INVITO ALLA LETTURA

GLI ALLEATI E LA RESISTENZA ITALIANA
Presentazione del libro di Tommaso Piffer, Storico all’Università degli Studi di Milano (Ed. Il Mulino). Partecipa l’Autore.
A seguire:
DAL SOGNO ALLA REALTÀ. Lettere dal Lacor Hospital, Uganda
Presentazione del libro a cura della Fondazione Piero e Lucille Corti Onlus (Ed. Corponove). Partecipano: Laura Suardi, Responsabile per lo Sviluppo della Fondazione Piero e Lucille Corti Onlus; Sergio Fornasetti, Pittore.
A seguire:
ROLANDO RIVI seminarista martire
Presentazione del libro di Emilio Bonicelli, Giornalista e Scrittore (Edizioni Shalom). Partecipa l’Autore.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuto a voi tutti. Diamo inizio a questo momento preserale di presentazione di libri, qui nel Caffè Letterario. Questa sera abbiamo tre proposte che il Meeting ha recepito e voluto proporre a tutti noi. Sono tre proposte, saranno una in seguito all’altra, dedicando a ciascuna circa un trenta minuti, per cui siamo anche invitati a rimanere coinvolti al di là dell’argomento, della conoscenza dell’autore, a tutta intera la proposta, in modo tale anche da facilitare lo svolgimento dell’incontro. Entriamo subito nell’argomento. Qui stasera, come prima proposta, abbiamo un libro che si intitola Gli Alleati e la resistenza italiana, di Tommaso Piffer, qui presente, che salutiamo. E’ un libro di storia, di storiografia, e va a toccare uno di quei periodi e di quei temi che molto segnano quei paesi che sono stati coinvolti nel più grande fenomeno violento, distruttivo e ricostruttivo nello stesso tempo, che dà origine alla seconda metà del secolo appena passato e che comunque ancora costituisce un oggetto non solo di memoria storica, umana e culturale legata alle vicende di sofferenza, di ingiustizia, di fatica, di ricostruzione, ma anche un fenomeno legato a tutto ciò che ha tentato di coordinare, cambiare, sovvertire anche l’ordine delle grandi dittature che hanno segnato quel periodo. Tommaso Piffer è milanese ed è un giovanissimo e già molto stimato ricercatore di storia. Svolge la sua attività di ricercatore presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato Il banchiere della Resistenza, con Mondatori nel 2005, e con questo libro prosegue l’attenzione a quel periodo con le edizioni del Mulino, che è un editore molto importante, un editore che ha collezionato tantissimi studi sul pensiero e sulla storia dell’Europa e dell’Italia e quindi è un punto che rimane, è un punto molto importante per un autore arrivare in questa casa editrice, penso. Prima di lasciare a lui la parola, per raccontarci di questo libro, vorrei solo accennare ad alcuni fatti. La Resistenza è per una certa generazione uno dei fattori importanti che hanno costituito una vivacità della popolazione italiana. La lettura storica che Piffer fa, ricostruisce il rapporto tra resistenza e il mondo degli eserciti, il mondo delle nazioni, che a un certo punto si è schierato ed è venuto in Europa a liberarci dal peso di una dittatura. Nella sua prefazione si precisa che questo, per quanto riguarda l’Italia, è stato poco indagato, perché l’Italia non ha avuto un destino così decisivo, sia in quel momento della guerra, perché uscivamo sconfitti, sia anche per il formarsi delle nuove formazioni politiche ed economiche degli stati europei. Quindi è un punto anche nuovo il suo. Il secondo elemento è quello che fa di esso un libro molto preciso, molto analitico, molto puntuale, che non si ferma agli stereotipi che circolano sulla Resistenza. Terzo e ultimo, fattore la Resistenza come fenomeno che creava già le premesse di un nuovo mondo, di una nuova forma. Ecco, forse questi elementi li avrai incontrati, magari potrebbe esserci l’interesse a toccarli in maniera più sintetica. Grazie.

TOMMASO PIFFER:
Grazie, io intervengo con una certa commozione, che nasce dal fatto di rendermi conto che tutto il percorso dell’avventura e della ricerca che ha portato anche questo libro, per me è nato proprio al Meeting, da una serie di incontri che risalgono ormai a diversi anni fa, quindi presentare questo lavoro qui è anche un modo per riconoscere questo debito di gratitudine. Tra l’altro mi sono reso conto di aver detto la stessa identica cosa quando cinque anni fa presentammo il libro precedente. Quindi, più passano gli anni, più questo debito si approfondisce. Faccio il tentativo di introdurre brevemente a quello che è il tema del libro, che si occupa dei rapporti tra gli Alleati anglo-americani e la Resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale. E’ un tema di dettaglio all’interno della storia della Resistenza, ma è uno di quei dettagli che permette di mettere in luce un problema fondamentale, ossia quello dell’efficacia militare della Resistenza italiana. Quindi affrontare direttamente il problema di che peso ebbe effettivamente il movimento partigiano sull’avanzata alleata. E’ un problema cruciale, perché sull’efficacia militare si gioca anche l’importanza e l’utilità di questo fenomeno importante nella storia d’Italia.
Prendo le mosse da quella che è stata l’interpretazione che fino agli anni Ottanta ha dominato pressoché incontrastata. Fino agli anni Ottanta il rapporto tra gli Alleati e la Resistenza italiana è stato ricostruito in termini conflittuali, cioè l’idea fondamentale era quella di sostenere che gli Alleati avrebbero fatto di tutto per impedire l’ingrossamento e l’efficacia militare della Resistenza italiana. Questo perché avrebbero avuto paura che il movimento partigiano potesse determinare problemi politici alla fine del conflitto, e in questo contesto si sono sviluppati una serie di veri e propri miti storiografici, il primo dei quali è quello della discriminazione delle formazioni comuniste. Cioè si è scritto che gli Alleati avrebbero fatto di tutto per sfavorire le Formazioni garibaldine, che erano considerate politicamente meno affidabili, nella gestione dei rifornimenti. Non è difficile capire quali sono le ragioni di questa lettura, che fino agli anni Ottanta è pressoché incontrastata. La prima era quella di affermare l’autonomia militare della Resistenza, quindi affermare che la Resistenza si sarebbe sviluppata senza alcun contributo esterno e, anzi, nonostante un’azione avversa degli Alleati. Lo slogan in cui poi si riassume questa impostazione è quello di chi ha sostenuto che è stata la Resistenza italiana, appunto, nonostante gli Alleati, a liberare l’Italia. Il secondo fattore, più sottile, che ha determinato questa lettura è quello di addossare agli Alleati il fallimento di tutti i progetti rivoluzionari che erano una parte essenziale dei programmi di una componente della Resistenza. Quindi gli Alleati diventavano un comodo capro espiatorio per non riconoscere che gran parte della popolazione italiana non aveva nessuna intenzione di seguire la sinistra sulla via della rivoluzione, quindi si è detto: questa rivoluzione non è avvenuta per colpa degli Alleati. Ecco, il tentativo di questo libro è quello di verificare questa ipotesi alla luce della documentazione e soprattutto della documentazione dei servizi segreti americani e inglesi, che soltanto negli ultimi anni è stata resa disponibile agli studiosi. E il primo dato che è emerso è che non si capisce il rapporto con la Resistenza italiana se non lo si inquadra in contesto europeo, cioè in tutta Europa si pongono una serie di problemi pressoché identici. Quindi in tutta Europa sorgono dei movimenti partigiani e gli Alleati hanno una serie di problemi. Il primo dei quali è che all’inizio della guerra non si sviluppa praticamente nessun movimento partigiano, perché all’inizio della guerra, quando nessuno scommetterebbe sulla sconfitta di Hitler, sono pochissimi coloro che prendono attivamente le armi contro l’occupante. All’inizio la scelta fondamentale, che caratterizza gran parte della popolazione europea, è quella della collaborazione con i Nazisti, quindi all’inizio il problema degli Alleati è che non c’è nessuna Resistenza da appoggiare. La seconda situazione che si crea è che più aumentano i movimenti partigiani, quando si inizia a capire che la guerra può andare in un modo diverso, più sorgono i problemi, perché la Resistenza presenta spesso dei programmi politici che sono in contrasto con quelli degli Alleati. E quindi gli Alleati si trovano nella necessità di scegliere se sostenere o meno dei movimenti partigiani che possono dare un contributo militare, ma che poi possono presentare dei problemi politici. Non solo, ma in alcuni contesti scoppiano delle vere e proprie guerre civili, perché la Resistenza si presenta divisa al suo interno. In Yugoslavia, per esempio, il conflitto è triangolare: ci sono i tedeschi da una parte, poi ci sono le formazioni nazionaliste e poi ci sono le formazioni comuniste di Tito. I tre soggetti combattono tra di loro con la stessa violenza, e quindi gli Alleati sono costretti a scegliere che parte sostenere. Quindi ci sono tutta una serie di situazioni che si presentano, seppure in modo diverso, in tutto il contesto europeo. In Italia questo problema si pone soltanto a partire dal 1943, quando gli Alleati invadono l’Italia, cade il fascismo e si sviluppa nel nord Italia un movimento partigiano. Quindi in Italia il problema si pone molto più tardi rispetto agli altri movimenti, agli altri contesti europei, quando gli Alleati hanno già una certa esperienza della situazione. La documentazione su cui noi adesso possiamo lavorare mostra innanzitutto che anche in Italia si pose il problema di quali formazioni sostenere perché, come tutti sanno, si sviluppano formazioni di diverso orientamento politico, si sviluppano formazioni cattoliche, si sviluppano formazioni liberali, si sviluppano formazioni comuniste; quindi gli Alleati si pongono il problema di quali formazioni sostenere. La documentazione ci mostra che nello scegliere chi sostenere gli Alleati non esercitarono nessun tipo di discriminazione, sostennero le formazioni militarmente più efficaci e abbandonarono le altre. Qui addirittura il mito storiografico si rovescia, perché la documentazione ci mostra che nella gran parte dei casi furono proprio le formazioni comuniste a ricevere la maggior parte degli aiuti, perché spesso erano ritenute militarmente più efficaci. Ma non solo, noi abbiamo anche casi in cui gli agenti sul campo sono riluttanti a trasmette delle relazioni molto negative nei confronti dei comunisti perché hanno paura che questo determini una contrazione dei rifornimenti e quindi li esponga all’accusa di parzialità. In alcuni casi abbiamo delle situazioni di vero e proprio cinismo, soprattutto da parte degli inglesi, che si rendono conto della conflittualità interna della Resistenza e decidono di disinteressarsene se questo non determina una diminuzione dei vantaggi militari. Questo per esempio succede sul confine orientale, dove ci sono scontri molto violenti tra i comunisti e le formazioni di Osoppo. Gli agenti dicono: guardate che qui i comunisti attaccano direttamente le formazioni cattoliche, e a questa gente viene ordinato di disinteressarsene perché questo non determina una diminuzione dello sforzo militare. Tutti questi brevi accenni permettono di sostenere che il criterio utilizzato in Italia è lo stesso che viene utilizzato negli altri contesti europei, ossia quello dell’efficacia militare. Si sostiene chi è utile sostenere dal punto di vista militare e ci si disinteressa di tutti gli altri. In Italia questo determina una imparzialità nei rifornimenti. In altri contesti determina problemi molto più duraturi, perché per esempio in Yugoslavia gli inglesi decidono di abbandonare le formazioni nazionaliste e di sostenere le formazioni comuniste. Tito riceve rifornimenti di armi e materiali; quindi a un certo punto gli inglesi decidono di mandare le armi soltanto ai comunisti, che ritengono più efficaci dal punto di vista militare; Tito usa le armi, prima per far fuori gli avversari nazionalisti e poi per prendere il potere in Yugoslavia. Nel nostro paese questo non succede, soprattutto perché non scoppia una guerra civile che richiede una scelta netta degli Alleati. Il contributo degli Alleati si dimostra però decisivo per permettere lo sviluppo della Resistenza italiana, prima di tutto per il materiale che viene fornito: gli americani e gli inglesi forniscono oltre 6.000 tonnellate di armi e materiale bellico di vario tipo ai partigiani italiani, materiali senza i quali sarebbe stato molto difficile svolgere una azione efficace dal punto di vista militare contro i tedeschi. Poi c’è tutto il capitolo del rifornimento, perché uno sguardo realistico della situazione non può far riconoscere che spesso i partigiani non avevano nessun tipo di preparazione militare e quindi era necessario che gli agenti mandati dietro le linee li addestrassero all’uso del materiale e dell’esplosivo. E poi c’è tutto il capitolo dell’appoggio finanziario, perché è sempre attraverso gli Alleati che arrivano i soldi con i quali i partigiani riescono a sostenere la guerra partigiana e sono decine e decine di milioni che rendono possibile lo sviluppo anche delle strutture dell’antifascismo. Quindi è un contributo che si rivela assolutamente decisivo per la nascita e anche l’efficacia militare della Resistenza italiana. Naturalmente, come ogni storia che coinvolge soggetti umani, è una storia non lineare e non priva di chiaroscuri e anche punti critici. Ad esempio l’appoggio alla Resistenza fu reso molto difficile dalla competizione furibonda che si scatenò tra gli americani e gli inglesi, perché gli americani ritenevano che gli inglesi fossero degli imperialisti e che volessero utilizzare le risorse americane per mantenere dei loro interessi; gli inglesi ritenevano che gli americani fossero degli ingenui incapaci di capire la realtà con cui avevano a che fare, diciamo che ognuno dei due coglieva degli aspetti della verità. Il risultato di questa situazione fu che gli americani rifiutarono di partecipare ad alcuno strumento di coordinamento con gli inglesi, perché ritenevano che fosse un mezzo con cui gli inglesi cercavano di inglobare i servizi americani e quindi le missioni venivano mandate senza nessun coordinamento. Quindi un agente arrivava sul campo e trovava un altro agente di cui non sapeva niente, qualche volta questi iniziavano a farsi concorrenza tra di loro; succedeva ad esempio che un agente sostenesse una formazione e l’altro con una diversa sensibilità ne sostenesse una di un colore politico opposto e questo aumentava di molto le frizioni interne. Alla fine della guerra addirittura gli americani ingaggiarono una gara sui rifornimenti, cercavano di mandare più rifornimenti degli inglesi, senza nessuna attenzione all’utilità militare che questo aveva, soltanto per dimostrare di essere più generosi nei confronti dei partigiani di quanto erano gli inglesi. Ci sono poi altri capitoli che mostrano come spesso i problemi di coordinamento furono decisivi. Ad esempio, non c’era nessun coordinamento tra la propaganda e chi smobilitava i partigiani, quindi succedeva che ai partigiani venivano fatte delle promesse, di cui chi poi doveva smobilitarli non sapeva niente. Quindi una volta che i partigiani si trovavano ad essere smobilitati, cresceva la disillusione per la mancanza di queste promesse; i partigiani poi erano portati a interpretarle come un atto ostile nei loro confronti, mentre noi che abbiamo le carte possiamo vedere che non nasceva da una ostilità, ma da una mancanza di coordinamento. E’ anche molto interessante che per tutto un certo periodo gli storici hanno ricostruito questa storia soltanto su fonti partigiane e quindi vedevano soltanto quel lato della situazione, accreditando questo tipo di ricostruzione. C’è poi tutto il capitolo, ma procedo solo per accenni, della gestione che gli americani fecero degli agenti italiani. Siccome gli americani non avevano personale, reclutavano degli italiani, e l’idea era: reclutiamo tutti, senza nessun riguardo all’impostazione politica degli italiani, perché questa non è importante; quindi fecero una serie di accordi con il partito comunista italiano. L’accordo era concepito così: gli americani inviavano gli agenti comunisti con delle radio, gli agenti comunisti trasmettevano le informazioni, in cambio potevano utilizzare le radio per la propaganda di partito. Gli americani non si resero conto che gli agenti trasmettevano a loro delle informazioni completamente falsate e poi con le radio americane facevano propaganda contro gli americani stessi. Quando gli inglesi fecero presente questa cosa, gli americani li accusarono di essere degli imperialisti e si rifiutarono di ritirare questo tipo di programma. C’è poi sempre da inserire nel capitolo del realismo-cinismo alleato tutto il tema delle vendette nel dopoguerra, su cui tanto ha scritto Gianpaolo Pansa. Lì è molto interessante vedere come gli americani e gli inglesi sostanzialmente fecero ai partigiani questo discorso: fate quello che volete, noi ce ne disinteressiamo; se avete dei conti da regolare, li regolate, basta che nel momento in cui arriviamo noi, la situazione si tranquillizzi completamente. E’ molto difficile naturalmente in questi casi capire qual è il limite tra un realismo, forse non si poteva fare altrimenti, e invece un vero e proprio cinismo degli americani e soprattutto degli inglesi, che spesso trattavano l’Italia come un paese scarsamente civilizzato, dove forse non c’era neanche da impegnare troppe energie. Ecco, mi sono limitato, anche per il tempo che abbiamo, a dare dei tratti del tipo di problemi che emergono quando si mettono le mani nella ricerca. Spesso una situazione che sembra semplice si rivela molto complessa ed è anche molto difficile trarne un giudizio conclusivo. Io però ci provo, faccio un tentativo, riprendendo la domanda iniziale, quella dell’efficacia militare della Resistenza italiana che è il tema che poi dopo ha determinato anche tutte le varie oscillazioni della storiografia. Ecco, secondo me, il primo problema è che è difficile dire quanto la Resistenza contribuì, perché è difficile trovare una unità di misura, cioè come si fa a misurare il contributo di un movimento partigiano; quello che sicuramente si può dire è che americani e inglesi non ritennero mai di aver bisogno della Resistenza italiana per vincere la campagna d’Italia. Cioè i partigiani erano considerati un contributo importante, ma mai decisivo, e il contributo dei partigiani non era misurato in termini di battaglie contro i tedeschi, anche perché i tedeschi avevano uno degli eserciti più efficienti del mondo in quel periodo, e quindi nessuno si aspettava che i partigiani sconfiggessero i tedeschi sul campo di battaglia. Il contributo dei partigiani va valutato soprattutto in termini di sabotaggio, raccolta informazioni, o disturbo delle linee nemiche tedesche dietro le linee. La situazione è molto diversa vista dall’altra parte, cioè se gli Alleati non ebbero bisogno della Resistenza per liberare l’Italia. Si può dire certamente che la Resistenza italiana ebbe bisogno degli Alleati per essere la Resistenza italiana e, quindi, anche per esercitare l’ambizione di essere un momento fondamentale nella storia politica del paese. Furono fondamentali gli agenti dei servizi segreti perché permisero il collegamento tra i partigiani e l’esercito del sud, quindi di rendere efficace anche l’azione dei partigiani. Furono efficaci, furono fondamentali i rifornimenti, senza i quali non c’erano le armi per combattere. Fu poi efficace e fondamentale il contributo finanziario, addirittura Ferruccio Parri, che era il capo militare della Resistenza al nord, nel dopoguerra scrisse: senza il contributo degli Alleati la Resistenza avrebbe dovuto pressappoco chiudere bottega, dando l’idea dell’importanza di questo contributo. Questo, diciamo, è un tentativo di sintesi molto brutale, ma che, secondo me, dà l’idea del tipo di ribaltamento che un giudizio storiografico può subire quando escono nuove fonti, che permettono appunto di approfondire il tema e di dettagliarlo. Concludo con una osservazione più legata al metodo, perché non mi sembra che quello che ci sia in gioco nel tentativo che ha questo libro, e anche in tutto questo nuovo filone storiografico in cui si inserisce, non mi sembra che quello che sia in gioco sia il tentativo di sostituire a un mito storiografico un altro mito altrettanto ideologico di segno opposto, come se alla fase apologetica della Resistenza dovessimo ora sostituire una fase distruttiva e demolitrice della Resistenza. Qui non si tratta di distruggere un mito per creare la famosa memoria condivisa, operazione impossibile in quanto ciò che è diviso all’origine difficilmente viene ricomposto dagli storici. L’unica condivisione possibile è quella sul metodo, cioè un metodo che si basi sulla ricerca della verità più che sull’uso della storia come strumento di difesa di idee preconcette e di accreditamento politico. Da questo punto di vista anche questo libro non ha l’ambizione di essere un punto di arrivo, ma una tappa, una tappa nella ricerca, che è suscettibile di modifica e di approfondimento, man mano che la ricerca avanza. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Piffer per il suo racconto e spiegazione così concisa e sintetica; abbiamo capito anche molto la serietà e umiltà del suo approccio alle fonti e al modo di riproporle al lettore. Sono anni molto importanti, e anche questo tentativo di ricostruzione, che è nuovo, molto stimato da tanti storici e forse anche il fatto di una generazione giovane rispetto a tutte le letture della Resistenza, del periodo della guerra e del dopoguerra, segna una novità. Bene, siamo felici anche che Piffer sia un amico del Meeting e lavori in tante realtà collegate al Meeting e dunque abbiamo nella voce Storia una persona che continuerà. E suggeriamo la lettura di questo libro, anche per approfondimenti storici di studenti dell’ultimo anno, ma soprattutto anche per una conoscenza di un libro che è fatto moltissimo anche di nomi, testi, lettere; una storia che è leggibile in modo avvincente oltre che rigoroso. Grazie.
Laura Suardi è venuta a raccontarci l’esperienza che è racchiusa in un libro che si intitola Dal sogno alla realtà. Che cos’è? E’ la storia della nascita, dello svilupparsi e del consolidarsi in questi ultimi anni della fondazione Piero e Lucille Corti, due giovani medici che, intorno alla fine degli anni quaranta, si sono incontrati e decidono di intraprendere la costruzione di un primo ospedale pronto soccorso in Uganda, vicino a Gulu, nella città noi diremmo di Lacor, ma si dice Lancior, perché la lingua è la Cioli, che è la lingua della parte nord dell’Uganda, se non della maggior parte dell’Uganda, nazione anche a noi cara per tanti amici che in questi ultimi anni, in questi ultimi decenni, hanno iniziato realtà simili in quella popolazione. Solo un accenno, giusto per collocarci. Piero Corti è uno dei nove fratelli di Eugenio Corti, che amiamo tutti moltissimo e che è stato varie volte qui al Meeting, autore del Cavallo Rosso e di tanti altri romanzi e anche di ricerche storiche. Come tanti in quel periodo e nel periodo precedente sentiva la vita come bisogno di disponibilità, di realizzare cose grandi, di realizzare un ideale, non il successo. Cose grandi nel senso che fanno grande la realtà, che fanno grande l’uomo. Fu così che accolse l’invito di un sacerdote, che era diventato vescovo di Gulu, anche lui brianzolo, incontrò Lucille, adesso non ricordo il cognome, e si sposarono dando inizio a questa opera bellissima, che viene raccontata nel libro., Dominique, la figlia di Piero Corti e di Lucille Corti ha raccolto le testimonianze in questo libro che sono state tutte custodite con grande senso della memoria, col senso degli incontri iniziali precisi, con ogni snodo della vita di tanta gente che ha costruito quest’opera. Noi siamo contenti di ascoltare questa storia, non parlo più perché il Meeting è proprio questo popolo, questa realtà di persone che desidera accompagnarsi a esperienze simili, accompagnarsi a tutto ciò che di bello, di grande e di vero si muove nel mondo attorno a noi. Quindi la Suardi che è una giovane manager milanese dell’università Bocconi che ha accolto il mio invito, sinteticamente di passare dal mondo profit al mondo del non profit come a tanti di noi è capitato e capita, a partire dalla sua esperienza adesso ci racconterà di questa storia e anche della sua esperienza. Grazie.

LAURA SUARDI:
Grazie mille, e soprattutto grazie a voi di essere venuti questa sera. Vi dico solo brevemente cos’è oggi la Fondazione, per inquadrare quello che presentiamo, e poi entreremo un po’ nella presentazione del libro, dove io farò un po’ di filo storico, mentre il signore che si è appena unito a noi, Sergio Fornasetti, un amico della fondazione, leggerà alcuni brani tratti dal libro. La Fondazione Corti è stata costituita negli anni ’90, nel 1993, da Piero e da Lucille Corti, proprio per il sostegno economico, tecnico e logistico dell’ospedale, che loro hanno sviluppato fin dal 1961. E’ stata un’operazione lungimirante la loro, perché sostenere un ospedale in un paese afflitto da 25 anni di guerra è stato possibile proprio grazie alla presenza di questa Fondazione. Ce n’è una in Italia e una in Canada, che lavorano parallelamente per raccogliere i fondi e per dare tutto il supporto nell’invio dei materiali, nell’invio di medici, nell’invio di tutto quello che manca e che non si riesce ancora a trovare giù, anche se è sempre meno. Oggi il Lacor Hospital è un ospedale che cura oltre 300.000 pazienti all’anno, abbiamo 44.000 ricoveri e la metà dei pazienti curati sono bambini minori di cinque anni. Ha compiuto 50 anni lo scorso anno, perché è stato fondato nel 1959 da monsignor Cesana, vescovo di Gulu, quindi un ospedale missionario, insieme a tanti altri ospedali missionari che operano in nord Uganda. Però il Lacor è cresciuto, è cresciuto moltissimo dagli inizi, grazie proprio all’unione di questa coppia eccezionale. Lucille, chirurgo estremamente dedito al lavoro e bravissima nella tecnica e nel rigore delle cure che prodigava a tutti i suoi pazienti e Piero, anche egli medico, ma con un grandissimo spirito imprenditoriale, che ha sempre fatto crescere l’ospedale reperendo i fondi attraverso la rete familiare e poi in maniera sempre più strutturata attraverso la Fondazione. Lo scorso anno per festeggiare questo importante traguardo dei 50 anni abbiamo pensato di fare questo libro. Abbiamo iniziato a leggere un po’ le lettere che avevamo in Fondazione, abbiamo 20 raccoglitori scritti a mano su carta velina da Piero, da Lucille, dai medici che sono passati da Lacor nel corso degli anni. La sorella di Lucille in Canada ci ha mandato tutte le lettere che aveva conservato della sorella Lucille, gli zii di Dominique Corti ci hanno mandato le lettere che anche essi avevano conservato, e leggendo questi documenti ci siamo resi conto che erano estremamente interessanti ed emozionanti. E così abbiamo deciso di raccoglierle in un libro epistolare, associato anche a delle immagini storiche, e di farne una testimonianza, con due scopi principali. Il primo è quello di trasferire al personale ugandese, quindi l’abbiamo tradotto anche in inglese, quelli che sono stati i valori fondanti dei padri fondatori di quest’opera. E’ importante che non si perda la storia di tutto quello che hanno provato queste due persone, di quello che hanno dovuto superare, gli ostacoli, i sogni, i progetti. E nello stesso tempo è un’opera per noi molto utile per diffondere quello che andiamo facendo a quante più persone riusciamo a contattare. Quindi questa occasione per noi è preziosissima. Il libro è suddiviso in 12 capitoli, che seguono un po’ i periodi storici principali dell’Uganda, e vedrete che c’è un crescendo di eventi vorticoso. L’Uganda è un paese che all’inizio è la perla dell’Africa, un Protettorato britannico dove si vive benissimo e tutto funziona ed è efficiente. Piano piano declina ed è travolta da guerriglie, epidemie, tutta una serie di difficoltà a cui i Corti e il Lacor Hospital faranno fronte senza mai abbandonare il presidio. E quindi vedrete che veramente questa è l’opera non solo di due persone ma è un’opera corale ormai, che coinvolge tantissime persone, sia giù che qui. Adesso chiedo ai tecnici se possono far partire le foto storiche. Ecco, io farò un po’ il filo storico, e Sergio ci leggerà alcuni brani.
Siamo nel 1959. Il vescovo di Gulu fonda a Lacor, nel nord Uganda, un ospedale missionario costituito da circa 30 letti ed è gestito all’inizio dalle suore comboniane. Piero e Lucille, giovanissimi, lo raggiungono nel 1961 con il sogno di portare una sanità di qualità al più grande numero di persone e al minor costo possibile.
Gulu, 3 agosto 1961, il vescovo di Gulu a Piero: dottore, le affido l’ospedale.

SERGIO FORNASETTI:
Egregio signor dottore, con questa mia le affido ufficialmente la direzione dell’ospedale stesso, nominandola direttore. Io metto nelle sue mani quest’opera, e confido che potrà condurla avanti per parecchi anni. Da parte mia e da parte di tutti noi missionari, non mettiamo nessun limite alla durata della sua prestazione. Il futuro è nelle mani del Signore, ma se non ci sono imprevisti, vorrei affidare a lei la continuità di quest’opera e il suo sviluppo. Giovanni Battista Cesana, vescovo di Gulu.

LAURA SUARDI:
Gulu,2 giugno 1961. Lucille alla sorella Alice. E’ divertente vivere in Africa.

SERGIO FORNASETTI:
Cara Alice, trovo che sia molto divertente vivere in Africa. Innanzitutto fa sempre caldo e l’Uganda è un paese talmente bello con tutta questa vegetazione tropicale e la terra rossa. Non mangio bene come a Marsiglia, soprattutto per quanto riguarda la carne. Non c’è niente altro che pollo. In compenso si mangiano molte verdure e molta frutta. C’è un domestico che cucina molto bene, ciò che mi manca molto è il latte. A parte questo, dalle sette di sera in poi non c’è più elettricità e occorre utilizzare delle lampade ad olio. Abbiamo un frigorifero che funziona con gas liquido, e il domestico stira i panni con un ferro a carbone. All’ospedale ci sono sempre molti ammalati, qui la maggior parte della gente è malata, hanno quasi tutti la malaria, mentre noi prendiamo delle pastiglie due volte la settimana per prevenirla. E’ molto difficile curare i pazienti perché è difficile avere informazioni precise. Non conosciamo la loro lingua, molti non conoscono la loro età. E molti di loro non hanno una precisa cognizione del tempo. Quando ti dicono che si sentono male da due settimane, può voler dire due giorni o due mesi. Prima di venire all’ospedale vanno dallo stregone. Amano molto essere auscultati tutti i giorni e per lungo tempo, perché per molti lo stetoscopio è una cura e dicono di provare sollievo dopo l’auscultazione. Inoltre, preferiscono le iniezioni alle pastiglie. E’ così.

LAURA SUARDI:
Ecco, Piero e Lucille, appena arrivati a Lacor, si sposano come avete visto nelle immagini, e l’anno dopo nel ’62 nasce Dominique, la loro unica figlia. E anche lì l’Uganda diventa indipendente, dal Protettorato britannico viene nominata l’indipendenza. Sono anni felici questi qui all’inizio della vita di Piero e Lucille, e l’ospedale inizia a crescere. Piero si impegna nei confronti del vescovo di Gulu a farlo crescere, a svilupparlo reperendo i fondi necessari. Quindi iniziano a sviluppare il reparto di chirurgia, di pediatria e di medicina. Piero e Lucille sono gli unici due medici dell’ospedale, quindi servono un bacino di utenza piuttosto vasto. Oggi il distretto di Gulu conta 500.000 abitanti, all’epoca ne avrà contati almeno 150.000. Adesso vi leggiamo un brano di una relazione di Piero, dove si vede proprio la loro visione del lavoro in Africa. Agosto 1968. Relazione di Piero ad un incontro. La nostra attività medico missionaria in Uganda.

SERGIO FORNASETTI:
Resta viva la speranza di poter costruire in un futuro non troppo lontano una scuola per infermieri, caldeggiata anche dall’autorità governativa. Il bisogno per i nostri ospedali missionari del nord Uganda è grande. Inoltre una scuola è sempre un segno di progresso, un polo di sviluppo. Si sente spesso dire: i popoli in via di sviluppo vanno aiutati ad aiutarsi da soli. Costruire una scuola che produca in loco tecnici africani è certamente un aiuto in linea con questo principio generale. Piero Corti.

LAURA SUARDI:
Ecco queste parole veramente esprimono quello che è stato il valore più importante dell’opera di Piero e Lucille, che è stato quello della formazione. Come diceva anche Comboni, aiutare l’Africa con l’Africa. Loro fin da subito avevano in mente l’importanza di formare il personale locale. Oggi Lacor ha 600 dipendenti e sono tutti ugandesi, dalla direzione fino ai livelli più bassi dei servizi igienici. Nel 1973 è stato fatto il primo passo in questa direzione, aprendo la scuola per infermiere, che oggi diploma circa 150-200 studenti ogni anno. Successivamente l’ospedale diventerà sede di tirocinio per i medici ugandesi, quindi finalmente Piero e Lucille possono avere dei giovani medici africani su cui contare e oggi è anche polo universitario della vicina facoltà di medicina di Gulu. Quindi l’africanizzazione completa. Negli anni ’70 però iniziano alcune difficoltà. In Uganda c’è al potere Idi Amin Dada, dittatore sanguinario che tutti conosciamo e a fine degli anni ’70, nel ’79, entra in guerra con la Tanzania. L’ospedale si trova sulla via di fuga dell’esercito ugandese di Idi Amin che fugge inseguito dall’esercito tanzaniano. E quindi viene saccheggiato ripetutamente e c’è proprio anche una grossissima incursione all’interno dell’ospedale durante la quale una raffica di mitra sfiora Piero Corti. Quindi il coraggio di Piero e Lucille inizia veramente a venire fuori in questi primi anni. Loro non si scostano, semplicemente mandano la figlia Dominique in Italia per la forte insicurezza e anche per gli studi. Gulu, 18 maggio 1979, Piero alla mamma: un giorno di grande pericolo.

SERGIO FORNASETTI:
Mamma carissima, voglio sfogarmi un po’ scrivendoti qualcosa di questi giorni pesanti per momenti veramente angosciosi. Anche la morte ci è passata vicinissima almeno un paio di volte. Si potrebbe parlare di una guerra da burletta, se non ci fossero la ferocia di alcuni, la paura, il terrore primitivo di quasi tutti e infine la voglia di ritirarsi fino a casa loro ricchi di bottino. Purtroppo il nostro ospedale è proprio sull’unica strada rimasta a loro aperta per ritirarsi al nord. Il pericolo è quindi costante, ci hanno portato via quasi tutti gli automezzi, ambulanze comprese. Infine ieri l’altro, verso sera c ’è stato l’episodio più pericoloso. Sono entrati in 20 o 30 improvvisamente, tutti armati di fucili e di bidoni vuoti. Volevano solo benzina. Hanno cominciato a sparare.

LAURA SUARDI:
Gulu, 10 febbraio 1980. Lucille alla sorella Alice. Non si trova più nulla in Uganda.

SERGIO FORNASETTI:
Cara Alice, anche noi abbiamo avuto un periodo di caldo terribile, fa 35 gradi durante il giorno e non piove da mesi. La siccità è tale che per la prima volta, da 19 anni, non abbiamo più una goccia di acqua piovana per preparare le soluzioni endovenose, e dobbiamo utilizzare l’acqua del rubinetto, naturalmente distillata e sterilizzata. Piero deve andare a organizzare una grossa spedizione di materiale e medicine per i nostri ospedali, almeno 35 tonnellate soltanto per il nostro ospedale, dato che non si trova più nulla in Uganda. Lucille.

LAURA SUARDI:
Ecco, vedete che queste lettere vi danno un po’ l’idea. Questi sono degli spezzoni, ma poi leggendo le lettere nella loro interezza si vedono tutti gli ostacoli, i problemi, il coraggio che hanno dimostrato questi due medici nel restare sempre al Lacor Hospital e nell’ingegnarsi per superare tutte le difficoltà. Pensate che in questo periodo della guerra venivano portati in Uganda persino i mattoni, perché non si trovavano neanche quelli, il sapone, la carta igienica. Oggi si trova quasi tutto giù e dobbiamo spedire soltanto le apparecchiature, tipo gli ecografi, le cose un po’ più sofisticate. Ma all’epoca si doveva spedire tutto dall’Italia. Gli anni ’80 vi dicevo, segnano un’altra tappa importante nel processo di africanizzazione, perché l’ospedale diventa sede di tirocinio per i medici laureati in medicina nelle facoltà di medicina del paese.
C’è una lettera di Lucille che spiega molto bene proprio la loro visione.
Gulu, 14 aprile 1985. Lucille all’organizzazione Pace e sviluppo: Africanizzare significa lavorare insieme a lungo.

SERGIO FORNASETTI:
Caro signor Masei, al momento abbiamo uno staff di sei medici italiani, una italo-canadese, io, quattro medici ugandesi e sei tirocinanti dell’università di Makerere. Fin dall’inizio il nostro scopo è stato: uno, sviluppare un ospedale più completo ed efficiente possibile al più basso prezzo possibile. Due, dimostrare con mezzi modesti ma con buona volontà, coraggio e iniziativa, che si può arrivare a fare molto anche in un ospedale nella savana, come per esempio un’operazione delicata come una comunicazione interatriale o un servizio di radioterapia. Tre, il fine ultimo è senza dubbio l’africanizzazione più completa possibile. Dopo gli infermieri, i paramedici e i medici, ci manca l’amministrazione e la direzione. Ma durante tutto questo tempo abbiamo capito che africanizzare non vuol dire preparare rapidamente e rimpiazzare un bianco con un nero, ma vuol dire lavorare insieme per un lungo periodo. Lucille Corti.

LAURA SUARDI:
Nel 1986 ormai sono 25 anni che Piero e Lucille sono in Uganda, sale al potere Museveni, che è tuttora l’attuale presidente dell’Uganda, e inizia a sud un processo di pacificazione e di relativo sviluppo economico, mentre a nord la situazione va peggiorando, perché nascono tutta una serie di gruppi di ribelli a sfondo pseudo-religioso, tra cui emerge il Lord’s Resistance Army di Joseph Kony, che è diventato “famoso” tra virgolette perché rapisce i bambini per trasformarli poi in bambini soldato.
Iniziano per il nord Uganda 25 anni di guerriglia, di insicurezza, sono anni in cui il personale dell’ospedale va a lavorare vestito in borghese per non farsi rapire. Soprattutto le infermiere venivano rapite per essere poi riscattate in cambio di medicinali, di benzina, di soldi. E quindi si vestivano per non farsi riconoscere con degli abiti da civili, oppure dormivano di notte sotto i cespugli per non essere catturate quando erano nelle loro case.
Chi lavora al Lacor chiede di poter dormire all’interno delle mura del Lacor. Il Lacor diventa veramente una piccola cittadella medioevale, tutto viene fatto al suo interno. Ci sono i cantieri di costruzione, i generatori di elettricità, le fognature, la depurazione delle acque, quindi tutto viene fatto all’interno del Lacor per la grave insicurezza che c’è fuori. E poi inizia una nuova difficoltà tragica.
Gulu 12 novembre 1986, Lucille alla sorella Lise: ho l’Aids.

SERGIO FORNASETTI:
Cara Lise, stamattina abbiamo avuto l’ospedale invaso dall’esercito per una perquisizione. Hanno perquisito ovunque, anche in casa. Da quando siamo ritornati siamo senza elettricità, praticamente da un mese e spendiamo molti soldi per far funzionare il generatore per circa otto ore al giorno. La situazione è molto triste e molto deprimente. Spesso di sera si sentono colpi di fucile e raffiche di mitragliatore. Qualche settimana fa i ribelli hanno lanciato due bombe a mano nel piccolo mercato davanti all’ospedale. Due morti e tre feriti, tutti donne e bambini. In ogni modo si sopravvive. Piero è rimasto a letto 5 giorni la settimana scorsa per il suo mal di schiena. Gli esami che ho fatto a San Francisco hanno confermato la diagnosi di Aids. Se non si fa il trattamento specifico, c’è almeno il 50% di possibilità di passare in Aids conclamato. Dominique non ha ancora scritto una sola lettera. Le abbiamo parlato per radio un paio di volte. È sempre di buon umore, studia molto, ma purtroppo ancora quest’anno, a causa della situazione, non potrà venire per Natale. Servizio postale praticamente inesistente, bisogna aspettare che qualcuno vada a Kampala per far spedire da là le lettere. Lucille.

LAURA SUARDI:
Ecco, la notizia della malattia di Lucille viene data a sua sorella nel 1986, in realtà Piero e Lucille lo sapevano già da tempo. Probabilmente Lucille ha contratto l’Aids durante i primi anni ’80, durante la guerra Uganda – Tanzania, ferendosi con delle schegge di ossa mentre faceva chirurgia sui feriti della guerra, quindi chirurgia di guerra. È un periodo, è una malattia considerata ancora all’epoca vergognosa, e quindi soprattutto Lucille l’ha affrontata con grande forza, e ha sempre continuato a lavorare. Lei la considerava un rischio del mestiere, e quindi il lavoro l’ha aiutata proprio a continuare per tanti anni a dare la sua opera per i pazienti, per i malati dell’Africa.
Soprattutto non c’erano all’epoca i farmaci antiretrovirali che oggi permettono a un malato di Aids di fare una vita quasi normale, quindi Lucille è stata costretta nel corso degli anni a rientrare a volte in Italia piuttosto che a Londra per delle cure, per rimettersi un po’ in forze e ritornare al Lacor a lavorare.
Nel 1996, quindi 10 anni dopo averlo detto a sua sorella, Lucille è sempre più affaticata. Pesa ormai 35 kg, e deve sorreggersi con la fleboclisi. Suo marito Piero la porta in Italia per una serie di cure ma Lucille non ce la fa. Muore a Besana Brianza il 1 agosto 1996 e la sua salma viene riportata al Lacor e oggi Lucille è sepolta nei cortili del Lacor Hospital insieme a quelli che vedremo poi, gli altri eroi di questa storia. Sergio, ho saltato una lettera. Quindi, dal diario di fratel Elio Croce, 12 agosto 1996.

SERGIO FORNASETTI:
Ore 15. Alle due e quaranta è arrivato l’aereo che portava la salma della dottoressa Lucille. Un grosso nodo alla gola impediva a tutti di parlare. Solo abbracci tra le lacrime. Arrivati in ospedale il grido di dolore si è alzato ancora più forte. Tutti accorrevano. Pazienti, gente comune, dottori, infermieri e operai. Tutti che piangevano con lacrime autentiche. Un modo spontaneo per esprimere il loro dolore, il loro amore e il loro affetto per la loro dottoressa.

LAURA SUARDI:
Ecco, dopo questa perdita gravissima, la vita al Lacor però continua sempre in mezzo alla guerriglia. I ribelli continuano a portare devastazioni e soprattutto c’è il problema dei cosiddetti “pendolari della notte”. Sono coloro che si rifugiano tutte le notti a dormire all’interno delle mura dell’ospedale, ma anche delle missioni vicine, delle scuole, di tutte quelle zone protette per non farsi rapire dai guerriglieri. Sono bambini e mamme, soprattutto. Arrivano a essere fino a diecimila persone per notte nei cortili del Lacor Hospital. E quindi bisogna affrontare anche questa emergenza.
Dal diario di fratel Elio Croce 17 ottobre 1996.

SERGIO FORNASETTI:
La gente che entra a dormire in ospedale non accenna a diminuire. Oggi ho avuto la visita di due signori di Medici Senza Frontiere per vedere il da farsi per migliorare le condizioni igieniche delle migliaia di rifugiati entro le nostre mura. L’ambasciata italiana ha promesso di contribuire alle spese per la costruzione di una trentina di gabinetti a perdere. Il World Food Program, Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, ha promesso di mandare quanto prima dei grossi tendoni da usare come dormitori. Meglio che niente.

LAURA SUARDI:
11 novembre.

SERGIO FORNASETTI:
Questa mattina ho assistito all’esodo della gente. Per una buona mezz’ora una fiumana ininterrotta di persone uscivano dal cancello con i loro miseri fagotti in testa. Le mamme poi fanno veramente compassione, con un bambino in braccio, uno legato alla schiena, uno per mano, con in più un fagotto e stuoie di papiro in testa. È una cosa impressionante, che non solo non accenna a diminuire, ma neanche si sa fino a quando durerà.

LAURA SUARDI:
Ecco, solo due parole. Chi scrive queste parole è fratel Elio Croce, un missionario comboniano che è al Lacor da 25 anni ormai e che è stato veramente il braccio destro di Piero Corti e di Lucille in tutto quello che ha riguardato l’organizzazione, le costruzioni e la manutenzione tecnica dell’ospedale.
Nonostante la perdita di Lucille e i continui problemi, la guerriglia, i “pendolari della notte”, Piero si fa forza e il Lacor continua ad andare avanti. Soprattutto Piero è aiutato da alcune persone fondamentali: il dottor Mattew Luqwia, un medico ugandese di grandi capacità umane e professionali, straordinario, e da Bruno Corrado, che raggiunge Piero al Lacor e si mette a lavorare sull’organizzazione dell’amministrazione, perché ormai l’ospedale ha raggiunto una dimensione molto significativa, e anche appunto vi dicevo da fratel Elio.
Però nel 2000 c’è un’altra gravissima tragedia: l’epidemia di Ebola. L’Ebola è una sorta di virus emorragico, sembra di essere in una specie di film del terrore americano, è un virus contagiosissimo, è esploso proprio nella zona del Lacor ed è stato identificato proprio dal dottor Mattew, che era a Kampala. C’erano dei casi strani, non capivano cosa fosse, e Mattew si è messo a studiare e ha detto: “Questo è Ebola”. Hanno allertato le autorità governative, sono arrivati da tutto il mondo, e il Lacor era sulle pagine di tutti i giornali internazionali. Il dottor Mattew Luqwia ha messo in piedi un reparto di isolamento, e questo ha permesso di contenere la dispersione del morbo. Però questa epidemia è costata la vita a ben tredici persone dei dipendenti dell’ospedale, per lo più infermieri, e l’ultimo a morire è stato proprio il dottor Mattew Luqwia.
Dal diario di Elio, 10 ottobre 2000.

SERGIO FORNASETTI:
Ieri sera c’è stato l’annuncio per radio del Ministro della sanità. Il virus è stato ufficialmente identificato come Ebola. Da questa mattina la gente non si saluta più stringendosi la mano. Sembra che il contagio avvenga per contatto.
Nonostante questa situazione ci sono ancora parecchi che vengono a dormire in ospedale. Preferiscono morire di Ebola piuttosto che farsi portare via dai ribelli.

LAURA SUARDI:
Basta. Ecco, siccome c’è poco tempo devo un po’ tagliare. Quindi vi dicevo, l’Ebola è stata un’altra tragedia che ha colpito l’ospedale, ma nonostante l’Ebola l’ospedale ha continuato a sopravvivere. C’è stata una forte crisi nel dopo Ebola, sia perché i pazienti non volevano più andare al Lacor, avevano paura di essere infettati, il personale non voleva più lavorare lì perché aveva paura dell’infezione, addirittura non volevano toccare i soldi che provenivano dal nord dell’Uganda, dalla capitale Kampala, perché avevano paura dell’infezione dell’Ebola. Questo per darvi un’idea della percezione che c’era nel paese. Nonostante ciò Piero continua a lavorare, però nel 2003, dopo la perdita di Mattew, anche lui accusa il colpo, e dopo una serie di infarti che aveva avuto nel corso degli anni, va in Italia per una serie di controlli medici anche lui e gli riscontrano un tumore al pancreas. E quindi nel 2003, nel giorno di Pasqua, anche Piero Corti ci lascia. È stata davvero un’opera grandiosa, che noi abbiamo deciso di concludere nel libro con una lettera che commemora Piero Corti. Besana Brianza, 26 aprile 2003. Testimonianza di Bruno Molinari agli amici del Lacor in memoria del dottor Piero Corti.

SERGIO FORNASETTI:
“Quando busserò alla tua porta avrò fatto tanta strada, avrò piedi stanchi e nudi, avrò mani bianche e pure.
Quando busserò alla tua porta avrò frutti da portare, avrò ceste di dolore, avrò grappoli d’amore.
Quando busserò alla tua porta avrò amato tanta gente, avrò amici da ritrovare e nemici per cui pregare, o mio Signore”.
Ogni strofa di quella canzone ci raccontava la sua vita, come ha scritto il Corriere della Sera, il suo testamento è quello che ha fatto, quello che ha fatto e l’enorme ospedale che ci ha lasciato nella savana ugandese. Enorme per le misere risorse di quella misera terra d’Africa, dove le ceste di dolore sono inimmaginabili, indescrivibili, irripetibili per la nostra fantasia ristretta e sensibilità vulnerabile, per le orecchie e i cuori deboli dei bianchi. Enorme per le mille difficoltà nel centro dell’Africa e in periodi di guerra quasi continua.
Avrò grappoli d’amore. Letteralmente milioni sono stati i malati curati da quel complesso inventato, costruito mattone per mattone, dalla sua costanza e tenacia, giorno per giorno in 40 anni. Centinaia di migliaia trovano rifugio la notte all’interno del suo ospedale. Noi, gli eletti del primo mondo non riusciamo a capire cosa significhi dover ogni sera far fagotto con stuoie e coperte e camminare chilometri per poter passare la notte al riparo da chi ci taglia la gola, da chi ci spezza le ossa con il machete, da chi ci porta via i bambini, da chi ci costringe a uccidere i nostri bambini, perché la televisione non lo racconta.
Sì, Piero, avrai amato tanta gente.

CAMILLO FORNASIERI:
La centralità della persona, della sua scelta, del seguire le indicazioni del cuore, con un coraggio che non è tanto una capacità di fare gesti grandi ma è il coraggio di seguire quella inclinazione che una natura, una educazione, un popolo fa germinare in noi ce la fa incontrare. Tratteniamo questo come spunto e soprattutto andiamoli a conoscere, incontrare. Senz’altro a Milano ci ritroveremo visto che ha sede lì la Fondazione. Grazie ancora, e grazie alla storia che hanno generato.
Adesso chiamo Emilio Bonicelli. Ringrazio per i tempi che hanno tenuto tutti i nostri protagonisti.
Concludiamo l’appuntamento di oggi con il racconto di una storia in un libricino edito dall’editrice Shalom, a cura di Emilio Bonicelli, con un corredo fotografico di Carla Canovi.
Ecco, è la storia di Rolando Rivi, seminarista e martire delle zone vicine a Reggio Emilia, negli anni di cui raccontavamo prima, gli anni della Resistenza e della fine della Seconda Guerra Mondiale sul territorio italiano. Una storia piccola e nello stesso tempo grandiosa, perché Rolando Rivi, di lui in questo libro si racconta la storia ed il processo di beatificazione, che è stato iniziato per volontà di amici di diverse generazione, con un filo teso di memoria che va appunto da anni che si possono quasi dimenticare e perdere, per un giovane oggi di 15, 18, anche 30 anni e invece riacceso per la forza di questa testimonianza che ha provocato l’attenzione su di sé per i miracoli e gli accadimenti eccezionali legati alla testimonianza del piccolo Rolando.
Bonicelli che salutiamo, facciamo un applauso per la sua presenza costante al Meeting, è un giornalista e scrittore, docente anche di Giornalismo all’Università di Bologna, è uno scrittore attivo che trae dall’esperienza, dagli incontri bellissimi libri, di cui spesso ci ha dato testimonianza anche in questo spazio e in altri momenti, sia di vicende personali, di incontri personali, o come il libro Il sangue e l’amore, edito con Jaca Book del 2004, che è un romanzo storico ispirato a questi fatti. Questo libricino, invece, è un sommario, che finisce anche con le preghiere possibili da dire, con la compagnia possibile da vivere con questo ragazzino puro, pieno di quella decisione per un Altro riconosciuto, abbracciato, amato come tantissimi piccoli seminaristi a 10 anni e testimone per le vie del paese, per le vie della campagna, attorno alla sua Parrocchia, quei pochi chilometri che distanziano i paesini tra Sassuolo e altri, testimone amato e odiato per questo, visto come tante altre figure di sacerdoti più adulti che per il solo vestito, vestito amato come il volto della propria definizione, come la fisionomia della propria chiamata, come lui amava dire, sono visti come nemici del popolo. La prefazione è di Sua Eccellenza, Mons. Luigi Negri, Vescovo del Montefeltro, Presidente dell’Associazione Amici del Comitato Rolando Rivi, che si è costituito in modo popolare e oggi ha già 600 aderenti, per istituire la Causa di Beatificazione. Mons. Negri scrive in questa bellissima prefazione che in quel momento in Europa agivano delle forze, delle realtà storiche che mostravano con grande evidenza come si volesse cancellare il volto umano dell’uomo, ridurlo semplicemente a soggetto, servo di uno stato, di una forma sociale, di una forma realizzata che dovesse cancellare dal cuore umano la sua necessità di cammino, la sua necessità di conversione, la sua battaglia storica, la sua umanità stessa. Ecco questo bimbo, questo giovane è stato trucidato e se ne è persa un po’ la memoria se non in qualche persona, ma tutto è rifiorito.
La parola ora ad Emilio, che guida un po’ questa narrazione, questo racconto popolare che trova adesso anche una forma di interlocuzione grande con la Chiesa, per tutti.

EMILIO BONICELLI:
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici”. Tutta la bellezza di Rolando, tutta la ragione per cui questo ragazzino, che più degli altri era entusiasta della vita e più degli altri era scatenato nei giochi, tutta la ragione per cui questo piccolo seminarista martire è diventato per me un amico, una guida, un conforto, un figlio, tutta la ragione del cammino di beatificazione che abbiamo avviato tra tante difficoltà e incomprensioni, ma che ora in tempi straordinariamente brevi si sta concludendo, tutta la ragione di questo cammino, per cui Rolando sarà il primo seminarista di un Seminario Minore Diocesano ad essere proclamato Martire nella storia della Chiesa italiana, tutta la ragione delle preghiere che sono avvenute e avvengono, delle vocazioni che guardando a Rolando sono fiorite, delle situazioni familiari difficili, che per intercessione di Rolando si sono risolte, tutta la ragione del movimento di popolo che intorno a lui è fiorito e cresce, tutta la ragione anche di questo libro che questa sera presentiamo e del perché è utile e piacevole leggerlo, la ragione di tutto questo credo stia nelle parole del Vangelo: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Nessuno ha avuto un amore così grande per Gesù, per la Verità, per il Bene, per il destino di ognuno di noi, per la bellezza di Dio fatto carne, come i martiri, come questo piccolo seminarista, gracile e svelto, che al suo Signore, al suo grande amico ha donato la vita, fino a versare il sangue nel bosco del martirio, a Piani di Monchio, il 13 aprile 1945. Era un venerdì alle 3 del pomeriggio, la stessa ora e lo stesso giorno della morte del Signore.
Quando nel luglio del 2001 sono salito per la prima volta a San Valentino, il paese dell’Appennino Reggiano dove Rolando è vissuto, e dove ora è sepolto e venerato nell’antica Pieve, quando sono salito là, toccato dal segno del miracolo di un bambino inglese inaspettatamente guarito dalla leucemia, era un bambino di pochi anni, gravemente ammalato, per cui i medici erano stati costretti a formulare una prognosi infausta e poi quando tutto sembrava perduto era stata posta sotto il suo guanciale una reliquia di Rolando, una ciocca dei suoi capelli intrisa del sangue del martirio, e questo gesto è stato accompagnato da un coro di preghiere e il bambino inaspettatamente è guarito, quando nel luglio del 2001 sono salito per la prima volta a San Valentino, stupito dalla notizia di questo miracolo e colpito, mosso nel profondo, perché la leucemia è la stessa malattia che io avevo avuto, che era entrata nella mia vita come un urto, improvviso e violento, di cui ho conosciuto bene tutta la terribile aggressività e che mi ha portato fino al limite estremo tra la vita e la morte, quando, come dicevo, mosso, commosso, colpito direttamente dalla notizia di questo miracolo sono salito per la prima volta a san Valentino ed ho iniziato a conoscerlo, sono stato colpito da questo fatto: Rolando era un ragazzo innamorato di Gesù e da questo amore era stato trasformato, su questo amore aveva impostato tutto il progetto della propria vita e per l’intensità di questo amore, perché pubblicamente proclamava di essere tutto e solo di Gesù, perché portava la veste talare, per questo era stato sequestrato, torturato, ucciso da uomini malvagi, nel tentativo vano di cancellare la novità che lui era nel suo paese, nella sua terra. Rolando amava Gesù, il suo grande amico era la ragione per cui quel ragazzo si alzava la mattina. Il primo gesto della sua giornata era inginocchiarsi sui gradini della scala di casa e pregare. Il suo grande amico era la ragione per cui mangiava, studiava, viveva l’amicizia ed era lui che aggregava gli altri, organizzava giochi e al termine del gioco guidava tutti in Chiesa. L’amore per Gesù lo rendeva naturalmente autorevole, era un leader che suscitava negli altri ragazzi il desiderio di imparare da lui a seguire Gesù. Ma, per chi vagheggiava il folle progetto di costruire un mondo senza Dio e senza Misericordia, per chi voleva fare della fine della guerra l’inizio di una rivoluzione per instaurare in Italia la dittatura del proletariato, per i partigiani comunisti di quella terra, che poi è anche la mia terra, nel triangolo rosso della morte, Rolando era solo un nemico da eliminare. Quando sono salito a San Valentino per la prima volta e ho iniziato a conoscere questo martire ho pensato: “Se Gesù è tutto per noi, se la realtà è Cristo, il tesoro della testimonianza di amore, di libertà di questo giovane seminarista è un tesoro immenso e quando si trova una cosa bella e preziosa si desidera farla conoscere, come un ragazzo che si innamora e vuole raccontare di questo incontro a tutti gli amici”. Così, siccome il mio talento e il mio mestiere è quello di giornalista, artigiano della parola, mi sono messo a scrivere per far conoscere questo tesoro. Ne è nato anni fa un primo testo Il sangue e l’amore e certo allora non sapevo quale cascata di incontri, di eventi, di amicizie, pur in mezzo a tanti ostacoli e difficoltà, ne sarebbe scaturita. A iniziare dal Comitato “Amici di Rolando Rivi”, con lo scopo di portare Rolando agli onori degli altari e far brillare la sua testimonianza di fede per la Chiesa e per il mondo e poi l’avvio della sua causa di beatificazione.
E questa sera, qui al Meeting, in occasione della presentazione di questo nuovo libro, posso fare un annuncio importante: alla fine dello scorso mese di giugno, presso la Congregazione per le Cause dei Santi di Roma, la Positio sul Servo di Dio, Seminarista e Martire è stata ultimata, stampata e portata al protocollo. In pratica tutto quello che noi dovevamo fare perché Rolando sia Beato è stato fatto, completato, ultimato. Abbiamo consegnato il nostro lavoro alla Chiesa e attendiamo in tempi brevi, speriamo e preghiamo entro il prossimo anno, il giudizio dei Teologi e dei Cardinali e il Decreto di Beatificazione. Si avvia al termine un cammino inaspettato e all’inizio inimmaginabile. Pensate che il Comitato si è istituito nel 2004 e la causa di Beatificazione iniziata solo nel 2006, ci dicevano allora: ci vorranno 30 anni.
Tutto invece si è sempre svolto in un modo che continuamente ci ha sopravanzato e che sempre ha reso evidente che dietro i nostri passi, spesso incerti e sprovveduti (nessuno di noi, a cominciare da me, avrebbe potuto pensare di diventare protagonista di una causa di beatificazione) dietro a tutto questo c’era una forza dall’alto, che guidava alla meta. Realmente abbiamo avuto e abbiamo la certezza in questo cammino di lavorare per l’opera di un Altro. E così arriviamo, in coincidenza con questa bella notizia, all’uscita di questo nuovo libro, che presentiamo e ringrazio tutti voi, ringrazio Camillo Fornasieri e gli amici del Meeting, che ci danno questa occasione di incontro per ritrovarci questa sera attorno a un piccolo, ma gigante testimone della fede. Questo libro, che presentiamo questa sera, aggiungo alcune parole all’introduzione, è secondo me un libro speciale, perché si legge e si guarda, grazie a 50 foto che sono state realizzate da Carla Canovi, che è qui presente e che ringrazio, foto che accompagnano e documentano, illustrano, passo dopo passo, pagina dopo pagina il racconto.
Questo è anche un libro speciale, perché con l’impegno straordinario del nostro editore, Shalom, e ringrazio il Presidente Alvaro Mascioni e gli altri amici dell’editrice, che così tanto si sono spesi per realizzare questo testo, abbiamo potuto completare questo libro e metterlo in vendita, un libro di 190 pagine, tutte a colori, con una splendida grafica e con le 50 foto di cui parlavo, al prezzo impossibile di soli 4 euro. In pratica con 8 euro posso comprare due copie del libro, una per me e una da regalare, perché credo che non ci sia un regalo più bello che far conoscere un testimone della fede. Ma questo è un libro speciale, soprattutto perché segna una svolta, chiude con il passato e spalanca al futuro. In questo libro infatti racconto Rolando, seminarista martire attraverso i documenti storici che in questi anni abbiamo raccolto e soprattutto attraverso la voce, la passione, l’amore di quanti lo hanno conosciuto e di chi, da protagonista, ha partecipato a quei drammatici eventi. Finalmente questa storia che per 60 anni si è cercato di nascondere, per 60 anni si è cercato di cancellare dalla memoria del popolo viene raccontata in tutta la sua nuda drammaticità, in tutta la sua verità. In questo modo il libro chiude con il passato, ma insieme apre al futuro: Sanguis martyrun semem cristianorum. Questo libro, raccontando Rolando, ci aiuta a capire perché la sua testimonianza di fede è importante per me oggi, provoca me oggi, fonda il mio presente, indica il futuro. In qualche modo lui ha aperto una strada, ha indicato un sentiero su cui noi oggi siamo chiamati a camminare.
E’ soprattutto di questa attualità di Rolando che vorrei brevemente dire alcune parole, partendo da questa constatazione: il suo cuore di bambino, come dice il titolo di questo Meeting, desiderava cose grandi, il suo cuore di bambino, innamorato di Cristo, desiderava diventare missionario. Se lo avessero lasciato vivere, dicevamo prima, sarebbe diventato un grande missionario, un Piero Corti, come abbiamo sentito raccontare
prima. Era già missionario, era testimone con i suoi amici, ma si preparava ad esserlo per tutta la vita, portando la bellezza incontrata sino ai popoli più lontani. Il primo esito della sua amicizia con Cristo, in pratica, per lui, era un muoversi a compassione per chi non aveva ancora ricevuto lo stesso dono. Nella sua vocazione Rolando, pur nella sua giovane età, ha avuto da subito la consapevolezza di essere stato scelto, chiamato per un compito, per rendere testimonianza a Cristo, per rendere Cristo presente nel mondo. “Voglio essere sacerdote e missionario”: c’era insomma da subito il desiderio di comunicare agli altri, di vivere con altri questa scoperta grande, che la vita è essere amati da Dio. Mi ha colpito sentire il racconto di don Raimondo Zanelli, ancora vivente, che allora era compagno di camerata nel Seminario di Marola, dove Rolando entrò nel 1942 a soli 11 anni, quando mi ha detto quali erano le letture preferite dal giovane seminarista. In camerata, mi ha raccontato Don Raimondo, Rolando amava leggere la vita di sacerdoti missionari come quella avventurosa e affascinante di Padre Michele Agostino Pro, gesuita, morto martire nel Messico, durante un periodo di persecuzione della Chiesa, gridando “Viva Cristo Re”.
Ho poi un ricordo personale, molto nitido, di cui parlo anche nel libro: un amico di allora, di poco più giovane di Rolando, mi ha raccontato sul sagrato della Pieve di san Valentino dei giochi scatenati, delle corse di Rolando, reggendo la veste talare sul muretto che ancora circonda il sagrato della Chiesa, della sua passione per il canto e per la musica, del suo servizio e della sua dedizione alla Chiesa, sempre a fianco di don Olinto e per questo prezioso servizio liturgico, don Olinto gli dava qualche ricompensa. E qui è il punto interessante: “Vede – mi ha detto questo testimone, amico di allora di Rolando – Rolando non teneva queste somme per sé, ma siccome c’era molta miseria, a causa della guerra, le dava a noi ragazzi più piccoli, raccomandandoci di usare quei soldi per qualche necessità, invece di andare a rubare, come saremmo stati tentati di fare”. Ho pensato, la preoccupazione di Rolando è che la vita dei suoi piccoli amici si svolgesse nella verità, nella giustizia, nell’attaccamento al bene, lontano dall’errore e dal peccato. Tutto il cammino di Rolando, che racconto nel libro, si radica nell’appartenenza a Gesù. Era un ragazzo di soli 14 anni, non ci ha lasciato scritti, salvo qualche appunto sui suoi libri, su cui studiava. Tutta la sua teologia si condensa nella testimonianza della sua vita e nel ricordo di alcune parole, le stesse parole che abbiamo inciso sulla cassetta di legno che contiene le sue reliquie: “Io sono di Gesù”. Se amava la sua veste talare, se l’amava fino a non spogliarsene mai, come racconta uno dei suoi insegnanti, era perché questa veste era segno visibile, tangibile della sua appartenenza al Signore, della sua appartenenza alla Chiesa. “Io sono di Gesù”. In queste semplici quattro parole, che richiamano quelle di san Paolo, nella Seconda Lettera ai Corinzi “L’amore del Cristo ci possiede”, Rolando dava una sintesi mirabile del significato della vita ed esprimeva l’essenza stessa del nostro essere cristiani, dell’autocoscienza cristiana. Noi apparteniamo al Signore che ci ha creati e che ci ama e in Lui è la consistenza della nostra persona, l’essenza dell’io è appartenere ad un altro, a Dio che ci ama e ci crea, così come un bambino appartiene al padre e alla madre. “Io sono di Gesù”, perché nel Dio fatto carne, il mistero di questo essere fatti e amati in ogni istante si svela ed entra nella mia vita come è entrato nella vita di Rolando. Ecco, dalla certezza di questa appartenenza, dalla profonda ed intima unione con Cristo, Rolando, pur nella sua giovane età, ha tratto la forza della sua testimonianza, fino al dono della vita al suo Signore, alla Chiesa e così al mondo. Molte volte ho cercato di immedesimarmi in quel momento, in quel venerdì pomeriggio, due giorni prima della Domenica in Albis, quando i suoi persecutori lo hanno tirato fuori dalla porcilaia dove lo tenevano rinchiuso per trascinarlo nel bosco dove lo avrebbero ucciso. Ho pensato a lui prigioniero, insultato, percosso, schiaffeggiato, preso a cinghiate, spogliato a forze dell’abito talare che tanto amava. Ho pensato a lui tremante e assetato, perché era da tre giorni che non mangiava e non aveva più lacrime per piangere. Ho pensato alla paura che come una lama deve essersi insinuata nel suo cuore di bambino, mentre inutilmente chiedeva pietà, come raccontano i testimoni. Ho pensato al brivido di gelo che lo ha attraversato quando i partigiani comunisti hanno estratto il coltello, per torturarlo brutalmente e poi la pistola per ucciderlo. Eppure anche in quel momento, in quel momento in cui ognuno di noi, credo, sarebbe stato solo invaso dal terrore, Rolando ha ridetto a chi solo apparteneva, ha ribadito la sua identità, ha chiesto, come raccontano i testimoni, di poter pregare. L’amore per Gesù è stato più forte della paura, del dolore, dell’umiliazione, delle sevizie e delle percosse. Nessuno ha potuto strapparlo dalla mano del suo grande amico in questa appartenenza; in quel bosco, dove i suoi persecutori erano certi di averlo cancellato per sempre dalla storia, Rolando è stato invece vittorioso, perché si è indissolubilmente legato a colui che è la Risurrezione e la Vita e proprio perché Dio lo ha amato e prediletto lo ha portato a sé e portandolo a sé nella debolezza di quel bambino ha manifestato la sua potenza. Così dopo 65 anni, degli assassini nessuno più ha ricordo, mentre sempre più numerosi, a centinaia, a migliaia, guardiamo a questo piccolo seminarista martire per essere aiutati a comprendere nuovamente, per essere nuovamente guidati all’incontro con la grandezza e la bellezza dell’amore del Signore. “Io sono di Gesù”, sono parole profetiche per il tempo presente e questa è l’ultima sottolineatura che vorrei fare per dire l’attualità di questo libro.
All’origine delle due grandi ideologie del male di oggi, il relativismo (tutto è uguale) e il nichilismo (nulla è reale), c’è proprio un falso concetto di autonomia, una falsa formazione antiautoritaria che esalta l’io e la sua istintività, come misura di tutte le cose, cancella un tu e la comunione che solo guardando a un tu può fiorire. Rolando, invece, ha vissuto la sua vocazione, per il tempo breve in cui il Signore gliela ha data da vivere, l’ha vissuta come appartenenza totale a un Altro, nella compagnia della Chiesa che serviva, con totale fedeltà, nella concretezza di un amore appassionato alla verità, al bene dei propri amici ed è morto per Cristo, cioè è morto per noi.
Usando parole di Benedetto XVI, in una recente Catechesi sui Martiri, possiamo dire che la vita di Rolando, che racconto in questo libro, è un grande atto di amore, di fede, di speranza, di carità in risposta all’immenso amore di Dio. “Io sono di Gesù”. Questa, se così si può dire, è la teologia vissuta da Rolando e scritta con il sangue del martirio. Una teologia che è molto più avanti di certa pastorale di oggi, in cui avverto spesso tanta lontananza o tanta inerzia di fronte a ciò che il Magistero di Benedetto XVI ci indica, come richiamo alla conversione personale a Cristo e come sfida all’unità tra l’intelligenza della fede e l’intelligenza della realtà. In questo momento, in cui come scrive il grande poeta Eliot, “la Chiesa è minata dall’interno e attaccata dall’esterno”, la figura del giovane Rolando ha un valore profetico, perché ci parla dell’amore a una Chiesa profondamente radicata nella tradizione, cosciente della propria irriducibile identità, viva, per rendere presente Cristo e aperta a tutti i fratelli uomini in un autentico spirito missionario. Per questo, credo, il dono che il Signore mi ha fatto in Rolando è un dono per la mia vita ed è un dono che va trafficato, va fatto conoscere per il bene del mondo.
L’economia di Dio, scrivo in una delle ultime pagine del libro, riprendendo una frase di don Giussani, l’economia di Dio, il metodo di Dio è quello di far esplodere in una persona in modo così chiaro la sua straordinaria potenza, perché ognuno di noi capisca che anche nella sua vita, nella quotidianità della sua vita, questa potenza vuole trovare spazio ed espressione. Occorre soltanto che il cuore si dilati. Rolando Rivi fa parte di questa economia di Dio, che sceglie i piccoli per confondere gli intellettuali, i superbi, i potenti e provoca la nostra libertà, perché anche nel quotidiano della nostra vita si rinnovi il sì di amore che Rolando ha pronunciato con tanta semplice totalità.
Grazie

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Emilio, per questa tua splendida immedesimazione e questo tuo essere colpito e sempre pronto a scoprire il vero per te. Ci hai consegnato davvero la figura, il senso e l’attualità di questo giovane, giovanissimo Rolando Rivi. Se leggete il libro, come io ho avuto occasione di fare in questi giorni, ogni parola che abbiamo ascoltato in questo bellissimo intervento corrisponde realmente ad ogni passo anche di cronaca e di tutte le vicende che hanno portato a questo momento.
Grazie Emilio. Buon lavoro. Davvero compratelo, è molto bello. Arrivederci e buona serata.

EMILIO BONICELLI:
Grazie a te e grazie agli amici.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

22 Agosto 2010

Ora

19:00

Edizione

2010

Luogo

eni Caffè Letterario D5