INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

E ADESSO COSA FACCIO? RIPENSARE IL RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI
Presentazione del libro di Luigi Ballerini, Medico, Psicoanalista, e Scrittore (Ed. Lindau). Partecipa l’Autore.
A seguire:
ALLA RISCOPERTA DI… CESARE PAVESE
Partecipa: Valerio Capasa, Insegnante e Critico letterario.

 

INVITO ALLA LETTURA. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.
Ore: 19.00 eni Caffè Letterario D5

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuto a tutti. Iniziamo subito questo momento di presentazione dei libri che il Meeting ha scelto e che ogni giorno tentiamo di offrire attraverso l’incontro con gli autori. Oggi abbiamo due proposte che sono differenti anche nella loro forma: una è una proposta di lettura di un libro, l’altra, a seguire dopo una prima mezz’ora, a cui invito anche quelli che sono venuti per interesse per la fase successiva, è invece la rilettura, la riscoperta di un autore. Abbiamo voluto, e la iniziamo questa sera, questa modalità per presentare in questo spazio, in questa collocazione, coloro che avendo scritto molti testi, molti libri, che sono tutti raggiungibili e disponibili, sono persone che hanno sentito in modo particolare la sfida dell’esistenza e quindi il percorso della persona e, per legarci al tema del Meeting e senza nessuna forzatura, il rapporto con questa alterità, con questo oltre che dalle cose dalla vita, dalla storia, emerge sempre per l’io. Sono due modi diversi ma complementari. Adesso abbiamo con noi Luigi Ballerini, che salutiamo. E’ medico, psicoanalista, membro del Consiglio della Società Amici del Pensiero, che altro non è che un gruppo di lavoro di psicanalisti. Questa parola, pensiero, è una parola che torna nel suo libro che è dedicato al rapporto tra genitori e figli. Il libro si intitola: E adesso cosa faccio? Ripensare il rapporto tra genitori e figli, edito dalla Lindau, con la prefazione di Luca Doninelli. Il libro è il confluire di numerosi dialoghi di cui lui ringrazia di aver avuto l’occasione per pensare a se stesso e anche alla sua vocazione di padre: non sembra di leggere un dottore, uno psicanalista, un analizzatore, né sembra di leggere semplicemente un padre che parla semplicemente della propria famiglia. Unisce semplicemente i due punti di vista e ci offre un’ interessante opportunità per entrare in quel rapporto drammatico di per sé, per natura, che è quello tra genitori e chi è generato e per entrare anche nell’attualità di una crisi che c’è e si sente, ma che il libro, molto bello, che ho avuto l’occasione di poter scorrere quasi tutto, invita a riconoscere nella sua positività, quella della alterità che è la persona, che è il figlio, che è l’altro. Questo è anzitutto una correzione di sé, perché è la scoperta di essere tu stesso, padre, madre, questa alterità, questa diversità, questo esser dato a se stessi e nello stesso tempo scoprire che la persona, le persone che si sono generate sono portate, hanno una potenzialità di relazione, di pensiero, come lui lo chiama. E ricordo un momento della vita di don Giussani che, in un dialogo, chiese ad un caro amico: “Ma stai pregando?” E lui: “No sto pensando”. Don Giussani allora gli richiese: “Ma stai pregando?” “No no! sto pensando ti ho detto”. E Giussani: “Perché?” E lui: “Perché pregare è pensare”. Quando lui dice pensiero in questo libro, non parla della definizione corrente di pensiero, che è quella di un ragionare vuoto, che mulina su se stesso o che rincorre le cose, ma il pensiero è qui la voce profonda dell’io, e la voce profonda dell’io è sempre unita, correlata, nella sua natura appunto, con quella dell’infinito. Io ho detto fin troppo, accennaci tu un po’ come è nato, che cosa hai voluto offrire a noi, che cosa vedi in questa crisi e dove sta il cuore così il segreto della possibilità di una novità in questo rapporto.

