UNA SCUOLA DA GRANDI - Meeting di Rimini

UNA SCUOLA DA GRANDI

Una scuola da grandi

Partecipano: Anna Frigerio, Preside del Liceo Classico e Scientifico della Fondazione Sacro Cuore di Milano; Michele Monopoli, Preside del Liceo Classico "Cesare Beccaria" di Milano; Francesca Zanelli, Insegnante al Liceo Statale "Erasmo da Rotterdam" di Sesto San Giovanni. Interviene Susanna Mantovani, Professore Onorario di Pedagogia Generale e Sociale all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Buongiorno, questo non è solo un incontro isolato. È il primo di una giornata dedicata all’educazione, alla scuola in particolare. Abbiamo voluto questa giornata per la centralità che noi diamo al tema dell’educazione in connessione con il titolo del Meeting perché per ereditare dai padri riguadagnando la tradizione occorre un’educazione, un’introduzione alla realtà totale, come diceva Don Giussani citando Human.
E allora cominceremo da questo incontro: una scuola da grandi che avrà proprio come cuore il tema dell’educazione dentro la scuola, per poi continuare con un incontro sulla formazione e l’innovazione, un altro incontro sulla valutazione che è un tema ormai cruciale, oggi pomeriggio un incontro sull’autonomia e la parità e sta sera, alle 21:45, uno spettacolo dal titolo “Padre e Figlio”, che evidentemente ha una connessione con il tema educazione, formazione rapporto tra generazioni che ha tema proprio i rapporti tali sui personaggi della Bibbia. Come presenterò tra un attimo, abbiamo testimonianze che vengono dall’interno del mondo della scuola, autorevolissime, ma prima di presentare i nostri relatori vorrei che salutassimo tutti il Ministro Giovanni Belinguer che è qui in prima fila e che quindi ci onora della sua presenza. Con cui ci lega sia un’amicizia grandissima che anche una gratitudine perché io penso che nessuno come lui dal punto di vista istituzionale abbia fatto per la scuola italiana con le sue riforme dell’autonomia e della parità, tra l’altro Giovanni se magari dopo vuoi dirci qualcosa saremmo molto contenti dopo gli interventi se tu potessi intervenire. Allora, una scuola da Grandi che ha come tema questa educazione che la scuola può avere allora abbiamo tra di noi Anna Frigerio, Preside del liceo classico e scientifico della fondazione Sacro Cuore di Milano, Michele Monopoli, Preside del Liceo Classico “Cesare Beccaria” di Milano, Francesca Zanelli, Insegnante al Liceo Statale “Erasmo da Rotterdam” di Sesto San Giovanni e Susanna Mantovani che oltre ad essere una mia grandissima amica e per me punto di riferimento umano e professionale è Professore Onorario di Pedagogia Generale e Sociale all’Università degli Studi Milano-Bicocca, ed è sicuramente uno dei punti più importanti a livello scientifico della pedagogia italiana e internazionale, già molte volte ospite del Meeting. Allora introdurrei questo incontro con alcune slide che ci dicono che negli ultimi anni, si è scoperto questo primo tema, che l’investimento in istruzione, non è solo qualcosa di qualitativamente importante per quel che riguarda la vita, ma è una delle fonti più importanti dello sviluppo, guardate questi dati che vengono da una ricerca a livello internazionale, mondiale, di Hanushek and Woessmann, che mettono in luce il nesso che c’è tra il miglioramento nei test scolastici e la crescita del PIL e voi vedete che è un nesso crescente, quindi investire in istruzione, non so quante volte dovremmo ripeterlo all’infinito, fa parte dello sviluppo. Io se fossi ministro, la prima cosa che farei è investire in istruzione per migliorare il PIL italiano, invece molte volte questo “sì, è un tema qualitativo, importante…” no, questo è il primo fattore dello sviluppo di un paese. Vedete questo nesso crescente, vedete soprattutto che i paesi che hanno il doppio, l’incremento del PIL con la doppia cifra, che sono i paesi del “far east” (Singapore, Taiwan, Cina, ecc.) sono i paesi che hanno il più grande miglioramento degli ultimi anni nella qualità della scuola, allora forse questo ci dice come questo sia importante. Secondo tema, che negli ultimi anni si è scoperto che questo incremento non è solo un incremento dovuto alle capacità mnemoniche, ma qui riporto un tema che abbiamo sviluppato più volte in questi anni, anche in questo Meeting, il tema del “non-cognitive skills”, un premio Nobel per l’economia come Heckman ha dimostrato che questo miglioramento è dovuto a quelli che si chiamavano “non-cognitive skills” o “soft skills”, ma lui in un libro del 2014 ha chiamato “character skills”, cioè qualità legate al carattere, alla personalità, pensiamo ne elenchiamo alcuni, quelli tra i più importanti definiti dall’American Society of psychology: la grinta, la capacità di lavorare insieme, la responsabilità, la stabilità emotiva, l’apertura all’esperienza. Voi capite che sono termini che fino a qualche anno fa erano relegati all’aspetto emotivo, del carattere, della condotta. Oggi si pensa, quindi che la personalità ha a che fare con la conoscenza e non solo, quindi questo rivoluziona l’idea che può avere la scuola, perché questo ci dimostra che quelle che erano queste qualità, prima considerate solo sul piano relazionale, sociale, emotivo, sono questioni legate a quanto si apprende, infatti nei suoi studi, che io sintetizzo in questa slide, si vede che sono legate alle performance scolastiche, al completamento degli studi, alle performance lavorative, vuol dire che non è vero che il “Michael Duglas di Wall Street”, il “pescecane” è il migliore sul lavoro, ma per un’azienda è importante che uno abbia queste capacità di rapporto, di tener conto della personalità, dell’aspetto familiare, l’azienda va meglio, viene documentato molte volte in questo Meeting, anche nella mostra sul lavoro. La positività verso la vita! Uno è capace di reggere quando ci sono dei fallimenti, dei cambiamenti strutturali; comportamenti non malsani, perché magari quello che è il migliore, il saputello, quello con grandi caratteristiche, poi dopo fa uso di droga, perché non è a posto; coscienziosità negli studi e prestazioni lavorative; non coinvolgimento in attività illegali; addirittura longevità. Sto parlando di queste cose per aprire poi il dibattito ai nostri interlocutori, perché siamo anche qui in un cambiamento epocale, nel modo di pensare cosa sia la scuola. Non è più solo la scuola che deve alfabetizzare o dare degli strumenti che poi uno svilupperà, come delle cassette degli attrezzi di cui parlava Schumpeter, non è più solo la cassetta degli attrezzi. E allora suggerimenti che nascono proprio da questi studiosi come Heckman, come Amartya Sen con le cababilities, sono che i giovani devono essere a contatto con adulti che non dicono: “fai come ti dico”, ma: “fai con me”, aiutati a formarsi anche una sensibilità critica, immersi anche in contesti operativi, quindi pensiamo il valore metodologico, al di là di come oggi già si realizza, dell’alternanza scuola-lavoro, insomma la formazione dell’intelligenza e dello stile di vita complessivo, che la scuola deve avere in rapporto con la famiglia. E quindi, alla fine, l’immagine come dire di scuola che vien fuori è una scuola che trovi modi di insegnare che vadano anche al di là del rapporto docente-studente, attivo-passivo, che prevedano come dicevo, l’alternanza scuola-lavoro, che abbiano a tema tutto l’aspetto della comunità, dell’aspetto sociale, infatti non per niente negli ultimi anni ci sono dei crediti legati ad attività sociali e che interagisca con la famiglia, non perché la famiglia sostituisca gli insegnanti nell’aspetto valutativo ma perché è una collaborazione di soggetti che porta alla formazione di gente in un mondo così interattivo. Allora, questi sono diciamo gli spunti che io do ai nostri interlocutori perché non sia il solito dibattito un po’ paludato, un po’ inamidato dell’insegnante che ti dice il suo compito. Qui stiamo parlando del cuore della società del domani e quindi del cuore di questo Meeting. Prima di cominciare dando la parola, per prima, a Francesca Zanelli vediamo un breve video realizzato, appunto, su cosa sta avvenendo nella scuola di oggi.

