INVITO ALLA LETTURA

CHIAMATI ALL’AMORE. La Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II
Presentazione del libro di Carl Anderson, Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo e José Granados, Docente di Teologia Dogmatica e Patristica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II (Ed. Piemme). Partecipano: gli Autori; S. Ecc. Mons. Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia.
A seguire:
ALLORA NON È PANE! Vita di San Giovanni Maria Vianney. Curato d’Ars
Presentazione del libro di Giuseppe Farinelli, Docente di Storia della Letteratura moderna e contemporanea all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano (Ed. Ares). Partecipano: l’Autore; S. Ecc. Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino-Montefeltro.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuti. Oggi pomeriggio il Meeting ci invita a guardare due libri, le cui presentazioni saranno una di seguito all’altra. La prima è di un libro importante: Chiamati all’amore. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II: abbiamo qui l’autore, Carl Anderson, Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo, che salutiamo. L’ordine dei Cavalieri di Colombo è stato costituito nel 1882. É una società cattolica di fraternità, di soccorso, costituita per prestare assistenza finanziaria ai malati, ai disabili e ai bisognosi. Nel suo impegno di oggi, è aiutato da José Granados, che salutiamo, il secondo autore, Docente di Teologia Dogmatica e Patristica al Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II”. Abbiamo tra noi, come relatore, Sua Eccellenza Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati. Giuliodori ha guidato quest’anno l’anniversario di Matteo Ricci, figura ricordata dal Meeting negli anni passati e di grande importanza. Ecco, il libro Chiamati all’amore è un’offerta importante per tutti noi, per conoscere quella grande catechesi dell’amore, del corpo e della coniugalità che il Papa fece tra il 1979 e il 1984, e che ha un’importanza culturale decisiva per questo nostro tempo. Il tema della corporalità è stato sempre trattato secondo due aspetti. Il primo sottolineava il corpo come qualcosa di negativo, come qualcosa da abbandonare rispetto ad altre mete più grandi: non è ciò che dice il cristianesimo ma una visione riduttiva di esso. Il secondo offriva l’esaltazione del corpo in una maniera assolutamente superficiale e strumentalizzata. Andare di nuovo a guardare a quella grande catechesi, perciò, è di grande attualità e importanza culturale, per conoscere qualcosa che è un grande segno concreto del Creatore. Il libro permette a tutti noi, da una parte, un’attenzione alla Catechesi di Giovanni Paolo II, dall’altra una connessione con Papa Benedetto XVI, di cui il libro ricalca e riprende spunti. La continuità tra i due Pontefici è espressa ad esempio nella grande enciclica Deus caritas est, dove si parla dell’amore e del cambiamento di mentalità e di percezione di esso tra il mondo antico e il mondo nuovo, il mondo segnato dall’avvenimento cristiano. In questo libro, vengono coinvolti anche gli aspetti poetici di Giovanni Paolo II, la sua elaborazione poetica, così forte e carica di pensiero, d’immagine e di dimensione contemplativa. Lascio la parola ai nostri ospiti. Per primo, ci offrirà la sua riflessione Monsignor Giuliodori, poi ascolteremo gli autori.

S. ECC. MONS. CLAUDIO GIULIODORI:
Grazie anche da parte mia per questo invito. Sono particolarmente contento di essere qui, di condividere questo momento con voi, con il Meeting, e di poter presentare questo volume. Vorrei ringraziare personalmente, credo anche a nome di tutti i lettori, i due autori, perché davvero ci hanno offerto una cosa preziosa. Prima di entrare nel merito, vorrei dire perché è prezioso questo volume, per quale motivo meriti di essere letto e di attirare la nostra attenzione. Innanzitutto, mi sembra colga tutta la portata della profezia di Giovanni Paolo II. Sono passati sostanzialmente trent’anni dalla lunga catechesi sull’amore umano; qualcuno può pensare che sia ormai un testo da archiviare, frutto di una stagione passata, un contributo che ha fatto il suo tempo. Io credo invece che riesca a tutt’oggi – questo libro lo dimostra, è il primo pregio fondamentale che credo gli vada riconosciuto – ad affrontare alcuni nodi fondamentali che riguardano non solo la famiglia e la sessualità, ma soprattutto il destino dell’uomo, il futuro dell’uomo nel nostro tempo. Quindi una portata che non è legata soltanto all’incisività della proposta nel momento in cui è stata fatta, ma con un orizzonte ampio, che si proietta sulle sfide future.
Il secondo motivo di apprezzamento è che questo libro ha spazzato un mio pregiudizio: conoscendo le catechesi sull’amore umano, conoscendo un po’ gli autori e l’ambiente dell’Istituto Giovanni Paolo II, dove ho avuto il privilegio di studiare, e poi anche di insegnare, mi aspettavo quasi un’antologia sui contenuti etici e filosofici dell’insegnamento di Giovanni Paolo II. E invece, con mia meraviglia e stupore, ho trovato una sintesi molto originale, dove le citazioni delle opere poetiche, soprattutto de La bottega dell’orefice, ma anche del Trittico romano e di Raggi di paternità, occupano uno spazio quasi prevalente, o per lo meno hanno il ruolo di fare da incipit e introduzione, per provocare, rispetto alle citazioni di contenuto, riprese dalle catechesi o da altri testi di Giovanni Paolo II. Credo che questa sia una presentazione originale, un approccio sicuramente nuovo. E’ la prima volta che trovo un testo in cui i diversi approcci di Giovanni Paolo II vengono coniugati insieme in modo così armonioso, al punto che gli uni rivelano e valorizzano gli altri: i testi a sfondo etico, antropologico, filosofico vengono in qualche modo illuminati dalle percezioni, dalle intuizioni, dalle immagini poetiche. Viceversa, le immagini poetiche trovano solidità e sviluppo nelle riflessioni di carattere etico e filosofico. E’ un’altra peculiarità per cui questo libro davvero merita di essere letto, perché ci dà un contributo nuovo, ci apre nuovi spiragli sulla conoscenza dell’opera di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo.
Un terzo motivo di interesse è che si tratta di un libro – almeno per quelle che sono le mie impressioni come lettore – che non vuole tanto ripercorrere in forme particolari e interessanti il pensiero di Giovanni Paolo II, ma si pone l’obiettivo di partire da questo patrimonio straordinario per interpellare il cuore dell’uomo contemporaneo. Parla davvero a ciascuno di noi oggi, a partire dall’insegnamento, dalle riflessioni, che sono certamente straordinarie, attualizzandole e incarnandole nel sentire e nel vissuto dell’uomo contemporaneo, affrontando le grandi questioni e legandole al vissuto e all’attualità. Si rincorrono nel testo anche una serie di citazioni che non sono direttamente collegate all’insegnamento di Giovanni Paolo II, ma ci permettono di cogliere come questo insegnamento vada a collocarsi dentro gli snodi fondamentali della vita del nostro tempo. Con queste sottolineature, volevo esprimere il particolare apprezzamento per l’originalità, la qualità e l’amabilità di questo testo, che si fa leggere e interessa, dove c’è poco di scontato e molto di suggestivo. E’ un libro che aiuta a riflettere, avevo voglia di girare pagina per trovare qualcosa di interessante rispetto a cose, magari già conosciute da chi, come me, ha lavorato per anni su questi temi. E mi sono trovato di fronte a una proposta assolutamente originale e interessantissima.