LUIGI BALLERINI:
Il libro nasce da una serie di incontri, che sono incontri alcuni più lontani, altri più recenti. L’incontro più lontano è con Giacomo Contri, cui mi sono rivolto più di vent’anni fa per un percorso di cura, all’interno del quale è poi maturato in me il desiderio di verificare l’ipotesi di essere io stesso psicoanalista, il lavoro insieme a lui e agli altri della scuola e quindi poi l’iniziare a praticare. Questo è proprio l’antefatto. E poi tutta una serie di incontri più recenti: è iniziato con la Zolla, che è una grande scuola di Milano, dove mi hanno dato fiducia nel lavorare insieme a loro, agli insegnanti, ai genitori, anche con i ragazzi, per capire un po’ meglio di cosa si tratta. Con i ragazzi abbiamo lavorato sulla scrittura, ma anche con gli insegnanti, nel cercare di capire quando situazioni complesse a scuola dicono qualche cosa e non si riesce a capire cosa dicono. Poi il lavoro che è iniziato con la Zolla si è dilatato ad altre scuole, per cui davvero sono tante le scuole che mi hanno fatto l’onore di poter collaborare, e anche di intervenire e imparare da loro. Per cui c’era tutta una serie di attività che ha portato poi ad incontrare, nella mia consulenza professionale, moltissimi genitori e moltissimi ragazzi, che ho ringraziato nel libro e che ringrazio anche qua per avermi raccontato e avermi portato i loro pensieri, raccontato le loro storie. Un giorno ero a Tracce e sono passato da Savorana e gli ho detto “avrei un libro che mi piacerebbe scrivere”, e lui mi ha detto: perché non pensi a Lindau? Anche qua ringrazio Savorana per avermi dato l’indicazione di un editore, con cui mi sono trovato benissimo, che ha subito accolto la proposta. Poi c’era da pensare alla prefazione ed è arrivato l’incontro con Doninelli ed è stato bellissimo, perché quando Luca mi ha mandato la prefazione, l’ho chiamato subito dicendogli che era più bella la prefazione del libro, nel senso che mi aveva davvero colpito per questo regalo che mi aveva fatto. Questo libro che è nato dalla storia di questi incontri ha tre punti fondamentali, che vorrei molto brevemente riassumere con voi, che sono quelli a cui io tengo ed è essenzialmente diviso su chi è il bambino e chi è il ragazzo. La parte sul bambino è quella a cui io tengo molto, perché da Giacomo Contri avevo imparato ed ero stato folgorato all’inizio dal fatto che si potesse dire che esiste la normalità. Credo che tutti abbiamo in testa quella sciocchezza che ha detto Basaglia “nessuno visto da vicino è normale”, che è una sciocchezza, perché vuol dire che non esiste la normalità, è una sciocchezza perché se uno è normale, visto da vicino mi sembrerà normale. Allora il fatto che si potesse dire che esiste la normalità già per me era stato una vera folgorazione, così come che il prototipo della normalità fosse il pensiero di Cristo. A me che ero cresciuto in GS, poi nel CLU, ha colpito rivedere la questione del pensiero di Cristo, come l’ha pensato, come l’ha detto Camillo poco fa, e che il prototipo della normalità più vicino fosse il bambino. Allora questa è stata davvero la cosa che mi ha colpito di più. Il libro potrebbe essere di due pagine, quelle del primo capitoletto che si intitola Tutto qui. Davvero è tutto qui: nel senso si riassume tutto nella stima del pensiero per il bambino, che vuol dire (piccola segnalazione agli amici là in fondo, l’incontro viene proiettato anche sullo scherma là in fondo…..) che il bambino pensa e il fatto che il bambino pensa e noi lo stimiamo come un pensatore, fa sì che usciamo dalle canne in cui certe volte entriamo. Pensiamo ai capricci: Françoise Dolto, che è stata una grandissima psicanalista francese del ’900, mi ha insegnato che i capricci non esistono. I capricci esistono solo quando li chiamiamo così: se io ho idea che il bambino pensa e ha dei desideri, se fa quello che noi chiamiamo capriccio, non è più qualcosa da domare, non è più da trovare una strategia per uscire da quella situazione difficile, ma deve nascere in me la domanda: che cosa mi sta dicendo? Recentemente sono stato a cena con un giovane genitore che mi diceva: “E’ una bambina capricciosa, non vuole venire al mare, non vuole venire di qua”…. Gli ho detto: “Dovresti chiederti perché non vuole venire con te, è con te che non vuole venire”. Allora chiamare capriccio questo non ti permette di chiederti che cosa sta succedendo. Perché l’altra chiave di lettura del libro sta proprio nel titolo che è provocatorio, E adesso cosa faccio?”, che è la domanda che sento fare più frequentemente e che io invito a mettere da parte e a fare in un secondo tempo. Il secondo tempo è dopo un primo tempo in cui mi chiedo cosa sta succedendo. Se non mi è chiaro che cosa sta succedendo con mio figlio, rischio di navigare un po’ a vista o di essere molto reattivo o emotivo. Per cui la prima scoperta è che il bambino pensa e pensa bene e cerca di dire come può quello che ha da dirci. Il pensiero del bambino può essere messo in difficoltà: ora non abbiamo tempo per vedere che cosa lo mette in difficoltà, ma vorrei fare solo un accenno alla questione del bambino ideale, perché il rischio che abbiamo noi genitori è pensare che il figlio ideale deve essere x, che è un lo voglio: lo voglio sportivo, studioso, grande lettore, sciupafemmine, timido, riservato, leader. C’è una x. Se noi ci fissiamo su questo “lo voglio”, “la voglio”, il bambino reale sarà sempre perdente. Doversi sempre confrontare con il figlio ideale che noi abbiamo in testa, lo mette in una situazione di grandissima difficoltà, perché se c’è una cosa che i bambini non sopportano è non piacerci, non piacere al papà e alla mamma. Come fa il bambino a crescere sicuro di sé, se non è certo che il suo papà e la sua mamma lo stimano? Poi più avanti il genitore si lamenta: è un insicuro, è timido, non si butta. Ma uno come fa a buttarsi, se non c’è uno che gli ha dato un credito, un credito iniziale? Poi il bambino cresce