UN CAFFÈ CON… UN SORRISO - Meeting di Rimini

UN CAFFÈ CON… UN SORRISO

Un caffè con.. un sorriso

Partecipa Paolo Cevoli, Comico. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

ALBERTO SAVORANA:
Benvenuti al Un caffè con. Arrivando, un ragazzo che vendeva i biglietti si è rivolto a Cevoli e ha detto: “ma come è lungo il caffè con tutta questa gente!”; poi ha detto: “e Valentino dov’è?” Allora io ho un motivo molto personale per essere qui oggi, un dialogo con Paolo perché…

PAOLO CEVOLI:
Devi parlare così, devi tenere il microfono alla bocca, così, non è un uomo di spettacolo…

ALBERTO SAVORANA:
Allora, non ho ancora esperienza ma ha detto che mi porta a Zelig una di queste sere. Non parlare di imbranato, sennò racconto dell’attacchinaggio.

PAOLO CEVOLI:
No, lascia stare, lascia stare, sono cose che rimangono fra noi. Le manate di colla.

ALBERTO SAVORANA:
Io ho un motivo personale per cui sono contento di essere qui ed è che nell’album di famiglia, della mia famiglia, che a me è molto caro, ho alcune fotografie che documentano quanto io sono affezionato e legato a Paolo, con cui ho fatto l’università a Bologna, nella prima metà degli anni ’80, perché alla festa del mio matrimonio, tanti anni fa, chi tenne la festa di matrimonio era Paolo Cevoli. Allora non era ancora quello che è adesso, perché voi non conoscete…

PAOLO CEVOLI:
Per i capelli ero uguale, non è che…ero uguale ad adesso.

ALBERTO SAVORANA:
Soprattutto era più alto!

PAOLO CEVOLI:
Vaffanculo…la televisione abbassa, quindi dal vivo…

ALBERTO SAVORANA:
Dovete sapere che Paolo è un amico innanzitutto e noi abbiamo fatto l’università assieme. La sua storia non è quella di un comico, perché poi lui ce la racconterà. Lui è una promessa della giurisprudenza italiana mancata.

PAOLO CEVOLI:
Cazzo ridete, è verooo.

ALBERTO SAVORANA:
Però si sta rifacendo, perché adesso negli spettacoli mette sotto processo tutti i politici italiani, anche con la sentenza. La nostra è stata una grande amicizia, dove c’era dentro tutto. E siccome lui ha avuto fin da piccolo una dote particolare, che era quella di ridere della vita ma di riderne in un modo raro da trovare, quando abbiamo cominciato l’università, lui rideva di noi e ci faceva ridere. Secondo quella grande scuola che iniziò più di 50 anni fa con don Luigi Giussani, che era la scuola dei frizzi e lazzi, cioè di un modo di guardare e parlare della vita cogliendone gli aspetti che denunciano in qualche modo il limite intrinseco a tutto. Ma questo lo vediamo dopo. Lui è un avvocato, ma non ha fatto l’avvocato. Nei primi anni della sua attività ha inventato la prima linea italiana di fast food. Io mi ricordo che, quando i primi anni di lavoro andavo a Roma, non mi perdevo un pranzo all’Italy & Italy di piazza Barberini, a due passi da via Veneto. Ne ha disseminato l’Italia ma lui aveva un sogno, desiderava una cosa grande, che era mettere a frutto un talento. Vedete la natura ci butta nella vita dandoci dei talenti, dandoci qualche cosa che ci portiamo addosso come una dote. Solo che perché questa dote si attui, non basta desiderarlo, non basta volerlo, non basta sognarlo. Deve accadere qualcosa che faccia passare dalla potenza all’atto ciò che è in noi. Allora, io chiederei a Paolo di raccontarci come è arrivato qui oggi. Cioè qualche cosa della sua storia, della sua vita, e quindi del suo lavoro per cui oggi è qui come Paolo Cevoli, che tutti conosciamo.

