STORIE DAL MONDO. WALKING NEXT TO THE WALL (PEGADO A LA PARED) - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. WALKING NEXT TO THE WALL (PEGADO A LA PARED)

Rassegna di Reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Fernando De Haro, Giornalista. Produzione: N Medio S.L. Partecipa l’Autore.

 

Walking next to the wall è una pellicola informativa, un documentario che racconta la storia di come vive una delle minoranze più rilevanti del Vicino Oriente: i cristiani d’Egitto, i copti. Si tratta di 10 milioni di cristiani che vivono in un paese di maggioranza islamica e che negli ultimi anni hanno sofferto una dura persecuzione.
La pellicola è stata registrata a Il Cairo, ad Alessandria, nel deserto di Wadi Natrum di Mynia in circostanze molto difficili e sotto la pressione di un governo che non ha alcuna intenzione di rendere pubblico ciò che sta succedendo nel paese. A volte le videocamere utilizzate dovevano essere nascoste nella biancheria intima degli autori. I protagonisti del documentario sono copti che vivono in circostanze estremamente varie. Esso mostra anche la vita in uno dei monasteri, fondato più di 1.500 anni fa e la testimonianza delle vittime dei vari attentati. La pellicola raccoglie opinioni di personalità elevate della vita egiziana come la vicepresidente della Corte Costituzionale Tahani Al Gebali o Usamah Elabed, presidente dell’Università di Al Alzar, l’università sunnita più autorevole del mondo.

ROBERTO FONTOLAN:
Dobbiamo essere un po’ rapidi e scattanti, perché dopo questa sala dovrà essere riallestita. Perciò vorrei presentarvi subito Fernando De Haro, che è l’autore del documentario che vediamo questa sera, che adesso ci presenterà prima in un minuto. Ha un titolo: Walking next to the wall, che in italiano vuol dire camminare rasente il muro, vicino al muro. Ma quest’espressione ha un significato molto particolare che lui ci spiegherà tra poco. Intanto il nostro Gian presenta il suo appello.

GIAN MICALESSIN:
Velocissimi. Stasera siamo anche in tema perché abbiamo i Copti, minoranza cristiana. Stasera parliamo dei Copti, minoranza cristiana perseguitata in Egitto anche adesso. Vi lascio quindi con questo breve filmato lanciato da me e da altri colleghi, che proponiamo attraverso il sito, “Gli occhi della guerra”, una raccolta di fondi per aiutarci a documentare la tragedia dei cristiani perseguitati in Iraq e in Siria, ma anche in Nigeria, anche in Pakistan, anche in India. I cristiani sono la più grande comunità religiosa perseguitata nel mondo. Con questa raccolta di fondi noi vogliamo far fronte a una mancanza di sensibilità di un’editoria che spesso non riesce più a raccontare certe storie. Guardatele, se poi la cosa vi interessa potete rivolgervi a me, consultare il sito “Gli occhi della guerra” e capirete come potete aiutarci. Grazie mille.

Video

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, Fernando De Haro, giornalista spagnolo, ha lavorato lungamente nella televisione. Che storia ci hai portato?