Video

FRANCESCA ZANELLI:
“Entrando a scuola, io vorrei pensare: chissà cosa faremo oggi!” sono parole che mi scrive una studentessa di seconda liceo, un’altra scrive: “che qualcosa dentro me sia mosso a tal punto, forse, da cambiarmi, questo è ciò che io mi aspetto dalla scuola”. Anch’io vado a scuola per questo. C’è bisogno che la scuola c’entri con la vita. Non solo, ma che porti una novità interessante, sia cioè un’esperienza significativa. Ma questo bisogno diventa per me una domanda? Se sì, come mi lascio provocare? Come rispondo? Nel mio istituto è scattato un riconoscimento tra molti, di diversa matrice culturale, orientamento ideale, su questa tensione educativa. Per questa passione io mi sono messa a cercare chi potesse darmi strumenti nuovi per il mio compito, dentro e fuori dal mio istituto. Pensando all’anno trascorso penso a una serie di fatti, anche emergenze, che abbiamo affrontato quasi quotidianamente, emergenze nel senso positivo del termine, pur talvolta nella loro drammaticità, perché ci hanno provocato, sono state per noi occasione di crescita professionale. Le sfide più urgenti nella mia realtà scolastica sono la motivazione allo studio, la difficoltà a stare dentro le regole essenziali, la dispersione scolastica, alcune difficoltà di apprendimento. Primo fatto: una studentessa esterna un giorno a colloquio con me per le indicazioni di studio per sostenere gli esami di idoneità alla classe successiva, non avendo frequentato perché soffre di fobia scolare, nel dialogo pian piano si abbassano le difese ed emerge un disagio: la ragazza è ingabbiata nell’etichetta di chi ha deragliato, non riesce a tornare nei binari, pur avendoci provato seriamente tante volte, tanto che si affretta a rassicurarmi che a breve vuole tornare a frequentare. Io le butto lì una frase e le dico: “certo che tornare in classe non è cosa facile, non è come schioccare le dita e tac, come per magia, si riesce a fare, tu per ora pensa a prepararti bene per l’esame, rientra solo se e quando sei veramente convinta”. La studentessa improvvisamente cambia faccia e mi dice: “lei è la prima che mi dice una cosa del genere. Tutti, tutti, quasi infastiditi, mi dicono solo: ‘sforzati’. Che cos’è successo? È stata come sorpassata a destra, come se le avessi detto: “rispettando quello che stai facendo tu, io accetto te”. Si è sentita legittimata, riconosciuta nella sua dignità di persona libera, pensante. La prima considerazione è questa: occorre guardarli, ascoltarli, certo, ma disposti a cambiare il progetto che, ultimamente, pur in buonissima fede, abbiamo su di loro. Guardarli tutti interi, riconoscerli per come sono e andare a prenderli nel punto in cui si trovano per accompagnarli in un percorso, che non si può sapere dove porterà, ma in cui è prioritario il tentativo di ricostruzione di una relazione con il mondo. In questo momento è l’unica cosa che può sbloccare questa ragazza, senza sconti, intendiamoci bene, buonisti, gli esami sono esami veri, sono impegnativi, la scuola è una scuola esigente. Uno studente ha scritto: “capisco che bisogna seguire il programma scolastico e tutto il resto, ma se non ricordo male, all’inizio dell’anno scorso, alcuni miei compagni hanno iniziato a discutere tra di loro sulle guerre e la prof. ascoltava attentamente, in quel momento ho sperato che fosse così tutto il resto dell’anno”. Questa semplice considerazione fa capire quanto sia fondamentale il nostro coinvolgimento, la relazione educativa che noi docenti sappiamo o non sappiamo allacciare con i ragazzi. Oppure un messaggio che ha ricevuto recentemente una collega: “da suo ex studente le chiedo di non perdere mai la voglia che ha di insegnare e di rapportarsi con noi ragazzi, perché proprio questa voglia fa la differenza”. Al contrario, di solito, si ha difficoltà ad implicarsi realmente, perché siamo trattenuti da una certa mentalità, come ci ricorda don Giussani: “la persona, nella nostra epoca, non è contemplata come strumento di conoscenza e di cambiamento, essendo riduttivamente intesi la prima –la conoscenza– come riflessione analitica e teorica e il secondo –il cambiamento– come prassi e applicazione di regole”. Ma a quali condizioni è possibile un’implicazione autentica con l’alunno, che i ragazzi “fiutano”, come ha detto Papa Francesco? Implicazione da cui passa la mia esperienza di conoscenza, che rende desiderabile, per lui o per lei, intraprendere il percorso di conoscenza. Pasolini scriveva che “si tratta di sfumature, di sfumature rischiose ed emozionanti, può educare solo chi sa cosa significa amare”. Se questo è sempre stato vero, lo è ancor più nel contesto attuale, in cui i ragazzi sfuggono dalla realtà, è rattrappita la capacità di conoscere la realtà, come osserva don Carròn, con tutte le conseguenze del caso. Per questo uno stile di insegnamento che si limiti al travaso di contenuti o a un addestramento a certe procedure, pur fondamentali, mostra oggi tutti i suoi limiti, in modo ancor più macroscopico. Perché accada la conoscenza occorre anche altro. Una studentessa ripetente, per la seconda volta, con una famiglia cosiddetta “disfunzionale” alle spalle, ogni mattina per alzarsi dal letto deve ingaggiare una lotta furibonda con se stessa, tanto che spesso rimane assente. Quando va bene entra un’ora dopo, a scuola non riesce a concentrarsi, a casa non studia, non riesce ad accettare l’aiuto dei compagni, tutti i suoi tentativi insomma falliscono e tutto ciò evidentemente diminuisce il livello di stima di sé. Una mattina, mentre passa davanti alla cattedra, dopo le valutazioni del trimestre, afferro al volo queste parole: “nella sua materia sono riuscita a recuperare, perché mi ha fatto capire che ce la potevo fare”, una sfumatura. Lì mi si è reso evidente che la condizione per un’implicazione autentica è la scommessa su un valore che il ragazzo spesso non crede di avere. La coscienza che abbiamo davanti tanti “io”, irriducibili, e che perciò, fra le altre cose, il metodo che funziona per uno potrebbe non funzionare per un altro. Non solo, ma che nemmeno il mio “io”, con tutte le sue domande, può rimanere fuori dalla lezione. Nota Carròn che l’unica speranza per una ragazzo è che ci sia ancora qualcuno che non lo riduce ai suoi antecedenti. Ma non è finita. Questa ragazza con l’inglese proprio non ce la fa, è facile aggirare l’ostacolo per lei, perché l’inglese è sempre alla prima ora, per cui entra un’ora dopo, in più le assenze aumentano a dismisura, fino a che rischia seriamente l’abbandono scolastico. La situazione sembra veramente senza via d’uscita. Azzardo un tentativo estremo: la sfido, sul suo stesso terreno, quello delle regole che lei non sopporta, le propongo, d’accordo con la collega, un impegno scritto, con tanto di data e firma, per un certo periodo che concordiamo insieme, lei si impegna ad entrare alla prima ora solamente il lunedì, il mercoledì e il venerdì per la lezione d’inglese. L’idea sembra funzionare: lei tiene fede all’impegno, dopo qualche tempo mostra un piccolo miglioramento. Chiedere a questa ragazza tutto e subito, secondo un’idea moralistica della regola, avrebbe chiuso la partita, l’avremmo persa. È un metodo realista, non schematico, che fa cercare al maestro tutti i modi perché la persona, passo dopo passo incominci a incontrare la realtà e ad accorgersi che possiede gli strumenti per conoscerla, uno sguardo che rischia tutto sulla libertà di chi ha davanti, in questo caso la studentessa che ha accettato la sfida e che poi ha dovuto vedersela con tutto il resto, evidentemente. Ma c’è un altro esempio: un’allieva sembra non avere nemmeno la percezione del suo andamento scolastico che non migliora, si avvia inesorabilmente alla seconda bocciatura, dopo la metà dell’anno considera l’ipotesi di cambiare scuola, ma quale scuola? Lei dichiara di non avere interesse per nulla, ma non è così. Passiamo in rassegna tutte le possibilità sul territorio e presto si entusiasma per un certo corso professionale, anzi mi rivela che era il suo sogno fin da bambina, ma che i genitori le avevano imposto un’altra scelta. Esce dal colloquio col viso sollevato, come finalmente consapevole di avere un valore anche lei. La madre mi telefona dopo poche ore per raccontarmi del suo stupore davanti al cambiamento della figlia. Le conseguenze nelle settimane successive sono impressionanti: trova l’energia per recuperare quattro materie. Questa la motivazione: «Non voglio essere bocciata a giugno. Avrò dei debiti a settembre e sarò io a decidere di non presentarmi agli esami, per iniziare la scuola che ho scelto io». Non è un episodio vistoso, ma per me è stato straordinario perché mi ha mostrato come la persona può rinascere, semplicemente è bastato prenderla sul serio. Un altro esempio è la studentessa di un collega che, tornata a casa da scuola, dice alla mamma: «Il prof. mi ha guardato come se fossi brava». A tutto Il rischio educativo di Giussani è sottesa l’affermazione dell’altro, che è contemporaneamente la massima affermazione di sé: «Fosse solo un punto luminoso in milioni di punti oscuri», dice, «si valorizza il punto luminoso, ma in quanto spia del Mistero che l’altro ha dentro». A volte la ragione di tante fatiche (dal senso di inadeguatezza, la rinuncia al percorso formativo, eccetera) è che trasmettiamo loro messaggi negativi, presi dalla preoccupazione per l’esito anziché per il processo di crescita. Mentre è vero il contrario: accompagnare la persona alla scoperta delle sue potenzialità genera motivazione, mette in moto le energie necessarie per scommettere anche sul risultato. Motivazione che è sempre una lotta, perché la devi conquistare – con una preparazione delle lezioni, come tutti sappiamo, impegnativa, mai ripetitiva –, finché c’è un istante in cui tutto si accende e siamo in molti a conoscerne il gusto. Come quando a teatro abbiamo assistito a una rappresentazione dell’Iliade dopo averla letta insieme per mesi: nel culmine di un dialogo fra Achille e un altro personaggio, una studentessa, nel silenzio della platea, esclama ad alta voce «Sono io!». Si può immaginare il mio imbarazzo sul momento, anche se contemporaneamente capivo quanto fosse immedesimata nel personaggio di Achille. Al termine dello spettacolo, poi, gli attori sono andati a ringraziarla, dicendole che questo era il segno più grande della riuscita dello spettacolo. Insomma, è una corsa in cui occorre allentare le redini per lanciarli a tutta velocità. Lo dimostra la sorpresa che proviamo quando siamo di fronte a quello che accade quando puntiamo su di loro. Questa è per me una scuola da grandi. E concludo. Scoprire questo mi fa dire, un po’ provocatoriamente, che occorre imparare di nuovo a insegnare: non nel senso di buttare via il bagaglio del passato, ma di metterlo continuamente in gioco davanti a quello che accade e che costringe a cambiare direzione. La scuola, paritaria o statale che sia, può diventare esperienza di crescita e cambiamento, se per primi noi educatori ci lasciamo provocare non dagli studenti in generale, ma da quelli studenti: fidandoci delle loro capacità, che non conosciamo ancora; essendo certi della loro ragione; rischiando sulla loro libertà, che non controlliamo noi; se accettiamo di conquistare con loro l’oggetto della conoscenza – cosa tanto più necessaria in un momento che papa Francesco definisce «cambiamento d’epoca», in cui è sempre più arduo riconoscere il dato della realtà e fidarsi della sua positività. Grazie.

