Addio al grande biologo Carlo Soave, amico da sempre del Meeting

Press Meeting News

Image

Domenica 10 marzo è improvvisamente scomparso  Carlo Soave, biologo di fama internazionale e grande amico del Meeting. Fu più volte nostro relatore, nel 2007 al convegno La luce, gli occhi, il significato. L’esperienza umana del vedere, nel 2012 partecipò all’incontro dedicato al ricordo del genetista Jérôme Lejeune, mentre nel 2016 dialogò con Eugenio Aringhieri all’interno del ciclo What’s Human About Technology. Nel 2013 fu tra i curatori della mostra “Naturale, artificiale, coltivato. L’antico dialogo dell’uomo con la natura”.

Così Mario Gargantini lo ha ricordato in un bell’articolo su IlSussidiario.net dell’11 marzo.

Ed ecco poi il suo intervento del 2007 in cui si può notare, tra l’altro, la sua capacità di inserire la conoscenza biologica in un contesto ben più ampio, filosofico ma più in generale umano, per cui contestualizza il tema dello sguardo nel grande orizzonte della coscienza.

Carlo Soave: Grazie. Io sono un biologo, quindi parlerò un pochino più di aspetti più biologici. Una volta ero un medico, poi mi sono occupato di genetica, adesso mi occupo di fotosintesi. Comunque, come biologo vi parlerò un po’ di evoluzione biologica della vista. Questo è sempre stato un problema piuttosto dibattuto nell’ambito dell’evoluzione biologica, a partire già da questa frase di Darwin del 1859, che vedete sullo schermo tratta dal suo libro “L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale”. La frase, che potete leggere, è: “Supporre che l’occhio, con tutti i suoi inimitabili congegni, per l’aggiustamento del fuoco a differenti distanze, per il passaggio di diverse quantità di luce e per la correzione dell’aberrazione sferica e cromatica, possa essersi formato per selezione naturale sembra, lo ammetto francamente, del tutto assurdo.” Qual era il problema di Darwin? Il problema di Darwin, che lo portava a dire questa frase, era che nella sua teoria i passaggi evolutivi devono essere molto piccoli e il cambiamento doveva essere quasi impercettibile lungo la scala evolutiva, mentre invece, da quello che si poteva osservare, contemplando l’evoluzione biologica di vari organismi si vedevano già organi molto sviluppati, molto complessi come l’occhio. Però, facendo questa mostra, a me non ha colpito tanto il problema di Darwin che parte dalle teorie evoluzionistiche (non è lo scopo di questa mostra discutere le teorie evoluzionistiche). Quello che mi ha colpito e che mi faceva riflettere è un po’ questa frase: ma cosa ci fa capire l’evoluzione della visione, se noi la confrontiamo in tutti gli organismi viventi che conosciamo? Cioè, che messaggio ci porta l’evoluzione biologica della vista, che cosa ci fa capire? Questa mi sembrava una domanda interessante, forse più dei vari meccanismi, delle teorie. Allora, da questo punto di vista, ho cominciato a riflettere andando a guardare un po’ come è la funzione della vista in vari organismi biologici. Adesso ve ne farò vedere alcuni. Qui ci sono tanti occhi: alcuni li riconoscerete subito. Questo che io sto puntando, in alto a destra, è l’occhio di un pesce (penso si possa individuare, è abbastanza facile). Questo grosso, con questa zona verde intorno, è l’occhio di una rana. Questo è l’occhio di un gufo. Questo invece è più difficile da capire: è l’occhio di un ragno. Questo è un falso occhio: avete in mente le farfalle che hanno queste macchie a forma di occhio sulle ali? Questi sono falsi occhi che servono a queste farfalle per mimetizzarsi, perché il predatore pensa che sia un altro animale grosso e non le attacca. Però ci sono anche degli occhi veramente misteriosi. Guardate questa figura, qui in alto a sinistra, oppure questa in basso, la terza da sinistra sull’ultima fila, dove c’è questa immagine verde con questo punto rosso. Qualcuno può immaginare che occhi sono questi? Molto difficile. Allora adesso passo sulla diapositiva successiva e li vedrete. Questo era l’occhio di una medusa. E quelle immagini rosse? Questo non è proprio un occhio, sono delle cellule presenti su questi tentacoli e contengono un pigmento fotosensibile: sono gli occhi della medusa. Questa è una stella marina: anche la stella marina ha degli occhi, ce li ha sulla punta delle braccia. E quell’altra figura