“UN UOMO COLTO, UN EUROPEO DEI NOSTRI GIORNI, PUÒ CREDERE, CREDERE PROPRIO, ALLA DIVINITÀ DEL FIGLIO DI DIO, GESÙ CRISTO?” - Meeting di Rimini

“UN UOMO COLTO, UN EUROPEO DEI NOSTRI GIORNI, PUÒ CREDERE, CREDERE PROPRIO, ALLA DIVINITÀ DEL FIGLIO DI DIO, GESÙ CRISTO?”

"Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere..."

"Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?"

Partecipano: S. Em. Card. Péter Erdö, Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, Arcivescovo di Esztergom-Budapest e Primate d’Ungheria; S. Em. Metr. Filaret, Metropolita di Minsk e Sluzk, Esarca Patriarcale di tutta la Bielorussia. Introduce Roberto Fontolan, Direttore Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Il nostro caloroso e commosso benvenuto dice tanto dell’attesa per questo incontro, uno dei più significativi di questo Meeting, un incontro che ha per titolo: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”. Una domanda, quella di Dostoevskij, che – semplice, diretta, radicale – evoca tanti pensieri, tante scelte, tante motivazioni, evoca la storia, evoca le idee da cui veniamo, le rivoluzioni culturali della modernità, di questo tempo. Sentendola, ognuno di noi – l’uomo colto, europeo, siamo noi – è spinto a una risposta. Oggi vogliamo farlo insieme a due maestri, due grandi personalità che ci onorano della loro presenza: il Metropolita di Minsk Filaret, e il cardinale di Budapest Péter Erdö.
Metropolita di Minsk, Filaret lo è dal 1978. Nel 1989, al crollo dell’Unione Sovietica, è divenuto Esarca Patriarcale del nuovo Stato della Bielorussia, è il leader della Chiesa ortodossa della Bielorussia, parte autonoma della Ortodossa russa. Una terra dove, negli anni del comunismo, è stato tentato un esperimento di totale sradicamento della fede, più che in tutte quelle altre Regioni dell’impero. Ma questo esperimento non è riuscito e in venti anni la fede, le chiese, la vita cristiana è tornata a rifiorire, a conferma, si diceva prima, delle grande forza dell’Ortodossia. Il Metropolita è anche uno dei co-fondatori di una delle più straordinarie e interessanti esperienze culturali di questo nostro tempo, il Centro “Biblioteca dello Spirito” di Mosca, dove operano tanti nostri amici.
Il cardinale Pèter Erdö, vecchio amico del Meeting, è una delle figure della Chiesa europea dalle quali più vogliamo imparare e dalle quali più riceviamo amicizia. Oggi ha inaugurato qui la mostra su Santo Stefano, Re di Ungheria, mostra che speriamo di portare a Roma nei prossimi mesi. E’ Cardinale di Budapest, come molti sanno, ed è dal 2006 Presidente della CCE che è il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee. Un ruolo delicato e gravosissimo, in questo nostro continente, sia per tutto ciò che riguarda la vita, la mentalità, l’oggi di questa Europa, sia per quanto riguarda tutti i rapporti con le Chiese e le religioni, con la Chiesa ortodossa e con le Chiese protestanti.
Partecipiamo oggi a uno degli incontri più attesi, un incontro che segna un punto veramente storico e importante in tutta la vicenda del Meeting, di questi trent’anni: per la prima volta, accogliamo un Metropolita della Chiesa ortodossa e per la prima volta il Meeting mette vicino due figure di primissimo piano del Cattolicesimo e della Ortodossia, nella tensione all’unità che è il vero significato della parola ecumenismo. Nell’affrontare la domanda di oggi, la domanda di Dostoevskij, che ci riguarda così da vicino, abbiamo bisogno infatti di un unico respiro, di arricchirci l’un l’altro e di sentire la stessa energia e volontà di lavorare assieme. L’importanza del vederci qui oggi, sospinti dal tema del Meeting e dal titolo del nostro incontro, sta ad indicare la necessità di un annuncio, di un linguaggio, di un’azione da parte della Chiesa tutta. L’importanza è pastorale, è missionaria: non si ragionerà di dogmi, ma dell’origine e delle ragioni di una esperienza cristiana valida nell’oggi per ciascuno di noi. E ora vi chiedo di ascoltare assieme l’intervento del Metropolita Filaret, che vorrei accogliessimo ancora una volta, in questo evento del Meeting. Grazie per la sua presenza qui.