ANNA FRIGERIO:
Una scuola da grandi: “da grandi”, un predicativo con una connotazione di fine. Una scuola fatta per persone grandi, che lo sono già, e per fare diventare grandi. Ecco, mi pare che questa prospettiva suggerisca anche un parametro di valutazione della scuola: una scuola è tale se introduce un metodo, se favorisce cioè nella storia della persona il sentimento di sé come scoperta e come sviluppo, e la ricerca di ciò che lo aiuta in questo. Certo, la scuola non è tutto. Non può e soprattutto non deve essere l’unico ambito in cui cresce la coscienza di sé. Ma indubbiamente in questa affascinante partita svolge un ruolo di fondamentale importanza. Nella complessità in cui viviamo, la riflessione sulla scuola, la condivisione di esperienze, come ora stiamo facendo, l’aiuto reciproco che ci si può dare, sono quanto mai urgenti. Ma perché questo dialogo sia davvero proficuo e non si riduca a dichiarazioni di intenti, occorre che la scuola espliciti la dimensione ideale, l’orizzonte entro i quali colloca il proprio tentativo. L’intenso e incessante lavoro insieme agli insegnanti sul significato del nostro operare e quindi, sulla possibilità di verificarne gli esiti nei ragazzi, trova in tutti gli interventi di papa Francesco orientamento e conforto. Però vi sono alcune sottolineature che sono particolarmente illuminanti, lo sono state per noi in questo ultimo anno di scuola, perché esprimono in modo compiuto la radice di una tensione e di un tentativo. Una di queste è contenuta nel discorso agli scrittori e ai giornalisti della Civiltà Cattolica, in occasione della pubblicazione del numero 4000 della Rivista, laddove il Papa si sofferma sulla natura del pensiero invitandoli ad avere, dice, “un pensiero incompleto, cioè aperto e non rigido”. Il Papa insiste sul tema dell’apertura del pensiero, cito: “solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le situazioni più complesse e urgenti: la geopolitica, le sfide dell’economia e la grande crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni”. Alla dimensione dell’apertura il Papa accosta quella dell’immaginazione con parole sulla poesia straordinarie. Dice: “per questo mi piace tanto la poesia e quando mi è possibile continuo a leggerla. La poesia è piena di metafore: comprendere le metafore aiuta a rendere il pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Chi ha immaginazione non si irrigidisce ha il senso dell’umorismo, gode della dolcezza della misericordia e della libertà interiore è in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti. Non possiamo non sentire tutto il fascino, la potente implicazione educativa contenuta in questo modo di descrivere il pensiero; e soprattutto non possiamo non sentire la stretta, intima relazione con quell’apertura della ragione alla quale implacabilmente sollecita don Giussani quando parla di educazione. Apertura della ragione, quindi, da custodire e incrementare nel rapporto con i ragazzi e da avere come insegnanti. Fare scuola oggi, penso, significa dunque dare un contributo alla crescita di persone aperte, consapevoli della propria ricchezza e del proprio valore, nella molteplicità dei diversi modi di esprimersi, protagonista nella costruzione della comunità. Come? Ecco, non è facile documentare quello che accade a scuola nell’ordinarietà del lavoro quotidiano, nelle tante ore di lezione che si consumano, appunto, in spazi ristretti, come quelli di un’aula. Spazi ristretti che sono tuttavia il teatro di tanti avvenimenti nelle persone di ciò che accade nell’intimo di ciascuno nella relazione con gli altri e con quello che si studia. Ogni mattina, quando entro in Sala Professori, per condividere qualche prezioso momento con i docenti, o saluto i ragazzi che si avviano nelle loro classi, sono consapevole che sta per iniziare, per ciascuno di loro, qualcosa di eccezionale. Per questo sono sempre piena di gratitudine quando un’insegnante, un ragazzo si affaccia sulla porta della Presidenza per raccontarmi un fatto che è accaduto e che ha segnato un passo di conoscenza. Magari un passo piccolissimo, però importante. Di conoscenza umana innanzitutto, perché la conoscenza è tale quando illumina, dà voce a qualcosa che abbiamo dentro e che non saremmo riusciti ad esprimere, o quando apre orizzonti affascinanti di scoperta. Verso la fine dell’anno, a conclusione di una mattinata di scuola ho incontrato un ragazzo dell’ultimo anno di liceo che mi ha comunicato, con grande soddisfazione, il buon esito di un’interrogazione di Storia. La cosa mi ha fatto molto piacere, ovviamente, trattandosi anche di un ragazzo non particolarmente studioso, devo dire. Però, la cosa che mi ha veramente commosso è quando alla fine di una serie di considerazioni mi ha detto: “le cose, adesso, si mettono insieme”. Si mettono insieme. Ecco, che alla fine del liceo uno studente possa dire questo, penso sia certamente la conferma che ha fatto un percorso ricco di senso, che è stato aiutato ad entrare nella complessità delle singole materie e dei nessi esistenti tra diversi ambiti del sapere da qualcuno che gli ha aperto la mente e il cuore, che non ha avuto immediatamente la preoccupazione di dare risposte rassicuranti a domande magari neanche poste, ma che ha saputo suscitare le domande giuste e che ha comunicato dall’interno della materia trattata, la certezza e la fiducia dell’esistenza di un senso, come anche i ragazzi del video richiamavano. Non si tratta, e su questo vorrei che ci fosse molta chiarezza, di una soddisfazione di carattere intellettuale: che “le cose si mettono insieme” vuol dire che io posso entrare in relazione con le cose, che in qualche modo la confusione è vinta, che io ho un posto nel mondo. La certezza, la consistenza della persona, l’origine dell’autostima che tante volte vediamo minata nei nostri ragazzi, come anche abbiamo sentito da Francesca, stanno in questo essere in un orizzonte ampio di significato, al quale si è introdotti attraverso una relazione con un adulto in cammino, un insegnante che ha un pensiero aperto, incompiuto, come ancora una volta ci ha detto il Papa. I ragazzi questo lo intercettano immediatamente. Oggi viviamo in una cultura che pare voler ridurre, mortificare o banalizzare il desiderio, ma il desiderio è come un fuoco che arde sotto la cenere ed è pronto a risvegliarsi, i ragazzi sanno ancora entusiasmarsi per le cose grandi, le riconoscono, certo, quando le vedono incarnate nell’esperienza di qualcuno. Un esempio: nel corso di un collegio dei docenti un insegnante, a proposito di come affronta in classe i testi di letteratura, ha osservato che per lei la spiegazione coincide con la scoperta di quel testo insieme ai suoi allievi e che il realismo, quell’attitudine cioè a stare davanti la realtà nella totalità delle sue implicazioni, non esclude, anzi implica, il Mistero. In quelle parole ho potuto capire che in un vero percorso di conoscenza la comunicazione di un senso e l’apertura massima della ragione, fino alla percezione del Mistero, sotteso alla realtà, stanno insieme. Quanto ho cercato di descrivere credo sia un esempio di cosa significa, facendo scuola, avere cura della persona, farla crescere, facendo scuola. E questo è un punto irrinunciabile. C’è infatti un oggetto specifico, le testimonianze dei ragazzi lo hanno documentato, mi pare, in termini molto chiare, che è il terreno su cui si giocano le relazioni all’interno della scuola e sono le materie. Ma, come in tante cose importanti della vita, in un particolare si può giocare tutto. Qualche settimana fa un’insegnante, questa volta di matematica, mi ha inoltrato una email che le ha scritto un suo studente per ringraziarla del percorso fatto. È particolarmente bella la frase conclusiva, che dice: “mi ha insegnato tanto, mi ha insegnato bene, grazie”. Mi sono chiesta: che cosa ha inteso questo ragazzo dicendo: “mi ha insegnato bene”? che cosa vuol dire “insegnare bene”? anche in questo caso non posso non fare riferimento ai dialoghi, ai tanti dialoghi, con gli insegnanti della mia scuola, in particolare ad alcuni relativi a quando ci siamo chiesti a che cosa puntiamo quando entriamo in classe. Riporto due osservazioni. La prima: “verifico la bontà del lavoro in classe quando accade qualcosa che eccede l’insegnamento della materia e si attua in un consenso della ragione, arrendendosi, cedendo alla modalità che la materia stessa suggerisce. Ad esempio: quando un ragazzo capisce cosa vuol dire “dimostrare”, la materia gli sta insegnando “dimostrare”. Quello che condivido con i ragazzi, più che la disciplina stessa, è il rapporto con la disciplina”. E, l’altra osservazione: “nell’affrontare i testi faccio agire la domanda sul ‘perché’. Perché l’autore scrive questo testo? A che cosa sta rispondendo? Perché proprio in questo modo? I contenuti in sé non possono essere il mio unico obiettivo: mi interessa che gli studenti abbiano gli strumenti, gli argomenti, per affrontare criticamente e con libertà ciò che viene loro proposto, fino per citare Orazio, a ‘non giurare sulla parola dei maestri’”. Continua l’insegnante, “come fanno i ragazzi a trovare interessante quell’aspetto della realtà che è posto loro davanti? Una cosa diventa interessante quando ha un nesso con sé, ma in cosa consiste questo nesso con sé? Non innanzitutto nei contenuti, ma proprio nella domanda sul ‘perché’”. Avrete osservato che c’è un tratto comune a queste osservazioni, che pur provengono da ambiti diversi. Un ragazzo cresce non solo perché impara delle cose – le cose si possono, ahimè, anche dimenticare – ma cresce perché ha scoperto, studiando, imparando determinate cose, un po’ di più se stesso, la possibilità che ha di capire, il gusto che ne deriva, la sua sensibilità, ciò che lo interroga, che lo commuove, e potremmo continuare all’infinito. Decisivo in questo processo è l’investimento sulla libertà. Ultimamente il dialogo educativo è un dialogo tra libertà. Tra libertà che mettono a tema un’ipotesi interpretativa della realtà. Un’insegnante di Filosofia ha acutamente osservato a questo proposito: “nelle lezioni pongo attenzione a un lavoro di immedesimazione con tutte le posizioni che gli autori propongono, anche le più apparentemente lontane dalla sensibilità mia o dei ragazzi. Immedesimarsi permette da un lato di scoprire sfaccettature della propria esperienza ancora sconosciute e che si svelano grazie all’incontro con gli autori; dall’altro lato desidero che i ragazzi imparino che occorre grande stima e profondità per porsi al confronto con una posizione diversa e porre le proprie obiezioni con ragionevolezza. Un ragazzo deve vedere accolta l’ipotesi che lo attrae, qualunque essa sia ed essere accompagnato a verificarla con grande cura”. Ecco, dialogare con la libertà dell’altro equivale a prenderlo davvero sul serio, sfidarlo a rendere ragione di quello che pensa e che sente e lasciarsi interrogare da lui, avendo grande stima del suo tentativo. Non si tratta di un puro esercizio dialettico, perché la verità di un’ipotesi, la verifica di un’ipotesi coinvolge un livello intimo della persona e stabilisce perciò tra gli interlocutori una relazione profonda e significativa, di bene vero. Insegnare bene allora non può ridursi a riversare nell’altro una quantità di informazioni. Insegnare bene significa innanzitutto accompagnare un ragazzo a scoprire la sua umanità, non solo i tratti della sua intelligenza, tutta la sua umanità. Mi conforta sempre incontrare insegnanti che condividono questa stessa tensione. Nel corso di un recente dialogo ho chiesto a un ex-collega del liceo nel quale ho insegnato prima di iniziare a fare la Preside, quale fosse il motivo per cui insegnasse con tanta passione. Aveva appena scritto per un importante quotidiano un bel contributo sulla scrittura creativa a partire dalla sua esperienza didattica e questo era stato il motivo per cui avevo voluto subito incontrarla. Alla mia domanda ha risposto d’impeto: “per dare le parole, per consentire ai ragazzi, attraverso le parole dei grandi autori, di scoprire se stessi”. Si possono avere orientamenti culturali molto diversi, come nel caso mio e di questa collega, aver fatto scelte di vita altrettanto diverse, ma c’è qualcosa che può metterci insieme davvero, ed è l’amore alla propria umanità e a quella degli allievi che ci sono affidati. Credo che sia anche possibile individuare dei punti di verifica quando all’origine dell’insegnare c’è questo amore. Ancora una volta parto dall’esperienza: al termine dell’esame di Maturità mi piace sempre incontrare i commissari a scrutini finiti – pacco chiuso, come si dice -, incontrare i commissari e i Presidenti delle commissioni per avere da loro un riscontro del nostro lavoro, sapere se c’è qualcosa che va migliorato, corretto, oppure valorizzato. E sono sempre dialoghi molto interessanti, in cui appunto non vengono risparmiate anche notazioni critiche, come è avvenuto quest’anno quando un’insegnante, una commissaria, dopo aver fatto anche alcuni rilievi appunto critici, mi ha detto: “quello che comunque colpisce in quasi tutti i vostri ragazzi è che terminano il Liceo con una passione. Questo non è affatto scontato, si vede che hanno scoperto qualcosa che vogliono approfondire e che finiscono il Liceo contenti”. Questa osservazione mi ha immediatamente fatto venire in mente un dialogo con alcuni ragazzi che ho invitato a casa per un aperitivo dopo la Maturità, quando ho chiesto a loro quale ritenevano fosse il punto più importante, l’aspetto più significativo del loro percorso, e mi hanno risposto sinteticamente dicendo 2 cose. La prima: “risolvere i problemi”. E poi: “studiare insieme, così come sempre ci hanno suggerito i nostri professori e come vediamo che fanno anche loro”. Questi mi sembrano i tratti essenziali ci quella menta aperta di cui si parlava all’inizio: non avere paura della complessità, essere bisognosi e capaci di compagnia, percepire l’altro come importante, condividere un compito, sostenersi nella fatica, riconoscere degli esempi, dei maestri. Sono consapevole, e con questo concludo, che la somma di tutte le azioni e di tutte le intenzioni di cui è fatta una giornata di scuola non è in grado di spiegare compiutamente quello che succede e che l’esito di tanto impegno, certo non immune da errori – tutti noi sappiamo che cosa vuol dire, quanto sia doloroso sbagliare con un ragazzo – si può vedere solo nel tempo. Occorre avere molta pazienza. Per questo sono sempre colpita dalla dimensione di assoluta gratuità insita nel nostro mestiere. Talvolta si ha l’impressione che le parole, i gesti, le indicazioni non vengano neppure recepite. Si vorrebbe un riscontro immediato, una conferma delle bontà e dell’efficacia della propria azione. Invece tutto sembra tacere e può prevalere solo il senso di inadeguatezza. Ma è anche in questo apparente silenzio che in modo misterioso e sorprendente si diventa grandi. Grazie.

