INVITO ALLA LETTURA - Meeting di Rimini
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INVITO ALLA LETTURA

Un lavoro soprannaturale. La mia vita nell’Opus Dei
Presentazione del libro di Pippo Corigliano (Ed. Mondadori). Partecipa l’Autore, Portavoce Opus Dei.
A seguire:
WILLIAM CONGDON. L’avventura dello sguardo
Presentazione del libro di Pigi Colognesi (Ed. San Paolo). Partecipa l’Autore, Giornalista.
A seguire:
Adesso, 365 giorni da vivere con gusto
Presentazione del libro di Paolo Massobrio (Ed. Comunica). Partecipa l’Autore, Presidente Club di Papillon.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Un benvenuto a tutti. Cominciamo questo appuntamento quotidiano di incontri di presentazione di libri, che sono sostanzialmente il tentativo del Meeting di captare riflessioni, storie, soggetti che riguardano un ampio spettro della vita, della cultura, della conoscenza. Sarà collocato in due momenti: uno alle quindici e uno alle diciannove, e ci saranno varie proposte. Oggi ne abbiamo tre, una di seguito all’altra si alterneranno mentre io rimarrò come filo conduttore e i nostri amici, autori o personaggi, ci aiuteranno a incontrare questi testi, questi libri. Oggi abbiamo tra noi Pippo Corigliano, che è la terza volta che viene al Meeting di Rimini, portavoce dell’Opus Dei: gli facciamo un applauso per la sua presenza qui. Siamo molto contenti di ritrovarti. Lui è ingegnere, nato a Napoli, e ha scritto questo libro con l’intento di raccontare al vasto pubblico, alle persone che non sono addentro alle vicende della vita sociale e ecclesiale, europea, nazionale e internazionale, la sua personale storia. Infatti il libro intreccia la sua storia personale con quella dell’Opus Dei in Italia. Prende le mosse dal 1960, quando Pippo ha aderito a questa proposta, a questo incontro, questa esperienza – come noi di Comunione e Liberazione chiamiamo la conoscenza – con il fatto cristiano. Poi il libro si dipana fino ai nostri giorni, con un grande spaccato sugli anni Ottanta, gli anni in cui si vede la prelatura dell’Opus Dei, cioè il riconoscimento, la nascita giuridica in seno alla Chiesa, dell’Opus Dei e anche del grande pontificato di Giovanni Paolo II. Sono gli anni in cui Corigliano diventa portavoce, responsabile del centro di Roma dell’Opus Dei: hanno a che fare con la comunicazione che, come abbiamo letto, molte volte è stata anche difesa, tentativo di spiegare, chiarire zone d’ombra, ripulire dal catrame che i mass-media costantemente hanno dipinto attorno alla storia, alla nascita e alla vicenda anche personale degli aderenti all’Opus Dei.
Sono molto belli gli inizi del libro, di questa giovinezza universitaria, tra un innamoramento serio e l’invito di un amico universitario ad andare a sentire un prete. E ci si va quasi per caso, con qualche pregiudizio, con la voglia magari di schernire colui che è stato invitato. In realtà si intravede altro, una vita che non si conosceva. Lui parte da questi spunti e racconta la sua esperienza personale che si intreccia con la vita della nostra società. A me ha colpito molto. Corigliano vi racconterà la genesi del libro e qualche fatto, qualche figura che qui è raccontata. Grandi incontri: oltre a quello con il Papa, quelli con grandi giornalisti, da Ostellino a Indro Montanelli, all’editore Leonardo Mondadori. Lui dice: la missione dell’opera – Opus Dei, l’Opera di Dio – era ed è aiutare i comuni cristiani a incontrare Gesù nella vita di tutti i giorni, a vivere la vita ordinaria con una fede straordinaria. Noi abbiamo preso a nostro motto una frase di Benedetto: che l’eroico diventasse quotidiano e il quotidiano diventasse eroico. Neanche l’Opus Dei ha forme di adesione formale: forse per questo, lui dice che non si capisce, in un mondo in cui tutto è formalizzato o associazionisticamente posto. Se non c’è niente oltre i fatti materiali, come fa ad esserci qualcosa che ci lega, ci mette insieme? Sostanzialmente si va al nucleo della questione – lui dice – come avvenne nelle prime comunità cristiane, perché lo spirito e l’idea, il desiderio del fondatore, Escrivà de Balaguer, fu proprio questo, che lui mise nella frase di una preghiera che diceva sempre: Domine, ut sit!, Signore, che si faccia. Che si faccia che cosa? Che si faccia quello che attendo, che si faccia quello che non so ancora, di questa tensione ideale voglio fare l’oggetto della mia vita fino al cambiamento della persona. Ecco… Corigliano, ci racconti? Grazie.