S. EM. METR. FILARET:
Eminenza Reverendissima, signor Cardinale Péter Erdö, stimati partecipanti e organizzatori di questo forum cristiano europeo, carissimi fratelli e sorelle, quest’anno il Signore ci ha riuniti qui insieme a Rimini, affinché il nostro sguardo interiore possa scrutare nel profondo dei nostri cuori. Non nei cuori di quanti sono vissuti prima di noi, o di coloro che si trovano accanto a noi. No, la sacra verità, l’uomo è in grado di trovarla solo nel proprio cuore.
Questa verità schiude a ciascuno il mistero futuro: che cosa avverrà del mondo, dell’Europa, della mia patria e, infine, di me in prima persona? E in questo caso non si tratta semplicemente di forme che possono assumere le sventure o, al contrario, la prosperità. Nella profondità del cuore, tutti gli interrogativi sono portati fino all’estremo, e il futuro viene determinato in forma categorica: si tratta della salvezza o della rovina, della morte.
Coscienza come seme della salvezza.
Secondo la parola del Signore nostro Gesù Cristo, proprio dal cuore attraverso la bocca esce tutto ciò che contamina l’uomo: pensieri malvagi, menzogne e parole cattive (cfr. Mt 15,18-19). Ma nel contempo il cuore dell’uomo è anche l’organo della sua comunione con il Creatore nel linguaggio della coscienza. Lo stesso «alito vitale», che Dio «soffia» nella persona umana rendendola un’«anima vivente» (Gen 2,7), è la coscienza, la nostra conoscenza ontologica della legge divina della vita. Non è la «legge morale interiore» che colmava di sacro tremore l’anima di Emmanuel Kant. La coscienza è qualcosa di molto più profondo, una caratteristica della natura umana che non è suscettibile di indagine.
Una persona che tenda alla luce può esserne maturata e accresciuta fino alle vette della santità, mentre un’altra persona, che si lasci andare sotto il peso di vizi e passioni, può soffocare la propria coscienza e disinteressarsi di ogni legge morale. Ma la coscienza è immortale, come l’anima: in un battibaleno può accendersi nel cuore del peccatore più indurito, e condurlo in un istante a un tale vertice di pentimento, che magari un giusto raggiunge a fatica nel corso di tutta la vita…
Il cuore come campo di battaglia.
Sulla metafisica del cuore umano, sono stati scritti volumi e volumi di opere teologiche e filosofiche; nei libri della Bibbia è Dio stesso a parlare dei suoi misteri, e l’uomo li medita. E anche noi ci siamo riuniti qui, ora, per riflettere sul contenuto dei nostri cuori. Io vedo un significato profondo e molto simbolico nel fatto che i temi centrali del Meeting di Rimini siano stati formulati sotto l’influsso del genio creativo dello scrittore russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij. E più precisamente, sotto l’influsso delle rivelazioni fondamentali della sua coscienza, della sua fede cristiana e della sua natura ortodossa. Non dubito che tutti voi conosciate bene il pensiero di Dostoevskij sul cuore come campo di battaglia. Il mondo ortodosso russo e gli ambienti del pensiero amano molto questa affermazione dello scrittore. Ma io mi permetto di ricordare il contesto in cui, nel romanzo I fratelli Karamazov, nasce questo aforisma, posto dall’autore sulle labbra di uno dei personaggi centrali: «La bellezza è una cosa terribile, spaventosa!.. Qui le rive divergono, qui tutte le contraddizioni vivono insieme… Ciò che alla mente può apparire ignominia, al cuore sembra pura bellezza… Ciò che fa paura è che la bellezza non sia soltanto spaventosa ma anche misteriosa. Qui il diavolo combatte con Dio, e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo» (Parte 1, Libro 3).
Qui il protagonista del racconto osserva con orrore che la bellezza è un concetto indefinibile, e che ciò che per uno è bellissimo, per l’altro può essere rivoltante. E viceversa. E non stiamo affatto parlando di categorie estetiche, bensì morali, e oggetto del discorso è la bellezza dell’essere umano.
Se cerchiamo di estendere questo pensiero alla nostra vita quotidiana e agli avvenimenti del mondo, vedremo come sia perfetta e universale la formula di Dostoevskij sul cuore dell’uomo come campo di battaglia fra il diavolo e Dio. Nelle contraddizioni familiari e nei conflitti internazionali, nella lotta tra le forze che si sforzano di mantenere l’ordine e quanti infrangono le norme della convivenza civile, nei contrasti etnici e nazionali, nei processi di formazione e sviluppo dei sistemi democratici in Europa e nel mondo, noi vediamo che ovunque, come dice Dostoevskij, le «rive divergono» e «tutte le contraddizioni vivono insieme».
Restare con Cristo.
