UN CAFFÈ CON… UN FINANZIERE - Meeting di Rimini

UN CAFFÈ CON… UN FINANZIERE

Un caffè con... un finanziere

Partecipa Francesco Confuorti, Presidente e Amministratore Delegato di Advantage Financial. Introduce Mauro Bottarelli, Giornalista.

 

MAURO BOTTARELLI:
Buongiorno a tutti, grazie di essere qui, al caffè con un finanziere. In questo periodo verrebbe da dire che non è il massimo della vita, bere un caffè con un finanziere, visto che i finanzieri, da quello che si legge e si dice in giro, sono quelli che hanno scatenato la crisi, quelli che a Londra chiamano i fat-cats, i gatti grassi, che vivono solo di bonus, di speculazione, cioè gente poco raccomandabile. Oggi cercheremo, attraverso le parole, la testimonianza del dott. Confuorti per sfatare questo mito e, prima di tutto, per dimostrare che c’è finanza e finanza, che non tutti quanti sono il Gordon Gekko di Wall Street, ma c’è anche gente che lavora per creare crescita, produttività, ricchezza, per il bene del paese e di chi investe. Dopo di che, scopriremo anche nel nostro “viaggio” di oggi che a volte ci sono finanzieri più lungimiranti dei politici, per quanto riguarda le ricette di cui questo paese avrebbe bisogno per uscire, non solo dalla crisi globale, perché sicuramente non possiamo uscirne da soli, ma dalla stagnazione in cui è, da ormai diversi anni, da una situazione di debito pubblico fuori controllo, da una mancanza di flessibilità sul lavoro, dall’aver tolto la centralità della persona nel mondo del lavoro, nel mondo dell’imprenditorialità, dal vedere soltanto Stato e poco mercato e poco individuo al centro dell’economia.
Chi è Francesco Confuorti, lo spiegherà poi lui. Diciamo cosa fa: è Presidente e Amministratore Delegato di Financial Advantage, una banca d’affari che opera a Wall Street. Francesco Confuorti è un uomo che da del tu a Wall Street, alla finanza, ma è anche un uomo fieramente italiano e che è stanco, da quel poco che abbiamo potuto sapere oggi a pranzo, di vedere il nostro paese con enormi potenzialità arrancare, non crescere e soprattutto perdere la sua identità. Perché l’economia e la finanza, senza l’identità – senza sapere chi siamo e quindi cosa possiamo fare e dove vogliamo andare – non bastano. Per una breve introduzione generale, penso possa andare la domanda che tutti quanti vorrebbero fare in questo momento ad un finanziere: questa crisi sta finendo, non sta finendo, dobbiamo essere ottimisti, come ci dice qualcuno o pessimisti, come ci dice qualcun altro? Dove ci porterà e, soprattutto, come l’Italia può uscirne, ne uscirà rafforzata o ulteriormente indebolita nel quadro europeo e mondiale?

FRANCESCO CONFUORTI:
Io mi rifarei ad una frase biblica o della nostra cultura cattolica e occidentale. Molte volte abbiamo qualche problema a dirci cattolici, quindi ci rifugiamo dietro la parola occidentali. Ci sono stati sette anni di vacche grasse e sette anni di vacche magre, abbiamo avuto un ciclo economica che è durato per quindici anni in maniera artificiosa. Questo porta a delle correzioni dei corsi, dei valori azionari e anche delle valutazioni di quelle che sono le attività trattate in borsa oppure scambiate: anche Newton ci ha fatto capire che se si cade da più in alto, generalmente, ci si fa più male. La borsa è venuta giù da valori abbastanza insostenibili, in funzione di una economia mondiale, quella occidentale, quella a cui ci rifacciamo come valori e come cultura – come cattolici, come calvinisti, come ortodossi – che sono stati il drive, la macchina della crescita degli ultimi 2000 anni, almeno da noi in Europa, e sicuramente negli ultimi 100, 150 anni. Quello che sta succedendo è un fattore tipico dei mercati che trovano correzioni. Quello che è spiacevole è che le parti più deboli vengono in qualche maniera a pagare il prezzo di tutti, come al solito. In questo contesto abbiamo trovato che chi è riuscito a rimanere sul mercato sta guadagnando, perché abbiamo i corsi, i valori dei mercati azionari ai livelli pre-crisi, che hanno saputo mediare, e quindi beneficiare. E abbiamo invece una parte della popolazione, una grande parte della popolazione, che ne ha tratto svantaggio: è quella che ha perso il lavoro, la casa, è quella che ha perso l’opportunità di una visione del futuro migliore.
Quindi, cosa succede? Succede che il prossimo futuro, in qualche maniera, ci fa trovare l’incertezza della politica, che è diventata anche fattore predominante nella finanza. Sappiamo che, per definizione, i politici sono cattivi amministratori, figuriamoci un po’ del mercato, che è un elemento che si autocorregge in maniera grintosa, in maniera forte, in maniera disumana, che però si corregge, e invece la politica non si corregge mai. Ora abbiamo i politici che comandano anche la borsa, che di per se è una bestia feroce, una fiera, un leone, una tigre, un animale, una bestia che è difficile domare. Abbiamo una gestione del sociale e dell’economia in mano a degli incompetenti, questo è il più grosso e grasso problema che abbiamo: grasso perché sono degli spendaccioni, perché continuano a fare debiti e perché continuano a investire in cose non produttive invece che in cose produttive. Abbiamo visto salvataggi di aziende decotte e abbiamo visto che non sono in grado di trovare una soluzione a quelli che sono i problemi della crescita, della famiglia, della demografia o della capacità di creare positività nella famiglia tramite il risparmio e la capacità di spendere, sapendo che spendono quello che possono spendere, non quello che non sanno di spendere, perché usano le carte di credito e perché in Italia sono i peggiori pagati in Europa.