FERNANDO DE HARO:
Chiedo scusa perché io non parlo la lingua italiana e neanche lo spagnolo. Parlo questa cosa che state sentendo che non è né spagnolo né italiano. D’altra parte, una lingua con una certa tradizione. Questo film è nato il primo giorno del 2011 e per me farlo è stato un percorso personale. Il primo giorno del 2011 io ero in vacanza in un paesino nel sud della Spagna e alle nove di mattina sono andato all’unico bar che c’era nel paesino per prendere il caffè. E, sullo schermo della televisione, c’era la notizia di un attentato, un massacro, hanno massacrato 22 Copti, 22 cristiani egiziani. Il barista ha detto: povera gente. Duo o tre giorni dopo ho letto su El Pais, che è il giornale più laicista della Spagna, un articolo di Bernard Lévy che diceva: dobbiamo fare qualcosa. Dobbiamo fare qualcosa per raccontare al mondo cosa sta accadendo all’Egitto, cosa sta accadendo con i Copti. Io ho detto: faccio un film. Già sono stato in Egitto 25 anni fa, mi sono stampato anche la croce sulla mia pelle, la croce copta, e dicevo: io devo fare un film. Durante i 4 anni ho bussato tante porte per cercare i soldi. Alla fine i soldi sono arrivati ma erano pochi soldi e abbiamo dunque dovuto lavorare artigianalmente. Ho chiesto a mia figlia, la prima figlia, Clara, che ha appena finito la sua laurea in relazioni internazionali, se voleva fare questo con me. Sì, sì, abbiamo fatto un lavoro interessante ma molto impegnativo. Quando siamo arrivati all’Egitto abbiamo avuto ancora un’altra difficoltà, la difficoltà della sicurezza. Mi hanno chiamato dall’Ambasciata spagnola, m’hanno detto: fermati, perché tu vai a finire in prigione, in carcere, e se tu finisci in carcere noi non possiamo fare niente per te. Hanno chiamato anche al palazzo del Primo Ministro, hanno chiamato i miei amici perché mi fermassero; non mi hanno fermato. Ho fatto il film. Dunque, questo film è possibile per l’aiuto di molti amici e in un certo modo è figlio del Meeting. L’aiuto di Roberto è stato molto importante, e di tanti altri amici. Come si vedrà questo film non è una lastra, non è una fotografia sull’Egitto, un Paese appassionante ma molto complesso. Non si tratta di un film su una strana minoranza, un particolare gruppo esotico che prega nella lingua dei faraoni, cosa che potrebbe soddisfare l’interesse romantico di alcuni curiosi dell’Oriente. Il documentario vuole, infatti, raccogliere la testimonianza di un popolo che è ancora martirizzato e, decisivo a mio avviso, far capire le sfide per il futuro della regione, la più importante, e la possibilità che esista una società pluralista in un mondo a maggioranza musulmana. La prima cosa che colpisce, mi pare, è la grandezza della persecuzione. Nonostante quello che accade all’Iraq, alla Siria, la situazione dei cristiani in Medioriente continua a essere sconosciuta per la maggioranza degli occidentali. I massacri, le chiese bruciate, la discriminazione sono costanti. Nell’epoca ottomana, i cristiani in Egitto erano obbligati a camminare attaccati al muro: walking next to the wall. Ora accade lo stesso. Si tratta dicevo di un film dedicato alla testimonianza dei Copti, un testimone è un’esperienza, cioè un giudizio, anche un giudizio sulla circostanza. Per questo, in questo film, il testimone non viene capito come una questione spirituale o morale, ma con un allargamento della ragione che giudica la situazione storica, la situazione politica. Molti giorni, quando lavoravamo a Il Cairo, dopo 14 ore di lavoro, io sono arrivato a casa con la stessa domanda della quale parla oggi Julián Carrón nell’intervista che gli hanno fatto sul Quotidiano Meeting. Carrón dice: che cosa devono avere incontrato quei cristiani che decidono di continuare a vivere in Siria? Deve essere capitata qualche grazia secondo la quale nessun aspetto del reale perde valore. Questo dice Carrón. Questa domanda me la sono fatta tante volte quando arrivavo di sera per dormire a casa, a Il Cairo. Abbiamo sentito parlare molta gente che ha perso i suoi amici, abbiamo pianto, propriamente pianto, un giornalista non piange mai, abbiamo pianto con una vedova di 25 anni con due figli che ha raccontato come ha perso suo marito. Abbiamo visto gli occhi del perdono. Chi è che fa queste cose? Questa era la domanda che mi facevo tante sere, tante notti quando ritornavo a casa. Le testimonianze raccolte nel film colpiscono per la risposta di coloro che vengono privati di diritti fondamentali e la maggioranza di casi non rispondono con la violenza; inoltre, i Copti, nonostante siano colpiti duramente, non cedono alla tentazione di sognare un mondo a parte dentro la società egiziana. Rifiutano il ghetto. E’ un modo di rispondere alla violenza pieno di intelligenza. E’ logico che sorga una domanda sull’origine di questo atteggiamento. Abbiamo cominciato a fare questo film per difendere e diffondere una giusta causa e siamo finiti con una domanda al cuore: chi è che fa queste cose? Dal punto di vista umano e dal punto di vista giornalistico è il massimo. Buona visione.

GIAN MICALESSIN:
Raccomandazione tecnica: se avete domande alla fine ci sarà pochissimo tempo, quindi preparatevele. Le faremo tutte in una volta e poi lui risponderà. Grazie.

Video

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, come dicevamo prima abbiamo veramente pochi istanti questa sera perché la sala deve essere riallestita per un evento successivo, perciò se ci sono delle domande vi prego di farle subito, le raccogliamo in pochi secondi. Qui c’è Fernando De Haro, tra i ringraziamenti del film ho visto Wail Faruk, che è qui seduto in prima fila, e ricordo che c’è una grande e significativa mostra qui, curata dagli amici, dai giovani amici di Swap, Share with people, qui al Meeting in questi giorni che sono una parte, una dimostrazione di questa nuova generazione che sta lavorando a un nuovo Egitto, a una nuova cultura, a una nuova convivenza. Allora, velocemente..

GIAN MICALESSIN:
Alla fine del documentario abbiamo l’impressione che ci sia una sorta di speranza, di rinascita possibile per i Copti, dopo anni difficili, da Nasser a Saddat, alla caduta Morsi. Ecco, ma chi ci dice che tutto ciò sia vero? Alla fine, alla fine dei conti, dietro il nuovo regime egiziano ci sono due Paesi che lasciano poche speranze per i cristiani. C’è l’Arabia Saudita da una parte, ci sono gli Emirati Arabi, che sono corsi in soccorso di al-Sīsī, semplicemente per confrontarsi con il Qatar e impedire che il Qatar avesse l’egemonia sul mondo arabo-sunnita. Qui l’unico problema di al-Sīsī è che deve dimostrare una faccia decente, perché la repressione dei Fratelli Musulmani è stata sanguinosissima. Abbiamo visto lo scorso Agosto centinaia di persone uccise. Ecco, chi ci dice che questo non sia soltanto un bell’inizio cui seguirà la solita e lunga tradizionale cacciata dei Copti nei loro ghetti?

FERNANDO DE HARO:
Mi pare che questa sia una domanda interessantissima, perché è una domanda aperta. Si parlava di “che cosa accade” e hanno parlato bene di al-Sīsī. Ma hanno parlato anche di questo problema, la sua politica di non riconciliazione nazionale che è un limite della politica di al-Sīsī. Noi occidentali abbiamo il dogma che al-Sīsī ha fatto un golpe di Stato, e che non è democratico. Ma quando tu vai lì e parli con la gente ti dicono “ no”, questa è un’altra cosa molto interessante. Ho imparato che dobbiamo cambiare il modo di guardare l’oriente, perché leggiamo tutti i giornali che hanno una prospettiva occidentale, che hanno una certa idea di come deve essere fatta la democrazia. Ma per capire cosa sta accadendo in Medio Oriente mi pare che dobbiamo sentire i cristiani che, in queste comunità, hanno questo senso di realtà. Non si può pensare una democrazia astratta, fatta a tavolino. Abbiamo visto qual è la conseguenza di questo tipo di disegno nella politica americana. Ma mi pare che si apra una questione molto interessante.

ROBERTO FONTOLAN:
Prego, velocemente.

DOMANDA:
Sono molto colpito da quello che sta succedendo nel mondo in questo periodo e vorrei fare qualcosa per questi cristiani. Vorrei chiedere come si fa a volte a non odiare quello che viene fatto a questi nostri fratelli e se voi sapete se c’è qualcosa che si può fare. Non voglio più leggere sui giornali quello che c’è scritto.

FERNANDO DE HARO:
Mi pare che sia una domanda che deve rimanere aperta. È la domanda che mi hanno fatto quattro anni fa, e ho pensato “devo fare un film”, ma dopo, come ho detto all’inizio, per me è stato un percorso personale. Sentendo questa gente, imparando da loro cosa sia la fede, mi pare che si possono fare tanta cose. Ma la prima cosa è sentire questa esigenza, sentire la sua fede, conoscere la sua vita meglio. Questa è la prima cosa da fare, condividere la sua vita. Farti questa domanda che si fa Carrón “ma che tipo, che razza di esperienza fanno che quando in Siria gli dicono tu puoi rimanere se diventi mussulmano mentre devi andare se sei cristiano, loro dicono io preferisco rimanere”. Tu hai sentito queste due giovani che hanno perso il marito alle quali hanno domandato “ma voi lascereste la vostra religione?” “No!”, hanno risposto. Questo è un miracolo gigantesco e allo stesso tempo, però, mi vien da dire che la volontà di Dio non sia questa. Dio poi si fa vedere anche in questo, ma la sua volontà non credo che sia che molti suoi figli vengano sterminati.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, rimando al testo molto interessante dell’intervento di Padre Pizzaballa di domenica che contiene tante di queste osservazioni che vale la pena riprendere e rimeditare. Ci dobbiamo lasciare perché la sala deve essere riallestita. Grazie a Fernando, grazie a Gian. Ci vediamo domani sera.

Data

28 Agosto 2014

Ora

19:00

Edizione

2014

Luogo

Sala D3