LA SOSTENIBILITÀ DEL WELFARE PUBBLICO E PRIVATO - Meeting di Rimini
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LA SOSTENIBILITÀ DEL WELFARE PUBBLICO E PRIVATO

La sostenibilità del welfare pubblico e privato

24/08/2011 - ore 19.00_x000D_ Partecipano: Johnny Dotti, Amministratore Delegato di Welfare Italia; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima; Lester Salamon, Direttore Centro per gli Studi sulla Società Civile alla Johns Hopkins University di Baltimora. Introduce Riccardo Bonacina, Presidente e Direttore Editoriale di Vita Non Profit.

Partecipano: Johnny Dotti, Amministratore Delegato di Welfare Italia; Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima; Lester Salamon, Direttore Centro per gli Studi sulla Società Civile alla Johns Hopkins University di Baltimora. Introduce Riccardo Bonacina, Presidente e Direttore Editoriale di Vita Non Profit.

 

RICCARDO BONACINA:
Buonasera, iniziamo questo incontro che ha un tema meno specialistico di quel che dice il titolo, è un incontro intorno ad un interrogativo importante. Leggiamo sui giornali e facciamo esperienza diretta del fatto che i sistemi di welfare che avevamo conosciuto, quelli del secolo scorso, quelli del Novecento, non reggono più per due mostri che iniziano entrambi con la D: uno è il debito, il famoso sovrano, abbiamo i Ministri dell’Economia del welfare che dicono che non si può crescere con il debito. L’altro mostro che inizia con la D è la demografia, anche se ha una faccia bella. Tutto questo non regge: il sistema di finanziamento del welfare deve essere reinventato, e anche gli attori del welfare devono essere rinnovati. Quando parliamo di welfare, non parliamo di una cosa specialistica, parliamo di noi, delle nostre vite, delle nostre fragilità, dei nostri bambini, dei nostri anziani, di qualcosa che riguarda la vita di ognuno. L’incontro di oggi con tre ospiti importanti, che poi vi presento, è su un paio di nodi. Il primo è che in questi anni si è parlato molto di welfare mix, di welfare comunitario, di welfare sussidiario, di Big Society. Tutte queste parole indicano un nodo unico, la necessità di ridefinire cosa sia il pubblico. Il pubblico non è più sicuramente una funzione solo dello Stato o dell’ente pubblico, pubblico è uno spazio su cui devono agire i diversi attori. Quindi, il pubblico, il privato e il privato sociale o non profit: è una questione importantissima che bisogna ridefinire. E bisogna che chi governa l’Italia, l’Europa, i governi nazionali e sovranazionali, si diano da fare per questa definizione.
Cos’è oggi lo spazio pubblico? Se vogliamo mantenere un welfare tendenzialmente universalistico, cioè per tutti, bisogna che sia sentito come urgenza. Il secondo nodo credo sia appunto ridefinire cos’è la res pubblica: cos’è una cosa pubblica? Potremmo dire, a distanza di tanti anni, che forse occorre più Repubblica, nel senso di res publica e meno Stato. Potrebbe essere uno slogan. E quindi è importante sviluppare l’idea di una new governance, di un nuovo Governo anche del welfare, perché è un Governo che deve riconoscere le partnership e le alleanze fra diversi soggetti: su questo credo che la funzione statuale possa avere ancora molto da dire. Su questi temi, ricordo anche alcuni passaggi importantissimi dell’enciclica Caritas in veritate, in particolare i punti dal 38 in avanti dove il Papa dà indicazioni molto importanti.
E arrivo alla presentazione dei nostri tre ospiti: alla mia destra, il professore Lester Salamon, direttore del Centro Studi sulla società civile della Johns Hopkins University. Questo professore, per chi è del settore, è molto importante: ha anche contribuito a misurare il volontariato. Tra l’altro, il Cnel recentemente ha assunto questo suo metodo di misurazione, misurando il peso del volontariato in Italia: ne è risultato qualcosa che, se non sbaglio – vedo Gualaccini che mi correggerà, rappresenta il Cnel -, arriva a circa 800 milioni di ore, tutto ciò che volontariamente i cittadini danno, offrono nella costruzione della cosa pubblica. Ecco, se possiamo misurare il volontariato, lo dobbiamo a questo professore. E di questo lo ringraziamo, perché lui è partito dicendo: “Se non si riesce a contare qualcosa, questa cosa non conterà mai. E allora bisogna contare anche il volontariato”. E’ un assunto molto anglosassone, ma fa bene. Sempre continuando, alla mia destra c’è Johnny Dotti che, oltre a essere un amico, è anche amministratore di Welfare Italia. Johnny Dotti ha avuto una storia importante nella cooperazione sociale di questo Paese, è stato presidente per tanti anni del consorzio Gino Matterelli, che è un consorzio che aggrega più di 1100 cooperative sociali, le cooperative che si occupano del servizio alla persona. Tra l’altro, la cooperazione sociale è un modello nato proprio in questo Paese, un modello innovativo che mette assieme la domanda di servizi e la risposta. Voi sapete che nella cooperativa sociale anche gli utenti fanno parte della cooperativa. Da un paio di anni ha messo su questo Welfare Italia, che è una società per azioni partecipata da banche, da associazioni di categoria, che sviluppa servizi e negozi per la sanità leggera. Diciamo che dalla storia della cooperazione sociale è nato un attore di mercato ibrido, il Papa ha usato molto questo termine nella sua enciclica, invitando all’ibridazione tra le forme, e tra le forme produttive. A questo proposito, alla mia sinistra Marco Morganti, anche lui un amico, siamo una compagnia di giro, insomma. Marco Morganti è amministratore delegato di Banca Prossima, anche questa è una forma di ibridazione perché Banca Prossima nasce, oltre che dall’intuizione e dalle passate attività di Marco Morganti, anche per volontà di una grande banca come Banca Intesa San Paolo, però si struttura in forma ibrida, anche nella remunerazione del capitale. Soprattutto, dedica completamente i suoi servizi, i suoi prodotti al mondo non profit, al mondo delle imprese sociali e alle imprese di comunità, di territorio. Quindi, abbiamo un professore e due attori di un possibile nuovo welfare. Siccome l’ora è tarda, direi di cominciare subito dal professor Salamon, chiedendogli di inquadrare un po’ il tema, di farci capire quali sono le nuove frontiere della filantropia e quali sono gli attori, i soggetti possibili, perché c’è bisogno veramente di invenzione e poi, magari, che chi ci governa incoraggi, riconosca il peso di tutto ciò che la società fa. Prego.