MAURO BOTTARELLI:
Vedo che ci sono tre parole fondamentali nel tuo pensiero riguardo alle prospettive per ripartire: demografia, debito e rigidità. Vuoi spiegarci in che modo questi tre concetti vanno a incarnarsi nella situazione attuale, soprattutto nella situazione di questo paese?

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, sappiamo che il mondo occidentale è il mondo, dove fanno in pochi e molti si sentono dei prediletti o dei fortunati. Il debito: continuiamo a spendere più di quello che produciamo e produciamo meno di quello che potremmo produrre, perché c’è un abbassamento della capacità o della volontà di farci crescere in maniera sana, perché siamo più difficili da controllare se siamo sani che se siamo malati o abbiamo dei debiti, se siamo preoccuparti o abbiamo qualche problema. La rigidità deriva dal fatto che la nostra gestione è in qualche maniera data a chi non ha una capacità gestionale, ai politici e a chi vive delle nostre difficoltà, quelli che in qualche maniera ci fanno fare i debiti. Le banche potrebbero avere un fattore positivo, sovvenzionare la crescita invece di drogarci, farci pagare delle rate e, in qualche maniera, tenerci al bavaglio per lungo termine. Ci sono fattori dell’economia che sono distorti e i gestori che sono degli incapaci. Scusa se sono poco chiaro.

MAURO BOTTARELLI:
Un altro concetto che non si trova spesso, soprattutto, in bocca a un finanziere o comunque a qualcuno che lavora in questo ambito, è l’idea di coniugare valori e principi dell’occidente con un concetto di crescita sostenibile. Secondo te, questa crisi, o almeno una parte di questa crisi, parliamo della parte più morale di questa crisi, è dovuta anche in parte ad uno spogliamento dell’identità?

FRANCESCO CONFUORTI :
E’ sicuramente dovuta ad uno spogliamento dell’identità, perché le cose vere hanno un tempo per crescere: il grano ha 9 mesi, la nascita di un figlio ha 9 mesi. Non si possono inserire dinamiche così veloci, così radicali, nella costruzione di una economia o del fabbisogno delle persone e poi pensare di poterle gestire. Quando parliamo di solidarietà e sussidiarietà, cose molto, molto importanti, noi ci dimentichiamo delle persone che ci sono a fianco: generalmente pensiamo che la fame, i problemi delle famiglie, la povertà siano problemi che non ci riguardano, perché abbiamo una bella televisione pornografica, con delle signorine nude che ci fanno pensare al benessere. Invece abbiamo problemi a casa nostra: sono i problemi dell’occupazione, della creazione di benessere con una non eccessiva fiscalità, che ci permetta di fare dei figli e, nei valori cristiani, cattolici e occidentali, di costruire loro una vita che abbia una struttura sociale che crea le aziende, che crea il localismo, che crea la cultura, come abbiamo visto per 2000 anni. Invece abbiamo una struttura degenerata, che ci porta a guardare al benessere come a un fattore da raggiungere in breve termine, e ci dà l’angoscia di non poterlo mantenere. Che ci porta a creare il benessere sul debito e non sulla creazione di valore o sulla creazione di aziende o sul mantenimento delle aziende affinché le nostre famiglie, i nostri operai, i nostri artigiani si rifacciano a questo modello e si crei l’economia del benessere e della comunità sociale a cui siamo stati abituati per circa duemila anni.

MAURO BOTTARELLI:
Tu parlavi prima anche di squilibri salariali rispetto ai nostri partner, europei e non solo. Però questa logica di squilibro salariale non è solo una questione che va a incidere meramente sulla “cassa familiare”, sul potere di acquisto, è anche qualcosa che rischia di demotivare non solo il lavoratore in sé, ma l’idea stessa di produttività del paese.

FRANCESCO CONFUORTI:
Quando noi abbiamo un operaio, una segretaria che costa 27.000, 28.000 mila euro, e ne porta a casa 12.000, e poi ogni volta che compra qualcosa deve pagare l’IVA, e quindi rimangono 800 euro, l’imprenditore non ha più spazio per far crescere il salario e il dipendente ha un problema oggettivo di quasi povertà, non è in grado di vivere, di mangiare e di costruire in maniera positiva, quando ci troviamo in televisione una pubblicità dove una nonna dà 5 euro affinché il fidanzatino e la fidanzatina vadano a mangiare da MacDonald, che è già un fattore di qualità di per sé molto basso, perché MacDonald non è fatto per costruire una società che vive nel benessere, ma per far sì che chi mangia possa dire di non morire di fame, così togliamo alla coscienza anche il problema della fame. Abbiamo un problema reale, che questo Stato deve trovare l’onestà e l’efficienza: quindi, meno Stato, meno sindacati, che sono un alter ego dello Stato, una lobby che combatte contro lo Stato ma anche contro i lavoratori, in un certo senso, e contro gli imprenditori che creano benessere sul territorio. Ci vuole meno Stato, non senza Stato, e meno sindacato, un sindacato che pensi in maniera positiva a una politica del lavoro dove il lavoratore riesca a guadagnare più di quello che produce, perché si possa crescere e far sì che la propria famiglia non venga cresciuta a MacDonald. Perché la longevità degli italiani era dovuta al fatto che si alimentavano in una maniera sana: se togliamo loro anche questo, creeremo una sotto categoria di persone, incapaci, anche a lungo termine, di fare fronte a quelle che saranno le esigenze, perché saranno più malati, più obesi, meno produttivi, un onere ancora più alto per una società che gia è indebitata di per sé.

