavoro che ci spetta. Quest’anno abbiamo inserito anche solo per la scuola materna paritaria quest’anno ma stiamo lavorando anche per la stabilizzazione, 50 milioni di euro. Insomma, quest’anno a conti fatti siamo a 573 milioni e mezzo circa, come fondo alla parità scolastica. Ben poca cosa rispetto a tanti altri paesi ma tanto rispetto ai 273 milioni che erano nel bilancio previsionale del 2015, con di cent’anni fa. Quindi io ci vedo il bicchiere mezzo pieno, poi qualcuno lo può vedere mezzo vuoto. Dico solo, a chi lo vede mezzo vuoto, che dobbiamo essere chiari, che l’anno scorso non c’era neanche il bicchiere. Perché lo dobbiamo dire, numeri ala mano. Non ci siamo fermati qui, perché abbiamo inserito nel 2016 anche delle detrazioni fiscali all’anno a famiglia, anzi a bambino, a ragazzo, dalla primaria alle scuole superiori, per capirci. L’anno prossimo, nel 2019, a bambino, all’anno, sono 800 euro. Fiscalmente, il 19% IRPEF, si risparmiano 170 euro. All’anno, a bambino, è poca cosa? Beh, rispetto al totale della retta che uno spende, forse sì. Ma è rivoluzionario come concetto: per la prima volta, dopo 70 anni, lo Stato inizia, sono il primo a sapere e a capirlo, inizia a invertire la rotta. Cioè, anche culturalmente: quello che te, famiglia, spendi per tuo figlio, per la prima volta lo stato riconosce che sono soldi spesi per istruzione pubblica e quindi ti riconosce uno sgravio fiscale. Quindi è economicamente poco, sempre di più ma comunque poco, ma culturalmente rivoluzionario. E ancora: sull’alternanza scuola-lavoro abbiamo sbloccato i fondi anche per le scuole non statali già da quest’anno e per sempre, sul PON, fondi europei del Piano Operativo Nazionale, un emendamento su cui abbiamo lavorato, e duramente, è passato nella legge di Stabilità dell’anno scorso, è realtà, stiamo lavorando con due ministeri, con l’Europa, per arrivare a meta, cioè a sbloccare effettivamente questo aspetto con l’Europa ma ormai la strada è segnata ed entro l’anno questo aspetto sarà sbloccato. E poi lo School Bonus: per la prima volta da due anni, un privato, una fondazione, un’azienda che dona risorse a una scuola o statale o non statale, ha il credito d’imposta del 65%. Cioè sono tanti soldi, che l’azienda può risparmiare. Io vi do i dati dei primi sei mesi del 2017 e si capisce che inizia a essere compreso dal paese: per le scuole non statali la donazione è stata pari a 456mila euro e per le scuole statali quasi a 800mila euro. È uno strumento che inizia ad essere compreso e dalle scuole e dal paese; e sarà sempre di più così. Finora, chi donava, quando andava bene la scuola gli diceva grazie, al massimo una targa; ora lo stato gli riconosce un credito di imposta. E l’ultimo aspetto è su un piano nazionale che da due anni stiamo portando avanti, di ispezioni mirate, soprattutto alle scuole secondarie di secondo grado, le scuole superiori, che hanno una piramide rovesciata sproporzionata, cioè pochi ragazzi iscritti ai primi quattro-cinque anni e un boom d’iscrizioni per l’esame finale, l’esame di Stato. Abbiamo fatto in un anno e mezzo 326 visite ispettive, e qui ringrazio gli uffici scolastici regionali e i nostri ispettori, soprattutto in alcune regioni queste visite non sono semplici, e abbiamo revocato 47 decreti di parità scolastica, perché noi vogliamo essere per la parità scolastica non per qualcos’altro. Siamo per la vera libertà di educazione non per chi si nasconde nella parità educativa. Questi sono aspetti reale, concreti di aiuto alla libertà di scelta educativa. Per ottenere questi risultati anche politicamente ci siamo sempre mossi dando le ragioni non semplicemente da cattolici, da partito dei cattolici ma da persone con una propria ragione che dialogavano con la realtà e che vedevano nella realtà delle scuole paritarie pubbliche o private che facevano educazione. Quindi che collaboravano con le scuole statali per la crescita dei nostri ragazzi, stando alle domande dei ragazzi quindi erano scuole vere. E per questo dovevano e devono essere aiutate in un sistema. Ma ci siamo mossi dando sempre le ragioni, spiegando e spesso e volentieri facendo parlare le esperienze che avevamo visto. Quindi questa strana maggioranza in questo Parlamento in cui l’ideologia è molto alta è riuscito a ottenere questo grazie a esperienze vere, cioè grazie a quei due “nota bene” che ho in precedenza sottolineato. Solo che adesso siamo in una fase in cui dobbiamo comprendere come arriviamo alla libertà di scelta educativa. Perché anch’io, come Pavone, penso che non ci possiamo limitare ad accontentarci di alcune positive novità. Perché io nel mio paese per i miei figli voglio la libertà di scelta educativa non voglio altro. Non voglio accontentarmi di qualcosa di meno perché ci credo in questo aspetto e perché credo in quello che ho visto in questi anni. Allora non aspettiamoci un sovrano illuminato che risolva il problema. Ci vuole una mossa di popolo. Non so come dirlo in maniera migliore e occorre che chi gestisce, chi frequenta queste scuole, chi manda i propri figli, chi ci crede, chi insegna possa dire pubblicamente quello che è la parità scolastica e la libertà di scelta educativa. E lo possa fare ai partiti, ai movimenti, alla politica perché possa essere un elemento vero di dialogo non di scontro ma soprattutto di dialogo in questa fase anche di campagna pre-elettorale. Anche perché quando uno ha sete come dicevo prima, ha veramente sete non parla di H2O, cioè della formula pur giusta, ma vuole bere. E se uno vuole bere si muove e allora muoviamoci. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Chiedo a Luigi di intervenire.

LUIGI BERLINGUER:
Io non pensavo di dire niente ma questi sono temi grossi. Prima devo esprimere e dire a Gabriele Toccafondi una cosa. Come mai per i “PON” a cui voi avete fatto accesso quando esce il bando c’è scritto che sono destinatarie solo le scuole statali.

GABIRELE TOCCAFONDI:
Posso spiegare?

GIORGIO VITTADINI:
Prego.

LUIGI BERLINGUER:
Noi dobbiamo trovare una norma in base alla quale chi non attua una legge ne risponde di fronte alla polizia.

GABIRELE TOCCAFONDI:
Però, Luigi, scusami. Nel 2014 questo paese, cioè l’Italia ha firmato un accordo di programma con l’Europa dove ha esplicitamente inserito , è una cosa burocratica non politica, l’esclusione dei fondi “PON” per le scuole paritarie e/o private. Quindi noi abbiamo dovuto chiedere al parlamento di inserire una norma che potesse darci mandato come governo di andare in Europa a ricontrattare questo accordo. Nelle more di questa ricontrattazione che sta facendo il “ MIURM “ ma soprattutto il Ministero della Coesione Territoriale, cioè De Vincenzi ,anzi se lo puoi chiamare è meglio così acceleriamo. Nelle more abbiamo dovuto fare dei bandi perché se no si perdono i soldi, per le scuole statali cioè come era la vecchia legislazione inserendo un articolo, che è l’articolo 2, in tutti i bandi, dicendo : “ Signore scuole, sappiate che per questo bando una fetta di risorse è messa da parte, accantonata perché quando andremo a meta con la riforma questo spicchio saranno date con un bando ad hoc, omnicomprensivo alle scuole non statali.” Sembra semplice, ma delle volte, Luigi, ci sei passato anche te dal Ministero e dal governo e dall’Europa le cose semplici diventano complicate. Quindi va sempre spiegato il perché. C’è una motivazione tecnica, altrimenti figurati.

LUIGI BERLINGUER:
Sì, non è poi tanti tecnica perché chi ha firmato quell’accordo con l’Europa ha voluto violare la legge 62 e aveva un’idea politica tale per cui questa va resa pubblica nella campagna elettorale perché il popolo sia consapevole anche nel voto di quale è stata la scelta. Perchè non possiamo arrenderci di fronte a questi giochetti che sono molto gravi perché sono stati fatti alle spalle della consapevolezza della gente.

GIORGIO VITTADINI:
Fai il conto. Vai a vedere su Wikipedia chi era al governo nel 2014. È una domanda per svegliarsi dal torpore.

LUIGI BERLINGUER:
E’ così un gioco della memoria, non so. Però adesso lasciatemi dire qualche altra cosa. Questa lo dico perché io ho proceduto, voi lo sapete tutti, a proporre e poi a far passare nella mia maggioranza parlamentare del 2000, del 1999, del 2000, la volontà di votare una legge che è diventata la legge 62. E la composizione parlamentare allora includeva anche i” rifondaroli”. Io li chiamo così affettuosamente. Voi capite, no? Ecco anche i “rifondaroli”, anzi era stato indicato come relatore (la mia perfidia è arrivata fino a questo) della legge in parlamento un parlamentare “rifondarolo”. Poverino, Poi in un incidente stradale è scomparso. Però il suo partito gli ha chiesti di lasciare il ruolo di relatore. E quindi la maggioranza allora ebbe un’incrinatura, per essere più esatti, ma non si sfaldò per altre ragioni e noi riuscimmo a far passare la legge. La motivazione dell’approvazione del disegno di legge sulla parità in legge è una motivazione costituzionale. Ma questo non si dice abbastanza. Io ho motivato dicendo che mi sono sentito in divere di proporre un disegno di legge impopolare nella maggioranza elettorale a cui appartenevo. E per spiegarlo ho detto “ la costituzione mi richiede questo”. Perché l’art. 33 prevede il diritto degli studenti delle scuole non statali ad una parità di trattamento da cui deriva anche lessicalmente, ad una parità di trattamento. E quindi bisognava stabilire, i termini di attuazione legislativa, il significato di questo che era una prescrizione costituzionale. Non fare, non mandare in legge un principio di questo tipo, nell’ordinamento giuridico italiano, era una carenza costituzionale di quella maggioranza di quel governo. Io l’ho fatto perché tenuto dalla mia fedeltà alla costituzione, mentre questo viene presentato anche per quello scherzo di natura che sono le cinque parole “ senza oneri per lo stato “ che sono state infilate per una questione che a leggere i lavori della Costituente fu un pasticcio rappezzato all’ultimo momento, come voi sapete. Che tuttavia ha un’interpretazione diversa da quella che lui ci diceva. “ senza oneri per lo Stato “ vuol dire ,secondo un ‘importante fetta di interpretazione, non che lo Stato non può dare i soldi perché se no sarebbe stata scritta con una prescrizione negativa, ma che chi chiede la parità non può pretendere soldi. Non lo pretende ma se poi lo Stato nella sua determinazione li dà, non c’è niente in incostituzionale. Ad ogni modo, uscendo da quest’altro intrigo che ha complicato la vicenda altrimenti era lineare : la costituzione e i vari commi del 33 , perché nel comma si dice: “ enti e privati hanno il diritto di istituire scuole” . Non la facoltà, quindi non è una concessione dello Stato ma è un diritto scritto in costituzione. E questo non è nella consapevolezza della maggioranza degli elettori italiani che invece pensano ancora alle cosiddette scuole private. Forse una responsabilità viene fuori da quello che è stato detto qui stasera. Siamo riusciti a rendere consapevoli la popolazione italiana e l’elettorato italiano che l’esistenza di scuole di indirizzo non che cambino i programmi completamente o non che facciano salti mortali tripli ma di indirizzo, come ci sono in tutto il mondo evoluto e dove sono raggiunti, anche con fatica come in Francia, equilibri ormai a questo proposito ed è non per sempre accantonato ma messo da parte come problema scottante. Siamo riusciti a convincere la nostra gente, gli elettori di casa nostra che una concezione scolastica educativa non sia soltanto rispettata nell’ombrello della protezione statale. Perché invece questo è quello che pensa la maggioranza degli italiani. Nel passato c’era un altro elemento negativo., Scusate se io vi rubo un attimo, ma questa roba deve venire fuori più energicamente, con un approccio culturale diverso da quello degli ultimi anni o dei vari decenni precedenti. E cioè che cosa vuol dire che ci sia una fetta di popolazione in tutti i paesi evoluti oscilla, ma lasciamo i paesi nordici e scandinavi dove lo stato non c’entra nell’educazione perché si fa a livello locale da questo punto di vista. Qui è un’altra cultura, non è lo stato. La scuola non è statalizzata in