MICHELE MONOPOLI:
Buon giorno a tutti, grazie dell’invito. Le domande poste in questa edizione del Meeting sono domande veramente cruciali, direi quasi da far tremare i polsi. Sono interrogativi che rimandano ad humus esistenziale con in cui ci confrontiamo continuamente. Con una realtà attraversata da eventi inediti, che ci mettono di fronte a responsabilità altrettanto inedite. Si certo, la scuola è l’istituzione che ha il compito della discendenza culturale, della trasmissione e della conservazione del passato, ma anche il compito del cambiamento e dell’introduzione di novità nella società e anche nella cultura. Ma quando il cambiamento diventa molto veloce le due funzioni della scuola, trasmettere il passato e preparare il futuro, entrano in contraddizione l’una con l’altra. Come costruire il futuro in una società che dopo la morte delle forti ideologie e delle grandi certezze viene definita dal sociologo Marc Augé “la società dei non luoghi”? Di spazi che hanno, cioè, la prerogativa di non essere identitari, relazionari, storici – pensate soltanto ai grandi centri commerciali -. Una società nella quale il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza. La scuola, questa istituzione dalla cui buona salute dipende in gran parte la tenuta sociale, economica, democratica di un Paese, come si pone di fronte ad una realtà dove la cultura si evolve più lentamente dell’innovazione? Come formare per il futuro una generazione in una società nella quale la realtà sembra meno comprensibile che in passato e il futuro meno prevedibile, più estraneo, meno governabile, in questo nostro tempo caratterizzato dalla transitorietà e dalla provvisorietà? Una società in cui non ci sono regole e norme predefinite e quindi l’educazione non può che essere finalizzata se non a dare potere e responsabilità agli individui, ciascuno secondo il proprio ruolo in un sistema di parità. Non più un travaso verticale di norme e di valori da una generazione all’altra ma una contaminazione della reciprocità, interazione rispettosa tra le generazioni in cui la famiglia come la scuola dovrebbe e deve tendere ad educare alla responsabilità e all’autonomia. Di fronte al misterioso appuntamento tra le generazioni, secondo una definizione a me cara di Walter Benjamin “coscienti che si viene al mondo e si esiste in una certa, irripetibile epoca storica”. Irripetibile, appunto e mai come in questa epoca imprevedibile. Noi stessi rischiamo di smarrirci di fronte all’enormità di problemi di questo nostro presente. Un presente che ci sconcerta e ci sorprende. Ci sconcertano eventi terribili come il terrorismo inedito, incontrollabile e nello stesso tempo ci coglie di sorpresa il tumultuoso sviluppo della rete che ci fa vivere nel cosiddetto “villaggio globale”. Due mostri contemporanei, potremmo definirli, che si contendono la nostra intelligenza tra paure, chiusure e viceversa apertura e interconnessione con mondi diversi. Un terrorismo che colpisce proprio l’autonomia, l’autosufficienza a cui dovremmo e dobbiamo educare i nostri ragazzi, che attacca i giovani e la loro visione di un futuro. Un’autonomia, come acutamente scrive Ezio Mauro, rappresentata dallo zainetto; un oggetto simbolo per eccellenza di libertà dei nostri ragazzi che diventa un concentrato di paura, un’idea fisica e concreta di terrore trasportabile. Dobbiamo batterci qui ed ora, insieme, genitori e figli, docenti e studenti, con la lucidità della mente e con la pietas del cuore. Dobbiamo affrontare una realtà costituita da un ordine che si autodetermina, un ordine aperto agli aggiustamenti che l’esperienza e la vita suggerisce utili o necessari. Dobbiamo difendere la nostra organizzazione civile, il nostro tempo libero, la costruzione della vita sociale di relazioni, di incontri, di riconoscimenti reciproci, di legami amicali, professionali, culturali e affettivi. Dobbiamo farlo, istituendo come lo stesso Mauro suggerisce, lo zainetto ai nostri ragazzi con il suo carico semplice di quotidiana libertà, la libertà propria delle nuove generazioni, che fa un’esperienza in questo mondo fluido, appunto, e trovano nuove vie, facendo ricorso ad un certo nomadismo, scoprendo i benefici di quella che noi chiamiamo “l’etica del viandante”. Sono le generazioni dell’Erasmus, degli studi all’estero, del volontariato, anche in paesi lontani, del cambio di lavoro, di funzioni in tempi e Paesi diversi. Sono i nuovi cittadini del mondo, con i quali dobbiamo far crescere una società solida, fondata sui principi di sussidiarietà e di solidarietà, su un senso comune di appartenenza, il senso di appartenenza ad un mondo globale, non dimenticando che abbiamo molto da difendere: i valori universali di democrazia e di libertà, di cui l’Europa e l’Occidente sono comunque storicamente depositari e che si difendono guardando il mondo per quello che è e non per quello che vogliono farci credere debba essere. Siamo in un’epoca di grandi migrazioni di popoli, un fenomeno con cui facciamo i conti giorno dopo giorno. Molti pensano che sia un fatto contingente al nostro presente; la storia ci mostra, invece, che la migrazione è la cifra dell’umanità, è connaturato nell’uomo il suo spostamento continuo. Maurizio Bettini, Docente universitario, attento osservatore di questo nostro tempo, ci rimanda all’Eneide, il poema in cui Virgilio ci restituisce un’epos infelice, di gente che aveva perso figli, mogli, genitori, esattamente come i tanti che vediamo oggi sbarcare sulle nostre coste e hanno seguito più o meno le stesse lotte e hanno avuto le stesse sciagure. Leggendo i testi antichi, abbiamo conosciuto i popoli migranti, Ittiti, Micenei, Troiani, Bizantini, ecc… e la nostra Italia non sarebbe così bella e così interessante se non fosse la rappresentazione straordinaria dei lasciti dei nostri antenati provenienti da terre vicine e lontane, Greci, Etruschi, Arabi, Normanni, Longobardi, ecc…, lasciti che la rendono bella e varia con la sua molteplicità di stili nell’architettura e nell’arte in genere, e fatemelo anche dire, anche della cucina, la più varia del mondo. Ma allora chi sono i giovani verso i quali abbiamo questa responsabilità di cura? E chi siamo noi, insegnanti, genitori, che dovremmo passare il testimone? C’è una rottura generazionale? E in che cosa consiste tale rottura? Di chi è la responsabilità? È proprio vero che la maggioranza dei nostri ragazzi sia come li si descrive, giovani senza ideali e valori, disinteressati al mondo, ignoranti di storia e di politica, legati solo ai beni materiali, più alle relazioni virtuali che agli affetti reali, viziati, inadatti ai sacrifici? In poche parole una generazione senza desideri, debole e occupata in forme autistiche di godimento, in difficoltà a far fronte a traumi senza punti di riferimento. Ora ricerche statistiche, serie documentate smentiscono questa visione, una visione che anch’io, con la mia esperienza di Docente prima e ora Dirigente, sento di non poter condividere. I passaggi intergenerazionali sono necessariamente fatti di discontinuità esperienziali. Non necessariamente i nostri giovani sono perduti e alienati, solo perché non imitano i genitori nel contestare un mondo ritenuto sbagliato per articolare una ridefinizione del mondo stesso. Allora la domanda: tutto il meglio di ciò che i padri e le madri hanno vissuto, come può essere giudicato e riguadagnato? Mi permetto di pensare che se riusciremo a trattenerci di imporre il nostro modello esistenziale, sarà più facile la restituzione simbolica di ciò che noi diamo ai nostri giovani. Può essere una restituzione che, per esempio, tenda ad un riavvicinamento dell’uomo ai principi di civiltà, di cui, appunto, oggi c’è un estremo bisogno. Se è vero che una cultura ristagna, scolora, se non si genera attrito tra padi e figli, alunni e docenti, vecchi inquilini e nuovi arrivati, non necessariamente si deve arrivare ad un conflitto o ad una rottura. Oggi i giovani riconoscono a noi adulti, alla famiglia e alla scuola, il diritto, dovere, di stabilire regole, regole, però, che non considerano rigide e immutabili, e, quindi, rivendicano di avere il diritto di ridefinirle – ma attenzione – in un processo di interazione fondamentalmente rispettosa con chi le ha emanate. Senza grandi utopie e senza dover necessariamente far la lotta contro qualcuno. E quindi la scuola oggi ha un compito di accettare e di promuovere al posto di un principio di ordine gerarchico il motore della diversità. Un elemento che non omologa e non divide, ma piuttosto unisce e pluralizza. Testimoniare come si possa abitare diversamente questo mondo con desiderio, giustizia e responsabilità. Non modelli, quindi, ma vicinanza rispetto alle nuove generazioni, con la mente sgombra della nostalgia o del rimpianto per ciò che eravamo, e soprattutto per quello che vorremmo che loro possano diventare. In una delle sue opere, Il rischio educativo, don Giussani scrive – vorrei che queste parole fossero… –: “Il rischio consiste proprio nella disponibilità di mettersi in gioco, lasciandosi pervadere da ciò che potrebbe anche sconvolgere la vita ordinaria, il rischio di tirarsi da parte, L’iberarsi del patrimonio della propria esperienza di padri e madri o insegnanti. Lasciare spazio, far emergere chi sono veramente, senza sovrastrutture. Vedere oltre l’apparente silenzio, indifferenza, il loro disagio o le loro