LESTER SALAMON:
Sono lieto di essere qui, di fare l’esperienza del Meeting di Rimini per la prima volta: mi ricorda un’esperienza che ho fatto nel mio Paese, l’evento di Woodstock negli anni ’60, quel decennio caratterizzato dalla libertà e dall’auto-indulgenza della cultura pop americana. Qui abbiamo una Woodstock per i filosofi, per coloro che si interessano di questioni sociali, per coloro che non portano avanti l’auto-indulgenza ma che, piuttosto, sostengono la comunità. Questa sera vi porto un messaggio di speranza, un messaggio forse eccessivamente ottimista, perché sono convinto del fatto che siamo agli albori di una nuova fase, di una finanza a scopi sociali, io la chiamo la finanza non profit 3.1, per differenziarla dalle 3 fasi precedenti della finanza a scopi sociali che abbiamo incontrato nel corso della storia. La prima si basava sulla filantropia per finanziare le attività a scopi sociali: questa fase ha dominato le attività finanziarie dall’inizio fino ai tempi più recenti. Come ci ha ricordato Papa Benedetto nella sua enciclica, Caritas in veritate, la carità nella verità è la principale forza propulsiva verso lo sviluppo di ogni persona e dell’umanità stessa. Tuttavia, è un fatto che la filantropia recentemente si è dimostrata insufficiente a far fronte alle insicurezze e agli sconvolgimenti economici che hanno accompagnato l’urbanizzazione e l’industrializzazione. Negli Stati Uniti, oggi, sebbene la filantropia rappresenti un fattore molto esteso, molto ampio, costituisce solo il 50% del reddito delle organizzazioni non profit che ammonta complessivamente a 1,5 trilioni di dollari americani. La filantropia, da parte di aziende e di singoli, ammonta solamente al 50% e questo mi porta alla finanza non profit 2.0.
Abbiamo dovuto inventare un nuovo modo per finanziare le attività non profit, abbiamo dovuto rivolgerci ai Governi. Le capacità della filantropia di superare le difficoltà della società industriale si sono ridotte e sempre più sforzi sono stati fatti per rafforzare il ruolo dello Stato. Gli Stati Uniti, all’inizio, hanno adottato a livello locale ciò che alcune persone definirebbero come sussidiarietà, con un forte sostegno governativo alle organizzazioni non profit. Nel 2007, solamente quattro anni fa, il sostegno governativo era pari a circa 1/3 del reddito delle organizzazioni non profit americane, quindi due volte la somma disponibile da parte del settore filantropico. E’ un fatto che in Europa, soprattutto nell’Europa settentrionale, si è cominciato a manifestare lo stesso modello di finanziamento governativo. Infatti, i Paesi dell’Europa settentrionale hanno un settore non profit che in media, in termini percentuali, è molto più elevato e più importante di quello americano. Le principali fonti di finanziamento sono entrate pubbliche per cui il Governo è il soggetto che consente di erogare fondi, sia negli Stati Uniti che in Europa.
Ma anche il sostegno governativo ha i suoi limiti, non è mai stato sufficiente, soprattutto negli Stati Uniti noi abbiamo avuto un Welfare State riluttante. Quindi, si è inventata la cosiddetta finanza non profit 3.0, che ha rappresentato il rivolgersi al mercato, alle tariffe che i consumatori pagano per i servizi. Questo tipo di finanza è iniziato tra il 1930 e il 1950, nel settore dell’istruzione e della sanità. Negli anni ’80 si è passati ai servizi sociali e negli anni ’90 ai servizi delle arti, dei diritti umani. Nel 2007 sono state introdotte le tariffe, il reddito commerciale, che ammontano a circa la metà degli 1,5 trilioni di dollari delle entrate per il settore non profit.
Col tempo, si è dimostrato che tutto ciò è insufficiente, non è riuscito a generare quel capitale d’investimento che è necessario per costruire le strutture ed acquistare le attrezzature: le organizzazioni si sono gradualmente allontanate dal loro obiettivo, sostenere e dar voce alle persone che non hanno voce. Questo ha fatto sì che le funzioni chiave del settore non venissero sostenute. Come è stato detto da Bonacina, c’è un problema legato al fatto che c’è sempre meno sostegno da parte dello Stato. Quindi, il Terzo Settore, nel nostro Paese come nel vostro, sta affrontando un momento di crisi legata al sostegno finanziario. Ma credo ci sia una nuova soluzione che si sta manifestando nei nostri Paesi: può essere definita finanza a scopi sociali 3.1. L’ho chiamata 3.1 perché si rivolge al mercato, non per un’entrata annuale quanto piuttosto per il capitale d’investimento. In tutto il mondo, e soprattutto nel vostro e nel mio Paese, si sta assistendo a una serie di strumenti, di veicoli per attrarre il capitale d’investimento nella sfera filantropica. Questo fenomeno, lo definisco “le nuove frontiere della filantropia”.
Attualmente, sono impegnato in un progetto che è volto all’identificazione delle caratteristiche di questo concetto. Credo che stiamo attraversando quello che definisco il big bang della filantropia, quello che i fisici definirebbero un vero e proprio big bang, un’esplosione. Un’esplosione di attori e di strumenti nella sfera filantropica che, al momento, sta mobilitando risorse pubbliche per scopi sociali. Se diamo un’occhiata rapida allo scenario della filantropia in tutto il mondo, vediamo che ci sono tutta una serie di nomi che potrebbero essere associati alla filantropia e che stanno acquisendo sempre più importanza in vari Paesi. Nomi come quelli che vi vado ad elencare: Bovespa, un’organizzazione brasiliana, Social Capital Partners in Canada, Capital Route a Londra, New Profit. Sono tutte istituzioni che si sono affacciate sul mondo della filantropia. Ancora, Nesta nel Regno Unito, un fondo innovativo, quasi governativo. Poi c’è il fondo di re-investimento per la comunità, il fondo Swap, di beneficenza. C’è attività di cartolarizzazione in questo settore, c’è il nuovo concetto dell’Impact Investing, ci sono istituti finanziari per lo sviluppo delle comunità. C’è un’organizzazione che si chiama Tesco International, ecc. E si sente sempre più parlare dei cosiddetti titoli sociali. Anche in Italia c’è il fenomeno delle fondazioni di origine bancaria, e potrei continuare su questa scia.
Ci sono tantissime entità, molti strumenti che sono emersi nel settore della filantropia. La filantropia sta attraversando un’enorme trasformazione che è di fronte ai nostri occhi: molti non sono consapevoli del fatto che questo fenomeno stia avvenendo con enorme rapidità. E’ una trasformazione che comprende quattro aspetti differenti: in particolare, la filantropia si sta spostando oltre quelli che sono i finanziamenti a fondo perduto. Non ci affidiamo più a questo tipo di finanziamenti come strumento per la messa a disposizione di risorse filantropiche: quindi, prestiti piuttosto che fideiussioni, strumenti di tipo azionario, titoli sociali e tutta una serie di altri strumenti utilizzati a scopi filantropici. Inoltre, si stanno muovendo i lasciti, quale strumento per costituire fondazioni: è stato il modo tradizionale di costituire fondazioni, quando un soggetto benestante viene a mancare e lascia appunto un lascito, un legato. Ed è interessante anche la privatizzazione di un patrimonio pubblico o semipubblico, cosa che per esempio in Italia avviene spesso con le fondazioni di origine bancaria. L’altra trasformazione è che la filantropia sta andando oltre le vere e proprie fondazioni che, al momento, vengono superate quale struttura finanziaria per il finanziamento di attività sociali. Ci sono nuovi tipi di attori, con nomi particolari, per esempio i cosiddetti aggregatori di capitale sociale, oppure i mercati secondari sociali, le borse sociali o i broker, gli intermediari di imprese sociali e tanti altri soggetti che sono emersi nello scenario della filantropia.
