LOMBARDIA: DISCUSSIONE SU PRESENTE E FUTURO - Meeting di Rimini

LOMBARDIA: DISCUSSIONE SU PRESENTE E FUTURO

Lombardia: discussione su presente e futuro

Partecipano: Lodovico Festa, Giornalista e Saggista; Roberto Formigoni, Presidente della Regione Lombardia; Oscar Giannino, Giornalista e Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni; Pierluigi Magnaschi, Direttore di ItaliaOggi.

 

LOMBARDIA: DISCUSSIONE SU PRESENTE E FUTURO
Ore: 19.00 Sala A3

LODOVICO FESTA:
Buongiorno, mi chiamo Lodovico Festa, forse qualcuno di voi mi legge su Tempi, sono stato indegnamente invitato a moderare questo dibattito su Lombardia che ci vedrà partecipare per 1h e 15m. a considerazioni e domande da parte di noi giornalisti e risposte da parte del Presidente Formingoni. Credo che sia inutile che vi presenti il Presidente Roberto Formigoni, alla sua sinistra c’è Oscar Giannino, che voi credo conosciate, editorialista, giornalista, animatore di Radio 24, lui mi ha chiesto di essere presentato soprattutto come direttore di Chicago blog, lo faccio volentieri. Alla mia destra, Pierluigi Magnaschi, grande firma del giornalismo economico, oggi direttore di ItaliaOggi. Iniziamo subito dando la parola a Roberto Formigoni che ci parlerà del Nord, magari anche di questa vicenda, diciamo così, che ha offeso il Nord. che è l’aggressione giudiziaria nei suoi confronti.

ROBERTO FORMIGONI:
Grazie, io poi però innanzitutto voglio che il carissimo pubblico possa anche salutare colui che fa da moderatore a questo nostro dibattito, Lodovico Festa, giornalista, scrittore, autore di saggi. Voglio innanzitutto partire da una lettura personale di quello che mi è accaduto e ci è accaduto in questi mesi: mi scuseranno i giornalisti che sono venuti attendendo da me e da noi, soprattutto, delle considerazioni politiche, ma per quel che sono io, per come sono fatto, per l’educazione che ho ricevuto, quello che mi è accaduto come quello che accade a ciascuno di noi e ci segna profondamente, pone degli interrogativi che riguardano la propria vita personale. Mi è accaduto esattamente così. Mi sono domandato e mi domando che cosa mi sta insegnando quello che è accaduto, perché so che bisogna imparare da tutto, anche da sofferenze, ingiustizie, prove: e questo è stato certamente un periodo di prova, per me e per moltissimi amici. Non solo, ma a me, a noi è stato insegnato che la realtà è positiva. Cosa vuol dire che la realtà è positiva per me, di fronte a quello che mi è accaduto? Voglio fare brevemente tre considerazioni, o meglio, tre brevi narrazioni di tre esperienze che mi sento di evidenziare in questo periodo: la prima, un’esperienza forte e straordinaria, straordinariamente positiva, del sentire tante e tante, tantissime persone a me vicine, mai come in questo periodo, gente che mi ha espresso affetto, solidarietà, amicizia, stima, in mille modi diversi. Ma devo aggiungere un’altra parola, ancora più pregnante: in questo periodo, ho sentito fisicamente le vostre preghiere, le preghiere di tantissimi, un’ondata, un flusso incessante delle preghiere vostre e di tanti altri, che è diventato qualcosa di fisico, di realmente sperimentabile, un’ondata da cui mi sono sentito investito. Quante volte mi è capitato, in questi mesi, di vedere uno di voi, uno dei tanti amici, fuori di qui, che si avvicinava a me. E io, tra me e me, dicevo: “Ma lo so che cosa mi stai venendo a dire”. E difatti, quello o quella veniva e mi diceva: “Presidente, Roberto, vai avanti, tieni duro, io prego per te”. Lo sapevo già che c’è tanta gente che pregava per me, conosciuta e sconosciuta. Un giorno ero in chiesa, la domenica, alla messa vespertina, davanti a me c’era una coppia di anziani, di vecchietti. Si voltano al momento dell’abbraccio della pace, mi riconoscono, poi si girano. Io ero dietro di loro. Confabulano un po’ tra di loro, poi la donna si rivolta verso di me, io mi chino verso di lei, mi fa una carezza e mi dice: “Presidente, sappia che c’è tantissima gente, anche non del suo partito, che sa che lei è onesto, che sa che lei non è corrotto, che le vuole tanto bene e che le dice di andare avanti”. Vi dico questo perché, di fronte ad esperienze come queste che mi è stato dato di fare, ti rendi conto che la comunione non è un sentimento o uno spiritualismo, chi dicesse così vuol dire che non ha capito niente oppure che non ha fatto esperienze come queste. Ci sono anche altri due episodi che voglio raccontarvi. Il primo è che in tutto questo periodo ho percepito anche un vecchissimo amico, che mi aveva voluto tantissimo bene quando era vivo e che in questi mesi si è dato moltissimo da fare in Paradiso per me, alludo a don Luigi Giussani. Ma poi, voglio dirvi un’altra esperienza sconvolgente, quando è venuto il Papa, per la Giornata della Famiglia a Milano. Ho taciuto per tre mesi, perché è un episodio che i è successo quel giorno. All’uscita, i giornalisti mi hanno chiesto: “Ma cosa le ha detto il Papa?”. E io ho detto loro: “Una cosa bellissima! “. Che cosa, non gliel’ho detto, sono passati tre mesi, credo di poterlo dire senza rivelare alcun segreto. Io ero lì a portare il dono delle istituzioni, c’era il Sindaco, il Presidente della Provincia, io ero lì come Presidente della Regione. Mi sono fatto avanti assieme ai colleghi Presidenti di Regione del World Religion Forum, avevamo redatto una Carta della Famiglia, insieme: c’è una Regione argentina, una spagnola, un’inglese, una canadese. Gli portavamo questa cosa. Vado avanti, non faccio in tempo a dire una parola, che il Papa mi guarda e mi dice: “Io prego tutti i giorni per lei”. Sono rimasto sconvolto, ho soltanto potuto dirgli: “Grazie, Santità, perché ne ho bisogno”.
La seconda osservazione, la seconda esperienza. Vi devo dire che non ho ancora ben capito perché mi stia succedendo o mi sia successo quello che mi è successo, voglio dire, la ragione personale, perché è successo a me, non la ragione politica, quella la so, e poi dirò qualcosa. Perché è successo proprio a me? Perché mi sta accadendo questo? Riflettevo che quello che accade, accade perché il Signore lo permette. E se il Signore permette qualche cosa, io lo so, io lo credo, perché mi è stato insegnato e perché lo so, se il Signore permette qualcosa, è per il tuo bene. Dove sta il mio bene dentro quello che mi stava succedendo, qual era il significato di quella cosa? Certo, quando ti capita qualcosa del genere, capita anche ad espiazione dei tuoi peccati, non di quelli commessi nella fattispecie, che hanno raccontato in lungo e in largo, perché non ne vedo molti, ma dei miei peccati nella vita che invece sono tantissimi. Ragionavo: magari comincio ad espiare qualcuno dei miei tanti peccati, qui, su questa terra, per quando mi presenterò di là. Poi è arrivata la lettera di don Carrón, che ho sentito rivolta a me come, credo, ciascuno di noi l’abbia sentita rivolta a se stesso. Quell’inizio: “Se il movimento di CL è continuamente identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi, eccetera, eccetera, qualche pretesto dobbiamo averlo dato…”. Io l’ho letta innanzitutto così: beh, innanzitutto don Carrón dice “qualche pretesto”. Questo vuol dire che ci sono anche altri, moltissimi pretesti, che sono pretestuosi. Però questo mi ha interrogato profondamente: quale pretesto ho dato io? E dunque, questa cosa che mi capita, che capita anche perché io ho dato qualche pretesto, è per me, mi capita, perché il Signore vuole richiamarmi alla profondità del compito a cui mi ha chiamato, e quindi devo vivere quello che mi è capitato come spunto di purificazione. Perché il Signore parla attraverso le circostanze. Nell’Antico Testamento parlava apparendo direttamente, o in sogno, agli uomini, nel roveto ardente o con altri segni, nel Nuovo Testamento parla attraverso le circostanze della vita che ci fa vivere. E dunque, queste circostanze della vita il Signore le ha premesse perché parlino a me, le ha permesse per un mio bene. E’ chiaro che mi sono sentito richiamato fortissimamente. Il Signore vuole dirmi qualche cosa, attraverso queste prove, queste sofferenze, questa cosa. Se il Signore lo permette, ripeto, è per un bene maggiore di me, perché il Signore non vuole mai il male della sua creatura.
Dio parla attraverso le circostanze. Da questo ho scoperto che, di fronte a quello che mi capitava, non mi è capitato mai di lamentarmi. Ho combattuto, mi sono arrabbiato, perché ho ritenuto giusto combattere e giustificato arrabbiarmi, ma non potevo lamentarmi. E torno a dire, la lettera di Carrón, che ho sentito per me, la lettera di Carrón che, voglio dirlo chiaro anche a voi, ma lo sapete già, Carrón è il mio capo, è il capo di Comunione e Liberazione, un capo che non mi ha dato mai e non mi darà mai ordini su quello che devo fare in politica, come anche don Giussani non mi ha mai dato ordini su quel che dovevo fare in politica. Ma in quanto sono di CL, è il mio capo, è l’autorità che permette che il movimento di Comunione e Liberazione, a cui con grandissima gioia appartengo da quasi mezzo secolo, vada avanti.
La terza esperienze di cui vi voglio parlare è che dentro questa vicenda, nonostante tutto, ho sentito di fare una grande esperienza di libertà. Chiedo: sono forse matto a parlare di libertà dentro un’esperienza come questa, che potete immaginare, che tipo di stress, che tipo di affaticamento, che tipo di tensione, che tipo di percezione dell’ingiustizia dell’attacco che veniva portato contro di me. Perché l’attacco che era portato contro di me, era e resta ingiusto, e io lo sentivo e lo sapevo e ne soffrivo. Ma dentro questo, una straordinaria esperienza di libertà, perché? Qualcuno ha scritto, in queste settimane: “la sorte di Formigoni è appesa a un filo”. E’ una buona immagine, ma lor signori non sanno che la materia di cui è fatto questo filo non dipende da loro, questo filo può essere di nylon fragilissimo ma può essere anche di tungsteno. Lor signori non sanno che come andrà a finire non lo decidono loro ma lo deciderà soltanto il Padre Eterno: è questo che mi rende libero. È questo che mi rende libero! Scusate se alzo il tono di voce, ma è che alcune cose ti vengono da dentro, non puoi dirle sotterraneamente, anche perché, se il Padre Eterno ti ha dotato di un vocione tonituante, sei anche tenuto utilizzarlo.
È per questo che in questo periodo ho combattuto, ho parlato, ho fatto conferenze stampa, ho scritto comunicati, ho reagito, ho sfidato i tribunali del popolo, quelli fatti in televisione, presentandomi a testa alta, non arretrando di fronte a nessuna delle accuse che mi venivano rivolte, perché io potevo rispondere, ed era giusto che rispondessi. Certo, c’entra in questo anche la concezione della politica che io ritengo giusta: un politico deve dare ragione dei propri comportamenti, dei propri atteggiamenti. Mi sono presentato, ho riposto, a mio modo, ho risposto, con tutti i limiti del mio carattere, con tutte le intemperanze, posso aver sbagliato, posso aver sbagliato i toni, posso aver sbagliato le parole, anzi, tagliamola corta, ho senz’altro sbagliato, ve ne chiedo scusa! Ma ho sbagliato perché non volevo permettere che contro l’esperienza straordinaria che la squadra di Regione Lombardia ha costruito, e soprattutto contro l’esperienza straordinaria che mi ha generato, fossero buttate tonnellate di fango ingiuste e ingiustificate. Questo non poteva permetterlo!
E in questa, che è stata anche una guerra mediatica, dove ogni mio respiro e ogni mio sospiro, ed ogni muscolo del mio capo che si muovesse era controllato, o vivisezionato, ripreso da destra, da sinistra, da sopra, da sotto, rivisto al rallentatore, all’acceleratore, non volevo che l’affievolirsi di un tono della mia voce desse la sensazione che accettavo – su di me, ripeto, e soprattutto sull’esperienza che mi ha generato, a cui indegnamente appartengo – un giudizio diverso da quello che è. Anche perché mi sono trovato a dire -lo ripeto, senza iattanza, senza presunzione ma con consapevolezza – che io so quello che ho fatto e quello che non ho fatto, e nulla di ciò che ho fatto è contrario alla legge. Ho già detto che non rifarei, a distanza di tre anni, quattro anni, vacanze ai Caraibi, che comunque mi sono pagato di tasca mia ma che è opportuno non fare, soprattutto per un politico e per uno che è stato educato alla concezione di politica che ho io. Non le rifarei, di questo mi rammarico, ma so ben io quello che ho fatto e posso dirvi a fronte alta che nulla di ciò che ho fatto è contrario alla legge.
Li ho anche sfidati – e vado a chiudere con qualche considerazione politica questo mio primo intervento -: se dimostreranno che qualcosa di quello che io ho fatto ha portato un vantaggio illecito a me o a qualunque altra persona a me legata, mi assumerò fino in fondo le responsabilità. Ma devono dimostrare loro che c’è un vantaggio concreto, misurabile. Io ho detto e ripetuto che nelle vicende della Maugeri, del San Raffaele, di tutto il resto, non è stato sprecato un solo centesimo di euro di denaro pubblico, di patrimonio pubblico, Regione Lombardia non ha avuto un danno di un centesimo di euro. E qui vengo alle considerazioni politiche, che sono brevi perché le conoscete tutti. Qual è la ragione politica dell’attacco a me? E’ evidente. L’11 novembre cade il Governo di Silvio Berlusconi, immediatamente parte la parola d’ordine in un articolo sul quotidiano La Repubblica del 20 novembre: abbattuto Berlusconi, abbattuta la Giunta di centrodestra di Milano, adesso bisogna abbattere il Governo regionale di Regione Lombardia, il presidio più saldo e più importante del centrodestra, che, oltre ad essere il presidio più importante del centrodestra, ha alcuni difetti aggiuntivi. Il primo, quello di essere retto da un cattolico, per di più ciellino. E, secondo, quello di essere un Governo che funziona, che potrebbe diventare un modello per un nuovo centrodestra da esportare a livello nazionale. Quindi, è chiaro che bisogna abbatterlo, è chiaro, è chiaro che in tempi di normalizzazione, di trionfo della tecnocrazia, di antipolitica, non si può tollerare che un Governo funzioni, tanto più se è un Governo che ha stabilito, con i suoi cittadini, il rapporto che abbiamo cercato di stabilire in questi anni, fondato sulla sussidiarietà. Bisogna smontare l’idea, che oltre che in Lombardia si è fatta strada anche in Italia, che il Governo della Regione Lombardia possa essere un modello, possa funzionare. Bisogna cancellarlo, bisogna dire: no, cittadini, anche quello che sembrava un modello è soltanto marcio e corruzione. Cittadini, rassegnatevi, c’è soltanto marcio, accettate di essere governati dall’alto, dominati dall’alto, accettate di essere sottomessi ai diktat che vengono da Berlino, da Washington, e da interessanti e interessati potentati finanziari economici giornalistici italiani. Da lì è partito l’attacco.
Il metodo è sempre quello, non riuscendo a batterci per via politica, si tenta la via giudiziaria. Quando si comincia a capire che anche la via giudiziaria è incerta, nonostante gli avvisi di garanzia che partono, perché non si trova il succo, si consumano tutte le cartucce nel tentare di infangare la persona e di descriverla come non è. La strategia utilizzata è sempre la stessa, lo insegnava la vecchia scuola leninista: isolare il reprobo, la vittima predestinata, dimostrare che è solo, che è abbandonato dai suoi, far sbandare i suoi amici, insinuare il sospetto che il reprobo li abbia ingannati, dividerlo, quindi l’immagine descritta ossessivamente del Formigoni solo, del Formigoni abbandonato, dal Popolo della libertà, dalla Lega Nord, dai suoi stessi amici di Comunione e Liberazione: questo è il tentativo che hanno fatto e che è andato miseramente fallito, perché il Popolo della Libertà si è stretto intorno a me, tutto, perché la Lega Nord mi ha riconfermato fino in fondo la sua alleanza e perché il popolo di CL ha dimostrato come la pensa a questo Meeting di Rimini. Grazie.

LODOVICO FESTA:
Diamo adesso la parola ad Oscar Giannino. Scusateci, è bene che Repubblica segnali gli applausi, ma abbiamo dei tempi molto ristretti. Oscar Giannino.

OSCAR GIANNINO:
Grazie, Lodovico, grazie a voi, agli organizzatori del Meeting, perché per me ricordare quando, su questo palco, tre edizioni fa mi avete chiesto di ricordare, modestissimamente, dieci ragioni per cui don Giussani era una cosa straordinaria nella mia vita, per me che vengo da un percorso diverso da voi, ogni volta è un ricordo che mi emoziona, devo dirvi la verità. Mi avvio in questi pochi minuti a fare un discorso un po’ sdrucciolevole. Quindi, vi prego, se possibile, di ascoltare, e poi alla fine fischiare, però alla fine, facciamo questo patto. Perché voglio partire esattamente da dove Formigoni ha finito, cioè dalle sue considerazioni politiche, perché la mia convinzione – io non parlo di indagini, non parlo di quello che si pensa in Procura, delle fattispecie di reato, non tocca a me esprimere giudizi sulla coerenza e la dirittura morale di Roberto Formigoni, prescindo da questo e ho ascoltato, devo dire però apprezzando, l’espressione con cui ha detto: ho sbagliato, chiedo scusa. Perché di questo bisogna essere capaci quando si viene da un movimento come il vostro. Ma io da tutto questo prescindo. Io parto dalla considerazione politica, perché la mia opinione, da osservatore esterno e da studioso di numeri, è che la vicenda che investe la Lombardia, che investe la Giunta guidata da Roberto Formigoni, va inquadrata nel quadro politico.
Il quadro politico che vi propongo io è quello del redde rationem e della seconda Repubblica, di questi diciotto anni che abbiamo alle spalle. Vedete, ci sono due ragioni e due modi diversi di guardare al bilancio del centrodestra in questi diciotto anni. Ce n’è una prima, che io propongo pubblicamente, lo scrivo su Tempi, settimanale su cui Luigi Amicone ha la bontà di ospitare tutte le settimane, finché lo vorrà, un mio contributo, su questo primo punto io ho un’idea un po’ tagliente. Perché sono i numeri, non l’opinione di Oscar Giannino e la delusione di milioni di elettori che avete visto alle amministrative, a dire che il bilancio nazionale del centrodestra è un bilancio i cui i numeri dicono che ha fatto l’opposto di quello che prometteva. Il debito pubblico non è diminuito, la spesa pubblica è aumentata, le tasse sono aumentate, siamo finiti per colpa nostra, dell’Italia, non solo delle tante magagne che pure esistono, dell’euro, ai margini del commissariamento: e lì ancora stiamo. Lo Stato non ha diminuito le sue pretese, la sussidiarietà, che tanto vi e mi interessa, non ha fatto grandi passi avanti. Questo è il primo modo, poi ciascuno può interpretare come vuole e io non mi ergo a giudice, ma credo che si faccia bene tutti a riflettere su questo.
Poi c’è un secondo modo, che non riguarda il centrodestra, il Pdl a livello nazionale, ma che riguarda quello che ha fatto la Lombardia, che nel Nord, non lo devo ricordare a voi, è per certi versi la culla e, per altri versi, è la punta avanzata, perché è guidata non da un esponente leghista come capita al Piemonte e come capita al Veneto. Allora, se il bilancio numerico dei 18 anni del centrodestra nazionale, è una delusione che a me interroga e mi spinge ad altre iniziative, il bilancio di questi diciotto anni in Lombardia guardiamolo nei numeri. E vi dirò che, tra i tanti numeri, ho scelto apposta di citare solo numeri che vengono dalla Banca d’Italia, in maniera tale che nessuno possa dire che sono elaborazioni personali, mie o di qualche altro centro studi interessato. Per chi avesse dubbi, basta che vi scaricate sul sito della Banca d’Italia, e vi prego di farlo – i cittadini dovrebbero abituarsi a fare così, per giudicare i politici -, il fascicolo nella serie Politiche Regionali della Banca d’Italia, relativo all’economia della Regione Lombardia. E’ stato reso noto – lo trovate sul sito, se lo cercate – con la data del 20 giugno.
Non vi devo dire io che la Lombardia è, ovviamente, una Regione di punta per l’economia nazionale; non vi devo dire io, che è la Regione in cui il patrimonio nelle mani dei lombardi – se sommiamo le attività nette, le case, se sommiamo le attività finanziarie e se sottraiamo le passività finanziarie -, il totale di questo patrimonio nelle mani dei lombardi è superiore al PIL nazionale. Stiamo parlando di una Regione che ancora nel 2011 ha aumentato di quasi l’11% le sue esportazioni. Le sue esportazioni valgono più di 100 miliardi di euro nel 2011, e sono 50/50 tra Paesi europei ed extraeuropei, la percentuale più elevata in tutto l’apparato produttivo italiano. Cioè, è la Regione che più ci fa stare nel mondo che galoppa, mentre il vecchio mondo europeo si guarda la punta delle scarpe. Ma questo riguarda l’economia privata, perché tutta la questione sta nell’economia pubblica lombarda.
E allora, qualche numero per verificare se davvero ha ragione chi dice che questa Regione è una Regione mal governata, è una Regione da abbattere per l’indirizzo politico che ha avuto. Beh, qualche motivo dai numeri bisogna ricavarlo, al di là delle legittime opinioni di chi pensa che Roberto Formigoni, CL, eccetera, sia una banda di malfattori che fanno affari tradendo il Vangelo. Sapete che questo pregiudizio c’è sempre stato, oggi è più che mai terreno fertile. Allora, andiamo a guardare un po’ di numeri sull’economia pubblica della Lombardia. Partiamo dagli addetti, dai dipendenti, tanto per essere subito con la mente accorta alle cose che giustamente la gente dovrebbe abituarsi a capire che sono quelle che costano. Se andiamo a fare la media di addetti, sommando Regione e sistema sanitario regionale per 10.000 abitanti, la Regione Lombardia ne ha 109 unità per 10.000 abitanti. La media italiana è di 135. Se guardiamo al sistema pubblico lombardo, sommando Comuni e Province, arriviamo, per 10.000 abitanti, a 180 dipendenti pubblici, la media italiana è 204.
Come si fa la spesa per investimenti, in Lombardia? Ecco, tra tutte le Regioni italiane, gli investimenti pubblici vedono Regione Lombardia capace di dare ai Comuni, cioè al livello più basso – anche questa è sussidiarietà – la percentuale più elevata di investimenti pubblici rispetto al totale della media delle Regioni italiane. Cioè, il totale degli investimenti pubblici passa, in Lombardia, al 20,3% per la Regione e al 62,4 ai Comuni. La media italiana è 26,3% rispetto al 20% della Lombardia alle Regioni, ai Comuni il 55%.
Ma andiamo al cuore delle polemiche, delle indagini e dello scontro politico, per giudicare se la Lombardia regga il confronto e magari sia una punta avanzata oppure no: è la sanità, lo sapete meglio di me. Allora, qui non si tratta di opinioni, le opinioni possono essere liberissime e lo sono, grazie al cielo. Ma i numeri dicono alcune verità incontrovertibili. Ve ne propongo solo alcuni. Allora, questa è la Regione che è al vertice, la Lombardia, della capacità di attrazione di flussi migratori sanitari dal resto del Paese. Perché, nel resto d’Italia, gli italiani non hanno ancora un sistema moderno di orientamento per specializzazioni ed efficacia delle terapie e degli interventi: di questo ci sarebbe bisogno in un Paese avanzato. Se io sono in provincia di Enna e ho una patologia, per me o per mio figlio, devo riuscire ad avere, con un computer pubblico, il track record di tutte le specialità che mi offrono una terapia, a sapere qual è la percentuale di sopravvivenza per tutto ciò che c’è di pubblico in Italia: questo, il sistema sanitario italiano non lo offre. Ma gli italiani, che si fidano del loro naso e del passaparola, vengono in Lombardia, più che in tutto il resto delle altre Regioni che hanno la migliore sanità: eppure la Lombardia è quella in cui il costo della sanità, rispetto al PIL regionale, è più basso, 5,4%. Per capirci, il Veneto, che è la Regione che per costo ed efficienza viene nella graduatoria elevata subito dopo la Lombardia, sta già oltre il 6%. Contenimento di spesa, qualità dell’offerta testimoniata dal fatto che gli italiani vengono ad usufruire del sistema sanitario e ospedaliero di questa Regione. La Lombardia è l’unica Regione italiana che da undici anni – undici anni! – copre i costi del sistema sanitario con i ricavi. Undici anni. E qui ho l’obbligo anche di dirvi di stare attenti, non per gli sprechi economici ma per l’evoluzione della curva demografica, perché bisognerà mettere mano ad alcuni correttivi, perché altrimenti l’avanzo rischia di sparire, ma per la curva demografica, perché l’Italia – che è vero che ha il grande problema del debito pubblico, ma la vera spada che ha sulla testa è questa curva demografica da Paese incapace di svilupparsi, perché lo Stato impedisce alle famiglie di fare figli. Questa è l’amara verità. E il centrodestra non ha fatto niente per questo, niente!
Dicevo, che se andiamo a vedere alcune delle caratteristiche che rendono il nostro fondo sanitario nazionale, ancora purtroppo in deficit strutturale – per questo bisogna intervenire due volte l’anno, con il litigio e lo scontro, tra i Governi che frenano e le Regioni che dicono: ma che cavolo state facendo – dipende, per una voce molto importante, da come è strutturata l’offerta ospedaliera nel nostro Paese. Allora, andiamo anche qui a vedere le cifre della Banca d’Italia sull’offerta ospedaliera in Lombardia e nella media delle Regioni italiane. Allora, qui il numero di strutture ospedaliere di ricovero, pubbliche e private accreditate – insieme compongono, e ci arriverò, il sistema dell’offerta pubblica ospedaliera lombarda – per milioni di abitanti, è 13,8 in Lombardia. Cioè, per ogni milione di lombardi, ci sono 13,8 strutture di ricovero, pubbliche e private accreditate. La media italiana, rispetto al 13,8, è di 19,5. Una delle ragioni, lo leggete, per cui il deficit sanitario nazionale è causato, è la frammentazione dei piccoli ospedali, perché coi piccoli ospedali si fa clientela e consenso politico. Non sono specializzati, c’è una bassa qualità dell’offerta per le patologie gravi, eppure il loro numero si è moltiplicato nei decenni. Andiamo anche qui a vedere Lombardia e altre Regioni. La quota percentuale di strutture di ricovero, pubbliche e private accreditate, in Lombardia, con meno di 200 posti letto, é il 17,5% del totale dell’offerta regionale lombarda; a livello nazionale, é il 29,1%: 29,1% di ospedali in Italia sotto i 200 posti letto. Se andiamo vedere per grandezza dei Comuni, la quota percentuale di Comuni lombardi che hanno almeno una struttura ospedaliera, è del 4,6%. In Italia, è quasi doppio, il 7,8%. Con i Comuni sopra i 5.000 abitanti, in Lombardia, ad avere almeno una struttura ospedaliera è il 12,7%. In Italia è il 24%.
Io non vi voglio annoiare oltre perché i minuti stanno passando. Queste sono solo alcune delle cifre della sanità, ma io vado al cuore del problema, modestamente, lo dico da osservatore, non solo depositario di alcuna verità. Qual è la caratteristica di fondo, in realtà, del sistema sanitario ospedaliero lombardo, rispetto a tutte le altre Regioni italiane, chi più chi meno? E’ quello di essere un sistema in cui la politica ha scelto di realizzare la più alta quota di concorrenza tra pubblico e privato accreditato, insieme contemperandole come parte integrate dell’offerta pubblica, rispetto a tutte le altre Regioni italiane. E per fare questo, in un sistema italiano in cui da sempre è la sanità pubblica che dice “tagliamo i privati, non voglio i privati, è lì che ci sono gli interessi”, per fare questo, rispetto a tutte le altre Regioni, ha dovuto elaborare – e questo lo dico dopo averci studiato parecchio, magari alcuni colleghi della stampa non ci credono -, ha dovuto elaborare criteri ex ante per l’allocazione delle risorse e verifiche ex post, per gli standard offerti dai privati accreditati come dal pubblico, che sono i più elaborati in Italia. Voi potete non crederci. Ma questa, per esempio è la ragione per cui in altre Regioni italiane, purtroppo le cronache giudiziarie ci hanno offerto dolorosi esempi in cui l’offerta privata accreditata, classicamente nell’esempio dei cronicari o degli istituti di degenza e trattamento per gli anziani, hanno proposto scandali perché lì, rispetto alla quota a cui hai diritto come privato accreditato, davi un trattamento di molto inferiore, trattando gli anziani come bestie. In altre Regioni, perché i criteri di controllo ex ante ed ex post sono molto meno specificamente evoluti nel tempo in maniera da essere chiari e perspicui. Quando, alcune settimane dopo l’inizio della bufera giudiziaria il Corriere della Sera, che poi si è corretto, esibì come una delle prove del fatto che il sistema sanitario lombardo, all’ordine del Presidente, era enormemente discrezionale nell’attribuzione delle risorse, tirò fuori un fondo, la cui dotazione finanziaria è di poco sopra il miliardo, un miliardo e 100, dicendo: ecco, questo è un fondo discrezionale, quali criteri ex ante e verifiche ex post? Peccato che un’analisi un po’ attenta delle carte e dei numeri, che è stata fatta e poi anche i colleghi del Corriere ne hanno dato conto, anche se non lo stesso rilievo ma questa è una regola del giornalismo, avrebbe portato alla rapidissima conclusione che di quel miliardo e 100, quasi 900 milioni andavano alla parte pubblica, non al privato accreditato. E che era per ragioni di difesa della parte pubblica, che pure era al di sotto degli standard, che quei 900 milioni venivano riconosciuti e attribuiti. Questi che vi ho detto fino a questo momento sono numeri inequivoci, ma vado alla conclusione.
Qui c’è un bilancio dei 18 anni e io sono convinto che la polemica e le indagini – io sulle indagini non dico nulla, perché l’esperienza di diciotto anni con Berlusconi mi ha insegnato che farsi vittime e parlare di complotti significa regalare punti agli avversari, e questo è il consiglio che io do a Roberto da sempre. Berlusconi, da questo punto di vista, è un esempio da non seguire e non c’è niente che accomuni i fatti e i numeri concreti di cui parla la realtà lombarda, nei rapporti di Banca d’Italia, con la delusione delle mancate promesse delle campagne elettorali del centrodestra. Ma due punti politici, visto che c’è un bilancio politico da fare, vi devono interrogare. Io mi auguro che interroghino Roberto Formigoni, io mi auguro che interroghino i Parlamentari vicino al movimento. Mi auguro che interroghino, e sono sicuro, milioni di elettori delusi del centrodestra.
Primo punto è un numero non di Banca d’Italia, ve lo dico in anticipo, ma elaborato dal mio amico Luca Ricolfi, viene dal Sacco del nord, un libro che mi auguro molti di voi abbiate già letto, e che comunque vi invito a leggere, perché è un vero manuale di strumenti per tentare di darsi una indirizzata politica, per non regalare il Paese nelle mani di demagogie di cui non abbiamo bisogno, ma che prenderanno un mucchio di voti. Allora, se andiamo a vedere qual è la percentuale della spesa pubblica centrale e locale, sul PIL lombardo siamo al 40 per cento. Se andiamo a vedere le altre Regioni, persino il Piemonte è al 48 per cento, la Basilicata 71, la Campania al 73, la Sicilia al 76, la Calabria al 78%. Se facciamo la somma di tutto quello che in imposte danno i lombardi – e questo fa molto arrabbiare gli amici del Sud, lo capisco – e della spesa pubblica pro capite che ricevono, i lombardi, ogni anno, hanno 4.600 euro che danno allo Stato e che non vedono tornare. Sono esattamente 4.600 euro che in Calabria invece ritornano in più. Sto concludendo per dire che la mia opinione è questa, in sintesi. Roberto vedrà, rispetto ai magistrati alla Procura, ma i numeri della Lombardia, perché non vengano travolti da chi vuole ancora più Stato, ancora meno sussidiarietà, ancora meno privato efficiente, più tasse patrimoniali, e credo che ci siano, purtroppo, sia a destra che a sinistra, hanno bisogno di una svolta politica, hanno bisogno di ragionare sulla questione del Nord che è aperta e che è ancora più sanguinosamente aperta di vent’anni fa, quando lo ha posto la Lega, rispetto al bilancio deficitario che hanno avuto gli amici della Lega.
Conclusione: c’è una morale di chi guarda al cielo quando è forte della fede e c’è una morale che riguarda la coerenza su questa terra, per chi ragiona come me. Perché questi diciotto anni non vi si sgranino tra le mani, con un’Europa commissariata e con l’idea di dire agli italiani che se votano le politiche è inutile, perché si devono tenere Monti che ha fatto anche lui più spesa, più tasse ed è aumentato anche il debito pubblico di 100 miliardi da che è in carica, io dico che questa svolta va costruita proprio da questa vicenda che colpisce la Lombardia e il suo Presidente. Posso solo dirvi: pensateci e, se serve, io vi do una mano.

LODOVICO FESTA:
Adesso la parola a Pierluigi Magnaschi. Scusate, ma i tempi sono molto stretti. Oscar si è preso qualche minuto in più e i tempi sono sempre più stretti. La parola a Pierluigi Magnaschi.

PIERLUIGI MAGNASCHI:
Grazie. Proseguo nell’analisi dell’esperienza lombarda, dopo i numerosi dati incontrovertibili forniti da Oscar Giannino nel suo intervento. Io vorrei fare qualche osservazione su questo fatto, sottolineando in particolare che la Lombardia ha trovato delle soluzioni innovative, vantaggiose per la gente, soluzioni che funzionano e che quindi sono imitabili dalle altre Regioni italiane, per il conseguimento del benessere del Paese. Questo è un modello che dà fastidio proprio perché funziona, perché se non avesse funzionato non darebbe fastidio, è basato sul culto della libertà, è basato sulla sussidiarietà, che comunque è insufficiente anche se resta significativa, e sul convincimento che lo Stato va bene, ma se lo Stato è magro e lo statalismo è sicuramente una patologia. E soprattutto, la Lombardia di questi ultimi anni, ma anche di questi ultimi secoli – poi parlerò della bellissima mostra sul Duomo di Milano che è stata organizzata in questo Meeting, invito chi non l’ha vista ad andarla a vedere, seguendo particolarmente le spiegazioni che le guide fanno in maniera molto efficace -, la Lombardia di questi anni è ottimista, cioè l’opposto del nichilismo che una certa cultura cerca di imporre al resto del Paese. Questa esperienza non è basata su dei difficili algoritmi matematici di tipo finanziario, ma è basata su delle cose che sentono le persone, che sanno che le soluzioni si trovano sempre, che si può fare, che si deve fare, a vantaggio nostro, a vantaggio della nostra gente. Però, in questa Regione, si pubblicano anche cose del genere: potrebbe sembrarvi una citazione impropria in una situazione economica e politica come quella che stiamo affrontando, ma credo che non si possa parlare di politica senza rifarsi a dei valori, ancorché da me non condivisi, di tipo culturale. Vi cito un fatto molto semplice, cioè una grande rivista femminile, in vendita veicolata da un grande giornale, ha dedicato recentemente un’inchiesta di proporzioni colossali, esattamente 24 pagine, alle esperienze di povere donne, sottolineo povere donne, e non ho nulla nei loro confronti ma accerto la loro dimensione di povertà, che hanno scelto su un catalogo non il partner ma addirittura solo il seme del partner. E una signora, in particolare, diceva che il seme del partner da lei scelto apparteneva a una persona che opera nella City: volevo ben vedere, insomma, che operasse in agricoltura o nel commercio o nell’industria. Chi opera nella City ha gli occhi celesti ed è così ben disposto rispetto alla futura prole che quando questa avrà 18 anni – dico affermazioni testuali, non invento niente, il giornale è pubblicato -, quando il figlio o la figlia avrà 18 anni, si dice disposto a farsi conoscere. Ecco, la banalità di questa dimensione soppressiva dell’io, del proprio esistere, del proprio vivere, mi sembra una dimensione culturale che tenta di diventare di massa ma che non ce la fa. Tant’è che questo settimanale per essere venduto dev’essere veicolato da un quotidiano a costo zero. Però è contro questi valori che la Regione Lombardia porta non l’esperienza di Formigoni, sarebbe riduttivo, porta l’esperienza dei suoi secoli, di cui Formigoni rappresenta gli ultimi diciassette anni.
Ecco allora che ritorniamo alla dimensione che ci esplicita molto chiaramente la mostra sul Duomo di Milano, una grande basilica gotica che arriva in ritardo di almeno cento anni rispetto al gotico delle altre capitali del centro e Nord Europa, che però è un gotico completamente diverso. Perché è una cattedrale che non mira al cielo ma che cerca di portare verso il cielo una umanità complessa e numerosa, anche gli animali di questa umanità. Perché questo Duomo è espressione di una realtà che supera Milano e la Lombardia, che è del Nord Italia, che è dell’Italia intera, che vede nell’uomo il protagonista delle grandi realizzazioni. Ecco perché l’esempio lombardo è un esempio importante per il resto del Paese, e può costituire una risposta per lo sviluppo del Paese, anche in queste situazioni difficili. Quando si dicono queste cose, spesso e probabilmente il Presidente Formigoni ne avrà avuto coscienza, sembra di dire: i lombardi sono i primi della classe. E quindi il loro messaggio può essere frainteso. Io non sono lombardo, tanto per cominciare, ho lavorato, lavoro in un’impresa che ha 400 dipendenti, che è di Milano, nessuno dei quali ha padre e madre nati a Milano. Quindi, Milano e la Lombardia sono l’Italia e, a giudicare dal 20% di extracomunitari che oggi risiedono nella nostra città, Milano stessa è una parte del mondo. Quindi, se fa delle cose buone, non sono i baùscia milanesi che le hanno fatte, ma tutto il Paese, tutta l’Italia che le hanno fatte. Perché la Lombardia è una Regione che assorbe, che accoglie, che valorizza, che fa proprio: il passo successivo é che esporta la sua esperienza. L’efficienza lombarda dà molto fastidio ai parolai inconcludenti, ai pessimisti compulsivi, ai frenatori appassionati. Quindi, questa esperienza non va spenta, va pubblicizzata, va resa nota, va diffusa, va – se il termine non dà fastidio, a me non dà fastidio – esportata nel Paese.
Naturalmente, c’è in questo Paese chi non la pensa così: sono molti, sono molto efficaci, sono molto attivi, spesso, non avendo niente da fare, durante tutta la giornata, grazie allo statalismo che li mantiene, possono dedicarsi anima e corpo a questa loro attività. Diciamo che questa diffusione da me annunciata come una positiva esternalizzazione di un’esperienza riuscita viene vista come un nefasto contagio. Si preferisce gridare, dando la colpa agli altri perché si teme che, se in qualche parte del Paese, le cose funzionano, questa parte del Paese va impedita, va cancellata perché non si veda e non si sappia che il sottosviluppo è contrastabile, e che non si sappia anche che lo sviluppo non è il risultato dello statalismo o degli algoritmi finanziari ma semmai del suo esatto contrario. Lo sviluppo nasce dalla buona volontà della gente: lasciamola esprimere. Grazie

LODOVICO FESTA:
Scusate, abbiamo 25 minuti, siamo un po’ di corsa. Io cercherò di essere più rapido possibile. Credo che, per capire e difendere la Regione Lombardia e il suo Presidente Formigoni, bisogna forse non dedicarsi soltanto alle questioni economiche e di efficienza, ma cercare di dare un’occhiatina a che cosa è il potere italiano, a che cosa è la storia italiana, e a come si può uscire da una certa storia. Faccio un esempio molto semplice. Le scorse settimane, ho dato un’occhiata su un giornale e alla dodicesima pagina ho visto che gli edifici di Città Lombardia, costruiti sotto la Giunta Formigoni, era stato dato un premio per il Migliore Edificio Europeo. Questa notizia, che in qualunque nazione civile sarebbe stata commentata in prima pagina, avrebbe appassionato elettori, sarebbe diventato un elemento di riflessione e dibattito, era liquidata in tredicesima pagina senza essere ripresa, commentata, e senza nessuna valutazione della scelta fatta dalla Regione Lombardia. Quindi, sarà che non si deve parlare di complotti, però c’è una cosa che si muove contro la Lombardia, che va vista negli occhi e va capita. Ora, i comportamenti di Bossi, di Tremonti e di Berlusconi, in molti casi sono assai più deplorevoli di quelli di Formigoni, però il loro trattamento, la decisione su come si è decapitata tutta la politica lombarda, in modo sistematico, da parte del complesso mediatico-giudiziario, si comprende paragonandola ai casi Penati-Bersani, ai casi Lusi, Partito Democratico, ai casi di Fini e persino al caso Bisignani. Noi abbiamo contro la Lombardia – non possiamo chiamarlo complotto – una tendenza, una iniziativa che vede complice un pezzo delle classi dirigenti lombarde e soprattutto dei suoi grandi quotidiani. Non è una cosa nuova, già nel ’500 isolare la Lombardia fu un modo per sistemare le cose italiane, portò alla rovina la Lombardia, portò alla sottomissione dell’Italia a Carlo V. E in questo, anche persone che nella persecuzione di certi lombardi hanno trovato degli spazi, come Corrado Passera, oggi che si trovano in prima pagina sul Fatto incominciano a capire anche loro cosa significa essere lombardi ed essere colpiti per questa cosa. Noi, quindi, senza complotti, senza vittimismo, eccetera, dobbiamo avere un’idea ben precisa di che cosa succede in questo Paese, di come ci si deve difendere. E’ una cosa su cui dobbiamo ragionare, come lombardi, come napoletani, come emiliani, perché l’Italia va avanti se certe cose vengono superate. Stupisce, in questo senso, una certa aggressione alla Regione Lombardia fatta con una rozzezza che non riesco a capire. Una persona di una certa intelligenza, di qualità, che non è stato neanche un mediocre Presidente della Regione Lombardia come Bruno Tabacci, dice: “per forza, Formigoni ha successo con la sua sanità, perché ha dietro la tradizione di Borromeo”. Però, dov’era la tradizione di Borromeo negli anni Ottanta, nella metà dei primi anni ’90, quando c’erano le code, quando gli ospedali erano in deficit, quando la corruzione reggeva gli ospedali lombardi! C’era una persona che stimo molto meno di Bruno Tabacci, come Marco Vitale, che dice: ‘sì, sono efficienti, ma sono nelle mani di una setta come CL”. È questa la sua analisi della sanità lombarda. E’ un tipico esempio di profonda miopia intellettuale. La riforma della sanità lombarda non è solo una cosa ciellina. Due miei vecchi amici scomparsi, che vengono dalla tradizione comunista come Piero Micozzi e Umberto Fassone, hanno avuto un grande ruolo nel costruire questa cosa, proprio partendo dalle loro esperienze e rivedendo le esperienze che avevano fatto nel Partito Comunista. Però, io credo, da non ciellino, che senza questa forza cattolica capace di stare nella società, di battersi nella società, di far vivere il volontariato, di far vivere le esperienze reali, non sarebbe stato possibile. Con quel cattolicesimo statalista tipico del dossettismo anche lombardo, questo non è stato possibile e ha portato la Regione Lombardia a dei gravi deficit. Questa, secondo me, è una lezione che dobbiamo avere ben presente. Avendo rubato pochi minuti, posso dare la parola al Presidente Formigoni.

ROBERTO FORMIGONI:
Grazie Lodovico, grazie Pierluigi, grazie Oscar, perché avete delineato magistralmente alcuni dei risultati che abbiamo ottenuto in questi anni in Regione Lombardia, di cui mi vanto senza arrossire, soltanto perché so che è un’opera collettiva. La Lombardia non è l’esperienza di un uomo solo al comando. Il buongoverno della Lombardia è veramente frutto di tutti coloro che in questi anni hanno governato, come sia sul piano politico che sul piano dei dirigenti, dei quadri, dei dipendenti di Regione Lombardia a cui voglio rendere omaggio, perché da anni si stanno coinvolgendo in maniera pesantissima. Però, qualche brevissimo contrappunto alle cose che hanno detto, tanto per segnalare la situazione sorprendente nella quale ci siamo trovati immersi. Regione Lombardia è la Regione nella quale la sanità è il luogo della perversione, della corruzione senza fondo. Poi viene fuori la relazione annuale del Parlamento Italiano, non dell’Ufficio delle Regioni, che stila i bilanci della Sanità e che, come ricordava Oscar, per l’undicesimo anno consecutivo dice che i bilanci della Lombardia sono in assoluto pareggio, dice che la customer satisfaction testimonia una grande soddisfazione dei cittadini, dice che siamo la Regione che ospita più malati che provengono da altre regioni. Allora, dovete spiegarmi perché ho dovuto sudare sette camicie per cercare di far passare un messaggio che non volevano accettare e che continuano a rifiutare. Noi abbiamo in Italia Regioni che hanno disastri, dal punto di vista dei bilanci, deficit miliardari nella sanità, che danno ai loro cittadini servizi insoddisfacenti. E abbiamo la Lombardia che dà servizi perfetti ed è in pareggio di bilancio. Però la Lombardia è corrotta e gli altri sono corretti: come fate a dimostrare questa assurdità? Così, 15 giorni dopo viene il responso dell’Organo di Controllo sui Governi di tutti i livelli d’Italia, il più autorevole, la Corte dei Conti, quella che annualmente bastona come ha bastonato, in questi ultimi vent’anni, regolarmente, tutti i Governi di centrodestra, di centrosinistra e tecnici. La Corte dei conti esamina l’operato di Regione Lombardia e dice: positivi i bilanci e gli investimenti, positiva la sanità, positive le politiche del lavoro, positiva la lotta all’evasione fiscale. Amici, i gruppi regionali del Pdl e della Lega nord hanno dovuto comprare quattro pagine pubblicitarie sui principali quotidiani italiani che non avevano pubblicato la notizia della validazione della Corte dei conti sui risultati di Lombardia! Questa è la stampa indipendente, questa è la stampa che presume di essere indipendente. Insomma, puntavano su una mia rapida caduta, avevano pronosticato che tra maggio e giugno Formigoni avrebbe dovuto dimettersi. Le cose non sono andate così. Negli ambienti giornalistici, è cominciata a circolare a mezza bocca l’ammissione che probabilmente la battaglia era perduta, la battaglia mediatica, certamente perduta. Qualche giornale è stato costretto a virare, anche perché una parte consistente dei lettori di qualche giornale ha fatto sentire il suo dissenso: non tutti leggono Repubblica, Il Fatto Quotidiano, c’è qualcuno che legge anche altri giornali. E allora, per il timore di perdere lettori, qualche giornale è stato costretto a virare. Ma come mai è successo tutto questo? Vado rapidissimo, per il tempo. Ho ascoltato, riletto le analisi, in questi giorni, di un uomo come Luciano Violante che vent’anni fa diceva cose opposte a quelle che dice adesso, ma è un bene che un uomo politico, carico di responsabilità come Luciano Violante, abbia riflettuto in questi vent’anni e sia arrivato alle conclusioni che ha espresso qui al Meeting, che ha espresso nelle recenti interviste, per esempio sulla Stampa, per esempio sul Corriere della Sera. L’analisi di Violante, io la condivido. Lui ha definito che siamo in presenza di un populismo giuridico che utilizza e scatena una parte della magistratura a fini di distruzione dell’intero sistema politico italiano. E fa anche i nomi e cognomi di questo populismo giuridico. Chiama in causa l’Italia dei valori, Grillo, Il Fatto. Io sono un po’ più severo di lui: invece di chiamarlo soltanto populismo giuridico, proporrei di chiamarlo perlomeno estremismo giuridico, se non terrorismo giuridico. E unirei all’Idv Il Fatto, e a Grillo La Repubblica. Questi quattro fattori sono il braccio armato di una fazione dei poteri italiani che mira al dissolvimento dello Stato. Sono arrivati ad attaccare e a mettere sotto accusa, in maniera vergognosa, anche il Presidente della Repubblica, questo Presidente della Repubblica, e il Presidente del Consiglio. Il Fatto, Repubblica, l’Idv, Grillo vogliono abbattere ogni esperienza di democrazia all’interno dell’Italia, per far prevalere gruppi di potere, armate finanziarie, gruppi mediatici. Ecco perché fare politica oggi è diventato ancora più importante e necessario: per difendere in Italia il diritto ad una politica fondata sulla democrazia, il diritto al dissenso, il diritto di differenziarsi dal pensiero unico. È questo il motivo per cui continuerò a fare politica.

OSCAR GIANNINO:
Mi prendo solo un minuto per dire tre cose. Primo, e mi rivolgo a Roberto: è il momento di aprirsi e non solo di difendersi, altrimenti milioni di elettori traditi e delusi dal centrodestra se ne vanno, a prescindere. Bisogna intrecciare parte della società italiana, delusa tanto dal centrodestra che dal centrosinistra che dal centro e dal Governo tecnico: questo è il mio primo consiglio. Secondo consiglio: io ti capisco. Ma temo che domani scoprirai che i giornali che hai attaccato ti attaccheranno ancora di più. Allora, un consiglio mediatico: questi diciotto anni ci hanno insegnato che il tribalismo va fatto cessare, perché ci sono milioni di italiani che allo scontro dei giornali di questo tipo, che perseguono linee politiche, non sono interessati. Oggi hanno paura per il loro reddito che è tornato quelli di vent’anni fa, per il patrimonio intaccato, per il lavoro che non c’è e per le imprese che chiudono. Pensate a loro. Terzo consiglio e ho finito: chi non fa del centro un luogo della geografia politica, perché quella non m’interessa, ma fa proposte chiare su cui ricondurre a priorità programmatiche l’onore e la dignità di un Paese che si rimette in piedi – non perché qualcuno ci costringe a farlo -, e su questo dice: “Mi alleo solo con chi ci sta”; questo è il miglior augurio che faccio a Roberto per il suo futuro e a tutti voi.

PIERLUIGI MAGNASCHI:
Poche parole per concludere un dibattito che mi è sembrato molto vivo e vitale, che si basa su un convincimento profondo e cioè che il nichilismo non è la sola soluzione possibile. Secondo: la democrazia, anche etimologicamente, non significa governo di pochi ma governo di tutti. Credo che una società che valga la pena di essere vissuta è una società che si basa sul personalismo, cioè sul rispetto della soggettività delle persone e, conseguentemente, anche sulla sussidiarietà, per dare spazio a queste persone che hanno voglia di impegnarsi. Quindi, è una società dove il volontariato ha un significato, una società composta di persone che danno, perché sanno che, se danno, otterranno. Grazie.

LODOVICO FESTA:
Scusatemi se nelle conclusioni mi commuoverò un pochettino. C’è un amico a cui vorrei dedicare un saluto. Un amico con cui, quando vado a trovare quei matti di Tempi, scambiavo spesso delle chiacchierate e aveva sempre delle idee intelligenti. E’ Antonio Simone. Oggi è in galera per un’ignobile trucco su nessuna motivazione di una sentenza. Io credo che talvolta noi siamo un po’ timidi nel difendere gli amici, perché abbiamo paura di fargli del male, di aggravare la loro condizione. Ci sono dei casi, però, in cui il J’accuse di Emile Zola contro la persecuzione di Dreyfus deve essere anche la nostra bandiera. Non si può lasciare soli quelli che sono sottoposti a delle persecuzioni che vanno oltre le leggi dello Stato, che colpiscono persone perbene che si sono impegnate nella vita civile. Forse, cari amici ciellini, dovreste essere un po’ meno timidi anche voi. Un’ultimissima considerazione, una battuta perché sono particolarmente infastidito dalla campagna della Repubblica contro Formigoni, che ogni giorno dice: “Perché Formigoni non ci dice il suo conto, le spese nei Caraibi?”. Io vorrei chiedere a Ezio Mauro se ha mai studiato i bilanci della società proprietaria del suo giornale – La Repubblica -, se si sia mai accorto che il Gruppo Cir è proprietario della Kos, una società che si occupa di salute pubblica, che ha ospedali, che ha residenze per anziani, che ha strutture di riabilitazione convenzionate con la Regione Lombardia, con la Regione Emilia, eccetera. Se si è informato sulle difficoltà di questa struttura che due anni fa si voleva quotare in Borsa e invece ha dovuto vendere il 49% – mi sembra – ad AXA e che tuttora in difficoltà. E quindi, do un caro suggerimento ad Ezio Mauro: insieme alla domanda a Formigoni, faccia anche una domanda all’ingegner De Benedetti, su un qualche interesse materiale della società proprietaria de La Repubblica nella campagna contro il Presidente di Regione Lombardia.

ROBERTO FORMIGONI:
Tocca a me chiudere, chiudo con un ultimo dato e poi con un’ultima riflessione. L’ultimo dato è che, appunto, la Regione Lombardia è stata messa sotto accusa per una presunta gestione scorretta della sanità. Vi ho detto prima, vi hanno detto prima gli amici, i numeri oggettivi che parlano di un’eccellenza assoluta ottenuta a prezzi contenuti. L’obiezione ulteriore è sempre stata: “Mah, in Regione Lombardia c’è troppa sanità privata, c’è troppo privilegio alla sanità privata”. Regione Lombardia non è affatto, come hanno tentato di far credere e continuano a tentare di far credere, la Regione in cui c’è più sanità privata d’Italia. La Regione Lombardia è al settimo posto per presenza di sanità privata, ci sono sei altre Regioni – soprattutto amministrate dal centrosinistra – che hanno una quota superiore di sanità privata rispetto a Regione Lombardia. Il secondo dato è ancora più interessante: le aziende o le imprese che fanno sanità privata in Regione Lombardia, a fine anno, hanno dei profitti che variano tra il 5, il 7, l’8% dello stanziato nel corso dell’anno. Ci sono altre Regioni, amministrate dal centrosinistra, in cui i profitti di queste aziende che fanno sanità privata arrivano al 25, al 30%. Forse si vuol buttare per aria Regione Lombardia perché a qualcuno interessa che il mercato sanitario lombardo diventi un far west in cui i conquistatori possano fare extra guadagni a nostre spese, a spese dei cittadini?
Permettetemi qualche minuto ancora. Al termine del mio precedente intervento, ho detto: questo è il motivo per cui, a Dio piacendo, continuerò a fare politica, perché le vicende di questi mesi mi hanno costretto, mi hanno spinto a tornare a riflettere sulle ragioni del mio fare politica e su come, perché e se sia ancora possibile fare politica, al giorno d’oggi. Dico subito di sì, anzi, il mio augurio è che ci siano tante nuove persone, tanti giovani, soprattutto, che decidono di abbracciare questo impegno. Dico subito a questi giovani: fare politica oggi è uno degli impegni più pericolosi d’Italia. Bisogna essere disposti a farlo con animo libero e guardando realmente a qualcosa di più importante. Se io torno a guardare alle origini del mio fare politica, devo dire con tutta umiltà, ma anche con la consapevolezza, che sono tutte nella storia della mia appartenenza al Movimento. Chi mi conosceva quarant’anni fa, lo sa, io non volevo fare politica. Ho resistito nel 1983 a non candidarmi di fronte ai ponti d’oro che mi faceva la Democrazia Cristiana di De Mita. Nell’84 mi sono candidato alle elezioni europee, perché letteralmente spinto da tanti amici del Movimento, consenziente don Giussani, che mi dicevano che valeva la pena di buttarsi in quell’avventura. Vi dico soltanto che quando sono andato a firmare la citazione di candidatura, ho avuto un conato di repulsione. Nel 1987 non volevo candidarmi alle politiche perché mi bruciava lasciare il Movimento Popolare, un’esperienza nella quale mi sono impegnato ed esaltato in maniera straordinaria. Nel 1995, quando mi è stato chiesto di candidarmi alla presidenza della Lombardia, ovviamente, ne ho parlato ai miei amici e soprattutto al mio grande amico dentro il Movimento. Mi ricordo che il mio grande amico ha convocato uno, due, tre, quattro raduni, in cui discutere se era opportuno, se era positivo candidarsi in questa esperienza. Alla fine, l’ho fatto perché il giudizio comune era quello. Voglio dire, amici, se ripenso alla mia esperienza di questi trent’anni, io vedo e capisco che bisogna tentare di continuare a fare politica, aldilà dei nostri limiti, aldilà dei nostri errori, perché vale la pena che ci sia qualcuno che continui a impegnarsi per difendere quello che abbiamo costruito, quello che il popolo cristiano ha costruito, quello che il popolo degli uomini ha costruito. Questo, io credo, voleva dire don Giussani ad Assago nel 1987, quando invitava la politica a difendere e a promuovere le opere degli uomini, le opere di tutti gli uomini, non le opere della Compagnia delle Opere, la costruzione che ogni uomo fa, la libertà di educazione che le famiglie vogliono avere per determinare il futuro dei loro figli. Questo è il senso per cui invito dei giovani nuovi a fare un passo avanti, a fare politica. Questa è la ragione per cui fare politica: e da questo si capisce che l’orizzonte della politica non può che essere tutto il mondo, tutta l’umanità, il bene di tutti.
Insomma, non crediate a chi vi dice che tutto è marcio: abbiamo bisogno di gente che creda in questo ideale. La politica parte dalla persona e ha un rischio personale, sei tu che ti giochi, la politica parte dalla squadra che inevitabilmente tendi a costruire con chi ti è vicino. E allora, dico che con questo metodo possiamo far venir fuori alcune realizzazioni, alcuni fatti di cui abbiamo sentito parlare anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri che è venuto qui a dire che bisognerebbe dare più spazio al lavoro dei giovani e più spazio alla famiglia. Con tutta umiltà, io mi sento di dire a Monti, a Passera, agli altri Ministri, che alcune delle cose che loro auspicano, noi, in Regione Lombardia, le abbiamo fatte. La Lombardia non è perfetta, per carità, ma continua a volere il bene dell’uomo e a battersi per questo. Grazie a tutti voi. Se mi date ancora un istante, voglio dirvi che tutte queste cose sono state anche raccontate in alcuni libri. Io stesso ne ho scritto uno, Roberto Formigoni. Il buongoverno. Il mio amico Lodovico Festa ne ha scritto un altro che parla degli ultimi vent’anni dalla politica in Italia, Pierluigi Magnaschi lo potete leggere tutti i giorni sul giornale di cui è direttore, Oscar Giannino scrive praticamente dappertutto, quindi trovate le sue rubriche su tutti i settimanali. Ringrazio anche chi ci ha seguito da lontano attraverso i vari siti che sono collegati. Dico che mi erano state fatte pervenire delle domande specifiche, per esempio sulla Dote Scuola, sulla Dote Apprendistato, su tutta una serie di politiche di Regione Lombardia. Da domani, troverete sul mio sito delle schede che entrano nel dettaglio di queste risposte. Grazie, e buon Meeting a tutti voi.

Data

22 Agosto 2012

Ora

19:00

Edizione

2012

Luogo

Sala A3
Categoria
Incontri