STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin.

Ward 54 di Monica Maggioni. Premio Opera Prima al Festival di Biarritz. Produzione: RaiCinema e Mediakite. Partecipa: Guido Piccarolo, President & Co-founder Los Angeles Habilitation House.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Allora buona sera, siamo qui per il nostro consueto appuntamento con “Storie dal mondo”, questa sera vedremo un lavoro, che si intitola Ward 54, realizzato da Monica Maggioni, giornalista del tg1 e responsabile degli speciali della più importante, possiamo dire, testata televisiva italiana. In questi giorni abbiamo visto tutti documentari molto premiati, anche questo di questa sera è stato premiato al Festival di Biarritz. È un lavoro molto intenso, molto crudo anche per tanti aspetti, con dei momenti di grande commozione, di grande partecipazione emotiva, e racconta la storia di chi ha vissuto una guerra e di chi ritorna dalla guerra, di chi ha potuto, è riuscito a sopravvivere alla guerra e si trova davanti una vita che forse non è più vita, perché si trova come inchiodato a questo passato. Infatti è come se queste persone non avessero più una definizione sociale nuova, legata al loro presente, ma sempre sono chiamati col nome del loro passato, sono ex, ex combattenti, sono reduci, sono veterani. Anche nel linguaggio corrente la definizione della vita di questi soldati che tornano è la vita del reduce, la vita del veterano, che in qualche caso è anche una non vita, come vedremo questa sera. Nel nostro modulo, come sapete, vediamo insieme il documentario e poi avremo la possibilità di approfondire e di conversare su alcuni aspetti, mettendo in luce alcuni aspetti e cercando di approfondire alcune tematiche del lavoro di questa sera. A dopo.

PROIEZIONE DEL FILM

ROBERTO FONTOLAN:
E’ difficile non piangere assieme a quel padre che ha tenuto il figlio per l’ultima volta sulle ginocchia e in questa lunghissima sequenza del racconto di questi due genitori credo che ci sia un po’ la chiave di tutto questo bellissimo lavoro di Monica Maggioni, che ha qui il suo portavoce, in Gian.

GIAN MICALESSIN:
Non è qui stasera ma avrebbe voluto essere molto con voi, come fa ogni anno quando presenta i suoi lavori, si scusa e lo faccio io a nome suo; avrebbe voluto essere qui a raccontare questo documentario ma purtroppo gli impegni di lavoro legati alla crisi libica le imponevano di stare oggi a Roma, quindi non ha potuto raggiungervi ma è in spirito con voi.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, abbiamo pensato di coinvolgere in questa nostra conversazione Guido Piccarolo, che è qui con noi, viene da Los Angeles, chi ha potuto seguire l’incontro a cui ha partecipato ieri sera, sa perché lo abbiamo invitato, ma adesso gli faremo raccontare comunque l’opera alla quale ha dato vita in California, che è molto legata a questo lavoro di Monica. Innanzitutto vorrei chiedere subito a Guido un commento: visto che tu conosci così da vicino le storie di questi reduci, di questi veterani, ti chiederei non tanto un giudizio stilistico, ma se il documentario coglie la profondità di questo dramma per come tu lo conosci, proprio per l’opera che hai avviato.