e c’è il secondo grande capitolo: chi è il ragazzo. E qua, più spesso, quando incontro i genitori, mi viene riferito una specie di mutazione genica, nel senso che il frugoletto bellissimo, buono, che mi faceva il disegno con il cuore che attaccavo sul frigo, ad un certo punto diventa un mostro: non lo riconosco più, non la riconosco più. Inizia il conflitto. Allora, non è sempre così, non lo dobbiamo generalizzare, ma spesso c’è un po’ questa sensazione di estraneità. Allora anche qua la domanda è: che cosa sta succedendo, perché è entrato in crisi, qual è il punto di difficoltà in questo momento della sua vita? Anche perché l’invito del Vangelo è a tornare come bambini. Questo vuol dire che il prototipo della normalità è il bambino. L’adolescente si sta allontanando da quel prototipo di normalità, da quel pensiero normale e sta diventando più simile a noi ed è il motivo per cui a volte i nostri figli ci danno anche così fastidio, perché a volte ci rispecchiamo un po’ in loro, nelle loro difficoltà; in fin dei conti stanno entrando nelle difficoltà che abbiamo anche noi, stanno entrando nel mondo degli adulti. Di fronte a una difficoltà con un figlio adolescente che magari non capisco, quello che trovo interessante è anche qua lo sguardo dell’adulto, perché o prendo la strada tutto istinto, preda degli ormoni, reattivo, ribelle, contro l’autorità, o prendo questo filone oppure posso prendere un altro filone, che è quello di cercare di capire quali sono i suoi desideri, che già vuole dire riconoscerlo portatore di desideri. Perché i nostri ragazzi esattamente come noi, o forse più di noi, ogni mattina si svegliano e cercano di trovare una strada per essere felici. Allora se io guardo mio figlio, pensando che è un soggetto che tutte le mattine cerca una soluzione per sé, la soluzione che magari a me sembra inopportuna – e qua la questione è: è davvero inopportuna, o mi sembra, è davvero inopportuna o è diversa da quella che ho in testa io? -, ma quello che lui sta cercando è una soluzione alla sua questione individuale. Allora anche qui, pensate come è diverso guardare un ragazzo, una ragazza, stimando il desiderio che è in sé – persino guardando quasi con simpatia l’errore che fa, che è quello magari di aver trovato una via sbagliata, ma sempre via per soddisfare un desiderio buono – piuttosto che mettergli addosso un’etichetta. Un esempio per tutti: una ragazzina che inizia a truccarsi, magari come non ci piace o a vestirsi in un modo che non ci piace, come è diverso se il genitore, magari la madre, raccoglie il desiderio buono “vorrei iniziare a piacere”, che è un desiderio buono – che speriamo abbia ancora la mamma -, e ci lavora sopra. Magari capiamo cosa vuol dire piacere, capiamo cosa vuol dire ad esempio mettermi bene, che non è agghindarmi, mettermi a posto, che non è farmi una maschera; ma capite la diversità dello sguardo su una ragazza che si sente accolta e riconosciuta in un desiderio buono, quello di diventare anche lei una donna, rispetto al pensiero “che cosa mi sta diventando? non capisco, chissà…”? In quest’ultimo caso si finisce col considerare un errore il desiderio che è in sé. Se c’è una cosa che è intollerabile per i ragazzi è il non sentirsi stimati da noi nel loro tentativo di afferrare la realtà, per cui quando noi facciamo i sorrisini o ci sembrano cose da ragazzi, facciamo un cattivo servizio. Io li chiamo dei siluri che lanciamo al loro desiderio, perché è diverso se io adulto guardo un ragazzo stimando il tentativo che fa di cavarsela anche lui. E lì posso farmi compagno, magari condividere il suo tentativo. Per chiudere, così stiamo nei tempi, mi sono accorto come le difficoltà dei figli lo sono state per me, e lo vedo per i genitori che incontro, possono essere per noi un’ultima occasione, e possono essere l’ occasione per una nostra correzione personale. In moltissimi casi la difficoltà con i figli e dei figli ha segnalato un qualche cosa che doveva cambiare in casa. Per moltissimi genitori è stata l’occasione per ripensare il loro rapporto. Ad esempio l’errore di aver messo il figlio al centro e aver smarrito la centralità del rapporto uomo-donna in casa; quando chiedo: ma da quant’è che non andate fuori insieme a un incontro, insieme a una cena? Ah, da quando è nato non siamo mai più usciti. Cosa è successo? Allora per molte coppie, per molti papà e mamma, marito e moglie, coniugi è stata l’occasione ad esempio di recuperare la centralità del loro rapporto e in molti casi non è stato necessario neanche intervenire direttamente sul bambino o sul ragazzo, perché la bella notizia con i ragazzi e con i bambini è che se noi cambiamo un po’ la situazione e non poniamo ostacoli, iniziamo a stare meglio anche noi. La buona notizia con i ragazzi è che loro hanno una tremenda voglia di stare bene e di essere contenti, per cui se appena una situazione diventa un po’ facilitante, loro immediatamente se ne approfittano, colgono la palla al balzo e stanno meglio anche loro. Per cui in molti casi è stata davvero la difficoltà del figlio, l’occasione per ripensare il rapporto fra i genitori, e quindi fra i genitori e i figli, perché i figli sono rapporto con un rapporto, cioè non il rapporto mamma-figlio, padre-figlia. I figli sono rapporto con un rapporto, sono rapporto con un rapporto che è in casa, che è fra quell’uomo e quella donna, quando ci sono e quando va bene. Quando non ci sono o quando va male, bisognerà aiutarli a cavarsela in una situazione che non è favorevole, ma che non è una condanna. Allora l’occasione, il motivo per cui a me è piaciuto scrivere questo libro, è stato perché potessi raccontare ciò che è stato una mia esperienza con molti ragazzi e con molti genitori, come la difficoltà in casa, in alcune situazioni, forse in molte situazioni, sia stata l’ultima occasione per cui gli adulti accedessero all’idea di una correzione personale e a iniziare a star meglio loro e poi anche i ragazzi.