che vedevate prima, verde con la puntina rossa, è una cellula vegetale, è un’alga monocellulare che fotosintetizza e anche lei ha un occhio, ha questo piccolo materiale accumulato che è un materiale fotosensibile che funziona da occhio. Quindi, cosa ci dice questa cosa? Che è già molto antica la capacità di percepire la luce. È presente nelle meduse, ma, ancora prima, nelle alghe monocellulari: questi sono tra i primi organismi che si sono evoluti, queste sono delle alghe un pochino più complesse, ma anche loro sono molto antiche, e questi sono dei vegetali. Allora, la domanda è: ma le piante ci vedono? Questa è una domanda a cui si può rispondere. Io credo che tutti voi avete fatto questa semplicissima osservazione: se si mette una pianta davanti a una finestra, cosa succede? Piega verso la luce. E qui non c’entra la fotosintesi: è proprio perché vede la luce, basta la luce delle stelle, ne basta pochissima, di luce. La pianta vede questa luce: perché? Perché contiene in tutte le sue cellule delle foglie una molecola che, colpita dalla luce, cambia forma. E’ questo il punto di partenza del segnale, è come la pellicola che vede la luce che arriva e subisce una trasformazione. E questa molecola assorbe la luce nel rosso o nel rosso scuro. E’ come un occhio che della luce solare vede solo il rosso e il rosso scuro. Guardate che non è molto diverso, a questo livello di analisi del meccanismo della visione, rispetto a quello che abbiamo noi nella nostra retina. Abbiamo anche noi una molecola diversa da quella delle piante (qui è il retinale) la quale, quando viene colpita dalla luce, anche lei cambia forma, e questo è il segnale di partenza. Noi, fra l’altro, di queste molecole ne abbiamo tre varianti un po’ diverse, che assorbono la luce nel blu, nel giallo e un po’ nell’arancione. Poi abbiamo anche i bastoncelli che vedono il bianco e il nero. Quindi, a questo livello, piante e animali si assomigliano abbastanza nel meccanismo base, perché poi, in fondo, questo è determinato dalla fisica. Quindi, per esempio, noi possiamo vedere questi tre colori: e nelle mostra vedrete come, combinando questi tre colori, poi possiamo vedere tutta la gamma. Però, per esempio, se prendiamo un cane, un cane non ha i tre varianti, ne ha solo due: lui vede solo nel blu e nel giallo. Allora, guardate che cosa succede. Questo è quello che vede un cane: vede nel blu e nel giallo (questi sono i bastoncelli che vedono il bianco). Quindi, una figura come questa (un signore con una camicia rossa), il cane la vede così. Questa macchina che è un po’ rosina, lui la vede così. I cani sono dicromatici, noi siamo tricromatici. Però, vedete, al fondo il meccanismo è molto simile. Torniamo un momento alla pianta, perché questo già ci dà la prima indicazione importante. La domanda che uno si può fare è: che cosa se ne fa la pianta della vista? A cosa le serve? E questa è una domanda che ci porta sulla questione dell’evoluzione: perché si è evoluta questa funzione? Provate a immaginare una piantina piccolina che nasce nel sottobosco e sopra ha tutte piante grandi con queste grandi foglie. Questa piantina là sotto, che luce vede? Se ci mettessimo noi, sotto, sdraiati nel bosco con tutte le fronde sopra, cosa vedremmo? Vedremmo del verde, perché la luce del sole arriva dall’alto, sono assorbiti il blu e il rosso dalla clorofilla che c’è in queste cellule e passa sotto il verde. Noi siamo sensibili al verde e vediamo il verde. Ma la pianta non è sensibile al verde: lei ha solo un sensore che vede nel rosso e nel rosso scuro. Il rosso scuro nel sole c’è: passa sotto anche lui e la pianta vede il rosso scuro. E cosa se ne fa? Guardate: questo è quello che fa. Queste sono delle piante di pomodori che sono state allevate sempre dando di più luce rosso scura. Quando vedono una luce molto sul rosso scuro crescono alte, alte, alte. Ma perché? Perché così sfuggono dall’ombra. Il problema di questa piantina qui è quello di crescere alta, in modo da trovare la luce del sole e poter fare la fotosintesi. A questo le serve quell’occhio. Questo è già un primo punto importante: questo modo di vedere la luce serve alla pianta, come anche alle alghe e alla medusa, per capire un qualcosa di quello che ha intorno. (Nella pianta che è nel sottobosco e quindi deve muoversi per andare