PAOLO CEVOLI:
Allora, mi alzo in piedi così mi vedete, queste sedie sembrano dei water. Allora innanzitutto buongiorno a tutti. Benvenuti al Meeting. Io quando devo raccontare faccio sempre fatica, un po’ perché l’italiano non mi sorregge nella maniera più adeguata, faccio delle circonvallazioni di parole, un po’ perché non è mai facile raccontare. Perché io che sono sempre abituato a ridere, – io sono quello che si dice un patacca naturale, proprio uno sparacazzate – io faccio più fatica a fare dei discorsi normali che a dir delle cagate, mi viene naturale dir delle cagate. E ho provato a fare la persona normale, ho provato, come diceva Alberto, ho provato, ho fatto una facoltà seria, ho fatto giurisprudenza, ho fatto un lavoro serio. Però sta cosa qui di dire delle cagate, era…, tant’è vero che a un certo punto, ho detto: sarò sbagliato, avrò qualcosa di traverso che non va. Poi a un certo punto ho capito. Ma se io sono così, così, anche fisicamente, perché non sono un brutto omino, però voglio dire, la gente ride, basta che apro, neanche che apro la bocca, già la gente ride. Allora, a un certo punto, ho detto: cazzo, se il Signore mi ha fatto così vuol dire che aveva il piacere di farmi così. Che aveva gusto di far nascere un patacca così. E io a un certo punto, quello che Alberto diceva, ho capito che il mio talento era questo grazie anche agli amici, grazie anche a mia moglie che in un certo senso …e poi soprattutto a un certo punto ho incontrato quelli di Zelig, quelli di Zelig che man detto: “guarda devi venire in televisione, perché hai questa fortuna di essere un coglione, ne devi approfittare, perché in televisione li cerchiamo come il pane, vieni che lì il coglione…” e io mi sono fidato. Però loro, la prima cosa che mi han detto è: guarda non basta, come diceva Alberto, non basta essere un coglione naturale, devi lavorare, devi studiare, devi praticare l’arte della comicità nella maniera più seria, perché è inutile che tu stai solo lì aaa. Infatti a me l’istinto fino a un certo punto mi sorreggeva, dopo invece, pur non avendo fatto nessun tipo di scuola, mi sono trovato che la prima volta che mi avevano fatto una proposta per andare in televisione nel ’90 gli ho detto di no. Dovevo andare a fare una trasmissione con Paolo Rossi su Rai 3, che lanciò appunto Paolo Rossi, Albanese e tanti altri comici e io gli dissi di no e loro al mio posto hanno preso Aldo, Giovanni e Giacomo. Infatti quando li vedo gli dico voi siete la seconda scelta ed è vero, non è una stronzata. Gli ho detto di no perché io lavoravo, avevo delle attività di ristorazione, mi ero messo in proprio dopo questa esperienza di manager, avevo aperto dei locali, poi anche mia moglie aveva appena incominciato a fare una attività – mia moglie lavora in altro settore perché ha un atelier di abiti da sposa, è molto bello, è a Bologna in via Farini 24, faccio sempre un po’ di pubblicità, [email protected] 051222350, chi fosse interessato. E poi dopo invece, come raramente capita, il destino ha bussato una seconda volta, nel 2002 mi hanno chiamato e mi hanno detto: vieni a fare due puntate di Zelig e fai ridere, tu hai questa cosa di parlare senza dire un cazzo, come è che fai? Provate a fare i ragionamenti che fanno il mio babbo e la mia mamma, allora per chi lo conosce il mio babbo, fate conto che io in confronto al mio babbo sono introverso, lui è una roba esagerata, il mio babbo ha 83 anni e io penso che nella sua vita lui non abbia mai finito un discorso, lui è coerente, simula l’effetto windows: apre le finestre a cazzo e così pure ci escono. Poi, io ho questa fortuna di essere nato romagnolo, perché il romagnolo, il patacca romagnolo ha veramente questa cosa, è forse un po’ greve, lo devo dire, anche scusandomi perché il mio motto è “fatti una pugnetta”, quindi puoi immaginare la raffineria, però quando uno ha avuto una mamma come la mia mamma che da bambino, per chiamarmi quando giocavo a pallone, mi diceva: Paolo torna a casa, che sei sempre in giro come la merda nei tubi.
Allora, quando uno ha avuto un background di questo tipo, fa fatica ad essere elegante, in punta di fioretto. E così mi sono trovato di colpo famoso. Provate a immaginarvi uno che a 44 anni lo fermano per la strada. Lo dicevo prima ad Alberto, la gente mi vuole bene, io sono stupito di questo fatto che mi vuole bene, perché probabilmente noi di Zelig arriviamo nelle case in un momento di intimità e quindi la gente mi vuole bene e sono stupiti, anche quando faccio le cose normali, faccio la spesa al supermercato. Io abito a Bologna e vado a fare la spesa e c’è sempre qualche vecchia col carrello che mi avvicina e mi dice: ah assessore, fa la spesa anche lei?
“Signora se voglio mangiare, non è che siccome vado in televisivo non mangio e non vado di corpo”.
Io sono una persona normale, che ha tutti i vizi e le virtù di questa cosa, allora io ho scoperto in tarda età che la mia vocazione era quella di far ridere.
Perché mi veniva naturale, a me viene sempre naturale di trovare le cose che fanno ridere, ma si può ridere in molti modi eh, a me la cosa che mi ha insegnato diciamo questa cosa è il mio babbo no, perché la mia primissima esperienza di lavoro che ho fatto è stata quella di fare il cameriere. Io ho imparato a lavorare facendo il cameriere nella pensione dei miei genitori, io sono riccionese, e ho fatto il cameriere, facevo il cameriere nella nostra pensione, una pensione molto piccola, avevamo zero stelle e quindi, tenevamo 60/70 clienti d’altronde avevamo 12 camere, di più facevamo fatica a “ramasarli”.
E io lì ho imparato il senso del lavoro, il cameriere, e vorrei citare un film di Benigni che penso che l’abbiate visto: La vita è bella, l’avete visto? Sì, e lui a un certo punto fa dire a un personaggio: il cameriere è il mestiere più nobile del mondo, perché è quello che più si somiglia al mestiere di Dio, che è servo di tutti ma non è servo di nessuno.
Ecco io devo dire che lì….

ALBERTO SAVORANA:
Don Giussani una volta ha detto ad alcuni amici in privato che se non avesse fatto il prete, avrebbe fatto il cameriere…

PAOLO CEVOLI:
Pensa te…davvero?

ALBERTO SAVORANA:
Perché è il mestiere che avvicina di più alla figura di Dio, che serve l’altro per l’altro.

