800 ANNI IN TERRA SANTA. UN’EREDITÀ VIVA ORA - Meeting di Rimini

800 ANNI IN TERRA SANTA. UN’EREDITÀ VIVA ORA

800 anni in Terra Santa. Un'eredità viva ora

Interviene Francesco Patton, Custode di Terrasanta. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera. (Vi prego di prender posto che iniziamo subito). Qualche tempo fa sono stato alla presentazione di un libro e l’autore di questo libro a un certo punto è uscito con questa espressione: “pensate a San Francesco di Assisi, un uomo che dopo 800 anni ci parla ancora”. È una cosa che detta così mi ha molto colpito, detta così nella sua immediatezza, nella sua anche rapidità di espressione. Pensiamo a tutto questo tempo, alle generazioni, alle storie, alle civiltà che sono state attraversate, percosse e attratte da questo parlare, ancora oggi. Come è possibile che sentiamo ancora dopo 800 anni, 8 secoli, la voce di un uomo di un passato così lontano. Una risposta, non è tutta la risposta, ma una parte della risposta è che lo sentiamo ancora perché esiste la Custodia della Terra Santa, che è incarnata qui oggi dal Custode, Padre Francesco Patton, che vorrei invitarvi ad accogliere con tutta l’amicizia e l’amore che sentiamo per questa realtà. Amicizia e amore che mi hanno portato poco più di un anno fa, padre Francesco era Custode da poche settimane, ad andarlo a trovare e devo dire di averlo scocciato non poco, mi sono reso conto dalle varie email delle segreterie, perché, immaginate, una persona che da poche settimane era a Gerusalemme e doveva anche, in mezzo a tutti i frati, i problemi, le cose, le prospettive, le storie, eccetera, fare spazio anche a me che, appunto, lo scocciavo un po’, che volevo semplicemente testimoniargli tutta la storia di amicizia che ha legato il Meeting ai francescani di Terra Santa da tanti anni. Amicizia, ammirazione, desiderio di imparare; un amore insomma. Un amore testimoniato anche dal fatto che c’è una targa sulla porta del Museo di Terra Santa, che ha aperto per le prime sale, diciamo così, alla Flagellazione a Gerusalemme cioè (min. 21:47), su una delle targhe di questa porta c’è anche il nome di don Luigi Giussani. Quindi, più testimoni di questa amicizia credo che non ci possa essere. Gli parlai, appunto, un anno fa quando andai a trovarlo, a Luglio, del Meeting ed eccoci qua. Una bellissima e già affollatissima mostra. Stamattina sono passato e c’erano già delle code chilometriche che sembrava la metropolitana di Roma, vi lascio immaginare. E poi questo incontro, questa occasione di dialogo con lui. Ci spiegherà naturalmente della Custodia, del lavoro dei francescani in Terra Santa e in che senso parliamo oggi di 800 anni, in che senso abbiamo dato a questo incontro, a questa occasione di oggi il titolo “800 anni in Terra Santa. Un’eredità viva ora”. Ma soprattutto sono certo che capiremo insieme il senso di quell’affermazione di quell’autore di libro, l’affermazione circa un uomo che dopo 8 secoli ci raggiunge ancora con la sua voce. Ora do la parola a Padre Francesco, ricordando che è nato nel 1963 e dal Maggio 2016, quindi poco più di un anno, è custode di Terra Santa da allora per i prossimi cinque anni, sono sei anni in tutto, perché qui c’è scritto per i prossimi sei anni e già ci portiamo avanti per il rinnovo, noi, siamo già oltre i prossimi sei anni, ma intanto ci sono questi prossimi cinque anni di responsabilità di questa realtà da parte del Padre Custode. In Terra Santa. Sappiate solo questo: didascalicamente, la figura del Custode è considerata come quella, come una della principali autorità religiose cristiane e con il patriarca greco ortodosso e quello armeno è responsabile dello status quo, che è un insieme di consuetudini che regolano la vita di alcuni santuari, tra cui gli arcinoti Basilica del Santo Sepolcro e della Natività di Betlemme. Ed ora Padre Francesco ci racconterà della custodia, di sé e di questa voce che ci continua a parlare dopo otto secoli e dopo mi permetterò di fare alcune domande. Intanto benvenuto ancora.

