UN IMPIEGO PER CIASCUNO. OGNUNO AL SUO LAVORO. UNA STRADA PER L’UOMO. - Meeting di Rimini

UN IMPIEGO PER CIASCUNO. OGNUNO AL SUO LAVORO. UNA STRADA PER L’UOMO.

Partecipano: Phillip Blond, Direttore di ResPublica; Ferruccio De Bortoli, Direttore de Il Corriere della Sera; Ettore Gotti Tedeschi, Presidente IOR. Introduce Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

GIORGIO VITTADINI:
Come sapete – ormai è stato ripreso anche da molti giornali commentatori – uno dei punti interessanti di questo Meeting è stata la mostra sulla crisi economica, intitolata “Un impiego per ciascuno. Ognuno al suo lavoro. Una storia per l’uomo”. Prendendo spunto dai ragazzi della Bocconi e della Cattolica di economia, abbiamo voluto rivisitare la crisi economica dando un giudizio. È stata una mostra interessante, molto provocatoria, primo perché se uno perde il lavoro vuole almeno capire perché, cosa è successo. Ma poi abbiamo voluto dare un giudizio, connesso al titolo del Meeting, sul desiderio e in unione con questa mostra abbiamo pensato alcuni incontri economici che avessero come tema quello di illustrare cos’è questo mondo che cambia dopo la crisi.
Abbiamo affrontato l’impatto sul mondo bancario, con incontri con personaggi come Passera, come Mussari, abbiamo discusso sulla vita della finanza con Geronzi, la Marcegaglia, abbiamo sentito ieri da Marchionne il percorso di un grande progetto industriale sull’economia reale.
L’incontro di oggi suona un po’ riassuntivo, perché volevamo anche dirci: ma che concezione nuova porta questa crisi, dove possiamo andare, dove ci colloca, che cambiamenti, sotto il profilo anche teorico complessivo?
Abbiamo pensato di invitare tre personaggi che diano il meglio su questa immagine sintetica, non su particolari aspetti operativi. Il primo, Ettore Gotti Tedeschi, è presidente dello IOR e grande economista, anche sotto il profilo teorico – abbiamo visto su Atlantide, ripreso dal Corriere, poco tempo fa, un suo saggio in preparazione di questo Meeting. Lo ringraziamo per la presenza innanzitutto. Phillip Blond, che abbiamo conosciuto gli anni scorsi, quando lui non era ancora così noto a livello mondiale, perché nella squadra di John Millbank, il grande teologo anglicano con cui siamo diventati amici e che è diventato ormai ospite del Meeting. Negli ultimi anni lui, come dicevo prima non scherzando, è partito da una posizione teologica, filosofica fino alla visione dell’ economia; ha cominciato con lo staff di Cameron e ha scritto parte del programma di Cameron, un programma innovativo sul piano del welfare. Oggi dirige Res Pubblica, che è un think tank inglese che ha grande influenza su questo cambiamento della vita politica inglese, anche come prospettiva per il futuro, cambiamento che dal liberismo va verso temi che possono essere interessanti per gente come noi. Lo ringraziamo per la presenza. Infine Ferruccio De Bortoli, conosciutissimo a tutti perché direttore oggi del Corriere della Sera, direttore del Sole 24 ore, ma molto più che un direttore, un giornalista, un uomo capace con le sue sintesi sulla vita economica, sulla vita sociale, sulla vita politica di orientare positivamente negli ultimi anni la vita civile italiana verso una capacità di pluralismo, tolleranza e progresso che vorremmo fosse diffusa a tutti. È un grande onore per noi averlo spesso ospite in grandi incontri, proprio per il grande contributo che ci fa riflettere. Ringraziamo anche lui per questa presenza tra noi.
Allora darei la parola in ordine: Gotti Tedeschi, Blond, De Bortoli. Interventi di venti minuti, mezz’ora che affronteranno questo tema. La parola a Gotti Tedeschi.

ETTORE GOTTI TEDESCHI:
Tratterò un tema, il più possibile concretamente da economista, che normalmente non viene mai adeguatamente preso in considerazione ed apprezzato, perché si ritiene che abbia la volontà di proporre un argomento di carattere morale. E mentre molti, tranne me, sostengono che tanti strumenti come l’economia debbano avere una loro autonomia morale, se qualcuno parla di morale per l’uomo viene lapidato immediatamente. Sono molti mesi, per non dire qualche anno, che mi sto occupando della crisi economica: me ne sono occupato per dare dei suggerimenti che riguardavano lo sviluppo dell’Enciclica, l’ho approfondita negli ultimi anni, anche se il problema della natalità è un problema che mi è stato sempre caro da molti anni. Per farvi ridere e per non essere troppo pesante, vi faccio un esempio. Io ho lavorato per molti anni in una società di consulenza americana; l’anno in cui me ne andai mi fecero una bellissima festa e il mio capo mi prese come esempio e disse a tutti i colleghi che erano presenti: “Ettore ha lo stesso numero di figli che noi abbiamo di mogli”. In realtà ne avevo solo tre, adesso ne ho cinque.
Io ho tenuto la struttura che mi ha suggerito Vittadini: la concezione dell’economia prima, durante e dopo la crisi economica, cosicché io vi esporrò il prima proponendovi un’idea forte che spieghi come è nata la crisi economica. Cercherò di spiegarvi una mia interpretazione di quello che è successo conseguentemente alla crisi e che viene invece considerata da tutti l’origine della crisi.
Qualsiasi economista, banchiere o uomo politico a cui voi domandaste a cosa è dovuta la crisi economica, vi parlerà della mancanza di regole, dell’avidità dei banchieri, dell’uso improprio degli strumenti finanziari. Io invece vi propongo questa riflessione: perché gli strumenti finanziari sono stati impropriamente usati, perché si è dovuta accelerare progressivamente una crescita del prodotto interno lordo a debito con questi rischi? Cosa si è dovuto compensare? Che cosa aveva originato l’esigenza di fare i mutui subprime? Che cosa ha originato l’esigenza di raddoppiare l’esposizione debitoria delle famiglie negli Stati Uniti? Ecco io partirò da lì e vi dirò che cosa è stato. Il crollo della popolazione, o meglio il crollo della natalità negli anni Settanta. È possibile che quattro teorie, cosiddette maltthusiane, che spiegavano che la crisi della popolazione era esponenziale mentre la disponibilità delle risorse era matematica, e che quindi sarebbero morte molte persone di fame, spieghino cos’è successo a noi? Bene, molti si innamorano di questo concetto; chi si innamora di questo concetto? Soprattutto, come dicevo prima, chi non riconosce la dignità dell’uomo, chi considera l’uomo un animale intelligente e nulla più.