GUIDO PICCAROLO:
È difficile, come hai detto tu, non commuoversi di fronte a quello che abbiamo visto, ed è difficile realmente anche aggiungere delle parole. La cosa che più mi impressiona conoscendo, cominciando a conoscere, perché il lavoro che sto facendo, che stiamo facendo a Los Angeles, cercando di aiutare questi ragazzi, è appena cominciato, è una cosa piccola, dicevo che la cosa che sto imparando e che emerge chiaramente per me di fronte a quello che abbiamo visto, è che è difficile pensare che si possa fare qualcosa, quando incontri questi ragazzi. Io capisco il limite che ho di fronte al desiderio vero, buono di poter fare qualcosa. Lo dico subito, l’unica cosa che ho cominciato a fare, che poi ha dato l’intelligenza con cui vivere accanto a loro, è riconoscere che abbiamo lo stesso destino, che il nostro cuore chiede la stessa cosa, cioè quella vita, diceva il documentario, quella vita meravigliosa. Ecco, io guardandoli, mi accorgo che è possibile ancora dire che la vita è meravigliosa, che la vita ha un significato. E quei ragazzi che abbiamo incontrato, che sono pochi rispetto a tutto il dramma che si sta vivendo, quando li guardi, quando si sentono guardati e si sentono per un istante anche riconosciuti come rapporto per quello che sono, per quello che valgono, si accende nel loro cuore la speranza. Infatti, l’altra cosa che mi colpiva, è questa: quando tornano a casa, uno di loro dice: non c’era nessuno che conoscessi. Questo, secondo me, è tutto il dramma che si gioca, questo “non c’è nessuno che mi conosca”, “non c’è nessuno che mi guardi per quello che sono”. L’avventura della vita, così come è stata per me, comincia quando c’è qualcuno che ti guarda per quello che sei e questo è quello che attraverso il lavoro, cercando di offrire possibilità di lavoro, è quello che piano piano con questi ragazzi, con alcuni di loro è cominciato. Il percorso insomma è lungo, perché è proprio vero, quando si parla di Dramatic Brain Ingiuries, DBI, che sono irrimediabili al cervello, lesioni irrimediabili al cervello, come posso io rimediarvi? Non posso, e questo loro lo sanno; puoi però voler bene, puoi amare l’altro per quello che è, questo sì, perché c’è qualcuno che ama la mia vita, e allora, come diceva il padre, quando ti senti sulle ginocchia, quando ti senti cullato, è proprio vero che la vita può ricominciare. E’ questa la cosa più bella.

ROBERTO FONTOLAN:
Gian, tu conosci bene e hai vissuto in diverse occasioni la realtà di questa guerra, della guerra americana in Iraq, hai passato tanto tempo anche con i soldati italiani in Afghanistan, hai vissuto anche in diverse occasioni la realtà di questa guerra, che per gli americani è diventata una specie di Vietnam, nel senso della profondità delle ferite che sta lasciando in questa nazione. Ma perché è così, come hai visto tu, nelle tante tue esperienze sul campo, questa guerra americana in Iraq?

GIAN MICALESSIN:
Io sono stato con i marines, proprio sia a Falluja, ne parliamo qui nel documentario, sia nelle province più calde dell’Afghanistan. Quello che è sconcertante, effettivamente, per chi conosce la realtà militare, magari italiana, dei soldati che comunque sono in prima linea, è vedere, quando arrivi in questi campi dei marines, le condizioni di vita in cui vivono: sono veramente condizioni di guerra totale. A Falluja stavo con una compagnia, all’interno di una casa diroccata, nel centro di Falluja e quando si usciva, uscivamo su queste jeep americane che non erano neanche blindate, mi dicevano “guarda che se saltiamo non c’è niente da fare, quindi cerca di saltare fuori se salta la jeep, perché se no sei morto”. Non c’era proprio una sensazione di sicurezza o di creazione di sicurezza, a differenza degli italiani che sono molto attenti, per gli americani è quasi normale andare a morire, è quasi normale, quando si ritorna, vivere in una condizione di durezza fisica: poco cibo, pochi divertimenti, pochi svaghi, e soprattutto poche discussioni, pochi racconti, che non siano quelli dell’immediatezza della battaglia, del combattimento. Questa cosa mi ha molto colpito, sia in Iraq sia in Afghanistan. In Afghanistan vivevano da mesi con le razioni K, ossia neanche con una cucina da campo. Quindi è anche questo che rende diverso e più difficile la vita del soldato americano anzitutto ed è anche l’età, i soldati americani, i marines, cominciano molte volte il servizio a 19 anni, a 19 anni sballottati di colpo dagli Stati Uniti nel cuore dell’Iraq, nel cuore Afghanistan. Sicuramente i traumi vissuti a 19 anni sono dei traumi molto pesanti: la battaglia, il fatto di non poter comunicare, il fatto di vedere cose che non ci si aspettava, il fatto di sentirsi quasi in colpa perché ci si aspettava di essere accolti come liberatori, invece si viene visti come assassini, come oppressori. E’ quello che dice lui all’inizio, soprattutto il fatto di non poterlo raccontare, perché c’è questa rarefazione della comunicazione nell’entrare in campo. Dove tutto è legato alla difficoltà, all’asprezza della vita, anche il discorso, anche la comunicazione diventa molto tenue, molto labile, quindi il trauma resta dentro la testa, resta dentro il cervello e probabilmente provoca ferite molto più profonde di quanto non provochi, ad esempio, ai soldati italiani, che comunque hanno, quando tornano dal campo, una sorta di casa, di ritorno, di lontananza da quello che è la linea del fronte, la linea del pericolo e della morte. Mentre per gli americani la linea è quella di restare costantemente in prima linea ed è questa la sensazione che provavo anch’io quando ero con loro, cioè di non riuscire mai ad uscire da questa tensione e forse questo che provoca lo stress traumatico ed è quello che, perché non è che sia una malattia che hanno inventato gli americani, è quello che racconta Ungaretti, quando torna dal fronte francese, dove per mesi è rimasto sotto le bombe. Era quello che banalmente raccontavano i nostri nonni, quando dicevano “lo scemo di guerra”. Il rimanere in trincea, nella prima guerra mondiale soprattutto, quindi avere questa immagine ricorrente di morte e non poterne parlare, creava quello che oggi si chiama stress post traumatico, stress disorder, che quella volta veniva molto più banalmente etichettato come “lo scemo di guerra”.

