STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin.

Libia: i ragazzi e la rivoluzione di Gian Micalessin. Premio Ilaria Alpi. Produzione: MTV News. Partecipano: l’Autore, Giornalista; Francesca Ulivi, Direttore Tg e Responsabilità Sociale di MTV Italia.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera, siamo al secondo appuntamento del nostro ciclo Storie dal Mondo. Questa sera vedremo un documentario sulla Libia, e quando abbiamo immaginato la sequenza dei nostri appuntamenti, non avremmo certo pensato di trovarci esattamente oggi, in queste ore potremmo dire, in queste stesse ore, in un momento decisivo di questo conflitto, di questa crisi Libica. Sapete tutti che questo regime potrebbe cadere da un momento all’altro, forse anzi, mentre stiamo parlando, in questo istante, sta succedendo qualcosa di veramente grave a Tripoli. Questo prodotto è un lavoro del nostro grande amico Gian Micalessin, che è qui, è proprio lui, come dicevo ieri sera, appena tornato dall’Afghanistan, dove ha trascorso un periodo con i soldati italiani a Herat, credo no, Gian? Bakwa? Sempre con i soldati italiani, argomento del quale parleremo poi dopodomani, quando avremo un altro documentario molto importante proprio sull’Afghanistan. Benissimo, il lavoro che vediamo adesso, come dicevo, è dedicato, è articolato, è strutturato, è il racconto dei ragazzi di Bendasi, quindi è stato realizzato all’inizio, si può dire, di questa fase, di questa rivolta, di questa storia libica, che poi ha preso come sappiamo tutti delle strade diverse rispetto a quelle che abbiamo visto in Tunisia o in Egitto. Qui è diventato, infatti, velocemente un conflitto armato, una sorta di guerra civile, poi Gian sa tutto, ci spiegherà anche tutti gli aspetti, i segreti, gli aspetti reconditi di tutta questa tremenda vicenda, come anche dell’intervento delle Nazioni Unite, legittimato da una risoluzione dell’ONU che ha fatto molto discutere, probabilmente destinata a pesare molto nel futuro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per ragioni che magari vedremo. È un lavoro che Gian Micalessin ha realizzato per MTV News. Abbiamo qui il direttore di MTV News, Francesca Ulivi, che parteciperà naturalmente un po’ alla nostra conversazione, che seguirà come sempre nel nostro amato DocForum, cioè un cineforum dedicato ai documentari, che seguirà appunto la proiezione, che adesso vediamo tutti insieme.

PROIEZIONE DEL VIDEO

ROBERTO FONTOLAN:
Bene allora, allora do di nuovo il benvenuto a Gian, che conosciamo tutti, e a Francesca Ulivi che è direttore di MTV News. Non sappiamo se qualcuno di questi ragazzi in questo momento è a Tripoli, a combattere o a festeggiare, adesso è una situazione veramente caotica e poco comprensibile in questo momento come notizie vere, ma intanto vi ricordo che se c’è qualcuno che vuole porre domande a Gian e a Francesca, basta alzare la mano e naturalmente vi daremo subito la parola. Intanto, ci sono due aspetti, diciamo, che possiamo approfondire subito, Gian: il ritratto che tu hai costruito di questa generazione, da un lato, e poi magari ci sono delle cose di attualità sulle quali penso che molte persone vorranno sentire il tuo parere; e poi vorrei anche sapere da Francesca, questo lavoro che fa a MTV News, in particolare dedicato ai giovani, cioè questo lavoro di dipingere queste generazioni, lavorate molto sull’Italia, credo e in qualche occasione anche all’estero. Intanto, Gian, di’ qualcosa su questo inizio della rivolta libica, che forse nemmeno tu ti aspettavi sarebbe andata in una direzione naturalmente molto diversa da quella di Tunisi e dell’Egitto.