grandi potenzialità. Vederli come persone uniche e irripetibili e non possibili cloni delle nostre aspettative o dei nostri desideri, liberandoli dalla cappa del nostro bisogno di proteggerli, di indicargli la via, ma accompagnarli nella loro esplorazione del reale, con i loro strumenti. Quelli che noi vediamo solo come possibili pericoli, ma che però sono innumerevoli possibilità di crescita individuale e collettiva”. Queste sono parole scritte da don Giussani. È necessario, quindi, aprire spazi di ascolto e di reciprocità, senza per questo rinnegare la propria autorevolezza di adulti. La scuola deve saper portare la propria etica civile nella realtà della comunicazione immediata e globale, nella quale oggi vivono i nostri studenti, portare culture valore nel web e nei social. La ricerca di senso oggi privilegia modalità apparentemente più superficiali. I nostri giovani magari fanno le stesse cose dei loro genitori, senza per questo sentirsi dei replicanti. Non sono afflitti da sensi di inferiorità, non hanno il problema del confronto-scontro coi genitori come nel ’68. Qualcuno scrive che è la rivincita della leggerezza. L’accettazione del mondo così com’è, ma di un mondo di cui lor si prendono cura, affrancandolo – come qualcuno scrive – dalla tirannia dell’umanesimo, in favore di tutte le forme di vita e anche del pianeta stesso, in un passaggio non meramente antropocentrico, che loro trascrivono in una lingua rinnovata, un linguaggio che non ha bisogno di ricalcare il mito della profondità e complessità, coltivato dalle generazioni precedenti, votate alle ideologie e alle grandi visioni del mondo. Quindi è necessario che la famiglia, la scuola, gli adulti, escano dal proprio narcisismo generazionale, liberandosi da modelli codificati, non a scapito di ideali e valori, ma per mettersi accanto, per riscoprire, riaffermare insieme ideali e valori, quelli eterni del diritto alla vita, alla libertà e a tutti quelli che dalla loro società emergono. Saverio Sgroi in Una sfida educativa giorno per giorno scrive: “Oggi più che mai il cuore è la porta attraverso la quale possiamo arrivare alla mente delle persone giovani. Per questo, se vogliamo affrontare la sfida educativa, dobbiamo iniziare dalla formazione del cuore e aiutare i ragazzi a gestire le proprie emozioni, saper orientare i sentimenti, saper coltivare le buone passioni. Accompagniamoli, quindi, nel loro processo di costruzione di costruzione del pensiero, attingendo nell’immenso patrimonio di storia e di cultura a nostra disposizione. Non imporre apprendimenti freddi e manualistici, non lasciarli soli, ma guidarli, nella marea di informazioni che la rete ci offre, a saper scegliere. Serve, quindi, un sistema educativo che lavori sul metodo, fa capire cosa significa ricerca, sperimentazione, perché senza ricerca, riflessione, non c’è gerarchia di qualità e, quindi, di scelta. Platone scriveva che era necessario far scattare la scintilla della filosofia. Ma questo vale per qualsiasi disciplina. Se noi amiamo veramente ciò che insegniamo, se ne possediamo i fondamenti, possiamo far scattare la scintilla, il lampo di meraviglia, in uno scambio intenso di desiderio, curiosità e amore per tutto ciò che di bello e di buono l’essere umano ha saputo creare nel passato e nel presente, ovunque e dovunque, senza gerarchie e priorità. E quel desiderio è destinato a durare, a durare più di qualsiasi altra consapevolezza. È la sete di conoscenza che li renderà curiosi, attenti, collaborativi, che li renderà cittadini del mondo, capaci di affrontare i rischi e cogliere le opportunità. Nel passato l’educazione riteneva che il desiderio fosse una minaccia, una minaccia da contenere attraverso dinieghi, castighi, proposizioni di valore. Il tema del desiderio in educazione è una risorsa, un adulto deve emanare il desiderio, deve contagiare desiderio, combattere il pericolo dell’apatia e del cinismo, suscitando desiderio e attesa di speranza, non ingenuo ottimismo, ma consapevolezza di una realtà abitata da speranza. La scuola, quindi, ha una grande responsabilità: sostituire la paura con la speranza, sorretta dalla conoscenza. Durante i periodi di convulsioni sociali, di insicurezze finanziarie e di violenza, c’è il rischio di regredire in una mentalità in bianco e nero, prima delle sfumature proprie della complessità che la situazione richiede. Affrontare problemi complessi e apparentemente insolubili, cercando risposte semplici, che possano risolvere le nostre ansie, crea una divisione manichea tra mondi buoni e mondi cattivi, che aggrava i problemi, piuttosto che risolverli. È un rischio che solo la conoscenza come metodo esistenziale può evitare. Identità e dialogo, sì: due parole che si richiamano reciprocamente in tempi di intercultura diventa importante saper educare alla costruzione di identità aperte, capaci di accogliere, di dialogare, integrare senza snaturarsi. Diffidare di ogni forma di chiusura, di discriminazione, di arroccamento identitario. Un ultimo riferimento a un tema a me caro riguarda i cosiddetti “ragazzi difficili”, un tema che ho affrontato anche in altri contesti che mi piace riportare in questa sede. Spesso sono ragazzi invisibili che vivono un malessere profondo, poco visibile, a noi adulti spesso distratti e affannati. Malessere che non di rado si manifesta anche in modo tragico, lasciandoci smarriti, perché ci rendiamo conto – come scritto anche nell’Antologia di Spoon River – che “non siamo riusciti a vedere il loro lato in fiore”. In realtà non li abbiamo visti, li abbiamo guardati, ma non visti. Vedere per educare, non solo per istruire. Sembra semplice, ma non lo è. E l’ostacolo maggiore, a mio parere, sono certamente i modelli didattici fondati su saperi specializzati, sempre più inadeguati alla multidimensionalità del mondo di oggi, che richiede una visione globale dei problemi. È necessaria una visione in cui i linguaggi specialistici abbiano la possibilità di interagire in tutta la loro ricchezza e molteplicità. E l’ultimo quesito a cui vorrei tentare di rispondere è: se il futuro ha un destino di integrazione, di pluralità, il tema dell’ereditarietà riguarda solo la cultura occidentale? La presenza sempre più visibile, consistente di immigrati musulmani nei Paesi di accoglienza pone un altro problema, il problema dell’incontro tra le culture e del dialogo tra le religioni. La componente islamica viene percepita purtroppo, anche comprensibilmente, come una minaccia e, nei migliori dei casi, qualcosa con la quale dover fare i conti. La scuola deve cogliere questa presenza come un’altra grande opportunità, l’opportunità di scoprire le culture millenarie, in cui individuare le origini comuni da cui tutti noi discendiamo. I reciproci doni, debiti che noi abbiamo in termini culturali verso le civiltà di cui è portatrice gran parte di quelle donne, quegli uomini e bambini disarmati, che arrivano qui a mani nude, ricchi solo della cultura della loro storia e della loro terra, che approdano sulle nostre coste in cerca di un po’ di pace e di futuro. Rinfrescarci la memoria sulle radici profonde che riconducono alla storia del Mediterraneo, e quindi, all’incontro di popoli e di civiltà. La civiltà arabo-islamica è il grande contenitore in cui nel Medioevo è confluita e rielaborata la civiltà greco-romana, che è merito di quei popoli aver preservato, rielaborato e consegnato all’Occidente. Per Francesco Gabrieli, uno dei grandi studiosi europei sia del mondo classico che del mondo arabo-islamico, l’Occidente e l’Oriente sono parte integrante della più generale storia degli uomini. E la linea di continuità espressa dal celebre motto “Oriente e Occidente non vanno separati” di Goethe, il poeta tedesco da Gabrieli molto amato. Il vero scontro non è uno scontro di civiltà, ma è lo scontro sulle politiche economiche, sugli equilibri di potere per il controllo delle risorse, delle materie prime (il petrolio, l’acqua, gli snodi di comunicazione come i porti). È una guerra le cui motivazioni nulla hanno a che fare con lo scontro di civiltà, sbandierato ad arte per avere consensi e uomini da mandare a morire. La scuola è l’istituzione deputata ad essere portatrice di umanesimo, l’avamposto di una resistenza di un tentativo di disumanizzazione, di espropriazione della nostra stessa natura di uomini tra gli uomini, il luogo in cui i nostri giovani potranno costruire e maturare la consapevolezza dell’appartenenza alla medesima comunità terrestre. È il valore fondante di una società planetaria, nella quale tutti possano ritrovare il senso dell’esistenza e della propria presenza nel mondo. Questo è, a mio parere, lo scenario in cui si deve sviluppare un incontro e, se necessario, anche uno scontro intergenerazionale. Questa è la sfida per costruire una scuola da grandi, come recita il titolo di questo nostro incontro. Una sfida che deve vedere insieme genitori, docenti, studenti, tendere verso un obiettivo valido in ogni tempo e in ogni luogo. Condividere il sogno di Teilhard de Chardin, che auspicava che il più grande avvenimento del futuro sarà la nascita di una coscienza umanitaria collettiva, un’opera umana da compiere, una metamorfosi nella prospettiva di un umanesimo planetario, capace di concepire la complessità umana e, quindi, di vivere in pace. Un sogno, forse, ma l’unica prospettiva a cui possiamo tendere. Grazie.

SUSANNA MANTOVANI:
Ho chiesto a Giorgio Vittadini, quando mi ha a sua volta chiesto di partecipare a questo incontro, su che cosa voleva che intervenissi. Mi ha risposto nel modo consueto che gli conoscete, piuttosto sintetico, dicendo: “Educare i giovani alla ragione e alla libertà”. E diciamo poco, pochi minuti, e dopo quello che abbiamo ascoltato, non è cosa da poco. E, devo dire che quello che ho ascoltato, naturalmente, m’ha fatto riempire di appunti, e renderà quindi più confusi alcuni pensieri che vorrei condividere con voi e che saranno forse meno entusiasmanti, anche meno appassionati, ma sicuramente in sintonia con quello che ho sentito. Io credo che oggi sia inevitabile. Ecco, io prima di tutto vorrei dire che io ritengo che la scuola su cui ragiono e su cui vorrei ragionare qualche momento con voi – penso soprattutto alla scuola negli ultimi anni della scuola, la scuola dei giovani che poi affrontano la vita e su cui io rifletto attraverso gli studenti universitari, a cui spesso chiedo di ritornare, in particolare nel corso che conduco con i futuri antropologi alle loro esperienze scolastiche – abbia una funzione di incontro, di confronto e anche di riequilibrio delle esperienze parzialmente, delle esperienze che i giovani, i ragazzi e le ragazze fanno nella loro vita fuori dalla scuola, che prende così tanto tempo, è anche in qualche modo una palestra per apprendere, per acquisire alcuni strumenti essenziali per la lettura degli ambienti e dei contesti complessi in cui viviamo, ambienti di apprendimento – non mi dilungo – in senso lato, contesti di vita, contesti culturali. Quindi è in quest’ottica, in una delle ottiche possibili, che oggi penso alle funzioni che a me appaiono più urgenti da sottolineare nelle tante funzioni della scuola. Ed è oggi inevitabile non confrontarsi con l’idea – e se ne parla, se ne parla in questi giorni – di una scuola più breve complessivamente, ma anche con la proposta di una non solo alternanza scuola-lavoro, ma di una internazionalizzazione di esperienze già negli anni nei momenti della scuola. Non è questo lo scopo di questo incontro nel momento per riflettere su questi temi, ma, in qualche misura, questi temi che emergono (meno tempo scolastico e anche altre esperienze internazionali, oltre che interculturali nel mondo che viviamo, nel mondo della scuola) possono essere un retropensiero che aggiunge complessità a quello che vorrei dire. Perché riguardi il tempo che noi abbiamo con i ragazzi, che i ragazzi hanno con noi, il tempo della vita e il tempo della scuola. Io voglio credere, spero, che i ragazzi e le ragazze che arrivano alla scuola – in particolare penso alla scuola superiore – abbiano già avuto molte opportunità di riflettere, di ragionare, di discutere, di conversare nella scuola, non solo fuori e non solo tra loro, sulle esperienze di altri e sulle proprie, sulle esperienze che hanno incontrato anche nella storia, nella letteratura. Me lo sono segnato dopo, lo dico adesso, questa suggestione dell’immedesimazione, ma anche nelle scienze, nella mela di Newton, che è stata evocata – mi dicono – da Giorgio nei giorni scorsi, ma anche nella esperienza dell’approfondimento delle domande che pongono tutte le discipline e tutte le scienze. E spero che abbiano compreso come tra crescere ed essere liberi l’esperienza debba diventare occasione di analisi, di pensiero, di studio rigoroso – cioè è un punto di partenza – e di confronto, e quindi, uno strumento richiede strumenti che devono essere affinati e padroneggiati per diventare feconda, per spingere ad approfondirla, confrontarsi è un livello più alto. Ma quello che chiamiamo – qualche volta un po’ con leggerezza, una parola di cui si abusa – il pensiero, conquistare il pensiero critico. Credo che questo elemento sia molto importante, perché l’esperienza, quando noi la analizziamo e cerchiamo di comunicarla e di metterla in comune e di confrontarsi con altri, diventa pensiero. E quindi si trasforma, ne resta tutta l’esperienza, la pregnanza iniziale, ma in qualche modo si trasforma. E allora la domanda è: sono esperienza tutti – scusatemi, una domanda, se volete, provocatoria – i piccoli eventi quotidiani che tanti giovani, ma anche tanti adulti mettono costantemente sui social? Forse no, non credo che siano esperienze, sono deformazioni di esperienze. Quindi intendo come esperienza qualche cosa che è sufficientemente importante da richiedere il pensiero e quindi da essere condiviso, approfondito con se stessi e condiviso con gli altri. E quindi spero che i giovani che vivono la scuola non abbiano perso l’intensità delle esperienze rilevanti. La passione, la curiosità che ne derivano e che nei piccolissimi, che sono quelli che io studio direttamente, sugli altri o leggo degli universitari, e poi troppo spesso sembrano estinguersi, non degli studenti di cui abbiamo sentito parlare – grazie al Cielo – ma che in molti sembrano estinguersi o che anche molti studenti universitari a volte ci ricordano con nostalgia. Siamo allenati ad approfondirla attraverso l’analisi insieme, perché questo credo sia la condizione per sviluppare la ragione e quindi la libertà. Ecco, spero che abbiano incontrato degli adulti maestri che gli hanno guidati sempre e negli ultimi anni di scuola in questo percorso, e questo è un elemento cruciale. E come si fa? “In modo che, come diceva chi mi ha preceduto, le cose adesso stiano insieme”. Spero di averla citata giustamente rispetto a quello che ha detto. Allora possiamo forse illuderci che le discipline e lo studio intenso e sistematico della matematica e della filosofia, che è stata la mia disciplina originaria, della storia e delle scienze, della musica, dell’arte, dei classici, ci diano dei modelli e degli strumenti per ragionare o quantomeno l’esperienza del tempo e dello sforzo necessario per appropriarsi di concetti e temi complessi e dunque per ragionare. È importante, a mio avviso, oggi non basta, proprio per la funzione di complementarietà che deve avere la scuola. Ragionare e riflettere richiedono tempo, un tempo non frammentato, un tempo protetto, una fatica buona come quella che si ha quando si cammina e ci si sforza per andare in montagna, ma concentrata e allenata per non perdersi, non confondersi e quindi rischiare di non andare in profondità. Credo che il tempo per quest’analisi e per questo confronto, sia una funzione oggi, un’urgenza assoluta della scuola. E allora l’incontro con le discipline e con i contenuti che scegliamo come docenti all’interno delle discipline per essere proposti ai ragazzi e alle ragazze devono essere scelti prioritariamente perché sono occasioni per ragionare, ma anche occasioni per riflettere, meta-riflettere confrontarsi su come ragioniamo, dove il pensiero fila, dove inciampa e come rimetterlo in cammino. Questo può esser fatto solo col confronto, con la conversazione, scusatemi se torno su questa parola, non molto usata quando parliamo di metodo ecc. C’è anche un bellissimo libro, uscito di recente, un po’ apocalittico di Sherry Turkle sulla conversazione necessaria. Ma ci sono anche altre immagini che ci vengono alla mente: penso ai colleghi che insegnano arte, alle sacre conversazioni così come vengono rappresentate. Non è così facile conversare su argomenti per arrivare anche a discuterne in modo animato ma non animoso, utilizzando, ascoltandosi, ragionando in modo articolato. Ecco, credo che uno spazio, un tempo, una riflessione prioritaria su come parlare insieme (non solo a due, non tra chi sa e ci non sa, non solo tra studenti ma insieme) di quello che studiamo e di come ragionare su questo, sia oggi una priorità della scuola, perché questa esperienza fuori dalla scuola per il mondo in cui viviamo, per l’influenza di altri strumenti che riempiono le nostre vite, è sempre più rara ed è, a mio avviso, necessaria. Troviamo il tempo per farlo nella scuola? In classe? Forse in alcune delle classi di cui si è sentito parlare sì, ma non spesso. Sappiamo guidare conversazioni e confronti e discussioni che dipanino la ragione? Facendo pensare, ascoltare liberi, animati ma in pace. Uso questo termine, animato, perché è molto interculturale. Ho avuto occasione di osservare per le mie ricerche dei filmati in cui dei bambini di scuola primaria in Cina discutono, discutono in modo molto animato. Nel progetto internazionale in cui sono stata coinvolta, in un gruppo italiano e con gruppi di altri paesi, noi italiani veniamo visti come dei conversatori molto animati, addirittura animosi. L’animazione, il tratto culturale del modo di discutere e di conversare, può essere scambiato per animosità. Quindi come possiamo passare da un modo di parlare insieme ascoltandoci a una discussione che non sia (permettetemi, io non sono una latinista) semplicemente scutio, scuoto qualcosa, ma che sia una bella metafora? Si è parlato di quello che ha detto papa Francesco sulle metafore, di cui mi ha parlato un collega sinologo, come in cinese, mi dice, la traduzione più vicina al termine “discussione” sia “accendere un fuoco tra due o più persone”. Il fuoco scalda, il fuoco è conviviale, il fuoco può accendere, accendere e poi bruciare, ma credo che l’immagine sia quella di una conversazione focosa, animata, ma non necessariamente aggressiva, animosa. Animata ma non animosa. Credo che una esperienza di discussione e conversazione sui temi della conoscenza e sulle proprie esperienze, dove si confrontano i temi della conoscenza, da parte dei ragazzi nella scuola con qualcuno che guida la conversazione, non nella modalità di tripletta scolastica (domanda, risposta, valutazione), dei momenti per discutere di quello che impariamo e studiamo, siano necessari. E’ una bella sfida perché il tempo della scuola in qualche modo si riduce. Questo vuol dire fare altre scelte, lasciar fuori altre cose, fidarsi, che se facciamo questo alcune cose poi i ragazzi possono discuterle ma anche studiarle da soli. Questo è un punto in qualche modo che mi… Fare di più della scuola un luogo di incontro intenzionale in cui questi momenti di comunicazione insieme siano non casuali ma intenzionali. E’ banale dirlo, fare un luogo di incontro, ed è ancora più banale dirlo al Meeting, ma mi sembra che questa comunione anche di parole sia abbastanza importante. Cito qualche cosa, l’ho già citata altre volte. Un giovane di una ricerca condotta qualche anno fa su studenti universitari che ripensavano la scuola, una volta ha detto questa cosa: “la scuola italiana propone dei contenuti bellissimi, ho tradotto tanto e mi piaceva. Ho tradotto Seneca, ma nessuno mi ha mai chiesto che cosa ne pensavo del suo pensiero”. Questa mi sembra una frase, tra i tanti esempi che voi avete citato, emblematica. L’ho tradotto, mi interessava, abbiamo corretto la traduzione, non abbiamo mai discusso di cosa pensavamo di quel pensiero. Non credo che chi ha parlato qui faccia così, ma credo che molto spesso è avvenuto anche nella mia esperienza molto lontana o in quella dei miei figli avviene. Un bambino di cinque anni, che sono quelli che io frequento di più, ha invece detto un’altra cosa, se volete più semplice ma parlando in una conversazione con i bambini e con i compagni. “Come si fa a sapere che si sa?”, diceva la conversazione da cui è venuta fuori una domanda: “ma il gatto sa di essere gatto?”. Bella domanda filosofica. E un’altra bambina ha detto. “per sapere le cose bisogna parlare, se non le parli non lo sai”. Mi sembra, assieme alla filosofica domanda su se il gatto lo sa di essere gatto, un pensiero su cui stare. Allora, conversare, ragionare insieme, implica due o più menti che si incontrano, ascolto reciproco. Ascolto è una parola che fa venire l’orticaria: parlo e ascolto in senso tecnico, cioè ascoltare, sentire quello che uno ha detto, pensarci, ricordarlo, cercare di capirlo, eventualmente riproporlo per vedere se ho capito bene. Poi c’è anche la risonanza empatica, ma sto pensando ad un ascolto di primo livello ma molto rigoroso e molto preciso. Cercare di capirlo, riflettere per comprendere, interpretare quello che l’altro o gli altri dicono, e per confrontare la propria precomprensione di quello che l’altro mi ha detto e la mia interpretazione con quello che l’altro intende dire. Chi ha esperienza anche di contesti internazionali e interculturali sa quanto siano fecondi gli equivoci, i misunderstanding, le misinterpretation, le precomprensioni, perché a volte da questo inciampo vengono le comprensioni, ma vengono anche delle altre idee che ci fanno vedere in altro modo quello che abbiamo detto. Quindi, da questo punto di vista anche l’ esperienza, l’esperienza anche con la lingua altra, con i contesti altri, può essere fondamentale e preziosa se condotta con rigore, con calma e con civiltà. Questo, vedo che il tempo va veloce e quindi salto anche alcuni altri aspetti, serve non solo, credo, questo elemento di incontro e di riflessine congiunta, pacata, ragionevole, rigorosa su quello che noi pensiamo, perché ci porta anche, io credo, ad un’altra competenza che io ritengo fondamentale, già evocata da molti direttamente o indirettamente negli interventi che mi hanno preceduto e cioè la capacità dei ragazzi di leggere e di interpretare correttamente (poi di adeguarsi o no, questo è un altro discorso) i contesti. Contesti scolastici e contesti di vita che sono sempre più diversificati e sempre più complessi da decodificare, ma che se non si ha un’esperienza, di fermarsi, osservare, ascoltare, chiedere e cercare di comprendere quello che avviene, questo processo di lettura dei contesti, che è fondamentale per non entrare nel pregiudizio, nel distacco e anche peggio, è un elemento che deriva da delle pratiche comunicative condivise su contenuti ed esperienze importanti che credo siano un compito essenziale della scuola. Quindi ragionare insieme. I tempi sono sempre più compressi, questi tempi di vita. Credo che questo tempo però sia essenziale. Quindi ragionare insieme ascoltando, cercando di capire e così via. Il tempo dell’ascolto e dell’argomentazione che lamentiamo come spesso assente negli scritti e nei ragionamenti dei ragazzi, voi sapete che la letteratura ci dice come i giovani, almeno i giovani americani, siano molto più creativi per quanto riguarda la comunicazione visiva e tutte le arti visive (credo che le ricerche di Gardner da questo punto di vista siano molto interessanti), ma che si sia, almeno nei giovani americani degli ultimi anni, ridotta la capacità argomentativa e creativa nella scrittura o nel parlato. Questi sono elementi su cui credo riflettere e spero non siano un esito anche della nostra scuola, per mantenere i nostri giovani il più possibile multilingui. Quindi, è un esercizio che, potremmo dire, questo della conversazione e questo per la lettura di contesti di intelligenza sociale, che è essenziale e che richiede una riflessione veramente molto importante anche per comprendere contesti diversi. Voglio fare solo un esempio piccolissimo per collegarmi a quello che diceva Monopoli quando parlava della cultura islamica, che prendo da una tesi recentissima di uno studente, precocissimo vincitore di concorso ed insegante in un liceo scientifico di un paesino lombardo, il quale per la sua tesi ha confrontato la modalità di confrontarsi coi testi dei bambini di scuola primaria e di religione islamica nel centro culturale, quindi confrontarsi con un testo per impararlo a memoria senza comprenderlo, e però questo esercizio di sacralità e di memoria, con un altro testo che aveva degli altri difetti, cioè la modalità, come nei testi della scuola veniva presentata ai bambini in maniera da pedagogia del cous cous (come dicono alcuni miei colleghi) la cultura islamica. Cioè due modi tutti insoddisfacenti ma parimenti su ciascuno dei quali è necessario riflettere. Si può essere liberi, io credo, se si ragiona e dunque per farlo bisogna ascoltare, osservare, informarsi sulle regole del contesto, approfondirle per verificare il proprio pensiero. Questo dobbiamo essere in qualche misura capaci di farlo nella scuola. Credo che sia necessario farlo nella scuola in modo che sia anche le esperienze in più, le esperienze internazionali o l’alternanza scuola lavoro che i ragazzi fanno, diventino una esperienza condivisa e non una assenza giustificata. Siamo liberi se rispettiamo la libertà degli altri e per riconoscerla e rispettarla dobbiamo veramente osservarla e confrontarci con la nostra in modo molto rigoroso. E questo ci fa pensare, qualche volta è difficile e anche doloroso perché qualche volta ci fa ripensare e anche cambiare, ma oggi la complessità del mondo ce lo richiede, bisogna trovare il tempo, e qui cito chi mi ha preceduto, perché credo che questo restituisca la speranza e in qualche modo riduca la paura. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Allora, prima di entrare nelle conclusioni chiederei a Luigi Berlinguer se può darci il suo contributo e intanto saluto in sala il sottosegretario Toccafondi.

