STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin.

Tsunami in Giappone: voci dall’inferno. Produzione: National Geographic Channel. Partecipa Vincenzo Petrone, Ambasciatore d’Italia in Giappone.

 

Il documentario, targato National Geographic Channel, racconta la tragedia che ha colpito il Giappone l’11 marzo 2011 attraverso le parole e gli occhi di chi l’ha vissuta in prima persona. Utilizzando i filmati amatoriali realizzati dai giapponesi e dai turisti con i telefonini e le videocamere, molti dei quali inediti, ripercorrel’intera tragedia: dalle prime scosse telluriche fino alla devastazione arrecata dallo tsunami.

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera, benvenuti a questa prima serata del ciclo “Storie dal mondo”. Come sempre, la nostra proposta è molto semplice. Vedremo insieme un documentario. E poi potremmo avere l’occasione, la possibilità di approfondire alcuni aspetti, rivolgendo domande ai nostri ospiti. Questa sera abbiamo una presenza che veramente ci onora, quella dell’ambasciatore italiano in Giappone, Vincenzo Petrone, che abbiamo letteralmente strappato ai suoi pochi giorni di vacanza per partecipare con noi a questa serata e che è dedicata appunto al Giappone. Il documentario che vedremo è prodotto da National Geographic e racconta, ricostruisce gli attimi, quei lunghissimi attimi delle prime ventiquattrore della tragedia che ha colpito il Giappone. E dopo, come sempre, avremo la possibilità di dialogare assieme su quello che abbiamo visto e su quello che è successo. L’ambasciatore Petrone, molti lo ricorderanno, è stato tra i protagonisti assoluti di quei giorni, perché si è prodigato in tutti i modi aiutando e dando informazioni, essendo il punto di riferimento per il nostro Paese rispetto a quella vicenda. Non solo ha seguito e continua a seguire tutto ciò che accade nel Paese, anche dopo che i riflettori su quella tragicissima giornata, sul quel tragicissimo periodo, si sono spenti.
Colgo l’occasione per presentarvi – molti di voi lo conoscono già perché è un vecchio amico del Meeting, quasi più vecchio di me – Gian Micalessin, con il quale prepariamo queste nostre serate. Domani sera presenterà lui un suo lavoro, “I ragazzi di Bengasi”, dedicato a un aspetto, possiamo dire così, della rivoluzione in Libia. Ma di questo parleremo bene domani. Anche lui si è un po’ strappato, per arrivare qua in tempo, perché è tornato questa notte stessa, ha fatto il viaggio fino a Rimini, Italia, da Herat, Afghanistan, dove ha passato un periodo assieme ai soldati Italiani. Tra l’altro, uno dei documentari che presenteremo è proprio dedicato all’Afghanistan: anche su quello avremo modo di approfondire. Allora, come sempre, buona visione, ci vediamo subito dopo.

PROIEZIONE DEL VIDEO

ROBERTO FONTOLAN:
Ecco, ci siamo immedesimati in questa incredibile, terrificante tragedia: un lavoro che, come avete visto, non commenta, non interpreta e ci lascia invadere da questa realtà spaventosa. Ma adesso voglio sentire l’ambasciatore Vincenzo Petrone che, come ho detto, ci ha fatto il grande regalo di essere qui con noi. Penso che siamo rimasti tutti colpiti dal vedere, in qualche caso rivedere, i fatti accaduti, ma certo non con questa forza, non con questa continuità, non con questa insistenza che ci ha fatto vivere così profondamente dentro questa terribile giornata che ha vissuto il Giappone. Ma l’ambasciatore era lì, e quindi gli chiedo subito cosa siano state quelle ore, le sue ore di questo 11 e 12 Marzo 2011.