GIAN MICALESSIN:
Quando Francesca mi ha chiesto di girare questo documentario a Bendasi, eravamo all’inizio, era la fine di Febbraio, quindi erano passati pochi giorni dalla rivoluzione, quindi si trattava di tratteggiare, in pratica, l’identikit dei ragazzi, dei loro sogni, delle loro aspirazioni, di cosa volevano, cosa desideravano. Quello che emergeva era sicuramente quello di un universo giovanile pieno di speranza, pieno di ambizioni, per una cosiddetta rivoluzione che era scoppiata dal nulla. Avete ascoltato cosa raccontano, raccontano che loro stessi avevano paura di scendere in piazza, molti di loro non sono scesi in piazza quel giorno, perché pensavano che sarebbe finita come era finita tante altre volte, ovverosia con un massacro, con una strage, con molti arresti e con un regime che li avrebbe tenuti sotto il tallone, anche in quell’occasione. Non andò così, anche per una serie di casi, io dico fortuiti, e per una serie di complesse ragioni che stavano dietro, per cui la guarnigione che teneva Bengasi cadde, si schiantò, e loro si ritrovarono così di colpo a gestire una rivoluzione, con tante speranze, tante speranze che a sei mesi di distanza hanno sicuramente portato una parte di loro a Tripoli, li hanno portati alle conquista di quel sacrario del potere, ma che dall’altra parte in questi sei mesi hanno anche dimostrato tutte le debolezze, i vuoti, le vacuità di questa speranza: una speranza di costruire una rivoluzione, che in verità si è frantumata in scontri di potere all’interno dei ribelli, divisioni interne, incapacità di gestire questo momento che avevano conquistato, incapacità di darsi dei capi, dei leader, capaci di rappresentare una valida alternativa a quel regime che per 42 anni aveva governato con il pugno di ferro la Libia. Tutte questioni che sono oggi estremamente all’ordine del giorno, perché rischiamo purtroppo, all’indomani della caduta di Gheddafi, di ritrovarci, dopo le speranze di questi ragazzi di sei mesi fa, con una Libia sull’orlo di una “somalizzazione”, ossia una Libia sull’orlo di una guerra tribale, una Libia che rischia di trasformarsi, soprattutto per noi italiani, in una Somalia alle porte di casa, con tutto il suo carico di problemi e di gravi incognite.

ROBERTO FONTOLAN:
Francesca, abbiamo sentito questi giovani, internet, Playstation, Facebook, il velo, il rapporto con la religione, il desiderio di sposarsi, è una MTV Generation anche questa, anche se l’avete scovata in Libia, è un vostro marchio sulla generazione dei giovani.

FRANCESCA ULIVI:
Mah, l’MTV Generation diciamo che non esiste più, esiste la Millennial Generation, ovvero quella dei nativi digitali, che sono i ragazzi, che in ogni posto del mondo, anche in Libia abbiamo appena visto, sono cresciuti con internet, grazie ad internet, che vivono la realtà digitale molto più della realtà reale. Abbiamo voluto raccontare i ragazzi libici ai ragazzi italiani, solitamente nell’MTV News raccontiamo storie di ragazzi italiani, ne abbiamo raccontate più di 350 nell’ultimo anno e mezzo, però abbiamo voluto per una volta oltrepassare i nostri confini, perché ci sembrava importante avvicinare qualcosa che è già vicino, ovvero l’Italia, i ragazzi italiani e la Libia, i ragazzi libici, e fargli capire che poi le distanze, come abbiamo visto, per alcuni versi ci sono, ovviamente la religione, la tradizione, il fatto di non vivere in una democrazia, di non essere abituati ad esprimere il proprio pensiero, per cui alcune differenze ci sono ma altre non esistono, perché appunto, Mauhada, la ragazza, ci diceva, parlandoci del cugino ammazzato brutalmente, che non solo era suo cugino, ma era addirittura amico su Facebook, quasi che Facebook fosse più importante, così come lo è per molti dei ragazzi italiani che sono nati e cresciuti con internet.

ROBERTO FONTOLAN:
Una curiosità, naturalmente MTV è, diciamo, una televisione che propone molta interattività col suo pubblico, come è stato commentato dai vostri spettatori questo lavoro?

FRANCESCA ULIVI:
No allora, è stato commentato sia da ragazzi che anche da persone più adulte, perché poi appunto le MTV News raccontando una generazione, spesso sono guardate da quelli più grandi, che sono curiosi di capire chi siano i ragazzi che fanno parte di questa generazione; e i più grandi facevano commenti, ringraziavano perché dicevano che non avevano visto niente del genere negli altri canali, mentre i più piccoli erano stupiti, facevano domande appunto del tipo “ma hanno Facebook?”, “ma come funziona internet?”, “ma se volessi chiamarli per parlare con loro, come posso fare?”, cioè ci siamo trovati a dare gli indirizzi Facebook di alcuni di questi ragazzi a dei ragazzi italiani, perché riuscissero magari a parlare, a confrontarsi.