Mi sembra che Dostoevskij sia uno degli scrittori più amati e noti del mondo, proprio perché attraverso ogni suo soggetto e per bocca di ogni suo personaggio, egli parla ai lettori della coscienza. In tutta la vita, e non teoricamente bensì nella pratica quotidiana, ha vissuto intensamente le tre leggi fondamentali della logica dialettica.
Proprio per questo, come nessun altro nella storia della letteratura universale, ha potuto chiarire nella lingua del quotidiano: in primo luogo, che cosa siano l’unità e la lotta degli opposti nell’anima dell’uomo; in secondo luogo, come cambi il destino umano a seconda del passaggio dai mutamenti qualitativi a quelli quantitativi nella sua anima; in terzo luogo, che significato per la formazione della persona possa avere il rifiuto e perché nelle sorti storiche degli individui e dei popoli spesso meno per meno dia più.
Ma in questo caso, abbiamo il diritto di chiederci dove lui stesso abbia trovato il criterio autentico di valutazione della bellezza e della deformità della vita umana. In chi ha visto l’ideale perfetto, seguendo il quale il mondo può risorgere? In che cosa, infine, consiste quella bellezza che salverà il mondo, come credeva fermamente Dostoevskij?
Intorno al 20 febbraio 1854, quando aveva appena finito di scontare la condanna ai lavori forzati, Dostoevskij scrive in una lettera il suo più prezioso riconoscimento: «Mi sono forgiato un simbolo di fede, per me chiaro e sacro. Questo simbolo è semplicissimo, eccolo qui: credere che non vi sia nulla di più bello, profondo, simpatico, ragionevole, solido e perfetto di Cristo, e non solo non esiste, ma… non può esistere. A tal punto, che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità, ed effettivamente fosse così, cioè la verità fosse fuori di Cristo, io proferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».
Coscienza come filo conduttore della storia.
Cari fratelli e sorelle, noi stiamo parlando di coscienza, e quindi dobbiamo essere onesti gli uni nei confronti degli altri, e insieme di fronte al mondo circostante. La storia dei cristiani è una storia di uomini, è anche la nostra storia, con i nostri slanci di bene e cadute, con le nostre lacrime, sudore e sangue, con le nostre contraddizioni e paradossi. Ahimè, purtroppo la nostra coscienza cristiana testimonia a volte contro di noi, poiché non esiste uomo che non abbia peccato.
Così pure, anche la Chiesa in Occidente e la Chiesa in Oriente attestano una propria verità, nella loro disputa storica. Delle nostre falsità interiori noi preferiamo parlare sottovoce e in una cerchia ristretta. L’atteggiamento diplomatico che cattolici e ortodossi assumono tra loro non di rado serve semplicemente a sottacere contraddizioni che gridano al Cielo chiedendo una soluzione, ma non trovano, a causa di questo, soluzione sulla terra.
Proprio per questo la Persona del Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, Seconda Persona della Santa Trinità è l’ideale indiscutibile, il criterio perfetto, la bellezza incorruttibile che è al di sopra di tutti, in tutto e per tutti.
In Cristo Salvatore non c’è divisione interiore, l’integrità della Sua Persona è perfetta, e proprio per questo Lui, e Lui solo è l’unico Figlio dell’Uomo, che a pieno diritto e a ragione ha detto di Sé: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
L’eterno interrogativo della possibilità di credere.
Si potrebbe parlare a lungo e in maniera convincente, di come e perché ogni cristiano debba aspirare a conformarsi al Figlio di Dio e cercare, come dice san Paolo, di «spogliarsi del vecchio uomo, che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici» (Ef 4,22). E ogni parola di questa esortazione sarebbe pura verità. Ma esiste una circostanza, che può vanificare tutti gli sforzi di chi pronuncia queste parole. E cioè, egli potrebbe sentirsi ribattere: «Medico, cura te stesso!».
Ho l’ardire di supporre che l’assenza di un esempio personale di vita nella fede, la carenza di esperienza personale di una cordiale sequela dei precetti evangelici non costituisce soltanto una profonda tragedia personale per il cristiano, ma diventa anche il mezzo più distruttivo nella battaglia ingaggiata dall’inferno contro la Chiesa terrena.
A mio avviso, proprio su questa contraddizione si fonda il problema formulato da Dostoevskij nei taccuini del romanzo I demoni, in relazione alla figura di Stavrogin: «La fede si riduce a questo problema angoscioso: un colto, un europeo del nostro tempo può credere, credere proprio alla divinità del figlio di Dio Gesù Cristo?».
