INVITO ALLA LETTURA. IL MIO AMICO LEOPARDI - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA. IL MIO AMICO LEOPARDI

Invito alla lettura: IL MIO AMICO LEOPARDI

Presentazione del libro di Mario Elisei, Centro Culturale Giacomo Leopardi di Recanati (Ed. Itaca).
Partecipano: l’Autore; Ignacio Carbajosa Pérez, Docente di Antico Testamento presso la Facoltà di Teologia dell’Università San Dámaso di Madrid, Spagna. Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Adesso chiamiamo i protagonisti della prossima proposta. Cominciamo.
Prego di avvicinarsi, la proposta di lettura è di un libro edito da Itaca il cui autore è Mario Elisei, che è qui alla mia sinistra, che salutiamo e ringraziamo. Il titolo è Il mio amico Leopardi: abbiamo con noi anche lo scrittore di un saggio bellissimo, Ignacio Carbajosa, su Giussani e Leopardi che fa parte integrante del libro. Salutiamo anche lui, l’abbiamo incontrato anche questa mattina. Abbrevio moltissimo la mia introduzione perché parlino loro. È un libro molto bello perché la parte di Mario Elisei è relativa al suo desiderio di fissare in parole che nascono dall’esperienza, il suo rapporto con la città di Recanati, dove vive e opera, è insegnante, e dove, nel tempo, in questi anni ha vissuto sempre di più il desiderio di comunicare la vita, la realtà, gli sguardi, i pensieri da cui sono nate le poesie, i testi di Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti della storia dell’umanità e uno degli uomini più intelligenti e sensibili della storia. Quindi la parte che Elisei ha prodotto nasce da questo desiderio, da questa esperienza, da questo coinvolgimento. E questo spiega già il titolo che io credo sia la chiave di tutto, Il mio amico Leopardi. E segna anche il tentativo riuscito e bellissimo di Ignacio che ha voluto andare al fondo di quel legame talmente profondo che ha generato una parte decisiva della genialità educativa, del carisma di don Luigi Giussani, il rapporto con l’umanità di Leopardi. Una cosa diventa mia quando colgo le tracce di una mia possibile esperienza in essa. E allora, da una parte Elisei legge le poesie e le colloca nei luoghi, nelle strade, negli angoli, negli alberi, perché la poesia è pensiero e nasce dal rapporto col reale. E dunque, come è veramente povera a volte la nostra cultura quando si sofferma sul gioco di parole, nella considerazione della grandezze, nella condiscendenza della ricchezza che l’uomo sa esprimere senza avere il desiderio, il sussulto, il bisogno di andare al vero. Ecco, questo libro ha due parti e la parte su Leopardi di Giussani è sicuramente precisa e struggente al tempo stesso. Ma lascio a loro di raccontarla, partendo innanzitutto da Ignacio.

IGNACIO CARBAJOSA PÉREZ:
Grazie, io vorrei partire dicendo che non conosco avventura più affascinante che quella della scoperta del Tu. E direi del tu, senza cognome, non del Tu maiuscolo, ma la scoperta del tu: perché se uno è veramente onesto con questa avventura, senza dubbio, come ha fatto Leopardi, arriva al Tu misterioso con la T maiuscola. Ebbene, in questa avventura della scoperta del Tu, Leopardi è stato maestro per don Giussani. E’ colui che veramente – ci vengono i brividi a pensarlo – ha introdotto don Giussani nella scoperta del Tu. Questa avventura, senza il sostegno della Rivelazione, dello svelarsi di quel volto ultimo del Mistero, è veramente difficile. Nella vita di don Giussani è accaduto quel bel giorno che gli ha permesso di conoscere il volto di quel Tu e allora di leggere Leopardi fino alla fine.
Comincio così, articolando il mio intervento: l’avventura del tu è la scoperta della rivelazione, nel bel giorno. In questa prima parte – una veloce lettura di alcuni testi di Leopardi e affermazioni di don Giussani – vorrei immedesimarmi nel don Giussani, nel piccolo Gigetto Giussani di 13 anni che incontra Leopardi. Vorrei fare questo esercizio con voi perché l’ho fatto io per primo, questo esercizio di leggere con gli occhi di quel ragazzo alcuni canti di Leopardi, dove quel ragazzo comincia nell’avventura nonostante era in seminario, parte all’avventura del Tu. E comincio col canto Primo amore. Vi devo fare una confessione. Io sono partito nell’avventura della scoperta del tu a 12 anni, e l’unica cosa in cui io ho vinto don Giussani, sono arrivato prima nel senso che mi sono innamorato per la prima volta a 12 anni. Lì per me data l’inizio dell’avventura del tu, che dopo mi ha portato profeticamente al Tu con la maiuscola. Ma sentiamo insieme Primo amore, pensiamo a questo ragazzo.