LUIGI BERLINGUER:
Grazie. Io sono molto felice di essere qui perché ho sentito delle cose molto belle. Prima di tutto molto belle e poi anche molto vere e oserei dire anche molto giuste, cioè condivisibili fino in fondo. Ero venuto sapendo che al centro ci sarebbe stato Giorgio Vittadini, il capitale umano e lo sviluppo. E’ da anni, molti anni, che questo è il suo messaggio. Ma qui siamo andati oltre, c’è stata una ricchezza di esposizione, ci sono stati presidi colti, coltissimi, che hanno parlato. Non i presidi managers, anzi, ottimi managers in quanto colti, perché il preside manager è un leader educativo e non un gestore di un’organizzazione. E questo è apparso chiarissimo. Questo però ci dice intanto un principio che poi Giorgio ha rilanciato con il character skill e che quindi la competenza, l’abilità, la conoscenza per fare skill, ha un valore se non solo investe la competenza tecnica (necessaria eh?), ma investe il character, cioè la personalità, cioè l’atteggiamento, il comportamento e quindi forgia la persona. Intanto in quanto forgia la persona la conoscenza, non c’è dubbio, non se ne può fare a meno, ma in tanto in quanto forgia la persona deputata a svolgere quella funzione. Qui emerge un concetto sul quale noi dobbiamo essere netti, che è in evoluzione. Sono stato a vedere qualche mostra. Ho colto una cosa interessante che non è solo in questa sala, che circola in questo Meeting, e cioè che anche il tema del lavoro non si può più soltanto recitarlo e ossequiarlo in quanto occupazione e quindi condizione di vita dell’essere umano, in quanto occupazione, ma in quanto professione e quindi un lavoro colto in cui l’essere sociale che lavora non solo esprime una capacità di produrre, ma esprime una capacità qualificata di produrre e viene fuori l’essere umano completo che produce, che lavora, che contribuisce alla ricchezza generale collettiva, che fa camminare la società, ma intanto in quanto migliora continuamente le proprie conoscenze e l’applicazione di queste conoscenze anche al lavoro. Per cui è professione il termine che oggi rimpiazza quello generico e solo occupazionale del lavoro come giustizia sociale o aspetto etico esterno alla persona. Cioè in questo momento l’intreccio fra lavoro e quindi essere sociale che dà e restituisce alla società ricchezza e contributo, ma anche che lo fa esaltando la propria capacità. In questo l’education ha acquistato in questi anni, e soprattutto ora, nella società un rilievo non uguale al passato, dove stancamente si ripeteva “certo, senza educazione non c’è sviluppo”, ma era uno slogan poco creduto da coloro che dovevano investire nello sviluppo e quindi nell’educazione. Ma perché oggi la condizione di crescita educativa di una società è una condizione vera perché se ne avvantaggi l’intera società. Ma poi qui ognuno (sono andato a questa mostra, sono qui) al suo lavoro. Ed è uscita con forza una cosa in cui credo perché è anche nel libretto che ho scritto io, quando parlo: una scuola per tutti è per ciascuno, ho voluto sottolineare l’aspetto etico di una cultura per tutti. Quindi non ignoranza, non analfabetismo, non neanche coloro che si perdono, non dispersione, l’etica, ma anche il contributo personale che ciascuno può dare. E’ la natura di personalizzazione del processo educativo, soggettivo e anche oggettivo, che fa saltare l’impianto trasmissivo della attuale scuola che invece è soltanto trasmissiva. Se a questo inserite un altro mio personale pallino, che non ci può essere scuola solo logocentrica, che insegna a fare una equazione o una versione o un tema, ma che deve anche in qualche modo sollecitare la creatività artistica di ciascun essere umano, ancorché non Beethoven e non Picasso. Come ciascun essere umano deve sapere leggere, scrivere e fare di conto, bisogna che impari a far di canto, bisogna cioè che inseriamo nella cultura educativa italiana il fatto che senza la musica non esiste una scuola. Perché uno non è colto perché sa far bene un’equazione e poi non sa niente di quello che il suo stesso essere gli detta come produttore di suoni e di suoni artistici. L’arte sarà quella che farà saltare la vecchia scuola logocentrica trasmissiva e tutta fatta di sole discipline che non comunicano tra di loro ed è questo l’ostacolo a fare una scuola come quella che anche voi avete descritto in questo modo. Senza l’eros, senza il piacere, senza gustare quello che si studia e il fatto che si studia, conservandolo difficile, arduo, pieno e denso di contenuti, ma senza gustarlo non avremo la scuola che noi vogliamo rappresentare, che qui è stata descritta. Io sono perciò molto felice perché ho sentito qui un’aria di ottimismo. Ottimismo perché determinato non rinunciatario ne registratorio, ma ottimismo. Cioè, non si può volere un’altra scuola e dobbiamo volere un’altra scuola, dobbiamo volere la rivoluzione scolastica se non ci crediamo e non crediamo che questo è il solo modo oggi moderno, democratico, per tutti, che però qualifica all’interno dei tutti il singolo che cresce con tutti, la sua persona. Vi ringrazio infinitamente.