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, un bisogno di comunicazione mi pare, come raccontava molto anche quella ragazza lì, che sì, è un bisogno di comunicazione personale, quest’intensità di dialoghi, reali e anche digitali eccetera, ma è anche un bisogno di comunicazione rispetto alla loro realtà, in qualche modo si vogliono fare un po’ carico del loro Paese. Lei diceva: “vogliamo imparare come raccontare di noi, del nostro Paese, perché non lo sappiamo fare, nessuno l’ha mai fatto, e l’immagine che voi avete, in loro ricorre spesso, pensano tutti che siamo terroristi, non è quella vera”. Questa generazione vuole anche avere una responsabilità circa il proprio Paese? E ce la fa? I grandi li lasceranno fare?

GIAN MICALESSIN:
Allora, cominciamo dall’inizio. Non so se voi avete girato un po’ i Paesi arabi, ma io avendo girato i Paesi arabi molto spesso, ho incontrato tutte le tipologie di abitanti dei Paesi arabi, o del nord Africa. Ad esempio, incontrare un libico è molto raro, o comunque quando incontravi un libico lo guardavi sempre con estrema diffidenza, perché lo consideravi parte di un regime, di un mondo di cui diffidavi, perché stranamente noi abbiamo la tendenza a impersonificare tutti i libici con Gheddafi, che sicuramente è un personaggio folcloristico, inaffidabile, dai mille volti, e quindi, diciamo che, nei confronti dei libici, e loro lo percepiscono questo, non solamente i giovani, anche gli anziani, il cliché libico-terrorista è molto forte, e loro la sentono sulla propria pelle questa diffidenza del mondo occidentale. Devo dire, invece, che i libici sono in realtà persone meravigliose, persone meravigliose dal punto di vista personale, dei rapporti personali. Hanno purtroppo, come tutti gli abitanti di determinati Paesi, la maledizione del petrolio, la maledizione del petrolio che è quella di un Paese dove sei abituato a vivere, a sopravvivere senza dover fare i calcoli, i conti con la realtà, i conti del lavoro e soprattutto hanno la difficoltà di una dittatura, che per 42 anni ha sicuramente garantito un livello medio di vita, senza grandi scossoni, ma anche ha appiattito l’intera società ed è proprio da questo appiattimento che deriva questa voglia di uscire, capire cosa potevano fare. Quando tutti i libici ti dicono “noi dovremmo essere come Abu Dabi, abbiamo il petrolio, dovremmo essere come loro, e invece guardate come siamo”, anche questa è la maledizione del petrolio, perché il petrolio finirà prima o dopo, per cui io parlo sempre di maledizione del petrolio, perché il petrolio è destinato a finire, non è una risorsa eterna. La conseguenza è che si sono abituati a far fare agli altri i lavori che dovrebbero fare loro. In Libia abbiamo 3 milioni di egiziani che fanno le case, 2 milioni di cinesi che fanno il resto. Ecco, questa è la maledizione della Libia, ed è una maledizione che si ripercuote anche sulle capacità del popolo di fare. Il popolo che emerge da questa rivoluzione, da questa improvvisa apertura di Bendasi, da questa uscita improvvisa di Bendasi dal solco della rivoluzione, è un popolo che a due mesi dalla rivoluzione tiene ancora i negozi chiusi, perché dice “beh non sappiamo più cosa fare, a chi vendiamo le cose? Dove andiamo a prendere le cose? Non abbiamo mai fatto niente. Non sappiamo dove andare a prendere la merce, ce lo facevano gli egiziani”, quindi è un popolo in estrema difficoltà, ma è un popolo in difficoltà non solo nelle cose pratiche, è un popolo in difficoltà purtroppo anche nell’organizzarsi politicamente. E’ questo il grossissimo rischio della transizione libica, grossissimo rischio che vediamo sul terreno, sul fronte, dove nonostante abbiano saccheggiato le riserve militari del regime, non sono in grado di portare avanti un’offensiva, non sanno combattere, non hanno idea, non hanno le radio, non sanno comunicare, non sanno organizzarsi dandosi un responsabile, un comandante. Avanzano così, come l’armata Brancaleone, lo vediamo politicamente a Bendasi, dove il Consiglio di Transizione, non comanda al di là di Brega, 100 km, 200 km di distanza, 200 km, perché dove c’è l’offensiva per Brega ci sono altri leader che comandano, a Tobruc ci sono altri leader. Il generale di Tobruc è stato ucciso, le tribù di Tobruc minacciavano, 3-4 settimane fa, di marciare su Bendasi, i guerriglieri di Misurata dicono, lo dicono oggi come lo dicevano due settimane fa: non accettiamo l’autorità di Bengasi. Ecco, c’è questa immaturità di fondo di un Paese, simile ai popoli dell’Europa dell’Est dopo il 1989, popoli che non avevano idea di come forgiare il proprio futuro e questo è ancora più difficile per i libici che da 42 anni sono sotto il tallone di Gheddafi.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, ci sono delle domande, delle osservazioni? Laggiù? E poi qui. Raccogliamo queste tre, così poi procediamo più rapidamente.