PAOLO CEVOLI:
L’altro per l’altro, guarda io l’altro giorno ero a fare una conferenza all’università di Bologna, e un certo punto mi sono portato un mio amico comico, che si chiama Pizzocchi, Duilio Pizzocchi, comico bolognese e a un certo punto lui ha detto: noi quando facciamo i comici e andiamo sul palco, e tutta la gente ci guarda, non lo facciamo per risultare simpatici noi – osta sei bravo – ma per rendere felici le altre persone, cioè perché noi vogliamo, con quello che facciamo, dare qualcosa di sé agli altri, che siano più felici.
Il servo è questo, tra l’altro, il servo e il comico sono molto, molto vicini da un punto di vista professionale, perché lo scopo del lavoro è lo stesso, quello di dare un pochino non di contentezza, cazzo voglio far star bene la gente. Io adesso, tra l’altro, ho scritto una commedia dove interpreto quello che ha fatto da mangiare all’ultima cena, che era romagnolo e l’ho scoperto, di Riccione: Paolo Simplicio Marone e lui è quello che poi ha importato la piadina dagli ebrei, solo che loro la mangiano senza maiale – non hanno mai capito un cazzo. Quando lui vede Gesù che si mette lì e lava i piedi e dice devo dare da mangiare me stesso perché capisce che questi poveri apostoli poveretti col ragionamento facevano fatica, avevano i neuroni che si erano imballati, e Gesù… ecco è così, perché quando tu fai da mangiare o fai il cameriere, o fai il comico, vorresti buttarti sempre davanti, vorresti dare tutto te stesso alla gente. E’ una roba esagerata, io addirittura c’ho la malattia fisica del comico, che è quella che sta sempre in avanti, il comico vorrebbe…anche adesso mi verrebbe da buttarmi in avanti, infatti c’ho un problema alla mandibola che scrocchia, la mandibola mi spacca i denti, ho dovuto intervenire in qualche modo perché, uno vorrebbe sempre farsi in avanti. Si può ridere in molti modi, anche della sfiga, perché fa ridere la sfiga. Io l’ho imparato da mio babbo, il mio babbo quando mi ha insegnato il mestiere del cameriere mi diceva: Paolo, ai clienti gli devi volere bene, perché se te ai clienti non gli vuoi bene, gli devi voler bene ma prendendoli per il culo. Questa che sembra roba assurda, una roba assurda, in realtà, se voi ci pensate, quando uno vuole bene prende per il culo, o meglio: si prende in giro, cioè capisce che quello è un povero patacca, ma gli vuole bene. Io devo dire, tra l’altro l’ho raccontato a un nostro amico tedesco Scholz, che qualcuno conosce, no, no, lo voglio leggere perché l’ho scritto e lui mi ha detto che questa cosa qui addirittura è un proverbio tedesco, te lo sapevi? Was sci lip da nes scisc? Questa è anche la dolcezza della lingua tedesca, no che… che vuol dire così: chi si vuole bene si dileggia. Il tedesco fa cagare, però, poveretto, lui ha avuto questa sfiga, con la quale ha conquistato la sua futura moglie. Volersi bene vuol dire proprio questo, prendersi per quello che si è. Io tra l’altro volevo citare la nipotina, la Sofia, che ha fatto una tesi sulla comicità e ha preso il coso di Pirandello: Pirandello a un certo punto scrive e dice la differenza fra comicità ed umorismo. Dice: il comico è quello che ti fa ridere, è assurdo, è paradossale. Per esempio dice: se tu vedi una vecchia vestita da giovane con la minigonna, fa ridere, ostia come sei messo, e fa ridere; dopo però, te ragioni e lui dice: la testa ti fa capire e pensi, ostia ma forse se lei si veste così forse è perché ha il marito giovane che va dietro alle altre fighe, e allora cosa fai? Dice Pirandello: scatta grazie al ragionamento la compassione; te a questa persona gli vuoi bene, e allora nasce l’umorismo, che non vuol dire che non la prendi più per il culo, però la prendi per il culo perché gli vuoi bene, ecco, siccome…te sei più bravo a fare i ragionamenti, io non è che eeee…

ALBERTO SAVORANA:
No, dico che è abbastanza raro trovare un comico che usa dell’umorismo in questo modo, perché spesso e volentieri noi cerchiamo il comico in qualche modo per evadere o per dimenticare qualcosa che non ci va della vita. Che tu dica che chi si vuol bene si dileggia, vuol dire che il tuo far ridere tiene dentro la vita, tiene dentro tutto. E allora io ti leggo una frase di uno che su questo, così ti faccio fare un discorso ancora più serio e impegnato, siediti perché è impegnativo, sono due frasi che avevo preparato, ma tu mi hai dato, hai gettato l’amo, perché è quello che stai introducendo e che io trovo sempre in te, perché tu sei in qualche modo diverso e allora ci aiutassimo e ci aiutassi a scoprire questa diversità, perché questa diversità fa la differenza anche in quello che può sembrare, come è stato nella storia, il mestiere più inutile del mondo: il teatrante che fa ridere il popolo.
L’ironia è il contrario del cinismo, perché fa partecipare alla cosa ma con un certo distacco, riconoscendone la fragilità. Tu hai parlato di compassione, ma con dentro una pace perché è tutta piena di passione per l’ideale, per la vita. C’è una ironia che si può portare dovunque e comunque, anzi è suggestiva l’ironia che prende coscienza delle cose e prendendo coscienza delle cose si avvede sempre di più del limite in cui l’uomo si trova. “Tutto il dramma della storia umana è sotto l’esame di un giudice divino che ride delle pretese umane senza essere ostile alle umane aspirazioni”. Questo è don Giussani, cosa ti dice?