Infine, quarto aspetto, si sta andando oltre la liquidità, in maniera molto drammatica e a volte aggressiva: ci sono nuove forme di baratto, non tanto per facilitare l’erogazione di denaro quanto per tutta una serie di forme di assistenza in natura, per esempio, sotto forma di tempo messo a disposizione da parte di volontari o altri tipi di strumenti, di beni, di servizi in natura, per esempio, l’attrezzatura hardware o software informatica. Il denominatore comune di molti di questi nuovi sviluppi è dato dalla mobilitazione di capitali di investimento privato per scopi sociali. Le implicazioni di questo fenomeno sono enormi. Vi fornisco alcuni dati, giusto per darvi un’idea di quello di cui stiamo parlando Il mercato del capitale privato negli Stati Uniti controlla circa 124 trilioni di dollari americani, circa 90 trilioni di euro, una cifra enorme. Solo l’1% di questo patrimonio è stato devoluto a scopi benefici, filantropici e sociali: stiamo parlando di una cifra enorme. Se venisse appunto conferito l’1 % di questa cifra, si tradurrebbe in oltre 1 trilione di dollari americani a sostegno delle attività sociali. E in effetti, molte attività stanno cercando di sfruttare il capitale d’investimento privato a sostegno delle attività sociali.
Questi sviluppi ovviamente attribuiscono un nuovo significato alle parole che Papa Benedetto XVI ha scritto nel paragrafo 46 della sua Caritas in Veritate, quando ha parlato di un’ampia area intermedia che è emersa fra le imprese non profit e quelle a scopo di lucro. Non si tratta solamente di un terzo settore – ha scritto -, ma di una nuova, ampia realtà composita che coinvolge il privato ed il pubblico e che non esclude il profitto ma lo considera come uno strumento per realizzare finalità umane e sociali. Sebbene questi cambiamenti siano significativi, tuttavia sono ancora allo stadio embrionale e non possono essere contestualizzati in un ambito più sistematico. I singoli operatori sanno che fanno parte di questo universo, riescono a gestire alcune di queste innovazioni, però l’intera portata dei cambiamenti deve essere ancora visualizzata e analizzata in maniera sistematica. Inoltre, gran parte della letteratura esistente assume la forma di una sorta di materia grigia, disponibile solamente a gruppi ristretti. Mancano gli strumenti per diffondere questi concetti, per fare sì che i cambiamenti vengano portati da un pubblico più ampio e possano aiutare a definire anche le attività di formazione: per esempio, per chi gestisce i fondi pensione, chi si occupa di responsabilità sociale d’impresa, ecc.
Sto cercando di colmare questo divario con un volume al quale sto lavorando con una serie di colleghi, che porta il titolo Le nuove frontiere della filantropia ed esamina i principali cambiamenti in corso. Anzitutto, l’esplosione di nuovi attori nell’ambito della filantropia; in secondo luogo, l’emergere di nuovi strumenti utilizzati da questi attori. Essenzialmente, quello che cerco di fare è di tracciare un cerchio fra i vari sviluppi che si stanno manifestando nella scena della filantropia e creare una struttura analitica che ci consenta, in qualche maniera, di concepire, capire bene quello che si sta verificando. Ovviamente non sono in grado di riassumere il volume in questa sede, però vorrei presentarvi almeno alcuni degli attori che abbiamo visto emergere in questa nuove frontiere della filantropia. I primi attori che vorrei presentarvi sono i cosiddetti aggregatori di capitale. Si tratta di organizzatori – alcune non profit, altre a scopo di lucro -, che raccolgono capitale da investire in organizzazioni per attività sociali, capitale d’investimento che attende un reddito, un ritorno. Si tratta di intermediare nel mercato dei capitali sociali che si rivolgono agli investitori disposti a investire i loro capitali in attività a scopi sociali. Le fonti di finanziamento che questi aggregatori raccolgono sono individui benestanti piuttosto che fondi pensione, compagnie assicurative, banche tradizionali o altri soggetti dove si concentrano i capitali: a volte ci sono combinazioni di redditi finanziari.
Molti aggregatori si concentrano su una nicchia di mercato o su un’area particolare, per esempio, ACCION International in Venezuela si concentra in particolare sugli istituti di microcredito nei Paesi del Terzo Mondo. Giusto per darvi un’idea della portata di questo fenomeno, c’è il Banco Compartamos in Messico, che recentemente è riuscito a raccogliere, attraverso un’offerta pubblica di acquisto, un milione e 467 milioni di dollari da investire in istituti di microcredito in Messico, quindi, in un’unica sede, un unico esempio di aggregatore di capitali in un unico Paese, nel settore del microcredito: un settore dove vengono gestiti attualmente 65 miliardi di dollari per le attività di microcredito di tutto il mondo. Le stime prevedono che questo settore crescerà a circa 250 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Quindi, si tratta di risorse vere, significative. E poi ci sono i quasi 1000 istituti finanziari per lo sviluppo delle comunità degli Stati Uniti: istituti finanziari che si occupano del miglioramento dello sviluppo delle comunità ed in particolare di comunità svantaggiate. Si tratta di banche, compagnie assicurative, diversi tipi di attività finanziarie che si occupano di questo obbiettivo; attraggono capitali da altre istituzioni, da altri istituti che devono essere poi reinvestiti. Questi istituti, quasi 1000, degli Stati Uniti, al momento stanno gestendo circa 30 miliardi di dollari di patrimonio per questo tipo di attività: le stime relative alla portata di questo gruppo di aggregatori in tutto il mondo parlano di una cifra di circa 300 miliardi di dollari americani, pari a circa 215 miliardi di euro.
E’ un gruppo di attori attivo sulla scena della filantropia Un secondo attore è quello dei mercati secondari. Si tratta di mercati che esistono da tempo nelle comunità finanziarie; attualmente si stanno cominciando ad occupare anche di attività sociali. Sono istituti che acquistano i prestiti che vengono fatti, per esempio ai cittadini piuttosto che alle aziende, per raccogliere altri soldi da poter riutilizzare per prestiti e vendere poi questi pacchetti di prestiti, per esempio, alle compagnie assicurative, sotto forma di azioni. Le somme di denaro che riescono a ottenere vengono poi riutilizzate e immesse nel mercato primario di chi presta denaro, per ulteriori prestiti. Il fondo di investimento per la comunità, il Community Reinvestment Act degli Stati Uniti, per esempio, ha generato oltre un miliardo di dollari attraverso attività di questo tipo, di mercato secondario. Poi c’è una ONG molto importante del Bangladesh, che recentemente ha annunciato l’acquisto, nel mercato secondario, di prestiti in microcredito. Terzo esempio di attore, quello delle borse sociali: si tratta di istituti che creano un vero e proprio mercato all’ingrosso, che offre debiti, oppure capitale azionario in imprese sociali o in altri meccanismi di tipo azionario. Uno di questi è quello che ha recentemente concluso un accordo con la borsa di Singapore per far quotare i titoli e il capitale azionario delle imprese sociali certificate. Poi c’è anche il Chicago Climate Exchange, che consente alle aziende di scambiare dei crediti di emissione di anidride carbonica: sono crediti che le aziende possono utilizzare per compensare le loro emissioni. Quindi, si consente alle aziende di avere del denaro per limitare la propria impronta ambientale, quindi si tratta, in qualche maniera, di contribuire a ridurre l’inquinamento nel mondo. Il Chicago Climate Exchange ha trecentotrentacinque aziende quotate e gli scambi di emissioni che queste aziende riescono a conseguire sono pari alla quota di emissioni di anidride carbonica destinata al Regno Unito dalle regole dell’Unione europea. Il quarto attore è quello dei fondi, con la consulenza dei donatori, di origine aziendale. Si tratta di facilitatori, in questo caso. Poi ci sono i broker di imprese, sviluppatori di capacità che facilitano le transazioni finanziarie.