Entro nei contenuti, nel breve tempo che ho a disposizione, perché vorrei evidenziare come davvero, leggendo questo libro, siamo condotti al cuore delle grandi questioni dei nostro tempi. Innanzitutto, c’è un filo conduttore, già espresso nel tema: l’interrogativo sul corpo. La corporeità umana dice qualche cosa oppure è semplicemente un involucro rispetto al quale ci possiamo permettere qualsiasi cosa? La tendenza culturale in cui siamo immersi ci spinge quasi a pensare che, in fondo, la corporeità sia materiale biologico a disposizione di un sentire, di un’emotività, delle sensazioni, dei bisogni, degli istinti, semplicemente qualche cosa di cui disponiamo, a cui fare dire quello che riteniamo o che pensiamo ci possa servire. Il libro ci riconduce invece a una considerazione del corpo come patrimonio prezioso, senza il quale non siamo in grado di rispondere alla domanda fondamentale dell’identità umana e, quindi, la corporeità come valore pregnante del nostro essere, soprattutto nel momento in cui – ed è la seconda grande questione, la questione del nostro tempo, la sfida della nostra epoca – ci domandiamo: la costituzione sessuata, la differenza, quella che Giovanni Paolo II chiamava “l’individualità dell’essere umano”, è qualche cosa di accidentale, è qualche cosa di relativo, è un incidente di percorso della natura o ha un significato?
Giocando sui rimandi biblici, e approfondendo alcuni messaggi con profondità esegetica e assoluto rigore, anche scientifico, all’interno delle riflessioni di Giovanni Paolo II, si affronta la grande questione del nostro tempo: l’essere uomo o donna è un optional, è solo una questione di genere, di comportamento, o è una realtà attraverso la quale comprendiamo davvero il senso, il fine, il valore della nostra esistenza? Credo che qui si giochi in gran parte il futuro dell’umanità. Perché ci sono almeno tre elementi che gli autori sviscerano in modo molto approfondito, molto chiaro, molto lucido e – pregio del libro – molto semplice, comprensibile davvero a tutti, anche a chi non ha una particolare preparazione. La prima questione è che la differenza non appartiene a un qualcosa di mancante, come poteva essere in alcune interpretazioni che ci ha dato Platone, o in alcune riflessioni legate alla mitologia. La realtà sessuata di un uomo è un dono prezioso di Dio, è una realtà che va a beneficio dell’esperienza umana, perché ne rivela il senso e il fine. Il senso è quello della relazione, perché nel rapporto uomo-donna si realizza l’esperienza forte e grande del sentirsi una cosa sola, del diventare una sola carne, pur rimanendo nella singolarità della propria esperienza personale: La vocazione a diventare una sola cosa, non fine a se stessa ma finalizzata a una crescita nell’amore, che si esplicita nel rapporto di coppia attraverso la fecondità. In questo progetto di Dio, così ben evidenziato e rimarcato nel racconto della Genesi, noi troviamo il nucleo portante di un’esperienza umana che oggi la cultura in cui viviamo sembra voler distruggere con il presupposto che, in fondo, della natura possiamo sapere poco, e comunque quello che sappiamo lo possiamo manipolare. non conta il dato oggettivo ma conta il nostro modo di gestirlo, perché la cultura cancella la natura.
Credo sia questo il male profondo della nostra società, che non riconosce più la propria esperienza originaria e non riconosce, non sa interpretare e leggere il mistero straordinario, affascinante, che c’è nella dualità sessuata: vocazione al dono di sé e alla fecondità. Da qui, le conseguenze drammatiche e inquietanti cui assistiamo, giorno dopo giorno, in una divaricazione sempre più forte di questo mistero dentro il quale si gioca la possibilità di vivere l’armonia dell’esperienza personale e, in ultima analisi, anche la felicità dell’uomo. Il desiderio di felicità si realizza solo quando rispondiamo a ciò che realmente siamo. Oggi si tende, invece, a divaricare, a separare, a contrapporre quelli che sono gli elementi costitutivi del mistero della sessualità umana e quindi della vocazione all’amore: l’unità e la fecondità. Lo esprimeva Paolo VI nell’Humanae Vitae e Giovanni Paolo II lo ha fatto diventare il nucleo portante del suo insegnamento e della sua testimonianza, introducendoci a quella antropologia senza la quale non riusciamo a cogliere il senso della nostra vita. Oggi assistiamo alle accentuazioni tragiche di queste divaricazioni che, da una parte, portano verso una sessualità sempre più dissociata, privata, impoverita della sua dimensione di fecondità, di apertura alla vita, dall’altra, portano al dato più recente, più emblematico, anche più sconcertante per tutto ciò che ne consegue: la vita si crea in laboratorio. La si toglie dall’alveo dove acquista dignità, senso e valore, la si riduce, come giustamente si sottolinea nel libro, non a un atto procreativo, di collaborazione con l’opera creatrice di Dio, ma a un atto produttivo, cioè a un atto tecnico. Se è un atto tecnico, allora tutto è possibile, si possono usare gli embrioni e fare qualsiasi tipo di sperimentazione, si possono creare e si possono distruggere. L’uomo nel suo mistero è totalmente cancellato e asservito a una visione di umanità che è solo funzionale, strumentale a chi stabilisce, di volta in volta, i significati del vivere, a chi alla fine usa – attraverso tutti gli strumenti tecnici, culturali, di pressione mediatica – la realtà umana per raggiungere altri scopi.
Quindi, vediamo come da questo nucleo sorgivo derivino una serie di conseguenze drammatiche per l’esperienza umana. Il passo successivo è allora il riconoscimento di un disegno che Dio ha sull’esperienza umana, che tutti noi percepiamo quando ci troviamo nell’esperienza dell’attrazione verso l’altro sesso, quando ci domandiamo quale sia il paradigma per costruire una relazione autentica, quando ci domandiamo se la nostra relazione possa essere davvero dono totale di sé, fonte di un legame indissolubile. Così, la cultura contemporanea va verso la derisione e la cancellazione di questi valori. Dicevo ieri ad un incontro: “Citatemi un programma televisivo dove sia possibile vedere un’esperienza autentica di amore coniugale, in cui siano espresse la fedeltà, l’indissolubilità, la sacralità del rapporto”. Nessuno era in grado di citare un programma televisivo, una fiction, un talk show, una qualsiasi altra rappresentazione, in cui il senso profondo della relazione sessuata, del mistero dell’amore umano, del matrimonio, della famiglia, trovasse un riconoscimento e una valorizzazione. Questo ci dice quanto profondo sia il malessere della nostra società, quanto distorta sia la visione che percepiamo e che poi maturiamo. Soprattutto, le coscienze dei giovani rischiano di essere confuse, di essere indotte ad interpretazioni assolutamente minimali, riduttive, svuotate del significato della sessualità, indotte a bruciare le esperienze.
