LA SPERANZA AI CONFINI DELL’UMANO - Meeting di Rimini
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LA SPERANZA AI CONFINI DELL’UMANO

Partecipa Josè Berdini, Coordinatore Responsabile dei Centri terapeutici Cooperativa PARS. Introduce Alberto Savorana, Portavoce di Comunione e Liberazione.

 

ALBERTO SAVORANA:
Buongiorno, benvenuti a quest’incontro che si svolge nell’ambito del trentesimo Meeting per l’Amicizia tra i Popoli di Rimini. È consuetudine del Meeting offrire nel corso della settimana la possibilità di incontrare persone la cui vita in qualche modo è stata segnata, cambiata, trasformata, rimessa in movimento da un incontro. Non da un discorso, non dalla ripetizione di parole, di idee, ma dall’imbattersi in qualcosa di umanamente diverso, diremmo eccezionale, che ha lasciato intravedere una possibilità, una promessa per la vita, e che è arrivata fino a generare un pezzo di realtà diversa, un’opera, diremmo. E allora noi oggi abbiamo l’opportunità, la possibilità di ascoltare, di vedere una di queste realtà che a partire dall’iniziativa di alcuni, di un paio di amici che avevano trovato una cosa grande, l’hanno condivisa, l’hanno fatta diventare contenuto di una esperienza. Qui al tavolo con me c’è Josè Berdini che, insieme a Torresetti è il fattore scatenante, che ha messo in moto un fenomeno di accoglienza, ospitalità. In termini sociologici si direbbe di recupero – non è una bella parola – di persone che sono state sorprese, per questo il titolo, ai confini dell’umano. Sorprese ai confini dell’umano e introdotte a una speranza. E i confini dell’umano sono quelli in cui un uomo si trova come profondità, gravità della propria ferita, la ferita del proprio cuore, che è desiderio di infinito e si trova continuamente schiacciato, oppresso, limitato da mille circostanze, da mille fatti della vita, che invece di ingigantire la promessa sembrano deluderla. Ecco, con la PARS, che è una realtà diffusa nelle Marche, loro hanno cominciato ad afferrare questa umanità fatta di persone che hanno ceduto alla droga, all’alcolismo, che sono in difficoltà psichiatriche. Le hanno afferrate con un abbraccio così potente che ha scatenato un inizio nuovo. Allora, senza dirvi di che si tratta, io entrerei subito nel merito di questo momento che sarà strutturato così: vedremo un breve video che hanno preparato, che è come una presentazione visiva di quello che sono. Poi ascolteremo due brevi interventi, due testimonianze di due amici che vivono al villaggio San Michele a Corridonia che, se qualcuno avrà poi la voglia di andare, sorprende, perché è un pezzetto di Paradiso piantato in terra. È uno spettacolo: bello. È una bellezza. Poi ascolteremo l’intervento di Josè e alla fine ci sarà una piccola sorpresa col computer. Possiamo vedere il video.

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ALBERTO SAVORANA:
Sembra una favola. Chi non desidererebbe essere stato un attore di questo breve video? Io l’ho visto: vi assicuro, è tutto vero. Ma com’è possibile? Da dove nasce una bellezza così? Non c’è un particolare di questi 15 minuti che non appaia bello, ordinato, desiderabile. E non stiamo parlando di un collegio di educande di buona famiglia, ma di una realtà i cui attori, protagonisti, sono persone che arrivano dai confini dell’umano. Come è possibile tutto questo? Come è possibile che un uomo non sia la somma matematica dei suoi limiti, dei suoi sbagli, delle sue contraddizioni, e possa essere abbracciato, guardato, trattato come un principe? Probabilmente quando cominciò tutto, molti secoli fa con San Benedetto, non doveva essere diverso. Anche allora c’erano delle colline, c’erano dei terreni incolti, e cominciarono a nascere delle case – i monasteri erano delle case all’inizio – in cui Benedetto e i suoi amici andavano a vivere per essere più legati a ciò che aveva cambiato la loro vita. Allora io chiamerei su Giovanni e Stefano perché ci raccontino di loro oltre quello che abbiamo già visto. Lui è Giovanni: l’avete visto già nel film.

GIOVANNI:
Per fortuna siete tutti amici, perché io me la… è un’emozione fortissima e spero di riuscire ad arrivare alla fine. Mi chiamo Giovanni ho 49 anni sono nato in una piccola cittadina del Friuli da una famiglia borghese. Mio padre, che oggi ha 84 anni, e’ stato un imprenditore con un passato difficile, drammatico. A 18 anni e’ stato deportato in Germania nei campi di concentramento, si e’ salvato insieme a pochi nascondendosi tra i morti tornando a casa a piedi. Solo ora capisco perché è mancato l’abbraccio del padre per il figlio. Non poteva conoscerne il significato, nessuno aveva avuto momenti di tenerezza per lui.
Mia madre, una donna fragile che ha vissuto nell’ombra quasi per non disturbare, che ha sopportato la vita di una famiglia senza dialogo, senza comunione. E’ morta ancora giovane di leucemia.
Ho una sorella maggiore si chiama Mara. Avevo 22 anni quando si è sposata con Federico e si è trasferita a Milano.
Un matrimonio segnato dalla mancanza dell’avvenimento più grande. La nascita. Un dolore immenso.
Sono anni di silenzio nella mia memoria, anni che ci hanno allontanati, divisi, persi.
Ero solo, troppo giovane e senza riferimenti all’inizio di una carriera invidiabile. Facevo il rappresentante in una nota agenzia di moda del Veneto e sono stato chiamato a Milano per la direzione commerciale di una grande griffe.
Avevo due amici, uno ha messo in crisi la mia esistenza. L’altro, approfittando della mia confusione, mi ha messo in mano la prima busta di cocaina.
Mi sono trasferito, volevo cambiare, volevo cancellare e invece ero seguito, spiato, minacciato, ricattato da chi non volevo amare.

Un peso troppo grande da sopportare che non riuscivo a condividere e ad affrontare. Ho scelto la via più facile e immediata: la droga. Avevo la sensazione che tutto fosse risolto ma era solo una grande menzogna. Così la vita non è stata più dialogo, ma tragedia dove tutto finisce in niente.
Come vivevo non era poi così male, il mio lavoro mi appassionava, giravo il mondo, entravo in contatto con tante persone anche famose, mi piaceva e quella parte irrisolta della mia vita: perché affrontarla? Era più facile accantonarla, anestetizzarla, facevo da me.
Da lì a poco la dipendenza, la depressione, non avevo più voglia di vivere nemmeno del mio amato lavoro. Mi hanno licenziato, non avevo più niente, avevo distrutto tutto e volevo solo morire.
Avevo conosciuto e iniziavo a frequentare Enrico, un incontro importante, decisivo, un cacciatore di teste. Il suo lavoro consiste nel reinserimento dei manager nelle grandi aziende, in poco tempo aveva chiara la mia vita. Lui mi ha mandato poi a conoscere Lorenzo, un amico di Josè, ha una cooperativa sociale per disabili a Varese, costruiscono cablaggi elettrici. Ricordo il suo abbraccio, la sua accoglienza, il suo sguardo attento, la sua certezza. Ha richiamato Enrico dicendogli che avevo bisogno di entrare in Comunità, dovevo riprendere in mano la mia vita. Ripartire dai miei vent’anni.

Giugno 2006. Enrico parla con Mara, non c’è più tempo, lei mi chiama a casa e vedo nel suo sguardo la sua disperazione, il suo dolore. Sostenuta da Federico mi dice “se esci da qui e non fai quello che ti diciamo, puoi anche morire” non voglio più sapere niente di te. Non avevo alternative dopo pochi giorni sono entrato in comunità.
Il 14 luglio sono arrivato obbligato, stremato, confuso, impaurito e mi domandavo perché avrei dovuto vivere e perché avrei dovuto ricominciare. Erano domande senza risposta. Il ricordo della prima notte, il primo risveglio ore 7, 7.05 fuori dal letto, 7.20 in salone per le firme, 7.25 la colazione, 7.35 le terapie farmacologiche e di corsa a lavare i denti, la prima sigaretta, 7.50 il diario e lettura dei turni di lavoro, ore 8 inizio dei lavori. Tutto così organizzato, lo scandire del tempo, le regole, l’ordine, la pulizia, il metodo, le responsabilità, il richiamo dell’altro e all’altro. A che cosa serviva tutto questo? Cosa dovevo capire?
C’è voluto del tempo per comprendere che solo questo è il modo per dar ordine alle cose, per iniziare a dar ordine alla propria vita. L’armadietto il primo passo verso la libertà.

Ho cominciato a guardare la realtà tutta per quello che è, con uno sguardo nuovo, capivo che l’origine di ogni disgrazia è la mancanza di attenzione alla vita, che il richiamo del compagno era ciò che era mancato nella mia famiglia, l’attenzione, la memoria, la storia.
E’ iniziato così il mio percorso verso la rinascita, seguivo, guardavo, ascoltavo mi fidavo. Sono trascorsi 3 anni e la mia vita è cambiata, accompagnata, sostenuta, affidata a chi, con grande esperienza umana, mi ha ridato il desiderio di vivere fino in fondo nella speranza di qualcosa di più grande.

ALBERTO SAVORANA:
Ora ascoltiamo Stefano.

STEFANO:
Ciao a tutti, mi chiamo Stefano ho 22 anni e sono nato a Catania ma abito da più di dieci a Macerata.
Per me essere qui davanti a tante persone è una cosa incredibile perché fino a poco tempo fa non riuscivo a parlare di me nemmeno con i miei genitori. Avevo un blocco totale, paranoie, ansia, non riuscivo a stare insieme alle altre persone.
All’età di 13 anni, quando un ragazzo normale inizia a pensare al motorino e ai divertimenti io andavo in giro per il paese a fare danni o a fare a botte con chi capitava. Poi ho conosciuto la droga, ho iniziato con gli spinelli e in poco tempo ho iniziato a prendere pasticche d’ecstasy. A 15 anni andavo in giro per le discoteche a vendere cocaina e pasticche. Più vendevo, più soldi facevo e più mi drogavo. Sono arrivato al punto che le prendevo anche solo per uscire senza dover andare a ballare, e da lì a poco ho iniziato a fare uso di acidi, ketamina, anfetamina e così via, campavo solo per drogarmi non mi interessava altro. L’ eroina e la cocaina hanno preso il sopravvento nella mia vita già buia, e dopo un periodo che le ho fumate e tirate, ho iniziato a farmele in vena. A 16 anni ero già tossicodipendente costretto a rubare e spacciare per poter andare avanti. In mezzo alle persone stavo zitto, ero diventato paranoico. In quel lungo periodo ho perso tutto: ho perso il lavoro, la ragazza che mi voleva bene, molti amici morti d’overdose, la fiducia dei miei genitori, e soprattutto l’autostima e la credibilità da parte della gente che mi stava attorno.

A 20 anni, grazie alla spinta della mia famiglia, entro in comunità.
Quando sono entrato pesavo 50 kg ero silenzioso, pensieroso e non capivo dove ero capitato. L’ unica cosa che sapevo e che volevo, era solo fare passare qualche mese per ripulirmi e riguadagnare la fiducia dei miei genitori per poter ritornare a fare la vita di strada. Tante regole, troppe regole che non capivo: hai 5 minuti per farti la doccia, non dire parolacce, non puoi portare i pantaloni strappati. Prendevo punizioni su punizioni e litigavo in continuazione con operatori e ragazzi, sono arrivato pure a mettere le mani addosso a uno che faceva comunità con me. Lavorare mi piaceva, e mi sembrava strano essermi affezionato a quello che facevo: tenevo puliti e davo da mangiare a maiali, galline e capre, mi sentivo per la prima volta responsabile, e questa cosa mi faceva star bene anche se rimanevano il mio mutismo e il mio pessimo rapporto con gli altri. A un certo punto ho iniziato a conoscere meglio i ragazzi che avevano finito il percorso e i loro consigli per me sono stati fondamentali. Vedere che loro stavano bene anche se avevano storie pesantissime alle spalle e mi dicevano di dare ascolto alle regole della comunità mi ha toccato. Ho iniziato a guardare gli operatori con occhi diversi, a pensare che loro non facevano solo il loro lavoro, come pensavo prima, ma ci volevano aiutare. Ho cominciato a credere che c’ era qualcosa di grande in quel posto che prima odiavo, se avevo incontrato queste persone non era stato un caso, forse avevo qualche possibilità di salvarmi. Dopo sette mesi la prima verifica, torno a casa mi sembra tutto strano, la mia camera, le mie cose, riaffiorano i ricordi. Passo due giorni a pensare, parlo con papà e mamma, parlo con mio fratello e mia sorella: i discorsi non possono essere altro che quello che faccio in comunità. Ma ho detto loro troppe menzogne, mi sento in torto e rimango chiuso nel mio passato. Tornato in comunità mi sento meglio, rivedendo compagni e operatori mi accorgo che la comunità è diventata la mia seconda famiglia. La mattina bastava uno sguardo tra noi per capire chi si era svegliato pensieroso o chi aveva qualche problema. Per me questa era una delle cose più belle di questo posto: l’ attenzione dell’uno per l’ altro.

Passato un anno, ritorno di nuovo a casa un paio di giorni, le cose con i miei vanno meglio, riesco a parlare con loro, a chiedere scusa e loro mi perdonano. Allora mi ritorna in mente una mattina dopo una notte passata in discoteca, i miei avevano trovato il mio portafogli con dentro soldi e droga. Sul tavolo della cucina 500 euro, un po’ d’ hascisc e una pasticca. Quella pasticca d’ecstasy fece prendere un infarto a papà, mentre mi parlava e mi strillava cadde per terra; la paura, lo stordimento poi l’ambulanza a sirene spianate, l’arrivo in ospedale, avevo voglia di morire. Papà si riprende e dal letto d’ ospedale mi fa buttare via quella maledetta pasticca facendomi giurare di non toccare più niente.
Così dopo le angosciose sofferenze che avevano passato per me, adesso vederli stare meglio e vedere rinascere questo rapporto tra di noi mi sembra un miracolo, e la comunità di questi miracoli ne fa tanti. Basta che uno si mette nella condizione di essere aiutato e questo luogo ti può salvare la vita.

Da circa un anno mi sono trasferito al Villaggio S. Michele Arcangelo, che è la fase del reinserimento lavorativo, dove c’é un po’ più di libertà, ho il cellulare e inizio a fare uscite programmate e controllate, inizio a rimettere i piedi fuori. Al villaggio San Michele oltre a noi vivono diverse famiglie che condividono tutto tra loro e hanno in affido e adozione alcuni ragazzi. Il bello di questa comunità è che inizi a vedere cose che nell’altra comunità d’ ingresso non ci sono. Il fatto di vedere Josè o Giorgio con i propri figli o con quelli affidati, mi fa capire quanto è bello avere una famiglia e fare una vita normale vivendo nella semplicità. Quando mentre lavoro vedo passare i bambini con le biciclette che mi regalano un sorriso, capisco che nella vita ho uno scopo che non è quello di drogarmi.

ALBERTO SAVORANA:
Anni di silenzio nella mia memoria, ci ha detto Giovanni. Pensate: il silenzio nella memoria. È una condanna, una condanna terribile per un uomo: volevo solo morire. E Stefano: campavo per drogarmi, non mi interessava altro. E questo è l’umano, è l’uomo. È l’uomo di fronte alla povertà della sua vita, delle sue forze. Ma questo non impedisce che qualcosa di misterioso, di inimmaginabile, di impensabile faccia irruzione dentro questa umanità, la afferri. Come hanno detto loro: mi ha ridato il desiderio e mi ha rimesso in azione. Ha ricostituito un rapporto adeguato con la realtà. Allora ascoltiamo adesso da Josè, che insieme a Giorgio Torresetti è all’origine di tutta questa avventura, la riflessione sull’esperienza di tutti questi anni che ha condotto.

JOSÈ BERDINI:
Innanzitutto un grazie forte al Meeting perché ha usato questa cortesia di invitare gente poca come noi, in particolare ai giovani che ci hanno accompagnato, che sono il segno dell’educazione cristiana, con una gentilezza e una precisione inimmaginabili.
Preciso che il testo che segue rappresenta una traccia di una testimonianza più ampia e basata sulla mia personale esperienza. Il punto che proverò a sviluppare è come l’avventura trascorsa nella Comunità Incontro, con coloro che erano lì come me per smettere con la droga, ha sconvolto la mia vita, e come la paternità di don Gelmini, gli amici e poi l’incontro con il Movimento e con don Giussani mi hanno fatto muovere assieme a coloro che oggi vivono con me, verso l’esperienza del Villaggio San Michele Arcangelo.
Ho 50 anni e fino all’età di 25 anni ho perduto il tempo, la salute, la vita, nel disastro angosciante della droga.
Voglio esprimere immensa gratitudine per la possibilità che i responsabili del Meeting ci offrono in questa occasione di esporre la nostra pochezza ma direi anche il nostro coraggio.
La conoscenza diviene un “non avvenimento” quando noi nel vivere, nel guardarci, nel toccarci, facciamo prevalere una pigrizia anziché l’amore all’altro. Questo potere, questa prepotenza è tanto innaturale al nostro cuore che siamo costretti a diventarne dipendenti.

Grande è Eliot che parlando del suo tempo ai suoi contemporanei dice: “ … conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio, … tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza, tutta la nostra ignoranza ci porta più vicini alla morte …”.
Il racconto, le parole dei due che mi hanno preceduto descrivono in maniera evidentemente drammatica ciò che l’uomo è in grado di fare della sua vita e di quella dei più prossimi (e via via verso tutti) quando non vuole conoscere.
Mi ha colpito, in questo senso, un servizio su un TG nazionale che descrive bene l’enorme libertà di cui l’uomo è fatto dono. La scena ha dentro un giovane seduto sulla sua sedia a rotelle, inchiodato lì a vita a causa di un incidente stradale. Il giovane per ben tre volte viene incalzato dall’intervistatore con la domanda: “Ma eri ubriaco?” e lui, il giovane, quasi sfrontato nega all’inizio lo sballo che l’ha quasi ucciso e con fare farisaico, nonostante tutto il dolore fisico, mentale, morale … quasi con fastidio risponde: “Forse avevo bevuto un po’ …”

Come è grande e diverso Dio che mentre muore porta in cielo il ladrone: questo è il nostro modello di cultura sanitaria e sociale!
L’uomo, in questo caso il giovane, è fatto dono di una grande possibilità di conoscenza di sé, del mondo, del Destino delle cose, ma quando con ostinazione si nega, e si nega per orgoglio, come mi diceva mia mamma quando mi vedeva con la siringa in vena, si diviene un “non sé”.
Credo sia giusto anche citare, ricordare, non con sarcasmo anche se un po’ di senso ironico non guasta, il povero giornalista che forse pensava di fare velocemente e senza fatica il suo dovere, gli sembrava ovvio che il giovane che fino a ieri viaggiava in auto bevendo e fumando, avrebbe dovuto cedere subito e dire: “avevo bevuto, ero sfatto … non fate come me!”, tanto per iscriversi al club dei buoni! Invece no! Nulla di tutto ciò. Il suo io lacerato è riuscito a dire quasi per “scusarsi” con il giornalista: “solo qualche bicchiere …”.
Ho voluto raccontare questo episodio per ribadire che ciò che rende l’uomo adulto, stabile e coraggioso è la tensione verso il Destino che crea lui come fa tutte le cose, e non la semplice e moralistica risposta: “lo faccio per il bene dei miei figli …”.

Inoltre questo racconto mi permette di introdurvi in forma coerente e adeguata al come il Potere gestisce ed ha gestito le politiche sulle droghe e sui temi legati alle vicende dell’educazione.
Io sono uno dei fortunati che nel 1984 ha avuto la grazia di essere preso di forza da mio padre che, contro tutto e tutti, facendo piazza pulita dei suoi confusi sentimenti e di coloro che mal lo consigliavano, mi prese di peso e mi condusse in comunità da don Pierino Gelmini.
Sono rimasto lì 2 anni, in un luogo che ha visto passare tantissimi giovani, i quali, seguendo dei criteri semplici, senza accorgersene pienamente, costruirono la Comunità Incontro, una delle realtà più affascinanti e vere del nostro Paese e che la Chiesa cattolica, nel genio di don Gelmini, ha saputo esprimere!
Lo Stato in quegli anni ’80 fu di grande aiuto perché comprese che i giovani si perdevano e che c’era bisogno di esempi e luoghi da seguire e che c’era poco spazio per disquisizioni ideologiche. Quindi, aderendo ad un concetto semplice “le droghe fanno male” contribuì alla nascita sia del Sistema Pubblico sia delle Comunità.
Ma già allora c’era chi tentava di screditare sia le comunità che coloro che provavano a coinvolgersi con i drogati e i loro cari. Questi dicevano subdolamente, da serpi, che dalla droga non si poteva uscire e che era lo Stato che doveva intervenire.

Iniziarono a nascere i nuovi dittatori che, descrivendo le comunità come carceri, iniziarono a mettere le basi per costruire dei veri “lager” farmacologici; così è nata la “teoria della riduzione del danno”, pensata dalla sinistra giustizialista, appoggiata anche dalla destra e da poveri preti persi nel proprio clericale narcisismo.
Il peccato più grave di questa gente non sta solo nel risultato finale, operato sui giovani che sono divenuti più deboli, più altezzosi e schiavi di farmaci, ma sta soprattutto nell’aver convinto una generazione di adulti che le droghe potevano far parte del vivere … che male c’era in fondo … e poi ci avrebbero pensato loro, non erano necessari luoghi come le Comunità che invitavano al cambiamento – questo termine (cambiamento) era considerato una pretesa, e lo è tuttora!

Come è debole l’uomo che si vende e vende i corpi e l’anima dei propri figli devastati da droghe pubbliche e private!
Erano gli anni di tangentopoli, in cui uno statalismo prepotente ha provato, di fatto, a farsi anche spacciatore!
La realtà è però testarda. La storia racconta che chi è guarito dalle droghe è cambiato, (come descrive il video), perché ha aderito ad una esperienza totalizzante. Di contro, quando i ragazzi o i genitori iniziano a negare la possibilità di cambiamento perché troppo dura …, ecc., lì rimangono incastrati in sistemi perfettamente schiavisti.
La crescita di problemi legati alla sfera psichiatrica, gli incidenti stradali, e in generale l’odio alla vita, ben rappresentato dai rave party, sono anche il risultato della cosiddetta “teoria della riduzione del danno” .
Oggi cosa si fa? C’è stato un grande passo in avanti, quello di dichiarare il male che le droghe portano, così come certe restrizioni legate al pacchetto sicurezza; ma se non si investe sul serio con progetti nuovi, saremo sempre più preda di una isteria collettiva. C’è bisogno di educazione e di luoghi come il Villaggio San Michele Arcangelo, che vengano proposti all’intero territorio come esempi di cultura e di bene per tutto il popolo.

Che cos’è il Villaggio San Michele Arcangelo? Chi ci vive, cosa guarda e pensa? Io credo fermamente che dentro la nostra ignoranza noi rappresentiamo il futuro … siamo avanti … il nostro modello culturale e operativo è del futuro perché non poggia su personalismi e neanche su “sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono”, ma sul presupposto che l’esperienza della Comunione, il vivere insieme o è oggetto di guerra, e quindi ha bisogno di imperatori, oppure può esistere perché, guardando all’ordine, come descritto nelle testimonianze, si partecipa di un Essere, dell’Essere Creatore che fa tutte le cose.
Vivere insieme, anche con giovani inquieti quanto noi, ci pone in questo senso in una domanda inesauribile e ininterrotta.

L’esperienza del Villaggio San Michele da questo punto di vista è sinteticamente esemplificativa: non ci lascia tranquilli! Quasi fino alla malattia! E questo coinvolge tutti quelli che ci incontrano.
Come è accaduto a due nostri cari amici che, fissi sui problemi del loro secondo figlio, erano arrivati al punto di volersi lasciare perché non riuscivano ad accettare il cambiamento che la situazione imponeva loro.
Finché questo modello legalista è andato avanti, il loro figlio moriva sempre più. Nel momento in cui, frequentando e lottando contro di noi, hanno cominciato a guardarsi, lentamente è esploso l’amore a sé e ai figli. A Dio!
Il Villaggio non è un “insieme casuale di persone” ma neanche si fissa nel considerare le famiglie il centro del mondo.
In questo senso tutta la “manfrina psicologica” sulla assenza del padre dalle famiglie credo sia una minestra riscaldata.

Il padre, la mamma, la zia, il cane, le parole, la salute, il vivere, sono quando c’è Dio … quando l’uomo lo cerca come a tentoni.
Il problema vero non è il padre ma la rimozione sistematica, resa cultura dal Potere, del fatto che siamo continuamente creati.
Nel Cristianesimo è ancor più grave questo peccato, perché Dio è Padre e il Figlio ce lo indica come “l’Eterno Lavoratore”.
Per chiudere: noi siamo i migliori. Questo perché, da grandi peccatori, amiamo Gesù e perciò comprendiamo che dobbiamo capir bene le parole di Benedetto XVI che, contro tutto e tutti, ma per il mio cuore e per il tuo, ci parla e ci scandalizza del come l’uomo cada nel sesso come fosse una droga o del come sia asfissiante affrontare l’Aids con il solo preservativo e non come una faccenda che chiama tutti ad un amore teso a farci crescere anche in una responsabilità più grande. Mi viene in mente un caro amico, mentre stava morendo di Aids presso l’Ospedale Umberto I di Ancona, quando mi chiese i calzini pesanti perché aveva freddo ai piedi. È un altro mondo la carità, perché poggia sulla speranza che è la più piccola tra le virtù ma è quella che ci muove verso Dio e gli uomini.
Giussani dice che l’uomo è maturo quando vuole costruire la storia e una esperienza diventa storia quando non può essere fermata dal Potere.
Noi non abbiamo paura di nulla, perché Gesù è risorto.

ALBERTO SAVORANA:
Allora, intanto che si preparano, vi dico chi sono questi quattro amici che sono nati dalla passione per il bello nella forma della musica di Silvia Torresetti, direttrice al conservatorio, che ha fatto diventare questo parte di questa cosa dell’altro mondo ma in questo mondo. Dove la cosa sorprendente non è l’altro mondo, ma che l’altro mondo si rifletta e cominci a perturbare questo mondo. E sono Francesco Amico, voce e chitarra; Barbara Torresetti al violino; Matteo Torresetti alla viola e Serena Rossi, voce. Intanto che arrivano, io… mi spiace che lui non abbia… ha citato molto Giussani, ha citato la cosa che a me ha colpito di più, che mi ero segnato perché ho detto: se se la scorda, con tutte le anestesie che ha vissuto, gli rinfresco la memoria. Allora me l’ero scritta perché questo dice della passione che don Giussani e Carrόn hanno per la nostra vita e dice anche qual è il grande strumento che Dio, il Padreterno, ci ha messo nelle mani per fare il nostro percorso da uomini, senza del quale non è possibile sconfiggere quell’anestesia, per cui è impossibile rintracciare nella propria esperienza quella nostra esperienza, quella novità che sta cambiando la vita di tanti di noi. Prendendo un caffè in uno di quei dialoghi, non so quale, disse loro: “La vostra vita è come viaggiare nella nebbia. Bisogna stare attenti alla linea bianca sulla destra e ciò richiede attenzione. Altrimenti si rischia di andare fuori strada. Ma quando la nebbia viene sciolta dal sole, allora si và”. La nebbia, dico io, come dire, è la condizione di ciascuno. Non è per una categoria particolare di persone. Noi tutti siamo immersi in questa nebbia che è fatta di confusione, di apparenze, di anestesie che sembrano congiurare contro di noi. Ma quella linea bianca è il nostro cuore, è quell’insieme di esigenze che nessuna anestesia può cancellare fino in fondo, tanto è vero che rimane come un filo sottile che si accende quando incontra una risposta che corrisponde a quel filo sottile impercettibile, che uno aveva dimenticato da tempo. Una ferita – che è quella che Ratzinger quando fece il funerale di Giussani chiamò la “ferita della bellezza” – che è infinitamente più potente della ferita del nostro male. Che non ha condizioni previe perché…. Carrόn ha parlato di San Paolo l’altro giorno. E per spiegare San Paolo non ha descritto il fervorino del santino del bravo cristiano. Ha fatto l’elenco dei vanti che San Paolo aveva nel perseguitare i cristiani: era il peggiore, era il più accanito nel denunciare e perseguitare i cristiani. Ma neanche questo ha impedito a Dio di irrompere nella sua vita. E lui con tutto il male che faceva aveva la coda dell’occhio su quella linea bianca.
E allora, ascoltando i nostri amici e concludendo, li ringraziamo tutti e gli auguriamo di continuare lungo questo percorso nella nebbia che si dirada come nei campi di grano della loro terra. E io chiedo, se possiamo, non credo sia esagerato, ascoltare questa musica e queste parole come una preghiera a Dio per Irene, che è una delle persone che avete visto nel video che, come ci ha detto Josè, qualche giorno fa è stata uccisa. Una preghiera per affidare al mistero buono, che ha in mano le sorti della vita di ogni uomo, il compiersi del suo destino, che per le cose che lei ha detto nel video troverà un abbraccio caldo come quello di don Giussani quando si incontrarono.

musica

Data

28 Agosto 2009

Ora

11:15

Edizione

2009

Luogo

Salone B7
Categoria
Incontri