Come si vede dal grafico, dal 1950 al 1970 la popolazione mondiale è quella in rosso, quella in blu è la popolazione dei cosiddetti Paesi ricchi. I Paesi ricchi venivano classificati in quattro distinzioni: Paesi del mondo occidentale, cioè la grande triade economica che era Stati, Uniti, Canada, Giappone ed Europa; poi c’erano i Paesi oltre cortina, i Paesi in via di sviluppo e i Paesi cosiddetti poveri. Qui parliamo della triade: tra il ’50 ed il ’70 la popolazione cresce e passa da due miliardi e mezzo a quattro miliardi. Nel 1970, la popolazione totale era di quattro miliardi, di cui la metà nei Paesi ricchi, e l’altra metà nei Paesi in via di sviluppo e poveri. Dal 1973-1974 in poi, la popolazione dei Paesi ricchi si ferma per una serie di tesi adeguatamente supportate in tutto il mondo: le cosiddette tesi neomalthusiane che cominciano nel 1968 all’Università di Stanford, dove il rettore dell’Università si fece persino sterilizzare in pubblico. Allora, cosa sostenevano queste tesi? Dicevano che, se si fosse continuato a far crescere la popolazione nel mondo con il ritmo del 4-4,5 %, prima del 2000 centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame. Alcuni anni dopo, nel ’72-’73, un’altra prestigiosissima Università americana, la MAT, uscì con una serie di libri che si chiamavano I limiti dello sviluppo: il loro contenuto affermava che decine di milioni di persone sarebbero morte di fame, soprattutto in Asia, se non si fosse fermata la popolazione. Capacità straordinaria degli economisti, o perlomeno di questi economisti: ci ha beccato molto di più Giulio Verne, perché, non soltanto non sono morte centinaia di miglia di persone, ma sono diventate ricche centinaia di milioni di persone proprio in Asia, e non è morto nessuno. Chi sta diventando povero siamo noi, nel mondo occidentale. Da un tasso di crescita medio, negli ultimi cinque anni, del 4-4,5%, scendiamo al due, per arrivare agli anni ’82-’85 allo 0%. Il resto del mondo, che non leggeva questi libri, continuò a fare figli: nel 2010 siamo circa sei miliardi e mezzo di persone, di cui due miliardi nel mondo ricco, e quattro miliardi e mezzo nel resto del mondo, che non è povero. Se avessimo tempo, vi spiegherei persino perché l’Africa potrà diventare ricca entrando nel ciclo della globalizzazione.
Allora, la mia ansia è solo per darvi un contributo di riflessione, non voglio spiegarvi niente, non voglio fare lezione. Guardate un attimo il secondo grafico: questo l’ho messo per spiegarvi a quale fenomeno sono stati costretti gli Stati Uniti per le spese militari. Quando molti di noi si domandano come mai l’accelerazione dell’indebitamento dei subprime per tenere su il PIL, si dimenticano quale sia stato il ruolo degli Stati Uniti, armi, spese militari, sul PIL americano. Noi abbiamo tre fasi, o tre epoche, che dobbiamo ricordare del mondo nord americano. Durante la guerra fredda, dopo la guerra fredda e la ripresa del terrorismo a partire dal 2001. Quello che vi invito a ricordare è il peso del budget delle spese militari sul prodotto interno lordo americano: questo oscillava durante la guerra fredda tra il 12 e il 14%, si abbassa al 4% dopo il crollo del muro di Berlino, rimane introno al 4-4,5%, per poi riprendere ad un ritmo vertiginoso di crescita del 20-25% all’anno dopo l’attentato alle due torri. Ora, qual è la riflessione? Se un paese come gli Stati Uniti, anche se aveva una piccola crescita della popolazione, soprattutto importata dal mondo latino americano, ha avuto bisogno di tener su il suo prodotto interno lordo, è perché stavano aumentando drammaticamente le spese militari. La vera globalizzazione nasce qui, in questo momento; dai missili al mercato, si diceva nel gergo. Giusto per darvi una visione rapida. Quando nel mondo occidentale comincia a rallentare la crescita della natalità, comincia a rallentare, per non dire crollare, il tasso di crescita del prodotto interno lordo dei paesi occidentali. È questo che spaventa il mondo: allora la popolazione che cresce zero che impatto dà? Voi direte che una popolazione di 100.000.000 abitanti, dieci anni dopo è sempre di 100.000.000; la composizione però è completamente diversa. Facciamo l’ipotesi: dieci anni fa i cento milioni erano fatti per il 25% da persone sotto i trenta anni, il 35% tra i trenta e i cinquantacinque anni, e oltre i sessant’anni il 25%. Dieci anni dopo, quelli che hanno meno di trent’anni vanno al 15%, quelli che sono nell’età matura tra i trenta anni e i sessant’anni scendono introno al 30%, e aumentano al 35% le persone intorno oltre i sessant’anni. Quindi sono sempre cento milioni ma la struttura socio-economica è cambiata; che cosa comporta? Comporta un fenomeno che si chiama aumento dei costi fissi. Se una popolazione non cresce ma resta uguale – cioè c’è il tasso di sostituzione, cioè ci sono due figli a coppia, per parlarci chiaro, perché ci sia crescita della popolazione bisogna fare due figli virgola qualche cosa – non c’è aumento dei costi fissi. Allora, non dimenticate questo concetto: la non crescita della popolazione vuol dire, come primo fenomeno, l’aumento dei costi fissi, perché nella struttura sociale è meno quella che entra nel ciclo produttivo e più quella che esce e costa: pensioni, sanità. Per questo non si è mai potuto diminuire le tasse. Ogni Governo promette la diminuzione delle tasse ma non è possibile perché stanno aumentando i costi fissi.
Vedete, dal 1980 i costi fissi continuano a crescere. Per compensare i costi fissi bisogna aumentare le tasse. Le tasse sul PIL italiano nel 1980 erano il 25%, nel ’90 erano il 35%, nel 2000 il 45% e oggi siamo vicini al 52-53%. Sapete cos’è l’effetto della crescita delle imposte sul PIL? Meno consumi, meno investimenti, meno risparmi. E quindi flessione della crescita.