FRANCESCO PATTON:
Grazie mille. È stato evocato S. Francesco, permettetemi di salutarvi tutti con il saluto che lui utilizzava: “Il Signore vi dia pace”. Credo che ne abbiamo tutti bisogno e credo che sia un dono che in modo completo e pieno solo il Signore è in grado di donarci. La presenza al Meeting devo dire ci onora come Custodia di Terra Santa e ci onora il poter essere qui presenti in collaborazione anche con questa mostra che, attraverso delle immagini, evoca la memoria della Terra Santa, evoca la memoria di ottocento anni di storia francescana in Terra Santa e al tempo stesso spinge noi ad assumerci anche la responsabilità per il pre-sente, noi che adesso stiamo lì ci rendiamo conto che la memoria del passato non è mai sufficiente, non possiamo limitarci a evocare i meriti e le grandezze di chi ci ha preceduto, ma dobbiamo appunto assumerci sempre una responsabilità personale nel tempo in cui ci è data la grazia di vivere e fare in modo magari di offrire a chi verrà dopo di noi anche un futuro diverso, dare un contributo alla costruzione di un futuro migliore. Ogni generazione è chiamata a fare questo. La mostra naturalmente è una memoria supportata dai immagini, già questo è significativo, è una selezione di immagini che raccontano qualcosa della nostra presenza in Terra Santa. Vorrei concentrarmi su due aspetti nell’intervento mio prima di sentire un po’ anche le domande che verranno rivolte. Uno è l’aspetto della memoria e l’altro è l’aspetto del riguadagnarsi la memoria che è un po’ il tema del Meeting: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. Prima di tutto quando parliamo di Terra Santa parliamo per noi come Custodia della memoria dei luoghi e della memoria nei luoghi. Praticamente tutto della nostra presenza francescana di otto secoli in Terra Santa ha a che fare con la memoria. I luoghi che noi custodiamo portano in se stessi una memoria che è la memoria della nostra redenzione, è la memoria dell’incarnazione, è la memoria della redenzione che è contenuta nelle pietre che custodiamo. Naturalmente c’è anche la memoria dei tanti cambiamenti che questi luoghi hanno visto nel corso di questi secoli. C’è la memoria di un’identità cristiana che convive con una identità ebraica e con una identità musulmana. C’è la memoria di una identità dei cristiani locali, quelli che noi chiamiamo le pietre vive della terra santa, che costituiscono anche la continuità esistenziale con la prima comunità cristiana e direi ogni generazione di persone vissute in terra santa, ogni generazione di cristiani, ogni genera-zione di francescani ha da compiere questa operazione di riguadagnarsi ciò che ha ereditato dai propri padri. Adesso tocca alla nostra generazione questa assunzione di re-sponsabilità verso la missione che come hanno detto i Papi la Divina Provvidenza ci ha affidato. C’è anche la memoria di una storia francescana e anche la memorai di un incontro, perché di una storia, perché i primi frati sono arrivati in Terra Santa nel 1217 guidati da Fra Elia da Cortona e arrivano in Terra Santa dopo il capitolo di Pentecoste e arrivano oltre mare con il sogno di annunciare il Vangelo e di dare la vita per Gesù Cristo. Due anni dopo, nel 1219, è lo stesso Francesco d’Assisi che arriva in Terra Santa, siamo in piena quinta crociata, Francesco arriva a S. Giovanni d’Acri e da S. Giovanni d’Acri poi scende in Egitto a Damietta e tutti ricordiamo quell’incontro avvenuto ad Damietta che è l’incontro tra Francesco d’Assisi e il Sultano Malik Al Kami (30.07). Francesco in quella occasione ha il coraggio di attraversare a proprio rischio e pericolo quelle che erano le linee che separavano il campo crociato dal campo musulmano del sultano Malik Al Kami e Francesco incontra il sultano per parlare con lui di Gesù Cristo ed è una cosa interessante, Francesco riesce a vivere questo incontro all’insegna del dialogo e riesce anche a riattraversare le linee riuscirà poi anche a visitare i luoghi che per lui erano tanto cari, i luoghi che poi la provvidenza divina ci ha affidato di custodire. Riuscirà a camminare su quella terra sulla quale ha camminato Gesù, Maria, gli apostoli. Per Fran-cesco la vita cristiana e la vita francescana consiste nel camminare sulle orme di Gesù, pesante quale emozione deve avere provato nel camminare nella terra dove Gesù era na-to, vissuto, aveva dato la vita per noi. Francesco che amava il Dio umile, il Dio che si è fatto piccolo a Betlemme ha avuto la possibilità di contemplare quella mangiatoia nella quale Maria ha deposto il Bambino e pochi anni dopo, ritornato in Italia, vorrà ricreare la scena e lo farà a Greccio. Francesco che è l’uomo dell’Eucarestia e del servizio potrà pro-babilmente visitare il Cenacolo e provare lì anche l’emozione di essere nel luogo dove Gesù si è consegnato a noi nell’Eucarestia, dove Gesù ci ha insegnato che è fondamentale lavare i piedi gli uni degli altri, dove Lui è apparso risorto, dove ha donato lo Spirito e ancora Francesco che ama il Crocifisso ha potuto, in quell’occasione, salire sul Calvario e sostare in preghiera e ripetere lì una delle primissime preghiere che lo avevano accompagnato: “Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo in tutte le Tue Chiese che sono nel mondo intero e Ti benediciamo perché con la Tua Santa Croce hai redento il mondo” e poi, ecco, ha potuto visitare il Santo Sepolcro, il luogo in cui, dirà in alcune delle sue lettere, per qualche tempo giacque il corpo del Signore. Ecco per Francesco visitare questi luoghi è stata un’esperienza fondamentale, importantissima, che lo ha trasformato e quando lui ritorna dalla Terra Santa, nel 1220, lascerà a noi frati un capitolo di quella che noi chiamiamo “La regola non bollata” dove ci darà anche un’indicazione di metodo di come siamo chiamati a vivere la dimensione missionaria; è un capitolo dove lui ci dirà che siamo chiamati ad andare in mezzo all’altra gente, non ad andare ponendoci di fronte o contro, ma condividendo; è un capitolo nel quale ci dirà che possiamo annunciare il Vangelo in due modi: il primo è: “che non facciano liti o dispute, siano sudditi e soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere Cristiani” quindi andare senza polemica, andare con uno stile pacifico, andare con que-sta disponibilità al servizio motivata dall’amore per Dio, e andare anche con un’identità chiara, perché senza un’identità chiara è difficile riuscire a incontrare autenticamente gli altri. Aggiungerà che, quando vedranno che piacerà al Signore, allora i frati potranno fare l’annuncio esplicito del mistero di Cristo, potranno anche accogliere nella Chiesa chi lo desidera, e dovranno ricordare sempre che hanno già consegnato la loro vita nelle mani del Signore, quindi contemplando anche la possibilità del martirio. Queste linee hanno guidato in questi otto secoli la presenza francescana in Terra Santa, da queste linee è nato il nostro stile di stare in Terra Santa, senza far liti e dispute, cercando di trovare quali vie di servizio possiamo percorrere per amore di Dio, e con la nostra identità cristiana che rispetta le altre identità, ma non nasconde se stessa e, al tempo stesso, se siamo lì è anche perché abbiamo ricevuto un mandato esplicito da parte della Chiesa: nel 1342 sarà Clemente VI a scrivere una bolla, ossia un testo dove apporta il suo sigillo, e in quella bolla affiderà ai francescani di allora, nel 1342, il compito di “stare continuamente nei santuari celebrando messe e divini uffici”, cioè il compito di stare nei santuari per dare lode a Dio per quello che lì ha realizzato, e solo successivamente la custodia si realizzerà come una cura dei santuari che diventano luogo aperto ai pellegrini. Ebbene, se questa è la storia delle origini, se all’inizio era un piccolo gruppo di frati minori giunti in terra Santa -e che si prendevano cura di pochi santuari perché ci prendevamo cura nel 1300 della chiesa del Santo Sepolcro, della Tomba della Vergine e del Cenacolo a Gerusalemme, e della Natività a Betlemme-, poi lungo i secoli la presenza è cresciuta: adesso la custodia di Terra Santa conta più di 270 frati di 40 nazionalità diverse e i santuari affidati alla nostra custodia sono una settantina, e in 50 di questi santuari noi viviamo, dimoriamo, sono la nostra casa, non soltanto un luogo di servizio, sono l’ambiente vitale nel quale noi ci troviamo a vivere. Ebbene, allora –e lo avranno visto anche coloro che hanno visto la mostra- capite quanto sia importante per noi stare nei santuari. E qui faccio il passaggio dalla memoria al riguadagnare l’eredità che abbiamo ricevuto. Oggi appunto occorre che noi continuiamo a stare in questi santuari in modo che questi santuari siano dei luoghi vivi: non siamo i portinai che si limitano a tenere aperto il cancello della chiesa, siamo frati minori che vivono anche oggi dentro questi luoghi, che pregano anche oggi dentro questi luoghi e che dentro questi luoghi accolgono tutti quelli che li vogliono visitare, che siano semplici curiosi, che siano turisti, che siano pellegrini. Ovviamente per noi è importante aiutare le persone ad entrare nello spirito del luogo, quindi per noi è importan-te aiutare quelli che vengono, se vengono semplicemente come turisti o curiosi a entrare nello spirito del pellegrino. È importante che chi arriva a Nazareth scopra quello che è ac-caduto a Nazareth ed è importante che noi aiutiamo oggi a fare questa operazione, capire che nella prospettiva cristiana a Nazareth Dio ha colmato la distanza che Lo separava dall’uomo: lì si legge sulla pietra davanti alla grotta “hic Verbum caro factum est”, qui il Verbo si è fatto carne. Ma è importante poi che chi viene si metta nella disponibilità di Ma-ria, quindi nella disponibilità a collaborare con Dio stesso, per darGli la possibilità di essere presente nella nostra vita, nella nostra storia e attraverso di noi nella vita e nella storia di altre persone. I luoghi quindi li “riguadagniamo”, per usare il linguaggio di Goethe, non nella misura in cui li occupiamo, ma nella misura in cui li viviamo ci stiamo dentro con questo sguardo contemplativo, con questo sguardo riconoscente nei confronti di quello che Dio lì ha operato. A Nazareth riguadagniamo il santuario se ci stiamo con il cuore e con lo sguardo di Maria a Betlemme riguadagniamo il santuario, l’eredità ricevuta, se ci stiamo ancora una volta con lo sguardo di Maria che contempla il Dio fatto bambino con quello di Giuseppe che se ne prende cura con quello dei pastori che lo adorano con quello dei Magi che fanno un lungo cammino pur di poterlo incontrare. E così riguadagniamo quei santuari che stanno attorno al lago di Galilea nella misura in cui ci lasciamo interpellare da loro contenuto. Se andiamo a Tabgha, che è un posto magari poco noto ma bellissimo sulla riva del lago di Galilea, lì riguadagniamo il nostro star nel santuario nella misura in cui ci lasciamo ripetere da Gesù la domanda rivolta a Pietro: ”Mi ami tu, mi ami tu, mi vuoi bene?” E così in tutti gli altri luoghi. Riguadagniamo il significato, l’eredità, del Golgota nel momento in cui ci rendiamo conto che lì il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me, per dirla con San Paolo. Riguadagniamo il senso che ha l’edicola del Santo Sepolcro, nel momento in cui davanti a quel luogo ci rendiamo conto che lì la nostra storia è cambiata perché lì la morte è stata vinta; lì il male è stato vinto; lì il Cristo è risorto. Entrando il quel luogo io so che la mia speranza cristiana è fondata su qualcosa di solido, sul fatto che nella resurrezione la mia umanità in qualche modo è già portata in Dio e Gesù ha manifestato che la vita è più forte della stessa morte. Ecco in tutti questi luoghi se noi facciamo questo tipo di percorso riguadagniamo l’eredità che ci è stata affidata. La memoria non si limita ad essere una memoria celebrativa, ma diventa una memoria che alimenta la nostra fede, la nostra vita e anche la nostra capacità di spenderci in quei luoghi. Poi bisogno che riguadagniamo la memoria di un servizio, e lungo la storia, chi ha visitato la mostra se ne sarà accorto, il servizio ha caratterizzato la nostra presenza francescana. Il servizio ad esempio pastorale: attorno ai santuario sono nate delle parrocchie lunghe i secoli che sono ancora adesso delle parrocchie vive. Dentro a queste realtà parrocchiali sono nate delle scuole. La prima è nata la metà del 1500 a Betlemme. Adesso le scuole sono una quindicina, con più di 10.000 studenti e sono una grande occasione di educazione, ma sono anche una grande occasione di aiutare a vivere insieme a costruire