SCRIVERE IL “QUOTIDIANO”

Scrivere "Il Quotidiano"

Scrivere il "quotidiano"

Partecipa Luciano Fontana, Direttore de Il Corriere della Sera. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

ALBERTO SAVORANA:
E’ tradizione del Meeting invitare ogni anno i protagonisti dell’informazione, coloro che quotidianamente svolgono il difficile compito di informare, cioè comunicare qualcosa che accade nella realtà, degno di essere conosciuto, riconosciuto. E allora, quest’anno abbiamo colto l’occasione della sua immediata disponibilità per invitare il neo Direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana. E insieme abbiamo pensato come titolo di questo, che sarà un dialogo, Scrivere “il quotidiano” perché chi più di lui, per essere alla guida del Corriere della Sera, può aiutarci a scoprire le dinamiche, le novità, le problematiche, gli strumenti che utilizza quotidianamente per scrivere “il quotidiano”, cioè per scrivere la vita, perché il quotidiano è vita secondo la miriade di fattori, elementi, dati che la compongono? Ma prima di introdurci nel dialogo, chiederei a lui stesso di presentarsi perché è solo da maggio di quest’anno che ha assunto la conduzione del Corriere della Sera. Perciò la prima domanda è questa: chi è Luciano Fontana? E come è arrivato alla direzione del Corriere della Sera?

LUCIANO FONTANA:
Intanto, buona sera a tutti e grazie di essere qui ad ascoltarci. Naturalmente, parlare di se stessi è sempre una cosa complicata, uno rischia di dire delle cose un po’ troppo buone con se stesso o troppo banali. Proviamo un attimo a raccontare l’esperienza che mi ha portato alla guida del Corriere della Sera. Il primo elemento: io sono un giornalista che ha avuto esperienze diverse prima del Corriere della Sera, ma sono circa 20 anni che lavoro in questo giornale. Non sono un milanese, come si sente chiaramente dall’accento, quindi sono arrivato come “straniero” nel giornale che ha un forte radicamento nel Nord del Paese, anche se sicuramente è il più rilevante giornale nazionale. Rispetto probabilmente a direttori precedenti, ho un percorso particolare: sono un direttore che è nato all’interno del quotidiano percorrendo, diciamo come una formica, gradino dopo gradino, tutti i passaggi interni. Non è una scelta molto usuale nei giornali, perché naturalmente ci sono giornalisti che hanno grandi esperienze in altri settori dell’informazione che giustamente, ad un certo punto, vengono scelti per una delle esperienze giornalistiche più importanti che c’è nel Paese, insieme ai grandi tg e insieme a qualche altro quotidiano nazionale molto rilevante. Questa volta è stata una maniera anche abbastanza travagliata, come probabilmente molti di voi hanno saputo. C’è stato un periodo abbastanza lungo in cui era stata annunciata l’uscita di De Bortoli, ma De Bortoli non è uscito, c’è stata una decisione abbastanza lunga dei nostri numerosi azionisti. Il Corriere della Sera, rispetto ad altri quotidiani, ha la caratteristica di avere un parterre di azionisti molto ampio e molto rilevante e spesso naturalmente, come succede nelle cose della vita, della politica e anche dell’imprenditoria, con idee diverse. Alla fine, la soluzione è stata di dare fiducia ad una scelta interna, ad una persona che si era formata in tutti i gradini del giornale, nei giornali si dice “l’uomo macchina”, cioè una persona che ha tenuto in mano il giornale. L’uomo macchina fa pensare normalmente ad una persona che sta lì con la testa sul tavolo a cercare di far funzionare gli ingranaggi, molto poco predisposto verso il lavoro esterno e verso il lavoro creativo. Io devo dire, e non è una rivalutazione personale ma una rivalutazione di tutti i giornalisti che fanno questo prezioso lavoro, che naturalmente stare dentro la macchina del giornale significa soprattutto essere molto attaccati ai progetti che il giornale fa, molto attaccati al lavoro quotidiano, alla scelta degli articoli da mettere in pagina e delle cose a cui dare rilievo, al rapporto con gli altri giornalisti e con gli altri editorialisti; soprattutto, è la capacità di fare lavorare gli altri. Io penso che un buon direttore debba essere, più che un solista, un direttore d’orchestra, debba sapere far mettere a frutto tutta la qualità, e vi assicuro che al Corriere della Sera di qualità giornalistica ce n’è tanta, e sapere naturalmente indicare la direzione in cui si vuole portare il giornale. Credo che questa sia stata la scelta di una persona che è stata molto dentro il giornale e che ha seguito anche tutta la crisi: perché purtroppo l’editoria è stato uno dei settori dell’economia con la crisi più rilevante di questo periodo. Probabilmente, solo le agenzie di viaggio, devastate dall’acquisto dei viaggi on line, hanno avuto una crisi peggiore della nostra. E c’è il cambiamento delle abitudini dei lettori. Qui c’è un pubblico giovane e meno giovane: probabilmente, se chiedessi di alzare la mano a chi legge ancora un quotidiano di carta stampata, ne vedrei molte, abbiamo un pubblico un po’ particolare. Io vado in tante scuole e certe volte mi prende lo sconforto perché, quando chiedo “chi di voi legge un giornale di carta?”, vedo due mani alzarsi in una platea di centinaia di persone. Quindi, una crisi molto rilevante dovuta ai cambiamenti delle abitudini di lettura e una crisi altrettanto rilevante dovuta alla nostra economia. La scelta di affidare il giornale ad una persona molto concentrata sul prodotto, molto concentrata nel trovare soluzioni alla crisi, credo che sia stata la scelta che ha guidato il mio arrivo alla direzione del Corriere della Sera. Sono stato preso in giro da Giuliano Ferrara con cui abbiamo fatto l’università insieme: ha scritto che è stato messo alla direzione del Corriere un comunista e ciociaro. E’ vero che sono ciociaro, sono nato a Frosinone; è vero anche che ho lavorato in gioventù all’Unità, che reputo una scuola di formazione giornalistica rilevante, da cui sono venuti tanti bravi giornalisti, in cui si imparava soprattutto la serietà e il rigore nel lavoro. E’ altrettanto vero che da 20 anni sono stato al Corriere ed è una cosa completamente diversa: non sarà mai un giornale di partito, non sarà mai un giornale di parte e questo spirito, vi assicuro, chi entra a far parte della comunità del Corriere lo introietta completamente e ne fa un punto, la stella polare del proprio lavoro e anche della propria vita professionale.

ALBERTO SAVORANA:
Lei ha parlato di crisi dell’editoria, del giornale tradizionale stampato: proprio lei, da Vicedirettore, ha seguito e guidato il lancio del Corriere nel web, nella rete. Allora, come è cambiato, come sta cambiando scrivere “il quotidiano” nel mondo e nell’epoca della rete, dei social, del digitale?

LUCIANO FONTANA:
Sta cambiando radicalmente, tant’è vero che la parola “scrivere” in questo momento va bene come concetto generale: c’è il racconto dei fatti, il racconto della vita, il racconto dell’esperienza, il racconto delle comunità italiane e internazionali. E’ giusto come concetto generale, è meno giusto dal punto di vista dello svolgimento del lavoro. Quando ho iniziato a fare il giornalista, fondamentalmente a un bravo giornalista si chiedeva di sapere scrivere bene: questa è una cosa importante ma sicuramente non è la più importante. La più importante è saper raccogliere notizie, capirle, saperle elaborare, avere buoni rapporti con le fonti e sapere qual è la direzione giusta da prendere nel momento in cui si cercano le notizie e si costruisce un articolo. Adesso tutto questo non basta. Un giornalista deve imparare a girare un video, a saper raccontare in audio, deve sapere fornire al lettore web tutti i riferimenti, gli ipertesti, i link, il retroterra di ogni notizia; deve sapere soprattutto lavorare in una maniera “multimediale”, si dice nel nostro gergo, e vi assicuro che non è una cosa semplice. Non è una cosa semplice prima di tutto per alcune cose banali, perché ad esempio c’è un gap generazionale tra i giornalisti che sono arrivati, che sono nati digitali e quelli come me e come tanti giornalisti italiani. Purtroppo, la crisi ha anche fermato il rinnovamento, per cui molti di noi sono diventati via via anziani e si portano dietro un retroterra di formazione che è quello della carta. Questa capacità di sapere raccontare in maniera multimediale è una capacità che non è tanto facile acquisire. Anche per alcune cose banali: il web e le piattaforme digitali hanno uno svolgimento e un picco d’attenzione che è tutto concentrato al mattino. Cioè, chi va a vedere un sito normalmente lo fa la mattina presto, chi apre uno smartphone, chi legge un iPad edition sul tablet, sia della Apple o della Samsung, lo fa soprattutto nelle ore del mattino. E i giornalisti sono abituati, come da mitologia finita anche in qualche film, ad alzarsi tardi, ad arrivare a lavorare ad una certa ora e a fare molto tardi con il giornale di carta, molto, molto tardi. Quindi, c’è stata la necessità di riconvertire anche alcune abitudini di vita: come far sì che al mattino sull’iPad edition, sul web, sullo smartphone, su qualsiasi altra diavoleria, adesso anche l’applewatch, si trovino informazioni con la stessa qualità che Il Corriere della Sera, o un qualsiasi altro grande giornale di informazione ( lo stesso problema ce l’hanno avuto tutti, il New York Times, ad esempio) dà sulla carta? Questo è stato un problema abbastanza rilevante. A me non preoccupa la crisi della carta stampata, io penso che Il Corriere della Sera non è più un giornale ma un sistema d’informazione, un sistema di distribuzione di informazione su diverse piattaforme. Per quello che mi riguarda, un buon pezzo, un buon scoop video, un buon audio che vada su una qualsiasi delle piattaforme, in qualsiasi piattaforma un lettore lo legga, è la stessa identica cosa. Il nostro problema è assicurare in tutte le piattaforme la stessa qualità. Ce ne sono alcune, ad esempio i siti, in cui la velocità dell’informazione, la rapidità con cui si debbono immettere notizie, qualche volta ha delle ripercussioni sulla qualità, sulla verifica e sull’accuratezza. Questo sicuramente è un problema che stiamo affrontando. Per quello che mi riguarda – sarà anche una delle esperienze del lavoro e dei progetti che presenteremo nella seconda parte dell’anno -, l’obiettivo è portare la stessa accuratezza, la stessa qualità dell’informazione che uno trova su carta, la stessa anche ricchezza di opinione che trova su carta, su tutte le piattaforme, con l’idea, non tanto peregrina, che fra quattro, cinque anni, probabilmente la stragrande maggioranza dei lettori ci leggerà su uno smartphone, su un iPad o su un sito. In America, abbiamo visto che quasi il 50% dei lettori già adesso si informano su smartphone. E’ previsto che entro tre anni saranno l’80%, quindi è inutile – ne abbiamo parlato anche con la nostra redazione – arroccarsi a difendere delle riserve indiane che non servono più a nulla, bisogna rimettersi in gioco e saper stare dove i lettori ci vogliono leggere, con la stessa qualità e con lo stesso spirito che abbiamo avuto negli anni migliori del Corriere della Sera.

ALBERTO SAVORANA:
Se indubbiamente quello della qualità, al moltiplicarsi di mezzi, strumenti e modalità della comunicazione che ci piove da ogni dove, è un problema, ce n’è un altro, e infatti lei, da bravo direttore, nell’editoriale con cui si insediava lo ha sottolineato, che è il tema della libertà delle informazioni. Ogni direttore che si insedi in qualunque organo di informazione deve parlare della libertà di informazione rivendicandola come un titolo d’onore. Ma in quell’editoriale, e cito, lei specifica una questione che mi ha molto incuriosito e sulla quale le chiederei se ci potesse raccontare qualche cosa di questi primi mesi in cui quello che lei ha indicato come condizione, le è accaduto. E’ l’editoriale del 7 maggio di quest’anno: “La libertà di informazione è un bene – e fin qui tutti d’accordo, lo scrivono tutti quando iniziano – che ha una caratteristica unica: non la si può conquistare una volta per tutte. Si misura ogni giorno con la realtà. E va difesa articolo per articolo, titolo per titolo, idea per idea”. C’è un qualche episodio di questi primi mesi in cui lei da direttore ha dovuto riconquistare questa libertà?

LUCIANO FONTANA:
Episodi specifici rilevanti, non voglio deludere le aspettative, no. Nel senso che probabilmente, quando un direttore è in luna di miele, si lascia fare per un po’ di tempo. Ho voluto scrivere che va fatto pezzo per pezzo, articolo per articolo, ecc., perché ogni informazione che noi diamo va a toccare degli interessi, va a toccare delle sensibilità, va a toccare esperienze, va a toccare qualche potere: e i poteri non sono solo il potere politico, anzi, se posso dire, il potere politico ha perso così tanta forza in questo Paese nell’ultimo periodo, è stato soggetto a così tanto discredito, che probabilmente la conflittualità nei confronti del giornale arriva molto meno da questo fronte. Naturalmente, un giornale come Il Corriere della Sera, che ha numerosi azionisti, numerosi punti di riferimento che coprono tutto il panorama e tutto lo spettro dell’imprenditoria italiana, ogni volta che scrive un pezzo di economia va a toccare interessi. Io credo che il ruolo di un giornalista, soprattutto il ruolo di un giornalista che lavora al Corriere della Sera, sia fondamentalmente il primo: essere onesto con i propri lettori, cioè raccontare quello che sa, nel modo in cui lo sa, con onestà, con fattualità, senza sovrapporre le proprie opinioni, i propri pregiudizi. E poi bisogna – posso dire che c’è un episodio che è stato anche un po’ controverso nel rapporto con una parte dei nostri lettori – avere anche il coraggio, alcune volte, di scrivere e avere opinioni che vanno un po’ contro il senso comune di una parte dei lettori. Se posso fare un esempio, è questa questione dell’immigrazione. Naturalmente, voi dovete sapere che, nei giornali, io e tutta la redazione siamo sommersi di lettere, messaggi, ecc. Sulla questione dell’immigrazione, c’è una posizione molto tranchant: “Lasciamoli a casa, costruiamo il muro, buttiamoli a mare”. E siamo nella fase più estrema. Per un giornale che vive in una parte del Paese, che rappresenta una parte del Paese ini cui questo tema è molto sentito, è difficile ricondurre la propria informazione, soprattutto le opinioni, in un senso di maggiore razionalità, far capire che i problemi vanno affrontati con spirito di solidarietà e con razionalità. Un editorialista notoriamente classificato come conservatore, come Galli della Loggia, lo ha scritto in un paio di editoriali, urtando anche un paio di sensibilità cui abbiamo cercato di rispondere. Poi lui ha risposto dicendo: prendiamo atto che non è con le parole roboanti, non è con gli slogan, non è con le parole a effetto che si risolve un problema che ha una dimensione epocale. Nessuna parola roboante convincerà una famiglia che scappa dalla guerra in Iraq, in Siria, a non salire sul barcone, a non affrontare il rischio di morte e a non presentarsi sulle nostre coste. Perché questa cosa sarà sicuramente meglio di quella che lascia. Quindi, se vogliamo affrontare questa questione razionalmente, allora costruiamo le condizioni perché i nostri cittadini si sentano sicuri, ma costruiamo anche le condizioni di accoglienza, qui in Italia e soprattutto nel resto d’Europa. Questa è stata una questione, per esempio, per quello che riguarda il mio giornale, abbastanza delicata nel rapporto coi lettori. Ma io penso che fare bene il proprio mestiere, e farlo con onestà, significhi anche saper esporre bene i fatti ed avere un’opinione che qualche volta può anche non essere in sintonia con quella che la maggioranza dei nostri elettori esprime.

ALBERTO SAVORANA:
Indubbiamente, ciascuno di noi, giornalista o meno, ha uno sguardo con cui si porta sulle cose, sulla realtà e questo determina inevitabilmente scelte, giudizi, azioni e comportamenti. Allora, ci può dire sinteticamente qual è lo sguardo di Luciano Fontana? In altre parole: quando ogni mattina entra nella storica sala di via Solferino per la riunione di redazione, qual è il punto di vista con cui inizia quella riunione, raccogliendo gli input che arrivano da tutti gli uffici?

LUCIANO FONTANA:
La riunione del mattino si svolge nella sala Albertini, la vecchia sala storica in cui una volta si faceva tutto Il Corriere della Sera, lungo un enorme, lungo tavolo in legno. Allora le redazioni erano molto più piccole e tutto si svolgeva intorno a questa sala storica, che è ancora conservata com’era all’inizio dell’esperienza del Corriere in via Solferino 28. In realtà, se posso, poi arriviamo anche allo sguardo, la prima cosa che si fa quando si arriva al mattino, si guarda quello che non è andato bene. In questo, come giornalisti siamo un po’ autolesionisti, c’è un forte spirito di competizione, quindi c’è un forte senso di attesa per vedere se, chissà, questa mattina il direttore ci dirà che cosa non è andato bene. In realtà, fa molto bene in ogni caso esaminare le cose che non sono andate bene al mattino perché migliora, non in una maniera distruttiva, però migliora sicuramente la qualità del lavoro e l’attenzione. Dopo di che, lo sguardo. Io penso che il compito fondamentale di un giornale sia quello di dare ai propri lettori un’informazione ricca, completa, senza pregiudizi. E questo è quello che si chiede a tutti quelli che lavorano. La seconda questione è la ricerca di originalità. E quando dico originalità, non dico che uno debba avere delle invenzioni estemporanee del momento e presentare delle notizie che non hanno fondamento, ma avere uno sguardo curioso e originale sulla realtà. Perché lo dico? Lo dico perché noi non andiamo a un lettore che al mattino arriva in edicola come una tabula rasa, ma a un lettore che al mattino arriva in edicola o legge la nostra iPad edition, e sa già tantissime cose, sa tantissime cose che ha ascoltato alla tv, alla radio, che ha letto sullo smartphone, che ha visto su un sito. Quindi, presentare un prodotto banale il mattino dopo è il peggio che un giornale possa fare, perché alla settima volta che uno va in edicola e ha pagato un euro e mezzo, e trova esattamente quello che già sapeva, l’ottava volta, probabilmente, non ci acquisterà più. Quindi, uno sguardo originale significa non fermarsi mai a quello che la notizia è nella sua semplicità, nel suo annuncio, nel modo in cui è stata data dalle agenzie di stampa, che sono il mezzo con cui le notizie arrivano al giornale, ma saper immediatamente far capire, trovare un punto di vista, un retroscena, un’intervista interessante, trovare soprattutto qualcosa che faccia dire al lettore, il giorno dopo: ho capito cosa c’è dietro questa notizia, quali sono le ripercussioni di questo problema. Faccio un esempio: sono arrivato poco prima di entrare in questa sala, ho parlato con i miei giornalisti per il giornale di domani. Domani tutti sapranno, naturalmente, la notizia più rilevante, che la crisi cinese ha devastato le borse, sicuramente ha portato a picco quella italiana e le principali borse del mondo. Questa è la notizia brutta: compito di un giornale importante, compito di uno sguardo originale, è fare capire quali sono le cause ma soprattutto fare capire cosa ci può aspettare. Quale sarà la conseguenza per me, risparmiatore? Cosa mi posso attendere? E se ho un mutuo da chiedere, se ho una casa, se ho un conto in banca e degli investimenti da fare, cosa mi aspetterà nei prossimi mesi? Come devo comportami? E poi: questa dirigenza cinese, che sembrava capace di saper controllare tutto, perché sta perdendo la sfida in un Paese che sembra così ben strutturato, perché sembra incapace di controllare la propria crisi borsistica ma anche la propria crisi? Magari l’avesse l’Italia, una crisi del 7%; ma per la Cina è una crisi. Eppure li consideravamo capaci di tenere insieme tutte le fila. Ecco, queste sono le domande che al mattino uno si fa. Naturalmente, poi, la differenza la fanno sempre le notizie in esclusiva: quindi, una ricerca anche abbastanza rilevante per trovare esclusive, cose che gli altri non hanno saputo trovare. I giornali vivono in un regime di concorrenza. Se posso dire, questo è uno sguardo nello spirito del lavoro, uno sguardo per quello che riguarda il modo in cui lavorare le notizie, l’ho detto all’inizio. Ci sono giornali, e io li apprezzo pure, orientati politicamente o in qualche modo: sono giornali che uno compra perché si vuole riconoscere, perché vuole trovare confermate le proprie opinioni, perché sa che quelle sono le cose che lui pensa. Ecco, io penso che il lettore di un giornale come Il Corriere della Sera debba riconoscersi nello spirito liberale, laico, pluralista, ma non debba viverlo come un partito, come una bandiera, come un giornale di un popolo viola, verde, rosso o nero. Un giornale che invece al mattino gli deve aprire la testa, la mente, su alcune prospettive nuove, gli deve fare conoscere punti di vista a cui magari non aveva pensato: questa è l’originalità a cui io penso, l’essenza di un giornale come Il Corriere della Sera. E insomma, naturalmente, tutto basato su una onestà e una oggettività che devono essere la stella polare di chi fa questo lavoro.

ALBERTO SAVORANA:
Nel messaggio che ci ha mandato all’inizio di questo Meeting, Papa Francesco identifica una domanda, un’urgenza del momento presente su cui mi piacerebbe una sua opinione, una sua valutazione. Il Papa dice: “Una delle grandi questioni del mondo di oggi è questa: davanti a tante risposte parziali che offrono solo dei falsi infiniti e che producono una strana anestesia, come dare voce agli interrogativi che tutti si portano dentro? Di fronte al torpore della vita, come risvegliare la coscienza?”. Evidentemente, un direttore del Corriere ha una responsabilità nei confronti dei lettori perché ciò che mette in pagina può collaborare a questo risveglio della coscienza o può favorire, ahimè, questo torpore, quello che oggi veniva evocato nel dialogo tra don Carrón e Josef Weiler, citando Pietro Citati, che parlava proprio di questo torpore che ha afferrato i giovani di queste generazioni. Allora, in questo contesto, questa responsabilità come è servita, come è agita?

LUCIANO FONTANA:
Sicuramente io penso che il compito di un giornalista sia soprattutto informare, ma che informare comporti una responsabilità sociale enorme, perché le cose che si scrivono possono avere conseguenze, porti una responsabilità sociale quando non racconta bene i fatti come sono accaduti e cerca di nascondere qualche aspetto dei fatti, in ossequio a qualche potere. Penso che porti una responsabilità sociale perché spesso l’informazione entra nelle vite delle persone: qualche volta in maniera sbagliata e ne distrugge anche la privacy. E porta una responsabilità sociale se si adegua alle mode del momento, se non è serio e severo nel valutare alcuni fenomeni che possono avere conseguenze rilevanti. Voglio fare un esempio di quello che è accaduto questa estate. Noi abbiamo cercato di raccontare in una maniera che probabilmente va anche un po’ contro la spirito di una parte del Paese, che non è così banale parlare in una maniera superficiale di droghe come qualcosa che tutto sommato non fa male, perché poi le conseguenze in alcuni casi le abbiamo viste. E un nostro giornalista, anche spesso contestato da una parte più liberal del modo dell’informazione, ha cercato di fare una radiografia, una inchiesta molto approfondita di tutte le conseguenze che possono avere anche alcuni tipi di nuove droghe che, vi assicuro, io non conosco completamente ma lui conosceva molto bene, e che si pensa possano essere consumate in maniera banale. Io credo che chi ha responsabilità nell’informazione non possa mai essere banale con questioni che possono avere un impatto molto rilevante nella vita delle persone come, in questo caso, nella vita dei giovani. Sul risvegliare le coscienze, il torpore delle coscienze: io non penso, francamente. Entrando in questo Meeting, ho visto tantissimi giovani, c’è una parte di questo Paese che ha ancora una coscienza molto attiva, molto viva, molto partecipe, con valori molto importanti e seri. E’ un pezzo di Paese che questi valori li ha, sicuramente: è un compito molto serio dell’informazione costruire una prospettiva per questo Paese che è un po’ paralizzato, che si è un po’ fermato. Chi ha vissuto gli anni del Dopoguerra, gli anni del boom economico, sapeva che eravamo un Paese in marcia. Io ho avuto due genitori che erano operai, una cuoca e un operaio, e hanno lavorato tutta la vita perché volevano che i propri figli studiassero e, studiando, potessero crescere, avessero uno prospettiva, un orizzonte di crescita culturale, economica, civile. Noi siamo un Paese che invece si è un po’ arroccato, in cui le generazioni più adulte sono in difesa del proprio status e dei propri privilegi, stanno bruciando le risorse del futuro, magari preferiscono mantenere i propri figli a casa fino a 30, 35 anni, e mantenerli, piuttosto che costruire le condizioni del mercato del lavoro, della mobilità sociale, dello sgrossare e scrostare alcune incrostazioni della Pubblica Amministrazione. La nostra generazione a 22, 23, 24 anni andava fuori di casa, si costruiva la propria vita, sia al lavoro che nella vita affettiva. Quindi, un Paese un po’ fermo nella difesa di quello che ha e un po’ egoista verso il proprio futuro. Ecco, compito di un giornale, credo che sia non solo raccontare bene quello che sta accadendo, ma anche costruire le condizioni e le soluzioni, naturalmente facendole raccontare agli esperti e sapendoli individuare, per ridare questo futuro a questo Paese. E’ un Paese che sicuramente ha bisogno di una scossa, di rimettersi in movimento, di rimettere in movimento quello che si chiamava una volta l’ascensore sociale, che permetta a tutti di avere non i propri privilegi ma le proprie opportunità. Sono sicuro che qualsiasi giovane, in questo Paese, sia in grado di sfruttare le proprie opportunità nella maniera più adeguata.

ALBERTO SAVORANA:
All’inizio degli anni 2000, nel corso di un’intervista, don Giussani fece una battuta fulminante. Interrogato sulla funzione e sul ruolo del giornalista, disse che invitava i giornalisti ad essere i portentosi provocatori della vita del popolo. Nel suo ultimo libro scritto prima di diventare Presidente della Rai, Monica Maggioni scrive: “Non siamo lo specchio della società, agenti inconsapevoli della riproduzione del reale, no, spesso siamo parte del farsi della scena”. Come percepisce questa affermazione il direttore del Corriere? Si sente parte del farsi della scena? Oggi, in questa Italia, in questa società così complessa e confusa?

LUCIANO FONTANA:
Distinguerei due punti: da un certo punto di vista, credo che spesso come categoria siamo anche troppo parte della scena. Se facessimo un po’ un passo indietro, ognuno di noi, sarebbe meglio. Ci piace molto essere primedonne, ci piace sapere, avere un’opinione per tutti, ci percepiamo come protagonisti assoluti. Io in questo, anche con il dubbio di fare una cosa che non sia giusta rispetto al modo con cui un direttore deve presentarsi, penso che noi la scena dobbiamo prima di tutto raccontarla: questo è il nostro compito, per questo i lettori ci seguono, per questo i lettori il mattino dopo vanno in edicola a comprare il nostro giornale. Naturalmente, è il primo punto ma un punto di comportamento. Anche perché questa abitudine porta spesso ad una esasperazione del modo con cui si fa informazione in cui, se non sei capace di stare in un talk show a scambiarti insulti o provocazioni con un altro, non sei una persona adeguata. Io non credo che questo sia compito di un giornalista e non credo che sia il compito di un giornale. Detto questo, che la ribalta di questo genere non mi piace e vorrei proprio abolirla dalla nostra professione, naturalmente è evidente che chi informa l’opinione pubblica forma l’opinione pubblica, quindi ha un ruolo molto attivo nella formazione della coscienza di un Paese ed un ruolo che naturalmente comporta delle responsabilità. E già avere un ruolo attivo significa, ad esempio, decidere alla mattina l’agenda delle notizie. Cioè, ogni scelta che si fa del giornale, ogni notizia che si mette e ogni notizia che si esclude da un giornale, è una scelta che ti rende protagonista perché poi il giorno dopo ci saranno due milioni e mezzo, che sono i nostri lettori di carta, più altri due milioni e mezzo del sito, che leggeranno un certo tipo di informazione e non ne leggeranno un altro. Io credo che, se questo è fatto con deontologia professionale, con correttezza, con buona fede, sia un modo giusto di essere protagonisti della formazione della vita pubblica e di partecipare alla vita pubblica. Naturalmente, sapendo che ogni decisione che si prende avrà degli effetti più o meno grandi. I giornali sono stati protagonisti in una maniera molto rilevante. Ad esempio, in tutta la stagione di Mani Pulite i giornali sono stati protagonisti molto rilevanti, insieme alla magistratura, di un cambio di classe politica, addirittura della fine di quella che abbiamo tutti chiamato la Prima Repubblica. Probabilmente era giusto fare così, era giusto perché il Paese aveva bisogno di rinnovamento. Riesaminando quella stagione a mente fredda, quasi certamente come giornali potevamo avere un atteggiamento che andasse più a fondo di tutte le situazioni, che sapesse distinguere, che sapesse anche riconoscere a chi ne era uscito l’onore della riabilitazione. Cosa che non c’è stata, si è fatto di tutta l’erba un fascio. Quindi, è vero che nei momento tumultuosi si fa di tutta l’erba un fascio. Ecco, io credo che se i giornali hanno un atteggiamento un po’ più freddo, meno partecipativo della vicenda politica e più capace invece di stare dalla parte dei lettori, di far conoscere ai lettori quello che sta avvenendo, di saperli informare e far decidere a loro cosa vogliono fare, come vogliono schierarsi nella vita politica, come vogliono schierarsi nella vita sociale, credo sia il modo più giusto di fare informazione e di essere protagonisti, e quindi portentosi provocatori della vita del popolo, ma nella maniera giusta.

ALBERTO SAVORANA:
Lei ha detto come compito di non fare di ogni erba un fascio, eppure tanto spesso oggi vediamo un racconto, una rappresentazione della scena che è tutto bianco o tutto nero, contrapposizioni che sembrano insuperabili in un’epoca in cui, peraltro, sembrano crollate sicurezze, certezze ed evidenze. Io mi rendo conto che fare un giornale, raccontare questa scena, ha più a che fare con una sorta di zona grigia, fatta di chiaroscuri, in cui tutta la dialettica, il gioco del giornalista, comporta leggere indizi, segni dati che aiutino a rintracciare le maglie di questa scena. Allora, come si trova a navigare ogni giorno in questa zona grigia in cui non si può dire con sicurezza che tutto sia bianco e tutto sia nero, ma bisogna scegliere foglia a foglia ciò che segna una qualche strada di chiarezza?

LUCIANO FONTANA:
La prima cosa che vorrei dire è che io penso che un lettore debba sempre diffidare di chi ha delle certezze inossidabili e assolute e debba diffidare soprattutto se questa persona è un giornalista che ti deve informare, perché sicuramente non lo farà bene, lo farà con pregiudizio, lo farà con ostilità nei confronti della parte che gli è avversa, non lo farà facendogli capire davvero cosa sta accadendo. Quindi, credo e spero, e questo è un po’ lo spirito del giornale, che la capacità di un giornale – io l’ho definito con un atteggiamento laico, liberale e pluralista – come Il Corriere della Sera sia fare capire che la realtà e ogni episodio hanno tante sfaccettature, e tanti modi di interpretazione, che è giusto farli conoscere tutti ed è giusto dare ai lettori gli elementi per poter valutare. Quindi, direi che la prima cosa in assoluto è diffidare di chi vi vuole dare una verità precostituita e diffidare dei giornali che questa verità tendono ad averla in pugno. A me piace molto poco l’informazione ridotta, twitter è un utilissimo strumento di informazione perché permette di scambiare, ma non mi piace il modo troppo categorico, troppo certo con cui in poche battute si cerca di risolvere problemi complessi. La realtà è molto complessa, le soluzioni sono ancora più complesse della realtà che dobbiamo affrontare. Questo sforzo, che è uno sforzo anche certosino di applicazione ai problemi, per esaminarli e sviscerarli, per mettere a confronto competenze, saper indicare soluzioni, alternative, credo sia quel lavoro che tu hai chiamato zona grigia, che è un lavoro serio, pesante, che non sempre i giornali affrontano. Qualche volta c’è troppa superficialità, e devo dire che da questo punto di vista i social network sono d’aiuto, perché di ogni cosa che tu scrivi hai immediatamente un riscontro immediato, in cui ti si contesta, qualche volta ti insultano pure, ma qualche volta hai persone che ti sanno esprimere un punto di vista cui non avevi pensato o un’opinione che qualche volta è più competente e più fondata della tua. In questo, viviamo in un mondo di informazione globalizzata e perpetua che aiuta anche a saper affrontare meglio le difficoltà di stare dentro la zona grigia di cui avevi parlato.

ALBERTO SAVORANA:
Sempre nel messaggio al Meeting, il Papa ha parlato di una preoccupante colonizzazione ideologica che rende drammatica la situazione dell’uomo d’oggi e che consiste nel pericolo incombente della negazione dell’identità e della dignità della persona umana. Una colonizzazione ideologica, ha detto, che condiziona, limita e guasta il cuore. Io non so se all’interno di questa colonizzazione ideologica includa anche il mondo dell’informazione, ma forse qualcosa da dire anche a chi fa informazione questo allarme lanciato dal Papa lo ha.

LUCIANO FONTANA:
Penso che Papa Francesco – qualche volta lo ha anche detto esplicitamente – abbia qualcosa da dire anche al mondo dell’informazione. Immagino che quando si parla di colonizzazione ideologica, si parli soprattutto di alcuni modelli sociali o di comportamento che puntano tutto in maniera ossessiva sull’avere, e quindi scartando, non tenendo conto di quanto si perde in ricchezza personale, di valori e di quante persone poi sono escluse dalla società dell’avere, dalle nostre società, che saranno anche in crisi, decadenti, ma sono anche molto opulente, tant’è vero che sono ancora una terra promessa per tante persone. Credo che il richiamo di Papa Francesco sia un richiamo a tenere in giusta considerazione dei modelli di vita che siano soprattutto più ricchi spiritualmente, interiormente, ma siano anche più attenti a tutto quello che nel resto del mondo non vive la nostra ricchezza, la nostra capacità di stare bene economicamente, che ci ha fatto perdere valori, ci ha fatto qualche volta avere uno spirito fortemente egoista verso chi è escluso da questa nostra società. Il secondo punto, probabilmente, sta nel fatto che forse ai giornali piace tanto, che sono portati più a raccontare cosa c’è di negativo nelle nostre società, ad esaltare gli aspetti, le cattive notizie, perché le cattive notizie si dice che vengano lette di più, che tirino di più, incuriosiscano di più, per non parlare poi del gossip: ma direi che non è, almeno prioritariamente, il nostro campo di raccolta. Probabilmente c’è invece la richiesta al mondo dell’informazione di raccontare anche cosa c’è, cosa cresce di buono nella società, tutti i pezzi di società al bene, che c’è tanta positività, tante notizie positive che crescono nella società e spesso vengono oscurate. E questa è una sollecitazione che dal Papa, e da tanta parte del mondo, soprattutto del mondo cattolico e civile, che nel nostro piccolo stiamo cercando di cogliere. C’è tutto un mondo che si mette a disposizione degli altri e che vorrebbe essere raccontato in una maniera per lo meno più consistente, sicuramente in una maniera più giusta dal mondo dell’informazione. Questo probabilmente aiuterebbe anche a frenare un po’ quella colonizzazione che sembra imperante e invece fa capire che ci sono tanti punti della società che si comportano e vivono in una maniera diversa.

ALBERTO SAVORANA:
In un articolo pubblicato proprio sul Corriere della Sera un mese fa, sui fatti di Parigi e come suggerimento per affrontare la tragica crisi che l’Europa sta vivendo, don Carrón scriveva: “Ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere, questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo, come ha detto Papa Francesco. Al principio del dialogo c’è l’incontro, da esso si genera una prima conoscenza dell’altro”. La domanda è questa: per assolvere in qualche modo questa preoccupazione, ammesso che lei la condivida, espressa da Carrón, un giornale, uno strumento di informazione, può essere uno spazio aperto in cui questo incontro-dialogo, questa messa in comune di esperienze di vita e di ipotesi di vita è praticabile? In secondo luogo, che cosa potrebbe o dovrebbe cambiare nell’informazione perché questa possibilità di circolazione sia più favorita?

LUCIANO FONTANA:
Sicuramente i mezzi di informazione, nelle proprie e varie componenti, sono un punto e uno strumento in cui il dialogo può essere favorito. Forse nella domanda c’è una sopravvalutazione del ruolo che ha l’informazione e di quello che i giornali possono fare. Penso che questa capacità di dialogo, di riconoscere le ragioni degli altri, un giornale le adempia soprattutto se è capace di fare buona informazione e di mettere a confronto opzioni e sensibilità diverse. Un giornale non deve escludere, deve includere per cui, dicevo prima, non mi piacciono i giornali di parte che escludono. Questa capacità di far capire che ci sono punti di vista diversi, che c’è l’altro, è una capacità che può sicuramente aiutare il dialogo, aiutare l’inclusione, aiutare a superare steccati ideologici e stereotipi. In questo sta la funzione di un giornale, poi il giornale è fatto di fatti che vanno raccontati, è fatto di informazione internazionale, è fatto di politica, è fatto di cronaca, è fatto di sport. Quindi, è uno strumento che ha i suoi limiti, non vorrei sopravvalutare il nostro ruolo, certamente in quanto, insieme ai corpi intermedi, insieme alle associazioni, insieme ai sindacati, insieme ai partiti politici, se riusciranno a sopravvivere, insieme alle associazioni giovanili, insieme al volontariato, stanno dentro un sistema che può e deve avere come compito fondamentale di favorire il dialogo. E lo deve fare soprattutto nel momento in cui la presenza dell’altro viene vissuta spesso con paura, con terrore e anche con una grande voglia di respingere e di isolare e di mettere fuori da me quello che non capisco, quello che non conosco o quello che è diverso da me. Certo che i giornali possono essere, insieme a tutti gli altri pezzi della società, un punto in cui questo dialogo può essere favorito, anzi, credo che uno dei compiti sia quello di favorirlo e di mettere a disposizione la nostra capacità e la nostra formazione e i nostri mezzi per favorirlo.

ALBERTO SAVORANA:
Evidentemente, per mettere a confronto e non escludere e far capire che c’è l’altro, occorre una qualche virtù nel giornalista e a maggior ragione nel direttore di un giornale, perché sempre nel suo primo editoriale, dichiarando i suoi intenti, scriveva: “Con un atteggiamento liberale e laico, mai di parte, mai prigioniero delle proprie presunte certezze, capace di capire che al riparo di certezze antiche non c’è futuro, dobbiamo essere esploratori e innovatori”. Cosa significa per lei oggi essere esploratore ed innovatore?

LUCIANO FONTANA:
In quell’editoriale, una parte la riferivo alla crisi dei giornali, quindi essere esploratori ed innovatori significava dire al nostro pubblico che nessuno di noi può stare al riparo delle antiche certezze. I giornali sono in crisi, ci sono nuovi mezzi, i giovani ci leggono da altre parti, dobbiamo trovare il modo di inventarci un futuro. Un futuro che poi necessariamente non è distruzione del passato. Faccio un piccolo esempio. Una delle sfide che abbiamo avuto in questo ultimo periodo era quello di rilanciare la lettura. La lettura era un prodotto di riflessione culturale che veniva distribuito gratuitamente, che aveva un costo non più sopportabile per l’azienda. Abbiamo deciso di farne un prodotto di qualità molto forte, per vedere se era possibile portarla in edicola e chiedere ai lettori di contribuire. Abbiamo scoperto che non solo era possibile ma che c’erano tantissimi lettori che erano interessati ad un giornalismo di riflessione e di qualità. Quindi, essere esploratori significa, per esempio, recuperare una delle nostre ragioni di vita, che è fare un giornalismo di qualità e di eccellenza, quello che in qualsiasi social network non troverete. Questo significa essere esploratori, e trovarlo nella maniera giusta, per esempio portandolo su carta e sapendo inventare una piattaforma digitale che è capace di portare quella informazione culturale. Questo è essere esploratori ed assumersi dei rischi, in nome, però, di una cosa importante che è la qualità, un elemento, io penso, che i giornali avranno per sopravvivere solo se ci saranno dei lettori che sono convinti di comprare un prodotto di qualità che non troveranno da nessun altra parte nel mare magnum dell’informazione, perché se lo troveranno dall’altra parte, quel prodotto, non ci acquisteranno. Credo che l’unica nostra salvezza sia l’eccellenza, la qualità e la serietà dell’informazione. Questa era la parte in cui mi riferivo ai miei giornalisti e a me stesso, nel senso di metterci in discussione: non stiamo ad aspettare che la tempesta passi, riparandoci, tanto la tempesta non passerà e nessuno ci potrà salvare se qualche volta ci sommergerà. Credo che l’essere esploratori valga anche nella nostra società. Siamo qui ad aspettare che arrivi uno 0,2, uno 0,3 di crescita, che ci permetta di uscire da una crisi ormai troppo lunga e che possa ridare speranza ai giovani di trovare lavoro. Mi sembra che questo Paese abbia bisogno di una scossa e di soluzioni originali, di soluzioni nuove di sfide inattese, in cui la politica in primo luogo, l’imprenditoria e i sindacati in secondo luogo, ma anche ognuno di noi, devono rimettersi in gioco perché questo Paese ha bisogno di una rifondazione. Dobbiamo tornare con uno spirito da pionieri come quando le grandi società occidentali sono state fondate. Pensare di poter continuare adagiandoci in quello che abbiamo cercando di difendere è il modo più sicuro per non costruire il futuro per i nostri figli. Tornare pionieri anche in una società che non ha avuto i Padri Pellegrini come in America, ma che sicuramente ha bisogno di nuovi Padri Pellegrini per rimettersi in moto.

ALBERTO SAVORANA:
Rimettersi in gioco: ma che lealtà, che serietà occorre per un uomo, tanto più un uomo che dirige un grande giornale nazionale, per esplorare questi territori incogniti della realtà? Che moralità, così come la intendeva don Giussani? Don Giussani diceva che l’uomo morale è chi ama la verità più che se stesso, cioè chi accetta di sottomettere la ragione, la sua intelligenza all’esperienza, imparando da quello che accade. Allora io, ringraziandola per il sacrificio che ha fatto – è reduce da una brutta influenza che ha dimezzato le sue vacanze proprio ieri, è venuto apposta e tornerà a Milano di corsa perché domani ha una importante riunione di lavoro -, ringrazio Luciano Fontana per la lealtà con cui ci ha raccontato di sé. Le faccio un augurio, di accettare ogni mattina questa sfida di amare la verità, la realtà, il bene, il giusto, il bello, il buono più di tutta la congerie di preconcetti e di luoghi comuni che tante volte riducono in noi la percezione di ciò che accade, così da poter dare un contributo per la sua parte di responsabilità, che non è poca, all’uscita da una crisi che riguarda le coscienze e l’umanità di ciascuno. Così, sono certo anche che dalla lettura del Corriere trarremo tutti un vantaggio e una utilità maggiore. Grazie.

LUCIANO FONTANA:
Una battuta finale. Sono completamente d’accordo con la frase e penso che un giornalista che mette se stesso davanti alla verità non solo non sia un buon giornalista, ma che non sia proprio un giornalista. Grazie a tutti voi.

Data

24 Agosto 2015

Ora

19:00

Edizione

2015

Luogo

Sala Poste Italiane C2
Categoria
Incontri