CAMILLO FORNASIERI:
Ringrazio molto Luigi Ballerini. Abbiamo sentito il suo atteggiamento che nel libro, davvero bello, che ripeto non è un porgere né consigli, istruzioni per l’uso, lontanissimo da questo e neanche un parlare dall’alto al basso, di una sapienza diciamo medicale o altro, ma è stato l’ascolto delle esperienze, il sorprendere l’essere nel suo divenire, nel suo accadere nel tempo. Due punti sintetici vorrei valorizzare e condividere con te: uno, l’ipotesi che la persona che si ha di fronte sia totalmente appartenente a qualcosa d’altro e non sia mia. Se potesse diventare una coscienza, se potesse diventare un’esperienza, come per tanti di noi lo è iniziato a diventare, sarebbe realmente il punto sorgivo della scoperta e di sé e dell’altro ed anche il punto di tenuta, ma per tenere occorre che accettiamo che le circostanze siano suggerimento al nostro cambiamento. Nessuno ha la giornata che vuole, nessuno ha il lavoro che ha perfettamente voluto, nessuno ha il figlio, l’amico, la persona che diviene quello che lui vuole. Solamente questa misura estrema è la rovina impressionante. E la seconda cosa è l’immediata conseguenza che traspare in ogni passo, in ogni racconto del libro di Ballerini: i problemi non sono qualcosa da risolvere, ma sono l’emergere di più fattori che non si vedevano, cioè sono come il venir fuori di tanti altri aspetti, che quando li vai a cercare, a vedere, a trovare, il problema a quel punto diviene amore, cioè diviene possibilità, diviene una realtà nuova. Ho in mente al proposito una frase capitale che don Giussani dava, nella traccia di una Scuola di Comunità, su come impostare il lavoro della Scuola di Comunità, che quelli di Comunione e Liberazione fanno: “La risoluzione di un problema sta nel notare tutti i fattori di quel problema”, non risolverlo quindi, ma notare tutti i fattori di quel problema. Questa è una logica completamente diversa, perché in generale siamo noi ad impostare come deve essere la realtà. E questo traspare davvero nell’atteggiamento suo che abbiamo sentito anche nel parlare. Varrebbe la pena leggerlo anche solo per il racconto finale, ripreso da Guareschi, che si intitola L’alba del commendatore, che non conoscevo: l’alba, che per un commendatore è la capacità di descrivere ciò che si sa senza averlo mai visto, come una cosa ovvia che tutti sanno, mentre il giovane cerca la realtà di quell’alba, la sua visione reale. Ecco, l’educazione è l’introduzione alla realtà totale. Grazie per questa offerta, grazie a Lindau, per essere così desta nel captare queste belle proposte. Io invito anche i genitori che se ne stanno andando a risentire un altro grande autore, attraverso l’intervento di Valerio Capasa, che è Cesare Pavese. Capasa ci proporrà una lettura dei suoi testi, una introduzione a questo grande autore a noi così caro.
Come dicevo nella “overture” dell’incontro, inizia in questo momento una proposta di introduzione alla lettura di autori a noi cari, e quest’anno abbiamo pensato di proporvi Cesare Pavese, domani ci sarà un contemporaneo, vivente, Cormac McCarthy, dopodomani Chaim Potok, che è stato anche qui al Meeting di Rimini e in ultimo Chesterton. Saranno sempre legati alla parte in cui presenteremo dei libri, con l’intento di incontrare qualcuno che attraverso la sua passione, la sua chiave di lettura, può darci gli strumenti, può invitare o ri-invitare a una lettura di questa autori, dai quali emerge in modo evidente che la letteratura, la poesia, tutta l’arte, la parola stessa, cioè il poter dire, rompere il silenzio dell’esistenza, della quotidianità, sono generati solamente dal bisogno di dar forma a un rapporto costitutivo che anima, muove la ragione. Quella di Pavese è una figura sicuramente evocativa da questo punto di vista, tragica ma nello stesso tempo letterariamente forte, figurativa, concreta, a noi vicina anche perché appartiene alla prima metà del secolo, del Novecento, ma si è affacciato tanto anche nella seconda metà del secolo appena trascorso, per vari motivi. Valerio Capasa, che abbiamo chiamato qui con noi, è un amico di Bari, è un insegnante di lettere nei Licei, collabora con l’università di Bari e ha scritto due bei volumi su Pavese, uno che si intitola Un’esigenza permanente e l’altro, Uno scopritore di una terra incognita – tra l’altro questo libro è stato l’unico libro richiesto ufficialmente dall’università di Torino per il centenario del 2008. Accosto una memoria personale, ma che è anche una proposta di libro che abbiamo fatto ieri, il grande racconto di Padre Giovanni Baravalle, che fu il Padre Felice della Casa in collina, la cui testimonianza è stata raccolta nel libro Dove la domanda si accende per i trent’anni del Centro Culturale di Milano, quando lui nel ’90 raccontò i due anni vissuti, nel collegio Trevisio in Monferrato, con Pavese che si nascondeva dai fascisti che cercavano di imprigionarlo. In questi dialoghi serrati con questo giovanissimo prete, scoppia tutto il dramma religioso, profondo di Pavese, che lo porta a una vicinanza grandissima con i temi e anche con l’incontro cristiano, poi riperso perché soffocato dalla cultura dominante di quel tempo, che era una cultura che si sostituiva alla vita, quando invece la cultura è esattamente il tentativo di dare forma alla vita. Questo, forse, è ciò che ha “ucciso” Pavese. La parola a Valerio.