una prospettiva di pace perché sono scuole nelle quali cristiani e mussulmani vivono insieme e in una delle nostre scuole poi in particolare c’è una realtà molto bella di insegnanti e studenti che sono delle tre grandi religioni abramitiche: cristiani, ebrei e mussulmani. Ecco allora questo è un servizio che va riguadagnato oggi con una grande prospettiva di futuro; e ancora tanti altri servizi che sono i servizi legati alla promozione, allo sviluppo integrale della persona, il sostegno che la Custodia di Terra Santa cerca di dare ai cristiani della comunità locale, anche ad esempio attraverso il mettere a disposizione delle case per coloro che si trovano in difficoltà ad avere una casa; o ancora il servizio attraverso le varie istituzioni culturali, istituzioni che sono anche di ricerca. Pensiamo che attorno ai Santuari ci sono praticamente sempre dei siti archeologici e questo ha spinto i frati soprattutto durante il XX secolo a fare anche gli archeologi per amore di quei luoghi, ma per amore di ciò che quei luoghi significano e oggi questo continua attraverso la facoltà di scienze bibliche e archeologia che è presente lì a Gerusalemme. E poi ecco il servizio nei confronti dei mi-granti in modo tutto particolare dei migranti cattolici che vengono in Israele e anche negli altri paesi che fan parte della Custodia di Terra Santa ed è un servizio di tipo pastorale ma è anche un servizio di tipo di vicinanza umana e di promozione e così anche molti altri servizi che sono legati ai bisogni alle necessità concrete delle persone e in modo particolare dei poveri. Ebbene tutto questo per noi non nasce da motivazioni filantropiche ma nasce da questa semplice indicazione dataci otto secoli fa da San Francesco di metterci al servizio di tutti per amore di Dio. Ecco poi bisogna riguadagnare anche la memoria di un dialogo. Questi otto secoli di presenza francescana in Terra Santa sono stati possibili, probabilmente, anche per questo stile dialogante. Questo stile dialogante che lo stesso Francesco ci ha mostrato nel 1219 quando appunto è andato incontro al Sultano, è andato incontro pacifico, disarmato, è andato incontro con un atteggiamento di grande disponibilità. E’ un dialogo che ha un fondamento per noi nella nostra fede, sappiamo che siam tutti figli dello stesso Padre celeste, sappiamo che Gesù Cristo ha dato la vita per ogni uomo, sappiamo che lo spirito soffia dove vuole e può raggiungere il cuore, la coscienza di ogni persona, aprire le orecchie, sciogliere le lingue e sintonizzare i cuori. Questo dialogo, ripeto, fa parte della nostra storia e questo dialogo chiede di essere attualizzato anche oggi. Chiede che anche noi ci poniamo di fronte agli altri non come persone che in qualche modo si schierano e fanno i partigiani, ma come persone che cercano di dialogare e che trasformano tutte le possibilità di incontro anche personale in occasioni di dialogo. Questo dialogo non è sempre facile. Lungo questi otto secoli di storia, il “martirologio” della Custodia di Terra Santa si è arricchito di circa duemila frati che sono morti o per la fede o per la carità, soprattutto in assistenza agli ammalati, quando morivano per la carità, quindi vuol dire che anche dentro il dialogo ci sono dei rischi da correre. Non siamo degli ingenui. Non cerchiamo il dialogo perché siamo –come dire– sostenitori di un facile buonismo, ma cerchiamo il dialogo perché questo è lo stile che ci è stato consegnato, è lo stile evangelico di apertura e di acco-glienza verso l’altro, è lo stile praticato da San Francesco ed è lo stile che –penso– sia l’unico antidoto allo scontro di civiltà, perché se non pratichiamo il dialogo che cosa ci ri-mane? Ci rimane la logica della forza. Ecco, in questo anche Papa Francesco –devo dire– ci sta confermando tutti quanti invitando, in tutte le forme, in tutti i modi, a praticare il dialogo, perché alla fine, anche se può sembrare una soluzione da ingenui, in realtà senza dialogo, che avviene a vari livelli (per noi è un dialogo personale, per chi ha responsabilità politiche sarà un dialogo di tipo negoziale, diplomatico) ma senza questo strumento che ci permette di incontrarci e che ci permette anche di comprenderci e di accoglierci reciprocamente, diventa veramente impossibile vivere insieme. Ecco, vorrei terminare questo intervento con un invito e un augurio: l’invito è quello a venire pellegrini in Terra Santa, per condividere anche voi l’esperienza di stare in quei luoghi e per condividere anche voi l’esperienza di riguadagnare, da pellegrini, il senso che hanno quei luoghi. Non abbiate paura di venire in Terra Santa, non fatevi spaventare troppo facilmente dalle notizie che vengono date. La Terra Santa è una terra affascinante ed è anche una terra accogliente e i pellegrini possono venire e i pellegrini sono caratterizzati anche dal fidarsi del Padre Eterno, quindi io vi invito accoratamente. I pellegrini sono anche un modo, i pellegrinaggi, la visita dei pellegrini diventa un modo per far sentire i cristiani di Terra Santa parte di una Chiesa che è universale, è un modo per far sentire che siamo tutti parte di questo stesso Corpo e diventa anche un sostegno a quello che è –potremmo dire– la vita e anche l’economia della Chiesa locale, e poi –direi– anche un augurio oltre a questo invito e l’augurio è che ciascuno di noi possa sentirsi provocato a scelte personali, nel presente e per il futuro, dall’incontro con il Santo. È il Santo che ha reso santa quella terra, è il Signore che ha reso santa quella terra e per noi l’ha resa santa anche col mistero della sua incarnazione, della sua passione, morte e risurrezione. Ecco, l’augurio è che, venendo in quella terra, ciascuno di noi possa sentirsi provocato a seguire le orme di Gesù. È Lui colui che attira a sé ognuno di noi, dice San Giovanni, “perché credendo in Lui possiamo avere la vita nel Suo nome”. E –direi– è la memoria viva di questa fede che noi siamo chiamati a riguadagnare, ogni giorno, attraverso l’incontro con Lui e attraverso la nostra adesione a Lui. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Innanzitutto vorrei chiederle, padre Francesco, quale è stato il suo impatto personale con la Terra Santa, questo viaggio che lei ha compiuto, dalle Dolomiti ai deserti di Giuda, alla città d’oro?

FRANCESCO PATTON:
Il primo impatto ce l’avevo avuto nel ’97, quando ero andato lì come pellegrino, era prima-vera, prima di Pasqua ed ero rimasto affascinato da due luoghi in particolare: il Santo Se-polcro e il monte Tabor, poi quando ci sono arrivato diciannove anni dopo, come custode, il primo impatto è stato –oserei dire– un mix, nel senso che, col nuovo ruolo, mi sono reso conto molto di più della complessità di questa terra e, al tempo stesso mi sono, però, reso conto ancor di più del fascino di questa terra.

ROBERTO FONTOLAN:
E da che parte si sta orientando? Complessità, fascino… è un mix inestricabile. Tanti di noi, quando vengono in Terra Santa, ecco, la percezione è di un mondo attraversato da grandi durezze, che l’attualità, non dico la storia, ma l’attualità ci porta grandi durezze, grandi tensioni, come vivete dentro queste tensioni?

FRANCESCO PATTON:
Indubbiamente. Ecco, quando io sono andato in Terra Santa la prima volta vent’anni fa, ho visitato semplicemente quella parte di Terra Santa che era chiusa in Israele e Palestina, da custode ho scoperto in maniera molto più significativa la complessità della Custodia di Terra Santa perché la Custodia di Terra Santa si estende, oltre che in Israele e Palestina, anche in Giordania, Libano, Siria, Cipro, Rodi ed Egitto, quindi una realtà molto più complessa e i frati della Custodia, chiaramente, devono imparare a stare dentro questa complessità e devono imparare ad amare questa realtà complessa, quindi noi dobbiamo –questo è un po’ il mio punto di vista– sempre evitare di fare operazioni che semplificano troppo e dobbiamo imparare anche ad amare le realtà complesse nella loro complessità, perché altrimenti, se vogliamo ridurre la complessità, rischiamo sempre di –in qualche modo– cominciare a tagliare da una parte e dall’altra.