Giustamente, nel passo successivo, gli autori ci dicono che dentro questo mistero c’è una valenza sacramentale. Come sappiamo, il matrimonio nella visione cristiana ha un duplice livello, che va sempre colto nelle sue implicanze: ha un livello creaturale, e quindi ogni uomo porta nel cuore, fin dalla creazione, per il fatto di essere a immagine e somiglianza di Dio, come uomo o come donna, un desiderio insopprimibile di amore. E su questo si può sempre lavorare, si può sempre operare: il cuore inquieto dell’uomo, come dice sant’Agostino, richiama e rimanda a questa sua origine, a questo mistero che può riconoscere solo nell’incontro con Dio. Allora, la dualità uomo-donna non è solo un’unione vitale per l’unione e la procreazione, è il continuo rimando ad una alterità, che è l’alterità del Creatore. E’ nel terreno della sessualità e dell’amore che noi facciamo esperienza di un’alterità che non può mai compiersi e consumarsi in modo definitivo nella pura relazione umana. La relazione umana è il percorso, il terreno, la condizione per crescere in una relazione d’amore che ha la sua misura in Dio, una misura in cui non dobbiamo mai perdere di vista anche la fragilità dell’uomo e la sua libertà, il mistero della libertà come possibilità di rifiutare questo progetto, di allontanarsi, di cancellarlo, di distruggerlo.
Il Signore non si stanca mai di offrire alla Sua creatura la possibilità di redenzione, la possibilità di riscoprire e ricominciare. Allora, il mistero della Grazia che si manifesta in Gesù Cristo, giustamente richiamato come Sposo, rivela e manifesta la sponsalità di Dio, mistero d’amore, nei confronti della Sua creatura. Giovanni Paolo II fa una cosa che io chiamo rivoluzione copernicana. Perché per duemila anni, nella tradizione della Chiesa, per l’influsso prevalente di Agostino e per la conferma di san Tommaso, si è interpretata l’imago Dei prevalentemente nell’ottica dell’anima razionale: ciascuno di noi è a immagine di Dio perché porta in sé le facoltà che possono essere ricondotte alle persone divine. Giovanni Paolo II, in particolare nella Mulieris Dignitatem, dice che questa immagine va sempre integrata con l’altra che è costitutiva del nostro percepire l’imago Dei, cioè la costituzione sessuata dell’essere umano. L’immagine di Dio è dentro ciascuno di noi, noi abbiamo bisogno dell’altro per realizzarci: da qui, giustamente, viene spiegato anche il senso della verginità, il vergine non è uno che non si realizza, la persona si realizza in pienezza proprio perché cammina verso la pienezza della sponsalità. Ciascuno vive questa proiezione dell’imago Dei, che è già strutturata in sé: ma nella natura ci è dato anche questo altro percorso, che è quello ordinario, naturale, della relazione dell’uomo e della donna, ugualmente investita di significati propri all’imago Dei: a Sua immagine, questo essere umano è stato creato maschio e femmina. Questo è il tesoro più prezioso, è il codice interpretativo della nostra identità. Se perdiamo questo codice, perdiamo il senso dell’esistenza, perché nell’amore e nella fecondità, che si sprigionano all’interno della differenza sessuata, c’è tutto il mistero del vivere. E questo viene esplicitato anche nella sua dimensione sacramentale, che va a rimediare i limiti causati dal peccato. Ancora molti pensano che Adamo ed Eva abbiano peccato a causa della sessualità. E’ l’esatto contrario: a causa di un esercizio sbagliato della libertà, hanno segnato la loro vita, anche la sessualità umana. La grazia del sacramento del matrimonio permette di vivere e di recuperare tutto questo.
Vado verso la conclusione. In questo libro si sottolinea giustamente una cosa che non sempre viene detta: c’è una unitarietà non separabile in tutto il processo dell’esperienza umana. Guardando l’indice del libro, troverete l’ultimo capitolo dedicato alla civiltà dell’amore. Prevalentemente, il testo tratta della struttura antropologica, dell’esperienza umana, ma decide di chiudere con questo affresco sulla società e sul ruolo del matrimonio e della famiglia nella società. Ecco, abbiamo bisogno di sottrarre il tema della sessualità, dell’amore umano, della fecondità, del matrimonio, alla tendenza micidiale della privatizzazione: non è un fatto privato! La famiglia è il nucleo fondamentale dell’esperienza umana, va a costituire la cellula fondamentale della società, viene prima della strutturazione dello Stato. Lo Stato è chiamato a riconoscere, a tutelare e a promuovere la realtà dell’amore umano e della famiglia con tutte le responsabilità che questo comporta. Lo Stato deve comprendere come l’esperienza personale, questo cammino nel mistero dell’amore, abbia una grande valenza sociale: dobbiamo operare affinché la società rispetti, promuova e sostenga questi valori, nella peculiarità del loro essere, senza relativizzazioni, senza riduzioni. La battaglia che viene fatta oggi sulla tutela del matrimonio come istituzione, dell’unione dell’uomo e della donna aperta all’accoglienza della vita, non è una battaglia di retroguardia, non è una battaglia discriminatoria nei confronti di chi vuole vivere liberamente altri tipi di relazione, ma è la salvaguardia dei presupposti fondamentali di ogni sana società. Questo è un libro davvero prezioso, per ripercorrere e comprendere il senso dell’esperienza della sessualità, dell’affettività, del progetto di Dio sul matrimonio, ma anche e soprattutto per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Sua Eccellenza Giuliodori. Adesso, la parola al primo degli autori, Carl Anderson.

CARL ANDERSON:
Grazie, grazie a Sua Eccellenza, ringrazio anche al mio coautore. Una delle cose che si imparano per prime, quando si è piccoli, è il corpo: il bambino scopre il suo corpo. Chiunque abbia allevato un bambino, si ricorderà dei momenti in cui il bambino scopre le proprie mani e i propri piedi, e la gioia che prova quando si rende conto che sono una parte di lui, del suo corpo. Questo momento di scoperta di sé, nel bambino è uno dei primi ma non è l’ultimo: è la prima di una serie di domande che l’essere umano si trova a porsi per tutta la vita. Si tratta di cominciare a capire la realtà concreta e il significato più profondo del matrimonio, della sofferenza e di qualsiasi altra situazione. Grazie al nostro corpo, cerchiamo di capire chi siamo e quale sia il significato della nostra vita. Se è il nostro essere persona, la nostra anima, che ci distingue dagli animali, è il nostro corpo a distinguerci dagli angeli. Nel corso della storia dell’umanità, le diverse religioni e filosofie hanno cercato di definire il corpo umano: è positivo, è negativo, è una prigione, è uno strumento di auto espressione? Può essere odiato, o addirittura distrutto, senza distruggere se stessi? E’ un ostacolo alla nostra conoscenza di Dio? Così come il latino è alla base delle lingue romanze, c’è anche la base dell’esplorazione filosofica che è quella del dualismo cartesiano: si tratta di un chiasmo, di una divisione tra spirito e natura fisica. Molti dei problemi da affrontare oggi – pensiamo all’eutanasia, allo studio sulle cellule embrionali – si rifanno a questo dualismo tra corpo e spirito, tra corpo e mente. Freud cerca di chiudere questo chiasmo indicando la sessualità come motivazione di tutti i nostri bisogni emotivi e fisici, però non riesce a capire quello che è il punto fondamentale. Questo dualismo cartesiano crea una dissonanza cognitiva all’interno dell’umanità: lo scontro tra due realtà, o meglio, lo scontro tra la verità e quello che ci è stato detto essere la verità. Il secondo presupposto del secolarismo è la separazione tra essere una persona e possedere un corpo. Il cristianesimo non accetta questo dualismo, anzi: noi siamo unità di corpo e mente, di carne e di spirito e non c’è tensione tra questi due aspetti. Uno dei nostri obiettivi più elevati nella vita è creare conformità, mettere in armonia questi fattori, anche se in origine sono contrapposti.