C’è un altro fenomeno importante: se non nascono bambini, le famiglie spendono, la famiglia single, per definizione, è quella che risparmia di meno. Vedete nel grafico, quello che scende è il tasso di crescita, in diminuzione, del risparmio prodotto. Cioè, se la popolazione non cresce si inceppa, si interrompe il ciclo di costituzione del risparmio. Cioè, c’è meno risparmio disponibile, cioè meno asset finanziario disponibile al sistema; questo si deve aumentare e per aumentare e sostenere la crescita ci sono meno assets disponibili, per quello si inventano i prodotti derivati. Quindi il fenomeno delle non nascite non è, come qualcuno pensa, un aumento del benessere. I fessi pensano che se non faccio figli aumenta il mio benessere; forse aumenterà per qualche anno, a breve termine, ma a medio termine crolla, perché si produce di meno, costa di più il sistema sociale e si genera meno risparmio, cioè ci sono meno attività finanziarie disponibili. E aumentano le tasse.
Seconda fase: abbiamo visto prima della crisi, adesso vediamo durante. Il durante è il fenomeno con il quale si è cercato di compensare, in questi anni, il crollo del prodotto interno lordo legato al crollo della natalità. Vi faccio un esempio. Vedo molti giovani che probabilmente non hanno dimestichezza con temi di carattere economico. Prendiamo una famiglia normale, padre, madre e figlio. Il padre guadagna cento, i figli cominciano ad andare all’università e c’è bisogno di più incassi, di più reddito. Cosa fa il padre, cosa fa un buon padre di famiglia per aumentare i suoi redditi? Fa gli straordinari, o ruba, o ha la fortuna di fare carriera, ma se non fa né carriera né ruba, può solo fare gli straordinari, se glieli fanno fare; mettiamo che Marchionne gli faccia fare gli straordinari, dopo che è stato al Meeting di Rimini è diventato più disponibile a (applauso) … Allora io guadagno cento, faccio gli straordinari e arrivo a centocinque. Cos’è nel mondo globale l’equivalente degli straordinari di una famiglia? È la produttività. Dagli anni ’80 in poi si è sviluppata un’accelerazione nella crescita della produttività: produttività vuol dire che un’ora di mano d’opera produce più valore aggiunto. Bisogna fare gli investimenti in tecnologia, la necessità di tecnologia riduce la necessità di mano d’opera. Un’area produttiva che si dice a capital intensive, vuol dire che riduce il labour intensive, in prospettiva significa che si produce di più, ma c’è meno esigenza di un costo rigido di produzione che è la mano d’opera. Ritorniamo alla famiglia: lo straordinario non basta! Allora adesso il papà dice alla moglie di incominciare a risparmiare di più, di andare al discount: questa è stata la delocalizzazione produttiva. Che cos’è la delocalizzazione produttiva? È stato l’aumento del potere di acquisto grazie alla delocalizzazione di produzione, soprattutto ad alto volume, che ha permesso al mondo occidentale di trarre vantaggi di mano d’opera in Asia, riportando beni che costavano la metà. Ora, se questo prodotto fabbricato a Rimini costa dieci euro, lo mando in Cina torna indietro e mi costa cinque euro, io ho raddoppiato il mio potere di acquisto specifico. Ho raddoppiato, cioè ho cinque euro in più che posso spendere per altre cose. Posso investire. La delocalizzazione del mondo occidentale, cioè lo spostamento in Asia che abbiamo fatto in venticinque anni senza nessuna strategia produttiva a medio e lungo termine, non è avvenuta in una strategia a stretto senso per dare competitività a dei sistemi che dovevano scegliere tra essere a basso costo – ma non potevano esserlo – o ad alta tecnologia produttiva. Potevamo scegliere di avere prodotti unici: noi non abbiamo più prodotti unici, abbiamo alto costo e non abbiamo investito in tecnologia. Qual è stata la terza soluzione? La terza soluzione è quella che poi ha drammatizzato l’intera situazione. Ve la spiego sempre tornando alla famiglia: gli sforzi di papà e mamma non bastano. Non basta aver aumentato la produttività, non basta aver diminuito i costi, bisogna indebitarsi. Ora, voi sapete che se io mi indebito, aumento immediatamente il PIL: se io prendo venti a debito su cento, se qualcuno me li dà, e io li spendo, il mio PIL aumenta immediatamente di venti. Il problema è pagare questo debito. Questo è il punto cruciale degli ultimi quindici anni: l’economia del mondo occidentale è cresciuta sostanzialmente a debito, e ve lo dimostro con tre grafici.
Il primo è quello delle famiglie americane: nel 1998 il peso sul PIL delle famiglie americane era il 68%, nel 2008 passa al 96%; le famiglie americane si sono indebitate, hanno consumato, e hanno fatto crescere il PIL di ventotto punti in dieci anni, di media cioè 2.8% all’anno. Su una crescita dichiarata stimata al 3.2 del PIL americano, il 2.8 era tutto fatto a debito dalle famiglie, le quali diventavano sussidiarie al bisogno di crescita dello Stato. La famiglia americana si è indebitata – purtroppo non c’è tempo per spiegarvi in che situazione è oggi la famiglia americana.
Questo è il debito del sistema Italia: sempre nel ’98 il debito del sistema, cioè il debito pubblico, il debito delle famiglie, il debito delle banche e il debito dell’industria, nel ’98 era il 200% del Pil italiano, nel 2008 era al 300%, aumentato del 50%. Questo sta bloccando completamente la possibilità di risanare l’economia del mondo occidentale, ma tralasciamo anche questo.