ROBERTO FONTOLAN:
E come si affronta la complessità? Perché non è una cosa che si impara solo leggendo libri, immagino, o insegnando “corsi di complessità”. Mi interessa capire, o che lei ci aiuti a capire il “giorno per giorno” della complessità.

FRANCESCO PATTON:
Beh, il “giorno per giorno” della complessità vuol dire cogliere tutte le occasioni per ac-compagnare, ad esempio, la comunità cristiana locale, anche in questioni molto concrete –come dicevo prima–, non solo le questioni che riguardano la pastorale, ma anche questioni che riguardano il trovare una casa, aiutare nel creare posti di lavoro e cose di questo genere. Sul versante del dialogo, vuol dire cogliere tutte le occasioni che ci sono per vivere le occasioni di dialogo di tipo ecumenico ed inter-religioso, c’è una complessità ecumenica a Gerusalemme, appunto il luogo simbolo che è il Sepolcro è un “condominio” in cui più soggetti vivono insieme e devono imparare a vivere bene insieme, perché il discorso dello status quo che veniva citato prima vuol dire che quando bisogna fare qualche intervento al Santo Sepolcro, prima bisogna trovare un accordo tra le tre comunità, noi con la comunità greco-ortodossa e con la comunità armena; questo è un esercizio di complessità quotidiana, vuol dire che io non posso forzare la mano, ma devo trovare il punto di accordo e di consenso con gli altri e questo è possibile, i recenti lavoro di restauro dell’edicola hanno dimostrato che ci possiamo mettere d’accordo, possiamo lavorare bene insieme e, lavorando insieme, può crescere ancor di più un senso di fraternità. Così come ci sono occasioni di dialogo anche di tipo inter-religioso con il mondo ebraico e col mondo mussulmano. Di recente mi son trovato, nel giro di una settimana, a partecipare a una iniziativa, a Betania, con i mussulmani verso la fine del Ramadan, per una cena di queste dopo il tramonto e pochi giorni dopo, un convegno, organizzato ad Ain Karem, insieme con la municipalità, a due voci, con voci ebraiche e voci cristiane sulla figura di Giovanni Battista e in tempi più recenti c’è stato un invito per una tavola rotonda –potremmo dire– con un rappresentante del mondo ebraico, con un rappresentante del mondo mussulmano e con un rappresentante del mondo cristiano, sul tema ecologico. Ecco, la complessità che si incontra. E questo esercizio di stare dentro la complessità viene sostanzialmente vissuto da tutti coloro che si trovano in qualche modo a vivere in Terra Santa.

ROBERTO FONTOLAN:
Una volta un’altra importante figura cristiana di Terra Santa mi disse: “c’è un eccesso di religione in queste terre, si è accumulata troppa religione, se ce ne fosse un po’ meno for-se…” ecco, era un po’ amara questa considerazione e non voglio neanche interpretarla troppo a lungo, però è un po’ una cosa che ci colpisce sempre: le tre religioni abramitiche e una grande tensione quotidiana.

FRANCESCO PATTON:
Ma, può essere tensione, può essere anche incontro come dicevo poco fa. Io non credo che ci sia troppa religione, è che ognuno dentro la propria tradizione religiosa, quindi noi come cristiani, gli ebrei dentro la tradizione ebraica, i mussulmani dentro la tradizione mussulmana sono chiamati sempre a fare questo sforzo anche di interpretazione aperta della propria identità. Ecco, conoscere la propria identità è fondamentale e la propria iden-tità se è autentica, se non è una identità dove abbiamo paura dell’altro diventa invece la grande occasione per dialogare anche con libertà e per accogliersi reciprocamente. Le occasioni ci sono, personalmente non credo che ci sia troppa religione in terra santa, caso mai penso che ce ne sia un po’ poca in Europa.

ROBERTO FONTOLAN:
Ha parlato prima delle pietre vive, cioè dei cristiani viventi in queste terre, in questi luoghi e naturalmente lo sguardo del custode di Terra Santa è uno sguardo ampio, lei ha citato i vari paesi, è uno sguardo che supera i confini delle nazioni e noi in tutti questi anni anche qui al meeting abbiamo seguito moltissimo tutta la tragedia della Siria. Cosa ci porta dalla Siria oggi?

FRANCESCO PATTON:
Effettivamente quella della Siria è una tragedia. Ecco, lì son presenti come frati della Cu-stodia di Terra Santa una quindicina di frati, siam presenti a Latakia, a Damasco, ad Alep-po e in due villaggi della Valle dell’Oronte e chiaramente i frati son rimasti lì prima di tutto per stare accanto e sostenere la comunità cristiana locale che in questi anni è una comu-nità che si è ridotta di molto e quindi per la comunità cristiana siriana questi anni di guerra sono stati una vera tragedia. Noi dimentichiamo purtroppo che la Siria è la seconda culla del cristianesimo perché se siamo nati a Gerusalemme poi la dimensione missionaria è cominciata grazie alla comunità cristiana di Antiochia in Siria. Adesso purtroppo la comunità cristiana si è ridotta molto molto; basti pensare che ad Aleppo prima della guerra c’erano circa trecentomila cristiani e adesso ce ne sono circa trentamila, quindi un decimo. La popolazione si è dimezzata, ma i cristiani si sono ridotti a un decimo. Alcuni si sono spostati all’interno del paese, ma molti sono andati all’estero e non torneranno più, quindi è stata, è una tragedia e quello che i nostri frati della Custodia di Terra Santa hanno cercato di fare in questi anni è stato in maniera anche semplice aiutare, sostenere, tenere viva anche la speranza. Ecco, il parroco di Aleppo diceva di recente che adesso c’è qualche segno di speranza, nel senso che qualche famiglia cristiana sta ritornando ad Aleppo. Diceva che c’è qualche segno di speranza perché di recente una sessantina di giovani coppie hanno deciso di formare famiglie, quindi vuol dire che guardano ancora al futuro. E lì chiaramente, ecco, la custodia, ma la Chiesa tutta cerca di stare accanto e di sostenere quelli che son rimasti e quelli che si spera anche ritornino. Però, ecco, la parola “tragedia” descrive bene quello che è avvenuto lì in questi anni e quello che non è ancora finito.

ROBERTO FONTOLAN:
Ma questo ci deve far pensare al futuro dei cristiani di Terra Santa come una parabola or-mai giunta o che sta giungendo alla sua fase finale, cioè di cristianesimo in quelle terre, in certi paesi resteranno le chiese, che voi continuerete a custodire, ma mancheranno le pietre vive? Perché ci sono tante profezie o proiezioni al riguardo, il destino difficile dei nostri fratelli cristiani in certi paesi. Il suo sguardo che è così vasto come lo vede, come lo considera?

FRANCESCO PATTON:
che conosce il futuro c’è solo il padre Eterno, quindi non vorrei occupare il posto suo. C’è una frase in un salmo, nel salmo 89, che dice che “Agli occhi di Dio mille anni sono come il giorno di ieri che è passato. Ecco noi abbiamo una dimensione del tempo, un’esperienza del tempo che è segnata dalla brevità della nostra vita e quindi non riusciamo a guardare l’orizzonte della storia con uno sguardo un po’ più ampio. Io continuo a fidarmi di Dio, so che è lui a condurre la storia e quindi penso che anche se in questo momento in qualche luogo la presenza cristiana è ridotta o si sta riducendo, in qualche altro luogo la presenza cristiana sta ritornando dopo secoli. Per rimanere solo nel Medio Oriente son cose, son notizie che si trovano anche in pubblicazioni molto attendibili, il cristianesimo era sparito dall’Arabia Saudita e dalla penisola arabica e adesso la presenza cristiana nella penisola arabica conta ormai qualche milione di persone. Sono migranti, giunti lì come lavoratori, ma sono cristiani. Noi non sappiamo come Dio conduce la storia e non sappiamo neanche quanto tempo impiega a portare avanti un certo tipo di processi, quando ci sono momenti di sofferenza, è chiaro, li viviamo dall’interno, ma direi come credenti siamo chiamati a testimoniare comunque anche una fiducia e una speranza più grandi che vanno oltre rispetto a certe evidenze del momento anche a certe evidenze della statistica del presente.