E’ questo che sta alla base della teologia del corpo di Giovanni Paolo II, come spiega nella sua prima discussione, quando Adamo è preso dallo stupore nel momento in cui scopre Eva. Giovanni Paolo II dice che è come se Adamo avesse detto del proprio corpo: “Ecco un corpo che esprime la persona”. Il legame tra essere una persona e avere un corpo non è sufficiente: la comunione tra corpo e anima, la collaborazione e l’unità, hanno una lingua, e questo linguaggio del corpo è il linguaggio dell’amore. La compressione di questa unità è stata corrosa, la conquista tecnica che l’uomo ha operato sulla natura, ha finito per danneggiare l’ecosistema mondiale, ha definito come sua ultima frontiera la conquista dell’ecologia umana e, quindi, la conquista del corpo umano tramite le biotecnologie. Il corpo umano non viene considerato più il luogo in cui dimoriamo ma piuttosto l’oggetto della manipolazione. Il corpo è stato ridotto da una dimora a una fabbrica.
In un altro settore di cui si occupa la teologia del corpo, possiamo intravvedere la sofferenza insieme alla dignità; questa concezione deriva dal ritorno a una visione appropriata del proprio corpo. Perché la sofferenza oggi non viene compresa? Perché l’essere umano non è compreso. La medicina e la scienza ogni giorno fanno nuove scoperte, ma il significato della sofferenza si perde perché la sofferenza umana, o meglio, la persona umana, l’individuo, viene considerato come un essere fisico che ha soltanto desideri spirituali, non come un essere fisico e spirituale che è desiderato e amato da Dio.
Come cristiani, dobbiamo chiederci come recuperare questa tradizione: non possiamo semplicemente mandare indietro l’orologio, non possiamo ignorare tre secoli di pensiero umano, dobbiamo recuperare la nostra tradizione e renderla pertinente al contesto moderno. Questo è l’obiettivo della teologia del corpo. E’ stato uno degli aspetti, il più importante, della missione di prete e di papa per Giovanni Paolo II, ed è nato dal suo incontro con migliaia di persone. Giovanni Paolo II ha scoperto la bellezza e il significato del matrimonio conoscendo coppie sposate. Tramite e per i suoi fratelli e le sue sorelle che erano sposati, si è unito a loro nel perseguire questa realtà che Dio li ha chiamati a realizzare, unendoli in matrimonio.
E’ così importante, per Giovanni Paolo II, che ne ha fatto uno dei suoi primi obiettivi. La teologia del corpo per Giovanni Paolo II costituisce il fondamento della nuova evangelizzazione, un modo per riproporre il messaggio evangelico, ed è per questo che costituisce il cuore dell’evangelizzazione della Chiesa di oggi. Comincia dalla consapevolezza che la vocazione di cristiano non è altro che la vocazione all’amore che ci viene rivelata nell’atto della creazione e della redenzione operato da Gesù Cristo. Come disse Giovanni Paolo II stesso, l’uomo è chiamato ad amare e non deve allontanare da sé l’amore. La teologia del corpo ci introduce a questa realtà e ci chiarisce quale siala natura che ci spinge a desiderare cose grandi: questa natura costituisce il cuore. Adesso lascio spazio al mio coautore.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Bellissimo intervento di Anderson.

JOSÉ GRANADOS:
Vorrei completare quello che si è detto con qualche immagine usata nel libro. La prima che percorre le pagine è quella della Cappella Sistina. Giovanni Paolo II, alla fine della sua vita, ha scritto il poema Trittico romano, in cui riprende ancora il tema della teologia del corpo, dimostrando che non era soltanto un interesse dell’inizio del suo pontificato. Nella Cappella Sistina si trova, all’inizio, la creazione di Adamo ed Eva, generati dalle mani di Dio. E si trova anche la consumazione, cioè il Giudizio Finale e quel Cristo glorioso risorto che giudica il mondo. Giovanni Paolo II dice in questo poema che l’inizio e la fine sono invisibili, ma Michelangelo ha avuto questo potere di visione per cui ha dipinto, tra questo inizio e questa fine, il cammino della vita dell’uomo. Se guardiamo i dipinti di Michelangelo, vediamo che questo Cristo risorto così famoso, che giudica il mondo, ci fa vedere la pienezza di quello che è un corpo pieno di spirito, pieno di amore. Michelangelo ha preso come modello la testa di Apollo, cioè si è ispirato alla scultura di Apollo per la testa, per sottolineare la divinità di Cristo. Ma non ha preso il corpo di Apollo, ha preso un altro corpo che si trovava nelle sculture greco-romane del tempo, perché il corpo dell’Apollo è un corpo che non si lascia toccare, distante, l’incarnazione del bello, la forma ideale, non è un corpo che si possa condividere, che si possa mettere sulla terra. Per questo, Michelangelo ha preso un altro corpo, un corpo più simile a quello del Lacoonte – non so se avete in mente questa immagine, è quella di un uomo che lotta per salvare i suoi figli, pieno di vita, di passione -, come a dire: ci vuole un corpo che si possa condividere, un corpo in cui si possa entrare, un corpo che non sia distaccato ma che si apra verso la comunione, come se questo corpo del Cristo risorto muovesse tutto il Giudizio finale, fosse una sorgente, una comunicazione di vita.
Penso che sia questa la chiave che ha ispirato Giovanni Paolo II nella sua teologia del corpo, per la sua proposta sull’amore e sulla famiglia. Il corpo è in connessione con l’amore, il corpo è quello che ci permette di essere in comunione con gli altri, ci permette di amare, di ricevere l’amore, ha una grammatica del dono. Oggi siamo abituati a vedere il corpo come progetto personale: con il mio corpo posso esprimere i miei desideri. Si parla della sessualità plastica, cioè di qualcosa che si può modellare in un modo o nell’altro; oppure vediamo il corpo come un limite, come qualcosa che ostacola la mia libertà. Pensate a quel film, Matrix, di cui parlava il Cardinale Scola, in cui si vede che, una volta che mi stacco dal corpo, posso fare cose incredibili. Giovanni Paolo II propone un altro sguardo al corpo, che ci consente di trovare la vera umanità. Il corpo ha un linguaggio: dobbiamo imparare a leggere questo linguaggio e dobbiamo imparare a esprimere l’amore in questo linguaggio.
Il Meeting ha questo tema del cuore e Giovanni Paolo II ha una definizione di cuore che penso si connetta col tema. Dice: “Il cuore è la capacità che ha l’uomo di leggere il linguaggio del corpo come amore e di esprimere anche questo significato nella nostra corporalità”. E ci insegna a vedere che il corpo è fatto per l’amore, e ci fa essere capaci di leggerlo e scriverlo. In Inghilterra è stato fatto un sondaggio tra gli studenti di un liceo: i ricercatori hanno verificato che questi giovani non avevano un vocabolario per esprimere i loro desideri, i loro sentimenti, le loro passioni. Il linguaggio del cuore restava sconosciuto. Hanno parlato di un analfabetismo affettivo, di una incapacità profonda, perché quando non si conoscono le parole non si conosce nemmeno la verità di questo cuore. Penso che il libro e Giovanni Paolo II abbiano voluto trovare il linguaggio profondo del cuore. Lui parla delle esperienze originarie, cioè di quelle esperienze più profonde dell’uomo che sono là, magari dimenticate, ma che dobbiamo ritrovare andando verso l’origine. Dice che il giovane che ama vuole essere bruciato dal fuoco, ha questo desiderio di eternità, di cose grandi, ma non vuole andare verso la sorgente. C’è un desiderio di essere bruciato ma non di sapere quale sia la fonte di questo amore, la sorgente di questo amore. Il libro è una ricerca di questa sorgente.
Dico soltanto tre cose, su questo linguaggio. La prima: il corpo si riferisce al Creatore, a Dio, ci apre al Mistero. Magari siamo abituati a pensare al corpo come a quello che più ci allontana da Dio, quello più terreno. Invece, il corpo è quello che ci apre alla realtà, ci mette nella realtà del mondo, ci fa incontrare lo stupore, la novità e rompe l’isolamento in cui tendiamo a porci. Il corpo ci apre, quindi, alla trascendenza e all’incontro con Dio. E’ importante l’esperienza della nascita. Tutti siamo nati, è scritto nel nostro corpo, e quindi siamo figli, veniamo da qualcuno. Il linguaggio primo del corpo è il linguaggio della filiazione, e quindi il primo atto del cuore che impara a leggere il linguaggio del corpo è l’accettazione di se stesso come dono. Non partiamo soltanto da un’assenza, da un desiderio che non sa dove andare, ma da una pienezza: questo ce lo rivela il nostro corpo. Nel libro, abbiamo messo un aneddoto del Cardinale Tonini: dice che, quando aveva sette anni, sua mamma gli aveva detto: “In ogni giorno della tua vita, quando mi alzavo, ti ricevevo da Dio come dono e dicevo grazie al Signore per il dono di questo figlio. Adesso do a te la missione di fare questo: ogni giorno della tua vita, ricevi te stesso come un dono”. Penso che questo sia il primo linguaggio del corpo: la filiazione, accettare se stessi.
Poi c’è il linguaggio della donazione di sé, della sponsalità, il linguaggio dell’uomo e della donna, in cui questa differenza apre anche la strada verso il Mistero. Nel libro c’è questa immagine: i rabbini hanno espresso a loro modo il nome di Adamo. Il nome dell’uomo in ebraico è Ish, il nome della donna è Isha. I rabbini dicono che la differenza tra Ish e Isha è soltanto una sillaba, “a”, l’ultima della parola. Questo è il modo in cui si scrive il nome di Dio in ebraico. Quindi, in questa differenza, in questa tendenza verso l’altro, nel riceversi e nel donarsi l’un l’altro, l’uomo e la donna scoprono una strada verso il Mistero, verso il Destino, verso Dio come padre. Il linguaggio del corpo si apre come un cammino alla vita dell’uomo.
L’ultima cosa che bisogna mettere in rilievo, a proposito del corpo, è l’importanza dell’incontro con Cristo. Cristo porta a pienezza il linguaggio del corpo e il cristianesimo ha sempre valorizzato il corpo come il luogo della rivelazione dell’amore di Dio. La teologia di san Paolo, per esempio, riassume così: il corpo è la pienezza di tute le opere di Dio. Anche i Padri della Chiesa hanno insistito su questo punto, pensate a Tertulliano: il corpo è il cardine della salvezza. Il cardine, cioè il punto in cui la porta si apre per farci vedere il mistero di Dio che viene verso di noi. Cristo non ha avuto un corpo meno corpo ma più corpo, perché Lui ha espresso nel corpo la piena filiazione: Figlio di Dio e pieno dono di sé. E’ Cristo che ci rivela che il corpo è per donarsi, “Questo è il mio corpo, offerto in dono per voi”: è il riassunto di una teologia del corpo che diventa Eucaristia. Finisco semplicemente con una citazione di Giovanni Paolo II dal suo poema Il viaggio in Terrasanta, in cui lui vede la Terra Santa come una parte di questo corpo di Cristo che Dio ha scelto per abitare, per donarsi a noi. Dice, meditando la morte di Gesù: hanno unto il tuo corpo e lo hanno messo nella tomba, attraverso il tuo corpo, tu avevi un posto sulla terra, hai cambiato il luogo esteriore del tuo corpo per un luogo interiore. Dicendo “prendete e mangiatene tutti”, l’irradiazione di questo luogo interiore del corpo si relaziona con tutti i luoghi esteriori della terra in cui sono andato in pellegrinaggio. Tu hai scelto questo posto secoli fa, il posto in cui ti sei donato e mi hai accettato. Penso questo sia una sintesi: il corpo di Cristo è il luogo dove Lui si è donato a noi e ci ha accettato.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie. Sono bellissime, le testimonianze che abbiamo ascoltato, ricche di immagini e di possibilità di approfondimento. E’ un libro che consigliamo. Solo se non si separa qualcosa, si percepisce una chiamata. Chiamati all’amore. Per affrontare la separazione del segno, in cui siamo immersi nella nostra epoca, abbiamo testimoni, abbiamo un lavoro, un’occasione di approfondimento, di comprensione, di questa grande unità e quindi di questa chiamata. Grazie ancora ai nostri ospiti, chiamo subito Monsignor Luigi Negri e il professor Farinelli, per la seconda presentazione.
Eccoci, senza soluzione di continuità. Il libro che il Meeting ci propone è edito dalle edizioni Ares, casa editrice sempre ricca di spunti originali e di puntualità. Questo libro è dedicato alla vita di San Giovanni Maria Vianney, più noto come Curato d’Ars. Il titolo è Allora non è pane!, l’autore è Giuseppe Farinelli, che salutiamo, Professore di Storia della Letteratura italiana all’Università Cattolica, scrittore e studioso. Come relatore, Sua Eccellenza Monsignor Luigi Negri, che ringraziamo per la sua fedeltà e continua disponibilità a introdurci a cose grandi. Solo due parole: è l’anno dedicato al sacerdozio, un anno che è stato grande di grazie e terribile, nello stesso tempo, proprio in relazione a questo ministero, a questa vocazione. Giovanni Maria Vianney è stato indicato come la figura di riferimento per questo anno e il libro cade in questa occasione. Dentro tutto questo, abbiamo l’occasione di conoscere, con una corposa e bellissima narrazione, la storia biografica, il valore, la profondità della testimonianza di quest’uomo all’inizio del 1800, durante i postumi della Rivoluzione Francese, nella grande crisi del senso stesso del sacramento, a cui allude il titolo: Allora non è pane!. Stiamo parlando del segno efficace che è l’Eucaristia. Non aggiungo altro, andiamo a scoprire i cenni di valore di questa grande figura di santità, per la Chiesa e per tutti noi. Monsignor Negri.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
Questo è certamente un libro singolare, perché è la biografia di un prete, di un prete-prete, si potrebbe dire, quello che, nell’immaginario del nostro popolo cristiano, da secoli è, per definizione, il prete: il povero Curato d’Ars ha certamente uno straordinario merito, farci comprendere ciò che è assolutamente specifico di un prete. Come si diceva una volta, è separato dagli altri, in una situazione di vertiginosa differenza dagli altri. Anche la locuzione di Giovanni Paolo II dopo il Sinodo sui preti, sui presbiteri, ha quella formulazione straordinaria: “Preso nella Chiesa per stare di fronte alla Chiesa”. Bene, questa vocazione assolutamente specifica si rivela sotto i nostri occhi, anche per la sapienza della narrazione, come un avvenimento universale, un avvenimento di tutti, un avvenimento per tutti. Nella storia del santo Curato d’Ars, si vede un momento eccezionale della storia della Chiesa francese, del popolo francese e, al di là da essa, un momento eccezionale della storia del popolo cristiano anche oggi. Ecco, io, ringraziando il professor Farinelli di questa geniale ricostruzione, vorrei fissare gli aspetti di quello che mi ha realmente entusiasmato in questo testo.
Innanzitutto, l’assoluta, indiscutibile singolarità personale del santo Curato d’Ars. E’ un prete, un uomo che si radica profondamente dentro la tradizione della Chiesa francese. La Chiesa francese è stata investita, negli anni immediatamente precedenti la sua nascita, da un ciclone, un uragano che ha preteso di consumare in pochi anni quello che, per il resto dell’Europa e del mondo, ha richiesto centocinquant’anni: la distruzione anche della memoria storica della presenza cristiana, della tradizione cristiana. Ma questo, che va al di là della violenza immediata, ha messo in evidenza la solidità delle radici della cristianità francese. Il Curato d’Ars appartiene a una delle famiglie che ha rifiutato con decisione i preti giurati, i preti che hanno accettato di sottoscrivere la subordinazione della Chiesa allo Stato. Più dell’80% dei preti francesi non ha accettato questa sottoscrizione. Sono stati banditi dalle loro parrocchie, hanno dovuto vivere nelle foreste, celebravano velocemente, surrettiziamente. In una chiesa, in una parrocchia, il Curato d’Ars è stato battezzato e cresimato durante queste celebrazioni clandestine. Sotto il fuoco di questa fedeltà, la Chiesa francese ha cominciato a purificarsi, a recuperare il senso dell’assoluta novità del fatto cristiano. Il Curato d’Ars è l’espressione di questa cristianità che, investita dalla Rivoluzione Francese, ha fatto forza su di sé, sulla propria identità, sulla propria tradizione, sulla propria storia, sulla fedeltà inconcussa al mistero di Cristo presente nella Chiesa, con un’obbedienza assoluta al Papa. Ultramontani, si diceva di questi, perché portavano devozione a colui che era al di là dei monti, cioè il Papa, mentre la nuova Chiesa, la Chiesa napoleonica, era una Chiesa gallicana, era una Chiesa che si riduceva alla struttura, anche geografica, della Francia. Questo sta dietro, con lui centinaia e centinaia di preti francesi avevano queste radici.
Dove sta la genialità della vicenda? Che il Santo Curato d’Ars ha portato a dignità culturale e a capacità educativa questa tradizione. E’ stato un uomo che ha saputo entrare in contatto con il suo popolo, con quelle poche centinaia di fedeli che ha accudito durante tutta la sua vita e poi, negli anni maturi della sua presenza, le centomila persone che, con tutti i mezzi, sono andate ad Ars per confessarsi e dialogare con lui. Ciò che ha portato a maturità in sé, attraverso la sua straordinaria esperienza di fede in Gesù Cristo, è questa identificazione quasi fisica, questa identificazione come modo di vita, come modo di ragionare, come modo di muoversi: il Santo Curato d’Ars ha avuto la certezza di avere una grande proposta per il presente. Non soltanto la forza di un passato straordinario che si cominciava a demolire, e che si sarebbe tentato di demolire, decennio dopo decennio, fino a quella terribile apostasia di Cristo e della fede di cui parla Benedetto XVI, che è poi la radice dell’apostasia dell’uomo da se stesso, esperienza miserevole della vita della stragrande maggioranza degli uomini di oggi, che non sanno perché vivono, da dove vengono e dove vanno. Non soltanto la straordinaria consapevolezza del passato, ma la capacità di rendere presente il passato nell’incontro con lui, nella sua predicazione, anche se non eccelsa: doveva studiare a memoria i testi perché non era capace di parlare all’impronta, li studiava a memoria, li ripeteva continuamente secondo un cliché che oggi giudicheremmo del tutto tradizionale, pre-conciliare. Studiava e ristudiava, ripeteva: a mezzanotte, quando la gente passava sotto le sue finestre il giovedì, il venerdì e il sabato, lo sentivano che continuava a dire quello che avrebbe detto in Chiesa il mattino dopo. Eppure, attraverso questa predicazione, il popolo è stato coinvolto in una proposta attuale di vita.
Su questa fede, poteva giocare la vita del proprio presente e cominciare a guardare alla propria esistenza come allo svolgimento di questa proposta di vita di cui il santo Curato d’Ars, non solo parlava, ma era una testimonianza vivente. Come ci ha insegnato Giussani, era autorità perché viveva in prima persona quello che testimoniava, quello che annunziava. Quindi, noi del Ventesimo secolo, noi cristiani cattolici, se riteniamo che la cultura sia una proposta globale di vita, possiamo gustare la vita del santo Curato d’Ars, che è un uomo di cultura, è un uomo che ha vissuto quella che Benedetto XVI chiama la cultura del popolo. L’ha vissuta in prima persona e ha saputo testimoniarla, comunicarla in modo adeguato, consapevole. Si possono discutere le sue immagini, l’insistenza sull’Inferno, sul Purgatorio, sul Paradiso, ma lui insisteva e la gente capiva. Oggi non insistiamo più sul Paradiso: perché “quello forse c’è, ma l’Inferno sicuramente non c’è, e il Purgatorio non c’è”. Così la gente, non solo la maggioranza dei cristiani, vive come vive, anche per colpa nostra. Un uomo di cultura, un uomo che ha avuto la straordinaria ventura di mostrare a questa avanguardia del popolo francese che la fede era un presente, che la tradizione diventava un presente, che la tradizione era qualche cosa per cui valeva la pena di vivere, quindi qualche cosa che giudicava il mondo, non soltanto i singoli, le anime ma il popolo cristiano. Questa fede fatta cultura, diventata consapevole di sé, come diceva Giovanni Paolo II: “Se la fede non diventa cultura, non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”.
La seconda, definitiva e ultima caratteristica di questo grande uomo: è un educatore. E’ stato un educatore del suo popolo. Non si predica senza educare, non si amministrano i sacramenti senza educare, non si fa mangiare quel pane che non è solo pane senza educare: l’intuizione formidabile del santo Curato d’Ars è la sua presenza, la proposta che egli viveva. Diciamolo più scandalosamente, la proposta di vita che era. Questa proposta era tesa, per la sua azione e per la sua presenza, a diventare forma dell’intelligenza, cioè criterio di giudizio. Se insieme a questo bel libro del professor Farinelli si leggesse lo spirito del Curato d’Ars, come ho fatto io, in uno dei suo primi collaboratori, l’abate Nodet, vi rendereste conto della potenza culturale del santo Curato d’Ars e della sua capacità educativa, convivendo con lui, dialogando con lui, seguendolo. Obbedendo a lui, questa gente ha cominciato a ragionare secondo la fede e non secondo quell’inizio di mentalità laicista, che era ancora poca cosa, ma che poi si sarebbe sviluppata e che, con lo straordinario potere degli Stati e dei mezzi delle comunicazioni sociali, sarebbe diventata la mentalità vincente. Educazione dell’intelligenza, educazione della moralità; lui se la prende con le osterie che vuotano le chiese, con il bar, con le altre cose, e qualche acculturato teologo, o meglio, giornalista teologo, avrà sorriso: ma ha formato il cuore nuovo di questo popolo, hanno dovuto chiudere le osterie! Le cinque osterie che vi erano ad Ars, dopo l’azione educativa, di formazione morale del santo Curato d’Ars, hanno dovuto chiudere, e lui li ha pagati perché non andassero in malora e non perdessero il pane.
Con la sua azione educativa e formativa, aveva reso evidentemente chiaro al suo popolo che non ci si poteva divertire così. Noi oggi lasciamo che i nostri giovani si divertano in quel massacro dell’intelligenza, del cuore e del corpo che è la movida, ma quanti di noi si sentono dire che è una cosa immorale, che la fede che diventa cultura detta anche un ethos, detta anche un modo di concepire e vivere la vita, e che questo modo di concepire la vita si chiama carità e non può essere l’espressione istintiva di tutti i propri bisogni, di tutti i propri desideri, di tutti i propri interessi? Formazione culturale, formazione morale per una vita fatta di poche cose, fatta di lavoro nei campi, fatta di rapporti famigliari, di rapporti fra famiglie, di quelle poche cose di tutti i giorni che, molte volte, pesano così tanto sul nostro quotidiano. Sono diventate parte di una missione: il popolo del santo Curato d’Ars ha vissuto la propria vita nell’orizzonte aperto da quest’uomo, non secondo l’immediatezza della propria istintività, non per se stessi ma per Lui, che era morto e risorto per noi. Lo straordinario Padre della Chiesa, lo straordinario educatore, nell’ordinario dei mezzi pastorali di allora, senza tanti progetti pastorali, diocesani o nazionali, senza tanti Uffici Centrali della Conferenza Episcopale Italiana che ci riempie di tonnellate di carta, ma con la vita vissuta e testimoniata, guardando al di là della fatica, ha intuito che per la fede valeva la pene di vivere, per la fede si sarebbe potuto vivere il momento terribile del passaggio, che non era semplicemente la fine della vita, ma l’incontro con Cristo, di cui il Santo Curato d’Ars parlava come fosse una cosa che doveva capitargli da lì a un momento, che desiderava gli capitasse da lì a un momento, ogni giorno della sua giornata ha desiderato che fosse l’ultima, cioè quella dell’incontro con Cristo.
Come ha fatto, perché ha fatto così? Perché è stato fedele alla sua identità. Come fa la Chiesa a salvare il mondo oggi? E se non fa così, non salva il mondo, come è evidente. Salva il mondo di oggi essendo se stessa, come il santo Curato d’Ars ha salvato il mondo del suo tempo, la Chiesa e il mondo del suo tempo, essendo se stesso. Questa è la grande lezione di questa biografia, di cui non cesserò mai di ringraziare l’antico collega dell’Università Cattolica, il professor Farinelli, perché ci ha fatto capire che c’è una laicità dentro l’esperienza della fede, e la laicità non è la riduzione dell’originalità della fede ma riuscire a portare la fede alle conseguenze estreme. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie davvero a Monsignor Negri, per la sua bellissima presentazione, per i punti che ha tracciato.

S. ECC. MONS. LUIGI NEGRI:
A differenza dei Monsignori precedenti, sono stato nel tempo che mi avete dato.

CAMILLO FORNASIERI:
Abbiamo notato. Verrebbe voglia di correre a prendere il libro, ma siccome il merito è del professor Farinelli, ci racconti qualche cenno di questa storia di cui abbiamo ascoltato questi bellissimi punti di novità.

GIUSEPPE FARINELLI:
Sono lieto per le persone che ci sono ad ascoltare il povero Curato d’Ars. Non lo dico io, lo diceva lui: “Io sono un povero prete”. Mi fa specie che sia stato canonizzato nello stesso periodo in cui venne canonizzata Santa Teresa del Bambin Gesù, e allora si scrisse: “Il povero prete e la piccola regina”, oggi, sapete, Dottore della Chiesa (la piccola regina). Io concordo non nel “povero prete” ma nel prete povero, che è una bella differenza. Non ebbe nulla, non teneva nulla, dava tutto. Pensate, sul letto di morte (non ho il tempo di leggervi gli ultimi istanti, che sono commoventi) a fatica chiamò il sacrestano e gli disse: “Guarda, ho solo ventiquattro franchi che m’ha dato un pellegrino ieri, con questi, mi raccomando, paga il medico”. Tutto quello che possedeva erano ventiquattro franchi, cioè una sciocchezza. Aggiungo anche che, per i suoi poveri, ha venduto tutto, compresi i denti che gli cadevano. Ha fatto una specie di istituto per le ragazze povere, quelle che erano in giro. Non aveva aiuti, andava in giro a Lione a cercare soldi. Ricordatevi che Ars aveva allora duecentotrenta abitanti, e avere un istituto che finanziava completamente lui, con l’aiuto di Dio, significava esaltare il rapporto della carità.
Questi sono solo fatti esterni, per me il prete povero va bene, ma il “povero prete” no, perché si diceva che questo “povero prete” fosse un ignorante. Non ebbe familiarità col latino, il latino proprio non lo capiva, faceva fatica. Una volta – mi viene da sorridere – scambiò il Concilio di Trento col Concilio di trenta, il numero: chissà dove l’aveva letto? Probabilmente non aveva mai letto una pagina di san Tommaso d’Aquino, non ebbe una teologia sistematica, eppure, da ciò che ha lasciato, si scopre una sapienza che derivava direttamente dallo Spirito. Fuori ho raccontato un aneddoto, che poi è la verità e che vi racconto anche qui. Andò a trovarlo il grande Lacordaire, un famoso predicatore domenicano che faceva i quaresimali a Notre Dame de Paris. Si era a poco prima della Pentecoste, e il Curato d’Ars fece una predica sullo Spirito Santo. Per predicare sullo Spirito Santo, occorre avere anche fondamenti teologici. Come ne uscì? I preti che non sempre gli furono amici lo invidiavano un po’, io non ho il tempo per leggervi le lettere che gli scrivevano: “Uno che non ha teologia non sta in confessionale”, gli scrivevano così. Ebbene, i preti chiesero a Lacordaire: “Come ha predicato sullo Spirito Santo?”. Sapete cosa rispose il grande Lacordaire? “Confratelli miei, quest’uomo è assistito dallo Spirito Santo”, perché aveva una scienza che gli derivava dalla fede. Trovatemi un prete che abbia inculcato l’amore di Dio come ha fatto lui, allora dirò che non è moderno.
“L’amore di Dio per noi è l’amore nostro per Dio”: c’era una forma di complementarietà. Io ho visto la biblioteca d’Ars, perché ci sono stato: ho scoperto che aveva più di trecento volumi e che centocinquanta li aveva sfogliati, perché lui faceva le prediche scrivendo e scrivendo, e poi imparando a memoria e consultando. Non aveva uno studio sistematico: cominciò a studiare da prete a vent’anni, perché era quasi analfabeta, aveva vissuto la Rivoluzione Francese, prima come pastore e poi come contadino. La madre lo spinse a vent’anni alla vocazione, e la sua preparazione al sacerdozio fu difficilissima, anche perché interrotta da una chiamata alle armi. Viene chiamato alle armi, a Lione: si presenta al distretto, si ammala, fa una, due settimane di malattia, guarito, parte su un carro a Rouen. Lì si ammala di nuovo, fa sei settimane di ospedale, esce il 5 gennaio del 1810: e mentre andava a presentarsi, vede una chiesa, va dentro a pregare, è come rapito dalla preghiera. Quando esce, è notte, va in caserma ed è tutto chiuso. Allora torna il giorno dopo, vorrebbero arrestarlo ma un sottoposto dichiara che si era presentato. Allora lo mandano da solo, d’inverno, a Clermont. Era uscito dall’ospedale, aveva un saccone in testa, viaggiava solo, al freddo, d’inverno, sulla strada imperiale di notte. Si siede, arriva uno che gli prende lo zaino e gli dice: “Guarda che il tuo distaccamento per la Spagna non lo raggiungi più”. Lo porta nelle foreste della Madeleine, e lì resta un anno e tre mesi come disertore. Quando riprende a studiare da prete, ha perso questo anno e i tre mesi.
I giudizi che aveva? Posso appena leggervi questo: “Seminario di Terrier, lavoro: bene. Scienza: molto debole, condotta: buona, carattere: buono”. A me fa specie non la scienza molto debole, ma il carattere buono di un uomo del genere. Poi va nel Seminario Maggiore di sant’Ireneo a Lione: è l’inverno del 1813. Lo tengono tre mesi e lo mandano a casa perché debilissimus, debilissimus! In poche parole, i suoi maestri credono che non capisca niente, perché quando lo interrogavano in latino lui stava con la bocca aperta e i compagni se la ridevano. Lo mandano dal prete che lo sosteneva, era un sant’uomo. Lo prepara per la primavera, lui dà gli esami da privatista: il giudizio è debillior, cioè, un po’ meglio. Gli consigliano di non fare più il prete, oppure di farlo in una diocesi un po’ più piccola, un po’ più di manica larga. No! Il sacerdote che lo sosteneva lo prepara privatamente, prega i superiori del Seminario che lo interroghino, non in seminario, ma in canonica. Accettano: finalmente, quando lo interrogano in teologia francese, gli danno un giudizio positivo, e così permettono l’ordinazione sacerdotale.
Qui voglio dirvi una cosa, sfortunato! A Lione c’era l’Arcivescovo Fesh, zio di Napoleone. Qualche giorno prima era avvenuta la sconfitta di Waterloo, sicché tutti i napoleonici, compreso il cardinale Fesh, dovettero scappare a Roma. A Lione, quindi, non c’è il Vescovo: allora lo mandano a Grenoble, cento chilometri a piedi. Nel 1815 diventa sacerdote, torna a Lione sempre a piedi, da solo, senza nessuna compagnia, con i soldati austriaci che lo prendono in giro lungo la strada. Da qui comincia la sua vicenda di parroco, di cui si è parlato prima. Io non ho tempo di andare avanti. Vi dico soltanto che, se vedete la sua cucina, capite che razza di penitenza faceva: patate, patate, patate, e per di più vecchie! Lui le cucinava il lunedì e le teneva per tutta la settimana. Se aveva qualcosa di buono, correva fuori e lo dava ai poveri. Una volta il suo Vescovo, che gli voleva bene, gli disse di mangiare perché, poveretto, non stava più in piedi! Gli portavano un po’ di latte con delle scaglie di cioccolato e lo costringevano a bere, perché era incredibile come potesse stare in piedi. Lui lo beveva, poi guardava il suo sacrista tutto rosso e gli diceva: “Sono diventato goloso”. Avete capito? Sono diventato goloso!
L’ultimo giorno prima di morire aveva la gola secca perché confessava ancora. Chiese una goccia di vino nel palmo della mano! Se vedete la sua cucina, capite: c’è una veste che rammendava lui, veste nera, con il filo bianco. Faceva l’operaio, faceva di tutto. Vi dico solo questo: si alzava all’una di notte, confessava fino alle otto, nove di sera! Avrei tante cose da dirvi, l’unica però a cui non rinuncio sono le battute che diceva. Ve le riporto perché capiate che aveva un intelligenza contadina notevole. Poi chiudo. Sulla buona volontà, un suo confratello gli disse: “Sono dotato di buona volontà”. E lui rispose: “Amico mio, la buona volontà è il pavimento dell’Inferno”. Piangeva spesso. Allora un penitente gli chiese perché continuasse a piangere, e lui rispose: “Amico mio, io piango perché voi non piangete abbastanza”. Sapete che ha tentato per tre volte di fuggire da Ars: vi dico solo questa, e poi veramente chiudo! Il Curato d’Ars, per antonomasia curato di tutti i curati del mondo, non voleva fare il curato! Dice lui: “Se avessi saputo che cosa avrei sofferto ad Ars, sarei morto”. E sapete perché non voleva fare il curato? Perché diceva: “Iddio ci dà tanti doni, ma noi, i miei parrocchiani, non restituiamo la fiducia a Dio”. E si incaricava lui di supplire i parrocchiani, con una fatica immensa che l’ha lasciato praticamente esaurito. I suoi Vescovi lo lasciavano lì, anche se lui chiedeva di essere mandato in pensione per pregare Dio per la salvezza della sua anima. E’ morto il 4 agosto alle due e mezza del pomeriggio mentre, dicono, la Gerusalemme celeste si apriva davanti a lui, serenamente, lietamente: quasi sollevato, è spirato. Questo era il Curato d’Ars, in estrema sintesi. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Farinelli, per la riconoscibile scuola sintetica che in pochi cenni riesce a dare grandi spunti sulla personalità. Tratteniamo una grande idea: il Curato d’Ars ha avuto la grande forza di una proposta per il presente. Se ripensiamo a questo messaggio di Monsignor Negri, capiamo che cosa voglia dire la santità, che cosa voglia dire il carisma, per un presente in cui, se non accade qualcosa così, c’è solamente il nulla della nostra povera umanità. Inoltre, teniamo la coscienza di sé come niente e che un Altro è tutto: le due grandi caratteristiche della vera umanità e santità. Grazie: Farinelli in libreria firma il libro. Grazie, Monsignor Negri, davvero.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

15:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5