a cercare la luce). Serve per avere informazione sull’ambiente; certo, una informazione molto generica: se c’è luce o non c’è luce e che colore c’è di luce, non di più. Non c’è immagine perché non c’è un occhio che può formare un’immagine. Si comincia a trovare un occhio che forma una immagine salendo un po’ nella scala evolutiva. Qui c’è qualche esempio preso dai molluschi. Questa è una serie di molluschi: questa, per esempio, è una patella, questo è un conus, questo è nautilus, questo è un paguro e questo è un polpo. Anche la patella ci vede: queste sono le cellule epiteliali di questa patellina e queste piccole cellule contengono un pigmento fotosensibile. Quindi, si comporta un po’ come la medusa: vede la luce o non la vede. Però guardate in questo conus (questa è una conchiglia che tutti voi avrete visto al mare). Qui già comincia a formarsi una prima infossatura, con queste cellule fotosensibili e quindi già comincia a formarsi una struttura che potrebbe cominciare a ricordare un occhio o per lo meno il fondo di una retina. Guardate però nel nautilus: qui è già molto più infossato, l’epitelio comincia a richiudersi e quindi solo un raggio di luce può penetrare e sensibilizzare la retina. Guardate adesso in questo paguro: qui addirittura si forma la lente rifrattiva, l’epitelio, la retina, quindi effettivamente questo sembra molto di più un occhio. Poi, se noi arriviamo al polipo, vedremo quanto l’occhio di polipo assomiglia al nostro. Ma se io avessi un occhio di questo tipo, come quello del Nautilus, come vedrei una figura, una lettera A maiuscola? Si vede malissimo, però già non è più una questione solo di luce e buio, ma si incomincia già a intravedere una sagoma. E’ una A molto confusa, ma se avessimo l’occhio del paguro la A la vedremmo bene. Pensate allora al polpo che ha l’iride, la cornea, il cristallino, l’umor vitreo: questo vedrebbe bene le immagini! Guardate, questo è l’occhio del polpo e questo è il nostro occhio. Vedete che in fondo a questo livello siamo molto simili: abbiamo la cornea, la pupilla con l’iride, il cristallino, l’umor vitreo, la retina e poi il nervo ottico. Dentro questa retina abbiamo tutte queste cellule fotosensibili, quelle che contengono i pigmenti, i coni e i bastoncelli, e il segnale viene inviato poi al nervo ottico. Qui c’è un esempio di come viene trasformata l’immagine che si forma sulla retina, che è una immagine analogica, come la camera fotografica, in un impulso di tipo digitale. Per esempio, questa è la retina: se io adesso illumino la retina con un punto luminoso, qui al centro, mi parte questa sequenza di impulsi: un treno di impulsi con una certa forma. Se io illumino la retina in un altro punto più periferico, non più al centro, ma di lato, parte un’altra sequenza di impulsi. Oppure, addirittura, qui vedete le forme degli impulsi a seconda che io illumini una parte o l’altra o l’altra ancora della retina. Questa è la conversione dell’immagine in una combinazione di treni di impulsi che è il segnale che poi arriva al cervello. Qui ci differenziamo molto dal polpo! E ci differenziamo, soprattutto, da questo punto di vista: questo è il nostro occhio, qui c’è il nervo ottico e la via del nervo ottico fondamentalmente poi si dirima in due principali vie: una via retino a tetto ottico e l’altra via che è la retino talamica, che poi va alla corteccia. E’ evidente che quello che ci differenzia evolutivamente è lo sviluppo della corteccia. Questa via più bassa, quella che va al tetto ottico, è quella filogeneticamente più antica, più arcaica. Man mano che si avanza nell’evoluzione, quello che cresce enormemente è la via che va alla corteccia, anche perché c’è questo grande sviluppo della corteccia. Guardate qui: questo è il cervello di un ratto, questo di un gatto, questo è un cervello umano! Vedete l’enorme sviluppo della corteccia che noi abbiamo rispetto a un animale come il gatto e il ratto. Tuttavia, le due vie coesistono, ma cambia moltissimo lo sviluppo della via che va alla corteccia (pensate che solo nella corteccia cerebrale noi abbiamo circa 30 aree cerebrali che sono coinvolte nella esperienza visiva). Qui c’è una proiezione: questo è il nervo ottico, questa è la via più recente, quella filogeneticamente recente, quindi come la nostra, che arriva fino a tutta la corteccia occipitale con le varie zone, le varie aree cerebrali coinvolte nella vista. Ora, quello che noi potremmo chiederci è: un ratto, che prevalentemente ha solo la via più antica, quella che va al tetto ottico, cosa vede? Certo che è difficile chiedere a un ratto: “Scusa, raccontami cosa stai vedendo!”