Tornami a mente il dì che la battaglia / D’amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!

Non puoi afferrarla, comincia anche il travaglio…

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi, / Io mirava colei ch’a questo core / Primiera il varco ed innocente aprissi.

Ahi come mal mi governasti, amore! / Perché seco dovea sì dolce affetto / Recar tanto desio, tanto dolore?

Ecco, soltanto le prime battute di questo canto, Primo amore. O quell’altro, che conosciamo bene, indirizzato ad Aspasia, una delle tante ragazze, donne di cui Leopardi si è innamorato: Aspasia, Silvia, Nerina… La scoperta del tu che pian piano l’ha portato al Tu con la T maiuscola.

Raggio divino al mio pensiero apparve, / Donna, la tua beltà.

O con quell’altra, che è morta subito.

Così riduce il fato / Qual sembianza fra noi parve più viva / Immagine del ciel.

La donna come la più viva immagine del cielo. Ma vorrei comunque soffermarmi su un unico canto, per leggerlo velocemente. E’ Il pensiero dominante che, devo dire, è uno dei canti che mi ha preso proprio il cuore. E proprio immedesimandomi in quel ragazzo che sono stato anch’io, perché in questo canto si vede, come in pochi altri, come quel tu della donna introduca al grande Tu. In questo canto, si vede molto bene come Leopardi arrivi con la sua esperienza dal tu della donna a questo Tu misterioso.

Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente; / Terribile, ma caro / Dono del ciel; consorte / Ai lúgubri miei giorni, / Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

Immagino anche questo ragazzo di tredici anni che torna alla sua stanza a leggere questi canti, quel mese di fuga di cui ci parla spesso don Giussani. Ma guardate più avanti, leggo soltanto certi versetti:

Come solinga è fatta / La mente mia d’allora / Che tu quivi prendesti a far dimora!

Guardate, mi fanno impazzire questi versetti, come Leopardi entra nel cuore di quel seminarista, la solitudine. Uno potrebbe dire: la solitudine di chi è da solo. No. La mia mente è solinga dall’ora che tu vi prendesti dimora. Cioè, da quando tu sei entrato, tutta la mia vita è nostalgia di te. Eccola, la solitudine, la nostalgia, il desiderio di te. Solinga mente.

Ratto d’intorno intorno al par del lampo / Gli altri pensieri miei / Tutti si dileguàr. Siccome torre / In solitario campo, / Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

E finisco questa parte con le ultime due strofe del canto, che sono stupende.

…Quanto più torno / A riveder colei / Della qual teco ragionando io vivo, / Cresce quel gran diletto, / Cresce quel gran delirio, ond’io respiro.

Mi sembra veramente affascinante questa descrizione di cosa è la vita, da quando entra quell’avventura del Tu. La vita è un ragionare, è un dialogo col Mistero, con te, a partire da quel tu della donna, a partire dall’attrattiva del reale. Mi sembra sia una descrizione della vita, ragionare con te di questa donna.

Angelica beltade! / Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro, / Quasi una finta imago / Il tuo volto imitar (che lealtà quella del Leopardi, il Tu con la T maiuscola, questa volta, la Beltà con la maiuscola]

Tu sola fonte / D’ogni altra leggiadria, / Sola vera beltà parmi che sia.

E finisce: Da che ti vidi pria (quando sei entrato nell’avventura del Tu),
Di qual mia seria cura ultimo obbietto / Non fosti tu?

Bellissima. Cioè, l’ultimo oggetto della mia preoccupazione, che può essere il lavoro, può essere quella donna, può essere il calcio, può essere la passione, è questo Tu, se io sono leale.

quanto del giorno è scorso, / Ch’io di te non pensassi? ai sogni miei /
La tua sovrana imago / Quante volte mancò? Bella qual sogno, / Angelica sembianza,
Nella terrena stanza, / Nell’alte vie dell’universo intero, / Che chiedo io mai, che spero

Che chiedo io mai, che cos’è quella cosa che veramente io chiedo o spero?

Altro che gli occhi tuoi veder più vago? / Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

Ecco il seminarista di 13 anni introdotto nel mistero doloroso e allo stesso tempo dolce del Tu. Ma, dice lui stesso, don Giussani, i lamenti di Leopardi in terza ginnasio li sentivo veri ma non positivi, anzi, aumentavano la mia malinconia: e io eludevo tutto il resto perché pensavo a Leopardi. Veri ma ancora non positivi. Non era ancora “il mio amico Leopardi” ma non potevo smettere di leggerlo, perché erano veri, descrivevano la mia avventura. Allora, cosa è accaduto? Cosa è accaduto a don Giussani che gli ha permesso di non allontanarsi da questa umanità, che gli ha permesso di non censurare quel dramma che così bene esprime Leopardi? Ho detto in positivo cosa gli è accaduto per poter guardare con simpatia questa umanità, per riconoscerla come amica: il desiderio del Tu.
E dobbiamo parlare, seconda e ultima parte, del bel giorno, di quello che don Giussani chiama il bel giorno. Cito: “L’insegnante di religione, era il primo anno che si faceva scuola di religione in seminario, don Gaetano Corti, ha spiegato la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Il verbo si è fatto carne vuol dire che la bellezza si è fatta carne, vuol dire che il vero si è fatto carne, vuol dire che la giustizia si è fatta carne, vuol dire che la bontà si è fatta carne. Un uomo era tutte queste cose qui: Quid est veritas? Vuole dire Vir qui adest”. E ci spiega cos’è accaduto un minuto dopo che è finita quella lezione. “In terza ginnasio avevo studiato a memoria tutto Leopardi e ripetevo sempre tutti i giorni due o tre poesie per tenermi allenato. Quel giorno lì ripeti L’inno alla sua donna e t’accorgi che quella poesia ti ha fatto pensare esattamente le stesse cose che il professore aveva detto della prima pagina di san Giovanni: il concetto di Donna con la d maiuscola, in cui si affissa l’occhio di Leopardi in quella poesia, non è niente altro che il verbo fatto carne di san Giovanni”. Lo dice ancora, lui fa parlare Leopardi: “Fin da piccolo credevo di trovare per le strade di questo mondo non una donna o l’altra, o l’altra, o l’altra, ma la donna che fosse la Bellezza con la b maiuscola”. Da quel bel giorno, la lettura di Leopardi non è più motivo di sconvolgimento, fuga o malinconia. Leopardi appunto diventa amico. Esprime genialmente il desiderio del seminarista di Desio, a cui l’avvenimento di Cristo, riconosciuto ed abbracciato, è venuto incontro. E finisco leggendo alcuni versetti del famosissimo Inno alla sua donna, anche con gli occhi di questo seminarista che ormai ha sedici anni e che ha capito genialmente questo nostro carisma, l’incontro tra il desiderio e l’annuncio che quel Tu che desideri si è fatto carne, puoi abbracciarlo. Leggiamo alcuni versetti con gli occhi di questo seminarista, sedici anni, che ha riconosciuto la bellezza in Cristo.

Cara beltà che amore / Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

[Una beltà che non ti afferra, mi ispiri da lontano mi ispiri, nascondi sempre il viso, dove sei?]

Fuor se nel sonno il core / Ombra diva mi scuoti,

[Magari nel sonno mi tocchi…]

O ne’ campi ove splenda / Più vago il giorno e di natura il riso;

[Nella bellezza della natura.]

Forse tu l’innocente / Secol beasti che dall’oro ha nome,

[Il “secol”, il grande “secol” d’oro della letteratura, toccato dalla bellezza].

Or leve intra la gente / Anima voli? o te la sorte avara / Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

[Stupenda profezia dell’Incarnazione, dopo l’Incarnazione. Magari noi non ti possiamo vedere, non ti possiamo toccare, abbracciare, baciare; magari nel futuro ti fai carne…]

Viva mirarti omai / Nulla speme m’avanza; / S’allor non fosse, allor che ignudo e solo / Per novo calle a peregrina stanza / Verrà lo spirto mio.

[Dopo la morte].

Già sul novello / Aprir di mia giornata incerta e bruna, / Te viatrice in questo arido suolo / Io mi pensai.

[Io penso spesso ai miei dodici anni, la prima volta che mi sono innamorato, e rileggo questo. In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica che dice Incipit vita nova, la Beatrice di Dante.]

Te viatrice in questo arido suolo / Io mi pensai. Ma non è cosa in terra / Che ti somigli; e s’anco pari alcuna / Ti fosse al volto,

[Quante belle donne…]

agli atti, alla favella, / Saria, così conforme, assai men bella.

[E finisce (così finisco anch’io)]:

Se dell’eterne idee / L’una sei tu, cui di sensibil forma / Sdegni l’eterno senno esser vestita,

[Le eterne idee, la Bellezza, il Bene, la Giustizia, la Bontà… magari il destino non ha voluto rivestirti di “sensibil forma”].

E fra caduche spoglie / Provar gli affanni di funerea vita;

[O magari…]

O s’altra terra ne’ superni giri / Fra’ mondi innumerabili t’accoglie, / E più vaga del Sol prossima stella / T’irraggia, e più benigno etere spiri; / Di qua

[Visto che non ti sei incarnato…]

Di qua dove son gli anni infausti e brevi, / Questo d’ignoto amante inno ricevi.

Anch’io, come don Giussani, ripeto dopo la Comunione questi versetti di Alla sua donna, dove vedo l’incontro tra il drammatico desiderio della mia vita dei 16, 18, 19 anni, finché non ho incontrato il volto di questo “Tu”. Dopo la Comunione rileggo a memoria questi versetti perché dicono nell’Eucarestia questo incontro tra il mio desiderio e l’oggetto ultimo fattosi carne in Cristo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Ignacio che ha voluto donarci e ripercorrere in estrema sintesi i due poli che sviluppa nel suo saggio, così belli, così personali, così puntuali, anche sull’incontro per don Giussani di Leopardi, e il significato profondo dell’incontro tra la propria umanità e il fatto cristiano. Nel libro (a sottolineare quanto sia reale, profonda e sentita questa lettura di Leopardi, c’è la prefazione del Presidente Nazionale degli Studi Leopardiani, Fabio Corvata, che ringrazio molto. E ringrazio anche il Presidente Foschi, perché don Giussani, dopo tanta attesa, aveva un desiderio nascosto, tenuto molto umilmente, intimo, di potere un giorno essere a Recanati. E nel 1982 fu chiamato a svolgere una conferenza celebre che divenne un punto di contatto e di conoscenza con tutto il mondo leopardiano e che fece di Giussani uno dei più autentici lettori dell’opera. Adesso, a Mario Elisei chiediamo di ripercorrere questi tratti che fanno parte anche della sua storia, che ha voluto fissare nella parte che citavo prima del libro.

MARIO ELISEI:
Ho tre slide da fare vedere. La prima, “il mio amico Leopardi”, nasce dall’insistenza di molti che mi hanno chiesto di rendere fruibili a tutti i contenuti svolti durante le guide proposte ai numerosi amici che desideravano essere accompagnati durante la visita alla cittadina marchigiana patria del poeta. Si tratta quindi di una particolare guida alla poesia e conoscenza di Leopardi a partire dai luoghi che alcuni versi hanno reso immortali, come la piazzola de Il sabato del villaggio, o il colle de L’infinito, piuttosto che la torre del Passero solitario o la torre del borgo.
Ho iniziato ad interessarmi del mio amico Giacomo più di trentacinque anni fa, all’età di 16 anni, nel 1978, quasi casualmente prendendo in mano testi che mio padre portava a casa e metteva sopra la sedia alla portata di tutti. Insieme a mio fratello Roberto, di due anni più giovane di me, la sera leggevamo lo Zibaldone, un tomo grande in due volumi, diario di pensieri, memorie e filosofia pubblicato postumo. Stupiti ci dicevamo: “Roberto leggi questo”, “Mario, senti quest’altro”, e così in un crescendo di passione, senza clamore, perché nessuno ci capiva, ci siamo appassionati alla poesia, alle Operette morali, ai pensieri e alle opere giovanili. Avevamo già sviluppato una nostra idea positiva sul “grande pessimista” quando, nel settembre del 1982, venne a Recanati don Luigi Giussani. Nella sua lezione poi pubblicata con il titolo Cara Beltà, trovammo confermate le nostre intuizioni e la carica emotiva verso Leopardi aumentò ancora, un po’ come se si gettasse alcool su un fuoco già vivo, e così fino ad oggi. In questo testo, nell’intento di non forzare Leopardi come spesso accade, ho premura di non stemperare il carattere pessimistico della sua produzione. Se lo si vuole conoscere realmente e percepire la sua genialità, non si può negare l’evidenza che è data dal fatto che Leopardi è radicalmente pessimista. Diversamente, sarebbe uno stravolgimento del suo pensiero. Faccio degli esempi: nel 1821 a 23 anni conclude le poche righe de L’inno ad Arimane con una preghiera che ci fa rimanere senza fiato: “Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni, ti chiedo quello che è creduto il massimo dei mali: la morte. Non posso, non posso più della vita”. Oppure, nella poesia Ad Angelo Mai: “Presso la culla e immoto siede e sulla tomba il nulla”. Ne L’ultimo canto di Saffo: “Arcano è tutto fuorché il nostro dolor”. Nelle Ricordanze: “Non ha la vita un frutto, inutile miseria”. In A se stesso, scritto dopo la cosciente delusione amorosa verso Fanny Targioni Tozzetti: “Amaro e noia la vita, altro mai nulla. E fango è il mondo, e l’infinita vanità del tutto”. Oppure, nel Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, che dell’esser mio frale, qualche bene o contento avrà fors’altri, a me la vita è male”.
Termino queste brevi note negative citando ancora lo Zibaldone, Bologna 1826: “Tutto è male, cioè, tutto quello che è, è male. Che ciascuna cosa esista è un male. Ciascuna cosa esiste per fin di male. L’esistenza è un male, è ordinata al male, il fine dell’universo è un male, l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male”. Non può non venirci da dire: ma una posizione così radicale, come può interessarci? Il problema se lo posero anche i governanti rinascimentali che avevano fatto l’Italia. Alla fine dell’800, dovevano decidere se proporre o meno i testi di Leopardi nell’insegnamento scolastico. Le domande che si posero furono: “Uno così negativo, non stempererà l’animo dei giovani chiamati a costruire l’Italia appena unificata? Leopardi non farà male?”. A questo punto, nelle prime pagine del libro, ci viene in aiuto la provocazione enigmatica e curiosa del critico Francesco De Sanctis, contemporaneo del poeta, che in Saggi critici del 1858 afferma che “Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone: non crede al progresso e te lo fa desiderare, non crede alla libertà e te la fa amare, chiama illusioni l’amore, la gloria e la virtù e te ne accende un desiderio inesausto, è scettico e ti fa credente”. Ecco allora che si chiarifica lo scopo de Il mio amico Leopardi, che è in ultima analisi quello di verificare due grandi domande. La prima esplicita: “E’ vero o no che Leopardi produce l’effetto contrario a quello che si propone?”. La seconda, sottesa, è lasciata al lavoro di ognuno: “Perché produce questo effetto contrario? Come mai? Che mistero è mai questo?”.
Ritorniamo al pessimismo: i governanti dell’Italia unita risolsero subito il problema se far studiare Leopardi o no a scuola. La loro risposta fu affermativa perché capirono che l’ipotesi negativa leopardiana è opzionale, non è logica né ragionevole, non regge ed è facilmente smontabile. Lo stesso Leopardi se ne rende conto esplicitandolo in una lettera scritta a Fanny Targioni Tozzetti da Roma il 5 dicembre 1831, che ritengo particolarmente significativa e che invito a leggere. Sull’argomento racconto una scoperta che ho fatto recentemente: ho preso in mano un testo di uno studioso delle Operette morali dell’inizio del secolo scorso. Si chiama Giulio Reichenbach e asserisce che “affascinati da quella specie di amara ebrezza con cui il pensatore guida il suo ragionamento per le vie della disperazione, ci siamo indotti a seguirlo sempre. O giunti alla fine, o anche prima, ci siamo sentiti invasi da uno strano disagio, come se qualche cosa non rispondesse bene ai principi e nelle commessure si notasse distacco o stridore. Finché ad un certo punto ci arrestiamo e la ragione si rifiuta di seguirlo più in là, anzi ritorniamo affrettatamente indietro e cogliamo abbastanza facilmente il punto dove la frattura si è prodotta. Così si spiega perché questo poeta delle cose ineffabili, questo prosatore stupendo, come filosofo non faccia presa. Così si spiega perché lo si possa lasciar correre senza eccessiva preoccupazione fra le mani dei giovani”.
Queste negazioni estreme che Leopardi non riusciva a giustificare pienamente sul piano teorico ed ancor meno su quello pratico, se fossero coerentemente seguite come stile di vita porterebbero all’ignavia, alla disperazione e al suicidio. È Leopardi stesso, quindi, la testimonianza vivente della fragilità della sua filosofia. Alla libertà di ognuno, ai giovani soprattutto, possiamo lasciare quindi l’esercizio del giudizio in merito alla sua filosofia disperante. Bastano all’interprete poche logiche riflessioni per rilevare dove la struttura scricchiola. Allora, se il pessimismo non è l’apice della poesia leopardiana, l’apice della sua grandezza, dov’è che Leopardi è geniale?
Leopardi è geniale nella descrizione della potenza dell’io, nel desiderio, nella domanda esasperata di senso. Qui sta la sua grandezza.

“Desiderii infiniti e visioni altere
crea nel vago pensiere,
per natural virtù, dotto concento;
onde per mar delizioso, arcano
erra lo spirto umano,
quasi come a diporto
ardito notator per l’Oceano:
ma se un discorde accento
fere l’orecchio, in nulla
torna quel paradiso in un momento.
Natura umana, or come,
se frale in tutto e vile,
se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”.

Che grande mistero è questo, natura umana, che sei polvere e senti così tanto, così in alto. Questa è la parte terminale di Sopra il ritratto di una bella donna scolpita nel monumento sepolcrale della medesima. È un testo poco conosciuto, a scuola non lo si insegna. Un testo bellissimo, citato anche da Carbajosa, nella sua relazione poc’anzi. Parla di Ippolita Mezzalancia: è un’ava del poeta. Una donna bellissima, generosa, affabile, con dei figli belli, con un marito altrettanto affabile, caritatevole, una del Banco Alimentare ante litteram. Muore giovane e per tutti questa morte è considerata come un’ingiustizia, come una cosa con uno stridore. E Leopardi coglie questo stridore.

Tal fosti: or qui sotterra / polve e scheletro sei. Così riduce il fato / qual sembianza fra noi parve più viva / immagine del ciel. Misterio eterno / dell’esser nostro.

O ancora, leggo dal pensiero 68 per capire questo aspetto contraddittorio di Leopardi: “La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne. Ma non di meno il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena né per dir così dalla terra intera, considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio. Immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancor più grande di siffatto universo. E sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, che patire mancamento e voto. E però noia pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga, della natura umana”. Il non poter esser soddisfatto da niente. Cito dal Canto notturno:

E quando miro in ciel arder le stelle; / dico fra me pensando: / a che tante facelle? / Che fa l’aria infinita e quel profondo, infinito seren? Che vuol dire questa / solitudine immensa? Ed io che sono?

Bellissima è ancora la percezione dell’essenza dell’uomo: un nulla con una domanda dentro, lo abbiamo imparato da don Giussani, espressa in questo scritto. “Una cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza quando egli, considerando la pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza. E profondamente sentendola e intentamente riguardandola si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose e si trova come smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza. Allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà”. E’ un pensiero tratto dallo Zibaldone del 12 agosto del 1823. Potremmo continuare per ore ad evidenziare quanto sia presente il desiderio in Leopardi, quanto sia potente questa sua sublimità del sentire. Vioglio però terminare questa carrellata di ipotesi positive di Leopardi, così potenti, con alcuni versi tratti da La ginestra, scritta poco prima di morire a Napoli e ritenuta da molti un suo testamento. La critica e l’insegnamento valorizzano l’indicazione, a dire il vero velleitaria del Leopardi, relativa al fatto che gli uomini si devono consorziare per poter contrastare la potenza negativa della natura alla quale sono comunque destinati a soccombere. Ma amici, non è più affascinante questa posizione di domanda aperta su chi è l’uomo, evidenziata dai versi 158-185 che ora vi leggo?

Sovente in queste rive, / Che, desolate, a bruno / Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / Seggo la notte; e sulla mesta landa / In purissimo azzurro / Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, / Cui di lontan fa specchio / Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto Seren brillar il mondo. / E poi che gli occhi a quelle luci appunto, / Ch’a lor sembrano un punto, / E sono immense, in guisa / Che un punto a petto a lor son terra e mare / Veracemente; a cui / L’uomo non pur, ma questo / Globo ove l’uomo è nulla, / Sconosciuto è del tutto; e quando miro / Quegli ancor più senz’alcun fin remoti / Nodi quasi di stelle, / Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo / E non la terra sol, ma tutte in uno, / Del numero infinite e della mole, / Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle / O sono ignote, o così paion come / Essi alla terra, un punto / Di luce nebulosa; al pensier mio / Che sembri allora, o prole / Dell’uomo?

Non notiamo, ora, una somiglianza clamorosa con lo stupendo salmo 8? “Uh Signore, quanto è mirabile il Tuo Nome su tutta la terra, quando vedo i Tuoi cieli opera delle Tue dita, la luna e le stelle che Tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo per cui te ne ricordi, e il figlio dell’uomo perché te curi?”. Questo Leopardi mi affascina, questo è il Leopardi che ci affascina. E come in una nebbia in dissoluzione svela piano piano il senso dell’effetto contrario: perché ci aiuta a tenere sempre acceso un desiderio inesausto. Termino ritornando sulla conclusione dell’intervento di Ignacio Carbajosa, con il quale ci siamo ritrovati amici proprio per questa grande passione di Leopardi: è un grande mistero la nostra amicizia, Leopardi l’ha resa possibile. Questo percorso lo termino indicando ancora l’importanza dell’Inno alla sua donna.
All’interno di questo percorso leopardiano che si snoda tra le vie di Recanati, mi sono permesso di individuare non arbitrariamente, e ne spiego le ragioni, un vertice, un’eccezione all’interno di tutta la produzione del poeta. È Il canto alla sua donna. Questo è l’originale, siamo andati a vederlo a Napoli, si trova nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Non lo vede più nessuno e sicuramente nel tempo andrà perso, perché si sta sfilacciando la carta che sta diventando sempre più sottile, soprattutto ai margini, e poi l’inchiostro sta bucando la carta. C’è del piombo al suo interno: sta bucando la carta, è un autografo che nel tempo sicuramente perderemo. L’Inno è poco conosciuto, generalmente non viene fatto studiare a scuola e presenta una certa complessità, tanto che il Manzoni stesso ad una prima lettura trovò il testo incomprensibile. Fu scritto a Recanati in sei giorni, nel settembre del 1823. Il testo originale presenta numerose varianti e annotazioni perché il testo di Leopardi è quello all’interno di una specie di riquadro. Tutte le altre sono varianti e annotazioni alla lingua. Leopardi ha fatto un lavoro eccezionale su questa poesia, un lavoro grandissimo. E fu scritto, vi dicevo, a Recanati in sei giorni nel settembre del 1823. Il testo originale presenta numerose varianti, segno di un lavoro intenso e certosino. Il contenuto si svela nel tempo attraverso la ripetizione delle parole usate da Leopardi che, come una preghiera, via via palesano il loro significato nel tempo. Vale a dire: bisogna leggerlo, leggerlo, leggerlo, rileggerlo, leggerlo ancora per poterlo capire. Ad una prima lettura non si capisce, ad una seconda si capisce qualcosa e così via. È una ripetizione continua per poter capire l’importanza di questo testo. Nell’Inno alla sua donna, inno alla bellezza, quella bellezza che deve invadere il quotidiano e senza la quale, come direbbe Pavese, “il vivere taglia le gambe”, Leopardi dialoga con un’alterità, la cui presenza è certa. È quindi il canto alla Bellezza con la b maiuscola, quella che neanche il suo pessimismo riesce a cancellare.

Cara beltà che amore / Lunge m’inspiri o nascondendo il viso, / Fuor se nel sonno il core /
Ombra diva mi scuoti, / O ne’ campi ove splenda / Più vago il giorno e di natura il riso; /
Forse tu l’innocente / Secol beasti che dall’oro ha nome, / Or leve intra la gente / Anima voli? o te la sorte avara / Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai / Nulla speme m’avanza; / S’allor non fosse, allor che ignudo e solo /
Per novo calle a peregrina stanza / Verrà lo spirto mio. Già sul novello / Aprir di mia giornata incerta e bruna, / Te viatrice in questo arido suolo / Io mi pensai. Ma non è cosa in terra / Che ti somigli; e s’anco pari alcuna / Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, / Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore / Quanto all’umana età propose il fato, / Se vera e quale il mio pensier ti pinge, / Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora / Questo viver beato: / E ben chiaro vegg’io siccome ancora / Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni / L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse / Il ciel nullo conforto ai nostri affanni; / E teco la mortal vita saria / Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona / Del faticoso agricoltore il canto, / Ed io seggo e mi lagno / Del giovanile error che m’abbandona; / E per li poggi, ov’io rimembro e piagno / I perduti desiri, e la perduta / Speme de’ giorni miei; di te pensando, / A palpitar mi sveglio. E potess’io, / Nel secol tetro e in questo aer nefando, / L’alta specie serbar; che dell’imago, / Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.
Se dell’eterne idee / L’una sei tu, cui di sensibil forma / Sdegni l’eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie / Provar gli affanni di funerea vita; / O s’altra terra ne’ superni giri / Fra’ mondi innumerabili t’accoglie, / E più vaga del Sol prossima stella / T’irraggia, e più benigno etere spiri; / Di qua dove son gli anni infausti e brevi, / Questo d’ignoto amante inno ricevi.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Mario di questo bellissimo intervento, anche del senso critico con cui tiene sempre desta questa profonda conoscenza e vicinanza all’esperienza umana di Leopardi. Credo che davvero il libro non abbia mai una caduta di questa tensione che, grande e bella, sentiamo nelle poesie di Leopardi. E credo che anche tutta la descrizione, oltre al saggio di Ignacio, sia veramente un’occasione privilegiata per continuare a far diventare memoria in noi questa scoperta della nostra umanità e dell’umanità di tutti, in una maniera struggente che muova la vita, certa dei due poli detti da Ignacio: la scoperta del tu e che questo tu è rivolto a qualcosa e a qualcuno. E la risposta alla domanda giusta di De Sanctis: come mai un bisogno che ci troviamo addosso crea il desiderio di conviverci? Perché è esattamente fatto per trovare la sua accoglienza, la sua presenza. Grazie di tutto, davvero, a loro due, trovate il libro qua alla uscita e in libreria. Arrivederci.

Data

27 Agosto 2014

Ora

20:00

Edizione

2014

Luogo

eni Caffè Letterario A3
Categoria
Testi & Contesti