DOMANDA:
Bene, io ho visto questa reazione dei giovani di fronte a queste ingiustizie che subivano loro o i loro amici, ho visto il desiderio della libertà, il desiderio di un nuovo governo, il desiderio di giustizia, ma ho visto anche il modo in cui manifestavano questo desiderio; a volte sono rimasto un po’ agghiacciato anche dal loro desiderio di risolvere la cosa violentemente, diciamo, e questo mi fa sorgere un inquietante interrogativo: potrebbe finire per essere questo l’unico modo per combattere le ingiustizie?

DOMANDA:
La questione della risoluzione ONU, Gian, e poi, l’islamizzazione, il pericolo di una deriva islamica.

DOMANDA:
Io intanto ringrazio gli autori di queste riprese. Mi hanno profondamente toccato questi ragazzi: sono delle belle persone, hanno tante speranze dentro, insomma. La cosa che comunque mi fa riflettere è che in questo strano miscuglio tra occidentalizzazione e tradizione – in cui la tradizione comunque rivela anche degli aspetti estremamente positivi, che magari noi abbiamo perso, come il semplice desiderio di farsi una famiglia e non bighellonare fino all’uscita dall’adolescenza, che da noi si sta protraendo al punto che sembra ormai quasi l’unica stagione della vita – emerge molto caramente la centralità del fattore religioso: “noi vogliamo una Libia islamica”, cioè noi vogliamo uno Stato confessionale. Ma uno Stato confessionale è uno Stato dove non c’è libertà di coscienza, e a me questo fa male al cuore, fa male al cuore per loro e fa male al cuore per noi.