MAURO BOTTARELLI:
Tu parlavi pochi istanti fa della questione meno sindacato, o comunque di un sindacato migliore, un sindacato che faccia veramente il bene dei lavoratoti e non lotte meramente di potere o di posizione.

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, la maggior parte dei sindacati sono politici, quando smettono di fare i sindacalisti fanno i politici, quindi sembra poi una palestra dove parlare sempre tra le stesse persone. Però, fino agli anni Settanta, Ottanta, hanno avuto un ruolo positivo: negli ultimi venti anni in Italia, dove l’economia di mercato è passata da un’economia più competitiva a una meno competitiva, la loro visione prospettica è stata uguale a zero, è stata uguale a far sì che la Fiat vada ad aprire in Serbia o in Polonia. Una perdita totale, perché l’industrializzazione di una nazione passa anche da una grande azienda.

MAURO BOTTARELLI:
Visto che stiamo parlando di questo paese delle ricette, ci sono tre punti chiave che vorrei tu spiegassi a chi ci sta ascoltando. A: cosa dovrebbe far il Governo?

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, prima cosa, dovrebbero essere in meno, dovrebbero essere tanti di meno, perché così riescono a decidere.

MAURO BOTTARELLI:
Parlavi del Governo, del settore privato e di una tua proposta di riforma che potrebbe in qualche modo andare a incidere favorevolmente sui lavoratori e su quella che è la lotta titanica contro il debito pubblico. Vuoi spiegarci questo?

FRANCESCO CONFUORTI:
So che è un po’ fuori dai ranghi, però noi la diciamo ugualmente: meno politici, meno sindacalisti, più soldi in tasca ai lavoratori. Noi detasseremmo il lavoro straordinario che darebbe flessibilità alle aziende per competere nei momenti di bisogno e lasceremmo in tasca ai lavoratori tutto quello che guadagnano, se non una piccola parte, magari il 15% o il 10% da dedicare al pagamento del debito, non agli interessi, e il 5% per una polizza libera sulle maggiori assicurazioni italiane, che poi vanno a fare investimento di medio o lungo termine su sanità e pensioni, per incidere su quelle che sono le problematiche della salute, perché è una popolazione che sta invecchiando, e del debito, perché è un fattore positivo che ci riporterebbe, in qualche maniera, a essere più sobri e ad avere più soldi da investire in termini sociali nella nostra società.

MAURO BOTTARELLI:
Puoi spiegarci un po’ meglio dove sta la leva rispetto agli interventi dello Stato verso le banche e verso le assicurazioni? In cosa sbaglia il Governo nella politica intesa come intervento?

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, non so se sbaglia il Governo, però errori ne sono stati fatti. Il Governo ha fatto anche cose positive, e altre meno positive, speriamo ne faccia molte più positive. Cioè, dare i soldi alle banche, che poi sono state quelle che hanno finanziato la Parmalat, l’Alitalia, la Cirio, Burani, non so se si chiamava così, invece di darle alle parti produttive. Il Governo americano ha investito nella General Motors, ha investito nella Chrysler, e la Fiat è diventata socio; perché il Governo italiano non ha investito nella Fiat quando la Fiat ne aveva bisogno e si sedeva a un tavolo bilaterale con l’America in un contesto di reindustrializzazione? Se l’industria italiana va bene per rilanciare l’industria americana, perché il Governo italiano non ha investito? Forse non ci ha pensato, era impegnato in altre storie; aveva la golden share sulle telecomunicazioni, perché non ha preso una golden share sulla parte industriale? E perché non ha dato soldi alle assicurazioni che fanno investimenti di medio o lungo termine, che possono fare degli investimenti strutturali in questo paese a cui mancano le strade, mancano gli aeroporti? I cinesi non investono da noi perché i nostri aeroporti non sono validi: se vai a Pechino, vedi il loro aeroporto, se vai a Londra, vedi come funziona l’aeroporto di Londra o di Parigi, qui hanno problemi.
Tutto questo, gli americani e anche i tedeschi l’hanno fatto: gli americani hanno un sistema privato molto valido, i tedeschi hanno avuto il più grosso boom di crescita degli ultimi 15 anni, perché hanno fatto una riforma sul lavoro e sono intervenuti nei settori importanti dell’industria, cosa che noi non abbiamo pensato opportuno fare, dando invece solo soldi alle banche che comunque sono quelle che hanno creato i problemi. Quindi, premiamo il debito alla creazione di capitali, e invece questa è una nazione che ha bisogno di creare localismo, capitale, e mantenere quelle attività produttive sul territorio che sono tipiche della nostra cultura degli ultimi mille anni. E’ solo negli ultimi 20, 30 anni che non si trovano più gli orafi, non si trovano più i buoni ciabattini e non si trovano più quelle strutture che erano tipiche delle arti e mestieri, perché non riusciamo a pagarli bene, perché non investiamo. Sono stato chiaro?