ROBERTO FONTOLAN:
Naturalmente, come le altre sere, se c’è qualcuno che vuole porre qualche domanda, alzi la mano e intanto volevo chiedere …c’è già qualcuno, non ho visto …
Volevo chiedere di nuovo a Guido: questo fenomeno che dimensioni ha Negli Stati Uniti? E c’è consapevolezza di questo? Perché qui anche il filmato concludeva con dei numeri impressionanti che io, quando l’ho visto la prima volta, diciamo io sono mediamente informato, non li conoscevo, centinaia e centinaia di malati,18 suicidi al giorno…

GUIDO PICCAROLO:
32 nel mese di giugno

ROBERTO FONTOLAN:
32 suicidi nel mese di giugno, ecco: le dimensioni di questo fenomeno e la consapevolezza che c’è.

GUIDO PICCAROLO:
E’ realmente un dramma nazionale, un disastro di circa 2 milioni di militari che sono stati impiegati tra i due conflitti Afghanistan e Iraq. I numeri dicono che sono circa un terzo, che poco più di un terzo ritorna affetto dalle malattia che sono state definite post traumatic stress disorder e traumatic behaviour. Sono le due malattie che in questo momento qua stanno emergendo. La cosa più sconvolgente è che, come fa vedere il film, non se ne parla, non se ne parla perché c’è un limite di fatto, c’è un limite di fronte a quello che a un certo punto tu puoi fare e c’è anche un limite nel fatto che molti di questi ragazzi che vogliono farsi aiutare, che cominciano a farsi aiutare, si scontrano con la difficoltà del sistema che preferisce non parlarne perché non sa cosa fare. Si può fare fino a un certo punto. Dall’altra parte c’è anche la libertà, c’è una difficoltà nel comunicare, “io non voglio dirlo, non voglio essere etichettato con una disabilità, con un impossibilità di fare qualcosa”. Mi ricordo sempre la prima volta che abbiamo riunito 40 di questi ragazzi in una stanza per raccontare, per cominciare a vedere se volevano lavorare con noi, e quando ci siamo presentati e ho presentato la compagnia, l’organizzazione per cui lavoriamo – ho detto siamo una non profit e il nostro scopo è quello di creare e mantenere un’opportunità di lavoro per ragazzi con disabilità – mi ricordo un ragazzo, quasi un metro e ottanta, robusto, alto, che si alza e senza dire una parola se ne va via. Io sono rimasto lì, così, …perché… dopo di che uno dello staff è venuto da me e mi ha detto: “lui non vuole riconoscere il fatto di essere disabile, perché ha ancora la speranza di ritornare a fare il soldato e nel momento in cui lui registra il fatto di essere disabile, la carriera militare è finita e non ha più niente”.

