Uomini scimmie robot - Meeting di Rimini
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Uomini scimmie robot

 

‘Il dibattito più interessante, più curioso degli ultimi anni è quello centrato sull’ipotizzata laicizzazione delle suggestioni catastrofiche contemporanee, che si porrebbero ormai disancorate da qualsiasi valenza religiosa… Dobbiamo subito dire che la natura della vita di oggi, in particolare la nostra vita profondamente segnata dalla tecnologia, non è una natura fissa e rigida, anzi è un modo di vivere e di porsi fluido… Non esiste più un concetto di estetico che valga per tutto come fatto specifico e quindi separato dal resto dell’esperienza, tutto si gioca su perturbanti e intricate analogie omologie formali e strutturali. L’arte dei giovani di oggi è dominata dall’idea di fantastico, di memoria, di immaginazione, che si costituiscono e riproducono come spessore. Che spessore hanno gli artisti d’oggi nell’ambito della società? Partire dalle scimmie è un altro modo di riportarci indietro: tornare agli animali che noi eravamo, così cosmicamente in origine e verso i quali potremmo un giorno nuovamente regredire. Ma la scimmia è anche l’ovvia testimonianza della sovrumana sublimità della conquista dell’uomo, esiste però anche una scimmia uomo che tenta di contenere la grande paura dell’atomo affacciandosi sull’ignoto e sull’insolito con più consapevole ironia. Gli artisti sanno bene oggi che da questo campo di significazione discende una contraddizione, quella per cui la scienza, che è la forma più spinta di razionalizzazione, si comporta come sonno della ragione e quindi genera mostri. La contraddizione sta nel fatto che talora si assume un ruolo disgregatore che altri riservano all’inconscio e siamo alla natura, al magico. I giovani di oggi cercano possibilmente un discorso di realizzazione iconografica della scienza, ma come tale essa è un percorso alienante e conduce alla spaccatura schizofrenica tra uomo-natura e uomo-scienza. Il mostro totale non alloggia più come nel passato nell’inconscio, non ci sono più paure segrete ma terrori manifesti, quotidiani, iperreali, emerge un perturbante che diventa parte inseparabile del sociale, anzi la logica dell’equilibrio richiede un sociale costruito sul perturbante. La scienza viene ricondotta dall’arte al suo statuto originario, ma rovesciato, non più piegata all’esigenza di un inizio e di una fine ma realizzata come continuità della fine. E’ in atto, nell’arte più giovane come altrove, uno scontro tra individuale e sociale e l’impotenza della realizzazione individuale, figura tipica del mito tragico, assume una dimensione quotidiana che ci parla non più di dei ostili, ma bensì di una legislazione borghese del tragico che contiene in se stesso la propria negazione. L’artista giovane in alcuni casi lavora sull’accostamento di due valenze di immagini, una di tipo originario e una di tipo straordinario, secondo un duplice schema. L’ingresso dello straordinario nel mondo dell’ordinario, e qui penso a Giuliano Nucci, Riccardo Lumaca, Pino Settanni, e l’ingresso dell’ordinario in un mondo straordinario, Nicola Maria Martino, Kokocinsky, Cinalli, Ragalzi, ma anche a vari artisti importanti come Mario Fallini, Tanganelli, Gnozzi, Barni, Galliani, Di Giusto, Zevola, Dragomirescu, che lavorano su una forma che è di per sé deformante qualitativamente e quantitativamente. Talora una forma di gigantismo oppure di demitizzazione dell’elemento opportunamente ordinario dell’oggetto uomo. Il quadro, la scultura, diventano i luoghi dei passaggi e delle trasformazioni, il luogo in cui l’ordinario diventa straordinario e viceversa. Marisa Vescovo’

Data

21 Agosto 1983

Edizione

1983
Categoria
Esposizioni Mostre Meeting