VINCENZO PETRONE:
Grazie, Roberto. Non posso negare che rivedere queste immagini così vive, così efficaci, mi abbia riportato un po’ di emozione, e scusatemi se traspare da quello che sto per dire. L’impatto visivo che voi avete avuto questa sera è molto maggiore di quello che ho avuto io e le persone che erano con me nel momento in cui questi eventi si verificavano. Io ero a Tokyo, non nel Nord Est e, pur sentendo in maniera diretta, personale, fisica, la scossa, non potevo immaginare che quello che stava accadendo a 180 km da Tokyo fosse così drammatico. A Tokyo la scossa fu di 5.5 sulla scala Richter: tenete presente che all’ Aquila fu di 6 e poco più. Tenete anche presente che ogni grado della scala Richter comporta un aumento dell’intensità della magnitudine della scossa di circa trenta volte. Quindi, passare da 5.5 a 9 vuol dire circa centodieci volte più di quello che io ricordo di aver fisicamente sentito. E devo anche dirvi che nei minuti successivi al terremoto a Tokyo non avevamo capito a che punto fosse stata devastata la costa del Tōhoku, questi 150 km.
Immaginatevi la distanza, più che tra Trieste e Ravenna, se non vado errato. La realizzazione di quello che era accaduto in realtà si è avuta a Tokyo in una progressione che ci ha in realtà confusi perché, come avete già registrato nello splendido filmato che abbiamo visto, tra le 14.46, quando si è verificata la scossa di terremoto, e l’arrivo, l’impatto, il primo impatto dello tsunami sulla costa, sono passati soltanto trentotto minuti, se non ricordo male. E dal momento dell’impatto dello tsunami al momento dell’avvio della criticità nucleare nell’impianto di Fukushima Dai-ichi, sono passati pochissimi minuti. Perché, in realtà, il sistema di refrigerazione dei tre reattori che erano in funzione nel momento dell’arrivo dello tsunami, gli impianti di refrigerazione, è stato letteralmente annientato nel giro di pochi minuti.
Ora, se mi chiedete quale sia stata la prima, la primissima impressione di come il Giappone ha reagito, posso soltanto raccontarvi che stavo tornando in macchina da Odaiba, una regione e una parte di Tokyo che è più bassa rispetto al livello dell’oceano, che dunque era a forte rischio di tsunami, se ci fosse stato uno tsunami a Tokyo, cosa che in quel momento si riteneva possibile. Stavo tornando in ufficio perché dovevamo riattivare i nostri piani di emergenza e non posso negarvi che, al di là di una preoccupazione mia personale, perché mia figlia era a scuola e non avevo maniera di sapere se la scuola era ancora in piedi o non lo era, al di là della preoccupazione di far ripartire il sistema di emergenza dell’ambasciata per i tremila e settanta italiani che vivevano e vivono in Giappone, c’era una distrazione fondamentale alla quale non riuscivo a sottrarmi e con me, credo, tutti gli stranieri che per la prima volta vedevano il Giappone reagire a un evento di questa portata. La reazione fu di assoluto stupore nel vedere che il traffico si muoveva, si muoveva poco ma si muoveva, che i semafori funzionavano, che ad ogni incrocio c’era un poliziotto che dirigeva il traffico, che sui due lati della strada i marciapiedi erano fiumi di persone che scosse, preoccupate, con la testa bassa ma senza gridare, senza agitarsi, aiutandosi l’uno con l’altro, si spostavano verso i centri d’emergenza che già conoscevano, perché Tokyo, da questo punto di vista, ma tutto il Giappone, è attrezzatissima per far fronte al terremoto. E quindi tutti noi sappiamo, in caso di terremoto, dove dobbiamo andare, cosa dobbiamo fare. Però, vederlo accadere in quell’atmosfera di triste tranquillità, calma, organizzazione e reciproca solidarietà, è stata un esperienza che, devo confessarvi, per parecchi minuti mi ha distratto rispetto alla preoccupazione di fare il mio mestiere, che era quello di attivare i piani di emergenza. Questo è ciò che volevo dirvi per cominciare. Scusa, Roberto, sono stato più lungo.

ROBERTO FONTOLAN:
No, no, noi siamo particolarmente commossi, qui al Meeting, per questa vicenda giapponese, perché c’è una lunga storia che lega il Meeting al Giappone, di cui magari parleremo e che ci riserva anche una novità per i prossimi mesi. Quindi, per tutti noi che abbiamo visto in questi anni dipanarsi una lunga storia di amicizia, con le visite di queste personalità del monte Koja, che è un centro di scuola buddista molto importante in Giappone, tutti noi, all’indomani di questa vicenda, abbiamo subito pensato a questa lunga storia, dal nostro piccolo filo rispetto a questa grande tragedia. Per me, sono state molto impressionanti queste immagini e questo lavoro, perché alla fine c’è un lavoro, no? Un lavoro di montaggio e sequenza, un racconto che è stato sviluppato sulla base di immagini e sonori che sono totalmente non professionali, come avete sentito. Sono quasi tutti telefonini, telecamere di sicurezza, cose degli alberghi piuttosto che dei negozi. E c’è questo impressionante resoconto di chi si rende conto di una tragedia, di chi magari riesce a dire cose un po’ surreali. Ad esempio il bambino, alla fine, che dice: “Ma adesso, papà, cosa facciamo?”, dà proprio quel senso di impotenza assoluta nel candore di queste poche parole che vengono fuori dal cuore.
E quello che hai detto, ambasciatore, ha colpito tanti, no? Questa capacità, questa reazione che c’è stata nel popolo, poi magari ci torniamo. Ecco, credo che Gian abbia qualcosa da osservare. Io volevo chiedere la tua impressione da questo punto di vista: che cosa ha sostenuto questo popolo, che cosa ha consentito quel tipo di reazione, nell’esperienza che hai tu del Giappone, di questa realtà, di questo popolo, della sua storia? Ricordo anche che chi volesse porre qualche domanda, vista l’eccezionalità della presenza dell’ambasciatore qui, alza la mano e ci sarà qualcuno con il microfono, così si può anche dialogare direttamente con lui.