Ridurre questo interrogativo a una correlazione dialettica tra fede e sapere, tra fede cristiana e cultura laica significherebbe sminuire notevolmente il problema. Qui si sta parlando del pensiero dell’uomo europeo, dell’intima coscienza religiosa degli abitanti del Vecchio Continente. È interessante notare che Dostoevskij pone questo interrogativo all’inizio degli anni Settanta del XIX secolo, ma esso si era già maturato in precedenza, perlomeno nei due secoli precedenti, il XVII e il XVIII.
Ed ora, alla fine del primo decennio del XXI secolo, lo stiamo rimettendo di nuovo all’ordine del giorno. In tutto questo tempo, l’Europa è completamente cambiata, l’uomo europeo è cambiato fino ad essere irriconoscibile, eppure l’interrogativo è sempre lo stesso. Perché?
Perché i dubbi sono inscindibili dalla fede. Ma superare i dubbi e radicarsi nella fede è possibile soltanto attraverso il lavoro di una coscienza viva, che non taccia, ma bruci la menzogna che insidia il cuore e smascheri il peccato che assedia l’anima. Se si mette a tacere la coscienza (e lo si può fare, i mezzi sono tanti!), di conseguenza, nasce il desiderio di sbarazzarsi della fede come di un ostacolo che impedisce di «corrompersi seguendo le passioni ingannatrici».
Proprio questo avviene in coloro che cercano di opporre la cosiddetta «civiltà» ai valori cristiani tradizionali.
Del resto, la concezione contemporanea di civiltà politically correct comprende inaspettatamente anche costumi realmente barbari e basse inclinazioni, a considerarli dal punto di vista del buon senso e di un’elementare onestà umana.
«Credo, Signore! Vieni in aiuto alla mia incredulità»
La situazione dell’odierna coscienza europea, a mio avviso, trova un punto di paragone nella storia della guarigione del ragazzo sordomuto indemoniato, operata dal Signore Gesù Cristo, e che ci viene narrata dall’apostolo ed evangelista Marco nel cap. 9 (Mc 9,14;29). Gli scribi e i discepoli di Cristo discutevano sul perché nessuno di essi era in grado di cacciare lo spirito maligno che dall’infanzia tormentava il ragazzo, gettandolo a terra, facendolo schiumare, digrignare i denti e irrigidirsi, con il diavolo che lo gettava nel fuoco o nell’acqua per farlo perire.
Parlando con il padre, che lo prega di guarire il fanciullo, Gesù gli dice: «Ogni cosa è possibile per chi crede». E l’altro gli risponde tra le lacrime: «Credo, Signore! Vieni in aiuto alla mia incredulità». Gesù sgrida lo spirito impuro, e quello lascia il fanciullo. E ai Suoi discepoli, il Signore spiega così la loro incapacità di riportare la vittoria sullo spirito. «Questa specie di spiriti – dice – non si può far uscire in altro modo che con la preghiera e il digiuno».
In questo momento, non mi propongo lo scopo di fare un’apologia del digiuno e della preghiera, tanto più che per la Chiesa ortodossa russa è una questione fuor di dubbio. Ora mi sembra importante concentrare l’attenzione sulle parole-chiave di questa storia: «Ogni cosa è possibile per chi crede», e: «Credo, Signore! Vieni in aiuto alla mia incredulità».
Questo appello di Dio all’uomo e questa risposta dell’uomo a Dio rappresentano il modello universale di rapporto con Dio. Tenendo conto di tutto quello che abbiamo detto ora, possiamo vedere in questo modello la possibilità di superare, con l’aiuto di Dio, il dubbio, questo eterno compagno di una fede ardente e di una coscienza acuta.
L’uomo civile di oggi è un essere molto ingenuo. La sua infantile sicurezza di sé nella perfezione del sapere acquisito, la sua credulità adolescenziale nei confronti degli stereotipi di massa di pensiero e di comportamento sarebbero innocui se di essi non si avvalesse lo spirito impuro, se non li incoraggiasse nel desiderio di far perire l’uomo. E il problema non è neppure se l’uomo civile si renda conto di tutto ciò: verrà il momento in cui capirà tutto e subito. Per noi, cristiani d’Europa, è importante che almeno qualcuno di noi sia in grado di implorare Dio per la guarigione di questo fanciullo malato.
È importante che noi abbiamo forze e coraggio a sufficienza per credere e domandare al Signore! Domandare che aiuti la nostra incredulità nella possibilità che il bene ha di trionfare anche nel peccatore più incallito, che aiuti il nostro dubbio nella giustizia del destino che Dio ci ha preparato, aiuti la nostra coscienza che cova sotto le braci a divampare con ardore e a sciogliere la nostra tiepidezza, timidezza e ambiguità.
E infine, a domandare che il Signore aiuti la nostra fede nel fatto che tutto è possibile per chi crede! Che non a parole, ma nei fatti noi sappiamo confermare l’asserzione di Dante Alighieri, secondo cui i lineamenti del volto umano sono comunque in grado di sintetizzarsi nelle lettere di due parole: Homo Dei – Uomo di Dio.
E allora saremo in grado con cognizione di spiegare al mondo che torna alla ragione, il significato delle parole rivolte a Dio da sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non trova riposo in Te».
Per questo, consentitemi alla fine di augurare a tutti noi e a ciascuno di noi, che nelle nostre parole, opere e pensieri quotidiani prevalga sempre ciò di cui parla il santo apostolo Pietro, e cioè «quello che è intimo e nascosto nel cuore, la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore» (1 Pt 3,4). Amen

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie, Eminenza, per la profondità e la bellezza di questo discorso, e per me, che ero qui vicino, anche per la musicalità che viene da questa lingua, da questo torrente che ti trascina, con tutte queste emozioni. Questo impeto di bellezza non significa che non sia desideroso, insieme a tutti voi, di ascoltare in italiano l’Eminenza Cardinale Erdö.

S. EM. CARD. PÉTER ERDÖ:
Stimatissima e carissima Eminenza Filaret, cari amici, prima di parlare della divinità di Gesù Cristo, bisogna domandare se gli intellettuali europei, nostri contemporanei, abbiano grande difficoltà, o piuttosto una speciale facilità nel credere all’esistenza di Dio. E qui sembra delinearsi già un quadro contraddittorio:
a) La fede religiosa come atteggiamento umano, sicuramente non è giustificabile per un atteggiamento ateo piatto, per esempio per il famoso materialismo storico e dialettico del marxismo tradizionale. Ma negli anni dei miei studi, l’ateismo ufficiale è stato spiegato attraverso il concetto di materia. E già in questo punto, persino l’ideologia ufficiale era costretta a prendere distanza dalle “visioni volgari” come quella che diceva: ciò che non vediamo, non esiste. Dopo il primo viaggio nel cosmo di Jurij Gagarin, si diceva scherzosamente che egli è stato “lì sopra”, ma non ha incontrato Dio. Certamente gli ideologi sapevano che la visibilità per i nostri occhi non è l’unico criterio di vera esistenza, neppure nel mondo degli esseri “materiali”. Ma allora, quale è il criterio? La risposta ideologica è stata poi più o meno un sofisma. Si diceva infatti, che “materia è tutto ciò che realmente esiste”. Se questo ragionamento apparentemente logico, ma in realtà capzioso, fosse stato vero, tutti saremmo materialisti in quanto non neghiamo l’esistenza di tutte le cose. Altri ancora, o gli stessi ideologi, hanno ammesso – e ciò sembrava già un tratto hegeliano – che lo spirito sì che può esistere, ma esiste solo in modo secondario come prodotto della materia, e non viceversa.
b) Tale visione, tale atteggiamento però oggi non sembra più attraente per la grande maggioranza degli intellettuali del nostro continente. Alcuni sono stanchi e non fiduciosi nella filosofia come tale. E così sono inclini ad un certo – chiamiamolo così! – agnosticismo volgare che direbbe: cose così sottili e sofisticate come la nozione della materia e dello spirito, o persino quella della totalità dell’universo, malgrado le conoscenze scientifiche, o proprio per il progresso scientifico, non sono riconoscibili per il pensiero umano. Quindi, non vale la pena passare troppo tempo con tali ragionamenti.
c) Bisogna riconoscere che il concetto di materia è diventato sempre più incerto. Dicono che tra la materia e l’energia non c’è una netta differenza, ma ci sono delle trasformazioni dinamiche tra questi due modi d’esistenza. Anche la ricerca nucleare rende sempre più difficile immaginarci la materia. Proprio l’atomo non è atomo, cioè non è indivisibile, non è un’unità fissa con estensione misurabile, ecc. Si parla recentemente anche di energia oscura, e di antimateria, per spiegare certi fenomeni già osservati a livello astronomico. Tutto ciò non sembra tanto negativo per la fede religiosa, o per la prontezza a credere in altre più magnifiche dimensioni della realtà. Anche la ricerca sul cervello, sulle funzioni psicologiche, sui fenomeni non ancora spiegati dello spirito umano o delle dimensioni della capacità dell’essere umano nel comunicare o sentire, malgrado grandi distanze, trascendendo anche il momento della morte – ma poi qual è concretamente il momento della morte?!
