INVITO ALLA LETTURA

Sul senso religioso
Presentazione del libro di Giovanni Battista Montini e Luigi Giussani, a cura di Massimo Borghesi (Ed. BUR, Milano). Partecipano: Massimo Borghesi, Docente di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Perugia; Javier Prades López, Decano della Facoltà Teologica San Damaso di Madrid.
A seguire:
Il Padre nostro. Conversazioni con Cristina Uguccioni
Presentazione del libro di S. Em. Card. Angelo Scola (Ed. Cantagalli). Partecipa Stefano Alberto, Docente di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Benvenuto a tutti. E’ l’ultimo incontro di presentazione di libri. Questa sera ne abbiamo due, dulcis in fundo sia per i temi che per gli autori. La prima proposta è un libro della Bur Rizzoli, uscito da pochi mesi, ma di grande importanza per il prossimo futuro, nel quale vengono proposti due testi, sostanzialmente poco conosciuti al grande pubblico. Sono uno di Giovanni Battista Montini, quando era arcivescovo di Milano, la sua lettera pastorale del 1957, che aveva come tema il senso religioso. L’altro di Luigi Giussani, la primissima edizione della prima versione del Senso religioso, sempre di quell’anno e dedicata allo spunto che l’arcivescovo in quel momento aveva segnalato. Qui abbiamo presentato un libro molto interessante di Tornelli, della Mondatori, sulla figura di Paolo VI e anche lì si echeggiava questo frangente storico. Tutte e due i testi ruotano attorno a un tema comune, quello del senso religioso e il bel saggio introduttivo di Massimo Borghesi, che salutiamo, introduce il significato, il motivo di questa lettura unitaria, inquadrandolo storicamente dalla fine della guerra mondiale fino all’approssimarsi del secondo cinquantennio del ’900. Abbiamo qui con noi anche Javier Prades, che abbiamo già incontrato in altre occasioni. Do loro la parola perché ci introducano a questa importante lettura. Chiedo prima a Prades di darci una chiave di lettura generale di questa nuova edizione.

JAVIER PRADES LÓPEZ:
Grazie. Per me è una soddisfazione e un onore poter intervenire oggi al Meeting per presentare il volume Giovanni Battista Montini e Luigi Giussani Sul senso religioso, a cura di Massimo Borghesi. Ma prima di cominciare mi sia permesso di esprimere il legame di amicizia con il prof. Borghesi. Da più di 20 anni oramai abbiamo condiviso tanti momenti intensi e limpidi di vita di fede e di lavoro culturale. Non esagero se dico che la natura profonda di questo legame si trova nella comunione cristiana dalla quale nasce e si rinnova sempre una qualità di rapporto che supera i confini di tempo e di spazio. Dalla communio nascono due atteggiamenti piuttosto rari nel mondo accademico, il primo è la condivisione dei contenuti del sapere, vale a dire di ciò che si è acquistato con il proprio sforzo, che costituendo la base necessaria di una carriera, non si mette mai a disposizione gratuita degli altri. Per quanto riguarda gli esiti effettivi di tale condivisione, a dire il vero, sono stato io ad avvantaggiarmi sui suoi studi sulla natura del cristianesimo e del rapporto travagliato e drammatico con la modernità europea. In secondo luogo la disponibilità a un confronto critico, forse ancor meno frequente nei nostri mondi intellettuali, per cui uno sottopone liberamente il suo pensiero alle osservazioni e ai contributi dell’amico, come metodo di approfondimento del proprio cammino di ricerca. Il libro di cui parliamo oggi, ovviamente, ha tre parti, dico velocissimanente: l’introduzione di Borghesi, il testo di Montini, la sua lettera pastorale della quaresima del 1957, e il testo di Giussani, pubblicato nello stesso anno. Nella presentazione di Borghesi identifichiamo in primo luogo il valore di una ricostruzione storica, necessaria per conoscere le radici e le fecondità del pensiero sia di Montini che di Giussani. Borghesi ci introduce subito in quel mondo che aveva preceduto alla pubblicazione dei testi del ’57, il contesto del dopo guerra europeo, ma anche il contesto spirituale della chiesa italiana degli anni ’50, più concretamente il contesto per quanto riguarda Giussani della scuola di teologia di Venegono, che aveva assicurato la formazione del giovane sacerdote. Nel dopoguerra, il fallimento dei grandi racconti utopici con le loro terribili espressioni totalitarie, lascerà presto il posto nella coscienza europea al disincanto esistenzialista su Dio e sull’uomo. E’ in questo panorama culturale che si inserisce il dibattito teologico sul senso religioso. Borghesi ricorda la netta contrapposizione tra religione, senso religioso, e fede nella teologia dialettica protestante, come in Karl Barth o Dietrich Bonhoeffer, così come le prese di posizione piuttosto diffidenti del magistero della teologia cattolica nei confronti della religiosità intesa come esperienza, in seguito alle vicende della crisi modernista. Molto interessante risulta perciò il confronto con due autori cattolici, che proprio in quegli anni capiscono l’importanza di tornare ad una valutazione della costitutiva dimensione religiosa dell’antropologia, ciò che possiamo chiamare l’esperienza religiosa, come un momento decisivo dell’adeguata conoscenza di Dio. Si tratta di Cornelio Fabro, uno dei migliori esponenti del rinnovamento tomista del secolo scorso, e di Jean Daniélou, uno degli iniziatori di quella corrente di pensiero che verrà poi nota come Nouvelle Théologie. Fabro rivendica la dimensione religiosa come una dimensione pre-filosofica originaria dell’uomo. Si tratta, dice lui, di una esigenza metafisica, di base cosmica ma soprattutto esistenziale. Nell’uomo si dà un movimento verso Dio, una tendenza irresistibile a trovare un fondamento assoluto dell’essere. Dirà Fabro e Borghesi lo raccoglie nella sua presentazione, è un momento pre-razionale ma non pre-intuitivo che mette in movimento la totalità dello spirito umano nella sua capacità di razionalità e di affettività. Da parte sua Danielou, nel famoso volume intitolato Dio e noi, e certamente aveva conosciuto e letto Giussani, indicava il valore della conoscenza razionale di Dio, nonché i suoi limiti e apriva ad una adeguata comprensione del rapporto fra religioni non cristiane e rivelazione cristiana. Da una parte non negava il valore delle religioni, e portava su di esse uno sguardo positivo, dall’altra riusciva a mostrare, con grande chiarezza, la diversità di metodo fra il dinamismo religioso e il dinamismo della rivelazione storica in Israele e nell’incarnazione di Gesù e figlio di Dio. Le pagine del volume dedicate al significato della scelta pubblicare la lettera pastorale di Montini, nonché le fonti che alimentavano il pensiero dell’arcivescovo di Milano, sono di grande utilità per cogliere bene questo punto decisivo del libro. A mio avviso, esso sta nel fatto che la natura dell’uomo è capace di Dio, e che dunque la sua religiosità è una struttura fondamentale dello spirito, connaturale e essenziale ad esso. Per non prolungare questo intervento più del dovuto, passo subito alle pagine dove si ispira la nascita e la scrittura del testo di Giussani nel ’57, nonché l’evoluzione che ha conosciuto negli anni successivi, tramite le edizioni dell’anno ’66 e quella definitiva del ’86. Chiunque sia familiare con il volume di Giussani, che oggi conosciamo come Il senso religioso, non potrà non leggere con grande curiosità la primissima versione di questa opera, già compiuta nelle sue intenzioni fondative trent’anni prima, né potrà evitare l’ammirazione per il progressivo arricchimento che Giussani ha proposto, con il passare degli anni, sia dal punto di vista metodologico, le famose tre premesse, sia del contenuto, per esempio la forma decisiva del capitolo decimo, Vivere intensamente il reale o la nuova formula dell’esperienza elementare nel capitolo terzo. Abbiamo sin qui valorizzato la contestualizzazione storica di Borghesi, ma potrebbe nascere la domanda se non siamo di fronte a uno studio rivolto al passato, il cui interesse sia dunque limitato agli addetti ai lavori di ricerca sugli anni ’50. Il volume è in grado di assicurare un giudizio incidente per la realtà di oggi? Se la situazione attuale, almeno in Europa, si può descrivere come post cristiana e multi etnica, multi religiosa anche, dunque molto diversa da quella degli anni ’50, che presa può avere questo pensiero sul presente?
Si possono indicare alcune piste di risposta. Da una parte la rivendicazione della struttura elementare dell’esperienza umana del senso religioso offre le condizioni di possibilità per una circolarità, per una reciprocità fra senso religioso e fede, che superi da una parte una comprensione estrinsecista, mi sia permessa la parola, del rapporto fra fede e ragione, più a monte di una comprensione dualista del rapporto razionale dell’io con il reale. Soltanto alla luce di una simile intelligenza strutturale e dinamica della religiosità, anche all’interno di chi vive la fede, si riuscirà ad evitare il doppio rischio di una fede formalisticamente vissuta, e dunque incapace di trasmissione sociale, e di una religiosità umana incapace di trovare un’altra via di espressione, che non sia nella superstizione o nell’idolatria. In questo senso, la dovuta distinzione tra rivelazione cristiana e religioni non cristiane permette anche oggi la possibilità di un dialogo non sincretista o relativista, poggiato sull’esperienza elementare come criterio di giudizio di ogni esperienza religiosa e storica, proprio tramite la testimonianza dell’avvenimento storico di Cristo che si rivolge alla libertà dell’altro. Alla luce della introduzione di Borghesi risulta imponente la portata dell’opera di Giussani. Non dobbiamo dimenticare la sua lettura di testo, pensato per l’educazione dei giovani a scuola di religione e dunque la sua sensibilità pedagogica esistenziale, tesa ad intercettare di fatto le domande e le fatiche dei giovani. Già a questo livello il senso religioso può vantare oggi un’attualità che si documenta dalla sua diffusione in tantissime culture e lingue, ben lontane dalla Lombardia degli anni ’50 e ’60. Ma ancora. Diversamente da tanti materiali scolastici di ieri e di oggi, il libro di Giussani, che non era stato concepito per il dibattito filosofico religioso, stupisce per la profondità di impostazione e per la sensibilità riguardo alle problematiche della teologia, della filosofia del suo tempo e di oggi. Ciò che negli anni ’50 aveva espresso Fabro parlando di un doppio evento, uno intuitivo pre-razionale e uno propriamente razionale, viene confermato anche oggi quando si sottolinea come la forma originaria del sapere non sia di tipo concettuale, ma implichi una intuizione anche predicativa, sulla quale interviene il concetto, l’intellezione predicativa. L’elaborazione concettuale è sempre preceduta da un sapere in sé non riflesso, ma che rende possibile la riflessione, come aveva suggerito allora Fabro. In questo modo si mostra anche il necessario coinvolgimento della libertà in ciò che Giussani chiama, molto opportunamente, l’avventura dell’interpretazione. Oggi, più che negli anni ’50, la libertà è l’emblema più positivo della nostra civiltà, anche se esposta a tanti e gravi fraintendimenti. L’impostazione giussaniana, legando costitutivamente il desiderio, la ragione e la libertà, è in grado non solo di arginare gli eccessi di una libertà che si pretende assoluta, ma di offrire una proposta educativa e teoretica che incontra le attese della libertà dell’uomo di oggi, compiendole in modo sovrabbondante. E questa doppia caratteristica educativa e teoretica che rende Il senso religioso di Giussani un classico per l’educazione e per la comprensione della costitutiva religiosità umana, senza la quale anche quello di Cristo può restare come un semplice