STORIE DAL MONDO. SIRIA, PRIGIONIERI DI GUERRA. Il calvario delle comunità cristiane ostaggio del conflitto - Meeting di Rimini
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STORIE DAL MONDO. SIRIA, PRIGIONIERI DI GUERRA. Il calvario delle comunità cristiane ostaggio del conflitto

Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Gian Micalessin, Giornalista. Produzione: GM News. Partecipano: l’Autore; Giampaolo Silvestri, Segretario Generale della Fondazione AVSI. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione.

 

STORIE DAL MONDO. SIRIA, PRIGIONIERI DI GUERRA. Il calvario delle comunità cristiane ostaggio del conflitto
Ore: 19.00 Sala D3
Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Gian Micalessin, Giornalista. Produzione: GM News. Partecipa l’Autore.

ROBERTO FONTOLAN:
Buona sera, iniziamo il ciclo “Storie dal mondo”. Molti di voi sono degli habitués di questo appuntamento e quindi mi limito veramente a poche battute. Nel ciclo 2013 avremo quattro serate: si inizia con un lavoro di Gian Micalessin, che è qui presente. Abbiamo pensato che fosse un’occasione importante anche di testimonianza e solidarietà con tanti nostri fratelli, oltre a un lavoro di pienissima attualità, questo reportage fatto da Gian in Siria, al quale poi faremo seguire anche due altri più brevi spezzoni di attualità ancora più stringente. Tutto ci porterà, come sempre, a qualche scambio di parola, domande, osservazioni, come sempre facciamo in questi nostri momenti che sono anche possibilità di incontro. Tra l’altro, una delle cose che vedremo dopo, più brevi, riguarda progetti di Avsi e con noi ci sarà anche Giampaolo Silvestri che potrà in qualche modo illustrare meglio la situazione. Quindi io mi taccio, lascio a Gian la parola per presentare questo reportage sulla realtà dei cristiani in Siria.

GIAN MICALESSIN:
Grazie, Roberto, grazie a tutti voi, buona sera. Poche parole perché poi lasciamo spazio alle immagini. Volevo dirvi che questo è un reportage che ho incominciato a concepire l’altro anno mentre ero al Meeting, è un viaggio nella guerra di Siria ma è un viaggio dove la guerra viene raccontata seguendo le vicende dei cristiani. Quindi, è un viaggio attraverso le comunità cristiane di Siria che vivono sulla propria pelle questa guerra e che sono, come ho detto più volte, i vasi di coccio tra i vasi di ferro. E’ una guerra molto diversa da quella che c’è stata raccontata e che abbiamo incominciato a scoprire dai media ufficiali. Quello siriano, è un conflitto che ha stupito prima di tutto me, quando sono arrivato lì. Ne parliamo dopo la visione del filmato. Grazie mille e a più tardi.

“Video”

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, allora, come è abitudine in queste nostre serate, c’è la possibilità di fare qualche osservazione o porre qualche domanda. Siamo fortunati perché l’autore di questo reportage è qui, siamo in una sala nuova rispetto alle altre volte e quindi sarà più difficile identificarvi, però, se alzate la mano, ci dovrebbe essere sempre qualcuno con un microfono. Dopo vogliamo presentarvi un brano di cinque minuti sui progetti di Avsi che riguardano molto da vicino questa situazione: in quell’occasione, Giampaolo Silvestri di Avsi salirà qui con noi e potrà illustrare meglio le cose. Se c’è qualcuno che già vuole porre qualche domanda o qualche osservazione a Gian, lo faccia. Bisogna venire qui al podio.

DOMANDA:
Domanda rapidissima e fondamentale, spero non stupida. Dal filmato sembrerebbe che gli altri sono ribelli, mentre da noi, nei giornali che leggiamo, sembrerebbe che anche il regime sia abbastanza aggressivo, dittatoriale. Non so se puoi collegarti alla primavera araba del Nord Africa, però qual è la situazione generale in questo intrico di forze, crimini e ideali?

GIAN MICALESSIN:
Sì, è una realtà autentica, quella che la domanda pone, e rispecchia il mio stato d’animo quando sono arrivato in Siria l’anno scorso. Per due o tre giorni, a differenza di quando arrivo in altri conflitti, mi sono guardato attorno e mi sono detto: “Dove sono finito?”. Perché quello che stavo vedendo era completamente diverso da quello che i miei colleghi mi stavano raccontando. Purtroppo questa è la verità: siamo di fronte a un conflitto che è raccontato soltanto da una parte, ovvero dalla parte dei ribelli, che molto spesso hanno le loro ragioni ma che non viene raccontato mai visto dalla parte del governo, dalla parte in cui vivono tantissime comunità. Ed è una guerra molto diversa: l’altro anno sembrava che Damasco dovesse cadere da un momento all’altro, in verità Damasco vive una vita quasi normale al suo interno, anche se alla periferia si combatte. Ad Aleppo si arrivava ed era una città che non sembrava sul punto di cadere: era una città divisa, una città dove si scontrano due modi, due fazioni opposte. Questo è il grosso stupore della Siria, una storia raccontata soltanto da una parte, raccontata molto poco dalla parte del governo che non è sicuramente un esempio di democrazia né di libertà, ma dove, più che in altre guerre, forse la verità non sta da nessuna parte. Soprattutto la libertà, non sta da nessuna parte: né dalla parte del governo né dalla parte dei ribelli. Però quello che i ribelli non riescono a garantire, neppure nelle zone controllate da loro, è un minimo di rispetto per le popolazioni che vi abitano, anche perché l’egemonia da parte dei ribelli è nelle mani dei gruppi più estremisti. Perché? Per una semplice logica bellica. Gli aiuti militari arrivano dal Qatar e dall’Arabia Saudita e vengono destinati non ai gruppi più democratici, più liberali, più idealisti, come ci hanno raccontato in Europa, ma semplicemente ai gruppi più efficaci sul terreno. Quindi, a quelli che ottengono più risultati vantaggiosi dal punto di vista militare. E quindi, chi ottiene, chi riceve le armi? Quei gruppi che hanno al loro interno più veterani, più combattenti temprati alle battaglie. E chi sono questi gruppi? Sono i gruppi che hanno al loro interno jihadisti provenienti dall’Afghanistan, jihadisti provenienti dalla Libia, jihadisti provenienti dalla Cecenia, che diventano naturalmente i gruppi più combattivi, i meglio armati, i gruppi più presenti sul terreno, quelli che conquistano l’egemonia. Gli americani, gli inglesi, i francesi che premevano per armare i ribelli, se ne sono accorti pochi mesi fa. Se andavi in Siria e parlavi con la popolazione civile, ti rendevi conto che questa paura di una transizione non alla libertà ma al fondamentalismo, all’integralismo, all’intolleranza, era diffusissima e già un anno fa erano presenti tra la popolazione quelle paure che oggi hanno portato buona parte della popolazione civile a togliere l’appoggio ai ribelli. Questo non significa che siano passati dalla parte del governo o che ritengano il governo la miglior soluzione possibile. Significa soltanto che i ribelli non rappresentano un obiettivo di libertà e di democrazia per buona parte della popolazione civile siriana.

DOMANDA:
Buonasera. Io vorrei sapere secondo lei come si può uscire da questa guerra. Che soluzione vedrebbe? Perché, in fondo, io penso che non si esca dell’alternativa di lasciare Assad al potere oppure i salafiti, i musulmani che non rispettano i cristiani.

GIAN MICALESSIN:
Certo. io penso che in ogni guerra, in ogni conflitto, la prima cosa sia dialogare con il proprio nemico. E soprattutto, chi cerca di mediare un conflitto deve mediare con entrambe le parti. In questo conflitto, sin dall’inizio è stato estromesso da qualsiasi dialogo il governo, perché lo si è accusato di massacri, lo si è accusato di atti contro l’umanità. Però è difficile raggiungere una pace, un negoziato, se escludi una delle parti in causa. Che può anche avere tantissime colpe pregresse ma, avete visto il filmato nel documentario, bada ad incontrare i capi della cosiddetta opposizione storica, laica. Una delle due persone che avete visto, il segretario di quel movimento, ha fatto 15 anni di galera sotto Bashar al-Assad, però anche lui dice: l’Occidente è cieco, ci propone una soluzione che o bianco o nero. Non possiamo accettare gruppi che sono esattamente l’equivalente – lo dice lui nel documentario – del regime, del governo. Gruppi che sostengono di essere gli unici rappresentanti del popolo siriano e quindi hanno la stessa volontà egemone del governo. Bisogna cercare un negoziato, un dialogo, bisogna cercare di portare ad un tavolo le diverse comunità, cristiane e sunnite. Ecco, quello che è interessante, viaggiando in Siria, e lo vedrete anche voi se guardiamo adesso questi altri brevi tre filmati – sono tornato in Siria poche settimane fa e ho fatto una sorta di aggiornamento – è che molto spesso il conflitto non è quello che ci è stato raccontato, il conflitto settario, diviso cioè su basi religiose, su basi etniche. Molto spesso il conflitto non è più degli alauiti contro i sunniti, come ci è stato raccontato. Spesso gli stessi sunniti sono divisi e molti di loro stanno dalla parte del governo. A mio avviso, il grosso errore che è stato commesso a livello internazionale e che continua a venire commesso, è di non arrivare ad un negoziato fra le principali parti in causa. Innanzitutto, le comunità che vivono in Siria, i rappresentanti dell’opposizione interna, i rappresentanti dell’opposizione esterna e il governo. Questo è il negoziato che può portare secondo me alla pace e alla fine della carneficina siriana.

ROBERTO FONTOLAN:
Volevo ricordare che il nostro Meeting ieri è cominciato con un fatto importante, molto significativo e cioè l’appello per i cristiani perseguitati: ve lo ricordo perché è un’occasione anche per tutti noi per dare un piccolo aiuto, un piccolo contributo al sostegno di questi nostri fratelli. Ricordo che ci sono diverse postazioni nell’area del Meeting in cui è possibile sottoscrivere questo appello che, per altro, è stato firmato ieri, come primo firmatario, dal Presidente del Consiglio Enrico Letta. E’ una firma che è anche un gesto politico piuttosto impegnativo, perché non è un appello generico, è un appello in cui si fanno delle affermazioni molto importanti. Quindi, è un’occasione anche per essere vicini a queste persone, a questi volti, a queste figure che abbiamo incontrato nel reportage di Gian, in particolare con l’ultima frase di suor Marita, mi pare: “L’importante è il dono di sé”. Adesso proporrei, organizza tu, Gian.

GIAN MICALESSIN:
Sì adesso potremmo vedere questo reportage che è stato girato invece in Libano, nei campi profughi dove chi fugge dal conflitto siriano si rifugia. E lì incontri tutti: sunniti, alauiti, tutta la gente che fugge da quest’immane conflitto. Sono piccole schegge di questa tragedia. E questi campi non sono strutturati come ci immaginiamo noi, non sono i campi profughi ordinati che abbiamo visto in alcune guerre. Sono campi profughi improvvisati, in Libano tutti ricordano i palestinesi che, quarant’anni dopo, sono ancora lì. Quindi, il concetto è ospitare sì queste popolazioni, che sono molto vicine al Libano, ma dare il minor conforto possibile: non dare acqua, non dare elettricità, non dare nessuna struttura che garantisca la permanenza di queste persone sul piccolo territorio libanese, che rischia ovviamente anche un contagio, perché le stesse divisioni che attraversano la Siria attraversano anche il Libano. In uno di questi campi, un piccolo campo profughi, opera l’AVSI, un’organizzazione cattolica molto legata al Meeting. Sono fra i pochi che danno assistenza a questo piccolo gruppo di profughi nel sud del Libano. E’ in questo piccolo campo, dove solamente AVSI fornisce assistenza, che incontriamo queste schegge della grande, immane tragedia siriana.

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, direi di procedere. E’ un brano di 5 minuti. Se nel frattempo organizziamo una sedia, lo dico agli assistenti che ci aiutano per la sala, anche Giampaolo Silvestri dell’AVSI può essere qui con noi per proseguire brevemente la nostra chiacchierata.

“Video”

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, ancora un po’ di minuti per allargare la riflessione e l’osservazione. Giampaolo Silvestri può anche illustrare, dettagliare il senso di questo programma. Io sono rimasto colpito da una situazione che non conoscevo, dalla povertà di un campo profughi. L’immagine che ho dei profughi è comunque di una situazione gestita, ordinata, garantita dalle organizzazioni internazionali. In questo caso, veramente sono un pezzo di popolazione all’abbandono totale, no?

GIAMPAOLO SILVESTRI:
Sì, le immagini dicono meglio delle parole. Ringrazio Gian, con cui ci lega una lunga storia di amicizia e collaborazione, per aver girato questo filmato che descrive bene quello che stiamo facendo. Il governo libanese non ha autorizzato la creazione dei campi fino a poco tempo fa, e la maggior parte dei 600, 700mila profughi in Libano sono ospitati presso famiglie. Però, presso le famiglie, è ormai impossibile sostenere la presenza di questi profughi, che quindi hanno cominciato a sistemarsi in questi campi in maniera illegale. Questo campo, l’abbiamo scoperto praticamente per caso. Siccome avevamo delle attività in quella zona, un giorno, passando, abbiamo visto questo gruppo di tende, di capanne: e abbiamo cominciato a interessarci di queste persone. Da lì è iniziata una storia anche di amicizia con questi profughi, perché eravamo gli unici che si erano accorti della loro presenza. Nessuno, tra autorità libanesi e agenzie internazionali, si era accorto che lì c’erano circa 1000 persone. E abbiamo cominciato ad aiutare, coinvolgendo le prime agenzie: adesso il campo è in qualche modo sostenuto. Questa, però, è solo una parte dell’intervento che noi, come AVSI, stiamo facendo in Libano, dove complessivamente aiutiamo più di 1000 famiglie, soprattutto famiglie ospitate presso altre famiglie libanesi. Gli interventi che facciamo riguardano bisogni immediati, come avete visto nelle immagini, ma anche educativi: quello che stiamo cercando di fare è di consentire ai ragazzi siriani di continuare un percorso educativo, di inserirsi nelle scuole libanesi – non è facile -, di essere coinvolti in attività educative, ricreative, proprio per dare un minimo di normalità alla loro vita che, come avete visto, non è il massimo. La stessa cosa, ci tengo a dirlo, la facciamo anche in Giordania, dove siamo presenti con degli interventi. Lì il contesto è un po’ diverso perché invece ci sono dei campi organizzati, anche se molti profughi sono ancora in famiglia, e anche lì l’intervento è sia sugli aspetti educativi, cioè su bambini che non possono andare a scuola, sia sui bisogni immediati. La situazione, come ha mostrato il filmato di Gian, è molto difficile, non si prevede uno sbocco. I profughi dei diversi Paesi tra Turchia, Egitto, Giordania e anche Libano, sono ormai quasi due milioni. Le previsioni prevedono un aumento nei prossimi mesi, per cui si supereranno i due milioni e mezzo. Come le altre organizzazioni presenti, ci stiamo attrezzando per far passare l’inverno a queste popolazioni: a giugno abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi che si chiama “Ten for Siria”, cioè 10 euro per la Siria perché, pur in un momento di crisi, di difficoltà, crediamo che tutti possano dare un contributo di dieci euro che comunque può aiutare queste famiglie ad affrontare la difficile realtà di tutti i giorni. Chiediamo a tutti di dare questo contributo e di contribuire a questa campagna che andrà avanti anche per i prossimi mesi, perché la situazione è difficile. Dico solo una cosa, rispetto a quello che avete visto. L’aiuto che noi diamo è un aiuto immediato, materiale. Però la cosa che ci ha colpito di più, nell’intervenire in questo campo, è che questa gente si è affezionata a noi perché eravamo gli unici che in qualche modo si prendevano cura di loro. E all’inizio, i primi giorni, quando non avevamo molto da dare, perché non è che avevamo lì già pronto tutto l’aiuto da dare, solo per il fatto che andavamo lì tutti i giorni, si è stabilito un rapporto. Volevano sapere chi erano, li abbiamo aiutati a registrarsi, perché molti non vogliono registrarsi, quindi sono illegali e non possono ricevere gli aiuti ufficiali, per varie ragioni. Questo ha fatto nascere un rapporto che – secondo le loro stesse testimonianza – è stato quasi più importante, poi, dell’aiuto materiale che siamo stati in grado di dare loro. Per cui, vi invito a contribuire a questa campagna “Ten for Siria”: allo stand dell’AVSI trovate tutti i materiali. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, abbiamo qualche minuto.

DOMANDA:
Buonasera, sono siriano. Per la prima volta in due anni ho sentito voci vere. 10mila giornalisti in questi due anni sono andati in Siria e nessuno ha potuto dire quello che voleva. La Siria in questi ultimi dieci anni si è trasformata in maniera incredibile, non avrebbe bisogno di questa guerra che è stata imposta dall’estero. Volevo chiedere ai nostri amici, visto che anche io sono italiano ormai da 30 anni, fino quando continueremo a lavorare contro il popolo siriano? Tra sei mesi, se non smettiamo, nessun cristiano rimarrà in Siria, stanno scappando tutti. La cosa più importante non è aiutare i nostri profughi in Giordania ma togliere di mano la situazione agli americani. In Siria ci sono 60mila stranieri che uccidono. Io chiedo ai potenti di smettere. La Siria non lo merita, era l’unico Paese laico, un paradiso per la convivenza di cristiani e musulmani. Io ho vissuto vent’anni in Siria e non ho mai chiesto a nessuno da dove veniva, nemmeno sapevo se i miei amici fossero musulmani o cristiani. Questa è la realtà della Siria, perciò, se il caro amico Letta è venuto qua, voglio vedere fino a quando l’Italia obbedirà alle richieste dei potenti di fare il loro gioco. Se continuiamo così, finisce male.

ROBERTO FONTOLAN:
Questa cosa che dice il nostro amico mi fa pensare che in effetti, negli ultimi anni, tutte queste vicende sono avvenute in Paesi dove c’erano comunità e realtà cristiane anche importanti, anche imponenti in termini di numeri, come in Egitto. Non so se è anche la tua esperienza, Gian, o quella che fate in queste zone voi dell’AVSI, Giampaolo: è la prima che qualcuno, in questi Paesi, in queste regioni, pensa che i cristiani lì sono degli estranei. Ecco, diciamo che l’involuzione di questi ultimi anni, con vicende complessissime, che adesso non possiamo star qui tutta la notte a ricostruire, non si era vista nemmeno durante i periodi più tremendi della guerra del Libano, non è mai stata messa in discussione la presenza dei cristiani in quanto tali o l’appartenenza dei cristiani in quanto tali a queste terre, a queste regioni. Negli ultimi anni c’è una montante tendenza, da parte di certi gruppi, di certe realtà, a considerare i cristiani come degli estranei. Non so se avete voi avete questa percezione forte di una novità negativa.

GIAN MICALESSIN:
Sì, è il dramma del mio interprete Saman, che mi accompagna sempre in questi viaggi e ogni giorno, ogni sera, praticamente, mi dice: “Però, Gian, la prossima volta che verrai probabilmente non ci sarò, perché devo andare via, lasciare questo Paese, portare via i miei due figli. Non posso vivere qui. Se succede qualcosa alla mia famiglia, cosa faccio?”. L’altro anno voleva andare in Romania, l’avevo convinto a restare in Siria, adesso vuole andare in Germania. Si sta diffondendo tra i cristiani l’idea che non c’è più un futuro, che non c’è più un’ultima spiaggia dove andare a salvarsi. Questo esodo è iniziato nel 2003 in Iraq, quando i cristiani hanno cominciato ad essere cacciati dai loro villaggi. Sono fuggiti in Siria, accolti in quella stessa chiesa di Aleppo dove, come avete visto, monsignor Audo accoglie la propria comunità impaurita. E adesso i siriani vedono profilarsi davanti ai loro occhi lo stesso destino dei loro fratelli d’Iraq, solamente che loro non hanno una Siria, non hanno niente, solo il mare davanti.

ROBERTO FONTOLAN:
Abbiamo tempo ancora per una possibile domanda o intervento, se no procediamo verso l’ultimo tratto di questo nostro appuntamento. Bene, allora abbiamo cinque minuti di estrema attualità da vedere. Voglio ricordare questo percorso che stiamo facendo come Meeting, che è cominciato ieri su questo tema della nostra solidarietà alle comunità cristiane e che poi continuerà anche nei prossimi giorni, con la diffusione di questo appello. Venerdì e sabato avremo anche due incontri molto importanti e significativi, uno sul tema della libertà religiosa, uno, proprio in finale di Meeting, sul tema della Siria. C’è questo lavoro dell’AVSI che, come avete sentito da Giampaolo, si può contribuire a far conoscere e sostenere. Adesso Gian presenta questo ultimo spezzone di filmato realizzato pochi giorni fa, che ci riporta dentro l’attualità molto forte della Siria. Volevo anche che dicessi una parola per introdurci a chi sarà con noi domani.

GIAN MICALESSIN:
Anticipiamo domani, innanzitutto. E’ un reportage che mi è molto piaciuto perché la mia esperienza – sono trent’anni che giro per le guerre – mi ha insegnato che, anche nella peggiore tragedia, c’è sempre qualcuno più sfortunato degli altri. In ogni inferno c’è un girone che è peggiore degli altri gironi, che è più in basso, più sotto. Ecco, in questo documentario che ci ha portato Antonio Spanò dal Congo in guerra, l’ultimo girone infernale è quello di una comunità di sordomuti. Una comunità che non può neanche ascoltare il rumore della guerra, priva di un senso che in guerra può salvarti, serve a percepire quello che succede attorno, i proiettili e la paura. Ma non è soltanto questo: nell’Africa in guerra, una comunità di sordomuti è anche una comunità discriminata come lo sono gli albini, come lo sono i pazzi, come chiunque madre natura abbia privato di un elemento normale per gli altri, che quindi viene considerato diverso, inferiore, spendibile. Questo racconto ci porta nell’ultimo girone della guerra. Già la guerra del Congo è una guerra tremenda. Sta nei gironi più bassi dell’inferno bellico, l’ultimo girone, quello che Antonio ha chiamato The Silent Chaos, il caos silenzioso. Adesso, in questi ultimi 5, 10 minuti, vediamo due bei filmati di 5 minuti l’uno che ci portano molto vicino a quel convento di suore che avete visto, che fino a otto mesi, un anno fa, era nel mezzo dei combattimenti. Adesso è arrivata la pace in due villaggi che praticamente stringevano a tenaglia quel convento. Il governo, con l’appoggio di Hezbollah, delle milizie sciite, ha riconquistato il controllo del territorio, ha messo in fuga i ribelli. Nel villaggio dove si dice sia scomparso Domenico Quirico, il mio collega, si è arrivati alla pace in un’altra maniera: attraverso una mediazione tra i ribelli e il governo. E’ un piccolo villaggio dove si è creato quel negoziato che finora a livello internazionale non si è riusciti a creare. Vi saluto e ci diamo appuntamento a domani, con The Silent Chaos.

“Video”
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

19 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala D3
Categoria
Testi & Contesti