PAOLO CEVOLI:
E’ bellissimo, bellissimo, è vero, è vero perché se uno pensa che normalmente il comico è un superficiale, è vero io sono un superficialotto, in realtà se tu vuoi fare seriamente il mestiere del comico, il mestiere, quindi di scopo fare ridere, devi essere tutto il contrario, perché la mia materia prima è la realtà. Io vengo dalla ristorazione, la realtà, la materia prima del cuoco, no, quando uno fa le lasagne, farina, uova, carne, pomodoro, prende e impasta sta roba e ci mette il suo lavoro, ma la realtà è quella, e fa venir fuori un’altra cosa. Ecco, la mia materia prima è la realtà, la prima realtà sono io verso me stesso, la prima ironia è l’autoironia, ma non l’autoironia nel senso di dire: ostia che sfigato che sono, perché si può ridere anche della sfiga è vero eh, ma la prima ironia è quella di uno che dice: ah tò porca vigliacca, ma che roba è questa? E uno dice: prendo le cose che ho, e nelle cose che ho, le impasto, faccio venir fuori le lasagne, che per me sono le battute, le storie, le cose che fanno ridere. Ma la prima realtà con cui guardo è che sono io e le cose che mi capitano, io, la mia moglie e i miei figli, il telegiornale, lì di robe ce ne è a stufo oltreché le lasagne, lì fai un buffet. Quello che hai detto è bellissimo, perché è questo sguardo leggero ma non da scemo. Ieri la nostra amica Mariella mi ha presentato a Rose che io non avevo conosciuto e ha detto: ti presento Paolo, non sapeva come definirmi e ha detto è uno famoso, uno scemo famoso. E mi fa anche piacere, mi fa anche piacere perché una volta forse, cazzo, volevo diventare una persona normale, seria, invece adesso no, ho capito che questo è il mio, questa è la mia natura, perché veramente Dio si è divertito se mi ha fatto così, vuol dire che aveva gusto di farmi così veramente. Poi quando uno fa il comico, uno pensa ecco il comico è un mestiere superficiale, non è vero, è il contrario e poi è un mestiere che uno fa da solo. Molti dei miei amici a Zelig vivono da soli, perché stanno lì e pensano, pensano, invece è il contrario, il comico non deve pensare, il comico deve vivere, ma deve vivere le robe che gli capitano e deve andare a fondo delle robe che gli capitano e non lo puoi fare da solo, perché, come diceva Alberto, la mia scuola sono stati i frizzi. La tecnica del frizzo è questa: è il cazzeggio con degli amici con cui si sta bene insieme. Io da lì faccio nascere le mie scenette, i miei sketch, non lo puoi fare da solo, perché da solo si chiude tutto in te stesso e io fortunatamente dopo tanti anni che faccio, dopo otto anni che faccio il mestiere del comico, ho trovato qualcuno con cui lavorare e stare insieme. Devo dire che è una grande fortuna, perché è da questo confronto buono, confronto bello, è come quando fai da mangiare, vorresti che le cose fossero sempre 100 volte, vorresti che la gente godesse 100 volte, vorresti che le portate fossero 100 volte, quando fai il comico, uguale. Non ti stanchi mai, perché poi la cosa più bella, come dicevo prima, è che la gente mi manifesta che mi vuol bene, mi vogliono bene, quando la gente batte le mani, io, mi viene sempre quel motto e dico porca vigliacca, guarda, esisto, ci sono. L’applauso è come il complimento o la carezza di una mamma che ti dice: guarda, esisti, ti voglio bene. Tutte le volte penso così, che la gente mi dica: ostia è vero, sei un patacca, però ti voglio bene. Questa è la cosa più bella che la realtà ti può donare.
Queste cose che uno ha dentro, io poi ho avuto la fortuna, come diceva Alberto, che non le ho imparate da solo, perché queste sono cose uno le ha, perché quando nasce le ha, perché il talento è una cosa che uno ce l’ha dentro, l’essere ce l’ha dentro. Io ho avuto la fortuna di impararle dentro una storia molto più grande della mia, perché io non avrei mai veramente, non sarei potuto, e poi hai gli incontri che nella mia storia io ho fatto. Per esempio, nel 1991, quando mi avevano proposto di andare in televisione, io gli dissi di no, perché in quel momento la mia realtà era tutt’altro, avevo tutto un altro lavoro, mi dovevo trasferire a Milano che non ne avevo voglia, poi dopo ho avuto la fortuna di incontrare quelli di Zelig, Gino e Michele e i capi, che mi hanno preso, mi hanno preso e allora come dicevo prima mi hanno detto: guarda Paolo non puoi andare avanti all’infinito così, devi lavorare, perché oltre al talento serve il lavoro, perché se tu non lavori… Cos’è il talento, è prendere il proprio talento cioè te stesso, perché nel mio caso il mio talento sono io, non ho altro, te stesso e lo devi mettere in tutte le cose che fai. Non puoi dire, no, decidere qui lo metto e qui no, lo devi mettere in tutto. L’altra cosa che mi hanno detto è; devi essere capace di rapporto con tutti, non ti devi negare a nessuno, perché se tu ti neghi a qualcuno, fai delle scelte a priori, sbagli, smetti di fare il comico, infatti smetti di fare ridere, perché non ti fai colpire più da niente, niente ti colpisce più, hai già visto tutto e allora replichi quelle che sono le tue battute e vai avanti all’infinito e alla fine non ti “divertisci” più neanche te.

ALBERTO SAVORANA:
Dicci qualcosa del titolo del Meeting, cioè il Cevoli del 2010 cosa desidera, c’è una cosa grande che desidera?

PAOLO CEVOLI:
Allora, l’altro giorno mi hanno fatto una intervista e un giornalista mi ha chiesto la stessa cosa, e ho detto porca vigliacca, ho avuto molto, uno dice guarda, faccio una botta di conti, ho passato dei momenti anche difficili però… Sono stato a Napoli e a Napoli mi hanno parlato di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che era un comico di altri tempi, e alla fine, ho detto, non sapevo cosa dirgli, e gli ho detto: cazzo ma sai cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe diventare, un domani più lontano possibile, il Santo protettore dei comici, diventare santo ma non santo come quelli da calendario, avere… tipo la Carfagna, hai capito? Perché mi hanno raccontato la storia di questo avvocato napoletano Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, avvocato, grande giurista, che faceva praticamente delle adunanze con i mariuoli napoletani, raccontando le barzellette. Raccontava le barzellette come faccio io, uguale, io racconto me stesso, quello che ho vissuto, le cose belle che ho incontrato, raccontando le barzellette. Io non ce la faccio a fare dei racconti seri, io quando vado a teatro e vedo quelle robe tipo Pirandello, bravo, ma due maroni, ragazzi volevo dire che a me tanti ragionamenti mi straziano, io non gliela faccio, tant’è vero che, come dicevo, ho scritto questa storia, di questo patacca che ha incontrato Gesù, perché boia di una vigliacca, ma è possibile che tra tutta la comitiva di Gesù non c’era uno che era patacca? E allora mi sono immaginato questa figura che incontra Gesù a Cana fra l’altro, nel primo…dove rimane inculato, perché il miracolo dei vini, adesso non sto a raccontare la storia, magari questo altr’anno la facciamo al Meeting e vediamo che cosa si può, però di sicuro fa ridere. Il mio scopo è far ridere, il comico, qual è il tuo messaggio? Fare ridere, ti racconto quello che sono, te lo racconto facendo ridere, perché è il mio di raccontare, ma racconto io quello che sono, non che dietro…perché ogni cosa serve al suo…le lasagne vogliono mangiare, tu le puoi usare anche come carta da parati, però non è che…lo scopo del comico è di far ridere, non dire secondo me lui sta sbagliando….

ALBERTO SAVORANA:
Dovete riconoscere che Cevoli è un grande perché, ve ne state rendendo conto, dicendo le sue pataccate ci sta infilando cose per cui un uomo può dare la vita, perché la cosa sorprendente di questo dialogo con lui, è che si può parlare di tutto, anche di ciò che fa ridere, perché è il suo mestiere. A lui è capitato in sorte di fare il comico, ma non c’è differenza ed è sorprendente sentirgli fare certe sparate che ti tramortiscono quasi se non come e forse più delle sue battute, e come fai a conservare questa vivacità, questa vivezza, per cui non ti ripeti, cioè, non ti lasci imprigionare dentro lo schema che tutti in qualche modo ti buttiamo addosso? Tu sei il Cevoli delle prime volte, del grande successo, ma perché non ti basta ripeterti?