Nel mondo degli intellettuali osserviamo quindi a una certa sensibilità verso l’aldilà, verso l’esistenza del mondo spirituale. Ma se la nozione di materia non è chiara, non può neanche esserlo il concetto di spirito. E soprattutto: come possiamo tracciare il confine tra il mondo materiale e quello spirituale? E ancora: come possiamo distinguere questo mondo che noi, cristiani, possiamo chiamare anche mondo creato, dalla realtà di Dio stesso, dalla trascendenza? È grande, quindi, la tentazione del panteismo. Diverse forme di un atteggiamento più o meno panteistico sembrano essere di moda.
Da questo sfondo emerge il problema della divinità di Cristo. Non sembra quindi, troppo difficile per alcuni accettare “una certa divinità” di Gesù, ma anche di tutti noi, anche di tutte le cose che esistono. Con emozione, non pochi pensano “alla scintilla divina” nascosta in tutti noi. Per alcuni, non è soltanto una frase storico-poetica che si canta oggi nell’inno dell’Unione Europea, con le parole di Friedrich Schiller: “Freude, schöner Götterfunken” – O gioia, bella scintilla divina. Come spiegare quindi, la differenza essenziale tra Dio creatore e il mondo creato? E’ solo in base a questa distinzione che possiamo formarci un’idea della vera, piena e specifica divinità di Gesù Cristo.
3) Tra gli argomenti addotti nella storia della filosofia per l’esistenza di Dio e per definire la vera nozione di Dio, il concetto di materia non era fondamentale. Già Platone ribadisce che degli dèi e dei divini si può parlare in diversi modi. Ma il compito del filosofo è di spiegare com’è il dio. E la sua risposta è che dio è “il migliore sotto tutti i punti di vista” (Res Publica 381b), e per questo immutabile: “un dio al quale non si potesse attribuire ciò che c’è di meglio in tutte le cose, non meriterebbe il predicato divino; un dio che mutasse, potrebbe mutare soltanto per il peggio” . Cioè, tale visione filosofica non si occupa della nozione della materia e dello spirito, ma tiene presente altre categorie come la bontà e l’immutabilità. La perfezione e l’immutabilità certamente sono connesse fra di loro. È qui che si sente un tratto di trascendenza, perché l’immutabile e il perfetto può essere in qualche modo fondamento delle cose mutabili ed imperfette. Indirettamente, emerge quindi anche la grande domanda sulle basi dell’esistenza. La filosofia prima – o come diciamo oggi – la metafisica di Aristotele si autodefinisce come “il sapere relativo all’origine e alla causa prima di ogni essente e il sapere relativo all’essere in quanto essere e ai suoi attributi più universali. Presa nella sua prima accezione, la filosofia prima è ’teologica’, in quanto si occupa del divino (Metaphysica, 1046a)” .
Molti filosofi, sin dall’antichità, cercavano di esprimere la trascendenza divina: Plotino, Porfirio, Proclo, l’autore cristiano chiamato Dionigi l’Areopagita, ma sotto il suo influsso anche pensatori cristiani medievali e rinascimentali come Nicola Cusano, attraverso una teologia negativa di carattere mistico, consapevole della profonda differenza tra la completezza e fondamentalità dell’esistenza di Dio e il modo limitato dell’esistenza di tutti gli altri esseri. Nel senso mistico o spirituale, tuttavia, bisognava e bisogna poter anche parlare di Lui, pur nella consapevolezza che le nostre parole sono deboli e poco adeguate ad esprimere la pienezza e l’assolutezza della sua realtà. Noialtri, assieme alle nostre lingue e ai nostri concetti, apparteniamo a questo mondo. Anche se il mondo creato rispecchia la faccia del Creatore, anche se l’uomo è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,27), la nostra fede non accetta la preesistenza, o persino la coeternità dell’anima umana con Dio. La nostra anima, infatti, non è una emanazione della sostanza divina, non fa parte di Dio , ma è stata creata da Lui. Incontriamo quindi, sempre di nuovo, l’enorme difficoltà di come parlare dell’unico vero Dio.
4) Questa difficoltà però, si riferisce già al problema di esprimere la nostra esperienza naturale, il nostro ragionamento in base al mondo creato, le nostre conclusioni riguardo al Creatore. Esiste, però, anche un altro aspetto della stessa difficoltà: quello della comunicazione tra l’uomo e Dio. Già creando l’universo, Dio ha espresso qualcosa di sé, ha manifestato la sua volontà. Ma siamo convinti, tutti noi che crediamo nella rivelazione divina, che il Dio personale, consapevole, libero nella sua volontà, abbia cercato il contatto con noi, esseri umani ? È qui che possono cominciare per i nostri contemporanei da una parte le difficoltà, dall’altra parte i tratti più affascinanti della nostra fede in Cristo.