VINCENZO PETRONE:
Che cosa riesce a portare il comune giapponese a reagire con tanta determinazione e anche con tanta calma a eventi così catastrofici? Prima di tutto, probabilmente, la storia ha ragione: il Giappone è un Paese che, sin dagli albori della sua nascita come Stato unitario, ha vissuto nelle catastrofi più pesanti. La stessa indipendenza del Giappone dagli invasori mongoli che cercavano di arrivarci fu fermata da una tremenda tempesta sul mare della Cina, che si chiamava Kamikaze. Al di là di queste piccole curiosità, resta l’elemento fondamentale: che il giapponese medio si attende di sperimentare nella propria vita, almeno un evento catastrofico che la natura gli regala. Questo, nel sentimento comune, è un dato obiettivo. D’altro canto, anche chi come me sostiene che bisogna tornare a viaggiare in Giappone, a lavorare in Giappone, a commerciare con il Giappone, a collaborare con il Giappone, non può negare che anche a Tokyo, nel corso dei prossimi trent’anni… Lo sappiamo noi in ambasciata, lo sappiamo perché l’agenzia meteorologica giapponese, che è una delle più prestigiose del mondo, dice che nei prossimi trent’anni c’è il 75% di probabilità che a Tokyo, esattamente a Tokyo, si verifichi un terremoto almeno di pari forza. E a questo i giapponesi sono preparati: la legislazione giapponese antisismica è talmente avanzata che, come forse avete intuito dalle immagini, è vero che a Tokyo ci sono stati dei soffitti che sono crollati ma non c’è stato un solo edificio che sia crollato. Ed è anche vero che il meccanismo di emergenza della città è tale che, per esempio, in ambasciata per effetto del terremoto abbiamo avuto delle fratture in alcuni tubi del gas, e dopo 45 minuti la squadra del gas è venuta e le ha riparate, e ha controllato che fosse tutto in ordine. L’elettricità non si è mai interrotta, i cellulari si sono interrotti ma, come previsto, si sono riattivati dopo un certo numero di ore. I telefoni fissi si sono interrotti ma le linee che erano state individuate come linee d’emergenza hanno continuato a funzionare e via discorrendo. I centri di accoglienza sono stati aperti e hanno funzionato perfettamente: nessuno è morto di fame, nessuno è morto di sete, proprio perché c’è questo senso collettivo di preparazione all’emergenza. Questo è un dato obiettivo che aiuta moltissimo e che comincia nelle scuole, quando i bambini fanno le esercitazioni antisismiche con una frequenza minima di una volta al mese. A tutto questo si può aggiungere molto sulla cultura e sul determinismo del senso religioso giapponese, ma è un discorso che forse ci porterebbe troppo lontano.

GIAN MICALESSIN:
Ecco, signor ambasciatore, io ci tenevo un po’ ad allargare questo discorso sulla capacità del Giappone di affrontare catastrofi immani come quella che abbiamo visto. Questo è un documentario che ci porta a superare i limiti della fantasia, come quando si dice “la realtà supera la fantasia”. Questo è come un film catastrofico degli anni ’70, quelli che andavano di moda, no? Però, ecco, vediamo anche cose particolarmente drammatiche, che ci fanno un riflettere. Nella prima parte, noi vediamo una grande sensazione di ordine. C’è preoccupazione ma non c’è paura: c’è la sicurezza di fronte a un sistema che comunque terrà, perché le case resteranno comunque in piedi: potranno cadere i calcinacci e quindi ci si nasconde sotto il tavolo, però la struttura resterà in piedi. Nei 38 minuti successivi, però, succede qualcosa di devastante dal punto di vista della sicurezza psicologica del Paese, perché tutto resiste al terremoto ma nulla resiste allo tsunami.
Ecco, c’è questo elemento di imprevedibilità. E c’è un altro elemento, dal punto di vista simbolico molto importante: l’atomo, la maledizione dell’atomo. L’atomo che è quello che colpisce nel ’45 un Giappone che non si vuole arrendere. Nel ’45 il Giappone è pronto ad andare avanti, tant’è vero che in molte città occupate dagli americani la popolazione si suicida piuttosto che arrendersi. L’atomo, con la sua devastazione totale, dopo Hiroshima e Nagasaki, diffonde per la prima volta la sensazione della resa.
Pochi mesi prima del terremoto è successo anche qualcos’altro. È successo per esempio che la Cina, nemico storico del Giappone nell’area del Pacifico, abbia superato – e questo è stato un colpo che forse può spiegare meglio lei di me -, come prodotto nazionale lordo, il Giappone. Quindi, l’economia giapponese è diventata quasi la seconda, ha dovuto piegarsi di fronte ai cinesi. Ecco, questo insieme di cose – il terremoto, l’imprevedibilità, il sistema che per una serie di cose non funziona, anche se tutto era previsto e doveva funzionare, l’atomo che ancora una volta torna nella storia del Giappone e lo colpisce, ma non colpisce solo il Giappone, colpisce anche la sua capacità economica di rigenerarsi e di crearsi – può lasciarci un Giappone inginocchiato, più debole, meno forte di fronte a sfide tremende come questa?

VINCENZO PETRONE:
Io trovo tre punti estremamente interessanti in quello che diceva, se li ho identificati bene. Il primo ha a che vedere col senso di sicurezza del giapponese medio, del Giappone nel suo complesso. Il secondo ha a che vedere con il nucleare, nel senso della obiettiva contraddizione tra il Paese che per primo e unico ha sofferto l’arma nucleare sulla propria carne e che allo stesso tempo si è affidato all’energia nucleare in maniera così forte. E il terzo punto è, diciamo, l’evoluzione che questo Paese può avere per effetto del disastro. Allora, sul primo punto, la sicurezza: l’impressione che a Tokyo sono in molti a condividere, e che io sottoscrivo nella maniera più assoluta, è che questo disastro abbia distrutto un mito nel Giappone. Il mito del Giappone era che la tecnologia fosse una scommessa sempre vincente e che i rischi dello sviluppo tecnologico fossero perfettamente dominabili, anche negli scenari più catastrofici. Questa certezza è stata fortemente colpita: io credo che per la prima volta nella storia del Giappone moderno ci siano dei ripensamenti nell’opinione pubblica sullo sviluppo delle tecnologie che possono avere effetti catastrofici, come nel caso specifico, quello del nucleare.
Non sto dicendo che il Giappone abbandonerà l’energia nucleare – se volete, poi ci torneremo -, sto dicendo però che il concetto di sicurezza sempre dominabile, e quindi in grado di consentire uno sviluppo tecnologico senza limiti, è un concetto che oggi in Giappone viene messo per la prima volta in discussione. Sul nucleare, l’obiettiva contraddizione che Micalessin stava sottolineando esiste, ed è in fondo, per noi non giapponesi, una contraddizione in termini. Il dato obiettivo è che però chi conosce il Giappone si rende conto che l’ansia di autonomia di quel Paese dal resto del mondo, che è una caratteristica storica del Giappone, ha portato il giapponese medio ad accettare il nucleare con tutti i suoi rischi, purché il nucleare permettesse al Paese di emanciparsi dalla dipendenza energetica di aree del mondo instabili come il Medio Oriente.
E non è un caso che in Giappone il programma nucleare sia partito in maniera importante solo dopo il 1973, quando, dopo la guerra dello Yom Kippur tra Israele e i Paesi arabi confinanti, ricorderete che ci fu il boicottaggio petrolifero nei confronti di un certo numero di Paesi. Tra questi Paesi c’erano l’Italia e il Giappone. Il programma nucleare giapponese iniziò in quel momento e le centrali di Fukushima, i sei reattori di Fukushima, risalgono tutti agli anni ’70. Dunque, i due aspetti – il Paese colpito dall’arma nucleare ma nello stesso tempo il Paese che, per il 28% della propria energia elettrica, si affida all’energia nucleare civile – ha una chiave di interpretazione che è quella che vi ho appena detto, ossia l’ansia di indipendenza del Giappone che si manifesta anche nel settore dell’energia.
Sul terzo punto, come evolverà tutto questo, ora è difficile dirlo. I dati obiettivi non sono cattivi, nel senso che il Giappone si sta rimettendo in piedi con estrema forza, con chiarezza di obiettivi, con efficacia. Ricorderete le polemiche giornalistiche italiane sull’autostrada giapponese che, dopo otto ore, era stata già sistemata. Devo dire che io ricordo che l’ANAS, ad altissimo livello, mi chiamò nel pieno di quell’emergenza per dire: “Ambasciatore, ma non è possibile che si dicano queste bugie”. Io feci fare un controllo e invece era vero, nel senso che dopo otto ore quel viadotto, che era stato fotografato e ripreso dalle nostre televisioni e dai nostri telegiornali, effettivamente era stato riparato. Ora, questo sta cominciando a vedersi in tutti i villaggi e paesi (non sono poi paesini così piccoli) che avete visto menzionati, da Ishinomaki a Sendai, che è una capitale importante. L’aeroporto di Sendai è stato ripristinato, in pieno funzionamento, dopo 30 giorni: avete visto, era stato completamente inondato. Dunque, da questo punto di vista credo che si possa avere la più completa fiducia che il Giappone si rimetterà in piedi.
C’è un elemento di fondo, in questo, che mi permetto di sottolineare, poi smetto di parlare: la mortificazione determinata dal sorpasso del prodotto interno lordo cinese rispetto al prodotto interno lordo giapponese, che i giapponesi hanno sentito in maniera vivissima, fortissima, come un’umiliazione nazionale, è stata poi vendicata dal fatto che lo tsunami ha dimostrato la centralità del Giappone nella catena della produzione manifatturiera di tutto il mondo. Pensate, ci siamo accorti dopo lo tsunami che il 40% di tutti i microprocessori usati in tutto il mondo nell’industria automobilistica vengono dal Giappone, e ci siamo accorti che senza quei microprocessori le catene di montaggio si fermavano. La prima che si è fermata è stata la General Motors in Louisiana. E anche se, per fortuna non è stato percepito grazie agli ammortizzatori sociali in Italia, abbiamo avuto delle riduzioni di produzione alla FIAT. Abbiamo scoperto che la Magneti Marelli, per farvi soltanto un esempio, produce i cruscotti delle Audi (chi di voi possiede un’Audi può essere due volte orgoglioso, di un’automobile bella e del cruscotto italiano), ma i cruscotti, per qualche tempo, dall’Italia in Germania non sono arrivati perché i microprocessori giapponesi non c’erano. Voglio dire che il 60% dei brevetti asiatici sono giapponesi, quindi questa umiliazione di fatto è stata smentita perché, quando l’industria manifatturiera giapponese, anche soltanto per una piccola regione del tessuto industriale di quel Paese, si è fermata, si è fermata per alcuni versi la produzione automobilistica mondiale. E questo ha ridato centralità all’anima industriale del Giappone, che si è tornata a rivelare un gigante, un autentico gigante del mondo.

ROBERTO FONTOLAN:
C’è qualcuno che vuole porre qualche domanda o fare un’osservazione?

DOMANDA:
Una delle cose che mi ha veramente impressionato in un frammento iniziale è stata quando in un supermercato si vedono due addette che sostengono una scansia che sta per crollare, di bottiglie, mi pare. La mia domanda, ambasciatore, è questa: cosa può sostenere il grandissimo autocontrollo di queste persone, probabilmente anche impiegate di basso livello, che a rischio della vita tengono in piedi uno scaffale di bottiglie? C’è qualcosa che evidentemente si spiega, non so, con il controllo sociale, con il senso di appartenenza. Può dirci qualcosa in più di questo, che credo venga dallo spirito di questo popolo e che giustifica un comportamento che per noi sarebbe assolutamente ingiustificabile? Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Se c’è qualcun altro, raccogliamo subito…

DOMANDA:
L’intervento dell’imperatore ha avuto molta risonanza sui giornali e su noi lettori, per il coinvolgimento che ha avuto con il suo popolo. Mi piacerebbe che lei ci aiutasse ad apprezzare fino in fondo quel gesto.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene, intanto, ambasciatore, questa osservazione.

VINCENZO PETRONE:
Sulla prima osservazione, delle due dipendenti che fermavano le bottiglie piuttosto che scappare, ha colpito tutti quelli che vivono fuori dal Giappone, ma chi vive in Giappone non è rimasto molto colpito, perché il senso del dovere del giapponese medio nei confronti dell’azienda o delle istituzioni nelle quali lavora, è un dato così forte nella vita di tutti i giorni che non stupisce più. Vi assicuro, io quelle immagini le ho viste in Italia ma non le ho viste in Giappone, perché le televisioni giapponesi non le ritenevano particolarmente forti e indicative dello spirito che i giapponesi conoscono bene. Dunque, da questo punto di vista, quelle due signore hanno fatto quello che ci si aspettava da loro, nella logica dei rapporti che esistono tra una persona che lavora in una compagnia, in una società, in un supermercato o in un’istituzione, e la struttura per la quale egli o lei lavora.
L’elemento che invece è stato secondo me poco rilevato, è stato l’elemento della solidarietà tra le persone. La freddezza e la formalità dei rapporti umani in Giappone qualche volta fa pensare che il rapporto umano, il rapporto di solidarietà personale, sia molto debole o almeno molto più debole che da noi. La mia impressione (su questo non esistono indicatori statistici o numerici) è che in questo evento il Giappone abbia dimostrato di essere riuscito a creare, pur nelle rigidità dei rapporti interpersonali, dei rapporti di solidarietà fortissimi, a cominciare dalla disponibilità di chi ha di più, dalla parte alta, diciamo, della piramide economica che è la società giapponese, a tassarsi di più, a fare beneficenza. Le grandi società hanno trovato assolutamente normale devolvere una parte importante dei propri profitti, del proprio fatturato, a favore della ricostruzione, in favore dei terremotati. A Tokyo c’erano alberghi di prima categoria che sono stati non requisiti, perché non ce n’è stato bisogno, sono stati prestati alle città colpite affinché potessero trasferire queste famiglie.
Nessuno di quei proprietari di alberghi ha quello che sarebbe stato forse il timore in altre parti del mondo, che quegli alberghi occupati dagli sfollati non sarebbero stati mai più restituiti ai loro proprietari. E’ un concetto assolutamente estraneo alla mentalità giapponese. Sul secondo punto, l’intervento dell’imperatore, questo in effetti è un elemento che ha colpito moltissimo l’immaginario collettivo giapponese. La ragione è che l’Imperatore non parla mai, al massimo si mostra in eventi celebrativi, e anche questo con estrema parsimonia perché, come forse sapete già, nella mitologia giapponese l’Imperatore discende direttamente da una divinità, e quindi una divinità non si esprime in pubblico, meno che mai in televisione. Da qui, l’eccezionalità di questo gesto. Io ho avuto l’onore di conoscere l’imperatore, perché è lui che riceve la presentazione delle credenziali di noi ambasciatori. Vi posso assicurare che è una persona straordinariamente dolce, disponibile, cortese e vederlo in televisione che parlava ai suoi cittadini con quel tono così agitato ha colpito anche me.

ROBERTO FONTOLAN:
Se c’è ancora una domanda, la raccogliamo, perché poi ci avviamo velocemente verso la conclusione.

DOMANDA:
In Italia, in un negozio dove vendono cellulari, ho assistito ad una conversazione di questo tipo, dopo una settimana che era accaduto il dramma in Giappone. L’acquirente, un ragazzo, ha chiesto un cellulare dicendo: “Non me lo dare giapponese perché è radioattivo”. E il venditore gli ha detto: “No, questa è una marca canadese, non corri nessun rischio!”. Mi ha colpito questa cosa, perché in quei primi periodi si sentiva parlare della radioattività che poteva espandersi dal Giappone nel mondo, poi nessuno ne ha più parlato. Qual è il reale rischio, esiste veramente il rischio che parti prodotte in Giappone che poi arrivano nel mondo portino con sé la radioattività?

ROBERTO FONTOLAN:
Forse quel dialogo era un po’ surreale, perché dopo una sola settimana sembra una cosa un po’ da Totò. Però il tema naturalmente ha acceso, riscaldato, interessato e anche colpito. C’è stato pure un referendum in Italia, mosso dall’onda di queste problematiche.