PIPPO CORIGLIANO:
Benissimo, intanto vi ringrazio di dedicare attenzione in un’ora come questa, non facile, soprattutto d’estate. Il libro non è stato una iniziativa mia ma del direttore della divisione libri della Mondadori, Gian Arturo Ferrari. Leonardo Mondadori ci aveva presentati, eravamo diventati amici. Mentre si pensava a cosa scrivere dopo Il Codice da Vinci – perché anche gli editori, certi editori, comunque una coscienza ce l’hanno -, a fare un libro sull’Opus Dei com’è in realtà, visto che Il Codice da Vinci dava un’immagine grottesca, lui dice: guarda, scrivilo tu, tutto quello che hai dovuto passare a spiegare l’Opus Dei ai giornalisti. Io gli avevo proposto due autori americani. Così è nato questo libro in cui ho cominciato a raccontare proprio l’inizio. Infatti il titolo non doveva essere Un lavoro soprannaturale, che è un po’ pretenzioso, ma Sognavo una MG verde, perché prima di conoscere l’Opus Dei, il mio orizzonte era piuttosto banale, cioè una MG verde, che sarebbe una Spider che allora andava forte. Esiste tuttora la MG, quella con la ruota dietro con le cose metalliche, con i raggi, la borsa del tennis e una bionda indifferenziata al fianco. Era questa la mia Weltanschauung, come direbbero i tedeschi, la mia visione della vita. A questo titolo è stato preferito Un lavoro soprannaturale, un po’ serioso. Per cui, ecco, non avevo pretese. Invece è andata a finire che è stata un’occasione per raccontare tante belle persone che ho conosciuto e visto, cosa che d’altra parte accade anche nella vostra esperienza. Ci sono tante belle conversioni che si devono all’attività di CL, basta andare alle persone. Una persona che mi è stata molto cara è Indro Montanelli, che è stato un vero signore, e anche Leonardo Mondadori, col quale la Provvidenza mi ha consentito anche di vedere una conversione portata all’atto pratico. A Leonardo Mondadori si deve anche l’edizione e il lancio del primo libro di un Papa, Giovanni Paolo II; anche questo è un frutto della conversione. Si vede così come, da una parte, quello che conta è voler bene alle persone e non spaventarsi, dall’altra, che poi chi agisce è la Provvidenza. Ancora mi ricordo, con Leonardo stavamo mangiando un po’ di riso in un ristorante, secondo la sobrietà milanese. Gli dissi: guarda, ti vorrei presentare un sacerdote che, anche se è di Capri, però non fa sconti. Poi, se non ti trovi bene, vediamo. E lui invece poi si trovò bene ed arrivò ad una conversione veramente piena, cioè proprio molto apostolica, col desiderio di avvicinare gli altri. Parlava di confessione, di agire nel mondo della comunicazione in maniera apostolica e compagnia. Per cui, ecco, il libro racconta anche molti di questi personaggi: Enzo Biagi, che ho conosciuto un po’ di meno, un altro grande, Ettore Bernabei, tuttora vivente. Ha 88 anni, ha messo su una casa di produzione totalmente da solo perché, come sempre succede quando uno pensa di fare una cosa buona, poi si ritrova solo. Questa è una caratteristica che accompagna, come tutte le dicerie che ci sono sull’Opus Dei: si vede che chi segue Gesù ha in fondo una sorte simile alla sua. Gesù non è Giulio Cesare né Alessandro Magno, Gesù non vince, Gesù apparentemente fallisce, Gesù muore sulla croce da solo con la mamma e un giovanotto. Ciononostante, gli anni si contano dalla sua nascita. E’ vero: “Il mio Regno è di questo mondo”, cioè, le cose di Dio portano sempre con sé una specie di contraddizione, non c’è stato un santo di cui non si sia, non solo frainteso il messaggio, ma detto esattamente l’opposto di quello che diceva. Così Escrivà consigliava di distinguere l’istituzione dal lavoro professionale. Ed ecco che invece vengono attribuite all’Opus Dei trame occulte, visto che di esplicite non ce ne sono. Per cui, come dice Vittorio Messori, che è un altro amico lungo questo tragitto: quando dicono della potenza, Pippo, tu non smentire, lascia credere… Perché alle volte può essere utile essere considerati potenti, però, ecco, diciamo che la potenza di chi segue Gesù è sapere che la Provvidenza provvede. E anche questa magnifica scoperta indicata da Ratzinger… Mi ha fatto tanto piacere vedere Ratzinger stamattina così in sintonia con voi, perché ho l’impressione che Ratzinger proprio voglia bene a tutti, come poi si conviene a un buon Papa, però con CL si trovi a casa sua. Insomma, si è visto che aveva un particolare rapporto. Allora, nella “Spe salvi” ha scritto una frase che mi ha lasciato veramente sorpreso: “Quando uno fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione”. Avevo sentito delle analogie tra l’amore umano e l’amore divino, ma che addirittura uno, quando è innamorato, capisce la salvezza… è un po’ forte! Dire addirittura che lo stato dell’innamoramento è proprio del cristiano! C’era Nietzsche che, quando sfotteva i cristiani, diceva: “Io li vorrei vedere con la faccia dei salvati”. In un certo senso ha ragione, perché in effetti il cristiano triste non si capisce. Stando qui, osservavo e mi dicevo: la cosa che più si nota è la contentezza, l’allegria, oltre alla generosità di tanti ragazzi. Ecco, i cristiani, più sono cristiani, più hanno la faccia dei salvati e quello che dice Ratzinger è che addirittura il cristiano deve avere la faccia dell’innamorato, perché effettivamente l’innamorato ha una faccia speciale, non è che diventi più bello – uno è quello che è -, ma da un certo punto di vista l’innamorato è più bello. Quando mi dicono che i ragazzi che frequentano centri formativi, l’Opera, quello che sia, fanno dei passi avanti, dico: quasi non ce n’è bisogno che me lo diciate, perché si vede, diventano più belli. Effettivamente, più ci si avvicina a Dio, più si ha l’esperienza dell’amore vissuto e non soltanto in astratto.
L’ultima volta che ho visto il fondatore dell’Opus Dei è stato nel ’75, sarebbe morto dopo due mesi. Mi disse: “La cosa peggiore che possa succedere è che non si noti che ci vogliamo bene”. Non una cosa cattiva, ma addirittura la peggiore che possa succedere, è che non si noti. Ci sono uomini che dicono alla moglie: “Ma certo che ti voglio bene, perché lavoro per te tutto il giorno”. Alla moglie, giustamente, questo non basta, vorrebbe qualcosa di più. E allora è stato un buon maestro anche per gli innamorati, nel suggerire anche quella cosa inutile. Infatti, c’è stato uno che ha fatto un ritiro di tre giorni: la moglie, come succede al primo ritiro, era molto seccata. In genere le mogli dicono: “Non stai mai con me, ci mancava solo il ritiro”. Dopo il ritiro, lui ha imparato, ha preso per la prima volta in vita sua un mazzo di fiori e si è presentato a casa. La moglie era reduce da tre giorni di lotta con i bambini terribili. Ha aperto la porta, ha visto questo mazzo di fiori, la faccia del marito sorridente sopra e ha commentato: “E ci mancava solo il marito ubriaco”. Era una cosa del tutto nuova ma i fiori sono necessari, mentre per la psicologia maschile il fiore è inutile, non serve. Mentre a chi è maestra nell’amore come le donne, che devono esserlo fino in fondo, cioè essere sempre madri, consigliava Escrivà di trattare il marito come il più piccolo dei figli. Ecco perché alle volte le donne sanno creare il paradiso in terra; però, quando decidono di non crearlo, ci riescono perfettamente e mettono l’uomo in condizione tale che sbaglia, qualsiasi cosa faccia.