I mass media sono pieni di speculazioni, di visioni poetiche, di ragionamenti più o meno scientifici sull’ipotesi dell’esistenza di altre culture, di altri esseri intellettuali nel cosmo. Come può presentarsi, quale può essere una civiltà extraterrestre? E soprattutto: come possiamo metterci in contatto con questi esseri intelligenti? Oppure: siamo già in contatto con loro? Che cosa potrebbe portarci un tale incontro? Un arricchimento, oppure un grandissimo pericolo? In modo quasi disperato, l’umanità sta mandando dei segnali radiofonici nel cosmo, per cercare il contatto con altri esseri intellettuali. Ma che cosa devono contenere questi messaggi? In quale linguaggio devono essere formulati per essere compresi? I punti interrogativi sono tanti. E parliamo ancora soltanto di possibile contatto tra diverse creature intelligenti all’interno di questo mondo, non parliamo ancora degli angeli, e non parliamo ancora della possibilità di un nostro contatto personale con Dio.
È Lui, incomparabilmente più intelligente di noi, che trova, che deve trovare il modo di entrare in dialogo con noi. Dio può e vuole parlare all’uomo. Ma la possibilità più grande e completa di arrivare a un tale contatto con i nostri sensi e con la nostra ragione, è di parlare a noi in modo umano, presentarsi a noi come vero uomo e vero Dio. Per questo, nel Prologo al Vangelo di san Giovanni si parla del Verbo, della Parola di Dio che esisteva da sempre, che era Dio, e che si è fatto carne, perché quelli che lo accolgono, abbiano “potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Se l’uomo di oggi pone seriamente la questione dell’esistenza di un Dio assoluto, trascendente e personale, deve indagare anche sulla possibilità della comunicazione fra Dio e l’uomo. Da una parte, il dogma cristologico di Calcedonia ha gettato per sempre le basi del ragionamento cristiano sulla persona di Gesù Cristo. Nella definizione del simbolo di fede di Calcedonia, infatti, si dice: “Seguendo i Santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, di anima razionale e di corpo, consustanziale al Padre per la divinità, e consustanziale a noi per l’umanità” . Dall’altra parte, proprio la teologia nella seconda metà del XX secolo ribadisce la ricerca sulla persona di Gesù storico . È stato Benedetto XVI che, nella sua grande sintesi su Gesù di Nazaret, ha dimostrato con forza convincente che il Cristo della fede e il Gesù storico sono la stessa persona e che il motivo della fede in Cristo come Figlio di Dio, come vero uomo e vero Dio, proviene storicamente dal comportamento, dall’insegnamento, in fin dei conti dall’auto comprensione di Gesù stesso. Quindi, non c’è differenza, non c’è scollamento tra il Cristo della fede e il Gesù storico . A livello di ricerche storiche sullo sviluppo dottrinale che ha guidato alla cristallizzazione del dogma di Calcedonia, Alois Grillmeier ha potuto documentare – presentando pure le correnti eterodosse -, l’iter storico tra la Bibbia, attraverso i Padri della Chiesa fino all’epoca dei grandi concili. E quindi, la ricerca sulla storia delle idee cattoliche, ossia ortodosse su Cristo, ci offre lo stesso quadro che l’indagine diretta sulla persona e sull’auto comprensione di Gesù di Nazaret. Forse non è per caso, quindi, che il Grillmeier abbia dedicato, nel 1979, la sua opera proprio a Joseph Ratzinger, allora Arcivescovo di Monaco.
5) Che cosa dice però tutto ciò al “famoso intellettuale europeo di oggi” di cui stiamo parlando? Finora non abbiamo riflettuto sul significato di essere intellettuale, e sulla specificità di un pensatore europeo. L’intellettuale sicuramente non è soltanto una persona provvista di un diploma universitario. Non è l’abito che fa il monaco! E sopratutto oggi, quando circa la metà della gioventù del nostro continente frequenta qualche istituto di studi superiori. Nei paesi comunisti infatti, nel quadro dell’economia pianificata, lo Stato ha determinato il numero dei giovani che potevano essere assunti ai singoli corsi di laurea di ciascuna Università. E questi numeri erano relativamente bassi, perché calcolati in base ai bisogni previsti dell’economia socialista. Quindi, gli esami di ammissione alle Università erano difficili. Molti dei candidati venivano rifiutati. Inoltre, era determinata la percentuale dei giovani da assumere, anche in base alla loro provenienza sociale. Per esempio, una certa percentuale doveva provenire da famiglie operaie, altri da famiglie contadine, pochi da famiglie di intellettuali. Esistevano però anche dei privilegi stabiliti persino nelle leggi, secondo le quali i figli o i nipoti di portatori di certe onorificenze statali o di determinate funzioni dovevano essere comunque assunti da qualsiasi Università. Appartenere al ceto degli intellettuali significava molto fino al 1989. Pure nelle piccole pubblicità matrimoniali dei giornali si cercavano con preferenza partner “con diploma universitario”. Oggi, in una società borghese, non è tanto il diploma che conta, ma piuttosto le condizioni patrimoniali, oltre – naturalmente – alle doti personali. In un senso più profondo, tuttavia, l’intellettuale è una persona che riflette sulle grandi questioni della vita e che conosce diversi settori della cultura, anche oltre i limiti della propria professione. Malgrado l’aumento del numero di persone con formazione universitaria, i veri intellettuali sembrano essere in Europa non più, ma forse meno numerosi, di quanto erano un mezzo secolo fa. Questo dipende naturalmente anche dal calo del livello dei licei, dall’atmosfera instabile sia della formazione sia del mondo del lavoro sia dei valori trasmessi nell’educazione.