Che cosa si deve fare quindi? Quali sono le soluzioni possibili? – mi spiace, dovendo saltare questo vi creo una difficoltà, però purtroppo lui non mi dà tempo, Vittadini è fatto così. Allora, cosa vuol dire sgonfiare il 50% del debito di un sistema? Cosa vuol dire sgonfiare? Ci sono quattro modi, dice la dottrina economica. Il primo è fare default, cioè non si pagano i debiti, però poi si perde credibilità; il secondo è fare delle bolle, nuove bolle nell’immobiliare, ma è difficile, molto difficile, in Italia soprattutto; la bolla immobiliare negli Stati Uniti non funziona, sta crollando, in Italia la vedo male. Il terzo è l’inflazione. L’inflazione è un male che corrode, a cui molti pensano sempre, molti politici; in Italia l’abbiamo già usata due volte l’inflazione per sgonfiare i debiti. Facciamo una riflessione: se è vero che in dieci anni i debiti del sistema sono aumentati del 50%, dove sono questi soldi, dov’è questa liquidità? Come mai non è partita l’inflazione? Beh, l’inflazione nasce da un rapporto: massa monetaria su beni disponibili. No, non è vero. Il rapporto è massa monetaria per velocità della moneta sui beni disponibili. Se la velocità della moneta è zero, la moneta non circola, perché se circolasse l’inflazione andrebbe alle stelle; le banche intermediano meno anche per questo: non solo perché è aumentato il rischio, ma se le banche intermediassero tutto quello che hanno a disposizione, e potrebbero farlo, l’inflazione andrebbe alle stelle. Il quarto modo è l’austerità; austerità vuol dire tirare la cinghia, che è quello che avremmo dovuto fare – che è quello che avremmo dovuto fare – trent’anni fa. Se decidiamo di non fare figli, si può vivere, però si tira la cinghia. Non avremo risorse per le pensioni, si produce meno PIL, si investe meno in tecnologia e ricerca; se crescono le tasse si riducono drammaticamente gli investimenti, si rinuncia agli aiuti ai Paesi poveri, perché c’è meno disponibilità, ci sarà meno budget per tutti i problemi contingenti. Ma soprattutto altri Paesi cresceranno molto più di noi; la crescita di un 1% all’anno del PIL vuol dire il raddoppio del PIL in ottanta anni; la crescita dell’8% vuol dire il raddoppio del PIL in otto anni. L’Asia cresce del 13-14%, noi zero.
Cosa succederà da punto di vista della geopolitica? Nel 1998-99 un’importante banca d’affari anglosassone, Goldman Sachs, fece uno studio per gli Stati Uniti dimostrando che se gli Stati Uniti non avessero accelerato la crescita del loro PIL, prima del 2020 l’Asia avrebbe avuto un 20% in più di potere economico e finanziario intorno al mondo.
Dopo la crisi economica – non ve ne parlo, perché se no vi annoio – che cosa potrebbe fare l’Italia per riprendere un ruolo nell’economia globale? Quali sono le possibilità reali che abbiamo, e quali quelle un po’ da sognatore o da qualche politico che vuole incoraggiarci a tutti i costi?
Io ne faccio a meno perché diventa lungo, grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Dopo questo quadro molto originale della crisi, passiamo a Phillip Blond.

PHILLIP BLOND:
Grazie, grazie tante; mi scuso, perché il mio italiano non è sufficientemente buono per farvelo sentire.
Quando parliamo di creare le condizioni di una nuova economia dobbiamo un attimo analizzare alcune cose. Per esempio, che cosa c’era di sbagliato nell’economia vecchia? Cerchiamo di esprimere questo in maniera semplice. Sia la sinistra che la destra hanno distrutto il rapporto, la relazione. La relazione è infatti la base e il fondamento della ricchezza e una distruzione della relazione equivale ad una distruzione della ricchezza stessa. Quindi la cosa che vorrei evidenziare davanti a voi è in generale come sia la destra che la sinistra essenzialmente siano la stessa cosa, nella misura in cui cospirano entrambe contro l’individuo e contro le relazioni, che sono appunto la vera e propria condizione necessaria per la vita umana. Dopodiché, vorrei suggerirvi un’altra cosa: la new economy sarà un’economia nuova, un’economia fondata sulle relazioni. E vorrei suggerirvi anche un’altra cosa: nel Cristianesimo si è sempre pensato che l’economia si debba fondare sulla base delle relazioni. Paradossalmente invece, cosa vediamo? Vediamo il crollo di certi modelli secolari, modelli di ricchezza, modelli dell’economia, e vediamo la possibile ascesa di una economia cristiana efficace che veramente potrebbe cambiare tutto. Ecco, sono argomenti un po’ generici se vogliamo. A partire dal ’45 grosso modo, almeno nel mio paese, il Regno Unito, e poi anche negli ultimi dieci, quindici anni nel resto d’Europa, abbiamo visto due ideologie in concorrenza fra loro. Tutti appunto hanno detto che queste ideologie mostrano differenze, tutti hanno detto che sono ideologie opposte. Queste ideologie sono a sinistra il collettivismo, quindi dare la delega allo Stato, e a destra invece il mercato e il mercato che invece è foriero, è il portatore dell’individualismo. Tutti gli esseri umani in Europa, se si interessano di politica, si mettono in uno di questi campi, a seconda di quanto sono entusiasti; a seconda di quanto sono invece più orientati alle ideologie tendono a non apprezzare quello che dicono gli altri, della fazione diversa. È una cosa un po’ bizzarra questa, nel senso che l’esito sia a sinistra che a destra è stato esattamente lo stesso. E quale è stato questo risultato? Una centralizzazione massiccia dal punto di vista economico: la ricchezza è venuta a concentrarsi, sempre più persone hanno di meno e la ricchezza è stata un po’ prosciugata ed è andata a finire prima soltanto nel 10% della popolazione, poi dopo nell’1%, poi dopo ancora nell’1% di quell’1%. Per aiutare i più poveri la sinistra ha inventato una cosa disastrosa, il welfare state. Questo doveva servire ad aiutare i più poveri e ad arrestare la povertà; lo Stato assistenziale doveva rappresentare un trampolino per permettere che coloro che erano più bisognosi potessero ritornare alla prosperità, alla speranza, alle aspirazioni. Tutte le imposte, tutte le tasse che si versano e i miliardi di euro o di sterline che si versano, apparentemente vanno ad aiutare i poveri. Eppure bisogna dire che il modello del welfare non è servito ad aiutare i poveri e il motivo lo vedete, perché ancora ci sono i poveri, non sono