MAURO BOTTARELLI:
Penso proprio di sì, devono dirlo loro ma penso proprio di sì. Un’altra cosa che si è persa – che avevamo già cominciato a perdere, perché altrimenti non si arriva alle bolle e alle crisi -, ma che questa crisi ha spazzato via, è quella che tu definisci l’etica degli affari, cioè il cosiddetto good business. Come ci si ritorna? E che cos’è, insomma?

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, l’etica degli affari è definita da un principio morale che abbiamo nella Bibbia, nei Dieci Comandamenti, nella nostra cultura di cattolici e di cristiani. Quando c’è un latente laicismo che è solo passività, mai proiezione di un ideale e di un valore, abbiamo un problema serio e il problema serio parte dal good business. Il valore è quello della nostra socialità, della nostra sussidiarietà, del nostro senso di essere insieme nella comunità; quando la comunità non è forte, non riesce neanche a proteggersi da quelle che sono le incursioni esterne. Non abbiamo l’antidoto per essere positivi e per creare positività. Quindi, il good business viene dai valori, i valori che si ignorano, i valori che si mettono a dormire perché è più facile avere a che fare con persone che hanno bisogno, persone che possano esprimere una loro filosofia e un modo di vita.

MAURO BOTTARELLI:
Se c’è qualche domanda tra il pubblico, ne approfittiamo subito.

DOMANDA:
Sì, buongiorno, sono Alexander. Una domanda veloce: in questa crisi, come possiamo investire?

FRANCESCO CONFUORTI:
I will answer you in your own language, ok Alexander? Il migliore investimento è l’investimento su se stesso. Prima di pensare dove investire sul mercato, devi pensare qual è il miglior investimento su te stesso. Ti porto un esempio che si rifà a me: io sono nato a Matera, sono un materano da tre generazioni o quattro, e ho iniziato a lavorare a Wall Street. Il primo investimento che ho fatto, l’ho fatto sulla mia educazione, sulla mia persona e sulla mia capacità di capire quello che è giusto e quello che è cattivo. Quindi, in questa crisi, la prima cosa su cui investire siamo noi stessi e la nostra comunità, prima che andare sul mercato. Ora ti rispondo da tecnico: il sistema privato è un sistema che si è riorganizzato, dove l’indebitamento medio, almeno negli Stati Uniti, nelle aziende private, è sostanzialmente diminuito dall’ultimo ciclo economico degli anni ’90, quindi troviamo delle aziende solide su cui si possono fare investimenti. Non ci aspettiamo delle grosse capacità di crescita, quindi andiamo a prendere le categorie di rischio più basse che sono quelle che noi chiamiamo “credito”. Il credito sono delle obbligazioni emesse da società che hanno dei rendimenti molto alti e che in questo momento, come rischio, sono un passo sotto alle azioni. Un’altra cosa importante su cui andiamo a definire la nostra politica di investimento è la capacità di un’azienda di poter ripagare il proprio debito e, quindi, di essere in grado di soddisfare quello che è stato l’investimento, non la speculazione. L’investimento deve avere una vita media che è almeno di tre anni, se no, non ha visione. Persone giovani dovrebbero investire, invece, con una visione a 10, 15, 20 anni, perché se no si chiama speculazione ed è un modo di volersi arricchire non congruo all’investimento.

DOMANDA:
Io sono di Matera. Per tutti questi anni abbiamo investito su noi stessi, ma adesso le banche non ci sono più.

FRANCESCO CONFUORTI:
Beh, da materano, dire che abbiamo investito su noi stessi è un po’ un eufemismo, un po’ eccessivo, eh? Vorrei riportare tutto ad un livello normale. Noi non abbiamo investito su noi stessi, noi ci siamo messi in comodità, che è differente dall’investire su noi stessi. Noi ci siamo messi sotto una capanna all’ombra e non abbiamo mai rischiato sul nostro futuro, oppure abbiamo preso rischi in maniera molto, molto limitata, giusto per far vedere che abbiamo un’intellettualità. Rischiare è definire il proprio futuro, vuol dire sapersi mettere in gioco e criticare le proprie azioni, non vuol dire essere lì e pensare di avere un benessere indotto, e pensare che si risolve il mondo con quattro aziende sovvenzionate da quattro politici. Quindi, dire che a Matera ci siamo messi in discussione… Siamo brava gente, non abbiamo un’eccessiva criminalità, siamo ancora un po’ cattolici, siamo i primi del compromesso storico, capito? Però, dire che abbiamo investito su noi stessi è troppo: perché dobbiamo parlare della Banca Popolare di Pesco Pagano, andata in fallimento con i soldi del Mezzogiorno, i soldi del terremoto, dobbiamo parlare della Banca Popolare del Materano, capito? Cioè, dobbiamo parlare di cose che non sono piacevoli da dire: l’inquinamento del petrolio che viene trasportato con le autobotti. Scusa ma mi hai provocato, personalmente non ti conosco e credo che tu ti sia messo in discussione, però il sistema da cui provieni non è un sistema che si mette in discussione.

DOMANDA:
Io avrei due domande. La prima è: che opportunità è stata per voi la crisi? E’ cambiato qualcosa nel vostro modo di lavorare, di guardare a quello che stavate facendo? La seconda domanda è: la vostra fede incide in qualche modo nel lavoro che state facendo?

FRANCESCO CONFUORTI:
Senti, la coscienza e gli uomini sono una cosa, Wall Street è un posto di commercio. E’ stata fatta dai calvinisti, si chiamava New Amsterdam. Quindi è un posto dove si transigono o si fanno gli affari e dove tutti trovano uno sbocco e un’opportunità. La crisi è sempre opportunità per qualcuno e sempre un problema per altri. Wall Street è gestito dagli avvocati, gli avvocati non lavorano per fede ma lavorano per il codice e, generalmente, per proteggere qualcuno che ha fatto qualcosa di non positivo. Il problema di Wall Street è che cerca sempre delle opportunità fuori da Wall Street. Wall Street vive perché c’è il Main Street. Main Street è dove si produce il benessere. Wall Street ha prodotto debiti negli ultimi anni…

DOMANDA:
Più che quello che accade a Wall Street in generale, volevo capire, per quello che la riguarda, cosa è cambiato.

FRANCESCO CONFUORTI:
Per me non è cambiato nulla: chi mi conosce sa che io queste critiche le facevo nel 2001 e ancora prima, nel ’97, se uno va a vedere i pochi articoli che ho scritto o quello che dico. Quando sono a Wall Street, io sono un opportunista, sono lì per fare i soldi, cioè il mio lavoro è guadagnare per i miei clienti: cerco di acquistare e vendere in funzione dell’interesse fiduciario che mi viene conferito e compro roba che ritengo sia valida da un punto di vista etico, da un punto di vista sociale, che però mi porti dei profitti.

DOMANDA:
Lei ci ha detto: c’è bisogno di riscoprire un’identità dell’economia, però in fondo io sono un opportunista. Cosa vuole dire?

FRANCESCO CONFUORTI:
Sono un opportunista nel mare magnum, cerco di trovare delle opportunità che sono coerenti alla mia filosofia, aziende che non falliscano, che non usino lo schiavismo, che non inquinino o che non facciano altre cose. Abbiamo un fondo che si chiama Advanging Ethichal Enterprise, l’abbiamo fatto nel 2001. Ora, l’economia è funzionale alla creazione di lavoro. Quando una Borsa o quando degli operatori creano debito per andare a portare via delle aziende e ristrutturarle fino all’osso, è un problema, ok? Quindi, la nuova fase dell’economia è diretta alla ristrutturazione e non alla creazione di nuove aziende, di nuove opportunità, almeno a Wall Street. In Cina abbiamo la creazione di aziende con basso debito: si sta creando benessere e si portano sul mercato aziende che avranno un ruolo, ci auguriamo, propositivo. Questa è la differenza nell’ultima crisi. Comunque, il profitto è una funzione positiva se si riesce a farlo in un contesto dove si creano benessere e capacità di progredire.

DOMANDA:
Salve. Da quello che ci ha detto della crisi, mi sembra centrale il problema della reputazione. Lei ne ha parlato quando ha accennato alla Parmalat, cioè alle banche che portano la Parmalat sul mercato. Molte altre cose che lei ha detto mi hanno richiamato alla mente questo tema che credo sia di vitale importanza, o dovrebbe esserlo, anche per il mercato.

FRANCESCO CONFUORTI:
Allora, ti dico questo: il problema delle agenzie di rating e delle “too big to fail” si basa su un concetto molto semplice che, certe volte, non si riesce a percepire. Abbassare le commissioni è come avere un dipendente che guadagna poco, è un fattore di negatività per due motivi importanti. Il primo motivo è che tu togli la positività del pensiero, l’idea di lavorare per creare qualcosa di positivo e lo porti al negativo perché pensi che il prezzo più competitivo sia il migliore: non lo è! Nel momento in cui uno riesce ad abbassare i prezzi in maniera non sostenibile, crea un danno nella società e nella capacità di dare un servizio con valore aggiunto. A Wall Street, negli ultimi 10, 15 anni, i mercati finanziari hanno vissuto sulla riduzione delle commissioni. Grande bufala, grande bugia, grande menzogna mediatica, perché non hanno fatto nient’altro che togliere la concorrenza e la competitività creando questi mostri – too big to fail – che poi, alla fine, fanno le truffe, fanno le cose che fanno per andare avanti, perché si muovono sul bilancio, su delle situazioni poco chiare. Per la maggior parte, si tratta di persone messe a gestire queste aziende da politici o da enti di interesse. Quindi il “too big to fail” è una situazione di lobbying, in qualche maniera è come un cane che si mangia la coda. Gli unici che non mangiano e che non hanno un benessere sono il pubblico normale dei risparmiatori e anche degli utenti, perché il credito e l’investimento sono funzioni positive e beni di consumo. Mi auguro di averti riposto in qualche maniera, se non è sufficiente dimmi cosa ti devo dire in più, magari ho mancato qualche passaggio.

DOMANDA:
No, sì, questo è chiaro. Mi chiedevo: dato che ci sono svariati studi teorici che affrontano proprio il problema della reputazione, come è possibile che una Banca d’investimento o una società come la Lehman Brothers che fallisce, il giorno dopo sia tranquillamente sul mercato senza nessun tipo di problema, senza incorrere in una punizione?

FRANCESCO CONFUORTI:
Non è questo, te lo ripeto. Il problema è quando tu elimini dal mercato, dicendo che bisogna pagare di meno, che bisogna avere più efficienza: a un certo punto, l’efficienza è una funzione di qualità. Se tu elimini tutti i players, tutti i giocatori, perché c’è qualcuno che è sempre più efficiente, se ne rimangono quattro e poi questi quattro controllano indirettamente la società di rating, hai creato un circolo involutivo, un oligopolio non gestibile, perché hai portato fuori tutti quegli artigiani della finanza o dei servizi finanziari che davano un valore aggiunto e che erano una miriade, tale da potersi confrontare. Questo è il problema vero, è un club, generalmente questo club è gestito dalla politica perché le agenzie di rating erano le stesse che facevano i rating al debito pubblico italiano, a quello spagnolo e a quello inglese, che poi era venduto dalla Goldman Sax, se vogliamo fare un nome, dalla Lehman Brothers, dalla Morgan Stanley o da Banca Intesa o da altri. Quindi, il problema vero è l’oligopolio finanziario, l’impoverimento delle figure presenti sul mercato. Sono stato chiaro, ora?

DOMANDA:
Domodossola, l’opposto di Matera. Io mi alzo molto presto al mattino per un motivo molto semplice, per leggere gli articoli di Bottarelli che lui, alle 6 e 10, ha già pubblicato. Però, Bottarelli, lei ci terrorizza, sembra che il sistema cada da un momento all’altro: e secondo me ha ragione.

MAURO BOTTARELLI:
Dobbiamo sempre stare sul chi va là, altrimenti non c’è la sorpresa!

DOMANDA:
La domanda è questa: la situazione internazionale, la situazione economica mondiale, è davvero a rischio di un fallimento epocale? Seconda domanda: cosa pensa degli investimenti in oro?

FRANCESCO CONFUORTI:
Io sono un grande fautore degli investimenti in oro ma perché l’oro non si è apprezzato dagli ultimi venti anni, si deve riprendere con l’inflazione ed è un bene rifugio. Ovviamente, non dà un rendimento, però si può anche trovare un modo di far rendere l’oro con operazioni tecniche, o comprando dei fondi che hanno l’investimento nell’oro. Quindi, sono un grande sostenitore dell’oro. Il mondo non è tutto allo stesso livello, c’è chi cresce, ha un surplus, si chiamano Cina, India, Brasile, e c’è chi perde competitività perché ha fatto una politica stupida e rigida dell’indebitamento e dell’impoverimento delle risorse umane. Quindi il problema è occidentale, un problema di demografia, un problema di sostenibilità del debito. Il problema è ricreare l’entusiasmo per la produzione e per la capacità di fare aziende, non di contare il debito. Quindi, il problema noi l’abbiamo, e noi italiani l’abbiamo davvero, perché siamo delle cicale, persone che hanno una visione distorta. Nessuno si sposa più, 300 divorzi all’anno, non paghiamo i debiti, le aziende falliscono: è un problema reale. Succede domani, succede dopodomani, è sempre più mediatico parlare di crisi che pensare che le crisi si possano risolvere. Ora, io penso che una politica di tassi così bassi sia una politica funzionale alla ricreazione di stock. Quando dico stock, non parlo dello Stock 84 ma dei bilanci delle aziende. La vera leva è ricrescere almeno al 3% e incentivare, trovare dei modi affinché le persone crescano. Penso che l’America ne uscirà, è più flessibile, la Germania è il più grosso beneficiario. Guardi, l’America ha il petrolio che costa 3 €, 3 dollari e cinquanta al gallone. Ora, se questi mettono una tassa del 4% sul petrolio, si sono pagati il debito nazionale. Basta che diminuiscano metà degli eserciti in giro per il mondo e hanno risolto il problema.
Noi, invece, abbiamo una tassazione che non finisce mai, non abbiamo l’energia, non abbiamo il petrolio, non abbiamo l’esercito, abbiamo delle grandi cicale e quindi un problema reale. Questi qua, il problema lo possono risolvere, anche perché hanno una moneta di riserva, checché ne possano dire la Cina e l’Europa, Quindi, il problema reale è per l’Europa, è quello che io chiamo il Club Med, siamo noi del Mediterraneo: Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, anche i francesi. Invece i tedeschi ne beneficiano perché hanno un surplus. Mentre noi abbiamo un problema di debito, loro ci comprano il debito al 6%, lo rifinanziano alla Banca Europea all’1, ci pigliano il 4, esportano perché l’euro va giù. Noi invece non beneficiamo né dell’euro basso né del fatto che ci possiamo rifinanziare. Quindi, il problema reale in Europa c’è. Nel resto del mondo, meno.