E che cosa significa essere europeo per un intellettuale? Se siamo soliti dire che l’Europa non è un concetto puramente geografico o politico, ma piuttosto culturale, allora dobbiamo cercare anche la specificità dell’identità culturale europea. Ed è in questo punto che emerge sicuramente l’eredità giudeo-cristiana, ma anche quella greco-romana con influssi significativi egiziani, persiani, babilonesi. Certo che non mancano neppure le tradizioni dei popoli celtici, germanici, slavi, ugro-finnici, tracce di influssi turchi, arabi, ecc. L’elemento più connesso con la visione del mondo è comunque il Cristianesimo. È vero che in molte parti del continente, in vari ceti della società, la presenza intellettuale cristiana si è indebolita fortemente. Eppure, non c’è altro fondamento comune che fosse tipico del continente. L’ideologia illuminista, da una parte non ha penetrato tutta la società, dall’altra parte essa stessa era pure connessa in qualche modo con l’eredità cristiana. Questo lo vediamo oggi, quando alcune legislazioni cominciano a cercare di staccarsi dal senso classico dei diritti umani e dalla visione di un certo diritto naturale, dando più spazio a elementi soggettivistici. Ma il soggettivismo non è europeo. Esso può presentarsi anche in altri contesti, e non ha, proprio per sua natura, un contenuto tipico, ma è diverso secondo i singoli individui. Così, non può essere base comune positiva di una cultura specifica.
Allora, l’intellettuale europeo di oggi è una persona interessata alle grandi questioni della vita e del mondo, una persona che cerca senso e valori per i singoli e per la società, uno che conosce contenuti notevoli dell’eredità cristiana e greco-romana, e che tiene presente tutto ciò almeno come elementi possibili della risposta alle sue questioni fondamentali.
6) L’intellettuale europeo di oggi può quindi porre la domanda sull’esistenza e sulla nozione di Dio, può trovare una risposta positiva nel riconoscimento della sua esistenza. E una volta riconosciuto Dio come trascendente e assoluto, può e deve riflettere anche sulla possibilità della comunicazione con Dio. E su questo punto, risulta che l’intellettuale europeo non può rifiutare sin dall’inizio l’idea poco immaginabile per la nostra fantasia umana che è proprio la persona di Gesù Cristo, in cui possiamo incontrare Dio nel modo più adatto alle capacità stesse dell’essere umano.
Tutto sommato, l’intellettuale europeo non è necessariamente un credente. Ma non lo è necessariamente nessuno! La fede in Cristo, cioè la pienezza della fede cristiana, infatti, non è la semplice conclusione di un ragionamento umano, ma è un regalo di Dio, è una grazia. Questa grazia però viene offerta da Dio, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio, e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tim 2,4-5). Di questo fatto dobbiamo rendere testimonianza. Di questo dobbiamo essere messaggeri e missionari nella nuova evangelizzazione dell’Europa. In questa convinzione, dobbiamo essere uniti con i nostri fratelli cristiani, perché l’unità possa rinforzare la nostra testimonianza.

ROBERTO FONTOLAN:
Abbiamo imparato molto, oggi, abbiamo imparato moltissimo. Ciascuno di noi, che siamo l’intellettuale, l’uomo colto europeo, ha avuto più chiare le ragioni, le parole, i passi con i quali possiamo rispondere a quella domanda e proseguire il cammino di questa settimana. Il Dio che parla a noi in modo umano, come diceva il Cardinale Erdö, provoca il lavoro di una coscienza viva, come ci ha richiamato il Metropolita Filaret. E perciò, grazie per la passione e la densità con cui ci avete parlato. Grazie a voi, maestri di questo cammino in Europa. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

17:00

Edizione

2010

Luogo

Auditorium B7
Categoria