PAOLO CEVOLI:
No, se c’è un mestiere in cui non si può vivere di rendita è il comico, come il ristoratore. Per il ristoratore, per il cameriere ogni cliente è un cliente unico, se tu hai servito un miliardo di persone benissimo, ma quel giorno lì ti girano i co…arriva, cazzo che rompicoglioni, e tu quel cliente lì non lo servi, non lo servi, non capisci che lo scopo del tuo essere è servirlo ma servirlo, cioè far sì che lui sia felice, che vada via contento, ahhh così contento lo vedi, quando uno mangia bene sta bene al ristorante, che ha la bocca che gli ride, anche il buco del culo, lo vedi, felice, contento; il comico uguale, perché il comico non può vivere di rendita. Perché ogni volta che io vado sul palco, se la sera prima ho fatto uno spettacolo che la gente dice ostia, alla gente conta solo quel momento lì, conta solo il momento in cui tu sali i gradini e io quando salgo i gradini penso sempre ostia, qui, questa sera ci sono delle persone che sono venuti apposta per me e han pagato il biglietto, si vogliono divertire e il mio scopo è quello lì. Non puoi vivere di rendita, perché la vita non si può vivere di rendita, vivere di rendita vuol dire morire, vuol dire che l’ho gia capito, lo so già, invece io non so un cazzo. Io quando la gente dice: ah tu sei famoso, io ho appena cominciato, ho appena cominciato a fare il comico, allora la cosa che mi stimola è questa cosa qui: è che quello che io guadagno è mettere in tutte le cose che faccio, in tutte le mie capacità di trovare delle pataccate sempre nuove, quello che io sono, quello che è il titolo del Meeting, il mio cuore. Io ho dentro una smania, io poi ho avuto anche questa fortuna di fare questa esperienza di imprenditore, poi sono romagnolo, il romagnolo ha sempre questa ferita, vuole sempre andare, è uno sborone. In me c’è un po’ questo dualismo: patacca e sborone, lo sboronismo e il patacchismo vanno avanti insieme. Io sento che sono stato cosato per fare qualcosa di grande veramente e ce l’ho dentro, poi è logico che ci sono sempre le persone che ti aiutano, per esempio la prima è mia moglie che mi tira sempre con i piedi per terra. Perché la prima volta che ho scritto un libro, le ho dato da leggere il libro e lei ha letto le prime pagine, e dopo le ho chiesto: ma non vai avanti? No, tanto è sempre uguale. Almeno lei mi tira un po’ per terra, per fortuna che ho questa cosa. Vorrebbe dire smettere di vivere non metterci il cuore in tutte le cose che faccio e che mi capitano, vorrebbe dire che sono morto, vorrebbe dire che praticamente son già morto, cioè vuol dire non cresco più al massimo, non divento più al massimo: San Paolo Cevoli che…uno sborone, che cazzo devi dire….

ALBERTO SAVORANA:
Senti una cosa, tu continui a parlare del pubblico e della gente, mi piacerebbe capire come tu vivi la risposta che la gente ti da quando fai gli spettacoli, perché, scusate se parlo spesso di Giussani però per me è un po’ un punto di riferimento come paragone in tutto, e lui raccontava che quando era appena diventato prete e diceva le prime messe e saliva sul pulpito, appena incominciava a predicare notava che la chiesa cominciava ad assumere un atteggiamento a macchia di leopardo, cioè i fedeli si disponevano con atteggiamento diverso e all’inizio lui era imbarazzato e non si spiegava questa cosa, poi ha scoperto, si è dovuto rendere conto che ciascuno, personalmente, reagiva non semplicemente alle parole che ascoltava ma al tono della sua voce, allo sguardo con cui portava le cose che diceva alla gente, cosicché in una platea indistinta cominciavano ad emergere non delle figure generiche ma delle facce e lui pian piano ha cominciato a distinguere quelli che gli rispondevano e quelli che gli rimanevano indifferenti. Come è per te tutte le sere calcare le scene, questo rapporto con queste folle, che tu probabilmente vedrai quella volta e forse non le rivedrai più?

PAOLO CEVOLI:
Ma, sicuramente ti mette molto in discussione, perché io, praticamente tutte le volte che racconto, poi in realtà nel mio spettacolo racconto anche molte delle cose che ho detto oggi, cioè io racconto la mia storia, perché è la cosa che fa più ridere raccontare quello che mi è capitato. E ogni volta che mi racconto mi scopro, che non è normale, perché un conto è recitare facendo l’attore e l’attore indossa una maschera. In realtà, come mi hanno detto fin dall’inizio Gino e Michele di Zelig, io non sono un attore, perché io non sono capace di recitare. A me, se mi dicono fai il ruolo che piangi, io non son capace, fai il ruolo che sei arrabbiato, boh? Io non so fare le vocis. Questo so fare! questo sono! Io sono una maschera, che è quella che tecnicamente si definisce la maschera, come potrebbe essere Arlecchino, una maschera. E ogni volta che io sono sul palco, mi racconto. E’ vero, la gente ha un certo tipo di reazione ma io mi rendo conto che dipende molto anche dalle cose che dico, ma di più dall’energia che ci metto. Che cos’è l’energia? L’energia è l’intenzione, che tu metti dietro alle parole: il corpo, le mani, la faccia, gli occhi, il volume, l’intenzione! Se voi fate scuola di teatro vi insegnano che se devi dire una cosa, la devi dire con una certa intenzione. Quella è l’energia! E’ l’energia di volere arrivare agli altri, di non dire le cose a macchinetta, non dirle per dirle, ma dirle perché gli altri incontrino te. Ma non solo per gli altri, perché come dicevo prima, come diceva la mia mamma quando facevamo i camerieri: quando sono contenti i clienti siamo contenti anche noi, che è una frase meravigliosa, perché vuol dire che la mia felicità è di ritorno da questo meccanismo che io do. Perché se io mi do al pubblico, cioè ci metto energia, metto in gioco la mia vita con il pubblico, che è fatto dalle persone che ci sono quella sera, il pubblico non è mai una roba generica, ci son sempre delle persone. Questa cosa qui ti dà un ritorno mostruoso. Io infatti concludo sempre il mio spettacolo con una frase che dice: “e ringrazio il pubblico, perché questa sera mi avete fatto sentire unico e irripetibile”, che è la cosa più forte che uno possa sentirsi dire. L’applauso del pubblico, dico, cazzo ci sono! Ma per fare questo, per far sì che la gente rida, si diverta, applauda, batta le mani, non basta solo quello che io dico, ma ci vuole, come dicevo, l’intenzione, l’energia. Io faccio una fatica, quando faccio lo spettacolo, mostruosa. Perché se tu andassi lì a recitare, piribi piribi, sarebbe uno sforzo importante ma piuttosto ridotto. Invece io, un po’ perché non sono capace, perché ancora sto imparando, non ho tanta tecnica, e quindi consumo molte più energie rispetto a quelle che dovrei usare per fare uno spettacolo, per stare un’ora e mezzo sul palco. Però devo dire che questa cosa qui è proprio questa, quando tu hai il pubblico, se tu non cogli questa cosa come un’opportunità per dire voglio io donarmi…E da questo ricevo la mia grandezza, la mia felicità. Dalla felicità degli altri, dall’ essere servo degli altri, dall’ essere comico per gli altri, dal farli ridere, ricevo la mia unicità e irripetibilità.