DOMANDA:
Lei ha parlato di costo del lavoro e anche di costo del denaro. Oggi, il denaro costa particolarmente poco.

FRANCESCO CONFUORTI:
Per pochi, costa poco! Per tanti, costa tanto!

DOMANDA:
Infatti. Solo la Lombardia è fatta da 750.000 piccole e medie imprese le quali, in questo momento, soffrono molto: praticamente, il loro problema è l’accesso al denaro. Se lei fosse un medico e dovesse scrivere una ricetta – magari poi Bottarelli la ripete su un giornale domattina – che cosa scriverebbe?

FRANCESCO CONFUORTI:
Io non scriverei su Il Riformista, perché io prego in chiesa e porto i soldi in banca, quindi ho qualche difficoltà, non sono molto laico. Però rispetto Bottarelli e mi trovo concorde con lui in molte cose, anzi, empaticamente, penso che si creerà comunque un feeling.

MAURO BOTTARELLI:
Assolutamente

FRANCESCO CONFUORTI:
Il problema vero dell’Italia è che non si finanzia la gente che lavora. Il problema vero è che qui vengono a parlare di massimi sistemi, quando il miglior cliente delle banche più importanti è lo Stato italiano. L’eticità del credito sul territorio viene da una grande legge americana del 1930. Ah, per chiarezza, io sono nato a Matera ma sono cresciuto in paesi anglosassoni e la mia patria, oltre all’Italia, sono gli Stati Uniti. Io sono un grande ammiratore degli Stati Uniti per molte cose e un grosso critico per altre, però loro hanno il Social Investment Act in cui il risparmio deve essere re-investito sul territorio, per buona parte, e deve essere re-investito con tassi tali da permettere la creazione di benessere sul territorio. Non so se riesco a darle la ricetta che lei voleva, però penso che ci sono vicino. Se lei ha una banca sul territorio, o ne ha tre che non hanno una visione sociale, che dicono di averla perché ogni tanto danno due soldi a tre Fondazioni e poi fanno gli speculatori sulle piccole e medie aziende, se non c’è una legge chiara che li obbliga a prendere delle iniziative in funzione della raccolta sul territorio e in funzione del lavoro delle piccole e medie aziende, lei non avrà un costo del denaro competitivo che la metterà in condizione di poter competere, anche in funzione dell’esportazione o della vendita dei prodotti.

DOMANDA:
Secondo lei, questo si potrebbe regolare per legge?

FRANCESCO CONFUORTI:
Guardi, io sono portatore di due proposte, e mi auguro che Vignali, che è uno vicino al movimento, mi ascolti. Una è sulla detassazione del lavoro straordinario per le attività qualificanti sul territorio. L’altra è importante per ricreare i distretti e quelle comunità che, già dal 1200, erano patria delle piccole e medie aziende, come le chiamiamo ora, o delle arti e mestieri, dove si creavano delle eccellenze. Perché, se le nostre aziende le devono venire a comprare i cinesi, è bene che diventiamo cinesi noi, e creiamo un processo di “sinizzazione” dell’Italia che si slacci dalle retoriche politiche e sindacali inefficienti. Speriamo che il sindacato diventi efficiente nella visione futura, con una logica e con un good business. Perché quando la gente rimane a casa, e va in cassa integrazione, non è good business. Che il credito sia per chi produce, in funzione degli investimenti di medio termine, e non per le aziende di corto termine, per i favoritismi politici di destra o di sinistra. Sono sempre comunisti, però, o di destra o di sinistra, perché nessuno lavora con i propri soldi: quindi abbiamo un problema. Il problema dei soldi, quando non sono nostri, non li diamo o non li gestiamo con oculatezza, perché pensiamo che è il bene di qualcun altro, come le strade, che generalmente non sono molto pulite perché appartengono a tutti, non sono casa nostra, dove quella pulizia magari regna signora. Sono abbastanza provocatore, eh?

DOMANDA:
Ha parlato prima di investimento su se stessi e di come lo Stato potrebbe aiutare meglio.

FRANCESCO CONFUORTI:
No, lo Stato non aiuta. Cioè, meno Stato più coscienza, più società civile. Meno Senatori, meno Deputati, meno rappresentanti pubblici.

DOMANDA:
Sono pienamente d’accordo. Insieme a tanti altri, ho provato ad investire su me stesso. Siamo andati in una ventina in America a studiare. Io avevo la fortuna di avere un’azienda che mi sponsorizzava, e quindi sono tornato in Italia. Degli altri, non è tornato nessuno perché in Italia non c’era nessun tipo di opportunità per loro, anche solo per potersi ripagare gli studi e con un progetto formativo serio. E allora mi chiedo, come le aziende possono veramente aiutare chi investe su stesso, come possono fare?

