STORIE DAL MONDO

Rassegna di reportage internazionali. A cura di Roberto Fontolan e Gian Micalessin: Viaggio in America Latina. Le città della carità. Asuncion e Buenos Aires, le nuove realtà dell’evangelizzazione. Produzione: Mover.

 

ROBERTO FONTOLAN:
Buonasera, eccoci qui per il nostro consueto appuntamento con “Storie dal mondo”. Come sapete, stasera il nostro documentario è dedicato alla guerra dei soldati italiani in Afghanistan. E’ stato realizzato dal nostro reporter di guerra Gian Micalessin, che non solo ha realizzato questo documentario alcuni mesi fa, esattamente un anno, ma può aggiornarvi con le storie più recenti perché è tornato proprio dall’Afghanistan domenica notte, giusto in tempo per arrivare qui al Meeting. Come al solito, Gian introdurrà il suo lavoro, poi lo vedremo insieme e ci sarà la possibilità di scambiare alcune osservazioni, impressioni, domande all’autore stesso. Ricordo anche che qui fuori c’è in vendita il suo libro dedicato alla storia della presenza dei soldati italiani in Afghanistan, dove sapete che si combatte una guerra molto complessa. Ci sono state le elezioni poco tempo fa, lui ha anche notizie molto fresche sulle elezioni, su come sono andate, sulla situazione del conflitto con i talebani, sulle prospettive che ci sono in questa difficilissima area del mondo. Bene, Gian, a te.

GIAN MICALESSIN:
Stasera vi tocca il mio reportage, il vantaggio è che potete criticarlo subito dopo. Due parole sul perché di questo reportage. La missione degli italiani, fino all’agosto dello scorso anno, sembrava quasi esoterica: si sapeva che esisteva ma non si sapeva come avvenisse, cosa succedesse, cosa ci facessero 2500, 2800 soldati italiani in Afghanistan. Sembrava che i nostri costruissero soltanto magnifiche pizzerie, facessero grandi opere di bene, ma non si capiva bene quale fosse la difficoltà, quale la necessità di avere un esercito, soprattutto in Afghanistan. Si sapeva soltanto che di tanto in tanto qualche veicolo saltava sopra un ordigno e di tanto in tanto qualcuno moriva. Questo velo di segretezza, che aveva caratterizzato tutta la missione italiana dal 2006, cade lo scorso luglio. Fausto Biloslavo ed io siamo i primi giornalisti italiani che hanno il permesso di accedere alle attività reali del nostro contingente. Per la prima volta vediamo cose che non sono mai state documentate, le attività della task force 45, una forza composta quasi esclusivamente da reparti delle forze speciali italiane. Vediamo i nostri soldati all’opera negli avamposti più pericolosi, quelli circondati in territorio talebano, e capiamo un po’ meglio cosa stiamo facendo in Afghanistan. Questo reportage è raccontato con le voci dei nostri militari, è un diario di guerra, un diario dei soldati che sono in Afghanistan, raccolto nei luoghi in cui loro realizzano le missioni. Dura circa 45 minuti, ce lo guardiamo assieme, poi sono qui. Grazie

Proiezione video

GIAN MICALESSIN:
La situazione è molto più seria adesso. Nella compagnia, nella base in cui ci trovavamo, c’erano almeno cinque equipaggi di quegli autoveicoli che avete visto, che si chiamano lince, è il nome del blindato italiano, uno dei pochi blindati italiani che resiste agli esplosivi, che erano saltati sulla mina. Un’esperienza devastante, non è cosa da niente saltare sopra una mina. Quando salta il mezzo, vivi un’esperienza terrificante, ti senti proiettato in un altro mondo, addirittura i medici dicono che i tuoi organi interni si spostano, nessuno sa esattamente ancora quali siano le conseguenze, anche per chi sopravvive. I timpani scoppiano, saltano, l’orecchio continua a sanguinare per giorni. Ecco, tutti questi ragazzi alla fine della serata si trovavano e dicevano: “Beh, siamo ancora vivi, però non è che ci possiamo pensare tanto, dobbiamo andare avanti, perché se ci pensi non vai più avanti, il giorno dopo non rimonti più sul mezzo”. Ecco, forse la morte deve venire come un concerto di alba chiara, accendendo gli accendini, deve essere inevitabilmente un momento della tua vita anche l’esperienza della possibile morte

ROBERTO FONTOLAN:
Voglio farti una domanda. Mi è rimasta la curiosità di quel capitano Enrico, di cui non si può dire il cognome, che dice alla fine: “Continuano le missioni speciali”. E posso immaginare cosa significano in un tipo di guerra del genere, anche se capisco il clima di assoluta segretezza dove avvengono queste missioni. Ad un certo punto, il talebano dice: “Abbiamo cacciato i bisnonni di Tony Blair”, che peraltro sarà qui domani al Meeting. “E poi i sovietici, gli americani, ecc. Niente ci farà paura, vinceremo sempre”. Mi sembra questo l’incubo reale della situazione. Abbiamo un’esperienza di vita così estrema, così drammatica, ma abbiamo anche una grande prospettiva buia, incompiuta. Una situazione molto piena di pericoli e di insidie, che forse non sappiamo realmente ancora.

GIAN MICALESSIN:
Assolutamente si, questo è un documentario che per la prima volta tocca la vita dei nostri soldati. Diciamo che da dei flash, anche se dura 45 minuti, che non può andare più di tanto in profondità. Nel libro, dove vado più in profondità, racconto proprio questo tema, che è quello che non chiamo “guerra” afgana ma “sfida” afgana. Una sfida che non può certo essere vinta con le armi, anche se le armi devono essere usate per difendere gli aiuti e per difendere i territori in cui noi cerchiamo di garantire la sicurezza dell’esercito. La guerra in Afghanistan potrà essere vinta, la sfida in Afghanistan potrà essere vinta, soltanto se si creerà innanzitutto quell’esercito che abbiamo visto, che i nostri soldati contribuiscono ad addestrare assieme agli contingenti internazionali. Quello stesso esercito riuscirà a difendere e garantire la sicurezza della propria popolazione, se riusciremo a dividere i talebani, recuperando le fazioni più moderate, quei cosiddetti talebani che combattono perché non hanno altra fonte di reddito: perché i talebani pagano dai 300 ai 600 dollari i loro combattenti, l’esercito afgano paga i propri soldati 60 dollari al mese. Ecco, in questa sproporzione tra il soldo del soldato talebano e il soldo dell’esercito regolare si leggono le difficoltà di questa guerra. I talebani hanno la possibilità di utilizzare l’unica risorsa dell’Afghanistan: la droga. Il governo afgano non ha nessuna risorsa al di fuori degli aiuti internazionali. Soltanto se riusciremo a recuperare quella gran parte di poveri, piccoli trafficanti o piccoli criminali che scelgono di stare con i talebani per poter sopravvivere, se li potremo recuperare con la trattativa, ma anche dare a loro un modo per portare a casa del pane, per garantire un reddito per le famiglie che non sia strettamente legato alla coltivazione della droga e alla difesa di quei convogli che garantiscono i traffici della droga, soltanto in questa maniera riusciremo a vincere la guerra afgana. Quanto durerà tutto questo? Un capo di stato maggiore inglese, nominato lo scorso mese, ha detto: “Potrebbe durare anche quaranta anni”. Sicuramente non sarà una guerra che durerà quaranta anni ma sarà una sfida che durerà quarant’anni perché, per ricostruire l’Afghanistan, non dovremo vincere la guerra sul campo, però dovremo dare all’Afghanistan la capacità di finanziare il proprio esercito, finanziare il proprio sviluppo e dare il pane alla propria gente. Ecco, per questo la guerra non è una guerra ma una sfida: se sapremo vincerla, potremo andarcene a testa alta da quel paese.

ROBERTO FONTOLAN:
Lascio subito spazio alle vostre domande, vi saluto e mi scuso perché ho un impegno dall’altra parte. Vi ricordo che domani avremo una seconda parte del reportage “Viaggio in America Latina”, saranno con noi amici dal Brasile e dal Cile. Adesso, scusatemi veramente tanto per l’interruzione, lascio andare avanti Gian che va benissimo da solo

GIAN MICALESSIN:
Grazie Roberto.

DOMANDA:
Mi scuso se la domanda è un po’ banale, ma mi ha punto la curiosità di sapere di fatto come sia entrare con le cineprese nel campo dei talebani, e poi seguire con la cinepresa quel camion carico di esplosivo che, se non sbaglio… Praticamente, questi soldati italiani, il contingente internazionale alleato dell’esercito afgano: c’è da combattere solo contro i talebani?

GIAN MICALESSIN:
Allora, le prime due domande: effettivamente dovevo chiarire questa questione. Per quello che riguarda l’intervista al comandante dei talebani, dobbiamo ringraziare il nostro interprete Hussein che, come sempre, quando noi lavoriamo in zone difficili, molte volte tiene la telecamera. In questo caso, i talebani si possono intervistare ma veramente si rischia tantissimo, si rischia di venire rapiti e anche uccisi. In questo caso, a fare l’intervista è andato il nostro interprete, che li conosce ed ha vari contatti, che li ha garantiti in una certa maniera e ci ha portato indietro quell’intervista e quel filmato, che ci è stato regalato dai talebani per dimostrare le loro operazioni. Perché i talebani sono organizzatissimi, una sorta di ufficio di propaganda: non sono più i talebani del 2001 e del 2002. Tra i talebani, ormai, ogni operazione viene filmata, registrata, diffusa proprio per seminare la paura, per dimostrare che quelle operazioni colpiscono al cuore il nemico. L’altra domanda. Non so se i talebani siano gli unici nemici da combattere. Anzi, a valutare bene la situazione afgana, ma anche pakistana, forse i talebani sono soltanto l’ultima estrinsecazione di una crisi regionale. Tant’è vero che in America non si parla più di problema afgano, si parla di Alf-Pak, creando così una specie di collegamento tra l’Afghanistan e il Pakistan. Se ci pensiamo bene, il collegamento non è sbagliato, anzi, è esattamente perfetto. I talebani nascono all’epoca di Benazir Bhutto, la stessa che noi consideriamo un po’ il simbolo della lotta all’integralismo, morta, uccisa poi dai talebani: però sono i servizi segreti pakistani, quando lei è primo ministro, a creare il movimento talebano. Il movimento talebano nasce in Pakistan, nasce nelle madrasse, nelle scuole religiose pakistane dove i profughi afgani, fuggiti negli anni ’80 dall’Afganistan invasa dai sovietici, studiano e vengono controllati da elementi dei servizi segreti pakistani. Alla metà degli anni ’90, nel ’94, per l’esattezza, l’Afganistan, dopo cinque anni dal ritiro sovietico, è devastato da una guerra tra i signori della guerra, quegli stessi mujaheddin che hanno combattuto la guerra negli anni ’80 contro i sovietici e sono diventati il vero pericolo per le popolazioni afgane, la vera insicurezza per il Paese. Controllano tutte le strade, impongono tasse e balzelli a chiunque tenti di commerciare e portare aiuti in Afghanistan, cibo, qualsiasi commercio. I servizi segreti pakistani creano dal nulla i talebani per riportare l’ordine, per riportare la sicurezza. Nascono dal Pakistan i talebani. Vengono salutati, in quella metà degli anni ’90, come coloro che portano la sicurezza, che si contrappongono al caos. Restano un’arma al servizio dei servizi segreti pakistani. Non dimentichiamoci che i pastum, le tribù che alimentano in gran parte l’insurrezione talebana, sono le stesse tribù che stanno nelle cosiddette frontiere nord-occidentali del Pakistan e nella zona meridionale dell’Afghanistan. Per il Pakistan, per molto tempo, alimentare la guerra dei talebani nella metà degli anni ’90, finanziare il regime talebano che riporta l’Afghanistan in pieno Medioevo, dal ’96 al 2001, riprendere a finanziare l’insurrezione talebana dopo il 2001, significa esercitare un controllo su tutto il sud dell’Afghanistan. I servizi segreti che hanno creato i talebani sono stati in parte smantellati dal nuovo governo pakistano, su richiesta degli americani, dell’occidente. Sopravvivono come servizi segreti deviati, come servizi che hanno creato delle istituzioni autonome, vengono finanziati dal fondamentalismo occidentale e continuano ad operare alimentando i talebani e creando questo movimento talebano che opera sicuramente all’interno dell’Afghanistan ma riceve ordini dal vertice talebano in Pakistan. Questo è sicuramente il primo elemento, quando parliamo di talebani. E non dobbiamo dimenticare che il movimento talebano non è solamente fatto da ultraintegralisti, è fatto da disgraziati, da derelitti che, per guadagnarsi il pane, per vivere, collaborano prima alla coltivazione, poi al contrabbando dell’oppio, infine alla difesa delle carovane dell’oppio. La parola talebano, movimento talebano, è incapace di spiegare la complessità di quel movimento che si oppone al nuovo Afghanistan che cerca di rinascere con l’aiuto dell’occidente.

DOMANDA:
Mi farebbe molto piacere far vedere questo reportage ad un liceo dove c’è mio figlio. E’ possibile trasmetterlo in queste sedi? Torno al punto centrale del reportage, dove sembra che tu abbia voluto dare il punto di vista dei talebani. Hai chiarito che il giudizio sulla parte talebana è libero, però, chi vede solo il reportage non ha questa possibilità di giudizio: gli rimane soltanto l’immagine di questi flash dove non c’è giudizio sul punto di vista talebano. Dal punto di vista dell’autore, come si rapporta questa sospensione all’utente, che potrebbe non essere del tutto educato ad avere un quadro più completo del problema?

GIAN MICALESSIN:
Dal mio punto di vista, che è soprattutto di tipo giornalistico, penso sia sempre corretto dare i due punti di vista. Diciamo che in un libro hai più spazio, hai più tempo, hai più la possibilità di dare anche una tua opinione, di articolare anche il tuo pensiero riguardo a un soggetto. Ma quando ho chiesto al mio interprete: “Te la sentiresti di metterti in contatto con i talebani e di prendere il loro punto di vista?”, era perché noi stiamo raccontando soltanto il punto di vista dei militari italiani. E io sentivo la necessità di dare la parola anche a quelli che consideriamo nemici anzi, io stesso ci sarei andato, se avessi avuto la possibilità. Se potessi andarci in sicurezza, senza dover mettere a rischio non soltanto la mia vita ma anche il denaro dello stato italiano, che dovrebbe poi pagare il riscatto ai servizi segreti per venirmi a cercare, ci andrei personalmente. Penso che, comunque, debba venir data la possibilità di esprimere il proprio punto di vista anche a quello che consideriamo il nemico.

DOMANDA:
E’ bello vedere lo spirito con cui i soldati italiani stanno svolgendo il loro dovere, però voglio fare una considerazione. Ho conosciuto abbastanza l’evolversi della situazione: i nostri politici li hanno cacciati in una brutta situazione, perché le autorità del governo afgano, e anche quelle del Pakistan, non mi sembra stiano facendo del loro meglio per sbrogliare la situazione! Il fatto stesso che Karzai non abbia vinto le elezioni al primo turno, dà l’idea che la gente, evidentemente, non è affatto contenta di quello che ha fatto. Tu come vedi la situazione, adesso? Cosa pensi del primo ministro? Cosa pensi della situazione in Pakistan?

GIAN MICALESSIN:
La situazione è assolutamente complessa e non dipende probabilmente né dai politici di questo governo né dai politici del governo precedente. Deriva dagli errori fatti dopo il 2001, lo descrivo abbastanza dettagliatamente nel libro. Dopo il 2001, noi dimentichiamo l’Afghanistan: quindi, andiamo in Afghanistan, promettiamo grandi aiuti, garantiamo lo sviluppo del paese, compreso il fatto che i talebani non torneranno più. Quando dico noi, dico l’occidente. E’ chiaro che intendo pure l’amministrazione Bush che, invece di concentrarsi sull’Afghanistan, sceglie altre sfide, più o meno chiuse. Sceglie la sfida irakena, sceglie la sfida della democratizzazione del Medio Oriente, della creazione dello stato palestinese, del Libano. Nessuna di quelle sfide verrà chiusa definitivamente. L’unica che però resta drammaticamente aperta, e dimenticata dopo il 2001 è l’Afghanistan: perché non dimentichiamo che, dopo il 2001, quello dei talebani era un movimento sconfitto, in fuga, un movimento che si era ritirato. Il capo era ancora vivo, Omar si era nascosto, però il nerbo di quel movimento talebano, i principi a cui si ispirava, erano distrutti, non esistevano più. Forse l’Afghanistan è l’unica guerra che viene salutata da tutti come una guerra giusta, come una guerra che mette fine a un regime che non aveva nessun diritto di vivere o di sopravvivere. Gli stessi afgani salutano gli americani come liberatori. E’ forse l’unica guerra su cui nessuno ha proprio nulla da dire. Il grande errore viene fatto dopo, nel 2002, nel 2003, nel 2004, nel 2005, quando ci si dimentica di quello che è successo in Afghanistan, quando si permette a Karzai – come tu giustamente hai ricordato – di mettere in piedi un governo corrotto, che basa la proprio autorità sugli accordi con gli stessi signori della guerra, che sono in una situazione analoga a quella degli anni ’90, e sono gli stessi. Quando gli aiuti dell’occidente non arrivano a destinazione, quando Karzai torna, giustamente, per vincere le elezioni e fare gli stessi accordi con quegli stessi signori della guerra, è chiaro che l’amministrazione americana è molto scontenta, soprattutto l’amministrazione Obama. Del resto, non si potrebbe agire neanche con un potere coloniale che dice: guarda, Karzai, noi a questo punto ti mettiamo da parte, tu non hai nessun diritto di presentarti alle elezioni. Inevitabilmente, avendo dovuto proporre un governo democratico, non possiamo dire: “guarda, presidente, abbiamo sbagliato tutto, ti tiri fuori dalle scatole”. Anche perché gli errori sono stati fatti da noi, per cui si tratta di ricreare innanzitutto un certo modello di sviluppo, un modello di distribuzione degli aiuti, la stessa lotta al narcotraffico, che fin qui è andata avanti disordinatamente. Per due anni si è pensato che si dovessero distruggere tutti i campi di oppio, senza poi pensare che tutti i contadini sarebbero andati a fare i talebani, perché non avrebbero avuto più niente da coltivare. Bisogna pensare a una strategia alternativa anche per questo, con tutti gli stati confinanti, perché l’Iran abbia un ruolo per cui collaborare, perché se non ha un ruolo decide di armare i talebani e perché comunque funziona in chiave antioccidentale. Bisogna cercare di creare un rapporto con i servizi segreti pakistani che non sono deviati, ridare al Pakistan un proprio assetto: ecco, sono sfide difficilissime. Bisogna convincere Karzai, se rivince queste elezioni, a delegare una parte del proprio potere a una figura che sia quella di un primo ministro, che potrebbe essere Abdullah Abdullah, lo sfidante attuale, che comunque non potrebbe governare l’Afghanistan, perché se anche in caso estremo vincesse il ballottaggio, è comunque un tagiko. Non dimentichiamoci questo aspetto compressissimo della sfida afgana. Un paese diviso tra un gruppo maggioritario tribale, i pashtun, che ha sempre governato, e un gruppo minoritario tagiko, che è quello di Massud, che non può governare perché è il 20% della popolazione. Ecco, si tratta di sfide complessissime, che hanno portato l’Inghilterra a dire che prima di quarant’anni questa guerra non la potremo chiudere.

DOMANDA:
Volevo sapere quale rapporto di forza c’è fra gli angloamericani e le truppe italiane, se si tratta di un totale asservimento o se comunque le truppe italiane sono là per un recupero abbastanza equilibrato della situazione.

GIAN MICALESSIN:
Il rapporto in questo momento è di 60.000 truppe americane e una forza Nato di un totale di 30.000, diciamo che con Obama la guerra afgana è diventata la nuova guerra dell’amministrazione americana. Gli americani hanno il doppio delle truppe degli altri alleati. È chiaro che, nella situazione di guerra, questo rapporto pesa, non è visto in temi di asservimento, però sicuramente in termini di decisioni strategiche pesa. Perché, se metto sul tavolo 60.000 uomini e gran parte degli aiuti, è chiaro che ho una parte importante nella decisione delle strategie di questa guerra. È chiaro che però in questo momento gli angloamericani si rendono anche conto di avere fatto molti errori in Afghanistan, quindi si sentono in dovere di avere una maggiore collaborazione con gli altri alleati. Soprattutto con gli alleati disposti ad appoggiare il loro sforzo. L’Italia, forse, fra i tanti paesi che sono in Afghanistan, è il paese che ha cercato di appoggiare di più lo sforzo per la nuova strategia, che non è fatta solamente di truppe ma anche di cambiamento degli scenari. Ecco, in questo senso forse l’Italia può avere un ruolo importante nel futuro dell’Afghanistan, nella scelta delle strategie. Non dimentichiamo che comunque, sotto il comando italiano, ci sono quattro province dell’ovest, la prima delle quali è Herat, che è un po’ la Milano dell’Afghanistan. Se nel paese c’è una zona produttiva, è quella di Herat, al confine con l’Iran, una zona importantissima non soltanto in una situazione di guerra: è importantissima la nostra presenza lì nell’ambito di uno scenario strategico internazionale, anche per i nostri rapporti di alleati e per il nostro ruolo politico rispetto agli americani.

DOMANDA:
Grazie per questo interessantissimo momento. Abbiamo visto recentemente in una missione che le tracce dei talebani si perdevano in Iran. Ora, io pensavo che i talebani usassero come santuario il Pakistan, essendo sunniti. Questo fatto che si appoggino anche sull’Iran per me è nuovo e mi lascia perplesso. Vorrei un commento su questo.

GIAN MICALESSIN:
Giusta domanda. L’Iran negli anni ’90 è il principale nemico dei talebani. Nel ’98, gli iraniani ammassano le truppe alla frontiera e vogliono quasi dichiarare guerra al regime talebano, perché in Afghanistan esiste una minoranza sciita che è quella delle tribù Azara, di religione musulmano-sciita, che vive al centro dell’Afghanistan e anche alla frontiera con l’Iran. Nel ’98 i talebani fanno una strage di Azara: nell’ambito di questo massacro che tocca migliaia di Azara, vengono uccisi anche cinque diplomatici iraniani. L’Iran allora ammassa le truppe alla frontiera, minaccia di guerra l’Afghanistan, e nel 2001 collabora addirittura con le truppe americane. Poi succede che la situazione irakena porta alla degenerazione dei rapporti tra Iran e Stati Uniti. Quindi, gli iraniani fanno un discorso molto pragmatico: i talebani sono i peggiori nemici dell’occidente, degli Stati Uniti, bene, decidiamo che in alcune zone, dove ci conviene, li armiamo o diamo loro armi sufficienti a creare fastidio alle truppe occidentali. D’altra parte, i talebani sono presenti con un grossissimo rischio per l’Iran, perché in Iran ci sono 2 milioni di tossicodipendenti, in un paese che ha 70 milioni di abitanti. Tossicodipendenti che fanno uso di quella droga, di quell’eroina che viene importata in Iran dai convogli dei talebani, e scambiata con armi in quella confusa zona di frontiera iraniano-afghana. Quindi, una situazione di grossissima confusione, un rischio di contaminazione interna in un paese come l’Iran. Immaginatevi una repubblica islamica come l’Iran che ha oggi 2 milioni di tossicodipendenti, una percentuale altissima, causata dai traffici di quella mezza luna d’oriente, la mezzaluna d’oro che inizia al confine con l’Afghanistan e l’Iran e poi arriva fino a noi, fino alla frontiera di Trieste.

DOMANDA:
La storia principale che lei racconta è una storia di tradizioni familiari… Mi sembra di capire che spesso la scelta di fare questa professione deriva da situazioni familiari precedenti. Che tipo di sensazione hanno questi ragazzi rispetto al rapporto con la patria: si sentono sostenuti? Si sentono dimenticati dai governi? Sentono che sia una cosa così importante, quella che lei oggi ci ha fatto vedere, che raramente viene documentata sulla radio e la televisione, nei giornali e nella società civile italiana?

GIAN MICALESSIN:
Vorrei risponderti con le parole di un sergente che ho incontrato adesso, sono stato nella sua base. Diceva: quando torniamo in patria, siamo come dei dvd, e una sera raccontiamo le cose ai nostri amici. Poi veniamo levati e messi da parte, nessuno capisce, nessuno sa bene cosa noi facciamo e nessuno vuole capire. Questo riassume bene il loro sentimento di persone che fanno una scelta di vita integrale: noi viviamo, ci addestriamo, facciamo una scelta che è una passione, soprattutto, e nessuno può capire cosa vuol dire vivere qui, stare in un campo come quello in cui sono stato nell’ultimo mese, dove c’è una temperatura di 60° all’esterno, col giubbotto antiproiettile, e appena si esce si rischia di andare su una mina ed essere ingaggiati, cioè attaccati dal nemico. È quasi un modo di vivere lontano, diverso, una scelta totale, vissuta con un po’ di risentimento per chi ignora la loro storia e per chi in patria se ne frega di quello che fanno. Ma questo fa anche parte del sentire italiano, del non avere un legame. Come abbiamo dimenticato per tanti anni di avere una bandiera, un inno, continuiamo oggi a dimenticare di avere un esercito, dei ragazzi pronti a rischiare la vita per una missione che non è soltanto loro ma è una missione del nostro governo, della nostra nazione, che contribuisce a far partecipare il nostro paese a un ordine internazionale. Ecco, da questo punto di vista, loro si sentono dimenticati, un corpo estraneo alla nazione. Ma forse, come abbiamo riscoperto l’inno e la bandiera, ancora un paio di anni e riscopriremo il nostro esercito.

DOMANDA:
Ho avuto la fortuna di comprare il tuo libro e ho percepito la complessità della situazione presente, che onestamente non conoscevo: la droga, i soldi, la corruzione, le parentele. Che tipo di speranza hai su questa realtà?

GIAN MICALESSIN:
Io spero che, dopo gli errori fatti nel 2001, in Afghanistan si sia acquisita la consapevolezza dell’importanza di portare a termine questa sfida. Se oggi ce ne andiamo dall’Afghanistan a testa bassa, dicendo che non ce la si può fare, e rinunciamo, allora veramente non solo l’Italia ma l’intero occidente perde la faccia e l’immagine, quel sistema di valori capace di rispondere a un’emergenza, capace di rispettare le promesse. In un sistema internazionale, dimostrare di avere la capacità di realizzare le promesse fatte, di mantenere la parola, ha un’importanza. Non dimentichiamo che l’Unione sovietica va in Afghanistan, e subito in Unione sovietica si determina la fine del comunismo, dell’idea. L’Unione sovietica non esce sconfitta militarmente ma come sistema. Non a caso, il 1989 è la data di ritiro delle truppe rosse, ma è anche la data della fine del comunismo. Ecco, oggi siamo in un grave momento di crisi finanziaria ed economica, ma anche di crisi dei valori dell’occidente. Spesso ci interroghiamo su cosa deve fare l’occidente. In questo momento, abbandonare l’Afghanistan, ma abbandonare soprattutto le promesse che abbiamo fatto, gli impegni che abbiamo preso, significa per me rinunciare a una parte della propria identità, e questo significa dichiararsi sconfitti. Per questo, l’Afghanistan non è soltanto una sfida che può essere realizzata ma che deve essere realizzata.

DOMANDA:
Alla luce della sproporzione di forze che c’è sul campo fra gli Stati Uniti da una parte e un cast di paesi occidentali dall’altra, mi chiedo se c’è una volontà politica, da parte degli altri paesi che non sono gli Stati Uniti, di vincere questa guerra. O siamo lì perché facciamo parte della Nato e basta?

GIAN MICALESSIN:
Non penso che siamo lì solo perché facciamo parte della Nato: anche un paese difficile come l’Italia – l’abbiamo visto adesso, quando purtroppo è morto quel militare che è saltato su una mina, il 15 luglio – ha una reazione. Immaginatevi cosa succedeva una volta, quando fatti tragici come questi avvenivano. Eppure, questa volta c’è stata una reazione molto composta da entrambe le parti del parlamento, non ci sono state reazioni scomposte, come avremmo potuto avere una volta: il partito delle mamme che insorgeva dicendo di riportare a casa i nostri soldati, forse alcuni settori della lega, senza spessore dal punto di vista dell’opinione pubblica. Ecco, l’opinione pubblica italiana è cresciuta. E con l’opinione pubblica cresce anche la nostra classe politica, e gli atti politici, la capacità di capire che una missione come l’Afghanistan non può essere abbandonata a metà: questo ci aiuta a darle un certo peso, a dare una certa impronta alla missione afgana. Non dimentichiamoci che i nostri sono presenti sul terreno, vicino agli alleati americani. E con la serenità del nostro esercito, che è cresciuto dal punto di vista professionale e umano, abbiamo la capacità di incidere sugli equilibri e le finalità di queste missioni.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

Sala A4
Categoria
Testi & Contesti