ALBERTO SAVORANA:
Allora, qui c’è un microfono. C’è spazio per qualche domanda, per chi volesse interrogare Cevoli.

PAOLO CEVOLI:
Bene, è sempre bello avere un pubblico così sveglio…, avete caldo? Là c’è uno smilzo vestito come un bambino della colonia, però dai!

DOMANDA:
Guardandoti e guardando anche gli altri comici che sono a Zelig vediamo la differenza

PAOLO CEVOLI:
Fisica o …

DOMANDA:
anche fisica. Per quale motivo te sei diverso dagli altri? Perché gli altri, per esempio, mettono la loro comicità a servizio, in qualche caso anche del potere, quindi per o esaltare o distruggere qualcuno, e invece in te non la vediamo questa cosa, la vediamo come una cosa più generica, più per tutti. Anche l’assessore, che tu hai fatto, riprende un po’ il ruolo che c’ha ognuno di noi nella vita. E invece altri li vediamo più puntare o a esaltare o a distruggere. Me lo fai capire per quale motivo è così?

PAOLO CEVOLI:
Ma guarda, in realtà, come dicevo prima, per ridere ci sono molti modi. Si può ridere perché uno casca su una buccia di banana, si può ridere perché uno va con le escort, perché un altro … non è che …. si può ridere come si può mangiare per diversi motivi. Si può mangiare perché si ha fame, si può mangiare perché uno … muore, si può mangiare perché uno è nervoso, si può mangiare perché uno c’ha il gusto della vita. E dici: cavolo, che lasagne! Le lasagne sono sempre quelle, la realtà è sempre quella. Dopo dipende da uno … dice: me la voglio godere. Allora siccome mi piace ridere, fare dell’ironia, trovare delle battute, delle cose così, mentre magari un altro dice oscio, che sfiga, allora magari rido sulla sfiga. Forse magari può essere una via di fuga. Oppure voler fare un ragionamento, dire: adesso ti spiego delle robe, siccome come diceva Eliot, i comici sono quelli che spiegano meglio di tutti le cose, anziché fare un ragionamento politico, faccio un ragionamento comico, così quello che dico arriva meglio. Voglio colpire la testa della gente, la gente fa dei ragionamenti e da lì nascono tutte le serie probabilmente di cose, satira ecc. Potevano spegnere i termo al Meeting…, che caldo, sto schiumando, c’ho il fango nelle mutande. Chi sei tu?

DOMANDA:
Mi chiamo Rita. Volevamo sapere, siamo qui con i ragazzi, com’era il tuo rapporto con la scuola, com’era Paolo a scuola alle medie.

PAOLO CEVOLI:
Allora io non è che mi sono mai ammazzato sui libri, perché non ho l’aureola … stavo molto attento in classe. Mi mettevo sempre … anche perché ero fra i più brevilinei, quindi ero nella prima fila. Mi piacevano alcune cose, mi piaceva molto leggere, ho avuto la fortuna di incontrare qualcuno che mi ha appassionato alla lettura, mi piaceva molto dire le cazzate. Al liceo per esempio quando facevo inglese, c’avevo due ore vicine, ogni tanto il professore non aveva voglia e diceva: Cevoli, racconta due barzellette, andavo avanti due ore! All’università idem, io ho fatto giurisprudenza. Gli esami grossi li studiavo. I complementari, andavo a sentire gli esami degli altri. Stavo lì un giorno, un giorno e mezzo, poi quando era verso la fine che il professore più sfigato, l’assistente stava per andar via mi avvicinavo: professore, mi faccia dar l’esame. Sono uno studente-lavoratore. Cominciavo a parlare, lui non gliene fregava niente, qualsiasi cosa dicevo andava bene, di giurisprudenza, è logico. Non sono stato uno studente modello, però le cose che capitavano mi colpivano sempre. Non sono stato un secchione, però lo studio…, devo dire che ho studiato quasi più dopo che durante la scuola. Ho capito che forse qualcosa avevo perso a forza di cazzeggiare. Che è sempre sbagliato, però a me piaceva: imitavo i professori. Poi?