VINCENZO PETRONE:
Cercherò di essere breve ma non sono sicurissimo di riuscirci. Intanto, permettetemi di dirvi che la copertura mediatica fatta sul rischio nucleare fuori dal Giappone è stata francamente, per usare un termine diplomatico, eccessiva. Il rischio era lo tsunami e si è verificato, era il terremoto e si è verificato. Gli eventi della centrale nucleare di Fukushima sono stati un fatto critico, molto importante ma lontanissimo dalla descrizione apocalittica che ne hanno fatto i giornali, non soltanto in Italia, attenzione. I giornali francesi, da questo punto di vista, per esempio, sono stati ben più drammatici dei nostri. Ora, per mettere da parte l’argomento di fondo che pure è importantissimo, cioè in che misura la reazione mediatica, ma anche l’opinione pubblica, sia stata spropositata rispetto al rischio nucleare, dico una cosa sul realizzarsi effettivo di questo rischio. Ci saranno con ogni probabilità incidenze su alcuni tipi di cancro, ci saranno probabilmente fenomeni di alterazione della mortalità, soprattutto nell’area di escursione, quindi nei 50 km intorno alla centrale. Sicuramente, ci saranno eventi che poi, fra molti anni, ci faranno capire che l’evento di Fukushima ha creato problemi di salute pubblica. Ancora oggi ci sono, credo, segnali preoccupanti di contaminazione nucleare, nell’ambito però di quello che viene definito dagli organismi internazionali come una contaminazione non critica dal punto di vista della salute umana. Insomma, non voglio minimizzare il problema, che esiste, però devo anche dirvi che leggere che in alcune concessionarie europee o americane le Toyota non venivano acquistate per il rischio che fossero radioattive, francamente lascia senza parole. Tuttavia le fabbriche automobilistiche giapponesi, per rassicurare i compratori, hanno fatto il controllo della radioattività prima di imbarcare i mezzi sulle navi: e naturalmente è risultato che non c’era niente di cui preoccuparsi. Dunque, il giovane che comprava il telefonino era forse un po’ alterato nelle sue valutazioni da quello che leggeva sulla stampa o che vedeva nelle immagini sui giornali. A parte che telefonini in Giappone non se ne fanno quasi più, nel senso che sono fatti tutti in Cina o in Corea, il rischio di inquinamento – parlo della Cina, in particolare – non è forse inferiore a quello di altre ditte. Ciò premesso, quello che mi preme dirvi è che oggi i prodotti giapponesi sono di assoluta sicurezza e permettetemi anche di dire che, se venite a trovarci a Tokyo, sappiate che la radioattività nell’atmosfera di Tokyo è meno della metà della radioattività nell’atmosfera di Roma. Questo è un dato obiettivo, sul quale io sono pronto se volete a mettere la firma: è stato rilevato dai tecnici dei vigili del fuoco che sono venuti più volte in Giappone per assisterci nella crisi.

ROBERTO FONTOLAN:
Bene. In un minuto concludiamo ma l’ambasciatore vuole anche annunciarci un progetto, un’idea che è maturata nel dialogo con lui qualche tempo fa e che, in qualche modo, prosegue questa lunga storia di amicizia con il Giappone. Devo dire questa cosa, a premessa. C’è una grande manifestazione che si svolge ogni due o tre anni in Giappone e che si chiama “Italia in Giappone”, coordinata da tutto il lavoro dell’ambasciata. E’ una cosa che è iniziata alcuni anni fa, credo una dozzina, e che periodicamente si svolge. E’ una manifestazione un po’ particolare, perché prevede centinaia di eventi – dico bene, ambasciatore? – di altissimo livello: si va dalla Scala, come è stato credo due anni fa, ci fu addirittura il Presidente della Repubblica Napolitano che andò a inaugurare la serie di eventi, fino alla degustazione di vini nei supermercati. In questo spettro si trova di tutto, dalle cose di grandissimo valore artistico a cose di largo consumo.
La premessa era per dire che di questa manifestazione si parlava da tempo, poi è accaduto il terremoto e lo tsunami e quindi io pensavo – dopo si capirà perché eravamo coinvolti in queste discussioni – che si sarebbe in qualche modo cancellata, almeno grandemente ridotta. Invece fui invitato alla Farnesina a un incontro sul tema di questa serie di manifestazioni “Italia in Giappone”: e la mia sorpresa fu nel sentire l’ambasciatore Petrone che diceva, di fronte a tanti che come me si domandavano: “Vabbé, allora le cose di cui abbiamo parlato nelle volte precedenti naturalmente non ci saranno più. Come può un Paese che ha vissuto una cosa del genere ospitare questo tipo di evento, tenuto conto che il 95%, credo, dei costi di questi eventi sono supportati da aziende giapponesi?”. Perché l’Italia ci mette pochissimo, come al solito siamo bravissimi. Invece è stata enorme la mia sorpresa, come quella di molte altre persone presenti a questa riunione, perché il programma del prossimo “Italia in Giappone “ prevede cose di grandissimo livello: i Musei Civici di Venezia che porteranno il Canaletto piuttosto che il Giambellini, e così via, una tournèe dell’Orchestra dell’Auditorium di Santa Cecilia a Roma, ecc. Effettivamente cose molto importanti, eventi scientifici di grandissimo valore. Bene, la mia sorpresa fu che, invece, l’ambasciatore disse: “Ma no, che problemi vi fate? I giapponesi hanno confermato tutto, anzi, a maggior ragione ora confermano tutto, dopo quello che è accaduto”.
Mi ha molto sorpreso questa volontà di continuare la strada e anzi, in qualche modo, di irrobustirla. Ecco, questa lunga premessa per dire che in qualche modo anche noi come Meeting siamo coinvolti in questa vicenda di “Italia in Giappone”. Ma siccome è un progetto maturato dalla fervida mente del nostro ambasciatore, voglio concludere così lo spiega un attimo, l’anticipazione di un lavoro che è in corso esattamente in questa settimana.

VINCENZO PETRONE:
Intanto, per la prima volta nella sua carriera professionale, Roberto vi ha detto una bugia. L’idea non nasce da me ma da lui, ed è un’idea bellissima, che non ha mai avuto rischio di deperire perché, in realtà, uno degli eventi che è stato confermato tra i primissimi dai nostri interlocutori giapponesi è stato quello di cui adesso vi parleremo. Ci siamo riferiti ad un viaggio che don Giussani, accompagnato da Roberto Fontolan, fece nel 1987 sul Monte Koya. Il Monte Koya in Giappone è la sede di 117 templi buddisti, che sono tutti appartenenti alla Scuola Shingon, una delle due grandi Scuole del Buddismo giapponese. Una è la Shingon e una è la Scuola Zen. Quando andai a presentarmi al grande Abate della Scuola Shingon, al Monte Koya, ebbi la sorpresa di sentirmi dire, in una delle primissime frasi che Habukawa pronunciò: “Lei viene nella scia di una grande tradizione di rapporti tra la mia Scuola e Comunione e Liberazione”. Io rimasi abbastanza perplesso, perché devo confessare che io, sul Monte Koya, non mi aspettavo di trovare tracce di Comunione e Liberazione. E mi raccontò che nell’87 don Giussani non soltanto era andato al Monte Koya, che, vi assicuro, non è facile da raggiungere, ma che vi era rimasto anche un giorno e mezzo intero, e aveva avuto un’intensissima visita con colloqui, poi reciprocati a Milano dalla stessa Scuola Shingon e dallo stesso Habukawa che venne a Milano. Allora dissi: forse è il caso di riprendere questo rapporto – che non era mai morto, per la verità – e di farne un evento per cercare di comprendere come un grande movimento cattolico italiano si atteggia ed influisca sulla società e come altrettanto fa in Giappone, di fronte allo stesso genere di problemi, un grande movimento buddista. Ne parlai con Roberto, il quale disse: “Facciamo un evento a Tokyo” e cominciò ad articolare, ormai sette, otto mesi fa. Adesso abbiamo la certezza che il 27 ottobre si farà. Sarà un evento molto bello perché don Carrón sarà con noi e perché, su richiesta della Scuola Shingon, anche la Scuola Zen sarà coinvolta, per cui sarà quasi ininterrottamente una settimana di riflessione, di scambi, di esperienze sull’atteggiarsi di questi grandi movimenti religiosi nei confronti di alcuni problemi dell’attualità. E io credo che nel corso di questi cinque giorni di immersione nelle proprie esperienze, queste due grandi realtà potranno parlare anche di quello che è accaduto in Italia, per esempio dopo L’Aquila, di come lo spirito religioso abbia consentito di superare i momenti più drammatici, più complessi e di come il buddismo sia riuscito a fare altrettanto in Giappone. Al Meeting dell’anno prossimo, poi, vi racconteremo come è andata.

ROBERTO FONTOLAN:
Resta il fatto che i lavori sono aperti e quindi chiunque voglia partecipare o presenziare il 28 ottobre a questa giornata all’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo, può farlo liberamente. Poi, i lavori proseguiranno anche con un itinerario interessante al Monte Koya e alla sede della Scuola Zen. Ero molto contento di poter annunciare qui questa cosa, anche perché saremo coinvolti non solo come Movimento di Comunione e Liberazione e don Carrón, il 28 ottobre, ma anche come Meeting perché cureremo una serata ed elementi di questo dialogo internazionale. Mi fermo qui. Vorrei ringraziare tantissimo l’Ambasciatore Petrone.
Ci vediamo, come ha detto, l’anno prossimo al Meeting, e senz’altro a Tokyo, tra il 27 e il 28 ottobre, e domani sera con Gian Micalessin perché, come dicevo, presenterà qui il suo documentario, vincitore per altro del Premio Ilaria Alpi, che è il premio italiano più importante per i documentari. Un documentario dedicato ai ragazzi di Bengasi, sulla rivoluzione libica, che sorprende un momento molto particolare di questa vicenda che, come penso tutti sappiate, proprio in questi giorni sta arrivando ad uno dei suoi punti di svolta, speriamo non cruenti. Grazie. Buona serata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

21 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala Neri GE Healthcare