ROBERTO FONTOLAN:
E’ quello che diceva il padre riferendo di Jeff: io non posso dire niente perché “my military is over” cioè è finita.
C’era una domanda mi pare da quella parte

DOMANDA:
La cosa che mi colpiva, che si vedeva spesso nel filmato, era come l’esercito americano non volesse riconoscere il fatto che questi veterani potessero avere questo problema psicologico al ritorno dalla guerra. Perché l’America tende a non riconoscere a questi soldati il diritto di poter tornare comunque sofferenti o comunque provati da un’esperienza
di guerra?

ROBERTO FONTOLAN:
Se c’è qualcun altro, lo raccogliamo subito, ecco laggiù …e poi qui…

DOMANDA:
Io sto finendo medicina per entrare nell’esercito, quindi sono consapevole dei rischi… Volevo chiederti: dal tuo punto di vista, la carriera militare sicuramente ha tanti risvolti negativi, quelli che ci ha raccontato, quelli che ci ha raccontato questo filmato, però tu che hai incontrato tanti soldati, sicuramente avrai visto anche qualcosa di positivo che ha generato in loro questa cosa e volevo sentire da te un tuo parere. E poi una seconda cosa: ho la sensazione che in America comunque ci sia un forte attaccamento all’esercito, cioè comunque i soldati tornano e sono accolti come vincitori. Mentre qua in Italia, come dire, viene più criticato, ho questa sensazione.

DOMANDA:
Grazie, io avevo qualche domanda. La prima è: come avviene l’arruolamento nell’esercito americano? Perché è su base volontaria, però la mamma del ragazzo morto ha detto che lui e un suo amico sono stati portati in un albergo a firmare, lei gli ha detto di non firmare e poi il mattino dopo hanno firmato e… Quali sono le motivazioni che spingono i ragazzi ad arruolarsi? Cioè uno ha detto che il ragazzo morto diceva che era stato il suo sogno da bambino, un altro, mi pare, non sapeva cosa altro fare. E un’altra cosa, questo documentario di Monica Maggioni è italiano, ma le informazioni sui suicidi dei soldati, su quello che devono affrontare una volta tornati a casa, vengono diffuse e che effetto hanno sulle truppe, sul morale, sull’arruolamento, sull’opinione pubblica?

DOMANDA:
Io volevo soltanto chiedere perché c’è questa differenza tra i nostri carabinieri e l’esercito degli Stati Uniti, perché sembra che ci sia sotto una diversa concezione della vita, dell’uomo fra i due schieramenti. Sembra quasi di vedere un’ideologia americana all’opera, vedendo questo film. Grazie

ROBERTO FONTOLAN:
Prima Gian su come ci si arruola, forse tu sai anche queste cose qui e poi …

GIAN MICALESSIN:
Sostanzialmente l’arruolamento è su base volontaria. Negli Stati Uniti, non esiste più l’esercito di leva dall’epoca del Vietnam, quindi tutti quelli che vanno lo scelgono come carriera, come professione. Avviene molte volte che si arruolino quei giovani che non hanno abbastanza possibilità per pagarsi il college. Chi si arruola, ha le spese del college pagate dallo stato e i collage sono molto cari negli Stati Uniti. Quindi questa è una delle principali motivazioni per l’arruolamento. Il ceto medio che si arruola nell’esercito americano è molto basso, ha un livello molto basso, medio basso, assolutamente. Quindi è sicuramente un modo per trovare un lavoro, per trovare un’ occupazione, e questo comporta molto spesso …d’altra parte ci sono molti volontari che lo fanno per convinzione, soprattutto dopo 11 settembre. Però diciamo che la maggior parte affronta la scelta militare come un lavoro, come una professione, soprattutto ora, in epoca di crisi, quindi questo determina anche la difficoltà, quando si arriva dove c’è la guerra veramente. Poi c’è questa differenza sostanziale tra il modo americano di fare la guerra e il modo di impiegare l’esercito ad esempio italiano, ma anche inglese, anche francese. Altrimenti non si capirebbe appunto come gli americani abbiano potuto sopportare oggi 5.000 morti in Iraq, 1.600 morti oggi in Afghanistan, anche se è un Paese di 180 milioni di abitanti. Però oggi hanno 1670 morti in Afghanistan al momento attuale. E tu lo vedi quando vanno in combattimento, non c’è l’attenzione che c’è da parte degli altri eserciti europei per la vita del soldato, si va in combattimento e si può morire, si esce con le jeep e si può saltare, non c’è un attenzione particolare per la sicurezza, perché la guerra è la guerra ed è logico che si muoia. Diciamo che c’è una percezione più fredda, più cinica del conflitto, più reale; ovviamente il soldato può morire, è il suo dovere e del resto lo vediamo, i soldati americani tornano a casa, non vengono salutati, non ci sono messe, non ci sono onori militari, tornano nella base, vengono sepolti di nascosto con due familiari, il corpo viene riconsegnato ed è una formalità pura e semplice, non ci sono funerali di stato. Quindi c’è questa differenza, c’è questa differenza soprattutto quando tu torni a casa, perché la guerra appartiene solo a chi la fa, solo al soldato, solo all’esercito che fa la scelta di guadagnarsi da vivere facendo la guerra, il resto dell’America guarda da un’altra parte, non è interessata alle storie di chi racconta, non interessata alle sue esperienze, non è interessata ai suoi traumi, ha un altro lavoro, ha un’altra professione, ha altre cose da fare. E’ un mondo difficile, è un mondo socialmente difficile quello dell’America, molto strutturato, molto selettivo, per le scelte che vengono fatte da chiunque stia all’interno della società. E questo forse rende più difficile quel senso di compassione, quel senso di solidarietà per il reduce e rende più solo il reduce. Ecco, questa è la mia impressione.

ROBERTO FONTOLAN:
Guido …

GUIDO PICCAROLO:
Le domande sono tutte belle, non mi sento in grado di generalizzare, quello che dico, lo dico per l’esperienza che ho fatto in questi due ultimi due anni, per la gente che ho incontrato, più per quello che posso aver letto sui giornali o sentito in giro, nasce dal rapporto con questi ragazzi qua. Questo è quello che dico, per cui è la mia esperienza, non presumo di descrivere, di poter descrivere tutti i fattori che sono in gioco che sono tantissimi. A me quello che, incontrando questi ragazzi, quello che colpisce, è che ci sono …, io ho incontrato due tipi di ragazzi. Quelli che si arruolano, si arruolano appunto tra i 16 e i 18 anni per due motivi: uno un ideale di giustizia, di difesa e di amore alla patria, alla terra al posto a cui tu appartieni e quindi si arruolano per un impeto di difesa, per quello che è caro alla tua vita, e questi sono tanti dopo quello che è successo a settembre. Altri ragazzi che partono, invece, e questi sono i più giovani, partono perché le condizioni economiche che vivono non gli lasciano altra scelta. Il fatto di potere trovare un lavoro è in funzione degli studi che tu hai fatto e molti, per il sistema americano di scuole, non hanno la possibilità di andare a scuola e quindi professionalmente di crescere, e allora quello che succede è che arruolandosi hanno la possibilità pagata di studiare, di andare a scuola. Comunque anche questo secondo aspetto, e questo è quello che mi colpisce, al fondo descrive l’interesse per un ideale e in particolare l’interesse perché la tua vita abbia un utilità. Il problema del lavoro è che la tua vita, la mia vita sia utile, collabori a qualcosa di positivo. Per cui che sia l’ideale della giustizia, che sia la difesa della patria, che sia l’impegno per lo studio, è per un desiderio di utilità. Mi torna sempre in mente l’immagine bellissima de Il senso religioso, il libro di don Giussani, in cui c’è il tentativo dell’uomo di costruirsi, di riconoscere questo ideale dalla vita e questa freccia che viene giù, che entra. Ecco, perché mi colpisce di fronte a questa situazione? Perché l’ideale della vita, se non diventa un fatto presente, non è sostenibile, non puoi sostenerlo, se non diventa un incontro, se questo ideale non si rende incontrabile, presente nella vita, anche l’ideale più bello e più nobile che puoi avere è insostenibile, non riesci a sostenerlo, io non posso sostenerlo, nessuno può sostenerlo. Questo è ciò che mi colpisce più di tutto, perché quello che cercano questi ragazzi, quello che cerco io, parla di una stima, di un apprezzamento per la vita. Ma il mio sforzo per vivere di questa stima non è sufficiente, occorre intraprenderlo con altri. E questo è un tentativo che è affascinante, perché io non so rispondere a tutto questo, ma è certo che c’è una compagnia che può sostenermi e può aiutare il cammino di ciascuno al proprio destino. Questa è la cosa è più impressionante, tanto è vero che la storia più bella che è successa in questi due anni, è quando uno di questi ragazzi, che era finito sulla strada perché licenziato dal lavoro, un giorno per caso, perché siamo in contatto con un certo centro, bussa letteralmente alla porta del nostro ufficio. “Io ho bisogno di un lavoro” dice, e noi, grazie al Signore, in quel momento lì cercavamo un supervisor nelle pulizie. Lo abbiamo preso a far le pulizie come supervisor, come leader del team. Dopo un mese di training dall’inizio del lavoro, questo ragazzo crolla letteralmente per terra mentre lavoravamo insieme. Io non sapevo cosa stesse succedendo, lo portiamo in ospedale, fa tutte le analisi, viene diagnosticato con post traumatic stress – perché tanti non lo sanno neanche, fin quando non tornano non lo sanno neanche – viene diagnosticato con P.T.S.D., con post traumatic stress disorder e in lacrime ci dice: “Io non posso farlo fisicamente questo lavoro, è troppo per me, per cui torno in strada”. E lì noi gli abbiamo detto: “No, stai in ufficio con noi, aiutaci a scrivere delle applicazioni per ricevere dei soldi”. E lui non ci credeva, “Ma come!”, “Beh, guarda, non puoi fare il lavoro fisico, rimani qua, se vuoi, aiutaci a scrivere”. E si è messo per due mesi, per un mese in ufficio a scrivere, a leggere documenti, etc. etc. Dopo due mesi, questo è l’ideale, dopo due mesi è tornato da noi e ci dice: “Guardate, io tutto quello pensavo di aver perduto in guerra, tutti i talenti che pensavo di aver smarrito nella mia vita, io li ho ritrovati, li sto ritrovando. Io amavo scrivere e per anni non ho più scritto, amavo leggere poesie e per anni non ho più letto, pensavo di non saper più né leggere né scrivere, invece, attraverso questa opportunità che mi avete dato, io comincio a riscoprire che questi talenti ci sono e posso essere me stesso, posso continuare, posso scrivere, così ho deciso di tornare a scuola”. E questo a me ha riempito il cuore, perché è passato nella prima classe con il punteggio più alto. Insomma, bastava un secondo per dire di no, non posso, ho fatto tutto, ti ho dato il lavoro e adesso tu crolli… Eppure, lo dicevo ieri, nessuno si è arreso nella mia vita. Io, per quello che posso fare, come posso farlo, non mi arrendo, per cui proviamo, proviamo insieme. E questo sentirsi, percepirsi insieme, cioè di un ideale che ti incontra, che quello che tu desideri è incontrabile, fa rinascere.

ROBERTO FONTOLAN:
Domani la nostra serie prosegue con un altro lavoro molto crudo e difficile. Si chiama Restrepo, girato proprio in Afghanistan, in una valle sperduta dell’Afghanistan, proprio con un plotone americano. Un lavoro molto interessante, molto importante, che ha vinto un premio molto interessante negli Stati Uniti e racconta un po’ questa estrema durezza della vita del modo americano di vivere la guerra. Io ringrazio tantissimo Guido Piccarolo per questo ulteriore sforzo che ha fatto questa sera, e vi auguro una buona prosecuzione del Meeting.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Neri GE Healthcare