DOMANDA:
Ciao, Benedetta. Ti volevo chiedere una cosa. Io ti ho sempre seguito a Zelig, soprattutto per quanto riguarda la satira politica nei panni dell’assessore Cangini eccetera, e allora mi è venuta in mente una cosa: tu prima hai detto che per ridere, per far ridere bisogna voler bene agli altri. Mi chiedevo: quando parli di politica, si può voler bene anche a quella cosa lì? Perché io quando penso alla politica mi incazzo, tu invece…

PAOLO CEVOLI:
Il problema non è di incazzarsi. Tu vuol bene a tuo figlio, se fa una cagata ti incazzi, però dentro un rapporto affettivo ci sta anche l’incazzatura, anzi il contrario, se a uno gli va bene tutto, vuol dire che non ti vuole bene. Bisogna voler bene, perché se a uno tu gli vuoi make, se tu vuoi il male dell’altro, vuol dire che non vuoi bene neanche a te, perché l’altro in fondo è un povero pitocco come te. Parliamo della politica, perché forse vogliamo dire che la politica… coso…Tremonti… allora, adesso… voler bene a Tremonti si fa fatica per tutta una serie di motivi legati anche al fatto che vedo che uno… però lui ha delle uscite…devi volergli bene, perché se no, come fai a prenderlo per il… se no anche a te ti viene l’acido, ti va in acido, ti viene su il rigurgito…

DOMANDA:
Posso fare una domanda seria, poi ci rispondi… sul banco farmaceutico… vorrei che dicessi qualcosa… visto che tu sei un testimone…

PAOLO CEVOLI:
Posso dire qualcosa sul banco farmaceutico, certo! Il banco farmaceutico, sette anni fa il mio amico Mamo, che ha una farmacia a Bologna e lavora per il banco farmaceutico, mi ha detto “perché non presti la tua faccia a fare…?” e gli ho detto “perché no?”. Me l’aveva chiesto e gli ho detto “volentieri”, io ricevo molte richieste di gente che dice “vieni” e per come sono fatto io mi scoccia non poter dire di sì a tutti. Perché poi c’ho l’indole dell’albergatore riccionese, no, che mettere i clienti…quando uno ti chiede una cosa è impossibile dire di no. Poi dopo nella realtà è vero che è impossibile dire di sì a tutti quelli che lo chiedono, “perché non vieni che noi facciamo…, perché non raccogliamo i soldi di qua…, perché…?” Capito, uno delle scelte le deve fare, però quando qualcuno mi dice “vieni”, visto che ho avuto appunto questa fortuna di avere ’sta faccia da patacca, e la gente quando mi vede, ripeto mi vuole bene, io sono sempre stupito, la gente mi fa i complimenti non solo perché si divertono e ridono, ma perché mi vogliono bene. Allora se qualcuno mi dice “la tua faccia potrebbe essere utile per…”, allora perché no?

DOMANDA:
Ciao, sono Pietro. Siccome prima hai detto che per fare il comico hai bisogno di qualcun altro, non puoi fare tutto da solo, cioè non puoi fare da solo per raccontare te stesso, volevo sapere com’è il tuo rapporto con Valentino, un personaggio così famoso, cioè se magari è proprio uno di quelli che ha contribuito a formarti, ad aiutart.

PAOLO CEVOLI:
Allora, guarda, da un punto di vista, diciamo così, del meccanismo della comicità, lo dicevo già prima, non è che voglio fare…però esistono gli attori comici e le maschere, no? Gli attori comici sono quelli che non hanno nessun… si mettono la maschera e diventano qualsiasi personaggio. La maschera è se stesso, se stesso. Immaginati: Totò, faccio degli esempi, Troisi, Benigni, Petrolini. In Italia la Commedia dell’arte, con Goldoni, ha fatto nascere le maschere, che hanno la caratteristica di essere molto regionalizzate, quindi come me, che sono romagnolo, fisicamente molto riconoscibili, e interpretano se stessi. Poi se tu fai la maschera, la puoi fare da solo o in un contesto; da solo fai il monologo. Io mi alzo e faccio il monologo. La prima volta che io sono andato a Zelig, Claudio Bisio, che io conoscevo ed era molto amico, e quelli di Zelig mi hanno detto: “ma le tue scenette le vuoi fare da solo o con la spalla?” E io gli ho detto subito: “con la spalla, alla grande!” Perché? Perché tecnicamente la spalla è la gente, la realtà. Allora se tu fai comicità da solo, un monologo, tutto si esaurisce lì, bello, tutto quanto si esaurisce in te. Quando tu c’hai di fianco uno, la tecnica dice che il pubblico si immedesima in lui, cioè lui fa la spalla, se lui ride, ride anche il pubblico, e io quando faccio Zelig lavoro per far ridere Claudio Bisio. Tant’è vero che io non provo, se c’ho delle battute gliene dico la metà, perché voglio che lui reagisca così, perché lui è il mio pubblico, lui è il mio tramite. Io maschera, assessore o quello che faccio, sono inserito in un contesto con un tramite della realtà, dello spettacolo, con la spalla. Valentino è la mia spalla: io sono il comico e lui è la spalla. Ci sono mille esempi del rapporto comico-spalla, cioè uno è quello che tira fuori le cose e uno quello che le chiude, ed è un mestiere molto difficile. Valentino è una grandissima spalla, grandissima, perché se ci fate caso è Valentino che è al mio servizio, io sono quello che fa ridere, Valentino fa le facce, mi fa le domande, mi da la possibilità di far ridere; come Bisio è un grande, grandissimo ruolo, è difficilissimo fare la spalla, richiede molta intelligenza, perché non sei tu quello che sta in prima linea, stai dietro, apparentemente sta dietro, ma è quello che dà a te la possibilità di alzarti, come l’alzatore della pallavolo, come quello che fa il cross da in fondo alla linea: il merito è tutto di quello che il goal o la schiacciata, però è quello…allora, avere la spalla, avere delle spalle eccezionali come a Zelig Claudio Bisio e nella reclame Valentino, è una fortuna tremenda. Ma molti dei miei amici non accettano questo ruolo, perché pensano che avere uno di fianco sia un di meno, perché se sono da solo emergo! E’ un errore enorme, grandissimo! Poi ognuno ha la sua sensibilità artistica, non è che voglio dire “è più giusto il monologhista”, però nel mio caso io ho capito subito d’istinto! Tant’è vero che io vengo fuori, quando ho una spalla, molto molto di più che negli spettacoli in cui sono da solo. Cerco sempre di prendere qualcuno per farmi da spalla, perché mi dà la possibilità di venir fuori meglio, perché è in questo rapporto che la comicità esplode. Se voi guardate gli spot di Valentino sono tutti così. All’inizio ero io, che siccome Valentino era in un mondo…, tant’è vero che Valentino era sulla finestra, vi ricordate? e io ero giù. All’inizio ero io che volevo arrivare al suo mondo, poi la storia è andata avanti, io ho raggiunto Valentino, Valentino è sceso da me, e poi dopo sono io… Questa è anche una tecnica di reclame, adesso non sto a svelare dei segreti che tanto voi con la vostra ignoranza non potreste neanche capire, quindi non è che…va beh dai scherzo… bravo Pietro di Siracusa, bellissima città di Siracusa in provincia di… Avellino. Allora, a chi sta?