scomparsi; dopo quarant’anni in cui praticamente si è pompato letteralmente il denaro all’interno dello Stato assistenziale, uno avrebbe potuto pensare: perché esistono ancora i poveri, i bisognosi? Il problema qual è? Sia la sinistra che la destra sono essenzialmente due facce della stessa medaglia, e questa medaglia è la centralizzazione del potere a livello dello Stato e la centralizzazione della ricchezza nel mercato. Cosa succede? Avete visto bene le conseguenze di tutto questo processo nel mondo sviluppato. La globalizzazione, che intendeva portare una prosperità di massa, invece ha portato una prosperità di massa nel mondo in via di sviluppo, ma una maggiore povertà, una maggiore insicurezza per coloro che invece si trovano nel mondo industrializzato. Un esempio: negli Stati Uniti un lavoratore specializzato, che magari vive da solo, nel ’73 guadagnava di più, dopo tutti i necessari aggiustamenti e correzioni per l’inflazione, rispetto a quello che avrebbe potuto guadagnare nel 2007. Allora c’è questo strisciante aumento di insicurezza dal punto di vista economico e questa centralizzazione della ricchezza. Sono fenomeni che vanno avanti passo dopo passo, mano nella mano: va detto che più c’è questa concentrazione della ricchezza sul mercato e più abbiamo delle ripercussioni a livello di capitale, di indipendenza a livello di persone normali e ordinarie, e più c’è bisogno di un welfare, di uno Stato assistenziale. Vorrei darvi un esempio che viene dal mio paese, il Regno Unito. Nel ’76 la metà della popolazione nel Regno Unito a livello più basso aveva il 12% del capitale disponibile, della ricchezza disponibile. Nel 2007 questo 50% più basso della popolazione deteneva soltanto l’1% del capitale disponibile. Quindi capite che a quelli che hanno già poco gli è stato tolto ancora di più. Il cattolicesimo, soprattutto quello inglese – e qui penso a Chesterton per esempio – ha sempre sottolineato come una concentrazione di ricchezza e welfare andassero avanti mano nella mano. È appunto un nuovo fenomeno della modernità: stiamo ricreando per la nostra popolazione delle condizioni quasi simili alla servitù che esisteva all’inizio del Regno Unito. La cosa forse è ancora più corrotta, più perversa di quello che ho appena descritto. Ve lo illustrerò con un esempio. Perché l’investiment banking è una cosa così redditizia e profittevole? Le comuni attività che vediamo producono meno dell’investiment banking. Uno dei motivi è che lo Stato, sulla base delle imposte che voi versate, fornisce un servizio di welfare per le banche, un servizio di welfare aziendale alle banche, che essenzialmente supporta le attività di investiment banking in modo che le banche non si debbano assumere nessun rischio. Altro esempio. Da noi nel Regno Unito cosa succede? Il settore pubblico ha una certa responsabilità nel confronti delle banche e questa responsabilità era pari al 50% del PIL dal 1900 fino all’inizio degli anni ’70. Quindi lo Stato aveva questa passività del 50% del PIL. Nel 2007, passati soltanto trent’anni, c’è stato un aumento di dieci volte, quindi abbiamo cinque volte il PIL. Che cosa ha fatto lo Stato? Ha creato un sistema di welfare che può provocare povertà tra la gente comune, creando invece un welfare degli assets per i ricchissimi che garantisce che questi già molto ricchi diventino ancora più ricchi. Cosa dobbiamo fare? Non è soltanto di una sussidiarietà da parte dello Stato ciò di cui abbiamo bisogno, ma di una sussidiarietà del mercato. E qual è il più basso livello di sussidiarietà e quindi la più alta forma di vita? Siamo noi, voi, me, il rapporto, la relazione tra gli esseri umani. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo invertire Stato e mercato, non dobbiamo sostenere l’individualismo e il collettivismo, perché sono esattamente la stessa cosa, e dobbiamo perseguire una politica e un’economia delle relazioni fra gli uomini. Per esempio, dobbiamo cominciare a prestarci i soldi gli uni con gli altri, dobbiamo catturare quel capitale che è bloccato ai livelli più alti della società e dobbiamo riuscire a favorire delle attività di investimento locale. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna un servizio bancario individuale da una persona all’altra dove si prestano i soldi in faccia l’uno all’altro, dà dei tassi di ritorno che sono più alti per il prestatore e dei tassi di interesse che sono più bassi per la persona che riceve il prestito. Se riuscissimo a creare delle condizioni di una prosperità bottom-up, cioè che dal basso va verso l’alto, se potessimo autorizzare per esempio rapporti reciproci, l’associazionismo e tutta l’economia che circonda questo discorso, non avremmo più povertà. Quello che dobbiamo fare per i poveri è cercare di cambiare la loro catena di fornitura, la loro filiera, sia privata che pubblica. E quindi creare delle associazioni bottom-up, dal basso verso l’alto, che tolgano le quote di mercato dai monopoli, in modo che i poveri si diano loro stessi dei servizi reciprocamente. Questo è quello che io chiamo il welfare dell’ asset. Quindi, anziché avere un welfare che tiene la gente a livello di sussistenza, si usa il welfare per fare qualcos’altro, cioè consentire alla gente di riuscire a cambiare i servizi sia pubblici che privati che già utilizzano e le modalità in cui li utilizzano. E se i poveri ad un certo punto non saranno più poveri, se riusciamo a interrompere questa catena di dipendenza, a quel punto lo Stato non avrà nemmeno più bisogno di tante tasse e se il cittadino viene tassato meno può investire di più. Questa è veramente la nuova economia, è una nuova economia di relazioni, una economia secondo la quale se il proprio fratello fallisce è una cosa brutta per voi, sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista economico ed è sicuramente peggio che non se vostro fratello e vostra sorella avessero successo. Diciamo che il XX secolo è stato caratterizzato da interessi di settore, di sezioni. Ecco perché c’è stata questa divisione tra sinistra e destra, ecco perché c’è stata tutta questa frammentazione che ha caratterizzato la società. Il XXI secolo, se è un buon secolo, sarà il secolo del mutualismo, il secolo delle relazioni. Questa è un’economia cristiana, un’economia politica cristiana. Grazie.