VALERIO CAPASA:
Per incontrare Pavese, vorrei partire da due premesse di metodo che pone lui stesso; lo dice in un dialogo del ’46, dove parlano un operaio e uno scrittore. L’operaio chiede: “Ma quali sono i libri fatti per noi non competenti, non addetti ai lavori?”. Lo scrittore dice all’operaio: “Mi sai dire per chi è fatto un libro? Stai lontano dai libri che sono fatti per questo o per quello, per gli adolescenti, per gli appassionati, per i letterati, anche un libro che è scritto in cinese l’hanno fatto per te, ogni libro è fatto per te. Si tratta sempre di imparare le parole di un altro uomo”. Qui c’è la prima questione di metodo: per leggere un libro ho bisogno di imparare le parole di un altro uomo: che significa? “Tutti i libri che valgono sono scritti in cinese, e non sempre c’è chi li traduce; ma viene il momento in cui sei solo davanti alla pagina, com’era solo lo scrittore che l’ha scritta: se hai avuto pazienza, se non hai preteso che l’autore ti trattasse come un bambino o come un minorato, ecco che incontri un altro uomo, ti senti più uomo anche tu”. Lo scopo per cui si legge è detto già da Pavese: noi leggiamo perché possiamo incontrare un altro uomo e scoprirci più uomini, ma ci vuole fatica, pazienza, la pazienza di imparare le parole di un uomo, di tradurre, dice Pavese, dal cinese, cioè di tradurre dalla sua lingua, le parole che usa un autore non sono necessariamente riempite dal senso che gli diamo noi. Se Pavese dice “destino”, probabilmente intende qualcosa di diverso da quello che intenderemmo noi: allora bisogna imparare le parole di un altro uomo. Ma la seconda condizione, la seconda premessa di metodo, è che ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra, che già viviamo, e facendola vibrare ci permettono di raccogliere nuovi spunti dentro di noi. Quali sono le parole che possiamo davvero imparare? Solo quelle che già viviamo. Per cui imparare le parole vuol dire imparare l’esperienza dentro le parole. Non si possono imparare da un altro le parole. Lo dice qui in una maniera bellissima Pavese: è un ragazzo che torna a scuola, il primo giorno dopo l’estate, e tutti raccontano dei mesi appena trascorsi, e lui dice: “Ascoltavo i compagni parlare e vantarsi, e io stavo zitto, non perché non godessi a sentirli, ma piuttosto capivo che le cose proprio vere non si riesce a raccontarle”. Perché non soltanto è necessario che chi ascolta le sappia ma bisognava già saperle quando si sono conosciute; insomma, impossibile saperle da un altro. Se uno non conosce già l’esperienza a cui le parole fanno riferimento non può capirle, per questo Pavese utilizzò un’immagine, che è quella della seconda volta: la pagina, che noi leggiamo, è la “seconda volta” di qualcosa che è già accaduto una prima volta, ma non in un libro, nell’esperienza. Per questo a partire da queste due premesse di metodo vi leggo la frase attraverso cui a me è successo di incontrare Pavese, di scoprire che toccava qualcosa che già vivevo, e quindi di interessarmi e imparare le sue parole; la frase che ho sentito citare quando facevo il liceo e di Pavese conoscevo a stento il nome: “Tutti lo cercano uno che scrive” – ma qui ognuno può sostituire al verbo scrivere il verbo per cui viene cercato, Pavese era cercato perché scrittore, ma ognuno di noi sa il motivo per cui viene cercato. – «Tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire “domani so come sei fatto” e servirsene ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale da uomo a uomo». Quando ho sentito questa frase, la prima cosa che ho pensato è: “Chi è questo Cesare Pavese che mi conosce meglio di come mi conosco io?”. Questo mi succedeva da due anni almeno, non sapevo trovare le parole, anzi, mi vergognavo di pensarle, mi vergognavo di confessarlo a me stesso, ma quello che mi mancava sempre era uno sguardo di simpatia totale, e non sapevo dirlo, e ho iniziato a leggerlo, e ho visto che nelle sue pagine c’era esattamente, in ogni pagina, questo problema. Sentite questo saggio letterario che si intitola La selva. “La solitudine in un bosco, in un campo di grano può essere paurosa, può uccidere, ma non ci spaventa né uccide come uomini, come volontà appassionata. Solamente gli altri sanno farci questo”. Gli altri: il prossimo, le donne, i compagni, i nostri figli, “di fronte alla città soffriamo sempre, soffriamo a fondo”. E sentite ora come descrive una giornata vissuta intensamente: “Scambiamo simboli e parole, scambiamo percosse, ci tendiamo la mano, ci asciughiamo a vicenda il sudore, ma alla fine del giorno spossati ci accorgiamo che con noi non c’è nessuno eppure sappiamo che tutta la nostra fatica aveva quest’unico scopo, di non lasciarci a mani vuote, si può accettare tutto questo?”. Guardate il brivido a cui si ferma questa domanda di Pavese: si può accettare di rimanere soli, dopo che siamo stati per tutto un giorno con gli altri? Sentite come risponde. “Dobbiamo accettarlo, dobbiamo sapere cosa sarebbe la fine del giorno e l’indomani e l’avvenire se sparissero i simboli, se svanisse il Mistero, se la notte non fossimo soli”. Ecco, se scomparissero questi che riteniamo problemi, la solitudine e il Mistero, cosa saremmo? Saremmo più morti dei morti perché ignoreremmo di volere qualcosa. Ben venga la solitudine perché mi fa rendere conto che voglio qualcosa. Ignoreremmo che il prossimo essendo soltanto mistero attende da noi di essere svegliato e tormentato, messo di fronte al suo dolore e al suo mistero.
L’opera di Pavese ci mette sicuramente di fronte al nostro dolore, al nostro mistero come accade in tutti i rapporti veri. Per questo volevo indicarvi come, leggendo un altro pezzo de La selva, Pavese ha sentito che il problema di porsi davanti al proprio dolore, al proprio mistero era un problema innanzitutto personale. Perché dice: chi dimentica questo e “si abbandona al dolce sonno” cioè chi pensa che questi siano problemi aggiunti, siano problemi di persone ipersensibili, si troverà ugualmente solo al risveglio, più solo che mai, ma avrà perduto anche se stesso e “che giova a uno conquistare tutto il mondo se poi perde se stesso?”. Pavese non aveva il problema di mettersi dalla parte dei cristiani o dei comunisti o di qualche idea, ma questa frase la sentì per tutta la vita, perché il suo problema ricorrente, anche ne Il mestiere di vivere, è stato proprio questo, come non perdere se stesso. C’è una frase de I dialoghi con Leucò, la sua opera principale, in cui fa dire a Orfeo, personaggio del mito che scende agli inferi per recuperare la sua amata Euridice: “Ma in realtà io ho cercato me stesso”. In ogni azione non si cerca che questo. Come ha cercato se stesso Pavese? Al liceo scrive una lettera a un suo compagno, Mario Sturani, e gli dice: “L’unico appoggio che mi resta al mondo è la speranza che io valga, varrò qualcosa con la penna. Io cerco di trovare me stesso in un terreno che è quello della scrittura”. 1926, Pavese ha 18 anni, guardate l‘ultimo anno della sua vita, 42 anni, vince il Premio Strega, quindi riconosciuto come grande scrittore, tornato da Roma da un pezzo: “A Roma apoteosi, e con questo?”. Questa è proprio la sua pagina de Il mestiere di vivere che vedete sotto: è arrivato, finalmente, dopo tutto un percorso di vita è arrivato a riconoscere, a ottenere quello che voleva “e con questo?”. Ma in realtà lo aveva capito da sempre, lo sospettava da sempre. Molti anni prima sempre ne Il diario scriveva che “una cosa più triste che fallire i propri ideali è esserci riusciti”, perché quando riesci ti accorgi che non è solo quello che stavi cercando, “resta” scrive Pavese “l’insoddisfazione stracca dopo il godimento”, per cui il problema esistenziale di Pavese non nasce da qualcosa che non ha avuto, ma nasce proprio da fatto che lui è un uomo riuscito. In tanti libri, in tante biografie, in tanti testi critici su Pavese si ha un immagine di lui come di uomo che non ha raggiunto qualcosa, per cui il suo problema nasceva dal non avere qualcosa. Invece il suo problema nasce dall‘essere riuscito. Sicuramente di tutti i suoi amici, aspiranti talenti, il più riuscito! Ma, dopo aver scritto opere bellissime, dopo esser diventato, come dice lui, un big, si ritrovava a scrivere su un diario: “In fondo tu scrivi per essere come morto, per parlare da fuori del tempo, per farti a tutti un ricordo, questo per gli altri, ma per te? Essere per te ricordo, molti ricordi, ti basta?”