DOMANDA:
Ciao Paolo, mi chiamo Serena. Io volevo chiedere, in questa diciamo conferenza tu ci hai parlato più che altro degli aspetti positivi della tua carriera e comunque della vita che hai fatto per raggiungerla. Invece gli aspetti negativi? Tu non hai mai per caso deciso di mollare tutto e cambiare vita, cioè non fare più il comico?

PAOLO CEVOLI:
Guarda, non ho avuto ancora tempo, nel senso che io ho passato dei momenti difficili, in cui pensavo di avere sbagliato tutto, in cui dalla realtà ricevevo solo segnali negativi, e penso tutti nella propria vita abbiano avuto dei momenti in cui dici: “mi sento una…” Io mi sono sempre sentito uno che aveva dentro, come dicevo prima, un istinto sburonativo, ma non perché io mi senta chissà quale… anche perché voglio dire, fisicamente non è che mi posso permettere di essere…, però ecco, ho avuto dei momenti in cui mi sono sentito…e devo dire che la mia fortuna è stata di aver trovato in quei momenti degli amici che mi hanno voluto bene, mi hanno accolto, mi hanno aiutato, fino a che a un certo punto il destino, come vi dicevo parlando del discorso professionale… Io avevo fatto altre trasmissioni, ero andato anche da Costanzo, nel ’93, nel ’95, però tutte robette così, e quindi devo dire che è stato casuale, come probabilmente è stato casuale tutto il resto della mia vita, casuale nel senso che non mi sono mai messo lì, “adesso voglio”, sono stati sempre frutto di incontri, è stato sempre frutto di gente che mi ha detto “perché non…dì, c’è questa cosa, perché non…?” Allora io, tutte le volte che mi sono messo in testa di far delle robe, alla fine ho visto che ogni volta che c’è stato qualcuno che mi ha detto “dì, c’è questa… perché non?”, gli sono andato dietro. Hai capito grosso modo? Ultima domanda!

DOMANDA:
Ciao, sono Guendalina, volevo chiederti quanti anni è che vieni al Meeting e perché vieni.

PAOLO CEVOLI:
Dal ’80. Venivo a fare…, penso di essere venuto alla prima edizione, mi chiamavano… dunque nel ’80 avevo 22 anni, venivo a montare. Io nei lavori manuali non sono mai stato tanto capace, però venivo! Io di solito mi mettevo dietro con dei pannelli, dormivo un paio d’ore, anche perché lavoravo, facevo il cameriere e poi venivo scoperto, allora ogni tanto andavo in un padiglione, prendevo il martello, sbattevo per mezz’ora il martello per far finta, facevo dei rumori – ho sempre fatto un po’ fatica a concentrarmi sulle cose, sia teoriche che manuali, quindi… Però la voglia c’era, l’istinto c’era, il Meeting è sempre una bella cosa, venire qui, in questi capannoni, al Festival dell’Unità del Meeting, perché devo dire c’è tutto un bulirone, però mi piace, è bello, e poi si incontra sempre un mucchio di gente, di amici, devo dire, è sempre una cosa bella. Poi oggi, devo dire, per la prima volta parlo qui al Meeting, non mi sembra vero, che faccio dei ragionamenti, provo a fare dei ragionamenti, mi sforzo per lo meno…

ALBERTO SAVORANA:
“Il Signore aveva gusto a farmi così, faccio quel che faccio perché gli altri siano felici, ma devo essere serio in questo lavoro, la mia materia prima è la realtà. Occorre mettere, lui lo mette, il talento in tutto. Ogni cliente, quando facevi il cameriere, è unico. Ogni volta che racconto mi scopro. La mia felicità è la felicità degli altri, perché questo mi fa sentire unico e irripetibile, tutto per me è stato frutto di incontri”. Sono alcune delle parole che ha usato Paolo, perché mettete in fila questo, questo descrive l’esperienza che ogni uomo vorrebbe per sé, e capite che queste parole, se per un istante chiudete gli occhi e immaginate che al suo posto non ci sia un comico, ma un professore universitario, un capitano di industria, un insegnante, una madre di famiglia, un padre, uno studente liceale o universitario, valgono perché queste sono la misura dell’umano. Questa è la lezione che io prendo da Paolo oggi, queste cose valgono qualunque sia la condizione in cui la natura, cioè Dio, non siamo panteisti, per noi la natura è Dio, ci butta nella realtà. E guardate che non bisogna prendere come una battuta il suo desiderio di finire nel calendario dei santi, San Paolo il protettore dei comici. Ma voi pensate a uno come Paolo, che oggi ci ha fatto scompisciare dalle risate, che dice che lui desidera, che vuole essere santo? Uno come lui che dica così o è matto oppure ha ragione. Se ha ragione noi d’ora in poi non possiamo più guardarlo alla televisione, ascoltarlo in uno spettacolo senza cercare di scorgere nelle pieghe della sua messinscena, tra parola e parola, tra le sillabe di una battuta e l’altra, questa sua umanità. E’ questa umanità che lo sta facendo grande, che prende il suo talento e lo fa moltiplicare. Lui l’ha giocato il talento, non l’ha nascosto per paura del padrone geloso che miete dove non ha seminato, non l’ha nascosto per proteggerlo, l’ha buttato, l’ha buttato a mare, e guardate come frutta in termini di vita, vita! Facendoci, appunto, facendoci ridere, una cosa che apparentemente sembra non pesare niente, non valere, non avere un’utilità sociale, eppure quanto d’ora in poi noi possiamo scorgere nel suo apparirci di ciò che noi desideriamo, delle cose grandi che noi facendo altro possiamo come lui cercare e scorgere dentro la realtà, attraverso gli strumenti della nostra professione. Grazie Paolo!

PAOLO CEVOLI:
Grazie a voi!

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

26 Agosto 2010

Ora

13:45

Edizione

2010

Luogo

PAD. B5
Categoria