FERRUCCIO DE BORTOLI:
Buongiorno a tutti. Grazie Giorgio per l’invito. Ho ascoltato con grande attenzione quello che hanno detto Ettore Gotti Tedeschi e Phillip Blond e vorrei ripercorrere brevemente con voi alcune delle principali ragioni che hanno determinato secondo me la crisi finanziaria europea che abbiamo vissuto dall’agosto del 2007 e che non è ancora finita, nonostante quello che scriviamo anche noi sui giornali. Qualche volta scriviamo delle buone cose, qualche volta scriviamo delle cose contestabili. Allora molti sono stati gli errori che hanno causato e ampliato la crisi finanziaria, che è stata, come ha efficacemente descritto prima Gotti Tedeschi, una crisi che dal debito privato si è allargata al debito pubblico e ha gettato una forte ipoteca sul futuro della quale non abbiamo piena consapevolezza. Perché non abbiamo piena consapevolezza? Lo si è visto in uno dei grafici di Gotti Tedeschi: perché l’inflazione non ci segnalava ancora l’indicatore di febbre di una economia. Questo indicatore c’è, ma molto sta avvenendo sotto la superficie dell’economia, e forse questo dovrebbe essere il compito dei giornalisti e economisti: capire quello che sta accadendo sotto la superficie dell’economia e mettere in condizioni coloro che devono prendere delle decisioni di essere tempestivi. Allora qual è stato l’errore fondamentale? L’errore fondamentale è stato quello di considerare il mercato assolutamente infallibile – e qui è necessaria una autocritica anche personale. Per anni noi abbiamo pensato che il mercato potesse autoregolarsi, potesse autoemendarsi e potesse correggere i propri errori. Non è stato così. Il mercato rimane il miglior mezzo in grado di assicurare gli scambi nella correttezza e nella valutazione dei meriti, ma non è altrettanto efficace nel correggere i propri squilibri. Perché ciò è avvenuto? A mio avviso per quattro ragioni. La prima. Gli strumenti finanziari sono cresciuti a progressione geometrica, perdendo qualsiasi riferimento alla sottostante economia reale. Questo in parte per quello che vi ha descritto prima Ettore Gotti Tedeschi, ma anche perché c’è stata una grande creazione di risparmio e di liquidità, frutto della crescita delle principali economie protagoniste della globalizzazione, in particolare di quelle asiatiche, favorita dalla deregulation finanziaria americana della seconda metà degli anni ’90, che ha incoraggiato l’offerta di prodotti sempre più sofisticati e rischiosi. Qui va detta una cosa che è un’amara verità: gli stessi che hanno reso possibile la deregulation, che è stata alla base della crisi finanziaria successiva, hanno in mano le leve dell’economia americana attuale, quindi non hanno pagato un prezzo politico intellettuale, sono ancora gli stessi che decidono che cosa è importante per l’economia mondiale in questo momento. Poi questa grande offerta di prodotti, che abbiamo definito tossici, non è scomparsa all’improvviso; noi li abbiamo definiti titoli tossici e lo sono ancora, peccato che se parli così poco.
La seconda ragione sta nella perdita di percezione del rischio, dovuta alla cartolarizzazione e alla frantumazione dei crediti, e alla diffusione di obbligazioni o prodotti similari che hanno finito per spezzare qualsiasi legame fra creditori e debitori. Mentre nell’attività creditizia è fondamentale sapere chi mi deve qualcosa. Quello che è accaduto in questi anni è che si è spezzato questo legame fra creditori e debitori e si ha avuto l’impressione che la leva, cioè il rapporto fra quello che io ho e quello che riesco a prendere a prestito, potesse essere infinita; di fronte alla crescita dei valori, in particolare immobiliari, io ho la sensazione di non dover mai pagare i miei debiti, ma sostenerli sempre.
La terza ragione è racchiusa nel paradosso della globalizzazione dell’informazione, e questo è il tema che è più vicino alle cose che faccio tutti giorni. Credo che sia un tema fondamentale. Tutti possiamo sapere tutto ciò che accade nel mondo; tutto ciò che accade
nel mondo era ed è conosciuto in tempo reale. In alcuni casi è assolutamente positivo -pensate a che cosa vuol dire, per esempio, la progressiva perdita di capacità di controllare le opinioni pubbliche nei paesi con dei regimi autoritari. Però è anche vero che tutto ciò induce una sorta di sicurezza in coloro che sono protagonisti dell’economia che spesse volte sottovalutano i rischi. Per esempio, abbiamo assistito ad un eccesso di sicurezza, quasi ad un delirio di onnipotenza, di questi protagonisti dei mercati, spesso superpagati, convinti di poter sottovalutare ogni segnale, a credere di più nell’intangibilità del loro potere personale che all’oggettività dei fatti reali che scorrevano e scorrono sotto i loro occhi. Questo secondo me è il paradosso della globalizzazione. Accade qualcosa davanti ai miei occhi ma io non ci credo perché sono assolutamente convinto delle mie idee e sono granitico nella convinzione che le cose debbono andare come così come le ho programmate. Pensate – ed è uno dei fatti che mi ha più colpito – che la più grande compagnia assicurativa, AIG – la più grande compagnia assicurativa del mondo, che è in grado di valutare i rischi dei propri clienti e si presume anche i propri – ha scoperto in una domenica dell’autunno di due anni fa che sarebbe fallita il mercoledì successivo. Ma come, nessuno si era mai accorto che c’erano dei segnali che qualcosa non andava bene? Eppure questo è quello che è accaduto. Ora mi domando se questi signori abbiano imparato la lezione. Io temo di no. Si è così determinata una colossale perdita di contatto con la realtà quotidiana del lavoro, nel totale disprezzo delle persone, anche di quelle che uscivano portandosi le loro cose dentro una scatola di cartone dal proprio ufficio che improvvisamente veniva chiuso, nel disprezzo della gente, della società civile. E allora il merito, i talenti, il sacrificio sono stati calpestati dalla prepotenza del potere, dalla bramosia e dall’avidità. E il mercato, che anch’io ritenevo infallibile, ha quotato l’egoismo ai massimi e ha venduto a sconto la prudenza e il senso del limite.
La quarta ragione, quella più importante, è che non esiste mercato senza regole, ma non esiste vero mercato senza un’etica diffusa, e non soltanto un’etica sociale, ma anche un’etica personale, cioè una finalità morale del giusto profitto. La morale purtroppo è stata il vaso di coccio del mondo globale e la si sacrifica volentieri per qualsiasi considerazione di carattere competitivo. Devo competere con chi non rispetta i diritti dei lavoratori, il lavoro minorile, la libertà religiosa; sono tentato, come protagonista del mercato aperto, di imitarli. Non mi scandalizzo più se il mio partner commerciale fa qualcosa che in patria mi farebbe orrore e che muoverebbe la mia coscienza; anche la coscienza è la vera vittima della globalizzazione. Insieme alla considerazione della sempre più forte marginalità dei sistemi democratici, che sono ormai minoritari nella gestione della complessità della globalizzazione. Non c’è più il G8 a maggioranza democratica, c’è un G8 dove non c’è una maggioranza democratica. I vizi privati, in questa circostanza, non si sono trasformati in pubbliche virtù. Il perseguimento dell’interesse personale del lucro, e persino del lusso, può tradursi in un vantaggio collettivo, se a tutti viene data la libertà di produrre, di investire, di arricchirsi. Ma nelle vicende di cui parliamo, la nazione è stata tradita da un nido di speculatori che ha condiviso con il prossimo solo le perdite, e non ha pagato nemmeno la sanzione morale per i propri errori; chi ha valutato male il rischio non è fallito grazie all’intervento dello Stato e il contributo dei soldi pubblici, con i quali probabilmente ha ricominciato a comportarsi come prima, perché un altro dei paradossi delle situazioni che abbiamo vissuto è che in qualche caso lo Stato con i soldi pubblici è intervenuto a salvare istituzioni finanziarie che con quei soldi hanno ripreso a fare come prima.