GIAN MICALESSIN:
Incominciamo dalla fine, che poi ci porta facilmente a tutti gli altri problemi. Quello che notava la signora che ha parlato adesso, è la stessa cosa che noto anch’io quando arrivo in Cirenaica: che è prima di tutto però una società profondamente tradizionale, e questo va valutato poi nel giudizio complessivo, nel senso che è una società che è molto tradizionale dal punto di vista degli usi, dei costumi e della tradizione religiosa – non nominare il nome di mia sorella, non uscire … la preghiera – che però non è un fanatismo, almeno, io non l’ho percepito come un fanatismo. Sono abbastanza abituato a percepire le differenze, anche se ho visto, poi ovviamente sul fronte, i diversi gruppi che identifichi abbastanza immediatamente come gruppi fondamentalisti e jihadisti. Cosa succede in Cirenaica? In Cirenaica c’è sicuramente una componente minoritaria, però una componente molto legata allo jihadismo puro; dalla Cirenaica partono dagli anno ’80 i primi gruppi che vanno a combattere in Afghanistan e in Pakistan. Perché? Perché la Cirenaica è sostanzialmente la Regione che si oppone al potere centrale di Gheddafi e Gheddafi volentieri apre le porte ai fondamentalisti, a coloro che lo contestano dal punto di vista religioso, come fanno tutti i regimi arabi, e dice: “andate voi in Afghanistan, andate a combattere la Jihad, che forse morirete e non tornerete a casa”. Calcolo sbagliato, ovviamente, come lo è in Siria, come lo è in tutti i Paesi, perché questi, invece, tornano a casa, più vivi di prima, e formano un gruppo che si chiama Gruppo Islamico Combattente, con cui alla fine Gheddafi – proprio il figlio di Gheddafi, Saif – fa la pace. E quindi c’è una componente jihadista sicuramente molto forte, una componente jihadista che viene in parte integrata, in parte uccisa nelle carceri, e una componente jihadista che – per rispondere alla domanda – molto attentamente si integra in tutte le formazioni armate del cosiddetto Consiglio di Transizione di Bengasi. Perché? Perché hanno capito ovviamente in tanti anni la lezione: sanno che non possono manifestarsi apertamente e sanno che l’occasione è opportuna per sfruttare gli aiuti della NATO e per sfruttare gli aiuti occidentali. Chiaramente le armi che arrivano agli addestratori aiutano ovviamente anche a questo; non sono la componente fondamentale, sono però, attenzione, sicuramente la componente più capace di combattere e di portare avanti un’insurrezione sul terreno. Quindi sicuramente campanello di allarme, rischio grosso per quello che sarà il futuro del dopo conquista di Tripoli. Futuro che sarà appunto dettato dalla lotta tra i gruppi più fanatici dell’Islam, tra i gruppi più legati ai clan locali, i clan di Misurata, i clan di Bengasi, alla contrapposizione tribale, alla contrapposizione etnica. E questo chiaramente rappresenta un autentico rischio per il futuro, un autentico rischio che ci porta verso la somalizzazione. E dov’è l’altro rischio? Il rischio che, abbandonati a se stessi, quando l’Occidente percepirà questo rischio, i gruppi jihadisti sfruttino questo senso di abbandono per trasformare questa tradizione religiosa in risentimento verso l’Occidente, come accadde in Somalia. Per questo parlo di pericolo di somalizzazione. E quindi queste sono tutte componenti pericolose, componenti estremamente pericolose. Veniamo ora alla domanda iniziale, la risoluzione ONU e la violenza. La risoluzione ONU, dal mio punto di vista, per come è stata interpretata, come è stata portata avanti sul terreno, ovvero, come sia stata trasformata in modo da portare il potere ai ribelli, è stata sicuramente un grossissimo errore: abbiamo confuso quella che era una insurrezione di una parte della Libia, della Cirenaica, cioè della metà di una Regione della Libia, con una rivoluzione. Non era una rivoluzione, era uno scontro interno alla Libia, che doveva essere risolto all’interno. Il rischio è quello della decomposizione della Libia, a questo punto. Rischiamo di trovarci con un male molto peggiore di quello di Gheddafi. La risoluzione è stata approvata in pochi giorni per l’incapacità degli Stati Uniti di realizzare che la cosiddetta “Primavera Araba” non era un movimento unico, ma era un movimento che assumeva dimensioni e aspetti diversi nei vari Paesi – fondamentalismo, Fratelli Musulmani in Siria, rivolta anti Mubarak in Egitto, in Siria scontro tra due parti della nazione – e quindi l’errore fatto con quella risoluzione, con la trasformazione di quella risoluzione in una guerra contro il regime di Gheddafi, ci ha portato alla situazione di oggi: una situazione in cui non sappiamo le forze che abbiamo evocato, non sappiamo quali sono le forze che abbiamo portato al potere, e non sappiamo soprattutto come si evolveranno i rapporti di forza tra di loro, e quale sarà il futuro del Paese e se, in tutto ciò, Gheddafi sarà ricordato veramente come il male peggiore.

DOMANDA:
Io volevo capire una cosa: quindi a Tripoli c’è una parte di popolazione che non è d’accordo, diciamo, con i ribelli, si può dire? O è una lotta tra due parti di popolazione della Libia, o altro? E poi, io avevo letto dei commenti fatti dal vescovo di Tripoli, o qualcosa del genere, che diceva “Guardate, Occidente, che vi state sbagliando, state facendo un errore perché qui per ora le cose con Gheddafi non vanno male, e poi potrebbero andare peggio”. Allora volevo capire meglio le dinamiche, per quello che è possibile.

ROBERTO FONTOLAN:
Facciamo velocemente anche quella lì, e poi andiamo alla conclusione, perché ci sono altre cose del Meeting che incombono.

DOMANDA:
Molto velocemente. Nei primi giorni, quando c’era la rivolta, ho avuto più volte occasione di leggere Libero, e molte volte Libero sottolineava come i servizi segreti francesi c’entrassero molto con l’inizio delle rivolte. Ecco, vorrei sapere quanto questa componente ci sia stata, perché darebbe una luce completamente diversa a tutto quello che è successo.