Essere innamorati di Dio significa essere innamorato degli altri, saper vedere dappertutto delle persone. Quando lasciai Indro Montanelli nel 1980 a Milano, perché mi trasferivo a Roma, gli dissi: “Guarda, Indro, ti porterò dal Papa e tu lo sai il perché”. Spesso lui era d’accordo, non dico che lo aggredivo ma gli raccontavo parabole evangeliche, gli spiegavo che la confessione fa bene da tutti i punti di vista, ecc. A lui piaceva sentire queste cose, sapeva che era per questo che lo volevo portare dal Papa Giovanni Paolo II. Ma quando arrivai a Roma vidi che l’ambiente non era per niente favorevole perché, mentre Papa Giovanni Paolo II, se uno lo invitava per la strada, ci andava a casa, invece, giustamente, l’establishment considerava l’incontro con il Papa come un premio. E allora dicevano: “Perché dobbiamo premiare Montanelli che è stato un anticlericale?”. Ne parlai con Navarro che in quel periodo era in gran forma e lui mi disse: “Però non possiamo fare soltanto Montanelli”. All’epoca era direttore del Giornale. Allora io dico: “Va bene, invitiamo anche il direttore del Corriere della Sera”. Andai a trovare Ostellino, che mi vide come l’arcangelo San Gabriele perché gli chiesi: “Senta, vuole andare a cena col Papa?”. Rispose: “Come no!”, perché per un giornalista, per quanto laico, una cena col Papa è la consacrazione di una carriera. Per cui ci fu questa cena con Ostellino e poi quella con Montanelli, che lui nel libro descrive molto bene. Ho ripreso quell’articolo che il Sole 24 ore pubblicò quando Giovanni Paolo II morì. Indro correttamente aveva sottoposto il suo articolo a Navarro, che lo aveva passato al Papa. E il Papa disse: “Va bene, si può pubblicare, però dopo la mia morte”. Allora Indro lo mise in un cassetto e disse: “Lo pubblicheremo dopo la sua morte”. E il condirettore commentò: “Indro, ma tu quanto pensi di campare?”. Lui era del 1909, il Papa del 1920, c’erano 11 anni di differenza. In effetti così è stato, è morto prima Indro e poi il Papa. Comunque, è un articolo bellissimo proprio perché Montanelli in questo è insuperabile. Oltre a essere un gran signore, è stato quel grande scrittore che tutti abbiamo apprezzato. Quando avevo 15 anni già si diceva “un Montanelli”, per dire uno che sapeva scrivere. Avevo conosciuto la sua mamma, che era una cattolica fervente e diceva: “Indro è vivo per miracolo, e lui lo sa”. Era una devota del Padre nostro, mi raccontò come aveva salvato Indro che era stato condannato a morte dai tedeschi. La mamma di Indro era la persona a cui lui più voleva bene. Quando ebbe l’attentato si preoccupò della sua mammetta, come la chiamava, le fece fare il black out attorno, fece “rompere il televisore”, poi la chiamò e tranquillamente le disse: “Sentirai dire di un attentato ma è stata una sciocchezza”. Il Papa era informato di questo, dopo l’incontro gli disse: “Senta, vorrei dire un Padre nostro per la sua mamma”. Andarono nella cappella e, senza metterlo in imbarazzo, il Papa si mise davanti e disse il Padre nostro per la mamma di Indro. Per dire che poi tutti questi personaggi, che alle volte sembrano anche lontani, distanti e difficili, hanno anche loro una mamma, un lato umano, e soprattutto hanno un padre, Dio, per cui, ecco, questa nostalgia di Dio in realtà tutti ce l’hanno. E’ vero, difendere l’Opus Dei è stata una faticaccia, ma è anche vero che instillare l’amore di Dio è stata una grande gioia.

