STORIE DAL MONDO. HELL AND BACK AGAIN - Meeting di Rimini

STORIE DAL MONDO. HELL AND BACK AGAIN

Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Dennis Danfung, Fotogiornalista e Filmmaker. Produzione: Docurama Films. Distribuzione Italia: CDI-Camera Distribuzioni Internazionali. Introduce Gian Micalessin, Giornalista.

 

STORIE DAL MONDO. HELL AND BACK AGAIN
Ore: 19.00 Sala D3
Rassegna di reportages internazionali a cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin. Presentazione del documentario di Dennis Danfung, Fotogiornalista e Filmmaker. Produzione: Docurama Films. Distribuzione Italia: CDI-Camera Distribuzioni Internazionali.

GIAN MICALESSIN:
Buonasera, grazie di essere qui. Devo innanzitutto scusare Roberto Fontolan che ha un impegno col Cardinale Tauran, quindi non può essere qui con noi. Cercherò di fare per due, per quanto posso sdoppiarmi. Mi farò le domande da solo, se non le fate voi, quindi cercate di prepararvi qualche domanda. Allora, oggi andiamo in Afghanistan. Ieri con il ministro Mauro abbiamo discusso la presenza italiana in Afghanistan. Oggi andiamo in Afghanistan a vedere la guerra combattuta dai soldati americani contro i talebani e andiamo in una delle Province più difficili dell’Afghanistan, quella provincia di Helmand, dove la presenza dei talebani era assolutamente maggioritaria fino a un paio di anni fa. Il film – perché di un film si tratta, più che di un documentario – si chiama Hell and back again, all’inferno e ritorno. E’ un film molto bello, distribuito in Italia da Camera, che ci ha dato la possibilità di offrirvelo qui al Meeting. E’ un film destinato alla distribuzione televisiva, che siamo riusciti ad avere grazie agli amici di Camera Distribuzioni Internazionali, un’agenzia che distribuisce i migliori produttori internazionali di documentari e filmati in Italia. E’ la storia di un uomo che comanda un plotone in Afghanistan, viene ferito, torna ferito da quell’inferno e si ritrova precipitato in un altro inferno, l’inferno del ritorno a casa da reduce, l’inferno del ritorno di un reduce perseguitato dalle immagini dell’Afghanistan e della guerra che gli ritornano addosso giorno e notte. Guardiamo Hell and back again e ci vediamo fra tre quarti d’ora circa. Grazie mille.

“Video”

GIAN MICALESSIN:
Poche parole perché si è fatto tardi. E’ un film duro ma posso garantirvi che la guerra dei soldati americani in Afghanistan è effettivamente così dura, ma è soprattutto una guerra molto diversa da come la potremmo immaginare noi. Sono stato nell’estate del 2009 – io ero “embedded” cioè ho viaggiato con la Compagnia Alfa, il protagonista di questo film era della Compagnia Echo -, in una zona poco distante da quella dove si svolge il film. Quello che impressiona in effetti è il modo diverso di concepire il servizio militare, la missione in Afghanistan. Per i nostri soldati, per i soldati italiani, è una missione di pace, una missione fatta per aiutare le popolazioni. Per i soldati americani, per i marines, soprattutto – qui parlavamo di un corpo dei Marines – è una missione di guerra, essenzialmente, ed era una missione di guerra soprattutto perché si svolgeva nell’Helmand, la provincia che è la vera roccaforte dei talebani, da cui penetrano in Afghanistan dal confine del Pakistan. Quello che il film non può raccontare è il caldo opprimente, l’umidità di quei posti. E quello che nel film non si vede sono le condizioni di vita dei marines anche quando la sera tornano e dormono in base, perché le basi sono quei fortini di terra che avete visto. I nostri soldati italiani non vivono così. Per me fu un’esperienza durissima quando passai tre settimane, tra luglio e agosto del 2009, in quella situazione, pur essendo già stato con i marines in Iraq. Ma quella missione, quel servizio, quel reportage in Afghanistan mi fece capire quanto diverso sia il concetto di militare per un italiano, per un europeo, e per gli americani, che infatti portano ferite profonde, laceranti anche dopo la fine del servizio. Io mi ricordo che la sera si dormiva in brande buttate sotto il cielo. Non c’è la mensa, si mangiano solamente razioni kappa, cibi precotti, per mesi e mesi. Non c’è acqua fredda, non ci sono frigoriferi, si beve l’acqua calda lasciata sotto il sole. Non ci sono praticamente latrine. E’ una condizione ferina. E i marines sono macchine da guerra, effettivamente, e questo lascia ferite profonde nell’animo. Per me è stato durissimo stare tre settimane con loro, provate a immaginare cosa siano sei mesi passati in battaglia, in zone dove gli americani non hanno nessuna capacità di capire la situazione che li circonda. C’è un punto che forse sintetizza meglio di qualsiasi altro, in questo film, quando il vecchio dice: “Ma se siete venuti a aiutarci, perché ci fate questo?”. E’ proprio quello che vedi ogni giorno in Afghanistan, se viaggi con gli americani. Vedi questo scontro di mentalità, questa incapacità di capirsi, quest’impossibilità di portare a termine la missione perché, se la missione è quella – come aveva detto Obama nel 2008, quando lanciò la nuova fase dell’Afghanistan – di conquistare il cuore e la mente degli afghani, beh, nessuna di queste missioni riuscirà a conquistare il cuore e la mente degli afghani. Riesce però a distruggere sicuramente la mente e l’animo dei soldati americani che si ritrovano lì per sei mesi. E quello che vedete in questo film è la conseguenza. Succede anche ai soldati italiani, dopo sei mesi di missione, di tornare a casa e non riuscire più a parlare alla propria moglie, di non riuscire più a parlare ai propri figli. Ma ai soldati americani che vivono ogni giorno in questo inferno, succede molto più spesso. L’inferno li segue, l’inferno torna con loro in casa e gli impedisce di riadattarsi, perché lo stress è continuo. Quando li vedete girare in quei campi che sono campi di oppio, in gran parte, dove i piedi affondano nelle zolle, portandosi dietro 30 chili di zaino sulle spalle, soprattutto senza sapere mai dove sia il nemico, perché come si vedeva in questo documentario gli spari arrivano all’improvviso. Ci sono 4 o 5 spari, cinque raffiche, un colpo, un ordigno improvvisato che esplode da qualche parte. Sono giornate in cui ogni minuto può segnare la fine della tua vita. E quindi la vita è un inferno quotidiano ma quell’inferno ti insegue fino a quando torni a casa. Ecco. Adesso, siccome sono stato lì, magari posso rispondere a qualche domanda, se vi interessa chiedere qualcosa, se c’è qualcosa che non avete capito. Devi correre fino qui, non abbiamo il microfono che gira.

DOMANDA:
Innanzitutto, grazie per questi incontri. Perché non lo fanno i nostri soldati, questo lavoro, ma soltanto gli americani? Grazie.

GIAN MICALESSIN:
Queste sono operazioni di combattimento che fanno quasi esclusivamente gli americani e in parte gli inglesi. Ma per farle così, è anche meglio che non vengano fatte, perché queste operazioni non portano poi ad un effettiva vittoria. Certamente i marines sono riusciti a respingere i talebani, sono riusciti a riconquistare quella zona. Ma il problema è: quanto a lungo dura quel risultato? Perché quelle popolazioni che hai appena costretto ad andare via di casa, poi le fai tornare, le costringi a vivere con te, poi dovresti anche riuscire a garantirgli il futuro. Il problema è che quando la missione viene condotta con l’orologio – in questo caso l’orologio si fermerà al 2014, perché ci sarà il ritiro -, molto probabilmente quello stesso anziano che gli chiedeva: “Se ci volete aiutare, perché ci fate questo?”, si chiederà: “Ma adesso che sono rimasto con loro, quanto tempo potrò sopravvivere prima che i talebani tornino qui e mi sgozzino, una volta che vi siete ritirati?”. Questa è la grossa difficoltà di questa missione ed è forse quello che gli americani non sono riusciti a capire. Non so se qualcuno di voi era all’incontro ieri mattina col Ministro Mauro. Si parlava del metodo italiano: beh, cos’è il metodo italiano? Il metodo italiano è il buon senso, è riuscire a cercare di capire la mentalità delle persone che ti sono davanti. Una cosa molto semplice: quando entri in un villaggio, gli italiani stanno fuori dal villaggio, chiedono al capo villaggio se possono entrare, poi entrano. Ecco, con gli americani non succede quasi mai. Si entra armati nel villaggio, ci si siede nel centro del villaggio, si tiene sotto fuoco, sotto il controllo delle armi il villaggio, e poi mandano a chiamare, cercandolo casa per casa, il capo del villaggio. E’ qualcosa che in Afghanistan rende impossibile un rapporto con le popolazioni, perché significa una totale incomprensione degli usi e dei costumi locali. Per questo io ritengo che il metodo americano non possa funzionare in Afghanistan, sia destinato inevitabilmente a fallire, come è destinato a fallire il loro modo di concepire la guerra. I marines sono effettivamente macchine da guerra, ma vi ricordate quando esplode quella bomba? C’è questo urlo da stadio, che a me ricorda una situazione molto analoga in cui la seconda sera – eravamo col capitano che comandava la Compagnia a cui ero aggregato – ci portarono nella sala di comando dove c’erano i computer: vedevamo in diretta le operazioni di un drone, senza pilota, che stava cercando il comandante talebano a circa una decina di chilometri. C’era il comandante talebano con altri due uomini – li vedi con le telecamere a infrarossi mentre il drone li cerca -, e a un certo punto vedi il razzo che parte, il corpo del comandante talebano ucciso e uno degli altri due praticamente senza più gambe, che striscia per terra e vedi le strisce di sangue. Ecco, questa gioia per degli uomini morti non l’ho mai vista, fra i soldati italiani. E’ una mentalità di guerra effettivamente esasperata. I marines sono macchine da guerra, però il contesto dell’Afghanistan non dovrebbe essere di guerra. Dovrebbe essere una missione in cui cerchi di conquistare il cuore e la mente delle popolazioni che sono minacciate dai talebani. E quindi, secondo me, c’è questa difficoltà ad adeguare una macchina da guerra come quella dei marines a una missione che deve essere sicuramente condotta anche con energia e con l’uso delle armi, quando sei minacciato, ma deve essere condotta anche con attenzione e rispetto dei valori, quando entri in contatto con la popolazione locale, se vuoi conquistarne la fiducia, il cuore e la mente.

DOMANDA:
Se è possibile, due domande. Del filmato mi ha colpito la galvanizzazione con cui venivano stimolati i soldati a fare i conti col fatto che loro tra 50 anni dovevano poter raccontare ai figli o nipoti per che cosa avevano speso la vita: non importa quanto avete vissuto ma come l’avete vissuto. Questa è una spinta ideale che si può capire e abbracciare, però poi veniva convogliata e ridotta nella ricerca spasmodica del nemico da combattere e da uccidere. E quindi sono lì, alla ricerca di questo nemico anche se non lo vedono, che devono far fuori, riducendo quell’impeto ideale a un particolare che poi, in una guerra come questa, si capisce e non si capisce. Poi, a un certo punto, nel video uno dei soldati, parlando coi capi tribù, risponde alle obiezioni che le incursioni che non risolvevano i problemi, ma anzi li aumentavano, dicendo: “Ma no, no”. Cerca di motivare la popolazione dicendo anche, alla fine: “Noi siamo nella stessa vostra condizione”, come se anche loro fossero minacciati da una parte e dall’altra, da un potere superiore che li manda lì e dai talebani. Se è vero che la percezione della riduzione di un’ideale è possibile a ogni uomo – perché ha un cuore, presto o tardi -, com’è possibile che non ci sia un soldato che sente la inadeguatezza, l’irragionevolezza, la riduzione della sua spinta ideale in quello che è lì a fare, e che finisce per creare problemi anziché risolverli? Com’è possibile che non si rendano conto, che non ci sia nessuno che alzi il dito e dica: “Qui stiamo sbagliando tutto, non abbiamo capito niente”? La seconda domanda, e chiudo, è per lei. Lei mi ha molto colpito in questi giorni, la sto seguendo dalla presentazione del libro perché penso a due questioni riguardanti il suo mestiere. Uno, come si fa a raccontare una notizia sviscerando la realtà e non ponendo un pensiero proprio su di essa? La seconda questione è: nella scelta del suo mestiere, l’inviato di guerra, cosa cerca lei e cosa trova? Grazie.

GIAN MICALESSIN:
La seconda domanda è difficilissima, perciò partiamo dalla prima. Tu hai trovato esattamente le stesse contraddizioni che ho trovato io: questa incapacità di comunicare, questa incapacità di capire: vabbè, in quei villaggi il 50% era pro-talebani e cercava di salvare la pelle in qualche maniera. Però c’è proprio questa incomprensione degli americani di capire la situazione. Lo capisci soprattutto quando viaggi con i marines, che sono bravi ragazzi, ma sono ragazzi che a 17 anni entrano nel corpo dei marines e vengono addestrati per diventare macchine da guerra. Quindi non c’è un pensiero, la logica dell’addestramento è di ridurre al minimo possibile il pensiero. Qual è l’errore? Pensare che un sergente che ha 26 anni possa diventare il mediatore culturale con un anziano del villaggio, è chiaro che non c’è nessun dialogo. E’ un dialogo tra sordi, come diceva lei. Loro dicono: “Siamo qui per aiutarvi”, e gli altri: “Ma ci avete distrutto tutto il raccolto, mi avete distrutto la casa”. E’ chiaro, è evidente. E non c’è nessun tentativo di risolvere questo problema perché non si può risolvere. Il marine, per la sua funzione, è fatto per combattere, è una forza di sfondamento, è quella che un tempo si diceva “carne da macello”, è quello che viene mandato avanti. Infatti, i marines vengono mandati nelle zone più difficili dell’Afghanistan. Quando ero con loro in Iraq, erano a Falluja, la zona più difficile, e c’era lo stesso scontro culturale con gli iracheni, non si capivano. Il problema è che in Afghanistan non si può sparare soltanto. Si può sparare quando si viene attaccati, ma bisogna soprattutto riuscire a entrare nella mentalità della popolazione, cercare appunto di creare una separazione tra loro e i talebani che li opprimono dall’altra parte. Purtroppo questa è un’operazione non riuscita. E proprio per questo determina poi, anche quando la battaglia viene vinta sul terreno, dal punto di vista psicologico, questi traumi che si porta dietro. Perché questi poi capiscono che la loro vittoria è localizzata: se un giorno hanno vinto, hanno catturato quello con la borsa di esplosivo che scappava, però non hanno vinto la guerra. Hanno vinto una giornata di battaglia, hanno rischiato le loro vite e non portano a casa probabilmente niente. E avranno ben poco da raccontare, anche perché, come vedete, quando tornano negli Stati Uniti nessuno sa niente di quello che sono andati a fare, vengono mandati a fare una guerra che chi è rimasto a casa non vuole ascoltare, non vuole sentire. Questa è la grande contraddizione. Veniamo a me, invece. Perché faccio questo lavoro da trent’anni? Perché da piccolo, quando avevo 6, 7 anni, guardavo i servizi del Vietnam e ogni volta che c’era il telegiornale dicevo a mio papà: “Portami davanti alla televisione perché voglio vedere i servizi di Marcello Alessandri”, che era il corrispondente dal Vietnam. Poi ho letto il libro della Fallaci Niente e così sia quando avevo dieci anni, e sono cresciuto con il sogno di fare questo lavoro. Cosa significa fare questo lavoro? Significa andare a capire queste cose, vedere direttamente cose che non potresti mai vedere. Essere in posti da cui la gente vuole scappare, solitamente, e io cerco di andarci perché continua a interessarmi capire questo fenomeno della guerra, dell’uomo che viene portato alla sua esasperazione, dove tutto viene amplificato, e dove capisci effettivamente sempre chi vale e chi non vale. Ecco, anche tra questi marines c’è qualcuno che vale e c’è qualcuno che lo fa semplicemente perché alla fine del suo servizio, dei tre anni, potrà fare il college gratis, è uno dei vantaggi, se sopravvivrà. C’è qualcun altro che lo fa per raggranellare qualche soldo, c’è qualcun altro che lo fa perché ci crede. E c’è qualcuno poi, dei tanti, che si chiedeva: “Ma cosa ci facciamo qui? Riusciamo effettivamente a parlare con gli afgani, riusciamo effettivamente a comunicare con loro?”, e mi chiedeva: “Tu che sei italiano, cosa ne pensi?”. Però, è chiaro che quando sei nella macchina da guerra, la macchina da guerra è l’impersonalità attiva, quindi devi essere un corpo solo che non si pone domande e va avanti. Il vantaggio di noi giornalisti è che possiamo porci domande, possiamo tornare indietro quando vogliamo, e possiamo vedere dal di dentro come funziona questo fenomeno e questa mostruosa macchina che è la guerra. E conoscerla aiuta ad evitarla, aiuta a raccontarla e a fare in modo che la gente la eviti. Ecco.

DOMANDA:
Ciao. Allora, lunedì sono venuto a vedere il tuo reportage sulla Siria e mi ha colpito moltissimo – quindi vado un pochino fuori tema – perché, dopo averlo visto, tante cose che avevo sentito ho capito che non erano proprio la versione corretta dei fatti. Per cui, stamani mi sono svegliato che un’amica mi ha mandato un messaggio su quello che è successo ieri. E anche qui, leggendo i giornali, la confusione, soprattutto dopo aver visto i reportage. Allora volevo chiederti se hai delle informazioni su questa cosa, oppure quali sono le fonti che tu usi per arrivare a capire cos’è quello che sta accadendo realmente. E, per esempio, di fronte a un fatto come quello di ieri, da cosa parti e come ti poni?

GIAN MICALESSIN:
Sì, è la domanda che mi ponevo anch’io ieri e che mi pongo sempre quando ci sono queste cose. Beh, innanzitutto mi chiedo sempre se abbiamo davanti delle fonti obiettive, quali sono le immagini che ci arrivano, cosa ci rappresentano. E’ chiaro che innanzitutto hai immagini che arrivano solamente da una parte, e non sono immagini fatte da giornalisti ma solamente da persone che erano sul posto. Ti racconto come la vedo io, come la analizzo, senza dare alcun giudizio. E’ un fatto quello del bombardamento, o presunto tale, con armi chimiche di un villaggio, che avviene proprio mentre gli ispettori delle Nazioni Unite sono arrivati in Siria per accertare se il Governo o i ribelli usano armi chimiche. Avviene in un posto dove solamente i ribelli hanno accesso, che è sicuramente molto vicino a Damasco perché ero lì, sentivo i rumori dei combattimenti: così, di primo acchito, mi sembra molto sospetto, molto strano. So che le immagini purtroppo non provano nulla, perché abbiamo visto, dalla Libia in poi, che immagini che ci sembravano vere erano esattamente l’opposto di quello che pensavamo, quindi, finché non ci sono dati, prove inoppugnabili, sospendo il giudizio perché questa è la prima cosa da fare, cioè muoversi con estrema cautela. Poi, per quello che mi riguarda, cerco sempre di andare sui posti, perché la verità può essere molto diversa da quello che si vede e da quello che si crede. Per il momento, a 48 ore di distanza, sospendo il giudizio. Questo è il mio atteggiamento in questi casi. Ecco, abbiamo fatto tardissimo. Sono le nove meno cinque, mi comunicano dalla regia. Bene, allora vi do appuntamento a domani, ci vediamo L’ultima cima, che è un documentario particolare, cresciuto con il passaparola. Io non lo conosco benissimo e non sono riuscito a vederlo. Ma l’ha scelto Roberto Fontolan e chi l’ha visto dice che è un documentario veramente eccezionale, perché è stato prodotto così, ai margini, ma lentamente ha attirato moltissimo l’attenzione del pubblico. Sono curioso anch’io di vederlo domani. E’ una specie di viaggio alla ricerca di una persona che è morta: mi dicono sia molto interessante, Roberto, di cui mi fido, mi dice che è eccezionale. Quindi vi do appuntamento a domani. Io ci sarò sicuramente e ne parliamo. Grazie a tutti voi, buonasera.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

22 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala D3