GIAN MICALESSIN:
Comincio sempre dalla fine. Ho letto anch’io quegli articoli quando ero lì, secondo me era un po’ esagerato, nel senso che sicuramente i francesi hanno utilizzato al meglio una situazione che si stava creando, l’hanno utilizzata nel loro interesse, per i loro interessi, soprattutto per i loro interessi petroliferi, energetici nell’area, e per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo raccontare. Però, sicuramente pensare che tutto sia stato architettato dai servizi segreti francesi, sarebbe forse attribuire un’eccessiva capacità ai nostri cugini d’oltralpe. Sicuramente erano più bravi dei nostri servizi in Libia, sicuramente erano quelli più presenti. Dall’altra parte volevo rispondere anche un po’ alla domanda che mi aveva fatto prima la signora, che vedeva in tutti questi giovani un desiderio di violenza. Ora, la violenza è quasi inevitabile nella rivoluzione, le rivoluzioni senza sangue purtroppo sono un sogno, purtroppo le rivoluzioni hanno sempre un trascorso violento ed è difficile davvero arrivare ad una soluzione che non comporti anche la violenza. Lo vediamo oggi, e forse il peggio deve ancora venire. Quello che è successo a Bengasi è stato forse l’aspetto meno violento, meno sanguinario di tutto quello che potrebbe succedere da ora in poi. E poi c’era un’altra domanda che non mi ricordo più qual era…ah, sul vescovo. Mah, il vescovo sicuramente ha una capacità di visione molto penetrante, essendo stato da molti anni in Libia ed essendo stato molti anni a Tripoli; però la sua visione penetrante doveva fare i conti anche con i vincoli che aveva attorno. Quindi lui può dirti sicuramente che, dal suo punto di vista, Gheddafi probabilmente non è il male peggiore. Ma sicuramente tra questo e il dire che il regime di Gheddafi sia stato un regime liberale e che permetteva la libertà di espressione ce ne passa; dall’altra parte, sicuramente il vescovo dice bene quando fa intendere che dietro questo scontro c’è uno scontro tra due parti della Libia che tradizionalmente, storicamente – lo scoprimmo noi italiani per primi nel 1911, cento anni fa, quando andammo – sono due parti della Libia che sono storicamente divise, separate, e hanno tradizioni e origini diverse. Quindi pensare che la Tripolitania, ma soprattutto pensare che la tribù della Sirte, possa accogliere con felicità la vittoria della Cirenaica, delle popolazioni di Bendasi, è sicuramente un’utopia tutta occidentale, perché queste differenze c’erano, permangono e rappresenteranno il principale problema per il futuro della Libia.

ROBERTO FONTOLAN:
E in conclusione, Francesca, volevo chiederti: come lavorate voi in questa opera di composizione del ritratto di queste generazioni? È interessante per tanti giovani che sono qui, e forse può essere un’occasione anche per fare un ritratto di questa generazione giovane del Meeting.

FRANCESCA ULIVI:
Beh, è un lavoro devo dire certosino, molto poco televisivo, nel senso che partiamo da una ricerca sul territorio fatta da ricercatori universitari, quindi da antropologi e sociologi che ricercano sul territorio le storie. Dico che è molto poco televisivo, perché di solito chi fa televisione cerca sempre la storia che un po’ faccia lo scoop, oppure che abbia determinati canoni, insomma, i canoni che ci hanno insegnato i reality e altre tipologie di televisione. Mentre nel voler raccontare questa generazione, noi vogliamo raccontarla veramente, cioè non vogliamo filtrarla, e quindi c’è sia la scelta della ricerca sia la scelta di lasciare i ragazzi parlare, come avete visto. Il giornalista ovviamente c’è, c’era già, dietro quella telecamera, ha fatto il suo lavoro, però un discorso è poi filtrare anche il montaggio con un voice-over che spieghi, un discorso è lasciare a ognuno di voi, a ognuno che guarda, l’interpretazione di quello che ascolta direttamente da chi una realtà la vive.

ROBERTO FONTOLAN:
Allora, grazie di questa serata, lascio tutti liberi, vi ricordo che domani proietteremo qui un altro lavoro veramente importante, veramente bello, a sua volta vincitore di premi, che è Ward 54 di Monica Maggioni, e come sempre approfondiremo poi il tema. E’ un lavoro realizzato sui reduci, sui soldati americani reduci dall’Iraq; vicende veramente tristi e appassionanti. Grazie Gian, ci vediamo domani.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Neri GE Healthcare