quei paesi. Ebbene, che cos’è che motiva presso molti di voi la volontà di scegliere un indirizzo scolastico diverso da quello rappresentato dalla scuola dello stato? Perché questo qui non viene compreso o viene attribuito all’interferenza vaticana. Diciamoci la verità col proprio nome . Perché questo fatto pesa perché se ci fosse una quantità di scuole non statali superiori in qualche modo a quelle che si richiamano al mondo cattolico sarebbe meno difficile. Tuttavia questa è la realtà e da noi da questa realtà dobbiamo partire. Quindi vuol dire che qui in Italia la scelta di indirizzo ha quella connotazione. Ma va motivato quale sia l’elemento differenziale, di differenza che spinge una famiglia a non far seguire gli studi dei propri figlioli in una scuola dello stato perché c’è la possibilità di farlo in una scuola che ha un altro indirizzo. E’ impalpabile questa differenza, non è chiara. Spesso si attribuisce al fatto che nelle scuole paritarie i docenti non sono sempre in sciopero mentre nelle scuole dello stato non funziona niente perché scioperano tutti, ecc., o altre banalità di questo tipo. Ma noi ancora non abbiamo soddisfatto l’esigenza di far crescere una coscienza nazionale della legittimità di avere indirizzi scolastici entro il loro ambito diverso da quello che si ottiene attraverso la gestione dello stato. Ci sarà l’eccesso di statalismo per cui lo stato è un ombrello per qualunque attività. Che è un refugium per molta mentalità, diciamo così, un po’ assistenzialistica della nostra cultura popolare. E’ vero, ma non è solo questo. E quindi io credo che noi siamo moralmente e culturalmente impegnati a cercare di trovare le motivazioni di dignità della scelta e quindi degli elementi di differenzialità che non scadano in una soluzione non positiva. Questo è il primo problema però questo mi fa aderire all’idea di aver messo insieme due concetti che nel passato non erano collocati così parallelamente. Sarà la scelta di Giorgio, non so, sarà la scelta di voi del Meeting. Però avete visto una specie di ponte fra il problema della parità e il problema dell’autonomia. E questo mi consente di dire un’altra cosa, perdonatemi, “abutere patientia vostra “. C’è un’altra cosa non digerita ed è l’autonomia. Culturalmente, io sto parlando della sensibilità popolare di cosa pensa il corpo docente nel suo complesso, non alcune avanguardie, e di cosa pensa il popolo italiano, i genitori e non solo dell’autonomia. Perché io ricordo che quando proposi questo salto mortale triplo dell’autonomia una reazione glaciale da parte dei più che ignoravano la materia. E poi siccome io il governo ce l’avevo. Beh, vai avanti, fai pure. E abbiamo rischiato anche di non farla, ma poi l’abbiamo fatta. Però l’autonomia non ha maturato a sufficienza – è ancora più significativo questo fatto e anche grave – nella coscienza della maggioranza degli addetti della scuola e nella coscienza della maggioranza dei genitori. Ci sono molte esperienze di autonomia, questo sì, ma nell’ordine di centinaia, parecchie centinaia. Ma le scuole sono novemila, diecimila, eh. Quindi esperienze hanno cominciato a fare strada. Siamo più avanti di cinque, dieci, quindici anni fa però è ancora totalmente insufficiente per quello che quella scelta ha significato.
Perché l’Italia nel 1861 si è costruita come Stato settecento anni dopo la nascita della lingua italiana, grazie a padre Dante. La nascita della italianità. Si chiamavano italiani della penisola. Ma l’Italia non c’era. Nasce settecento anni dopo questo benedetto paese! Perdiamo l’occasione del Rinascimento in cui siamo stati al centro del mondo. Si sarebbe parlato di alleanza, non inglese , forse, perché siamo rimasti divisi come sempre e non si è avuta la forza di chi ha fatto l’Italia allora. Bene, questo ci ha portato ad avere al momento una struttura statuale forte per tenere coeso un paese che era appena nato nel 1861. Ma si è dovuto utilizzare la scuola per confermare questa unitarietà statuale. E che cosa ha portato? Certo, sicuramente, piano, piano, gli studenti italiani sono diventati cittadini italiani. Questo processo c’è stato, vivaddio, ma si è burocratizzata ancora più fortemente la scuola, la si è collegata ad una dipendenza statuale, non statale, per questa ragione; e paghiamo lo scotto di questo, e cento anni dopo o poco più, il povero Ministro si è trovata a dire: “continuiamo a conservare questa dipendenza”… non è una scuola se si burocratizza questo punto, come noi la vorremmo. E l’idea è stata quella di dare alle singole istituzioni e alle loro reti, perché da sole le scuole non ce la fanno, ma comunque al corpo scolastico, la facoltà di poter discutere, di influire sui contenuti educativi, e cioè sul curriculum, perché era tutto il programma scolastico che andava svolto pagina per pagina, fino all’esame finale o allo scrutinio finale, che è lo spauracchio del docente; e questo ha creato una condizione di dipendenza culturale del corpo docente da parte dell’apparato dello stato, ed è la creazione delle trastevere di una struttura iperburocratica, non è un insulto è una valutazione tecnica, e l’autonomia era la vera rivoluzione, insieme alla parità, insieme alla legge sulle minoranze linguistiche, potrei fare un elenco perché sono parecchi i provvedimenti di quei quattro anni, sono 1017, in quattro anni, perché abbiamo messo in discussione tutto, ma era un’altra scuola! Abbiamo anche chiesto che si imparasse a leggere e a scrivere, a far di conto e a far di canto eh! Perché non basta saper fare bene un’equazione o fare una versione, ve l’ho detto stamane: bisogna cultura negata da quella scuola ma che io credo fondamentale e anche saper cantare o suonare, tutti i cittadini, come sanno la matematica, l’italiano e le materie di base; allora, in quest’idea, l’autonomia era indispensabile, com’era indispensabile trasformare i presidi in dirigenti, era indispensabile finirla con i programmi scolastici accentrati, e introdurre le indicazioni curriculari, elasticizzare, cioè; ecco, allora adesso perciò c’è un ponte, anche, con la questione della parità, cioè è una questione di libertà, diciamo così, il termine non è esatto, non è esattissimo, però perché autonomia c’è il nomos e non è solo libertà, giustamente è stato richiamato l’etimo, perché ha una grande importanza richiamare quelle che l’autos non è soltanto di pensare ma anche di autonormarsi; bene, questo elemento dell’autonomia deve diventare una battaglia culturale per motivarsi: perché una scuola o una rete di scuole ha bisogno di inserire elementi di elasticità nel curriculum, e non dover applicare invece, come prima, uniformi? Io racconto sempre una cosa, lasciatemela dire: io ricordo che a scuola ho imparato a memoria tutti gli affluenti di destra e di sinistra del Po, nel programma scolastico; e un giorno mia madre mi disse: “ma vieni che andiamo a visitare il Tirso, in Sardegna” ed io, giovane e piccolo studente, non sapevo cos’era il Tirso, ma sapevo a memoria tutti gli affluenti di destra e di sinistra del Po! Ora, questo tipo di impianto ve l’ho banalizzato, non va bene perché adesso molte più persone sanno cos’è il Tirso e forse voi non lo sapete, ma è un importantissimo fiume della Sardegna, però ecco, sappiate che c’è un elemento di flessibilità culturale che diventa ricchezza della scuola di oggi, quindi motivare culturalmente questa ampiezza dell’autonomia diventa anche un fatto di libertà, diventa un fatto di autonomia, certo, ma diventa un fatto di libertà, e quindi le scuole devono arrivare a questo, è una seconda ragione per cui vi ringrazio di avermi invitato oggi.

GIORGIO VITTADINI:
Io non ho niente da aggiungere a Berlinguer se non dicendo che personalmente ho fatto il primo convegno sull’autonomia e la parità nell’87, a Roma, col cardinal Poletti, non di sole aule vive la scuola, quindi festeggio il trentennale personale della battaglia sulla libertà e vorrei, spero, prima dei prossimi trent’anni, con il presidente Berlinguer arrivare a una parità completa della scuola, però se no se ci mettiamo trent’anni mettiamoci trent’anni, non molliamo, al massimo trent’anni facciamo, va’! Allora grazie, e dentro questa battaglia per la libertà sottolineo la questione del fundraising col “dona ora” alle desk perché, appunto, se non ce lo paghiamo noi non ce lo paga nessuno, grazie.

Data

23 Agosto 2017

Ora

15:00

Edizione

2017

Luogo

Sala Neri
Categoria