Queste sono le nuove frontiere della filantropia. Ovviamente presentano dei rischi, bisogna identificare che ci sia una corrispondenza con quanto si fa e che quanto si fa corrisponda alle necessità. Si tratta di sistemi che potrebbero non essere sempre democratici, molte di queste nuove risorse, ovviamente, possono essere troppo a breve termine e possono distogliere l’attenzione da quelle che sono le soluzioni a lungo termine. Al tempo stesso, contengono un’enorme promessa: possono portare nuove risorse per risolvere i problemi del mondo in termini di povertà, malattie, degrado ambientale. E questo è particolarmente importante, soprattutto in un periodo in cui le risorse pubbliche vengono meno o stanno calando. Si stanno sprigionando nuove energie per la soluzione di questi problemi, perché si mobilitano gli imprenditori sociali e sfruttano quella che è l’abilità inventiva, l’ingegnosità di tutta una classe di imprenditori sociali per la risoluzione dei dilemmi umani.
Ci sono quattro fasi che vanno compiute. Anzitutto, occorre visualizzare quello che sta succedendo: è lo scopo del tipo di ricerca che sto facendo in questo momento. In secondo luogo, occorre fare pubblicità: il pubblico deve essere edotto di quanto sta succedendo, affinché possa impegnarsi in attività simili. Ed è necessario quindi comunicare al pubblico anche in luoghi insoliti, per esempio nell’ambito di imprese di assicurazione, ecc. Inoltre, occorre incentivare questi investitori affinché si investa in questo settore: è il ruolo del settore pubblico, possiamo farlo tramite l’imposizione pubblica o con imposizioni normative, oppure prevedendo che le banche investano parte dei loro soldi nelle comunità da cui ottengono depositi, in maniera tale che ci sia una sorta di reinvestimento. C’è infatti una legge in tal senso, emessa negli Stati Uniti: la Community Reinvestment Act.
I nuovi strumenti della finanza della filantropia che ho descritto non rappresentano una panacea per i mali del mondo, e tuttavia, in un periodo in cui il sostegno da parte del settore pubblico ai tentativi tesi alla risoluzione di questi problemi langue, questi strumenti rappresentano una sorta di cauto ottimismo. La distinzione tradizionale tra imprese non profit e profit ovviamente non può più dare conto della realtà. La distinzione invalsa tra impresa finanziata al profitto e organizzazione non finanziata al profitto non è più in grado di dare conto completamente della realtà o di orientare efficacemente il futuro. La sfida è garantire che questa nuova realtà composita, descritta dal Pontefice, sebbene non escluda il profitto, garantisca che questo profitto venga utilizzato come strumento per realizzare finalità umane e sociali. Grazie.

RICCARDO BONACINA:
Grazie al professore Salamon, che sicuramente ci ha fatto capire, per usare parole sue, la portata dei cambiamenti, e ci ha regalato un po’ più di consapevolezza su quali siano attori e strumenti per finanziare il nuovo welfare. Io non so se in Italia siamo alla finanza 2.0, 3.0, 3.1…, però possiamo chiederlo ai nostri due amici, visto che sono Amministratori Delegati di tentativi sicuramente innovativi nelle forme e nelle modalità. Do la parola a Marco Morganti, Amministratore Delegato di Banca Prossima.

MARCO MORGANTI:
È stata usata la parola ibrido, per spiegare che non è soltanto il Terzo Settore che cambia ma deve cambiare tutta l’economia, per funzionare meglio, prima ancora che per un fatto etico, per essere più in grado di affrontare le questioni che sono sul tavolo. Banca Prossima è il tentativo di fare un ibrido a partire da una banca, restando banca. Faccio lo sforzo di spiegarvela in un minuto, così non rischio di fare uno spot troppo prolungato per la mia banca. L’essenziale è questo: nasce una banca, quattro anni fa, Banca Prossima, che si occupa soltanto dell’economia del Terzo Settore e che quindi avrà come clienti soltanto organizzazioni non profit, quindi, associazioni, fondazioni, cooperative sociali e i soggetti che a vario titolo rientrano nella cosa chiamata Chiesa, anzi Chiese, perché noi abbiamo rappresentanti di tutte le chiese all’interno della nostra clientela. Questa è la prima scelta, ciò che mi mette oggi in grado di parlarvi e di esprimere un minimo di significato, di utilità comune a noi, in questa sala. Abbiamo imparato abbastanza, in questi quattro anni, che cosa sia il Terzo Settore, quali i punti di forza, quali i punti di debolezza, perché ci sia così bisogno di questa struttura, perché sia poco ascoltata e dimenticata nella programmazione politica a livello centrale e locale. Cercherò di dirvi, soprattutto, questa seconda parte. Vorrei chiudere questa presentazione così veloce dicendo che una banca che si impegna a lavorare in questo settore non lo fa per buon cuore, non lo fa per essere più etica del Gruppo al quale appartiene, il gruppo Intesa San Paolo, ma per essere un soggetto più efficace, cioè per riuscire a fare credito là dove una banca normale non lo farebbe.
Certo, sarebbe una nuova forma di filantropia, neanche così efficiente, perché la filantropia ha senso quando produce degli effetti, non quando versa denaro in un pozzo sperando che succeda qualche cosa. Il senso è selezionare ciò che è sostenibile, distinguerlo con strumenti nuovi che non diventino poi, nell’azione della banca, parole d’ordine, parole al vento. Ci saranno strumenti di rating, dove noi valutiamo le imprese con strumenti diversi, e riusciamo per questo ad essere più inclusivi, cioè a dare circa un 50% di credito in più rispetto a una banca normale, che vuol dire più denaro, vuol dire a tassi migliori, vuol dire su tempi più lunghi. Questa è l’impostazione di Banca Prossima che poi contiene una cosa che ha a che vedere con quello che ci ha detto il professore prima: un principio di low profit, di basso profitto, non per il gusto di farsi del male, l’obiettivo non è che un azionista guadagni poco. L’azionista s’attende comunque di guadagnare il massimo possibile in un determinato mercato. Allora, com’è che Banca Prossima cerca di dare questa risposta al suo azionista, riuscendo ad essere anche più inclusiva di quanto vorrebbe e potrebbe essere una banca normale?
La soluzione è molto semplice: una parte predefinita degli utili che l’azionista potrebbe portarsi a casa, legittimamente, viene versata da Banca Prossima in un fondo di garanzia, che non appartiene e non apparterrà mai più all’azionista, così a nessuno verrà mai la tentazione di riportarselo a casa: questo fondo di garanzia serve esclusivamente a garantire prestiti che altrimenti non si potrebbero fare. Quindi, è una banca che utilizza uno strumento che è tipico dell’iniziativa pubblica, quello che si chiama incentivo dinamico, un incentivo tale per cui organizzazioni un po’ più deboli riescono ad accedere al credito. È una banca che abbassa la soglia di inclusione nel credito, Banca Prossima. E adesso, senza insistere in tanti dettagli, vi dico l’unica cosa che vorrei dirvi; anzi, due cose. La prima: questa banca riesce a fare prestiti, come vi ho detto, per un 50% in più di casi rispetto a quelli standard di una banca. Secondo, questa banca riesce a fare prestiti in aree del Paese dove è più difficile fare credito. Vedete, c’è un enorme tema Nord Sud in questo Paese. Questa è una platea che viene da tutte le parti d’Italia. Se vi guardate l’un l’altro, scoprirete che tutto è drammaticamente diverso, da una parte all’altra dell’Italia. È diverso il livello dei servizi sociali, è diverso il reddito della famiglia, è diversa la capacità del non profit di rispondere alle esigenze di accompagnamento, di accoglienza, di sostegno, di sussidiarietà che sono legittime, uguali per tutti.
Questo è un Paese che sta dimenticando i fondamentali, è un Paese nel quale c’è il diritto di ciascuno ad avere gli stessi servizi e il dovere della cosa chiamata Stato di erogare quel livello di servizi. Non si può derogare a questo patto. Prima ancora di aprire il capitolo di come sarà il welfare, si deve sapere che il welfare ci deve essere e deve essere uguale per tutti. Ovviamente, dovremo riformarlo, ma di questo parlerò dopo. Vi dicevo che la più bella scoperta di Banca Prossima è che si possono fare prestiti al Sud, dove sembrava che fosse quasi impossibile farli: al Terzo Settore, intendo dire, un po’ a tutta l’economia ma al Terzo Settore in particolare. Si può fare. Noi abbiamo l’esperienza di averne fatti tanti e di aver visto che la qualità di questo credito è particolarmente buona. Sapete quanto è buona questa qualità del credito? Lo dico perché ritengo che sia doveroso darvi un dato quantitativo. La qualità del credito di Banca Prossima è del 99,6%, il che vuol dire che il mondo del Terzo Settore è talmente buon pagatore, che è 12 volte più regolare nei pagamenti, nei ri-pagamenti dei crediti che ha ricevuto, di quanto sia l’economia, quella con la E maiuscola, quella vera. Il non profit è un posto di gente di buoni sentimenti, un po’ approssimativa, con tanta voglia di fare e quasi minacciata di estinzione, perché il bene viene soverchiato dal male. E allora bisogna, ogni tanto, aiutarli un po’. Questa è una visione vecchia, che non corrisponde al vero: contro questa visione vecchia e che non corrisponde al vero, non cito un elemento morale ma un elemento fatturale: 99,6% di qualità del credito. Un dato fantastico. Questa è Banca Prossima, con i risultati che sta conseguendo.
La tiro corta su questo tema e non ne parlo più, perché sono molto colpito, come cittadino italiano, da quanto è successo qui al Meeting quando ha parlato il Presidente della Repubblica, che ha aperto il Meeting e questo è stato un gesto di grande significato, e che nel Meeting, aprendo i lavori, ha dato una lezione di politica con la P maiuscola. Cioè, una politica che parte dai bisogni delle persone, ragiona su questi bisogni, cerca soluzione a questi bisogni. I bisogni dell’Italia sono i bisogni di mantenere un buon livello di coesione sociale, e il principale motore di questa coesione sociale sono l’occupazione – l’ha detto molto chiaramente – e il livello dei servizi sociali. Se non si fanno queste due cose, se non si lavora su questi due elementi, non si arriva da nessuna parte. In terzo luogo, è un Paese dove c’è bisogno di lavoro giovanile, un Paese nel quale la differenza Nord Sud deve essere ridotta, deve essere la nostra ossessione quotidiana. E se questo può sembrare politicamente scorretto, ad una parte di noi che si è abituata a pensare all’Italia a due velocità, a tre velocità, l’Italia di destra, di sinistra, in alto, in basso, peggio per lui. Non dimentichiamo che abbiamo una preoccupazione per il bene comune e questa cosa è semplicemente irrinunciabile. Non può esistere un welfare a due velocità. Invece esiste, così come l’intero contributo del Terzo Settore a ciò che chiamiamo welfare o nuovo welfare è completamente diverso da Nord, al centro, a Sud: perché nel Nord Italia è welfare complementare: molto spesso ha i limiti dell’inutilità, un eccesso di servizi da parte pubblica, privata e non profit. In altre parti d’Italia, prevalentemente a Sud, questi servizi non esistono, li offre soltanto il non profit, quindi si tratta di welfare non complementare e men che meno inutile, ma di welfare di sopravvivenza, sostitutivo.
Dobbiamo saperlo. Ce lo dobbiamo portare a casa come conseguenza della nostra osservazione, e deve essere un impegno di noi tutti perché questo stato di cose deve essere cambiato. Chi lo cambierà? Certamente non lo cambia una banca con le sue forze, anche se ha cambiato tanto di sé, per poter cambiare questo mondo, per aiutarlo a crescere, ha cambiato il fondamentale: se vuoi essere più inclusivo nel credito, devi dare al tuo azionista meno dividendi alla fine dell’anno, non per fargli dispetto ma per rendere questo credito sostenibile. Però, per cambiare la situazione del Terzo Settore, dobbiamo metterci mano tutti. Sulle banche ho già detto: devono crederci perché, se questo è il risultato di Banca Prossima, non è frutto di magia ma è un modello di lettura del Terzo Settore che vogliamo condividere con il sistema.
Banca Prossima è un’open source: non si fa la fatica di aver montato un modello così se non per condividerlo con il resto del sistema bancario. Noi ci auguriamo che le banche, un giorno, giudichino tutte con metri simili al nostro, ispirati al nostro, perché questo cambierà drasticamente il rapporto del Terzo Settore con le banche e aprirà una fonte finanziaria importante. Deve cambiare molto, moltissimo, l’approccio che ha la politica con il Terzo Settore. Il Terzo Settore non è un self service dove si va a prelevare un po’ di consenso, con l’unico risultato di non portarsi mai a casa niente. Se c’è una cosa comica, è l’inseguimento tra Terzo Settore e politica, in cui il Terzo Settore insegue una visibilità politica che non aveva, non ha e minaccia di non avere nemmeno per il futuro, che la politica oggi non gli può dare più, perché è lei a non avere visibilità, capacità persuasiva, capacità di interpretazione della società. La politica cerca nel non profit il consenso, perché è troppo facile, ci arriva qualunque segretario di consiglio di quartiere, non serve una mente da Mazzarino, basta il buon senso: un sistema di quattro milioni di persone é un gran bel bacino di consenso politico, salvo che nessuno se lo può portare a casa, vivaddio. Ma il gioco delle due parti è questo: una specie di corsa ad inseguimento in una giostra. Si gira e sembra che uno insegua l’altro.