ROBERTO FONTOLAN:
La mia ultima domanda, poi la lascio libero Padre, vorrei ritornare un attimo proprio al si-gnificato di “custodia”, al significato di “custodire”. Voi custodite qualcosa che è fermo, che è stato nel tempo e dovete tutelarlo da ogni infiltrazione o contaminazione, da ogni decadenza. Com’è il custodire rispetto al creare un’occasione, a ripercorrere, a fare i percorsi che lei ha detto prima?

FRANCESCO PATTON:
Bè, i verbi son sempre verbi che hanno un significato. Il verbo “creare” è qualcosa che ap-partiene solo a Dio nella Sacra Scrittura, quindi noi non siamo mai creativi, caso mai sia-mo inventivi, cioè scopriamo qualcosa. Il verbo “custodire” anche è un qualcosa che ap-partiene a Dio, nella Bibbia si dice che è Dio colui che ci custodisce e “se non è Lui a cu-stodire la città invano veglia il custode”, quindi il nostro custodire è un collaborare con l’opera di Dio e nel caso specifico dei luoghi che noi custodiamo il senso più profondo è proprio quello di mantenere dentro questi luoghi viva la memoria di ciò che Dio ha rivelato, manifestato, realizzato, espresso in questi luoghi ed è al tempo stesso continuare a rendere vivi questi luoghi come luoghi di esperienza dell’incontro con Dio. Il custodire questi luoghi come fossero dei musei per noi non avrebbe senso. Stiamo lavorando, mettiamo grande impegno per la realizzazione del museo di Terra Santa ma non vogliamo che i santuari diventino dei musei. I santuari devono essere luoghi di incontro e quindi se li custodiamo è perché chiunque viene in quel luogo possa vivere un incontro speciale, un incontro che in qualche caso davvero trasforma la vita.

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie. Mi colpisce questa attualità veemente della parola “custodire” o meglio del “colla-borare al custodire” per essere più precisi e più vicini letteralmente a quello che diceva Lei. Mi colpisce perché da anche a noi la possibilità, siamo anche noi nel nostro piccolo, ciascuno di noi può collaborare a custodire quello che abbiamo ricevuto, no?

FRANCESCO PATTON:
Custodire è fondamentale fin dalle prime pagine della Bibbia e riguarda prima che i luoghi le persone. Ricordo ciò che chiede il Signore a Caino: “Dov’è tuo fratello?” e la risposta di Caino è: “Sono forse io il custode di mio fratello?” Ecco custodire è qualcosa di straordinario e se noi non custodiamo le persone prima ancora che i luoghi rischiamo di diventare come Caino.

ROBERTO FONTOLAN:
Sottolineo solo una cosa che nel passaggio dei vari punti che ha toccato Padre Francesco mi sembra veramente essenziale per comprendere anche tutta l’incandescente attualità della presenza della Custodia, che è il tema del servizio che lei diceva. Ha citato, certo il servizio pastorale, le parrocchie, ma tutte le opere sociali, le scuole, le attività di carità. E la cosa che mi ha sempre colpito è che sono sempre per tutti, sono sempre un fatto proposto a tutti e che non crea nessuna discriminazione e nessun muro. Questo è molto importante per capire anche la logica con cui oggi può essere la “regola non bollata” che lei diceva, Francesco, è un fatto vivente che determina proprio un modo di essere presenti. Perciò vorrei ringraziarla di questa occasione, siamo stati felici di averla con noi e sappiamo che il nostro desiderio di impegno e di collaborazione con la Custodia di noi come Meeting continuerà nei prossimi tempi, stiamo lavorando a un altro progetto e c’è in questi giorni comunque, per tutta la settimana, visibile, appunto, questa presenza, rendersi conto da vicino di questa presenza della Custodia attraverso la mostra che è qui in uno dei saloni e di cui questo è il bellissimo catalogo.
Ringrazio ancora tutti voi e vorrei augurarvi, oggi è la prima giornata di Meeting, auguro a tutti di poterlo vivere con la intensità con cui abbiamo potuto sentire le parole oggi evocate, le parole che evocano un uomo che da ottocento anni continua a parlarci. Grazie, buona serata.

FRANCESCO PATTON:
Grazie a voi, buona settimana, buon Meeting!

Data

20 Agosto 2017

Ora

17:00

Edizione

2017
Categoria