GIORGIO VITTADINI:
Mi sembra che questo entusiasmante intervento di Luigi Berlinguer sintetizzi tre fattori che abbiamo imparato oggi. Primo, riprendendo il primo intervento di Francesca Zanelli, lo chiamerei “superare le colonne d’Ercole”. Bisogna entrare nella personalità dei ragazzi, non fermarsi prima agli schemi: c’è da incontrare qualcuno. Quanti non avrebbero voluto avere l’esperienza di quella ragazza a cui hanno detto “finalmente mi guardi”? Mi guardi. Uno deve guardare qualcuno anche se diverso. Questi ragazzi, soggetti invisibili, bisogna entrare perché siamo tutti invisibili, siamo stati tutti invisibili. La parte più vera di noi era invisibile, ognuno di noi ha fatto l’esperienza che diceva Saint-Exupéry, di essere, non solo di vedere, ma di essere un boa dentro un elefante e di essere letto come un cappello e quindi quando ci leggevano come un cappello reagivamo come un cappello, da inerti. Sentivamo dentro un boa e ci vedevamo letti come un cappello. La scuola deve scoprire il boa che è dentro di noi, primo punto. Secondo punto, ma questo non lo si deve fare fuori dalle ore di lezione, come ci ha detto benissimo Anna Frigerio, è dentro la materia, è l’affascinante dentro la materia. Uno dice le cose si mettono insieme perché se no si cede, come certe scuole cattoliche, che sono uguali alle altre poi dopo fuori c’è il fervorino e ci sono i tempi forti in cui si va a messa. A nessuno gliene frega niente però c’è il tempo forte. Il problema è l’ora dentro, è fare emergere da dentro questa questione usando l’immergersi, l’immedesimarsi, l’affascinarsi. Io ho seguito tre mesi fa la lezione di un professore andato in pensione al Sacro Cuore, il professor Cesana, che ha fatto una lezione di due ore sull’Edipo. C’erano ottocento persone ad ascoltarlo, affascinati, perché affascinava più lui facendo l’Edipo re che vedendo una partita di calcio. Anche per i ragazzi era più affascinante. Allora bisogna fare emergere questa diversità dentro l’ora di lezione, con l’immedesimazione e l’implicito, non facendo da comunista metti dopo la roba, da cattolico dopo, da agnostico dopo. No, fai vedere dentro lì e non perché dai la tua ideologia, ma perché fai emergere, alla fine si discute e si aprono tante posizioni ma che sono affascinate dalla materia, dall’ora di lezione. Questo è il fatto. Terzo passaggio, ma la scuola è un’istituzione. Allora arrivo a questa impostazione assolutamente originale di Michele Monopoli e poi della Susanna Mantovani. Un’istituzione che è un luogo di incontro e di dialogo, perché non è il singolo che si somma, ma è della gente che si mette insieme. Se no succede come in quella scuola in cui, mi raccontava una, una scuola pubblica, c’è lei che è responsabile delle ore di integrazione, entra in una classe e c’è un professore che sta facendo scuola, dice: “devo tirare fuori questo ragazzo che…”. E quello: “no! Non si può interrompere un’ora di scuola”. Scusi, ma questo è pakistano, parla solo urdu e capisce solo l’urdu, cioè non capisce niente, se non esce ed entra nella parte di integrazione, lei va avanti tutto l’anno a fare scuola a questo che non capisce. Però ha fatto l’ora di lezione, bel professore. Oh, ragazzi, bisogna mettersi insieme, bisogna ragionare insieme, bisogna avere un soggetto che dialoga! Ma che cosa affascinante l’idea che si debba, come dire, far venire fuori il dialogo. Tutti i dibattiti sulla scuola pubblica, la scuola libera, ideologici, che ci hanno ammorbato per anni, nascono semplicemente perché uno non ascolta l’altro. Ma se io sono comunista e ascolto il cattolico e non so più se sono comunista e se sono cattolico divento un po’ comunista, e se sono agnostico divento un po’ credente, alla fine chi sa cosa sono. Ma meglio, perché devo mettermi in crisi! Guai alle ideologie, è finito quel mondo. Il mondo è il dialogo. A me capita così, che quando sento al Meeting parlare qualcuno poi divento un po’ della sua parte, poi dicono che io sono un materasso. Sì, sono un materasso. Mi piace essere un materasso piuttosto che essere un muro, perché sul materasso si rimbalza, sul muro ci si picchia la testa. Viva i materassi! Quindi ripeto che secondo me la scuola che è stata proposta oggi è questa scuola. Perché ho detto l’esempio della mela? Perché mi è venuto in mente che se io fossi stato al posto di Newton invece di scoprire la legge universale avrei denunciato il contadino per aggressione. Invece uno come costruisce una legge? Sente un esempio e siccome è aperto al dialogo dice: ma forse deve cambiare la legge. Io sto leggendo il bellissimo libro di Bersanelli sulla storia della cosmologia e molte delle grandi scoperte di questo non sono parola di Dio, sono nate guardando la realtà che modificava il pensiero precedente. Io cambio perché vedevo un ombra che non era al suo posto, una stella che appariva e girava. Leggevo ieri sera, i satelliti di Giove che erano prima a est e poi a ovest. Le teorie si cambiano anche guardando gli esempi. La scuola deve essere un cambiamento di teoria: alla fine dell’anno non si capisce più chi è il professore comunista, cattolico o agnostico; c’è stato un ripensamento, perché un uomo intelligente cambia idea e i ragazzi sono contenti. Quindi andiamo avanti in questo mischiare che fa bagnare il naso a chi dice: non avete più l’identità perché non la pensate così. Ma io non voglio avere quell’identità, basta! Voglio essere un apolide e spero di diventare sempre più apolide cambiando le idee degli altri. Quindi andiamo avanti in questa giornata che si può andare avanti a discutere anche alle Piscine Est, nello spazio School4meeting, e andiamo avanti a sostenere il Meeting con il Dona-ora, cioè sosteniamoci con le autodonazioni perché così siamo liberi. Più ci doniamo da soli, più non saremo figli di un altro padrone e oggi è molto importante. Buon lavoro.

Data

23 Agosto 2017

Ora

11:15

Edizione

2017

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria