LA STRANIERA - Meeting di Rimini

LA STRANIERA

Da “La Rocca” di Thomas S. Eliot. Spettacolo multimediale con la partecipazione di Maurizio Schmidt e Giovanni Battaglia. Progetto e Regia di Otello Cenci. Con il contributo video dai readings di Lucrezia Lante della Rovere, Massimo Dapporto, Alessandro Preziosi e Giancarlo Giannini. Musiche originali di Marco Poeta.
Intervento introduttivo di Sandro Bondi, Ministro per i Beni e le Attività Culturali.

 

MODERATORE:
Chi, in questi 29 anni, partecipando alla costruzione del Meeting, non si è almeno una volta commosso, immedesimandosi nelle parole del primo coro della Rocca, quelle famose che conosciamo, “in luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi, noi costruiremo dove parole non sono pronunciate costruiremo con nuovo linguaggio, un lavoro comune, una Chiesa per tutti e un impegno per ciascuno”? Quante volte nella lotta quotidiana della vita, di fronte alle circostanze dure o gioiose della vita, non ci siamo sentiti descritti da “quel bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre eppure sempre in lotta, spesso sostando, tornando eppure non seguendo un’altra via”? Non è un caso che queste parole siano riecheggiate e spesso riecheggino nella nostra vita, nel guardare e giudicare la nostra vita, perché queste sono parole che non abbiamo appena imparato su dei libri, queste sono parole che tantissimi di noi hanno sentito riecheggiare dalla voce di Don Giussani. Queste sono le parole con le quali Don Giussani ci ha educato alla costruzione, ci ha educato all’amore della Chiesa, e ci ha educato a capire come tutto questo è un giudizio sul mondo e sulla realtà. Io credo che ricordiamo come proprio su una delle celebri frasi di Eliot dei Cori della Rocca, “è la Chiesa che ha abbandonato l’Umanità o è l’Umanità che ha abbandonato la Chiesa?” don Giussani aveva costruito una solida valutazione, un solido giudizio e un solido affronto della realtà del mondo e della realtà della Chiesa. Quindi è proprio per la suggestione di un esperienza vissuta che abbiamo deciso di rischiare di mettere in scena, per lo spettacolo inaugurale di questo Meeting, dedicato al protagonista, cioè dedicato all’uomo che nella storia c’è, che ha questo coraggio di costruire e di essere sempre in lotta, proprio in un Meeting dedicato al protagonista, abbiamo voluto correre il rischio di mettere su “La Straniera”, tratta dai Cori della Rocca di Eliot. Un rischio affrontato insieme, un rischio affrontato da chi ha curato il progetto e la regia ma anche da tutti coloro che in qualche modo lo hanno condiviso e sono stati in esso coinvolti, dagli artisti ai musicisti, ai tecnici, alle amministrazioni pubbliche, perché, come sapete, lo spettacolo ha cominciato a esistere da alcuni mesi attraverso i readings che sono stati fatti in 4 città italiane. E’ quindi un’avventura che questa sera vi proponiamo, nella speranza che in qualche modo possa riaccadere anche questa sera la storia da cui la Rocca di Eliot si è generata. Lo spettacolo racconta, come stasera vedrete, proprio come Eliot si sia trovato coinvolto, Eliot che era già uno scrittore affermato ed affermato anche a livello internazionale – siamo nei primi decenni del ’900, nel ’34 – in questa avventura quando un amico, a cui il Vescovo Bell aveva chiesto di realizzare un testo da far poi girare per raccogliere fondi per costruire delle Chiese, gli propose questa operazione. Da questo è venuto fuori il testo La Straniera, che ha poi girato per circa 15 giorni in mano ad attori dilettanti e ha girato nei quartieri, ha girato nelle Chiese, proprio per rispondere allo scopo per cui era stato fatto, cioè tirare su soldi per fare delle Chiese. Quindi è un evento, direi, a cui siamo in maniera particolare affettivamente e culturalmente legati, quello che questa sera proponiamo. Il valore culturale poi dello spettacolo di questa sera è in maniera particolare sottolineato dalla presenza del Ministro Bondi. Il ministro Bondi è il ministro della Cultura, che ha accettato di essere presente in questa prima giornata del Meeting e in particolare a introdurre lo spettacolo di questa sera. Lo dicevo con il Ministro proprio pochi minuti fa: siamo particolarmente grati e colpiti da questa sua presenza perché, in questi anni, non è stata una presenza frequente al Meeting quella del Ministro della Cultura, nonostante che al Meeting, come dicevamo, un po’ di cultura, forse, in questi 29 anni l’abbiamo fatta. Questo è il motivo per cui gli siamo grati, per questa testimonianza di amicizia e di credito che il Ministro ci fa. E’ il motivo per cui con grande cordialità lo ringraziamo e lo invitiamo a fare il suo intervento introduttivo. Grazie.

SANDRO BONDI:
Cari amici, la presenza mia al Meeting è importante soprattutto per la mia esperienza umana, personale e religiosa. Ogni anno, infatti, la presenza qui con voi, in mezzo a voi, insieme a voi, è un motivo per mettere alla prova la nostra, la mia fede e possibilmente per arricchirla. E’ il caso anche dell’incontro di quest’anno, come diceva Emilia. Eliot è il poeta che più di tutti, nella crisi della modernità, dà credito alla poesia, le affida il compito di salvarci; è un credere nella bellezza come supremo valore, come valore incarnato nella tradizione del nostro continente, capace di indicare la via della salvezza non solo individuale ma collettiva. Ma non è un vezzo d’esteta, questo credere alla bellezza, e neppure il tentativo di intendere la poesia, la poesia come una sorta di religione laica in grado di renderci comunque felici pur in un mondo perituro destinato a scomparire. No, in questo Eliot si differenzia anche da Rilke. Eliot è un poeta profondamente religioso e profondamente cristiano, come sappiamo, tanto da battersi, in anni di declino, per l’idea di una società cristiana, non temendo di criticare alla luce del pensiero cristiano non solo il fascismo, il nazismo e il comunismo, ma di criticare anche il liberalismo e la democrazia, che non sempre e per forza coincidono con una idea cristiana della società. Eliot, dicevo, attraversa la modernità come uno straniero, come sedotto dal paesaggio circostante, ma sa che si tratta di terra desolata. Eliot, nel suo percorso, parte da questa splendida metafora dantesca. Appena cessate le battaglie della Grande guerra, la sua poesia diventa scrittura della grande crisi della modernità, non disperante lamentazione ma bensì discesa negli inferi della modernità, quasi in competizione con l’amato maestro Dante, per risalire poi alla luce con la parola che possa salvare, che possa salvarci. Questo discendere negli inferi della modernità a contatto con l’io, questa conquista della modernità rappresenta al tempo stesso una sofferta coscienza della nostra responsabilità. Eliot penetra dentro questo dramma umano e sfida la corruzione della vita con la poesia, una sfida aperta che con i Cori dalla Rocca, raggiunge secondo me un vertice insuperato. Il linguaggio del poeta fino dagli esordi, è ruvido, rugoso – la rugosa realtà di Rimbaud – biblico, aspro. Eliot cerca l’immagine compatta della vita e della realtà ma non la trova; quando dice “che sono le radici che s’avvinghiano, che rami crescono da queste pietrose rovine, figlio dell’uomo tu non puoi dirlo né indovinarlo perché conosci soltanto un mucchio di immagini frante dove il sole batte, l’albero morto non da riparo né il grillo sollievo”, un mucchio di immagini frante, questa è la terra desolata e solo il sacro può salvare l’uomo dalla disfatta. Figlio dell’uomo è qui solo l’uomo che balbetta e si strozza con le sue stesse parole, niente più dà consolazione, anche l’albero, simbolo biblico della vita è morto, eppure c’è già in questi pochi versi l’idea forza che il reale non possa essere consegnato completamente alla durezza delle macchine, alla civiltà moderna, alla civiltà dei titani in cui la tecnologia ha tolto spazio allo spirito e nella quale l’alienazione della tecnica distrugge l’uomo e la sua umanità. Credo che nasca da qui, da questa lucida e disperante analisi della terra desolata, la conversione di Eliot al Cristo, al Dio fatto uomo. A questo punto troviamo un Eliot straripante di suoni, colori poetici, un uomo maturo e solidamente ancorato alla fede che nutre costantemente la sua anima. Proprio nei celebri e straordinari Cori dalla Rocca, Eliot, con una movenza critica puntuale, tocca il cuore della domanda sulla Chiesa: “è l’Umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’Umanità?” In realtà questa domanda non riguarda solo la Chiesa ma l’uomo in quanto attore, protagonista non silente ma vivo della storia, perché la Chiesa è un motore storico, una vita che attraversa il dramma dell’umano in ogni suo aspetto, come ci ha fatto comprendere oggi Sua Eminenza il Cardinale Bagnasco. Ma in mezzo tra la domanda radicale posta seccamente nel testo e gli esiti della domanda c’è, come ricordava Emilia l’edificare, il costruire, perché c’è di mezzo la storia umana, gli edifici della vita, il mangiare e il bere, la vita insomma. L’incarnazione rende la vita più vita e non concede riposo a nessuno. Quel lavoro comune di cui parlavi, un impiego per ciascuno, ognuno al suo lavoro, è la società civile, il mondo umano che si muove per edificare, e la Straniera che sa tutto e conosce anche ciò che sarà non sta a guardare passivamente ma si coinvolge direttamente nella vita degli uomini che lavorano. E gli uomini come si pongono nei confronti della Straniera, la Rocca, la Chiesa? Ecco, qui si coglie, per concludere, la straordinaria tensione moderna di Eliot, perché la sua parola si inserisce sia dentro le domande dei suoi contemporanei, che sono anche le nostre domande, sia nel seno delle ideologie con le distorsioni di violenza che alberga in loro. Eliot si domanda perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa. Perché dovrebbero amare le sue leggi? Essa ricorda loro la vita e la morte, tutto ciò che vorrebbero scordare, è gentile dove sarebbero duri, è dura dove essi vorrebbero essere teneri, ricorda loro il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli. Essi cercano sempre di evadere dal buoi esterno ed interiore, “sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono”. Qui, in questi versi, c’è tutto il nostro mondo. Quante volte rimproveriamo noi stessi mentre gli uomini di Chiesa ci danno lezioni di misericordia, e quante volte rimproveriamo noi, spesso aspramente, la Chiesa perché non asseconda i nostri desideri e i nostri interessi e non si mette in ginocchio, come scrisse Maritain, di fronte alla modernità? E qual è la nostra uscita di sicurezza? Non la realtà, la vita elevata all’ideale dell’ideologia, la vita come diceva Don Giussani, spinta secondo un progetto prestabilito. No, la strada, l’uscita di sicurezza è l’amore del vivere insieme, la rivoluzione interiore, la conversione del nostro cuore, la rivoluzione del nostro io che diventa noi. Qui si situa la radicalità della fede, che ci riguarda personalmente e direttamente, di cui parlava oggi pomeriggio il Cardinal Bagnasco. Ecco la scelta di campo di Eliot, scelta che trova il suo fondamento in quel Dio che si fa carne e storia per costruire la sua Straniera che guarda da lassù, dalla Rocca. Grazie.

MODERATORE:
Grazie Ministro, ecco a voi “La Straniera”.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2008

Ora

21:45

Edizione

2008

Luogo

Arena Ferrovie dello Stato D3
Categoria
Spettacoli