Allora è vero che anche san Tommaso diceva che se tutti i peccati fossero repressi molte cose utili non si farebbero, siamo d’accordo, ma aveva ben chiaro il concetto di interesse comune. È quello che abbiamo perduto in questa crisi insieme a gran parte dell’etica personale e dell’etica pubblica. Si può diventare ricchi senza perdere in umanità? Quello che è accaduto è che chi ha tentato di diventare straricco lo ha fatto nel totale disprezzo del prossimo e della persona, ridotta spesse volte a merce. Anzi, il disprezzo del prossimo – e questo lo devo dire, cari amici, che è un po’ la considerazione che faccio anche nelle più piccole vicende di casa nostra – oggi è considerato tra le virtù dei forti, cioè un segno di coraggio, al contrario della solidarietà attiva, in particolare cattolica, che a volte viene scambiata per rassegnato buonismo: se io mi comporto male con l’altro ho carattere, se cerco di capirlo sono un debole. Questo francamente è un aspetto della nostra quotidianità che mi inquieta e mi lascia molto perplesso.
Allora, Gotti Tedeschi ha scritto un bellissimo libro, Denaro e Paradiso, dove ha parlato opportunamente di una personal governance. Voi sapete che in economia esiste la legge per la quale la moneta cattiva scaccia quella buona: è quello che è accaduto, la cattiva coscienza ha scacciato quella buona, l’ha addirittura ridicolizzata. Insomma, al Meeting in questi anni abbiamo fatto riferimento a molti degli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa: nel libro citato di Gotti si parla della Quadragesimus Annus di Pio XI, della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, fino alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Al centro di tutte queste riflessioni, ma non soltanto delle riflessioni del mondo cattolico, c’è il tentativo di affermare che al centro dell’attività economica c’è la persona e la dignità del suo lavoro. Qui sta il punto fondamentale: ridare centralità alla persona, al suo lavoro nelle opportunità e nei diritti sostanziali, anche al di là di anacronistici protezionismi e di regole contrattuali, che troppe volte garantiscono gli insider contro gli outsider. Qualche volta si protegge troppo chi ha e si fa finta che quello che non ha un lavoro non esista. Questa è la sfida della crescita, senza la quale non vi è lavoro per i giovani. La crescita purtroppo, ed è questo lo scandalo, non è una priorità nel nostro Paese. Spero lo sia nel paese di Phillip, ma nel nostro Paese tutti ne parlano ma non è la priorità. Sono altre le priorità importanti: per carità, c’è la giustizia, c’è il federalismo, ma se la crescita fosse veramente la priorità – e la crescita vuol dire lavoro, vuol dire lavoro per i giovani, vuol dire rispetto per la famiglia – ci scandalizzeremmo per tutti coloro che ostacolano la crescita. Mentre ciò non accade. Dovremmo smetterla, per esempio, di parlare del mercato del lavoro come di un qualsiasi altro mercato. È bello il passaggio che c’è nella mostra. Cioè, spesse volte noi abbiamo finito per considerare il mercato del lavoro, il funzionamento del mercato del lavoro, come il funzionamento di qualsiasi altro mercato. Come se il lavoro fosse una “commodity”. Forse è giusto non chiamarle risorse umane, chiamarle persone, e avere un maggiore rispetto del loro lavoro. Lo dico anche come forma di autocritica: per esempio dovremmo parlare meno di offerta e di domanda del lavoro, e parlare più di investimenti nella formazione del capitale umano, ovvero di crescita, capacità, consapevolezza e conoscenza, e meno di costi. Non è una questione di costi, non è più una questione di costi. Credo che lo abbia sottolineato in parte del suo messaggio anche Marchionne. Bisogna uscire dalla logica ragionieristica della perfetta fungibilità del lavoro, che è quella che sta dietro a gran parte delle scelte di delocalizzazione, e non è così nemmeno nella più stretta logica fordista. Dovremmo smetterla di pensare che la flessibilità, per esempio, sia sempre un valore. Io sono assolutamente convinto che la flessibilità sia un valore, in entrata e in uscita. Ma se il lavoratore, il dipendente, è flessibile anche nella condivisione della missione, della cultura dell’impresa a cui appartiene, non si creerà la minima condivisione dei valori e non si costruirà la cittadinanza, ma solo un nomadismo delle professioni che, spinto all’eccesso, diventa un disvalore, produce individualismo e persino solitudine. Ci deve essere flessibilità in entrata e in uscita, e nel nostro Paese ce n’è poca, ed è giusto che si parli di flessibilità in entrata e in uscita nel mondo del lavoro; bisogna far di più per investire nelle conoscenze e per investire nel rapporto. In questo, Phillip, hai perfettamente ragione: l’economia del futuro è fatta di relazioni tra le persone. E spesse volte nelle aziende, in molte aziende, anche nella mia, ci occupiamo poco di relazione tra le persone. Poi bisogna rivalutare il lavoro manuale. Anche nella società della conoscenza il lavoro manuale ha una sua straordinaria funzione. Non solo produttiva – pensate, gran parte del “Made in Italy” dipende dalle competenze artigianali – ma anche pedagogica. Bisogna restituire visibilità e dignità sociale al lavoro materiale. Perché così si realizza un passaggio necessario per ridare umanità e senso delle radici e delle tradizioni a comunità che spesse volte sono travolte e spaesate dalla globalizzazione. Il lavoro manuale deve riconquistare un posto nella società. Spesse volte si pensa, anche nelle scelte per i nostri figli, che il futuro sia fatto solo ed esclusivamente di lavoro intellettuale. È fatto di lavoro manuale di alto livello, che si può sposare perfettamente con il lavoro intellettuale. Oggi il tema del lavoro, poi, dopo l’ubriacatura post-sessantottina è, purtroppo, assente o compare poco nei mezzi d’informazione, nella letteratura e nel cinema. La società contemporanea è raccontata, così come la vediamo in televisione, come una società che non lavora, che non ha lavoro, e che non ha nemmeno l’ambizione o l’angoscia di procurarselo. Come se vivessimo tutti in una straordinariamente lunga soap-opera, dove tutto è facile, e dove ci sono molte scorciatoie per ottenere un lavoro.