La politica deve riformare il suo approccio, ma deve riformarlo lo Stato. Adesso vengo ad un particolare molto concreto: lo Stato italiano e il sistema pubblico in Italia – il professor Salamon certamente non se lo può neanche immaginare, glielo diciamo a questo tavolo – ritarda i propri pagamenti per regola. Il ritardo di pagamento della pubblica amministrazione nei confronti di fornitori, privati o non profit, è di 37 miliardi, con ritardi che arrivano a mesi, qualche volta ad anni. Di questi 37 miliardi, che riguardano tutti, sapete quanti sono sulle spalle del Terzo Settore? 25. Allora, nella manovra finanziaria non sarebbe stato male introdurre un orizzonte di recupero di questo ritardo di pagamento. Se non ci sono i soldi per estinguere questi debiti pazzeschi che il sistema pubblico in Italia, e solo in Italia, ha accumulato, bene, ci dovrebbe essere un piano di rientro, come si fa in banca, perché su quel piano di rientro le banche potrebbero dare fiducia al Terzo Settore. Sapete qual è una delle dinamiche che io osservo più spesso nel rapporto tra Stato, pubblico, diciamo e fornitore di servizi, impresa sociale? Questa dinamica: si ritarda il pagamento, l’organizzazione non è più in grado di pagare gli stipendi, non è più in regola con i pagamenti, va fuori legge e a questo punto viene depennata dal numero dei possibili fornitori di quei servizi. Nel senso che, prima, il pubblico ti fa fallire, dopo di che ti cancella dal numero dei suoi fornitori. Questa è una dinamica reale, in Italia.
Dobbiamo cambiare registro. Concludo con alcune idee che a questo punto saranno soltanto slogan, li spiegheremo quando avremo qualche minuto in più. Bisogna credere in questa economia, non perché è bella e buona, ma perché è sostenibile, perché fa un mestiere senza il quale collassa la società. E anche per un’altra ragione: è un posto, un luogo, il Terzo Settore italiano, che sta producendo una crescita economica e un aumento di posti di lavoro. Questo è un dato oggettivo. E siccome produce occupazione, occupazione pregiata, occupazione giovanile e occupazione femminile, e occupazione femminile giovanile al Sud, è uno dei punti di riferimento per qualunque programma di rilancio di questo Paese, di riduzione della forbice. Primo punto: credere nel Terzo Settore, rimuovendo tutti gli ostacoli che ho cercato di citare prima.
Secondo, c’è bisogno di trasparenza. Il Terzo Settore deve imparare ad essere trasparente quando fa raccolta fondi, trasparente quando ci spiega i suoi costi, perché devono essere costi proporzionati all’efficacia, a quanto riesce a fare nella società. Per questo siamo disposti, anzi, siamo entusiasti di investire nel Terzo Settore, ma deve dirci quanto e come funziona. Terzo punto: tutte le non profit vanno sostenute, aiutate ad essere sostenibili, con ogni strumento, attraverso la professionalizzazione della loro classe dirigente e una serie di altre misure. Quarto, le non profit sono un sistema. Si dimenticano di esserlo perché sono abituate a essere l’una contro l’altra armate, e quindi non hanno mai fatto, o quasi mai, massa. Dobbiamo consentire loro di fare massa, che significa anche lobby: significa centralizzazione di certi processi, di acquisto, logistici. Non è sensato che ci siano 250.000 organizzazioni di Terzo Settore – questo è il numero, 250.000, un quarto di milione di organizzazioni – e che agiscano come 250.000 organizzazioni, ognuna sola su un pianeta diverso del sistema solare. Non può essere più così, non è sostenibile.
Quinto punto: il non profit merita – non per benevolenza ma perché è l’unico capace di metterci mano – che gli siano affidati alcuni compiti speciali. Diciamo i titoli di quelli che vengono in mente a me, per l’esperienza che ho: il primo, gli asili nido. L’Italia è il Paese in Europa che ha la peggiore offerta di servizi di asilo nido rispetto al numero di bambini esistenti. I bambini sono 100, in Italia c’è posto per 8 di quei bambini negli asili nido. In Europa, questo numero è di 35. Nei Paesi avanzati – Germania, Olanda, Danimarca, ma anche Francia – questi numeri sono vicini a 100. Come si può pensare di liberare risorse lavorative femminili se non si affronta il problema degli asili nido? Eppure, gli asili nido for profit non ce la fanno, e neanche il non profit, se non lo aiuteremo. Secondo punto: il recupero del drop out scolastico. L’esclusione scolastica può essere rimossa soltanto da iniziative di Terzo Settore, lo Stato non ce la fa. C’è spazio per inventare diecimila cose. Banca Prossima ci fa osservare una quantità enorme di sperimentazioni di successo. Generalizziamole. Terzo punto: beni comuni. Abbiamo fatto dei referendum che ci hanno detto, molto giustamente, che non ci fidiamo di un privato for profit che amministri, per nostro conto, l’acqua, o magari, domani, l’elettricità o chissà cos’altro. Bene, perché non lo può fare il Terzo Settore? E, stessa cosa, perché non potrebbe fare, per esempio, nell’ambito dei Beni Artistici? Perché Pompei deve essere una cosa condannata o al fallimento con il pubblico o al non tentativo, al non provarci, da parte dei privati for profit? Sarà possibile, forse, spendere le risorse fantastiche di persone, di giovani colti, intelligenti, per gestire, per esempio, un sito che è il più grande sito archeologico del mondo, un milione di visitatori. Possibile che non vi siano le condizioni per un’iniziativa di privato sociale? È troppo grande? Mancano i soldi? I soldi ci sono. Il microcredito è una cosa che riesce soltanto al non profit, è dimostrato. E ci riesce solo il volontariato. Lo dimostra l’iniziativa del Prestito della Speranza dei vescovi italiani, che si basa sull’impiego di volontari bancari nella valutazione. Questo è un modello che deve essere allargato, espanso.
Ultimo capitolo e ho finito. Come si fa ad alimentare il non profit, cioè a mettere forze giovani dentro il non profit? Può essere un appello al senso civico delle persone? Sarà anche questo ma non basta. Racconteremo ai giovani che è bello occuparsi di bene comune? È importante ma non basta. Ci sono delle iniziative molto concrete. Io ne cito una possibile. Noi abbiamo qualche decina di migliaia di ragazzi che ogni anno partono per il servizio civile. Lo Stato li aiuta con un piccolo assegno, un mensile di 450 euro, mi pare. Questi ragazzi praticano l’attività del Terzo Settore. Sono tutti all’interno di associazioni, fondazioni o quello che sia. Vengono impiegati, giustamente, in questo mondo, si impadroniscono di una esperienza e alla fine tornano a fare qualunque cosa, magari niente. È arrivato il momento che qualcuno usi il servizio civile come una grande scuola di impresa sociale. E se servono soldi per finanziare questi ragazzi, che al termine di un anno hanno acquisito delle esperienze, possono spenderli, i soldi ci sono. Insomma, noi abbiamo in qualche modo cominciato a cambiare, anzi, lasciamo da parte la modestia, abbiamo cambiato tanto della banca. Molto bisogna che cambi il Terzo Settore, molto bisogna che faccia ciascuna parte in causa: il pubblico, anche le fondazioni, i soggetti che fanno erogazione in Italia. Tutti devono cambiare passo. La cosa che mi dispiace dire è che in questa manovra, di tutto questo, signori, amici, concittadini, non c’è la minima traccia. E questo non va bene. Grazie.

RICCARDO BONACINA:
Grazie… Morganti, dopo quattro anni di esperienza di un modo nuovo di fare banca, invita al coraggio del cambiamento. Il coraggio del cambiamento lo ha avuto Johnny Dotti, e quindi lo sentiamo, Amministrare Delegato di Welfare Italia. Anche in Italia ci son belle esperienze, vedo anche Blond, qua davanti. Adesso sentirete Dotti, noi stessi, come Gruppo Vita, siamo quotati in Borsa senza distribuire dividendi, mi sembra un’esperienza originale. Prego.

JOHNNY DOTTI:
Non parlerò di noi, nel senso che io faccio l’imprenditore sociale per conto di tanti altri, a nome di tanti. Non credo che esista l’imprenditore sociale inteso come imprenditore privato. L’imprenditore sociale è sempre un soggetto pubblico e collettivo, se no è sostanzialmente un Narciso, che è un altro lavoro. Quindi, chi vuole conoscere l’esperienza di CGM, Welfare Italia, va sul sito, vede e scopre di cosa ci siamo interessati e di cosa ci vogliamo interessare oggi. Io vorrei osare, se si può. Siccome sono stato invitato da amici, da Vittadini, Riccardo, Andrea, cerco di parlare del welfare e non del Terzo Settore, nel senso che credo che il Terzo Settore non esista quasi più. Però, detta l’affermazione, la lascio lì. Provo a dire quattro o cinque cose.
La prima: quando l’impianto del welfare nel Novecento è stato pensato – sto immaginando l’Europa e l’Italia come parte terminale – sostanzialmente si aveva un’idea rassicurativa delle persone: rassicurare le persone, cercare di metterle in una situazione di riparo dagli eventi. Chi ha avuto questa splendida idea nel Novecento? Dalla fine Ottocento, Bismarck, per arrivare all’inglese Beveridge e poi a tutta la tradizione italiana. Senza riprendere tutto, c’è la mostra che spiega che prima c’erano tante altre cose per piccoli pezzi di popolazione: sostanzialmente, c’era l’idea che, su 10, a 8 andava bene, due bisognava aiutarli. Semplifico molto la comunicazione ma accadeva perché si viveva molto di meno e il concetto di democrazia è venuto maturando un po’ alla volta, il concetto dei diritti, il rapporto coi bisogni. Ci siamo trovati, già alla fine del secolo scorso, con una pratica del welfare insostenibile. Era insostenibile l’idea che qualcuno potesse assicurare tutti, questi tutti che via via si allargavano. Ripeto, nell’idea iniziale questi tutti erano 2 su 10. Pensate alla storia della salute in Italia: oggi uno ha a che fare con questioni mediche, non dico tutti i giorni… Quando sono state pensate le USL, l’ipotesi era che uno ci avesse a che fare una volta l’anno, se gli andava bene. Già non reggeva questa faccenda qui ma poi, soprattutto, non ha retto un altro passaggio: questo fenomeno che, negli ultimi 30 anni del Novecento, è stato pensato per la popolazione tutta, con un’idea ancora piuttosto comunitaria della nostra società, e si è impiantato contro un individualismo totale.
I diritti sono diventati immediatamente individuali e soggettivi: come fate oggi a stabilire che c’è un diritto che vale più di un altro? È veramente molto difficile, ad esempio nella salute è difficile.
Traduco, so che è molto pesante dirlo: è finita la stagione dell’uguaglianza bisogni uguale diritti. Se non rompiamo culturalmente questo passaggio, non riusciremo a mettere mano a nessuna sostenibilità del welfare, sia esso amministrazione pubblica, filantropia 3.1 o 3.2 o 3.3. Allora, il primo passaggio è questo: servono forme in cui questi bisogni riescano a contenersi, forme naturali in cui questi bisogni non abbiano bisogno di un terzo in cui trovare una soddisfazione. Seconda questione, il welfare è sempre stato pensato come un’area di costo. Tu avevi una produzione, un PIL, da questo PIL, attraverso la tassazione, toglievi tasse e le trasformavi in servizi. Ora, se andiamo avanti con questa idea, non andiamo da nessuna parte. O immaginiamo che il welfare è un creatore di ricchezza, perché è un modello di innovazione sociale e non è un plafond di erogazione di servizi – tra l’altro, io ritengo che questo sia l’unico posto che l’Italia ha nel mondo, questa è la vera innovazione italiana, che può insegnare ai cinesi, agli indiani, ai brasiliani: saper vivere, saper avere una buona vita -, oppure, se continuiamo ad immaginarlo soltanto sul versante dei costi, non ne verremo fuori.
Provo a fare delle proposte. La prima riguarda come facciamo a contenere i bisogni, a far sì che i bisogni abbiano una loro gerarchia legittima e che le persone li riconoscano per le gerarchie legittime e non soltanto come diritti individuali. Secondo: come facciamo a spostare il welfare sul versante della produzione e non del costo, anche sul versante del ricavo e non solo del costo? Terza questione: come immaginiamo di integrare la vecchia idea del welfare in generale con le idee dei nuovi beni comuni? Riusciamo sì o no ad intendere il welfare come un bene comune che va preservato, alla pari dell’acqua, dell’energia, dei beni culturali, dell’educazione, cui faceva riferimento Marco? Secondo me, la risposta a questi tre grandi punti è ciò che ne permette la sostenibilità. Dico di più: è ciò che ci permetterà un po’ di felicità. Guardate che stiamo andando da tutt’altra parte. Faccio un esempio molto concreto. Sto facendo un lavoro per la Camera di Commercio di Milano e mi ha molto colpito che il Comune di Milano abbia costantemente speso di più per il welfare. Il Comune di Milano è arrivato a 540 milioni l’anno di spesa per il welfare, tra spese dirette per il personale, che coprono il 37%, e spese per denaro dato a cooperative sociali. Ma il bello è che, mentre succedeva questo, sempre a Milano c’erano 58mila lavoratori domiciliari immigrati. Ora, facciamo che qualcuno sia un cameriere, qualcuno sarà la donna delle pulizie, teniamone solo la metà, di badanti: 25mila badanti, per circa 1000 euro al mese pro capite, fanno la bellezza di 252 milioni l’anno. Mentre saliva quella spesa del Comune, saliva questa spesa della famiglia! Dopo, vi dico anche in parte da dove viene, per capire che di soldi in giro c’è n’è veramente tanti, ma tanti. Aggiungo: sempre nello stesso periodo: per le RSA, le famiglie mettevano sul piatto 200 milioni di euro, perché integravano la retta della Regione. Mettete insieme questi costi: a Milano si spende un miliardo di euro per il welfare, su una popolazione che ha il 50% delle famiglie fatte da una persona. L’altro 25% è fatto da 2 persone, solo l’ultimo 25% è fatto da più di tre persone.
Che cosa voglio dire? Che, non avendo spostato il paradigma, siamo di fronte a situazione abnormi: oh, il Terzo Settore piange perché non ha soldi! Eh, lo capisco, nel vecchio sistema è per forza così: moneta-prestazioni, moneta-prestazioni, moneta-prestazioni, e quell’idea dei bisogni – diritti! Ma la domanda è: sono più felici a Milano, dopo 10 anni? Le persone stanno meglio? La risposta è no. Allora, la domanda è: di che cosa stiamo parlando? E ritorno ai miei tre punti. Lo slogan generale è: destatalizziamo socializzando, non privatizzando, bisogna destatalizzare tutto socializzando. Questa è una proposta finanziaria, per mantenere pubblica una componente della persona: perché ricordo che una persona è singolare e plurale, è in sé stessa privata e pubblica, il Johnny è un io ma è anche un noi, è la sua famiglia ma parla qui, non ci sono entità che hanno il diritto di possesso di un luogo pubblico. Allora, per destatalizzare socializzando, bisogna fare tre cose: 1) riprendere in maniera massiccia l’idea della mutua. Della mutua? Cos’è il sistema mutualistico se non l’autogoverno dei bisogni e la capacità distributiva della responsabilità all’interno di un gruppo? Poi ragioniamo sulle forme legali, sulla legislazione, però l’idea è l’autogoverno. Servono forme di autogoverno, se vogliamo tutelare ed immaginare il welfare come un bene comune che ci sarà anche tra dieci anni, se no, guardate che non ci sarà più. Ad un certo punto il tracollo, l’esempio ve l’ho fatto su Milano, sarà fisico. Forme mutualistiche che sono le uniche in grado di autogovernare l’esplosione dei bisogni e di dare loro una gerarchia. La dico in bergamasco: “bisogna guardarsi in faccia e stabilire chi viene prima e chi viene dopo”. Non c’è un terzo che lo decide per te. Non c’è un dio laico che si chiama Stato che decide che quella cosa lì viene prima e l’altra viene dopo. Ormai, di fronte all’esplosione della volontà di potenza che hanno avuto gli uomini, è un po’ difficile. O ci guardiamo in faccia e lo decidiamo, oppure è la follia che vi dicevo prima. A Milano si traduce nel fatto che, di quei 250 milioni, 200 milioni vanno fuori Milano, rimessi nei Paesi dell’Est. E’ la più grande azione di cooperazione internazionale: sapete chi la fa? Le badanti. La più grande azione di cooperazione internazionale negli ultimi dieci anni l’hanno fatta le badanti, peccato che questo vuol dire togliere all’economia locale. Sono contento, io, per le moldave, le rumene, le ucraine: peccato che l’80% dello stipendio va fuori.
Sarebbe stato impensabile, per chi ha pensato il welfare negli anni ’70, credere che, pulendo il culo degli anziani, facevi lo sviluppo della Romania. E ci siamo arrivati! Bisogna pensarci, stiamo parlando di economia reale, questi sono soldi, capito!?
E pensate che il legislatore è stato così coglione, ma proprio coglione, che ha proibito addirittura le associazioni: le famiglie sono obbligate a diventare delle piccole imprese. C’è tutta una nomea sulle troppe piccole imprese in Italia, e noi abbiamo prodotto qualcosa intorno a un milione di piccole imprese famigliari che si assumono la badante e non risolvono il problema. E spendono in Italia, secondo la CGIL, 10 miliardi: se per la CGIL sono 10 miliardi, siamo quasi al doppio.
2) Il secondo passaggio si riferisce al tema del bene comune: non è più possibile immaginare il welfare – non sono ciellino ma mi tocca dirlo – staccato dal tema educativo, non si può, nel destatalizzare socializzando c’entra anche la scuola, assolutamente! Perché il problema del welfare ha dietro un problema di consapevolezza della vita e di responsabilità nei confronti della vita. E se vogliamo creare situazioni comunitarie, dovremo avere situazioni educative comunitarie, non c’è niente da fare. Se le situazioni sono astratte e generiche, non sono in grado di generare responsabilità. E allora, qui c’è tutto il tema dei beni comuni, dall’acqua ai beni culturali, dalla scuola al welfare alla salute.
Però il problema è che non c’è nessun Terzo Settore che si stia candidando a tutto questo, Marco. E’ un vero problema, perché così è schiavo della politica e di chi oggi gli copre l’80% del bilancio. E sta lì a contrattare – l’esempio delle badanti che vi dicevo prima -, perché, mentre i miei amici del Terzo Settore contrattavano due centesimi in più di costo di assistenza domiciliare, per gli stessi anziani, non hanno visto passare un treno da 12 miliardi, capito? Non l’hanno proprio visto, un fatturato molto più grande di tutta l’impresa sociale in Italia! Allora, questo tema dei beni comuni, che per me sono pubblici, nell’accezione che devono essere accessibili e universali come tendenza, è un grandissimo tema dell’impresa sociale ed è un grandissimo tema in cui fare un ragionamento di attrazione di capitale. Ma non per i poveri, perché la domanda è: cosa distingue oggi un povero da un non povero? Il rischio di una famiglia italiana di scivolare in zona povertà, eh, basta una dentiera per scivolare in zona povertà!
3) Terzo passaggio e chiudo. Da questo punto di vista, io credo fermamente che la questione del welfare e dei beni comuni sia la grande questione dell’innovazione culturale e industriale italiana. Non faremo mai più l’innovazione sulla tecnologia, non regge il confronto con i cinesi che sbancano 100 ingegneri al giorno, mentre noi ne tiriamo fuori 1. Tireremo fuori qualche genio, forse, ma sulle competizioni, sulle tecnologie non siamo più in grado! Invece, possiamo essere molto competitivi tornando a riprendere in mano questi dati fondanti della nostra civiltà e ricordandoci che il welfare in Italia viene molto prima di Bismarck e molto prima di Beveridge. E’ un fatto politico ma anche economico, non solo perché crea occupazione ma perché crea identità, nazione. Vabbé, come si dice, io speriamo che ce la caviamo. Grazie mille.

RICCARDO BONACINA:
Ringrazio veramente tutti e tre gli ospiti perché hanno dovuto abbreviare le loro comunicazioni però credo siano stati efficaci: il professore, dandoci un aiuto alla consapevolezza dei processi in corso, Marco Morganti e Johnny Dotti, facendoci ragionare sulle innovazioni e le provocazioni, le domande forti che ha posto Dotti alla fine. Andiamo via con la ricchezza di avere capito qualcosa in più di quello che c’è in gioco, e magari guardando con attenzione le cose nuove come Welfare Italia e Banca Prossima. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

24 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala C1
Categoria
Incontri