. Però si può avere un’indicazione di quello a cui serve questa via più antica da pazienti magari umani, che hanno avuto una lesione, a causa di traumi o altro nella via più recente. Per esempio, ci sono dei casi ben descritti di un paziente che ha avuto una lesione nella via corticale dell’emisfero destro e quindi non vede il campo visivo sinistro, perché ha questa lesione nella via corticaria recente, però ha quella antica ancora funzionante: allora si può chiedere cosa vede. Per esempio, c’è un caso tipico, in cui il medico presenta a questo paziente un punto luminoso posto nell’emisfero visivo sinistro e quindi è quello che lui non vede. E il medico chiede al paziente: “Cosa vedi?”. E lui risponde: “Non vedo nulla”. Allora il medico dice: “Cerca di prendere quello che ti sto facendo vedere”. E il paziente risponde: “Come faccio a prenderlo se non lo vedo?”. E il medico gli dice: “Ma prova lo stesso!”. Il paziente allora allunga la mano e nel 99 per cento dei casi prende il punto. Quindi, che cosa vuol dire? Che con questa via antica si vede, ma cosa manca? Manca la consapevolezza di vedere. E’ una visione cieca! Si vede, ma non si ha la consapevolezza di quello che si vede. Tutti i paragoni sono sempre un po’ imprecisi, però è come quando noi guidiamo in macchina: noi guidiamo in modo automatico, parliamo con Mario Gargantini in maniera molto serrata e intanto facciamo la curva, se viene il semaforo rosso ci fermiamo, andiamo assolutamente in automatico. Vediamo in un modo un po’ cieco, senza averne una piena consapevolezza. Certo che se passa un bambino davanti subito innestiamo la visione cosciente (tanto per fare un esempio). Oppure si può fare l’esempio opposto: ma cosa si vede con la visione corticale, quella in noi così sviluppata? Provate a immaginare: con la visione corticale possiamo vedere a occhi chiusi, con gli occhi della mente, possiamo immaginare dove eravamo stamattina, anche i luoghi, possiamo vedere con gli occhi della mente, cioè senza usare l’occhio organico. Questa è una nuova acquisizione: cioè, man mano che l’evoluzione aumenta, si passa da una visione di luce-buio, poi si comincia a formare un’immagine, poi c’è un’immagine che si precisa e che permette di reagire (la via antica permette di vedere con la visione cieca), e infine c’è la visione consapevole, quella corticale. E quella corticale è la visione che ci interroga, ci chiede: “Che cosa sto vedendo?”. Non solo ci dà informazioni sul mondo esterno, ma ci chiede anche: “Che cosa sto vedendo? Che senso ha quello che vedo, che senso ha quella realtà?”. Questo mi sembra il messaggio che alla fine viene fuori guardando a grandissime linee l’evoluzione della vista: da una cosa molto semplice (luce-buio), alla consapevolezza, alla coscienza di ciò che c’è intorno e del significato e del senso delle cose. Questo mi sembra il messaggio che io ho tirato fuori riflettendo su questi aspetti in occasione di questa mostra. L’evoluzione in fondo è un percorso, è una strada e quindi, come tutte le strade, come tutti i percorsi, la domanda vera di un percorso è: dove va a finire, qual è il punto di arrivo? Tutti noi quando partiamo per un viaggio ci chiediamo dove andremo a finire. Ecco, questa è la cosa su cui riflettere. Qual è il messaggio che ci porta questa evoluzione? Qual è il punto di arrivo di questa strada, almeno il punto, per il momento? Il punto per il momento è la coscienza di quello che c’è intorno a noi e la domanda di significato di quello che c’è intorno a noi. Noi abbiamo l’esigenza di comprendere quello che c’è intorno a noi. Da questo punto di vista è indubbio che nulla ci può essere nell’intelletto se non c’è la sensazione del vedere (questa è una frase che troverete nella mostra di San Tommaso), però è altrettanto vero che per avere una percezione autentica del reale, di quello che è, ci vuole una consapevolezza, una coscienza. Questo mi sembra il messaggio importante che viene fuori da questa evoluzione biologica della vista. Grazie.