. Paesi tuoi, Lavorare stanca, Il compagno, I dialoghi, Il gallo. Non basta l’opera per trovare, per non perdere se stesso. Infatti la frase che alcuni conoscono a metà, la dico per intero. La frase contiene la parola infinito, dice: “Siccome ciò che un uomo cerca nei piaceri” – quindi per esempio nella riuscita, nella propria vocazione letteraria – “Siccome ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità, ecco che succede che tutti i piaceri finiscono nel disgusto”, perché senza l’infinito anche il Premio Strega finisce nel disgusto, cioè anche la massima riuscita. Per capire meglio questo, dopo questo inizio, ci rendiamo conto della radicalità con cui Pavese ha vissuto nella sua storia particolare di scrittore, di uomo, il problema del proprio io. Leggiamo un passaggio di un racconto da cui si capisce che normalmente l’io non c’è in quello che fa. Pavese accenna questo in un racconto che si chiama Una certezza: “E’ come se tutto fosse toccato a un altro e io sbucassi adesso da un nascondiglio, un buco dove fossi vissuto finora senza sapere come. Se non fosse che in questi momenti provo un grande stupore e non mi riconosco nemmeno, direi che il nascondiglio da cui esco è me stesso”. Succede a volte di vivere intere giornate e anche molto attive senza prender parte ai propri gesti e alle proprie decisioni. E quando invece succede di uscire dal nascondiglio che può essere il proprio io, cioè i pensieri, succede qualcosa di apparentemente banale e invece assolutamente eccezionale. E’ il meraviglioso inizio del racconto Il campo di granturco. Sentite questa passeggiata normalissima: “Il giorno che mi fermai ai piedi di un campo di granturco e ascoltai il fruscio dei lunghi steli secchi mossi nell’aria, ricordai qualcosa che da tempo avevo dimenticato”. Cosa avrà dimenticato? Sentite qui. “Dietro il campo, una terra in salita, c’era il cielo vuoto”. Fine. La cosa che aveva dimenticato era il cielo vuoto. Tutti penseremo “è una banalità assurda, non lo sa che c’è il cielo vuoto?”. «“Quest’è un luogo da ritornarci", dissi, e scappai quasi subito, sulla bicicletta, come se dovessi portare la notizia a qualcuno che stesse lontano». Addirittura! Si era accorto del cielo vuoto in una maniera così profonda da doverlo dire e a chi doveva dirlo? “Ero io che stavo lontano, lontano da tutti i campi di granturco e da tutti i cieli vuoti”. Cioè io di solito non sono in rapporto col campo di granturco che pure ho davanti agli occhi, dentro cui passo, io di solito non prendo parte a quello sguardo e invece il campo di granturco in momenti imprevedibili è capace di farmi essere di nuovo. «Quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva far nulla. “Eccomi”, dice semplicemente chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone». Per cui il primo momento in cui Pavese si accorge di uscire da quel nascondiglio e di non perdere se stesso e di ritrovarsi è sempre una risposta a qualcuno o a qualcosa che ti sta già aspettando; alla realtà che ti dice, dopo tutti i tuoi pensieri e le tue chiacchiere: ti sei accorto che ci sono? Eccomi! Infatti, sentite questo pensiero disarmante nella sua semplicità. Si è tanto parlato, descritto, divulgato l’allarme sulla nostra vita, sul nostro mondo, sulla nostra cultura che vedere il sole, le nuvole, uscire in strada e trovare dell’erba, dei sassi, dei cani commuove come una grande grazia, come un dono di Dio, come un sogno, ma un sogno reale che dura, che c’è. L’eccezionalità delle cose normalissime ma guardate per la prima volta con stupore, e in questo non soltanto le cose, anche banali come un campo di granturco, sono un grande dono, ma c’è sempre qualche dono più gradito degli altri. Pavese si domanda sorpreso ne Il mestiere di vivere: “Non dovrà sorprendermi in qualche mattina di nebbia e di sole il pensiero che quanto ho avuto è stato un dono, un grande dono?”. Tenete presente che è una notazione del ’37, che è probabilmente l’anno biograficamente più difficile per Pavese, pieno anche di delusioni, “che dal nulla dei miei padri, da quello stile nulla sono pure sgorgato e cresciuto io solo con tutte le mie viltà e le mie glorie e a fatica e durezza scampando ogni sorta di rischi sono giunto a quest’oggi robusto e concreto, incontrando lei sola, altro miracolo del nulla e del caso, e che quanto ho goduto e sofferto con lei non è stato che un dono, un grande dono”. Si innamora di una donna e anche questo è un grande dono, infatti a lei dedica una poesia, siamo nel 1932, che si intitola Incontro: “Queste dure colline che han fatto il mio corpo e lo scuotono a tanti ricordi mi han schiuso il prodigio di costei che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla”. Vi faccio notare soltanto un particolare, che quando Pavese dice di costei, cioè di una donna precisa, è quello che in tutta la sua produzione dice della realtà intera, che è la vera lei di Pavese. “L’ho incontrata una sera, una macchia più chiara sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate”, sentite, tutto poteva essere nebuloso, ambiguo, ma lei era precisa, era una macchia chiara. “L’ho incontrata una sera, una macchia più chiara sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate. Era intorno il sentore di queste colline più profondo dell’ombra e d’un tratto suonò come uscisse da queste colline, una voce più netta, e aspra insieme, una voce dei tempi perduti. Qualche volta la vedo e mi vive dinnanzi, definita, immutabile come un ricordo. Io non ho mai potuto afferrarla, la sua realtà ogni volta mi sfugge e mi porta lontano. Se sia bella non so. Tra le donne è ben giovane. Mi sorprende a pensarla un ricordo remoto dell’infanzia vissuta tra queste colline, tanto è giovane. E’ come il mattino. Mi accenna negli occhi tutti i cieli lontani e di quei mattini remoti, e ha negli occhi un proposito fermo. La luce più netta che abbia avuto mai l’alba su queste colline. L’ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care e non riesco a comprenderla”. Anche questo è drammaticamente vertiginoso, nessuno può toccare il fondo dell’altro, “non riesco a comprenderla”. Eppure questo rapporto è decisivo per Pavese, l’uomo si capisce, per Pavese, soltanto in un rapporto. Guardate il finale di questa annotazione: “Perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi stessi dagli altri”. E questo rapporto da cui appunto l’io riesce a farsi riavere è un rapporto a cui si chiede tutto. “Credi solo all’attaccamento che costa sacrificio: tutto l’altro è, nel migliore dei casi, retorica.
Del resto Cristo – il nostro divino modello – non pretendeva di meno dagli uomini.
Da chi non è pronto – non dico a sacrificarti il suo sangue, che è cosa fulminea e facile – ma a legarsi con te per tutta la vita (rinnovare cioè ad ogni giornata la dedizione) – non dovresti accettare neanche una sigaretta”.
Perché anche il gesto banale, accettare una sigaretta, senza un orizzonte che è quello del “rinnovare ad ogni giornata la dedizione” diventa retorico e quindi inutile. Capisco che Pavese spiazzi, io non so mai se consigliare o no di leggere Il mestiere di vivere, perché è un libro che ti fa tremare, ti scrolla tutta una serie di appigli che potevi avere prima, ma è un libro in cui si capisce il problema anche dei testi più letterari, dei racconti, delle poesie, dei dialoghi, dei romanzi. E’ un libro da cui si capisce che l’unica ipotesi di lettura per Pavese è quella che lui stesso definiva un esigenza permanente, cioè che in tutte le sue pagine si documenta questa esigenza permanente, non come per tanti anni la critica ha detto basandosi su una biografia famosa, Il vizio assurdo: la vita di Pavese e quindi la sua opera sono segnate da un vizio assurdo, perché ha chiesto troppo e uno che chiede così tanto, uno che non sa accontentarsi, è un suicida predestinato. E’ uno che, sì, si suicida a 42 anni ma si sta autodistruggendo da sempre. Ma questo chiedere troppo, che è un’espressione di Pavese, è un vizio assurdo o un’esigenza permanente? Se noi per risolvere questo problema dobbiamo tenere presente, appunto, tutti i fattori del problema e probabilmente delle pagine di Pavese, l‘ipotesi dell’esigenza permanente è più esplicativa. Sentite, infatti, anche in un momento drammatico, quando cioè questo rapporto a cui Pavese chiedeva tutto lo delude, lo tradisce, guardate che cosa accade, perché questa donna è una militante clandestina, siamo nel ’35 durante il regime fascista, e chiede a Pavese di far recapitare a casa sua delle lettere di amici che erano già in carcere, per cui Pavese viene arrestato per antifascismo, lui che appunto si era sempre dichiarato lontano dalla politica, viene arrestato e mandato al confino in Calabria e dirà a sua sorella, le scriverà in una lettera: “Pare che certe mie conoscenze abbiano combinato tra loro chissà che pasticcio e naturalmente io ci sono coinvolto. Tutti sanno che io non mi sono mai occupato di cose politiche, ma ora pare che le cose politiche si siano occupate di me. Staremo a vedere”. Mandato al confino in un momento delicatissimo, perché siamo nel ’35, Pavese ha 27 anni, e in questo periodo, lui si è laureato nel ’30, ha incontrato il problema di tutti i laureati in lettere: “E ora con questa laurea che ci faccio?” “E adesso cosa faccio?” – il titolo del libro di prima Cosa faccio? – e gli viene un’idea, va da un suo compagno di scuola che di cognome fa Einaudi e dice: “Mettiamo su una casa editrice!” e mettono su l’Einaudi. Ma per guadagnarsi da vivere subito si propone lui laureato in lettere come traduttore di libri americani e traduce in pochissimo tempo, a ritmo elevatissimo, da Moby Dick a Micky Mouse, traduce tantissime opere dall’inglese e non ha ancora pubblicato il suo primo libro di poesia. Alla vigilia del concorso per insegnante, senza c’entrare niente con l’antifascismo, viene arrestato e confinato per tre anni in Calabria con i problemi che anche linguisticamente nel ’35 si dovevano avere attraversando l’Italia. Anche adesso! E lui lì scriverà una poesia eccezionale, partendo proprio da questa sua condizione di solitudine di fronte all’inutile mare che lì è a giochicchiare con le sue onde davanti al lui. La poesia si intitola Lo steddazzu che in calabrese è la stella del mattino.

“L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.
Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende”.

E’ una poesia paradossale, perché da un lato è commovente nel dramma dell’uomo solo che è Pavese, nel 1936, di fronte a quel mare e a quella stella all’alba, ma come accade per tutte le poesie vere, le poesie raccontano di chi l’ha scritta ma raccontano anche di chi legge. Nella scuola c’è un dogma, che ogni scrittore è un uomo del suo tempo: sì certamente è del suo tempo, ma anche del mio, altrimenti non lo leggeremmo adesso e l’uomo solo è Pavese ma è allo stesso tempo potentemente Pavese e il lettore, posso ritrovarmici io, perché quello che lui scrive “non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà” è vero o no? Non è che è vero solo per un confinato del ’36 “la lentezza dell’ora spietata per chi non aspetta più nulla”. Quante volte in classe si aspetta con ansia che suoni la campanella? O si aspetta che finisca la giornata di lavoro? E il problema, dice Pavese, è che non ti aspetti più nulla. Ma il paradosso più eclatante è questo: io per tanto tempo ho pensato “povero Pavese, l’uomo solo vorrebbe soltanto dormire e giustamente cosa doveva fare per tre anni in Calabria un poeta, nel ’35 a Brancaleone Calabro? Ma poi mi sono accorto che Pavese, dettaglio, si sarà svegliato la mattina presto per andare a scrivere questa poesia. L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire, ma lui, per il fatto stesso che abbia scritto questa poesia, ci fa sentire al tempo stesso il dramma della fine e dell’inutilità dell’attesa e allo stesso tempo un ultima stella che resiste, un’attesa che continua ad esserci, come nella frase de Il mestiere di vivere: “L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare sempre ad ogni istante”. Quando manca questo senso, e parla di sé, prigione, malattia, abitudine, stupidità, si vorrebbe morire. E Pavese tiene dentro l’attesa e il desiderio e la gioia di cominciare sempre. Si vorrebbe morire quando questo manca. Del resto Pavese ha scritto “l’uomo solo vorrebbe soltanto dormire” ma ha scritto anche, a proposito del dormire: “E’ notte, al solito, provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in attimo sarà domani, sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose”. Perdonatemi, non so voi, ma io quasi mai vado a dormire pensando questo, pensando “domani ricomincia l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose”, per cui io sarò sempre grato a Pavese ed è strano, come, ad un suicida? Ma questo suicida, e non vanno mai confusi i due piani della vita e dell’opera, questo suicida è uno che è andato a dormire dicendo non vedo l’ora che ricominci “l’inaudita scoperta”. Io vorrei andare a dormire e svegliarmi così, con una attesa addosso. Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. Detta questa frase in un giorno in cui il terzo grande amore della sua vita, anche lei, gli ha detto no. E Pavese dice: “E’ la terza volta, lo sapevo, è un destino a cui non posso sfuggire”. Ma come mai, se io già so come va a finire il mio destino, aspetto sempre che invece si compia l’attesa che sento, l’esigenza permanente che mi porto dentro? Vi leggo tre brevi testi finali. Il primo forse può aiutare a dare una risposta a questa domanda, una domanda del ’45, una domanda dell’opera più importante di Pavese, appunto iniziata ne ’45, il suo biglietto da visita presso i posteri e cioè I dialoghi con Leucò. Sono 27 dialoghi tra personaggi della mitologia in cui Pavese però racconta, dice di aver messo dentro il nocciolo umano. Il Dialogo forse più pavesiano di tutti è quello tra Calipso e Ulisse. Sapete che Ulisse era stato per tanti anni dopo la guerra di Troia nell’isola di Calipso, attratto da Calipso. Omero racconta che di giorno guardava il mare e piangeva pensando a Itaca e a Penelope, ma allo stesso tempo ogni notte era troppo affascinato da Calipso e in una situazione di grande confusione passava la notte con Calipso e il giorno a piangere per il desiderio di Itaca. E Pavese folgora il momento in cui Ulisse dice a Calipso che lui vuole assolutamente tornare a Itaca, ma Calipso le prova tutte per farlo rimanere. “Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre”. Lo proteggerebbe lei. L’insinuazione che regge tutte le domande di Calipso è: “Ma vuoi davvero paragonare me, ninfa immortale, con tua moglie Penelope che non vedi da 20 anni? Prova a immaginare cosa sarà diventata, vuoi davvero scambiare la giovinezza immortale che potrai avere con me con la solita vita che tornerai a fare in mezzo a quelli di Itaca, che non hanno neanche i tuoi vent’anni trascorsi, quindi non ti capiranno nemmeno? Un isola vale l’altra”. E Ulisse: “Una vita immortale”. “Immortale – soggiunge Calipso – è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?” “Io credevo immortale chi non teme la morte”, cioè chi comincia e sa che quello che inizia non finisce. No – dice Calipso – “immortale è chi non spera di vivere. Certo quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto”. Lascia stare. Sembra la zia saggia con l’adolescente turbolento, lo vuole calmare. “Se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci”. E Ulisse: “Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?” “Ma posare la testa e tacere, Odisseo. Ti sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno?”.
Chi ha letto Pavese sa rispondere a questa domanda, perché “l’uomo solo vorrebbe soltanto dormire” e per Pavese, gli dei, come Calipso, sono assolutamente soli. Ma Ulisse dice: guarda che stai spostando il problema, io “ti ho chiesto se tu sei felice”. E non capendo l’inquietudine, Calipso svia: “Non è questo Odisseo”, lascia stare il problema della felicità. “Ma non eri immortale?”. Sono i due tasti su cui punta sempre Ulisse. “E lo sono Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante” (vivere alla giornata). “Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo come me, su quest’isola? (…) Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola e non sfuggi al rimpianto”. “Quel che rimpiango è parte viva di me stesso”. E qui Calipso si ferma, smette di recitare e per un istante di fronte ad Ulisse diventa sincera e infatti gli confessa: “Temo il risveglio come tu temi la morte. Ecco prima ero morta, ora lo so. (…) Non era un patire. Dormivo (ero tranquillissima). Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te”. E qui Ulisse incalza perché la vede finalmente sincera: “Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare (un isola qualsiasi) e tacere”. Ma Calipso torna a recitare: “Il passato non torna. Nulla regge l’andare del tempo, (…) non vale la pena Odisseo”. Le prova tutte! “Che cosa è stato finora il tuo errare inquieto?”, dimmi allora, tutta la tua inquietudine dove ti ha portato? Che soluzione hai trovato, Pavese, alla tua inquietudine? Era la domanda che gli facevano i suoi amici. “Col tuo tormento dove vuoi arrivare?” E Ulisse: “Se lo sapessi avrei già smesso”. Non smetto di cercare, di essere inquieto, perché non so dove mi porterà. “Ma tu dimentichi qualcosa”. “Dimmi”. “Quello che cerco l’ho nel cuore, come te”. Se dovessi smettere di volere, di volere Itaca, dovrei strapparmi il mio cuore, ma Itaca non è solo la meta a cui forse potrei arrivare, Itaca è l’origine, ce l’ho nel cuore come, per chi ha letto La luna e il falò, Anguilla, il protagonista, ha nel cuore quel paese, perché è alla radice di me. Non è che forse si potrebbe trovare l’isola. L’Isola è il punto di partenza, l’isola non è soltanto la mia grande attesa, l’isola mi sta dicendo, da lontana, eccomi, si sta facendo aspettare da me. Tenete presente che l’ambiente di Pavese è rappresentato da Calipso, cioè i suoi amici sono incarnati in Calipso. Infatti ne Il mestiere di vivere lo dice apertamente, gli dei per te sono gli altri, gli individui autosufficienti, cioè quelli che conoscono il tumulto del cuore ma rispetto a questo tumulto si sono induriti. Pensate cosa ha fatto Italo Calvino, più giovane di lui, ha avuto la fortuna di andare a lavorare in Einaudi alla scrivania a fianco a quella di Pavese. Calvino pubblica il primo romanzo nel ’47, tre anni prima della morte di Pavese, quando Pavese già è scrittore affermatissimo e ha la sfrontatezza di andare un giorno da Pavese e dirgli “si dice in giro che lei tiene un diario come i ragazzini” e Pavese si difende “ma anche Leopardi scriveva lo Zibaldone!”. E Calvino: “Ah, quindi sono cose di letteratura!”. Non solo lo racconta Calvino questo, orgoglioso: sono cose di letteratura, non sono di quelle cose che non ci devono piacere, e infatti quando Pavese si suicida, lascia Il mestiere di vivere, lui, capo dell’Einaudi, già pronto per la pubblicazione e ci mettono due anni per pubblicarlo. Come mai tanto tempo? Perché per due anni pensano che da Il mestiere di vivere emerga un complessato: questo è un complessato, non è un uomo, uno che vince il Premio Strega, non si può rovinare l’immagine del grande scrittore! Mi vengono i brividi a pensare che nel ’52, dopo tante discussioni dei suoi amici, esce Il mestiere di vivere e negli anni ’50 don Giussani va in classe con Il mestiere di vivere e, letto storicamente, quel gesto è impressionante. Ma succede, 1950, che Pavese si rinnamori, in maniera clamorosa per la quarta volta, di un’attrice americana, bellissima, che si chiama Constance Dowling. Vi leggo soltanto una lettera. “Cara Connie, (…) ti ho mai detto che da ragazzo ho avuta la superstizione delle “buone azioni”?
Quando dovevo correre un pericolo, sostenere un esame, per esempio, stavo attento in quei giorni a non essere cattivo, a non offendere nessuno, a non alzare la voce, a non fare brutti pensieri. Tutto questo, per non alienarmi il destino. Ebbene mi succede, che in questi giorni ridivento ragazzo e corro davvero un gran pericolo, sostengo un esame terribile, perché mi accorgo che non oso essere cattivo, offendere gli altri, pensare pensieri vili. Il pensiero di te e un ricordo o un’idea indegni, bruti, non s’accordano. Ti amo. Cara Connie, di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella vita, e così male, che è come nuova per me”.
Io vorrei innamorarmi così! Vorrei poter dire, e Pavese l’ha sentito in maniera acuta, che l’unica origine dell’azione della morale è che il pensiero di te è un idea indegna, non s’accordano. Siamo nel marzo del ’50, a giugno, Connie torna in America, lui vince il Premio Strega, quindi da un lato sì, ha una grande delusione d’amore, dall’altra ha una grande affermazione letteraria, fatto sta che quando il 26 agosto del ’50 lui si suicida, lascia sulla pagina d’apertura dei Dialoghi con Leucò poche righe: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono, va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. E rispetto alla domanda che nasce “e allora come mai si è suicidato?” credo che la vera risposta sia quella di Pavese. Io direi che non è il caso di fare pettegolezzi, però forse un’ipotesi di una poesia di Pavese può essere esplicativa. E’ una ragazza che va via da Torino. Le colline e la ragazza parla: quando vedete in corsivo, rosso scuro, è lei, ma pensate che sia Pavese che abbandona la vita.
“Le colline e le rive dei Po sono un giallo bruciato
e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei – come fosse un amico –
Da domani abbandono Torino- e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in Prigione.
Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
a Torino, a quest’ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiale e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l’inverno non esco mai più.
Nei paesi novembre è un bel mese dell’anno:
c’è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c’è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l’odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado perché è troppo bella Torino a quest’ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch’è tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest’oggi ha saltato l’ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola costì?
Giorno e notte – l’ufficio – le scale – la stanza da letto –
se alla sera esca a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino – poterla godere –
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c’è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il più bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest’oggi, starei sempre qui”.

Io penso che sia l’unica ipotesi, questa frase finale: “Se trovassi un amico quest’oggi starei sempre qui”. Non perché possiamo dire “povero Pavese, peccato che non abbia trovato un amico così”, ma perché come ogni poesia vera non dà la soluzione del problema, ma mette nei guai e cioè rilancia il problema su di noi, perché alla fine del percorso, no, come spesso mi chiedono i miei alunni: “Professore, ma alla fine Leopardi come ha risolto? Pavese come ha risolto? Dante come ha risolto?” Ma è la domanda che ha posto, che ha posto per sé, e che da questo momento in poi pone per te. Il problema non è se Pavese ha trovato un amico, ma se l’hai trovato tu, se Pavese si pone adesso come amico per te. Su questo penso che ci sia un test infallibile: se domani mattina vorresti soltanto dormire, la risposta è no; se non vedi l’ora che ricominci “l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose”, l’hai trovato.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie immenso a Valerio…questi sono i fans di Milano…No davvero bello, abbiamo ascoltato il mostrarsi, come attraverso un’immedesimazione, che significa cogliere le ragioni, cercare le corrispondenze, perché Valerio non ha emotivamente per nulla seguito il flusso di alcune parole, ma ha cercato le corrispondenze, le ragioni.
Solo pochissimi accenni: molti dicono che don Giussani, nel ’52 appunto, sia stato l’unico che sia riuscito a prendere sul serio quell’ansia che c’è nel neorealismo italiano e che in Pavese ha il vertice. Abbiamo sentito la riduzione con cui è possibile leggere non solo le pagine del Diario, che poi sono ragionamenti, ma anche l’opera stessa. Sappiate che uno dei dogmi che Romano Guardini diceva essere del nostro secolo, ma ancora di oggi, è quello che dei poeti e degli scrittori si può dire tutto su come hanno scritto, ma non se quello che hanno detto era vero o no. Questa verifica sul vero, sulla verità di sé e della vita distrugge la scrittura, distrugge l’arte, distrugge qualsiasi esperienza umana che grida sempre un significato. Certamente io dico che non c’è stato un braccio teso perché, come dice il messaggio del Santo Padre, c’è una vocazione che è nelle cose, una chiamata, ma occorrono delle persone da seguire e Pavese negli ultimi anni scrive quelle serie di brevi poesie e dice di sé o di te: “Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto”. Ecco questo rischio estremo che nessuno dica di noi, si sente ed è probabilmente il punto in cui anche una certa cultura, un’esperienza umana, in Italia, si è rotta. È quindi anche interessante aver rimesso Calvino nella sua giusta luce, a buona ragione di tutti gli insegnanti presenti. In ultimo vi consiglio il suo libro, Un’esigenza permanente, che è edito dalle edizioni di Pagina, che è editrice di Bari, di amici, che è in libreria. E vi invito anche a leggere quel testo di padre Baravalle, di Giovanni Baravalle, che si trova nel libro Dove la domanda si accende, che è in libreria. Lì trovate una lettera inedita che Pavese scrive a Baravalle: “Sono a Roma, ho cercato di entrare in una chiesa” (non vogliamo cattolicizzare nessuno naturalmente) “ma come un pugno mi ha respinto”. Fino all’estremo questo padre Giovanni, che è un grandioso uomo che ho avuto occasione di conoscere Pavese in Monferrato, ha rappresentato la possibilità di braccio teso per il poeta. Grazie ancora davvero a Valerio e chiamatelo nelle città, nei paesi se vogliamo raccontare qualcosa di interessante.

Invito alla lettura. E adesso cosa faccio? Ripensare il rapporto tra genitori e figli

Invito alla lettura. Alla riscoperta di... Cesare Pavese

Data

21 Agosto 2012

Ora

19:00

Edizione

2012

Luogo

eni Caffè Letterario D5