FRANCESCO CONFUORTI:
L’Italia non ha più aziende dal 1980. Non abbiamo più aziende ma continuiamo a parlare di aziende. Ci sono rimasti quattro mobilieri, uno che fa la Ferrari, due che fanno tre borse e un altro che si cimenta a essere un grande imprenditore, che ha l’azienda modello in Cina. Anche Colombo ha dovuto scoprire l’America per gli spagnoli! Facciamo di un bisogno una virtù. Il problema vero è che qui bisogna trovare il localismo, non il federalismo ma il localismo in una struttura nazionale, perché solo le persone vicine possono in qualche maniera aiutarti. E’ abbastanza improbabile che uno di Trento dia una borsa di studio a uno di Matera, perché non lo conosce, non perché non lo voglia fare, o perché ci sono dei problemi di chissà che tipo. Qui bisogna ricreare l’infrastruttura del lavoro delle piccole e medie aziende o dell’artigiano pagato bene, che fa roba giusta nel territorio italiano giusto e che si predispone per questo, per avere un supporto, sennò ti toccherà andare in America come ho fatto io: lavorare, lavare i piatti, fare il cameriere e pagarti la scuola e sperare di trovare un posto nella società che ti permetta di esprimerti in maniera libera. E magari non dovrai ritornare in Italia, perché solo gli alberi rimangono attaccati al proprio territorio. Gli uomini, purtroppo o meno male, si devono muovere. Però, se si crea la cultura del lavoro e si fa rinascere la cultura del risparmio sul territorio, questo ci porta a rafforzare l’opportunità affinché i nostri giovani e i nostri ricercatori ritornino sul territorio. Bisogna ripartire dal lavoro e dal dare a chi lavora in Italia l’opportunità di guadagnare di più su delle basi etiche, di good business: che non è quella che tutto ci va bene, non ci va bene tutto, ci va bene qualcosa di preciso.

MAURO BOTTARELLI:
Perfetto, direi che possiamo chiudere qui il nostro appuntamento di oggi. Avete sentito dalla viva voce di un finanziere che non tutti i finanzieri sono lo stereotipo del pescecane che viene fatto passare da molta stampa. Sono persone che ovviamente fanno soldi per sé e per i propri clienti, ma c’è modo e modo di farlo e non sono tutti quanti dei biechi speculatori.

FRANCESCO CONFUORTI:
Si può anche perdere, e comunque io non sono un grande finanziere, sono un pesciolino in un grande mare, quindi parlo da pesciolino: se avessi altri interessi, può darsi che avrei detto le cose in maniera forse differente. Ma penso di no.

MAURO BOTTARELLI:
C’è ancora una domanda.

DOMANDA:
Visto che stiamo parlando e che lei dice che dobbiamo tornare indietro, non ho ancora sentito parlare di agricoltura. Parliamo d’impresa perché in Italia, purtroppo, dopo la guerra l’agricoltura è stata uno sfascio. Però ci sono delle grosse opportunità anche a questo livello, lì dovremmo emergere proprio come italiani.

FRANCESCO CONFUORTI:
Io sono d’accordo con lei.

DOMANDA:
Io sono nel commercio.

FRANCESCO CONFUORTI:
Nella mia attività ho costituito un fondo di vini, perché mi occupo di piccole cose che mi danno piacere sul territorio italiano. Ne ho uno sull’arte, uno sui vini, cose che hanno a che fare con la nostra cultura. Ma quando parlo delle piccole e medie imprese, parlo dell’agricoltura, perché l’agricoltura ha una funzione importante anche per l’educazione alimentare degli italiani, che la stanno perdendo. A Cuneo, oltre alle borse e alle scarpe, per il Made in Italy è l’unica cosa che mantiene e che ci hanno comprato, gli svizzeri della Nestlè e i francesi della Danone, e nella quale noi non siamo presenti. Dobbiamo rimanere sul territorio come arti e mestieri.

DOMANDA:
Bravo, mi sono collocato proprio in quello che lei ha detto, perché se dobbiamo lavorare sul territorio, dobbiamo anche potenziare le nostre qualità.

FRANCESCO CONFUORTI:
Dobbiamo ritornare veri, rifarci alle nostre origini: si prega in chiesa e si portano i soldi in banca. Bisogna ritornare a quello che ci ha fatto vivere, crescere, essere un Paese, a prescindere dall’organizzazione politica, per gli ultimi duemila anni, perché noi siamo stati veri con la nostra cultura e con il nostro territorio. L’illuminismo, le grandi situazioni intellettuali hanno una forza, però la nostra forza è la nostra terra, i nostri prodotti, la nostra gente, le nostre origini, la nostra religione, la nostra cultura. Ritrovare senza vergognarci l’orgoglio e la positività di essere delle persone che si siedono in famiglia e che ridono e che pensano al risparmio, allo studio dei propri figli, al miglioramento della propria vita. Avere un leader che nasce nel proprio territorio a cui dare e da sponsorizzare è una cosa importante: si rifà a quello che diceva il signore sui ricercatori che sono stati in America, molti dei quali non sono ritornati. Parte dall’orgoglio del territorio, della nostra cultura, dal non vergognarci di pregare il nostro Dio o di andare a mettere i fiori quando è maggio, che è il mese di Maria. E’ un problema che non deve essere esasperato dal punto di vista religioso, perché per noi ha una entità culturale e sociale che si rifà alla terra e ai prodotti, alla nostra vita e alla nostra cultura, a ciò che abbiamo perso negli ultimi 20 o 30 anni, al piacere di creare una relazione che si chiama matrimonio, da cui si inizia a formare la comunità.

MAURO BOTTARELLI:
Grazie di essere intervenuti, se volete l’appuntamento è a domani alla stessa ora.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2010

Ora

13:45

Edizione

2010

Luogo

PAD. B5
Categoria
Focus