LIBERI DI CREDERE - Meeting di Rimini
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LIBERI DI CREDERE

Thomas Georgeon, Postulatore dei martiri d’Algeria; Javier Prades Lopez, Rettore Università San Damaso di Madrid. Introduce Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Liberi di credere

Thomas Georgeon, Postulatore dei martiri d’Algeria; Javier Prades Lopez, Rettore Università San Damaso di Madrid. Introduce Stefano Alberto, Docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

STEFANO ALBERTO:

Buon pomeriggio, benvenuti a tutti. Il tema di questo incontro rappresenta idealmente l’ultimo, in termini cronologici, di una serie di incontri molto importanti che hanno scandito l’edizione di questo Meeting. Voglio ricordare, tra tutti, l’incontro tra il professor Olivier Roy e il segretario generale della Lega musulmana Al-Issa in cui, soprattutto nelle conclusioni, è stata riaffermata da parte di entrambi, con forza, la decisività della libertà di credere, della libertà religiosa. Oggi approfondiremo con l’aiuto dei nostri relatori innanzitutto i contenuti di un documento pubblicato alla fine di aprile di quest’anno, un documento della Commissione teologica internazionale, quindi non un documento del magistero ordinario ma un contributo per un approfondimento su un tema così decisivo, così centrale per la convivenza tra i popoli e tra le persone quale quello della libertà religiosa, a più di cinquant’anni di distanza da quel fondamentale documento, questo sì del magistero, del Concilio vaticano II, la Dignitatis humanae. Il titolo di questo documento che ha richiesto cinque anni di lavoro, dal 2014 al 2018, di una sottocommissione della Commissione teologica, è già di per sé sufficientemente eloquente: “La libertà religiosa per il bene di tutti”. Ci aiuterà in questo percorso il professor Javier Prades, noto a molti di voi perché non è la prima volta che viene al Meeting. É professore di Teologia fondamentale e dogmatica, nonché rettore dell’università San Damaso di Madrid e membro della Commissione teologica internazionale e presidente della sottocommissione che ha steso il documento approvato poi dalla plenaria della Commissione e autorizzato ad essere pubblicato dal Santo Padre, In un secondo momento, avremo la possibilità di vedere, attraverso una realtà molto particolare che è quella di una chiesa che vive come piccola minoranza in un contesto in cui non è possibile la conversone nei termini in cui noi siamo abituati a considerarla, la chiesa di Algeria: ce ne parlerà il padre Thomas Georgeon, che è stato postulatore nella Causa di beatificazione che si è svolta, prima volta nella storia, in territorio islamico, a Orano, l’8 dicembre 2018. Il padre Georgeon è un monaco trappista; dopo gli studi in Comunicazione alla Sorbona a Parigi, lavora per cinque anni in un’agenzia fotografica. Nel ’94 entra nell’abbazia di Notre Dame della Trappe in Normandia dove diventa maestro dei novizi e successivamente priore. Nel 2009, dopo un anno come superiore, è eletto abate nella comunità dei monaci trappisti di Frattocchie, vicino a Roma, e nel 2012 viene scelto come segretario dell’abate generale dell’ordine. Nel 2013 è nominato appunto postulatore della Causa di beatificazione dei 19 martiri d’Algeria, cui ho accennato. È autore di un testo che raccoglie le storie, le vicende di questi martiri che molti di voi conoscono. Quelli che non lo conoscono, possono trovarlo in libreria: La nostra morte non ci appartiene. La storia dei 19 martiri di Algeria, scritto insieme al giornalista Christophe Henning. Ma vorrei appunto chiedere innanzitutto al professor Prades di aiutarci ad entrare nel senso profondo di questo nuovo documento, soprattutto di aiutarci a capire perché la commissione teologica ha ritenuto così importante in condizioni, in circostanze storiche molto diverse da quelle di cinquant’anni fa, da quelle in cui si è svolto il Concilio, in cui è stata promulgata la Dignitatis Humanae, di ritornare sul tema della libertà religiosa. Prego.

 

 

 

JAVIER PRADES LOPEZ:

Buonasera, buongiorno a tutti. Prima cosa, voglio ringraziare i responsabili del Meeting per l’invito a condividere con voi la comprensione del cammino delle nostre società e della vita cristiana: per me è una grande gioia essere oggi qui, ancora presente. Quello che adesso vorrei fare è proporvi in quatto punti, provo a non allungarmi troppo, una mia reazione a questo documento, quasi un invito alla lettura. Secondo me, la cosa più utile, se potete farlo e se vi interessa, è leggerlo, perché c’è molta più ricchezza di quanto non possa dire io adesso. Ma vorrei semplicemente indicare quattro punti, quattro passi che possano aiutarci ad entrare nel merito di queste questioni che sono decisive. La prima questione è la persona come rapporto ultimo con l’infinito. Se dovessimo rispondere a quali fenomeni prenderemmo in considerazione nel considerare la questione della libertà religiosa, probabilmente andremmo sulle dimensioni politiche e giuridiche del problema: persecuzioni, difficoltà legali per esprimere la religione, permesso per fare processioni o per aprire chiese, il rischio che vengano chiuse, le diverse forme di discriminazione e violenza, fino al martirio. Sono questioni reali e molto importanti nella vita concreta di tante persone e società nel mondo. Poi torneremo a parlare di esse. Ma la prima questione che vorrei presentare subito è che la radice della questione della libertà religiosa ha a che fare con la comprensione dell’umano. A ben guardare, la prima questione che veramente è in gioco, se si parla di libertà religiosa, è che cosa è l’uomo. Potremmo dirlo con Leopardi: «Ed io, che sono?», io, che sono io? Perché ci sono voci pronte a spiegare che cosa siamo noi, e se cediamo su questa impostazione umana, tutto il resto è insufficiente. Che ti diano un permesso o ti riconoscano certi diritti, sicuramente ha importanza, ma è già un livello della questione derivato. Occorre andare alla radice della questione che a mio parere, per come inizia anche il documento CTI, è dire che la libertà religiosa – come diceva Giovanni Paolo II – è in fondo la chiave per formulare una adeguata comprensione di tutti i diritti dell’uomo, e ultimamente una visione dell’umano. Pensiamo al capitolo VIII de Il senso religioso, quando don Giussani spiega il fondamento della libertà. Là propone il disegno di un cerchio: all’interno c’è un punto, quel punto è l’io. Se l’io è completamente circondato dal cerchio, da tutti i fattori antecedenti, biologici, naturali oppure sociali, politici, soffoca. E dunque don Giussani propone una x fuori dal cerchio e dice come il puntino sia in rapporto diretto con la x, che è il mistero; se non è in rapporto con l’infinito, è sottomesso al controllo di chi ha più potere. Questo è decisivo e lo si può capire come statura religiosa dell’uomo, spiegato benissimo anche nel X capitolo, quando don Giussani, dopo avere descritto lo stupore davanti al reale, più avanti dice: «L’io dipendente, io sono Tu che mi fai. Se io guardo in me, giù dove scaturisce la mia umanità, non è più da me ma un Altro». Questa è un’esperienza di ogni uomo, appartiene ad ogni uomo, ed è il primo luogo dove si deve pensare la libertà religiosa, perché oggi sarebbero in tanti a rispettare anche certi riti o espressioni religiose a patto che si svolgano a margine della vita reale. Una certa mentalità dominante oggi può accettare quasi tutto, ma non cede sulla definizione dei termini reali della vita, e in particolare dei termini reali della vita umana. Per questo, vivere la libertà religiosa e difendere la libertà religiosa vuol dire vivere e difendere una concezione dell’umano come rapporto ultimo con l’infinito. Ed è su questo che non si può venir meno. Questo lo può comprendere un uomo religioso, sicuramente lo capisce un uomo cristiano, e in questo senso, se c’è qualcuno al mondo che può capire questa cosa, siamo tanti di noi qui presenti, per l’incontro che abbiamo avuto. Nell’incontro e dunque nella vocazione cristiana io riconosco storicamente che “io sono Tu che mi fai”. Questo lo possono capire le persone che hanno un cuore semplice: se vivono un’esperienza di umanità in retta coscienza, lo possono almeno presentire. Anche la gente cristiana, nell’incontro fatto per la fede, si accorge di questa cosa, ma per chi l’incontro fatto coincide con la sua vita come vocazione diventa più chiaro che cosa voglia dire libertà religiosa in atto. Se io sono stato scelto da Dio nella chiamata, non scelgo io, sono stato scelto, io ho riconosciuto e accolto la chiamata del Signore: lì emerge l’esperienza unitaria, ed è molto meglio ragionare sull’esperienza integrale. La posizione sorgiva originale è che io sono più me, non sono mai stato così me stesso se non quando ho riconosciuto la potenza di questo Tu che mi ha reso io. È talmente reale che non sei più in grado di dire io, di avere un volto, se non perché stai nascendo da questa realtà che ti è venuta incontro e ti ha chiamato per nome. Se non hai questo, non hai volto e non hai nome. Se non c’è il Tu, non ci sono io. A questo livello fondativo si gioca il problema della libertà religiosa.

Passiamo adesso ad una seconda dimensione. Siccome la religione non è scomparsa, tanti studiosi hanno incominciato a riassegnare il posto alla religione nella società contemporanea. La religione può rimanere, ma allora si fissano nuove regole per essa. E qual è la regola principale? Un individualismo direi esasperato, per approdare ad un “dio-fai-da-te”. La religione buona è la religione individualistica, la religione cattiva è la religione comunitaria. Un famoso sociologo tedesco spiega quale è il dio accettabile per la società di oggi: “il dio proprio, personale”, appunto un dio individualistico. Per questo è importante verificare non soltanto che la religione è un fenomeno comunitario, come è, ma che l’esperienza di ogni uomo in quanto persona è simultaneamente individuale e sociale, relazionale. Non mi dilungo adesso nel ricordare che nessuno può acquisire le competenze sociali, i valori morali, il linguaggio, da solo, per cui anche la dimensione più profonda del rapporto dell’io col Mistero, che è il senso religioso, viene educato, viene sviluppato, viene maturato all’interno di un rapporto, a cominciare da quello fra il figlio e i genitori. Non c’è contrapposizione fra dimensione individuale e dimensione comunitaria ma, al contrario, una tensione dove entrambi i poli si richiamano a vicenda. Questa seconda dimensione è molto importante anche per un’altra ragione, la presenza delle religioni come fenomeni comunitari riapre la questione del valore pubblico della verità. Di fronte a un relativismo dove ognuno ha la sua verità e chi pretende di dire la verità è già subito ritenuto intollerante, impositivo, ecc., il recupero della dimensione comunitaria della religione riapre anche la questione della verità. In questo mondo che cambia in fretta, dove non si capisce ancora dove vanno tanti fenomeni, ma che sicuramente non si ferma e non fa quello che noi diciamo che deve fare, la storia si muove e noi siamo chiamati a capire che cosa ci dice per la nostra esperienza e come la nostra esperienza regge ed illumina, sostiene e accompagna, e salva il mondo che si muove. Per cui, questa seconda dimensione è inerente alla descrizione della libertà religiosa perché non sarebbe giusto difendere soltanto la dimensione personale o privata della religione, non sarebbe all’altezza della sfida che abbiamo davanti. Il primo e il secondo punto sono la base antropologica per un dialogo non impostato a priori ma che parte dall’esperienza. È questo che dobbiamo verificare, in primo luogo rendendoci conto del nostro effettivo percorso vissuto – altrimenti sarebbe una difesa ideologica – e in secondo luogo, guardando le altre esperienze umane e religiose, dei singoli o delle comunità, con questo sguardo critico. Vediamo adesso un terzo passaggio. Una parte interessantissima del documento è la descrizione della situazione della persona e della comunità davanti allo Stato. In questa sezione si propone, fra gli altri argomenti, una lettura critica dello stato liberale moderno che viene chiamato “falsamente neutrale”. È necessario comprendere questa falsa neutralità, e risulta meno facile percepire questo fenomeno contemporaneo che il totalitarismo di un tempo. In quel mondo c’erano i carri armati, muri che dividevano, in tanti modi si capiva che c’era una imposizione violenta contro la libertà. Nelle nostre democrazie liberali, pluralistiche, che sono nate all’insegna della libertà, e in questo rappresentano sicuramente un grande progresso della civiltà, c’è però un cambiamento in atto negli ultimi decenni, per cui c’è sempre più una mentalità che pretende di concepire la funzione dello Stato mediante regole neutrali per rispettare l’uguaglianza, e così garantire la giustizia. E in nome di tali regole procedurali si tiene sempre meno conto delle convinzioni concrete, etiche e religiose, della società e dunque c’è meno spazio di libertà reale. Siccome si deve – giustamente – garantire l’uguaglianza, le regole per essere universali diventano sempre più procedure che devono fare a meno delle particolarità, perché quando appaiono le particolarità comincia il conflitto. Pensiamo a tante guerre, conflitti, divisioni, per quali ragioni? Secondo una certa mentalità, le religioni come le etnie, o le diverse tradizioni culturali, sono la sorgente di queste tensioni (monoteismo e violenza, per esempio). Per garantire una certa pace, si era cercato di creare una modalità di rapporto che potesse fare a meno di queste particolarità, di trovare affermazioni talmente universali che fossero buone per tutti, superando il particolarismo religioso ma poi anche etico, riducendole a procedure formali. Superando i particolarismi, si sarebbe garantita l’uguaglianza universale. Questa è stata una grande risorsa della cultura occidentale per la nascita delle nostre democrazie: cercare regole di procedura che fossero formali al massimo, in modo da essere tutti veramente nelle stesse condizioni. Ma che cosa sta succedendo, non solo per la religione ma anche per altre dimensioni della vita? Che questa tesi, che sembrava la soluzione, invece è limitata, ha problemi. Perché? Che cosa vuol dire difendere l’uguaglianza? Siamo tutti uguali, questa è la regola procedurale formale e questo garantisce che ci sarà una società migliore, ed è vero. Ma come si garantisce l’uguaglianza? Sono nate voci che cominciano a dire: la vera uguaglianza richiede di farsi carico delle particolarità. Questo è un dibattito molto aperto. Si possono fare diversi esempi presi dal dibattito sul multiculturalismo (il velo delle donne musulmane, i nativi in Nord America, dove si propone la discriminazione positiva per bilanciare il principio formale, aggiungendo delle specificazioni in forza di fenomeni comunitari). Dunque, un universalismo formale della legge, che era stato la garanzia dei nostri sistemi democratici, si trova oggi a gestire problemi enormi perché da solo non regge più di fronte alla complessità della vita sociale. Ecco, questo vale per la cultura, per le etnie, ecc. Che succede per la religione? Se si insiste a tenere fuori la religione dalla sfera pubblica, in nome di questo formalismo procedurale, si danneggia la sorgente più potente e più profonda di umanità e di umanizzazione per qualsiasi società. Uno Stato che sistematicamente escluda la religione dallo spazio pubblico, come fattore sostantivo, che non si riduce al puro formalismo, e lo tiene sempre fuori dagli spazi che considera di scambio, di maturazione, di educazione e di crescita, sarà uno Stato sempre più debole, non più forte. Per esempio, che razza di educazione può offrire uno Stato che cancella dalla sua proposta la dimensione sorgiva di una cultura umana, che è la religione? Cosa vuol dire favorire uno Stato che cancella la dimensione religiosa dell’umano? Ecco, questo viene presentato come un fatto di neutralità. Per questo, si deve identificare questa falsa neutralità dello Stato che in realtà fa male alla società, fa male alla religione e fa anche male allo Stato, perché non ci sarà uno Stato che in forza di regole soltanto formali possa garantire la convivenza. Il modello della “laicità positiva”, che hanno promosso sia Benedetto XVI che Francesco, richiama invece uno sguardo di stima e valorizzazione della dimensione religiosa dell’uomo, e delle religioni, da parte dello Stato, per favorire il loro contributo al bene comune. In questo processo, sarà decisivo che ogni esperienza culturale e religiosa si sottoponga al vaglio dell’umanità compiuta, di ciò che è veramente umano, per potere anche in questo modo prevenire le versioni fondamentaliste o irrazionaliste del fenomeno religioso. La ragione umana aiuta a purificare la religione e la fede, e la fede aiuta a purificare la ragione, come sostiene la visione cattolica.

La questione più interessante per ognuno di noi non è in primo luogo semplicemente “difendere” la libertà religiosa, è piuttosto “vivere” questa libertà. Questo è sicuramente il nostro compito comune. E qui si può fare un certo paragone: vivere la fede come vocazione personale. Prima che difenderla, la dobbiamo vivere. Ovunque ci sarà uno di noi, cristiano, da solo o con altri, nel mondo del lavoro, che vive la sua vita come vocazione, diventa un luogo di libertà in atto, un luogo di carità e di speranza. Questa è l’avventura più affascinante che ci sia. In ogni tipo di regime, dai liberali ai dittatoriali, o di circostanze, che cosa rende presente la libertà? Un uomo che la vive, uno che è libero. Un uomo libero è colui che ama, colui che ha l’energia e l’affetto per costruire, che riconosce ideali talmente degni dell’umano che ci si può consegnare come offerta e come dono per gli altri. Questo fatto ha di per sé un valore universale, giova a tutti che ci siano spazi umani di libertà vera. Ed è anche un momento inerente alla missione e all’annuncio. Perché se non ci fosse questa reale esperienza, su quali ragioni potremmo noi dire a qualcuno di venire con noi? Tu sei triste, devo venire con te? Tu sei uno meno libero di me, che interesse posso avere di venirti dietro? Se invece io sono colpito da uno che è libero, per esempio, nella malattia: penso a tante persone malate che conosco. Davanti all’amico che è malato e vive la vocazione nella malattia, in ospedale, se c’è questa libertà si genera la libertà attorno, tu la vedi. E dico la libertà, perché è la condizione di malattia è esternamente la meno libera, sei più costretto, non puoi fuggire. Faccio l’esempio della malattia perché è molto costringente, ma possiamo dire il lavoro, oppure il quartiere, a scuola o in università, i rapporti, quello che volete. La libertà umanizza ovunque succede, è in atto. Questa è la bellezza e il fascino della nostra vocazione, ed è la vostra vocazione in mezzo al mondo. Saremo parte della soluzione anche se, forse, non saremo mai sulla prima pagina del giornale, ma saremo una realtà di libertà religiosa in atto: questa è la cosa che più di tutte conviene, a noi e al mondo.

 

STEFANO ALBERTO:

Questa provocazione sintetizzata nell’espressione del professor Prades, il martire genera spazi di libertà per tutti, chiedo venga raccolta adesso da padre Georgeon. Vi chiedo però quattro minuti per introdurre l’intervento di padre Georgeon con la lettura di un documento che ormai tutti ritengono una delle testimonianze più eccezionali della vita della chiesa di questi tempi, e forse di tutti i tempi. Alcuni di voi l’avranno letta, è già stata citata in questo Meeting, in altre circostanze è citato nel documento. Vorrei leggervi quello che è noto come il testamento di padre Christian de Chergé, il priore del monastero di Nostra Signore dell’Atlante a Tibhirine in Algeria: «Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo Paese. Che essi accettassero che l’unico padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che essi pregassero per me: come essere trovato degno di una tale offerta? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato. La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro per quella che forse chiameranno la “grazia del martirio”, doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini, globalmente presi, so anche le caricature dell’islam che incoraggia un certo islamismo. É troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremismi. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani. Evidentemente la mia morte sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma costoro debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come li vede Lui, totalmente illuminati dalla gloria del Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione, giocando con le differenze. Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto. In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo accordato come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah. Cristiano».

 

THOMAS GEORGEON:

Buonasera, con il padre Javier siamo saliti sul monte Tabor dove brilla il pensiero teologico come scenderemo nella pianura perché sono qui da voi e ringrazio per l’invito soprattutto per dare un qualcosa della testimonianza dei 19 martiri dell’Algeria. Per sostenere e incoraggiare la libertà religiosa, la testimonianza dei martiri è per noi un patrimonio molto significativo. Sicuramente i martiri sono fonte di ammirazione per i credenti, ma anche di rispetto per tutti coloro che si impegnano per la libertà, per la dignità e la pace tra i popoli. E il martirio non implica necessariamente la morte. A volte si tratta di esplosioni nella vita sociale, di piccole morti nella nostra vita quotidiana, ciò che chiamiamo il “martirio bianco” così definito da monsignor Claverie, che era vescovo di Orano, ucciso il primo agosto del ’96. Lui diceva che il martirio bianco è ciò che si cerca di vivere giorno per giorno: il dono della vita gioca a goccia a goccia in uno sguardo, in una presenza, in un sorriso, in un’attenzione, un servizio, un lavoro, in tutto quello che fa sì che la vita che ci anima venga condivisa, donata, consegnata. È là che disponibilità e abbandono diventano martirio. L’importante, conclude il vescovo, è non tenere per sé la vita. L’anno scorso, papa Francesco ha ricordato che il martirio bianco si può anche trovare ad esempio nei paesi democratici, quando la libertà religiosa viene limitata. Vivere nella libertà di credere in Dio, Gesù Cristo e lo Spirito Santo, può condurci al martirio bianco. Quindi, questi 19 martiri dell’Algeria sono per noi dei fratelli, delle sorelle, modelli per la nostra vita, dei discepoli di oggi e di domani. Sono davanti a noi sul cammino della testimonianza che la chiesa è chiamata a rendere sulla terra d’Algeria che, sin dal I secolo, è stata irrigata dal sangue dei martiri, ma come pure della chiesa universale. Questi 19 martiri della chiesa d’Algeria erano tutti appassionati della loro chiesa di cui erano servitori zelanti, appassionati anche dell’Algeria e del suo popolo con cui avevano intessuto nel corso degli anni le loro amicizie. Umili e semplici. Ma il Signore risplendeva nei loro cuori, nelle loro vite e nel loro silenzio. Essi testimoniano una fede chiara e libera, la fede di coloro che preparano nella preghiera e nella presenza uno spazio per il dialogo. In questo senso, prefigurano il pensiero di papa Francesco perché egli porta una grande attenzione ai molti martiri del nostro tempo, vittime di persecuzioni e violenze per motivi religiosi, come anche di ideologie che escludono Dio dalla vita delle persone e delle comunità. La religione autentica dal proprio interno deve riuscire a dare conto dell’esistenza dell’altro per favorire uno spazio comune, un ambiente di collaborazione con tutti nella determinazione di camminare insieme, di pregare insieme, di lavorare insieme, di crescere insieme e di aiutarci insieme a stabilire la pace. Magari ricordo brevemente la situazione dell’Algeria negli anni Novanta. Dal 1990, in Algeria si è sviluppata una grave crisi in un contesto di divergenze politiche e religiose. Il fronte islamico della salvezza e poi il gruppo islamico armato cercano di creare uno Stato islamico, un califfato. Vediamo qui il seme di ciò che è accaduto alcuni anni dopo in Siria e in Iraq. Il paese, l’Algeria, si è poi tramutato nel luogo di una guerra civile e molti piccoli gruppi armati hanno sostenuto la jihad uccidendo ciò che l’Algeria aveva di uomini e donne di cultura, di lettere, insegnanti, giornalisti, avvocati. Tutte queste persone potevano aprire un futuro democratico al Paese. E la popolazione civile è anche presa come bersaglio, come mezzo efficace per terrorizzarla e punirla del suo sostegno al governo. Infine, in modo piuttosto inaspettato, anche la chiesa cattolica in Algeria sarà presa come bersaglio dal ’94 in poi. Questi martiri sono un’immagine molto bella della chiesa d’Algeria, una chiesa piccolissima, pochi migliaia di fedeli, tanti africani che vengono a studiare nelle università dell’Algeria, una chiesa che vive e che è viva per la sua povertà, la sua libertà, la sua gratuità per aver perso il suo potere sociale, e anche il suo splendore. Quindi, una chiesa che vive solo per l’amore e il servizio quotidiano a gente che non condivide la stessa fede. E così, purificata e senza ambizione o pretese, può essere un ponte per il dialogo con l’islam. Questa piccola chiesa è consapevole di vivere una missione profetica, quella di creare il clima, lo spazio di un dialogo più pacifico tra la fede cristiana e la fede musulmana, nella certezza, l’abbiamo ancora sentito nella lettura del testo del padre de Chergé, che tutti siamo figli di Dio, opera delle sue mani, e che i figli di Dio alla fine si riconosceranno. È una chiesa e sono dei martiri, direi dei martiri dell’alterità: una vita totalmente donata a Cristo e al Vangelo, incarnato nel dono all’altro. Monsignor Claverie ha raccontato come ha trascorso la sua infanzia in Algeria in una bolla coloniale, chiudendo gli occhi sull’altro che era musulmano, per paura dell’altro. Spiega che l’altro faceva parte del suo paesaggio, parte della sua vita, ma Claverie parla sempre della nostra vita. Cioè, l’altro era riconosciuto se diventava simile o se si integrava nella propria cultura, nel proprio modo di concepire la civiltà, il progresso, lo sviluppo, la relazione. Quindi, alla fine, l’altro veniva riconosciuto solo nella misura in cui assomigliava loro. Non è stato semplice incontrare l’altro in Algeria. Dopo la guerra di indipendenza e la partenza dei coloni francesi nel ’62, la chiesa si è trovata totalmente svuotata e in minoranza. Ha perso quasi tutto. Il genio del cardinale Duval, che era arcivescovo di Algeri, è stato quello di fare di questa chiesa una chiesa algerina, cioè una chiesa che umilmente ha scelto il servizio di un popolo che non condivideva la nostra fede, in particolare i servizi dei più poveri, dei piccoli e dei giovani. E la fiducia evangelica e la determinazione dei responsabili di questa chiesa, in particolare del cardinal Duval di cui ho parlato, ha permesso di avviare una nuova e proficua fase, perché si basa sulla decisione di promuovere una chiesa algerina e non una chiesa d’ambasciata, che si limiterebbe a celebrare il culto e i sacramenti per i cristiani stranieri che vivevano nel Paese. Chiesa algerina: può sembrarci un po’ strano, perché come essere chiesa in Algeria, in un Paese dove il 99 per cento della gente è musulmana? Chiesa algerina significava prima di tutto identificare il suo destino con quello dell’Algeria. Alla fine della guerra di indipendenza, c’era molto da fare per costruire e ricostruire questo Paese: istruzione, sanità, opere sociali. Saranno i campi in cui i cristiani potranno collaborare con gli algerini musulmani. I 19 martiri sono stati uccisi tra il ’94 e il ’96, appartenevano a otto congregazioni religiose diverse, e tutti si conoscevano bene, perché si era sviluppato nel corso degli anni un senso di appartenenza molto profondamente radicato in ciascuno di loro, quel senso di appartenenza alla chiesa di Algeria, alla chiesa algerina. Tutti i monaci che vivevano la vita di preghiera nel loro monastero avevano una certa influenza apostolica, alcuni in campi sociali, altri educativi. Ma c’è una cosa abbastanza affascinante, la loro convergenza di vita e di testimonianza, che mi sembra riveli qualcosa del disegno di Dio su questi uomini su queste donne, su questa chiesa. Progetto di Dio per loro ma anche per questo popolo algerino ospite, in mezzo al quale questi religiosi erano portatori di comunione per rendere presente e visibile l’amore di Dio, specialmente per i più poveri. Dicevo prima che tutti hanno voluto vivere una missione che può essere definita profetica, promuovere un clima di dialogo pacifico e fraterno, di amicizia tra cristiani e musulmani nella certezza di essere amati dall’unico Dio. Come in altri Paesi, in altre chiese, questi 19 beati martiri dimostrano che vivere insieme non è un’utopia, e che la diffidenza e il pregiudizio non sono inevitabili. Le religioni possono lavorare insieme al servizio del bene comune e contribuire allo sviluppo di ogni persona, alla costruzione della società. Questo impegno da parte di questi martiri, questo attaccamento, non ha altra fonte che la croce di Cristo: Gesù su questa croce ha le braccia tese per radunare i figli di Dio dispersi dal peccato, che è fonte di divisione, di separazione, di isolamento e che conduce alla insidia dell’uno contro l’altro e contro Dio stesso. In un Paese che è stato crocifisso dalla guerra, la croce di Gesù ha permesso loro di trasformare la morte in un dono fecondo di se stessi, dove la vita si rinnova e si intensifica. Il vescovo Claverie ha espresso questo dono radicato alla luce della croce. Raccontava di quante volte gli avevano fatto la domanda: «Ma perché rimanete in questo Paese lacerato dalla violenza, dove non sembra che ci sia speranza?». E lui diceva: «Siamo lì a causa di questo Messia crocifisso, per nient’altro e nessun altro. Non abbiamo nessun interesse da salvare, nessuna influenza da mantenere, non siamo guidati da qualche perversione masochista, non abbiamo potere ma siamo lì, come al capezzale di un fratello malato, di un amico malato, in silenzio, stringendogli la mano e asciugandogli la fronte. A causa di Gesù, perché è lui che soffre in questa violenza che non risparmia nessuno, crocifisso di nuovo nella carne di migliaia di persone innocenti. Dare la propria vita non è riservato ai martiri: o almeno, possiamo essere chiamati a diventare martiri testimoni del dono gratuito dell’amore, il dono gratuito della propria vita. E questo dono ci viene dalla grazia di Dio, donata in Gesù Cristo». Per loro, la scelta di rimanere in Algeria nonostante la pressione dei governi, anche della Santa Sede, la scelta spesso fatta dopo un discernimento vissuto serenamente, porta ad una evidenza. «La fortuna della nostra presenza – scriveva suor Odette, una dei martiri – come cristiani in Algeria, è che ci riporta continuamente all’essenziale della nostra fede, per cercare di viverla senza sottrarci alle sue esigenze fondamentali. Più che mai, le condizioni in cui viviamo ci chiedono di essere uomini e donne di speranza. Gli algerini sono tentati dalla disperazione e dalla rinuncia, quindi hanno bisogno più che mai di incontrare persone che vivono di speranza. Sperare é vivere nella convinzione che il Dio vivo è con noi, che è in noi, e chiede soltanto il nostro impegno per cominciare ad agire. La morte e la vita di Gesù ci ricordano continuamente che sono sempre la vita e l’amore ad avere l’ultima parola». Queste righe di suor Odette avrebbero potuto esser firmate da ciascuno dei 19 beati e tutti avrebbero insistito sull’amicizia che legavano loro a questo popolo. Tutti avrebbero insistito su questo spazio di dialogo che avevano man mano aperto con l‘altro, nella sua differenza. Cosa ci dicono questi martiri? Ci dicono che è assai difficile incontrare l’altro, perché dobbiamo uscire dalle nostre zone di comodità o di sicurezza, e possiamo misurarlo nelle nostre relazioni interpersonali, possiamo essere completamente ciechi di fronte a chi non è simile a noi ma che è accanto a noi. Perché spesso abbiamo paura, perché l’altro è troppo diverso. Poi, spesso, in questa cecità o ignoranza dell’altro, l’altro si imporrà con la forza per essere riconosciuto nella sua differenza, ed è questo che molto spesso segna l‘aggressività di coloro che non guardiamo perché non ci assomigliano. Eppure l’altro è necessario, l’altro ci è necessario. Siamo vivi, credenti, solo perché siamo solidali, questo è ciò che la nostra fede ci dice, ma anche ciò che possiamo imparare nella nostra vita quotidiana. Non possiamo esistere da soli e l’altro, nella sua differenza, è la nostra condizione per rimanere vivi, perché non appena ci rinchiudiamo in noi stessi, e con chi ci è simile, la morte ci aspetta. È l’altro nella sua differenza che ci tirerà fuori da noi stessi per farci vivere. Cercare solo il prossimo, cercare solo ciò che ci assomiglia, chiudersi dentro è condannarsi a morte. E questo potrebbe essere il rischio delle minoranze ovunque, è il dramma delle minoranze. La chiesa algerina, pur essendo molto minoritaria, non è mai stata chiusa in se stessa, è sempre stata in una logica di apertura e di dialogo. Perché? Perché la grande sfida della fede è che viviamo solo quando usciamo da noi stessi. È nella ricerca dell’altro che possiamo accedere ad una vita più feconda e libera. I 19 martiri, ma tanti altri sacerdoti, religiosi che hanno attraversato questo cosiddetto “decennio nero”, hanno vissuto la stessa cosa e la vivono ancora oggi. Il punto per questa chiesa algerina è di riuscire ad aprire uno spazio di dialogo e di incontro per potersi arricchire della differenza dell’altro, della sua fede, non per convertirmi ma perché l’altro nella sua differenza mi dice qualcosa della mia fede, del modo in cui sono testimone. E penso che sia stato uno dei regali che ci hanno fatto durante la celebrazione della beatificazione avvenuta a dicembre scorso. Non era del tutto scontato poterla celebrare in Algeria: in un incontro, due anni fa, papa Francesco ci aveva detto che il suo desiderio era che la celebrazione potesse avvenire in Algeria, non per riaprire le ferite del passato, anzi, perché la chiesa vuole aiutare il popolo algerino a cure le proprie ferite e la beatificazione in Algeria, un fatto inedito nella storia della chiesa, può essere una luce per il nostro presente e per il futuro. Ci dice che l’odio non è mai la risposta giusta all’odio, che non esiste solo una spirale di violenza: vuole essere un passo verso il perdono e verso la pace per tutti i popoli, a partire dall’Algeria. Ma oltre i confini algerini, è una parola profetica per il nostro mondo, per tutti coloro che credono e lavorano al bene comune, al vivere insieme. Ora, direi che la cosa più difficile è di fare entrare qualcosa di questa grazia della beatificazione di questi martiri nella vita quotidiana. Sapete ciò che sta per accadere in Algeria? Ormai da sei mesi, ogni venerdì, milioni di persone scendono in strada per chiedere un cambiamento politico profondo, una libertà giusta, vera. Magari senza saperlo, celebrare la beatificazione di questi martiri ha creato una novità per l’Algeria che da anni non aveva volto, che era un Paese spesso sottovalutato a causa di questo decennio nero del terrorismo. L’Algeria ha acquisito un nome, una libertà e mi piace pensare che uno dei frutti, forse il primo miracolo dei 19 e delle migliaia di morti, perché si parla di circa 150mila persone ammazzate durante il decennio nero, il primo frutto della beatificazione, sia la sollevazione popolare e pacifica che l’Algeria sta vivendo da molti mesi. Penso che debba rallegrare questi fratelli e sorelle martiri che hanno dato la loro vita per essere testimoni della speranza: oggi la speranza, magari, prende un volto in Algeria. Grazie!

 

STEFANO ALBERTO:

Abbiamo ancora cinque minuti, c’è lo spazio per una risposta telegrafica dei nostri due relatori. La domanda che vorrei rivolgere a padre Georgeon, come aiuto alla vita nostra, che non si svolge certamente in un contesto come quello algerino: mi ha colpito questa compresenza del realismo. Non è semplice incontrare l’altro. Se voglio incontrarlo veramente, non bastano gli schemi antichi, le nostalgie passate, i lamenti, nascondersi o rinchiudersi nelle fortezze. Il dato impressionante, che dalla lettura del libro emerge molto forte, è che potendo andare via, nessuno è andato via. Rimanere perché? Non per una strategia ma perché ho bisogno, attraverso l’altro, di scoprire l’essenziale. Se si può dire in una parola, in una espressione, questa peculiarità, questa urgenza di rimanere e di incontrare l’altro.

 

THOMAS GEORGEON:

Mi sembra che il pericolo oggi – e non lo dico solo nei confronti dell’islam – sia la nostra ignoranza. Se non facciamo a vicenda uno sforzo di conoscenza reciproca, non so come vedo il futuro. Siamo chiamati già come cristiani a fare comunità, a imparare a fare comunità con persone diverse da noi. Andare verso l’altro potrebbe permetterci una maggiore conoscenza perché l’ignoranza ci porta prima all’indifferenza e poi, magari più avanti, alla violenza e finalmente all’odio, al desiderio di ammazzare l’altro perché non la pensa come io la penso e quindi è più semplice toglierlo dal mio paesaggio piuttosto che vedermelo di fronte. Mi sembra un grande cammino di conoscenza da fare tra le diverse religioni. Ciò che mi ha colpito in modo provvidenziale, è il calendario degli avvenimenti di questi ultimi mesi: c’è stata la beatificazione l’otto dicembre, come dicevo, un fatto storico per la chiesa; dopo c’è stato il viaggio di papa Francesco ad Abu Dhabi, con la firma di questo documento sulla fraternità umana con l’iman di Al-Azhar; poi c’è stato il viaggio del Santo Padre in Marocco a visitare il re che è il capo dei credenti dell’islam: una chiesa che si è mossa per andare ad incontrare l’altro nella sua differenza, una chiesa che si è comportata sempre come ospite, perché è andata verso l’altro. Ci sono anche viaggi nell’altro senso, il desiderio di capirsi, di conoscersi per poter offrire al mondo un futuro che sia aperto alla libertà religiosa, alla libertà di credere, alla libertà di coscienza. Spero che tutti questi passi possano portare frutti in un futuro che non sia troppo lontano.

 

STEFANO ALBERTO:

Grazie, vorrei chiedere al professor Prades perché ha parlato della gravissima responsabilità che tocca a ciascuno di noi. Non hai detto “vivere la libertà religiosa” ma “vivere la libertà religiosamente”, lì dove siamo. Due battute su questo.

 

JAVIER PRADES LOPEZ:

Siccome si parlava di diritto alla libertà religiosa, il diritto è la protezione giuridica di un bene. A me preme che anche attraverso questi incontri noi possiamo accorgerci veramente, realmente, di che cosa sia questo bene. É efficace quando emerge dall’esperienza, è inconfondibile: se la consapevolezza di un bene emerge dall’esperienza desta, fa emergere certi tratti che solo possono sorgere quando si parla dall’interno di un’esperienza vissuta. Per esempio, la sorpresa davanti a una pienezza di libertà come rapporto col Mistero. Ecco, sentendo il testamento di padre De Chergè, ti viene la domanda: da dove? Perché è così libero? Quando ti accorgi che quei 19 potevano tornare in Francia o in Spagna, ti chiedi: perché non sono tornati? Da dove, la loro libertà? Ti accorgi che inizi tu un cammino di sguardo, magari di una libertà che non hai ancora o che non hai in modo maturo. Tutti noi possiamo dire: ma io non sarei mai un martire, non sarei mai un vero testimone, la mia vita è mediocre. Sarà anche vero ma la prima modalità di esperienza della libertà piena è che la riconosci quando ce l’hai davanti. Ecco, io mi auguro che dopo questi incontri siamo più svegli, più umanamente acuti a riconoscere la pienezza della libertà che non può non essere libertà col Mistero, quando ce l’abbiamo davanti e la assecondiamo.

 

STEFANO ALBERTO:

Grazie. Ringraziamo i nostri due relatori, il professor Prades, il padre Georgeon. Non aggiungo nient’altro, teniamo questa come conclusione. Una sola cosa, per quelli che sono arrivati ieri e oggi e che non hanno ancora ben capito l’avviso che viene dato: repetita iuvant. È parte della libertà tout court, profondamente religiosa, questa gratuità che ci rende responsabili di quello che sta accadendo qui. Responsabili fino alla concretezza di sostenere con le nostre donazioni il Meeting. Non importa quanto ma è un gesto di responsabilità per la costruzione di questo luogo unico, perché possa continuare ad esistere. Grazie, vi prego di liberare velocemente perché abbiamo sforato di dieci minuti, grazie ancora a tutti, arrivederci.

Trascrizione non rivista dai relatori

Data

23 Agosto 2019

Ora

15:00

Edizione

2019

Luogo

Auditorium Intesa Sanpaolo B3
Categoria
Incontri