nome, del quale non si arriva a cogliere la singolare eccezionalità del figlio di Dio. Ciò che dopo il Concilio Vaticano II è stato descritto come circolarità tra fede e ragione, trova in Giussani uno dei suoi più autorevoli interpreti per la vita della chiesa in questo inizio del terzo millennio. Mi auguro che Borghesi e altri studiosi continuino ad esplorare la vita e le fonti di Giussani e del suo pensiero, per aiutare tutti a cogliere la vera statura del suo pensiero, del suo contributo all’annuncio di Cristo agli uomini di oggi. Penso per esempio agli studi che Giussani aveva dedicato alla teologia protestante americana, pure alla teologia ortodossa, ma anche alla presenza dei suoi scritti nella riflessione su Newman, su Guardini, per fare qualche esempio. Nel tempo si potrà avere un’immagine sempre più compiuta della stupefacente ricchezza di richiami filosofici, teologici, culturali, artistici che nutrono un pensiero, tanto pregevole per la sua profonda forza di veicolare una tradizione alla quale appartiene quanto più rimane sempre, come è stato definito, un pensiero sorgivo, originario, non scomponibile nei suoi fattori antecedenti. E quella inconfondibile impressione di unità di concezione e di cattolicità di sguardo che ha sempre comunicato la persona di Giussani a chiunque lo incontrasse, non si può mai dimenticare. La si può seguire, ecco la novità che si presenta a chi accosta, che nel presente trova chi accosta oggi Giussani.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie

MASSIMO BORGHESI:
Bene dico subito che a raccogliere questo invito ad approfondire il pensiero di Giussani, il primo è il qui presente Javier Prades, che è stato appena nominato uno dei pochi trenta membri della commissione teologica internazionale. E’ un alto segno di omaggio verso la sua persona, quindi il primo indicato mi pare proprio lui, diciamo, in questo compito. Rendo subito omaggio anche a voi che avete il coraggio di stare qui in questa babele del posto, chiedo a Fornasieri che il prossimo anno si faccia latore del messaggio …. Prima di iniziare però davvero voglio ringraziare Javier Prades per i consigli che ci sono stati tra di noi riguardo alla pubblicazione di questo volume, alla introduzione di un argomento, credetemi, estremamente delicato, per tutta una serie di motivi che qui accennerò semplicemente. E l’altra persona che vorrei ringraziare, non è qui presente, è Alberto Savorana, per aver creduto nel volume, cioè all’idea di unire insieme Montini e Giussani, e nella volontà di pubblicare questo testo.
Dico subito la mia soddisfazione per questo testo, che raccoglie due brevi scritti, come ci è stato detto, del 1957, la lettera pastorale dal titolo “Sul senso religioso”, che l’arcivescovo di Milano Giovan Battista Montini dà alla sua diocesi, su un argomento del tutto inusuale allora, perché allora si facevano le pastorali sul senso morale ma non sul senso religioso. Era dunque una cosa eccezionale, assolutamente inedita, questa pastorale di Montini che portava questo titolo “Sul senso religioso”; e poi la prima versione del “Senso religioso” di Giussani, che come pochi sanno è del 1957. Ne seguiranno altre due nel 1966 ad opera della Jaca Book e nel 1986, sempre la Jaca Book e poi in seguito Rizzoli nel 1997. Le altre due versioni sono aggiornamenti e rielaborazioni di questo primo testo che, ne sono convinto, la quasi totalità di voi non ha mai letto, perché è un testo che non è stato mai pubblicato se non nel 1957, a cura della presidenza diocesana milanese della Gioventù
italiana di Azione cattolica, perché Giussani allora era il responsabile della Gioventù italiana di Azione cattolica milanese. Quindi è dentro questo organismo, questa realtà che viene pubblicato. Il titolo dell’operetta di Giussani è “Il senso religioso”, quella di Montini “Sul senso religioso”, e Giussani si rifà direttamente all’opera di Montini. Dicevo subito la mia soddisfazione per almeno due motivi che indico brevemente.
Il primo, che il volume riunisce due protagonisti del cattolicesimo del ’900 ed è inizialmente l’esito di un percorso editoriale diverso. Cioè questo libro non doveva uscire come è uscito. All’inizio sapete qual era l’idea? Savorana mi aveva chiesto di fare la prefazione di un’opera di Jean Danielou, dal titolo “Dio e noi”, che era stata edita in Italia nel 1957 e non era più stata ristampata. Perché Savorana mi chiedeva questo? Perché quest’opera di Danielou aveva ispirato la prima versione del “Senso religioso” di Giussani, quindi sembrava importante procedere. Quando io ho letto questa opera, l’ho trovata un gran mattone, cioè una polpetta assoluta, nel senso che nel 1957 poteva andare anche bene, ma nel 2009 era indigeribile, perché affrontava tutta una serie di problemi che allora erano all’ordine del giorno, ma che oggi per noi non hanno nessuna rilevanza, eccetto il primo capitolo, il Dio delle religioni, che era interessantissimo, innovativo, e guarda caso era proprio quello a cui Giussani si era più interessato, perché da quel capitolo aveva tratto effettivamente degli spunti interessanti, che erano rifluiti nella sua opera del ’57. Allora qual è stata la mia proposta? Dico a Savorana: se invece di pubblicare quest’opera che nessun lettore medio oggi leggerà, perché non pubblichiamo il primo capitolo dell’opera di Danielou, quello sul Dio delle religioni e lo mettiamo insieme al testo della pastorale di Montini, quello “Sul senso religioso” e alla prima versione di Giussani “Il senso religioso”? C’è omogeneità nel tema, viene fuori una pubblicazione Danielou Montini Giussani sul senso religioso. Questa è stata l’idea. Savorana, dopo un attimo di esitazione, è stato contento e lo stesso Carrόn era contento dell’idea, quindi il progetto è andato e Rizzoli ha approvato la cosa. Io avevo già scritto l’introduzione, all’ultimo momento Vrin, l’editore francese, dice no, non è possibile, Danielou o lo pubblicate per intero o non vi diamo i diritti di traduzione. Quindi, decisione dell’ultimo momento, è stato segato Danielou, e rimane Montini -Giussani “Sul senso religioso”. Però tutti i mali non vengono per nuocere, perché così l’opera ha realmente raggiunto il suo scopo, perché il vero rapporto stretto è proprio tra Montini e Giussani su questo tipo di problematica. Per quanto riguarda la mia riflessione personale, mi ero reso conto da molti anni di quanto in realtà fosse profondo il legame tra Montini e Giussani, proprio nel determinare la categoria del senso religioso. Perché questo? Perché in una serie di incontri che avemmo a Milano nel 1995-1996, incontri a cui era presente don Giussani, incontri da cui venne fuori l’idea poi di scrivere la storia di CL, don Pino era presente, se lo ricorderà, ebbene da quegli incontri ero venuto in possesso della prima versione del “Senso religioso” di Giussani, che personalmente non conoscevo, come penso la quasi totalità della gente di CL, ed ero venuto in possesso della lettera pastorale di Monti del ’57. Quando ho letto le due cose, ho fatto un salto dalla sedia, perché mi sono reso conto che effettivamente Giussani aveva preso molto da Montini. Giussani aveva sempre dichiarato, in alcune interviste, che si rifaceva a Montini, che dichiarava il senso religioso sintesi dello spirito. Però nessuno, in maniera strana, aveva avuto la curiosità di metterci gli occhi sopra, di fare il paragone tra i due testi e di verificare quanto ecc… Bene, da questo paragone mi ero accorto appunto di quanto l’affermazione di Giussani fosse pertinente, cioè quanto dovesse a Montini davvero nella cosa e ne emergeva dalla lettura dei testi una corrispondenza profonda, la condivisione di un’impostazione comune su un argomento che allora, cioè nel 1957, era una categoria in odore di eresia, era un tema di tipo modernista, che suscitava molte problematiche nella teologia del tempo, insomma diremmo oggi un tema progressista, strano, per tutta una serie di motivi. Perché la categoria del senso religioso in qualche modo era stata criticata dall’enciclica Pascendi, perché richiamava il soggettivismo religioso del protestantesimo liberale contro cui Barth e Bonhoeffer avevano reagito, perché insomma si vedeva nell’idea di esperienza e di senso religioso come una soggettivizzazione dell’esperienza cristiana, un venir meno ai dogmi, alla teologia oggettiva, alla tradizione della chiesa come tale. Quindi un tema fortemente spinoso.
Quindi, quando Montini affronta l’argomento, lo affronta con tutte le cautele del caso, consapevole che si sta muovendo su un terreno scivoloso. Il rischio era di diluire la rivelazione storica, di renderla inutile o soggettiva. Come oggi quando nella teologia delle religioni si dice che il cristianesimo è una delle espressioni della religiosità ma non ha nulla di diverso rispetto a tutte le altre espressioni religiose. In fondo tutte le religioni sono uguali, tutte sono vie di salvezza. Quando si dice così, il cristianesimo viene ridotto alla religiosità del mondo naturale e così via.
Ebbene quando Montini affronta l’argomento, si copre le spalle con una serie di pensatori della scuola tomista, di S. Tommaso, quindi si richiama ad autori che sono sicuramente ortodossi, ne cita tre, Spiazzi, Maritain, autore prediletto da Giovan Battista Montini, e Garrigou-Lagrange. Tra l’altro lì ho fatto una piccola scoperta: ho visto che il testo che Montini cita di Garrigou-Lagrange era stato segnalato sulla Scuola cattolica del 1954 proprio da Luigi Giussani ed è probabile che Montini abbia preso nota di questa edizione del testo di Garrigou-Lagrange proprio dalla segnalazione di Giussani, quindi una conferma della circolarità, diciamo così, dei riferimenti come tali. Montini distingueva nettamente tra la religiosità naturale, come disposizione naturale dell’animo verso Dio e rivelazione storica. Era chiarissimo su questo punto, le ambiguità del modernismo venivano perciò rifiutate. Una cosa è la religiosità naturale, ogni uomo desidera l’infinito, diremmo, desidera qualcosa che è ultimamente Dio, altra cosa è la rivelazione storica, che ti dice concretamente e in maniera chiara qual è la forma di Dio, qual è il volto di Dio come tale. Chiarito questo, però, Montini chiariva anche che senza valorizzare la dimensione religiosa, la religiosità diventava formale, esteriore, una pura abitudine. Ma una religiosità esteriore, non era, dice Montini nella sua pastorale, non era in grado di sopportare la sfida degli anni ’50, quella del laicismo borghese e del marxismo, per la quale lo stadio religioso era uno stadio pre-moderno. Qual era l’accusa degli anni ’50 della cultura dominante in Italia? Il tempo della fede è scaduto, ormai l’industria, la tecnica, la scienza moderna, portano a dominare la natura, l’uomo non ha più paura della natura e quindi non ha più bisogno di nessun Dio a cui rivolgersi, l’uomo è diventato adulto, non è più un bambino, solo i bambini, le donne e i vecchi possono ancora credere. Ma l’uomo adulto, l’uomo che fonda sull’azione sulla tecnica, sulla manipolazione della natura la sua maturità, quell’uomo non può essere più religioso. Ecco perché a metà degli anni ’50, nell’ambito della Lombardia, che era la punta avanzata insieme al Piemonte della modernizzazione dell’Italia, ecco perché Montini intravede nella valorizzazione della dimensione religiosa la risposta alla cultura dominante, onde al tempo stesso sollevare la fede da una pura convenzione, da un tradizionalismo impotente di fronte a questa prospettiva. Per Montini il senso religioso è strutturale, innato, naturale, lo chiama vis appetitiva, citando S. Tommaso, è una forza del desiderio connaturale alla natura, inestirpabile. Quando dice strutturale, vuol dire che non c’è nessuna epoca della storia che può distruggerlo. Nel passaggio dal Medio evo al Moderno, non viene meno questo bisogno, non è la modernità che distrugge la sete di Dio, il bisogno religioso. Quindi Montini in qualche modo affermava il perenne desiderio di Dio dell’animo umano, al di là delle caratterizzazioni sociologiche del variare della società. Non è il passaggio dalla campagna alla città o dalla campagna all’industria che elimina il bisogno di Dio, come la sociologia del tempo, con le sue teorie della secolarizzazione, andava affermando in quegli anni. Sono tutte queste definizioni che ritroviamo nel testo di Giussani alla lettera. Chi avrà la pazienza di metter a confronto i due testi se ne accorgerà. Giussani definisce il senso religioso come strutturale, lo definisce come inclinazione e usa il termine vis appetitiva, forza, appetitivi, che è un termine tomista e lo definisce come l’unità dell’istintivo e del razionale, dell’inconscio e del conscio ed è per questo che usa l’espressione “sintesi dello spirito”. Cioè la dinamica religiosa, attraversa l’affettività, la volontà e la ragione, attraversa i tre momenti che costituiscono lo spirito umano ed è sintesi, punto culminante, in seguito dirà punto culminante della ragione, ma è anche punto culminante della libertà e punto culminante dell’affettività. E usava la stessa espressione di Agostino, che Montini citava in latino: “ci hai fatti per te”. Da questa espressione esordisce il testo di Giussani, “ci hai fatti per te”, ci hai creati per te, a tua immagine, noi abbiamo l’immagine di te, per questo c’è un fuoco inestirpabile in noi, perché ci hai creati con questo timbro, l’impronta creaturale, naturale, non sovrannaturale, naturale, creaturale, con cui siamo fatti. Al pari di Montini anche Giussani evitava la confusione modernistica tra naturale e soprannaturale. Questo era il vero punto delicato della questione, la confusione tra natura e grazia, tra naturale e sovrannaturale. Il senso religioso appartiene alla natura e senza la grazia non raggiunge il suo obiettivo. La rivelazione non è un prodotto della religiosità naturale. Ricordate, nel “Senso religioso” del ’86, dirà che quando si arriva al culmine, il metodo si capovolge e passiamo dal metodo dello spirito delle esigenze esistenziali all’indagine storica. Per capire se la rivelazione è vera, non devo partire dal senso religioso, devo partire dall’ esame della storia di quello che accade, dell’avvenimento, della conoscenza dell’avvenimento, devo capire cosa mi accade fuori di me, non dentro di me. Quindi la religiosità non è la chiave che può spiegare tutto, è solo il fuoco che muove la mia attenzione, che mi porta ad essere attento a ciò che accade, che mi porta a percepire l’avvenimento quando accade. L’impostazione era sicuramente scolastica nel rapporto tra naturale e soprannaturale, in quegli anni non poteva che essere così, lo dico anche positivamente. Giussani veniva dalla scuola di Venegono, dalla grande scuola di Vengono, che aveva tra i suoi maestri Carlo Colombo, Giovanni Colombo, Pino Colombo, tutti Colombo, Gaetano Corti e Carlo Figini. Vi dico questi Colombo perché, come nota umoristica, perché ho dovuto distinguere tra i vari Colombo, talvolta non si capiva se era Pino, Giovanni, oppure Carlo, segno inequivocabile della Lombardia, scuola lombarda senza possibilità di equivoco, ma grande scuola lombarda, direi la più grande scuola teologica in Italia, non ha avuto più paragoni d’allora e ciò che è Venegono oggi, non ha la grandezza di ciò che era Venegono ieri, questo assolutamente. Comunque, l’ho potuto verificare perché anch’io non avevo le idee chiare su questo, erano tutti tomisti, ma di un tomismo non tradizionalista e chiuso, un tomismo aperto all’agostinismo, quindi un tomismo aperto al desiderio del soprannaturale in qualche modo.
Danielou. Le fonti di Giussani, brevemente il tempo è tiranno, le fonti di Giussani erano due: Montini e Danielou. Danielou: io avevo scritto qualcosa, non ho dovuto cancellare nulla perché è veramente l’altra fonte importante del “Senso religioso”. Il testo esce in Francia nel ’56, in Italia nel ’57. Danielou è uno della Nouvelle Théologie, della scuola di De Lubac, però nei rapporti tra naturale e sovrannaturale singolarmente si rifà a Romano Guardini, il quale su questo punto si rifà a S. Tommaso. E’ una cosa singolare, perché Guardini è un agostiniano, ma su questo punto Guardini si rifà chiaramente a Tommaso. E Danielou ne riprende letteralmente l’impostazione. quando parla della religione dei popoli, questo appartiene alla natura, la rivelazione è un’altra cosa. Danielou era importante per Giussani e lo dice lui in una intervista, perché gli ha insegnato la positività della religiosità extra biblica, gli ha insegnato che le altre religioni non sono opera del demonio, non sono tutte negatività, ma c’è del positivo nelle religioni del mondo. Gli studi di Eliade, di Van der Leeuw lo indirizzavano qui, al tempo stesso Danielou segnalava, seguendo Guardini, la profonda differenza tra le religioni del mondo e Gesù Cristo. Diceva Danielou: Zoroastro e Buddha sono profeti di Cristo, ma quando dopo Cristo si oppongono a Cristo, diventano segni dell’anticristo. Quindi prima di Cristo sono profeti, ma i profeti non devono opporsi. La lettura nel ’96 dei testi di Montini e Giussani fu quindi per me molto importante. Permetteva di sorprendere una affinità ideale tra due protagonisti del cattolicesimo del ’900, al di là di quella che era allora, ma anche oggi, l’opinione comune. Per questo vorrei sottolineare l’importanza, come dire, teologico-politica anche di questa accoppiata, di questo mettere insieme quella visione comune che vedeva montiniani e ciellini come le due anime opposte, irriducibili, del cattolicesimo italiano. Quindi potete capire da questo che non è stato semplice. Si sapeva che l’ultimo Paolo VI aveva approvato e incoraggiato l’opera di don Giussani; si sapeva anche delle sue difficoltà ad intenderlo, da arcivescovo di Milano; ciò che non si sapeva, che io non sapevo, era però quanto Giussani dipendesse da Montini nell’elaborazione ideale del suo punto di vista sull’umano, perché “Il senso religioso” è il punto di vista di Giussani sull’umano. E’ quello che gli ha permesso di dialogare con tutta la sensibilità moderna, con i giovani. Parlava con i giovani, non immediatamente, proponendogli un discorso frontale, come dire, o sei cattolico o no, o segui la morale cristiana oppure no; partiva dalla ricerca del senso della vita. Il senso religioso è la categoria mediante cui Giussani dialoga con la modernità, e non è un puro tradizionalista. Questa è la diversità della posizione di Giussani, che gli ha permesso di valorizzare tutta la letteratura moderna, che gli ha permesso di valorizzare un ateo inquieto come Giacomo Leopardi. E’ singolare, noi siamo abituati a queste cose, ma valorizzare Leopardi non era così semplice, anche se il suo maestro Giovanni Colombo lo faceva. No. Si sapeva tutto questo, dicevo, ma appunto questo era il punto ignoto, non facilmente accettabile, ieri e oggi. Quanto a ieri, mi limito qui a dire come alla fine degli anni ’90, un mio saggio dal titolo Da Montini a Giussani, per farvi capire la difficoltà di questo, non poté essere pubblicato nella edizione italiana di una rivista internazionale; poté essere pubblicato in una rivista, in Tracce, ma, come dire, con molta circospezione, con alcune modifiche – rendendo con ciò omaggio al coraggio di Tracce, perché alla fine degli anni ’90, anche lì il tema era controverso. Non poté essere pubblicato, dopo mesi di attesa, in una nota rivista dell’area montiniana. Nonostante il direttore fosse un mio caro amico, me lo rese dopo mesi e mi disse: Massimo, mi dispiace, vedi se trovi un’altra sede.
Questo libretto che avete tra le mani, che uno pensa sarà un libro religioso, edificante, è una bomba, questo testo è importante nel dibattito teologico politico italiano! Io vorrei che lo capiste, perché se no uno legge le cose solo come scritti edificanti e non capisce niente della modalità con cui accadono. I tempi non erano maturi. Oggi, tra le recensioni apparse del volume, tra le quali voglio ricordare quelle molto belle di Andrea Tornielli su Il Giornale, di Maurizio Crippa su Il Foglio, tra l’altro lo stupendo libro di Tornielli su Paolo VI, che per la maggior parte parla di Montini, permette di capire su tanti punti come Montini era vicino a Giussani su tante cose. Pensate che nel ’25 deve dimettersi da assistente della FUCI, perché aveva messo insieme ragazzi e ragazze in una proposta educativa, questo suscitava scandalo e fu costretto a dar le dimissioni. Quanti punti in comune: lo stesso approccio alla sensibilità moderna, la stessa voglia di dialogare con i giovani, tanti punti di contatto. Ebbene, insieme a queste recensioni, ricordo una molto bella di Andrea Galli, il titolo dice tutto, “Montini e Giussani, l’amicizia che non ti aspetti”, uscito sull’Avvenire. Bello questo: l’amicizia che non ti aspetti! Esattamente opposto quello di Marco Politi, su La Repubblica: “Montini e Giussani, cattolici opposti”. Vedete, Politi ha capito benissimo il messaggio del volume, ma si preoccupa subito di stoppare, bloccare, ogni possibile apertura e di ribadire l’ideologia che deve salvaguardare gli steccati. Mentre Galli è positivamente sorpreso da una vicinanza ideale, che rompe un luogo comune; Politi si preoccupa di chiudere le porte, gli avversari devono rimanere avversari, non si possono mettere in discussione gli schieramenti.
Concludendo. Il piccolo volume che questa sera presentiamo permette di riandare alle origini del pensiero di Giussani e consente al contempo di cogliere uno scambio ideale che la “communio” cattolica rende possibile anche tra chi ha sensibilità diverse. Non si tratta in questo caso di una forzatura, di una operazione politica, non è questo. Quando alla fine degli anni ’90 scrissi quel saggio breve di cui vi ho parlato, mi è stato riferito che Giussani ne fu molto contento e disse: ora non potranno più dire che ero contro Montini. Questa fu la sua soddisfazione e il suo commento. Il testo ora edito rende giustizia a questa affermazione e permettere di intendere, in profondità, il legame tra i due, tra questi due grandi del cattolicesimo del ’900 e permette di comprendere le fonti dell’opera, forse più nota, di Giussani nel mondo. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Massimo Borghesi, davvero grazie per il tuo preziosissimo lavoro e per questa ‘bomba’ appunto che non è da perdere, perché non è erudizione, ma è conoscenza reale.
Grazie a Prades per il suo contributo. In fundissimo et dulcis chiamo don Stefano Alberto.
Che ci presenterà questo libricino di Angelo Scola, Il Padre nostro – Conversazioni con Cristina Uguccioni, edito dalla Cantagalli, è un testo tratto da: Lasciarsi guardare da Dio, sempre un dialogo con Angelo Scola ed è un piccolo accenno di catechesi, in forma di dialogo. Don Stefano Alberto.

STEFANO ALBERTO:
Molto brevemente, per non abusare della vostra pazienza… mi hanno tirato dentro questa presentazione e io, non lo sapevo neanche, mi sono trovato in catalogo.
La prima reazione che ho avuto è stata: guarda, è una operazione un po’ commerciale che fa Cantagalli, fare un estratto di un libro. Poi, leggendo, mi pare di dover segnalare, discretamente, che Il Padre Nostro è un affresco straordinario ed è un atto di estrema delicatezza che la Chiesa, seguendo le indicazioni di Gesù, ce lo faccia ripetere tutti i giorni. Si sente più che la preoccupazione del teologo, la sollecitudine del Pastore. Che cosa sono queste sette domande, che il Signore stesso ci ha consegnato? “Quando pregate, innanzi tutto domandate e non sprecate tante parole, ma dite: Padre Nostro”.
E, commenta Scola, questa preghiera è ben più imponente – lui dice molto più imponente – nella sua brevità del giudizio universale della Cappella Sistina: c’è dentro tutto l’umano. Questa preghiera è ben più imponente se noi, col passare degli anni, la lasciamo tracimare dentro la nostra coscienza, spesso intontita dalle mille distrazioni della vita, solo allora, lentamente, essa ci rigenererà. Vale la pena spendere tante parole per una preghiera che dovrebbe evitare di sprecare parole, su suggerimento stesso di Gesù? Vale la pena per renderci conto di che cosa stiamo veramente domandando. E la seconda preghiera che ciascuno di noi ha imparato, dopo l’Ave Maria, che è più corta.
Voglio sottolineare, dei vari commenti a queste sette domande – invitandovi poi a leggere il libro – i due aspetti che mi hanno particolarmente colpito.
Il primo è proprio la parola Padre. Non c’è nessuna esperienza dell’uomo, nessuna esperienza religiosa, in cui facciamo esperienza, pronunciando la parola Padre, di una distanza, di una dissomiglianza – perché Dio è altro da noi, totalmente altro, Mistero – e nello stesso tempo una familiarità: Padre, ma Padre (vi ricordate, la conclusione di uno dei capitoli del Senso Religioso?), “Tam Pater nemo”, così Padre non c’è nessuno.
Questo paradosso, la profondità del Mistero e una familiarità inaudita. “Padre nostro”, non diciamo “Padre mio”. E qui ci sono dei bellissimi passaggi, che ora, per ragioni di tempo non cito, di questo “nostro”, di questo nostro ritrovarci insieme, che non è, né una nostra intenzione, né un nostro progetto, ma lo scoprirci messi insieme, lo scoprirci strutturalmente domanda, lo abbiamo sentito prima…
A proposito apro una piccola parentesi. Mi permetto di tornare indietro, non è uno scoop, ma una pista di una ricerca che continua. Giustamente è stato detto: Giussani si ispira a Montini, ma ci sono alcuni segnali, deve essere successo qualcosa di interessante in quegli anni ’56-’57, non vorrei che fra qualche potremmo dire – ma occorre che ci siano fatti che non ci sono ancora, che potrebbero però saltare fuori -: Montini, nella stesura di quella lettera, si ispirò a Giussani. Ci sono degli indizi, tenetela per voi, non ditela a nessuno… Ecco, è l’esperienza di questa – proprio perché siamo Suoi, a Sua immagine – di questa struttura originale per cui il cuore dell’uomo è lo stesso, le stesse esigenze, le stesse domande, la stessa sete di felicità, anche se questa esigenza, queste domande, questo grido, questa sete si esprime in modi diversissimi, a volte anche contraddittori. Ed è questo l’aspetto, secondo me, che viene messo molto bene in luce ne “Il Padre Nostro”. Per l’uomo che incontra Cristo, per il battezzato la vera dimensione, il luogo in cui impariamo a domandare, il luogo i cui impariamo che Dio è Padre è la Communio, è la comunione che nasce, ripeto, non da un nostro progetto, da una nostra intenzione volitiva, da una nostra consonanza psicologica, ma dallo scoprirci abbracciati, salvati, amati, perdonati. È molto importante – questa è la prima sottolineatura, ne farò solo un’altra e poi chiudiamo -. La sottolineatura è questa: “Venga il Tuo regno” è stato interpretato in questi ultimi anni, in particolare in questi ultimi decenni dopo il Concilio, come qualche cosa che accadrà alla fine; la fede ridotta alla salvezza escatologica, fuori, dopo, alla fine della storia. Invece, “Venga il Tuo regno”, la parola “regno” inizia qui. Da dove inizia, osserva Scola? Dalla Resurrezione. “Se siete risorti con Cristo”, scrive Paolo ai Colossesi; la Resurrezione è un fatto, è una dimensione attuale, che non è solo propria di Gesù, la Resurrezione di Cristo, ma che, anche grazie al bellissimo mistero della Vergine Maria assunta in cielo con il suo vero corpo, individua un dinamismo già in atto nella storia. Certo, non è ancora compiuto, ma “Venga il Tuo regno” inizia qui. È questa novità, “dinamismo rigenerante” lo chiama nel suo linguaggio Scola, che il Risorto sia impresso agli uomini, alla storia, al cosmo. C’è un segno, è quella diversità umana, quella pienezza dell’umano, dell’uomo che segue Cristo. Se uscite di qui e andate in giro, se avete girato in questi giorni, non c’è bisogno di spiegare troppo questo, basta guardare, lasciarsi colpire. Faccio uno degli esempi più clamorosi, perché tutti si sciolgono, improvvisamente, anche i tipi più insospettabili, che so, anche il Governatore della Banca d’Italia, Draghi che dice: “no, no.. io vado nei salottini”, ma no, facciamo un giro.. va nel caffè dei nostri amici là e dice: “cosa sono questi uomini in divisa?”, sono Secondini… “Secondini? Perché?”, perché qui ci sono dei carcerati. “Carcerati veri?”.. eh, carcerati veri, non ci sono carcerati finti…. Non ha più parlato..
O quando il Ministro Sacconi, sempre a quel bar lì, parla col nostro amico Franco, e dice: “Ma vi pagano?” eh, sì, lavoriamo e ci pagano, “ahhh!”. Franco gli fa: calma, io quei soldi li uso per far studiare mia figlia, così, anche se sono in carcere, continuo ad esserle padre. Il Ministro Sacconi, è rimasto – mi hanno detto – cinque minuti in silenzio…
Potremmo passare ore a raccontarci queste cose, che naturalmente non troverete mai sui giornali, come acutamente, con la sua lucidità ha notato l’amico Antonio Socci (ma noi non è che facciamo le cose per finire sui giornali). Questa diversità umana: “Venga il Tuo regno”, che innanzi tutto è una domanda di cambiamento e innanzitutto è una domanda che quell’abbraccio del Padre ci raggiunga, ma non fuori dal tempo, non fuori dalla storia, non alla fine, adesso.
In questo senso, il grande miracolo, la primizia della Resurrezione è il grande miracolo della Chiesa, di questa umanità rimessa continuamente insieme, continuamente rigenerata dal Padre.
C’è un secondo aspetto che vi segnalo, poi andate a riprenderlo voi. Mi colpisce perché gliel’ho già sentito dire un paio di volte ed è una cosa un po’ audace, molto misteriosa, quindi vi accenniamo appena, perché pretendere di spiegare o anche di capire fino in fondo queste cose, si rischia sempre la presunzione. Quando diciamo: “Sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra”, “Sia fatta la Tua volontà” non vuol dire che siamo schiavi, servi – “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa cosa fa il suo padrone, vi ho chiamati amici” – “Sia fatta la Tua volontà – scrive Scola – si identifica con la compagnia stupenda e premurosa di un Padre che si trova all’origine della mia vita, che mi accompagna, giorno per giorno, lungo tutta l’esistenza, sino al destino finale. C’è un disegno del Padre su di me, ma è un disegno d’amore e quindi di libertà, non c’è niente della Ananke greca, della necessità, di una predestinazione meccanica, in cui l’uomo sarebbe nient’altro che stritolato in un ineluttabile meccanismo. Non si tratta di un destino che mi sovrasta in termini totalmente prestabiliti, predeterminati, un destino che io posso solo subire. Certo, qui tocchiamo questioni vertiginose, la predestinazione, siamo creati a immagine di Dio, ma l’immagine di Dio è quella del Dio che si è fatto uomo, l’uomo Gesù, Gesù Cristo, vero Dio, vero Uomo. Se il destino è venuto ad essere compagno della mia vita, ecco, il disegno divino, la Sua libertà che è infinita, non si dipana nella storia senza di me. Dio ha bisogno degli uomini, Dio ha bisogno del mio sì. Qui c’è una immagine molto bella di Sant’Ambrogio che dice: certamente il Protagonista della storia è Cristo, ma Cristo – scrive Sant’Ambrogio – è come uno che sta alla porta e bussa, insistentemente bussa, non smette mai di bussare, ma non si permetterebbe mai di entrare se tu non gli aprissi la porta, aspetta solo che tu gliela apra, e attende pazientemente, fino a lasciarsi mettere in croce.
Ha una tale stima della mia libertà, nonostante i limiti della mia libertà, che si lascia inchiodare a una croce, pur di rispettare la libertà. E qui c’è questo mistero: c’è un disegno, ma non è un disegno predefinito. Questa è la sottolineatura a cui voglio richiamarvi: la potenza della nostra preghiera. La preghiera dell’uomo, la mendicanza -ricordate Miguel Manara: tendo la mia ciotola vuota e mendico il tuo amore – la preghiera fatta con insistenza, che per il don Gius è il vertice della libertà umana, può cambiare il disegno. In questo senso Scola accenna a quel dialogo impressionante di Abramo e Dio, sul destino di Sodoma. Abramo insiste, insiste a lungo, affinché Dio desista dai suoi propositi e Dio cambia idea perché si muove a compassione (la compassione, che in ebraico vuol dire l’utero della donna di Dio, le viscere di donna di Dio). Avrebbe mille ragioni per intervenire, ma c’è questa ragione potente che è misericordia. Un ultimo accenno: “Liberaci dal male”. Qui Scola riprende Giovanni Paolo II, quando, nel suo ultimo libro, ha una intuizione geniale e dice “la scelta di Dio”, per cui tante volte l’uomo, di fronte all’immensità del male, dice: “Ma dove sei, dov’eri?” (il grido di Benedetto XVI a Auschwitz), ma pensiamo anche a tante vicende… “la scelta di Dio non è quella di combattere il male frontalmente, ma di limitarlo col bene”. Anche l’invocazione “liberaci dal male” chiama in causa la comunione, il frutto della Resurrezione di Cristo. Pensate a questo Meeting, già oggi, sui giornali, esplodono di nuovo fiamme, fulmini, tuoni, comincia a scorrere di nuovo l’odio, sembra dire: ok, avete lavorato, avete fatto una cosa bellissima, una settimana, ma è tutto finito. Come esiste una non solidarietà nel male, una solidarietà negativa del male, per cui esso si diffonde – il male che io faccio diventa male nell’altro e nell’altro – c’è una solidarietà positiva nel bene, che a sua volta è diffusivo. Sembra tante volte che il Signore aspetti, che il Signore non voglia prendere di petto le questioni, ma il Signore risponde sempre: non c’è una equivalenza tra il male e il bene. Il bene resta. Anche qui, “non indurmi in tentazione, liberami dal male” viene spiegato con due frasi del libro di Benedetto XVI: non lasciarmi troppo nella prova, perché sono fragile, vieni in mio soccorso, vieni a salvarmi. Ma anche questa domanda è bellissima, questa osservazione, che la mia domanda è ridestata dalla domanda continua che Cristo ci insegna a fare, dalla domanda che Cristo continua a farci. È la domanda che Cristo ha fatto a colui che l’aveva tradito, tagliando corto su tutte considerazioni dei tradimenti passati, presenti, futuri: “Ma tu, mi ami tu?”.
È bello questo suggerimento – e concludo – quando preghiamo il Padre Nostro, immedesimiamoci in Pietro, lasciamoci fare questa domanda.
Non dico altro, se non un’ultima frase che dà la ragione – ci mettete 20 minuti, ci ho messo più io a parlarne che voi a leggerlo – di leggere questo libro: “più ci si addentra – scrive il Patriarca – nel Mistero del Padre Nostro, più ci si rende conto che esso racchiude la totalità della vita in tutte le sue manifestazioni”. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, don Pino, un saluto a tutti, buona serata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

19:00

Edizione

2009

Luogo

eni Caffè Letterario D5