CAMILLO FORNASIERI:
Solo una battuta. Nel libro dici ad un certo punto: “L’Opus Dei vuole proporre una vita cristiana normale, un cristianesimo per quello che è”. Se vuoi, un accenno sulla condizione di normalità, su come la vivi.

PIPPO CORIGLIANO:
Uno della RAI molto simpatico venne a trovarmi, non ricordo per quale motivo. Mi disse: “A me l’Opus Dei piace. Il lavoro. Per questo io ho divorziato da mia moglie, per il lavoro”. Risposi: “Guarda, allora non ci siamo proprio”. Nel senso che, evidentemente, il primo requisito per la santificazione del lavoro è che si alle volte inquadrato in una vita d’amore. Una vita d’amore che è sempre una vita a dimensione familiare. In fondo, la Trinità è famiglia. Si dice che la Trinità è difficile da capire, senz’altro sì, tre persone e alle volte un’unica sostanza, un’unica natura. D’accordo, se ci mettiamo sulle categorie filosofiche è difficile da capire, però un padre e un figlio lo capiamo, e che ci sia amore tra padre e figlio. E così anche la dimensione in cui Gesù ha vissuto, a parte la famiglia di Nazareth, è sempre stata una dimensione di tipo amicale. Per quanto riguarda il lavoro, tutti pensiamo che San Giuseppe abbia lavorato bene, però non riusciamo ad immaginarci un San Giuseppe fanatico della falegnameria. Per la santificazione del lavoro, è importante il fatto di inquadrarlo in una vita d’amore. Ecco, questo sì, l’ho imparato da Escrivà. In napoletano, come d’altra parte anche in spagnolo, lavoro si dice “faticare”, è una concezione del lavoro dopo il peccato originale, come fatica. Però c’è anche questa dimensione del lavoro fatto bene come espressione d’amore. Quando ci chiede un lavoro una persona a cui vogliamo bene, cerchiamo di farlo bene. Se una persona a cui vogliamo bene desidera una cosa, cerchiamo di procurargliela subito: allo stesso modo, un lavoro ben fatto è segno del nostro amore per Dio. Nello stesso tempo, è un’occasione per avere un rapporto con gli altri. Sappiamo tutti che il lavoro è, per l’80%, rapporto con gli altri. Saper vedere negli altri delle persone, quindi dei figli di Dio, è favorito dall’essere innamorati di Dio. Da una parte, allora, santificare il lavoro nel senso di farlo bene, santificarsi nel lavoro nel senso di farlo con amore, santificare gli altri col lavoro, cioè utilizzare i rapporti di lavoro e di amicizia per avvicinare le persone a Dio. Perché poi è Dio che si lascia avvicinare, l’importante è pregare.
Una delle cose che più mi stanno aiutando in questi ultimi mesi è un’idea molto semplice, che la Provvidenza provvede. Noi alle volte ci preoccupiamo che le cose di Dio vadano male, pensiamo di doverci dar da fare per aiutare Dio. Invece, le cose non stanno così: è Dio che si dà da fare per aiutare noi. Ecco, dobbiamo vivere come diceva il curato d’Ars, che tanto piace al Papa: “Vivere come pesci nell’acqua”, in un rapporto di orazione con Dio, di rapporto felice con Dio. E aver fiducia perché poi, a livello operativo, la fede vuole dire fiducia. Non voglio togliere tempo agli altri due scrittori presenti che mi sembrano, oltre che bravi e famosi, anche simpatici. Vorrei lasciare a loro il microfono e vi ringrazio della pazienza.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie a Corigliano per le sue parole e la contentezza che ci ha testimoniato.
Il libro di Colognesi è un libro importante, perché ci avvicina a una grandissima figura di artista e di uomo: William Congdon. E’ arrivato il tempo di conoscerlo veramente. Al Meeting lo abbiamo sentito nominare in tanti, forse questa è l’occasione per accostarsi ad una figura eccezionale del secolo appena passato, del Novecento, di cui tutti siamo figli. Per chi già lo conosce, è l’occasione di andare più a fondo perché la figura di Congdon è di una ricchezza e di una profondità che richiedono una vicinanza, una consuetudine di tempo passato insieme a guardare le opere ma anche a leggere e conoscere i suoi pensieri che erano sempre riflessioni sull’esperienza. Colognesi ci offre un romanzo epistolare, come recita la copertina, una cosa un po’ particolare. A me è piaciuta, è un dialogo con Congdon nella forma di lettere ricevute da lui, lettere talmente autentiche che non le ha scritte lui, lettere ricevute da una consuetudine affettiva, da un’amicizia profonda che lui ha avuto. Sono lettere dove Colognesi cerca di riassumere anche la forza degli sguardi, le mille parole dette, tutta una documentazione delle frasi e dei diari scritti da questo artista. Per farsi raccontare di nuovo, farsi stupire ancora dall’esistenza di Bill Congdon. Colognesi prende le mosse da un episodio che smentisce il desiderio di chiedere sempre alle persone grandi di spiegarci qualcosa di loro. Come spesso accade quando si chiede a un vero artista di spiegare la sua opera, lui rimane sconcertato dalla nostra grettezza, dal nostro non saper guardare. Congdon diceva sempre che i quadri sono dei figli, sono qualcosa che arriva, che non fai tu e non faccio io: è l’avvenimento, qualcosa che accade, che si genera attraverso la trasparenza di me stesso. Sono fatti importanti per imparare a giudicare la storia dell’arte ma anche l’arte di questo tempo. Una chiave di lettura, un criterio che la vita di Congdon ci offre. Io ho detto fin troppo. Colognesi è un intellettuale libero, è stato direttore di Tracce, responsabile della Fondazione Russia Cristiana per quanto riguarda l’archivio, la comunicazione, collabora con vari giornali, oggi scrive anche sul Sussidiario.net. E’ una persona appassionata alla cultura, soprattutto conosce veramente le grandi persone, capta e ferma delle cose profonde, dei segreti. Raccontaci qual è la cosa più decisiva del cuore di Congdon, della sua visione, dacci qualche accenno sul tema della religiosità nell’arte, rivelaci cos’era la conoscenza per Congdon. Tre cose piccole piccole, così andiamo via con un’idea forte.

PIGI COLOGNESI:
Comincerei da quest’ultima, perché mi sembra che connetterci con il tema del Meeting sia indispensabile. Una brevissima annotazione: perché ho scritto questo libro? Perché ero molto amico di Bill e vedevo che molte persone attorno a me, che pure ne avevano sentito parlare, non avevano potuto godere della stessa esperienza di rapporto conoscitivo che è stata, per me, essere amico suo. Dico rapporto conoscitivo perché io sintetizzo la ricchezza del Bill nei suoi occhi, in un certo modo di vedere, mai ovvio, mai scontato. Il modo di vedere di chi non dice mai “sì, lo so già”, o di chi si soddisfa quando sente ripetere le cose di cui è già convinto. Stare di fronte a Bill, come stare di fronte ai suoi quadri, era sempre stare di fronte a una provocazione, andare aldilà di quello che già si sapeva. Perché la conoscenza è un processo infinito, non possiamo metterci nell’ottica di chi porta a casa un risultato per soddisfare se stesso.
Pensate al Meeting: uno che viene qui e non ha lo sguardo aperto di un bambino, di chi è disposto ad imparare, a crescere, a mettere in discussione quello che sa già, è uno che perde il suo tempo. Ecco, stare con Bill per me significava essere continuamente spalancato ad una prospettiva non ovvia, ad un particolare che non mi sarebbe mai venuto in mente. Guardate questa copertina, è un particolare di Piccione morto, una serie che Bill ha fatto ad Assisi nel ’68. Questo quadro è nato così: lui aveva una casa in un vicolo di Assisi, aveva un piccolo orto che coltivava. Un mattino passò un cacciatore che stava andando nei boschi intorno ad Assisi, vide un piccione che si era posato in mezzo alla verdura, nell’orto, e così, per gioco, prese il fucile e uccise il piccione. Bill sentì il colpo, uscì e vide il cacciatore che se ne andava, ormai lontano, e il piccione che moriva dentro la verdura. E’ sempre stato impressionato dal tema della morte, l’ultima frontiera della conoscenza, perché uno che vuole conoscere perché c’è la morte, il significato delle cose, non si accontenta delle cose banali… Bene, arrabbiato nero perché un uomo aveva inutilmente ucciso il piccione, entrò in casa e si mise a scrivere le riflessioni che questa cosa gli suscitava.
Bill era uno che, per fare i suoi quadri, usava, oltre che tantissima spatola, tantissimo la penna. Infatti la Fondazione a lui dedicata ha un patrimonio straordinario di scritti, tutto da riscoprire. Lui usava scrivere e usava ascoltare la BBC: accese la radio e sentì che a Los Angeles avevano assassinato Bob Kennedy, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, come già era stato assassinato suo fratello John, che degli Stati Uniti era diventato presidente. Improvvisamente, il piccione è diventato Bob Kennedy e Bob Kennedy è diventato il simbolo dell’uomo che muore per la cattiveria di altri uomini. Ecco, questo è un artista, uno che guarda così, che è capace, guardando un piccione che muore in un prato, che per noi può essere una banalità assoluta, di fare il nesso con il più grave fatto di politica internazionale di quel giorno e scoprire che c’è un nesso, anzi, che la ragione lo chiede, perché l’ingiustizia di un piccione che muore inutilmente è la stessa ingiustizia per cui muore Kennedy, è la stessa ingiustizia per cui muoio io. Questo è lo sguardo conoscitivo di un grande artista, e per me è stato sempre sorprendente che stare di fronte a lui significasse continuamente essere rilanciato in un orizzonte ulteriore, in nessi assolutamente imprevedibili. Capite che, quando ho desiderato scrivere una vita del Bill, come avevo fatto per padre Scalfi, per farvelo conoscere, non potevo fare un biografia normale, non potevo mettermi lì a dire: “William Grosvenor Congdon è nato a Rhode Island nel 1912, ecc.”.
Per far capire la vibrazione di questo sguardo artistico, non bastava una biografia normale, bisognava fare qualcosa di strano… Allora mi venne in mente come l’ho conosciuto io: è stato un caso, perché poi la conoscenza è sempre un avvenimento. Ho conosciuto Bill per lavoro. A Tracce, allora Litterae Communionis, volevamo fare un servizio su di lui e fui mandato dal direttore a curarlo. Diventammo amici: due giorni dopo, quando tornai a casa, trovai un bigliettino suo che mi ringraziava. Cominciammo a frequentarci e una volta successe l’evento ricordato da Camillo, da cui prendo le mosse per la mia biografia. Di fronte a un suo quadro, gli chiesi di spiegarmelo e lui si arrabbiò. Non perché i quadri non siano spiegabili, lo sono, e il libro è anche il tentativo che lui stesso fa di spiegare i quadri. Era sbagliato il mio atteggiamento, voleva la ricetta pronta, le cose ovvie, quelle che sai già, non voleva iniziare un’avventura dello sguardo. Per cui lui mi fece l’accusa più violenta che poteva fare un uomo: “Hai lo sguardo del turista”. Anzi, da americano mi disse turisto. Lo sguardo del turista è lo sguardo di chi non si lascia provocare, di chi non ha un reale interesse a conoscere, di chi non vuole andare aldilà dell’ovvio… E magari dice sì. Vi faccio un esempio che non c’entra con Bill ma con un altro grandissimo artista, Caravaggio. Un giorno andai con due giovani amici a fare il classico tour di Caravaggio a Roma. Prima tappa, sant’ Agostino: La Madonna dei pellegrini. I due giovanotti da me accompagnati entrano dentro e dicono: “Ma che bello, Caravaggio, la realtà, la luce…”. E hanno fatto discorsi che sapevano già, che avevano sentito. E io: “Ma ragazzi, non vedete niente? