LA VERITÀ CHIEDE DI ESSERE CONOSCIUTA - Meeting di Rimini
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LA VERITÀ CHIEDE DI ESSERE CONOSCIUTA

Presentazione del libro di Alessandra Borghese, Giornalista e Scrittrice e S. Em. Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna (Ed. Rizzoli). Partecipano gli Autori. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

ALBERTO SAVORANA:
La verità chiede di essere conosciuta è l’ultima fatica di Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna e di Alessandra Borghese, Giornalista e Scrittrice, che esce proprio in questi giorni per l’editore Rizzoli. Un dialogo a tutto campo sui grandi temi che interessano, agitano, muovono il cuore, il desiderio, le attese, la ragione dell’uomo e quindi di ciascuno di noi. Ed è un dialogo a cui Sua Eminenza non si è sottratto. Nessuna delle domande che Alessandra gli ha rivolto sono state in qualche modo censurate, rimosse, diminuite nella portata di interrogativo in un mondo dominato, in qualche modo definito, dalla confusione, dalla paura. In un mondo che come non mai sfida chi ha fede, chi in qualche modo è stato raggiunto dall’avvenimento cristiano a dare ragione della propria speranza. Ed è singolare il titolo di questo libro, perché si sposa felicemente col tema del Meeting: “La conoscenza è sempre un avvenimento” perché la verità è avvenimento. Non è una vaga speculazione astratta, una teoria, ma è qualcosa che accade, qualcosa che è accaduto e che ha una grande pretesa che Sua Eminenza fin dalle prime pagine del libro, rispondendo ad una domanda di Alessandra, formula così: “la proposta cristiana o è fatta in modo tale da far sentire all’uomo o alla donna che, incontrando Cristo, la loro capacità di amare, la loro libertà, la loro passione per la vita viene centuplicata oppure il cristianesimo diventa una proposta assolutamente insignificante – notate i termini – e inutile. Si riduce – e ci vuole coraggio perché chi sta parlando non è l’ultimo dei battezzati ma è un pastore costituito guida del popolo e quindi le sue parole hanno un peso specifico molto superiore a quello che avrebbero uscendo dalla nostra bocca – a una noiosa predica o ad una dottrina per eruditi. Abbiamo ridotto il cristianesimo a pura ideologia morale o sociale: una riduzione etica. Ma quello che da gioia è l’incontro con una persona che ti cambia la vita e ti porta a dire quanto sia bello vivere”. “Il cristianesimo è stato presentato come qualcosa di estraneo alla vita”, dice ancora il cardinale, “ma Pietro e Paolo all’inizio cosa fecero? Iniziarono a raccontare alle persone che incontravano la possibilità di una vita nuova e migliore. Non si fermarono a dire in primo luogo quello che si doveva o non si doveva fare. Parlarono piuttosto di una persona che poteva cambiare loro l’orizzonte della vita”.
Alessandra Borghese è stata in qualche modo lo strumento affinché queste riflessioni, questi giudizi così acuti sulla situazione in cui ci troviamo e così pieni di promessa e di speranza per chi desideri viveri una vita umana, questa esperienza del Cardinale potessero diventare parola, testimonianza, contenuto di un giudizio e di una proposta. Allora ben volentieri abbiamo invitato l’autore e la coautrice del libro a raccontarci innanzitutto che cosa è stata l’esperienza, l’avvenimento del loro incontro che ha originato questo testo. E per questo io chiederei subito ad Alessandra di introdurci alle parole di Sua Eminenza, raccontando che avvenimento, che esperienza è stata per lei costruire questo libro e come ne è uscita.

ALESSANDRA BORGHESE:
Grazie. Buongiorno a tutti, io devo ringraziare Sua Eminenza, il Cardinale Caffarra, per essere qui oggi. E’ una sua iniziativa e lo ringrazio immensamente di avermi portato al Meeting di Rimini. Perché questo libro? Ovviamente poteva essere necessario, sarà necessario e alcuni lo troveranno non necessario. Chi si espone è sempre alla berlina del giudizio del prossimo. Io ho cercato il cardinale Caffarra, volevo fare questo libro esclusivamente con lui, non cercavo un nome importante della Chiesa di oggi da mettere in copertina, cercavo un uomo di Chiesa coraggioso, pronto ad assumere posizioni anche scomode, posizioni che il political and correctness non vuole ascoltare. Perché? Non per provocare, non per creare ulteriore confusione ma per cercare di analizzare, di comprendere di più, di mettersi in ascolto, di capire che cosa è la proposta cristiana e di riproporla ancora una volta. Siamo tutti chiamati a riproporla in maniera semplice. Il grande sforzo è stato obbligare Sua Eminenza a scendere a dei piani bassi, dove io sono da credente, ad usare un linguaggio semplicissimo per arrivare a raggiungere i cuori di più persone possibili. Certamente studiare, essere eruditi, l’intelletto, la teologia, la filosofia sono tutte arti fondamentali per la cultura di una persona ma quello che poi muove è altro, è la testimonianza, è la vita, il vissuto, è quello che è vero. Quindi, la mia esperienza con il cardinale Caffarra è stata un’esperienza simpaticissima, se posso definirla così, perché Sua Eminenza è un uomo alla mano, perché Sua Eminenza è un uomo vero, perché Sua Eminenza è qualcuno che quando dice qualcosa non se la rimangia. Questo nel mondo in cui ci troviamo, per me, è un fatto degno di nota. Perché troppo spesso qualcuno dice qualcosa e poi si preoccupa e dice “correggiamola, mettiamola in quest’altro modo, potrebbe essere strumentalizzata”. Chi invece è sicuro di quello che dice, di quello che pensa, del suo amore per Cristo, perché alla fine tutto si basa su questo, non ha paura. E il luogo scelto per questa conversazione è stato qua vicino, a Pianoro, su delle colline, un luogo molto bello, una casa tenuta da due suore Martelline che hanno cucinato benissimo. Abbiamo fatto delle bellissime passeggiate nel parco della Futa e abbiamo parlato, parlato e parlato. O meglio, il cardinale ha parlato, parlato ed io ho scritto, scritto e raccolto quello che Sua Eminenza diceva. Non c’è stata domanda a cui Sua Eminenza si sia sottratto o a cui abbia detto no. Ha risposto a tutto con semplicità, con dolcezza, con pazienza, perché molte volte me lo ha dovuto rispiegare per riuscire a trovare un linguaggio più semplice che potesse arrivare a più persone possibili. Questo era l’obiettivo e dopo la prima stesura abbiamo avuto altre telefonate, abbiamo riguardato i testi, ci siamo rivisti. Per me è stata un esperienza umana e spirituale importantissima. Nel libro lo ringrazio per questi giorni, lo ringrazio per questa grande opportunità e oggi sono qui come ombra del cardinale. Sono qui al suo seguito, sono qui per ascoltarlo ancora una volta. Credo sia un grande privilegio per tutti noi poter ascoltare un maestro. E l’unica cosa che posso dire è che l’esperienza della fede che io ho avuto e che continuo ad avere fortissima fa nascere un grande desiderio di continuare a cercare la verità. Questo libro è un ennesimo tassello in questa ricerca che continuerà per tutta la vita. Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
“La passione per la ricerca della verità, cioè per ciò che risponde adeguatamente al desiderio, al bisogno del cuore”: questo è un altro dei passaggi che mi ha colpito ed impressionato delle parole di Sua Eminenza, quando, parlando di educazione, che lui da tempo identifica come la grande emergenza della nostra società, individua in questo il primo fattore educativo. Educare i giovani a non censurare nessuna domanda. Perché se quello di cui ci ha parlato Alessandra, la proposta cristiana, non risponde precisamente alla portata delle esigenze del cuore di ciascuno di noi, fallisce nella sua pretesa. E’ questo che ci ha sempre affascinato del cardinal Caffarra. Perché ha sempre sottomesso la sua fede alla verifica sperimentale, alla verifica della realtà. E anche in questo libro – quando lo leggerete – questo è come la nota dominante di Chopin, come il pensiero dominante di Giacomo Leopardi. Mi perdoni il termine, è quasi un ossessione. Che il cristianesimo sia risposta ad una domanda che urge il cuore di ciascuno. E per questo lo ascoltiamo molto volentieri.

S. EM. CARD. CARLO CAFFARRA:
Se non sapessi di trovarmi in mezzo a degli amici mi sentirei davvero molto imbarazzato. Ma mi lega a Savorana un’amicizia che dura ormai da qualche decennio se non sbaglio, vero?

ALBERTO SAVORANA:
Mi avvicino alla pensione, quindi puoi pure.

S. EM. CARD. CARLO CAFFARRA:
Qualche riflessione che aiuti coloro che vorranno leggere questo che è un libro molto particolare. L’iniziativa di scriverlo non è partita da me ma da Alessandra Borghese.
E’ detto anche nel libro, un pomeriggio di settembre me la vedo arrivare. Io ero ospite a Roma presso le suore della Natività di Maria Bambina, dovendo essere presente ai lavori del Consiglio permanente della CEI. E Alessandra mi fece questa proposta a cui ho detto di sì. Ad una condizione però le dissi: che l’indomani andasse nella Cappella Borghese Santa Maria Maggiore davanti alla Madonna e ne parlasse anche con lei. Alessandra mi ha promesso che l’avrebbe fatto e credo che lo abbia fatto, vero?! Il libro è uscito. Perché allora ho accolto subito questa proposta fattami da Alessandra? Per almeno due ragioni: la prima, la cosa che mi preme di più è il fatto che quando sono diventato prete ho contratto un debito molto forte con ogni persona umana, ed il debito si chiama Gesù Cristo; ho contratto il debito con ogni uomo di parlare di Gesù Cristo con lui, di narrare la Sua opera ad ogni uomo che incontrassi, nella certezza che quando un uomo lo incontra è salvo. Il libro, come mi era stato proposto da Alessandra, mi sembra una di quelle occasioni straordinarie per pagare ancora una volta, almeno in parte, questo debito che ho contratto con ogni persona umana diventando sacerdote. E il libro, come ha già detto molto bene Savorana, parla di questo, parla di Cristo come risposta alle domande più profonde dell’uomo. Alla domanda, come è scritta in un passaggio, che una madre ha fatto vicino al letto del suo figlio di quindici anni, ormai morente di un tumore al cervello: perché ti ho dato la vita? Suo figlio le rispose, “mamma cosa dici? La vita è sempre un dono.” Dicevo dunque la domanda del cuore, in fondo quella donna chiedeva ciò che implicitamente aveva chiesto la vedova di Nain: che uno le si avvicinasse e le dicesse “donna non piangere”. Questo è il grande tema del libro, ma ovviamente non si può parlare all’uomo di Gesù Cristo se non si parla della Chiesa, perché non c’è un altro luogo in cui l’uomo possa incontrare Gesù Cristo, non c’è. Perché chi vuole incontrare Gesù Cristo prescindendo dalla Chiesa, non lo incontrerà mai, ma incontrerà l’idea che lui si è fatto di Gesù Cristo. Il libro, come era stato proposto da Alessandra, poteva essere l’occasione per parlare della Sposa di Cristo, di questo ne vedo ogni giorno di più la necessità. Per quale ragione? La ragione l’ho già detta: perché fuori dalla Chiesa Cristo non lo si incontra e l’uomo che non incontra Cristo è perduto. Perché dunque il libro parla tanto della Chiesa? Anche perché non ci poniamo di fronte ad essa nel modo giusto. Vorrei fermarmi un momento su questo punto che attraversa pure il libro. Per capire la pietà di Michelangelo, non chiedo quanto pesa e neppure ho bisogno di sapere la formula chimica del marmo di cui è fatta. Queste domande sul peso, sulla formula chimica, non sono adeguate perché sono domande generiche. Di fronte ad una scultura di Michelangelo, ciò che stupisce non è ciò che essa ha in comune con ogni pezzo di marmo, ma ciò che ha di unico, quello di incorporare ed esprimere un grandioso evento spirituale, l’ispirazione artistica. Così per conoscere l’intima verità della chiesa non si deve considerare il generico, vale a dire ciò che l’accomuna nel bene o nel male con altre comunità umane. La Chiesa infatti si presenta esibendo all’uomo una singolarità unica, che evidentemente l’uomo può accettare o rifiutare, ma che chiede di essere riconosciuta. Ecco perché nel libro si parla molto della Chiesa, perché la Chiesa è la presenza di Cristo in mezzo a noi. Purtroppo oggi molti che discutono di teologia, di catechesi, hanno una tale sottigliezza di linguaggio da poter coniare innumerevoli espressioni e giri di frasi che lasciano costantemente incerti i lettori ed anche i fedeli su ciò che è il punto fondamentale: se Gesù Cristo sia vivente oggi fra noi, come persona, unica, irripetibile, singolare e quindi se posso incontrarlo e non solo sapere i suoi insegnamenti. Incontrare lui vivente.
Secondo grande tema del libro. Quindi la prima ragione per cui il libro è stato scritto ve l’ho detta: un debito da pagare. Parlare di Cristo e quindi parlare della chiesa. Perché nessuno pensi che quando parliamo di Cristo noi parliamo di un morto. Nel libro è narrato un fatto molto singolare, molto bello: durante una visita pastorale, durante il catechismo che faccio sempre ai bambini, un bambino si alzò e mi disse: “ma senti cardinale, come faccio ad essere amico con uno che è morto?”. Intendeva dire Gesù Cristo e senza darmi tempo di rispondere si alzò un’altra bambina e disse “ma Gesù non è morto solamente, è risorto, ed è qui in mezzo a noi, è là nel tabernacolo (eravamo in Chiesa). Ecco perché dice che noi lo possiamo incontrare, perché è vivo” disse questa bambina. Ecco la prima ragione per cui ho scritto il libro. Ma esiste una seconda ragione che mi spinse non con minor forza a rispondere alla proposta di Alessandra: la sfida terribile cui oggi assistiamo, terribile, della secolarizzazione E cioè, per la prima volta nella sua storia l’uomo ha tentato e sta tentando di edificare la sua umanità, quindi il suo matrimonio e la sua famiglia, la sua città, la sua economia e l’organizzazione del suo lavoro, appunto la sua umanità come se Dio non ci fosse. Con l’umano Dio non c’entra e non deve c’entrarci; questo è il più drammatico evento che sia accaduto nella storia della umanità. E questo fatto nasce, se non vado errando, dalla decisione, dalla decisione che l’uomo ha preso di non domandare la sua salvezza a nessun altro fuori di sé. Kierkegaard chiamava questa decisione la “disperazione per ostinazione”. Una sorta di disperazione, come a dire “io devo salvare me stesso, a me è affidata la salvezza di me stesso e a nessun altro che all’infuori di me.” Questo non era mai accaduto nella storia dell’umanità. Nel libro dico che questo fatto mi ha sempre accompagnato. Ne leggo alcune righe: “il problema ultimo, la domanda radicale che ha accompagnato il mio sacerdozio fin dagli inizi è sempre stata: ma perché ci sono uomini che liberamente respingono Dio e la sua proposta d’amore?”. In una parola, l’ateismo non ha mai cessato di tormentarmi. Non l’ateismo come ipotesi teorica, ma l’ateismo che attraversa il nostro mondo occidentale. I più grandi santi del ventesimo secolo, Madre Teresa e Padre Pio, sono passati attraverso le sue fiamme e descrivono questa traversata in pagine sconvolgenti. E con questo tema, trattando di questo tema, siamo entrati dentro il nodo più problematico della condizione dell’uomo di oggi. Il libro è attraversato dal grande tema della presenza di Cristo in mezzo a noi come risposta adeguata alle domande del cuore dell’uomo. La presenza di Cristo che è la chiesa, e, ecco, l’altro grande tema che attraversa il libro, questa condizione drammatica, questa condizione di disperazione in cui versa l’uomo di oggi. E questo il libro non poteva non parlare dei grandi temi del vissuto umano: il tema dell’educazione (è già stato detto da Savorana), il tema della sessualità e del matrimonio, il tema dell’arte, e così via. Ma se vorrete leggere il libro, vedrete che c’è una cosa un po’ singolare, che il tema di cui materialmente il libro tratta più frequentemente è il tema della liturgia. Come mai? Cosa centra la liturgia con tutto quello che abbiamo detto fino adesso? Recentemente il professore Esposito nel sito il Sussidiario ha richiamato la sua attenzione su un testo di Virginia Woolf che anche a me ha fatto molto riflettere. Virginia Woolf parlava di momenti di essere di cui sono fatte le nostre giornate ma che sono “racchiusi in momenti di non essere molto più numerosi”. Come se il bene della realtà fosse avvolto in una sorta di ovatta senza contorni, cioè dall’insensatezza e dalla mancanza di soddisfazioni. La scrittrice continua dicendo che “è solo per una scossa violenta, cioè grazie a dei momenti eccezionali, che può aprirsi uno squarcio in quella ovatta e le cose farsi trasparenti, cioè diventare reali. Di qui nasce una filosofia, o comunque una idea che ho sempre avuto, che dentro l’ovatta si celi un disegno, che noi, tutti noi esseri umani, rientriamo nel disegno che il mondo intero è un’opera d’arte, che noi siamo parte di quest’opera d’arte”. Così Virginia Woolf. Ciò di cui si parla qui è se esiste almeno la possibilità di una presenza, Cartesio direbbe di toccare l’infinito, toccarlo, perché questo in fondo è lo struggente bisogno dell’uomo di oggi. Esistono dei fatti, ripeto e sottolineo, dei fatti, non delle dottrine, che donano all’uomo questa possibilità di toccare l’infinito. Nel libro scrivo che a me è stata data questa possibilità, che non cessava di stupirmi ogni volta che incontravo Giovanni Paolo II. Vi spiego il perché: i fatti che donano all’uomo questa possibilità di intravedere dentro all’ovatta una presenza sono i Santi, i fatti che rendono possibile intravedere questa presenza sono i più grandi momenti della vita. Consentitemi, se riesco a trovarlo, di leggere un testo. Quando ero arcivescovo di Ferrara avevo l’abitudine di ricevere le coppie di fidanzati prima del matrimonio, li incontravo ad uno ad uno. “Lei sa, dico ad Alessandra, qual era la domanda ricorrente dopo un primo approccio di convenevoli?” “No, disse lei, mi dica qual era?”. Continuo: “ma è possibile per un uomo e per una donna amarsi tutta la vita senza stancarsi l’uno dell’altro?”. Pur non intendendomene molto, dicevo, non credo sia umanamente possibile. Eppure l’amore è uno dei fondamentali vissuti dell’essere umano, un bisogno, un desiderio innato. Perché quindi quei ragazzi mi ponevano quella domanda? Credo che volessero che la fine di quel loro amore non avvenisse mai. Speravano in fondo al loro cuore che una potenza li affrancasse dalla fragilità della loro libertà. Non solo quando camminiamo per valli oscure ci si interroga sul significato autentico della vita, ma anche di fronte alla realizzazione del più intimo desiderio che dimora nel cuore umano: “amare ed essere amati”. Ma, accidenti, è un brutto segno, quando uno non è più capace di controllare le proprie emozioni, vuol dire “sei vecchio”.

ALBERTO SAVORANA:
Oppure che ha raggiunto la maturità del cuore. Io ho vissuto un’esperienza della commozione che don Giussani a ottant’anni provava per la realtà e per la figura di Cristo che non aveva nulla di sentimentale ma era come un fiorire dal cuore di una pienezza di umanità, quindi buona compagnia.

S. EM. CARD. CARLO CAFFARRA:
Allora, e concludo ormai, è possibile o non è possibile intravedere questa Presenza del mistero? È possibile anche a questo uomo che sta tentando di toccare l’infinito prescindendo da Dio. I fatti ci sono: sono i Santi, sono i momenti più importanti della vita, come i ragazzi che si sposano, ma ecco è soprattutto, è soprattutto la grande liturgia della Chiesa il fatto che mi rende presente il mistero nel vissuto umano. La liturgia è il mistero che diventa visibile, ed è di questa visibilità di cui l’uomo di oggi ha soprattutto bisogno.
Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
Io non vorrei perdere l’occasione di avere qui Sua Eminenza, e Alessandra mi perdonerà, pero è troppo ghiotta l’occasione di fargli commentare il titolo del Meeting di quest’anno, su cui credo che abbia molto da dire.

S. EM. CARD. CARLO CAFFARRA:
Molto volentieri. Intanto parto dai due termini che fanno il tema del Meeting di quest’anno. Conoscenza ed avvenimento. Parto dal secondo Avvenimento. Voi sapete che era la categoria principale che don Luigi Giussani usava per dire che cos’è il Cristianesimo, per dire che l’esperienza cristiana è un incontro, prima ancora che essere l’apprendimento di una dottrina o la fedeltà ad un codice etico. È un incontro, cioè è un avvenimento. Nel libro io dico che io reputo che uno dei più grandi scrittori del secolo scorso sia Giovannino Guareschi, perché prende una piccola, un piccolo segmento, il mondo piccolo di umanità, e lo fa sorgere a narrazione completa del vissuto umano, e questa è una operazione che riesce solo ai grandi artisti. Se non vado errato, prima di lui questa operazione è riuscita solo a Manzoni, siamo a quei livelli per me. Comunque, c’è un racconto bellissimo in Mondo piccolo che secondo me spiega proprio bene che la conoscenza è sempre un avvenimento. Arriva nel paese un pittore, si mette col cavalletto sulla strada ed inizia a dipingere un vecchio fienile pendente. Passa Peppone, si ferma e guarda attentamente il lavoro che sta facendo e dopo aver guardato attentamente conclude: “ma guarda, era una vita che vedevo quel fienile, non mi ero mai accorto che fosse così bello”. La conoscenza è un avvenimento. L’incontro con Cristo, l’avvenimento, diventa luce che ti fa conoscere la realtà in un modo nuovo. E la realtà che cos’è? La realtà è il nostro lavoro, è nostra moglie, nostro marito, i nostri bambini, la malattia in cui magari siamo caduti. Ecco, avviene l’avvenimento, avviene qualcosa che ti fa conoscere, che ti fa vedere la realtà: non mi ero mai accorto, dice Peppone, che quel fienile fosse così bello. Quando questo non accadesse, lo dico tante volte nel libro fino alla noia, inevitabilmente la proposta cristiana diventerebbe una predica non noiosa, ma noiosissima, che non dice più niente a nessuno. Grazie.

ALBERTO SAVORANA:
Don Giussani dice che l’esperienza non è un semplice provare, non è un semplice susseguirsi di impatti della realtà su di noi, ma dice precisamente: “vivere ciò che mi fa crescere”. Io sono molto grato a Sua Eminenza e ad Alessandra Borghese senza la quale non sarebbe nato il libro e noi non saremmo qui oggi a parlarne, perché nella testimonianza che ci ha offerto io ho visto accadere, riaccadere, il compiersi di quello che lei ha definito “lo struggente desiderio di toccare l’infinito”, domandandosi: “ma esistono, adesso, perché io sto vivendo adesso, non duemila anni fa, dei fatti che lo consentono?”. Oggi dalle sue parole ho visto rivivere questa opportunità fino alla commozione, perché è come la commozione di Gesù per il fiorellino del campo o per l’amico Lazzaro. Tutto a lui parlava del padre e del mistero che traspariva, traluceva in tutte le cose. Io la ringrazio moltissimo perché lei oggi ci ha dato uno strumento, un’arma ulteriore per poter rispondere con ragione, con consapevolezza al grande interrogativo che Dostoevskij si poneva all’inizio dell’epoca moderna, contemporanea: “può un uomo colto del nostro tempo, un occidentale, può ciascuno di noi, credere alla divinità di Cristo?”. Come lei diceva: posso riconoscerlo come contemporaneo alla mia vita? Lei ci ha suggerito anche la strada, lo ha detto e lo ha scritto: “il metodo della proposta cristiana è generato dal suo contenuto, Dio ha tanto amato l’uomo da mandare suo Figlio in carne ed ossa, perché chi crede in Lui abbia la vita eterna”. L’unico modo per rendersi conto di questo fatto è attraverso un incontro. La proposta cristiana ha un solo metodo, la testimonianza, cioè ciò che è più apparentemente effimero, più apparentemente fragile. Che cos’è la testimonianza di un uomo di fronte al dramma del mondo? È un niente, eppure è l’inizio di una novità, non semplicemente detta, come discorso, come teoria, ma come testimonianza che qualcosa è stato sottratto alla disperazione, al nulla, e fiorisce e rivive. Per questo le siamo molto grati e credo che tanti siano desiderosi ed incuriositi dal dialogo che avete avuto, perché noi abbiamo bisogno di testimoni così. Il Meeting cerca come può, di essere un grande spazio per questa reciproca testimonianza; perché noi abbiamo bisogno di vedere oggi la possibilità che riaccada quello che duemila anni fa era un giovane uomo che attraversava le strade polverose della Palestina, e dalla cui morte e resurrezione è iniziato un flusso di vita che è arrivato fino a noi questa mattina. Per questo grazie ad Alessandra e grazie a Sua Eminenza.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2009

Ora

11:15

Edizione

2009

Luogo

Sala A1
Categoria
Incontri