C’è poi un altro fattore, non secondario, e mi avvio alla conclusione. Senza mobilità sociale il lavoro è un percorso limitato nel quale sognare è impossibile. La mobilità sociale nel nostro Paese era più elevata nel secolo scorso. Oggi è calpestata da una progressiva distanza di reddito tra chi ha le opportunità e chi non può nemmeno sperare di ottenerle, anche studiando tanto e faticando. Allora, se non si ricostruisce una mobilità sociale il lavoro viene in qualche modo calpestato. Quello che si è perso negli anni della finanziarizzazione della economia è la relazione tra sacrificio e risultato, cioè la perdita dell’idea che nulla sia irraggiungibile per chi ha voglia e talento, ma per arrivare a un determinato risultato bisogna studiare, faticare e lavorare. Non c’è nulla che possa essere fatto con delle scorciatoie o in maniera così semplice e così immediata. Se un’operazione finanziaria spesso rischiosa frutta, in termini di commissioni, un multiplo del reddito di una vita di un impiegato, secondo me, cari amici, qualcosa non va nella nostra società. E infine l’esempio negativo che con la finanza si possa costruire reddito: no, la finanza è al servizio della produzione ma da sola non produce reddito.
Noi stiamo sperimentando una società che nonostante le tante qualità, i tanti esempi di solidarietà, di volontariato, di stretti produttivi e tutto ciò di che di positivo avete anche messo in mostra in questi giorni, grazie al Meeting, spesse volte si avvia ad essere meno aperta, sempre più corporativa, e tende a quell’immobilità che è caratteristica delle società che diventano sempre più vecchie. Qui mi raccordo a quello che diceva prima Gotti Tedeschi, per egoismo si fanno meno figli, si pensa alla propria pensione, spesse volte troppo ravvicinata, e non ci si preoccupa di quello che accadrà alle generazioni future.
Se i nostri padri e se i nostri nonni, quando il nostro Paese era totalmente distrutto dopo la guerra, avessero fatto molti dei ragionamenti che facciamo noi adesso, probabilmente non saremmo qui a fare questa bellissima discussione oggi. Grazie.

GIORGIO VITTADINI:
Gotti Tedeschi mi chiede trenta secondi finali.

ETTORE GOTTI TEDESCHI:
Domanda a Ferruccio de Bortoli. Se tutto questo succede, cioè se l’uomo ha perso una visione e un comportamento etico individuale, non ha più il senso del bene comune, è indifferente al prossimo, ha perso il senso della vita e delle proprie azioni, che cos’è che non va? C’è qualcosa che non va? Sì, c’è qualcosa che non va! Abbiate pazienza. Da trent’anni i preti non insegnano più dottrina. La crisi economica nasce da un fatto che concettualmente potrebbe essere sintetizzato in questi termini: l’economia e gli strumenti, che dovrebbero essere strumenti e avere un fine, hanno assunto autonomia morale. Leggetevi l’Enciclica! Ferruccio de Bortoli, non so quanto volontariamente o consapevolmente, ha ripercorso l’introduzione scritta da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate, che è la rappresentazione di che cos’è il nichilismo dominante oggi. E chi uscirà dalla crisi? Chi avrà buoni preti che riprenderanno ad insegnar dottrina, o la stanno insegnando. Avrà quei vantaggi competitivi che faranno una nazione, una civiltà forte, matura, consapevole, che distingue fini e mezzi e che sa usare gli strumenti. L’ho detto io? No! L’ha detto il vostro don Camisasca. L’ha detto lui nell’ultimo suo libro, Padre. Ci saranno ancora preti? Io ho avuto l’onore di discutere con lui e il Cardinale Scola: ha detto esattamente questo. Sono mancati i preti. Perché? Chi è che insegna a dare senso alla vita, a dare senso alle proprie azioni? Al banchiere, al politico, anche al giornalista? Chi è che glielo insegna? Chi gli insegna che cosa sono i valori essenziali che spiegano che cosa vuol dire aver senso, dar senso ad una vita, avere significato alla vita, a dare valore alla vita? I preti. L’hanno fatto? Mica tutti. Chi vincerà, chi uscirà da questa crisi è chi ha avuto e chi ha ancora e chi avrà forti, bravi preti, che insegneranno dottrina.

GIORGIO VITTADINI:
Gli applausi che abbiamo sentito mostrano il consenso che ha avuto questo incontro, che mi sembra sintetico di questo aspetto della crisi economica che abbiamo trattato in tutto il Meeting. E qual è la sintesi che ne ricaviamo? Oggi abbiamo sentito aspetti complementari di tutto il tema – ammettetelo – molto originali, come il nesso tra demografia e crisi, di cui raramente si sente parlare. L’idea di welfare state che riduce la possibilità di aiuto ai poveri e aumenta le differenze. La lucidissima esposizione di Ferruccio riguardante i passaggi della crisi. Tutti e tre questi aspetti vanno su un tema che abbiamo tentato di porre in questi giorni anche nella mostra: la razionalità economica, l’idea di razionalità economica non va bene. È ridotta. C’è un’idea di razionalità economica – lo diceva Ferruccio, lo diceva Ettore prima – che è l’idea del massimo profitto individuale che, attraverso la “mano invisibile”, porta ad un benessere collettivo. Noi siamo a favore del profitto, non siamo del mondo cattolico anti-capitalista contro il profitto. Ma questo è un aspetto della razionalità. La razionalità è più larga di questo: perché questo profitto individuale diventi benessere collettivo – lo ricordava Ferruccio – ci vuole un’idea di razionalità più grande, che abbia dentro il gusto del costruire, del fare un prodotto, di migliorare la vita propria e altrui, di dar lavoro, di creare un’impresa che stia in piedi fino al lavoro manuale. Il gusto di questa bellezza è dentro la realtà e si coniuga con l’interesse. Qui dentro c’è quest’idea: il gusto del mio benessere ha dentro il tema dell’esternalità positiva e dell’ambiente intorno a me. L’idea di una costruzione della vita civile; un’altra mostra di questo Meeting era su questi temi, sul bene comune, quella che analizza l’affresco del Buon Governo di Simone Martini. Tutto questo è razionalità.
Voglio finire con una frase di don Giussani, che secondo me sintetizza non un’altra ideologia, ma, come diceva Ferruccio, l’apertura alla riflessione comune, che parte da una ripresa del cattolicesimo, in paragone col mondo laico, col mondo socialista, di una nuova socialità. Diceva don Giussani: “Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo, e allora si mette a cercare il pane e l’acqua, si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa come mai taluni hanno e altri non hanno. Si interessa come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questi stimoli che ha dentro, e che la Bibbia chiama globalmente cuore”. Non è un manifesto della nuova economia, è un impeto per ciascuno di noi ad esprimere questo cuore non ridotto, che ci apre anche a una visione di economia. Grazie, arrivederci.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

Sala A2
Categoria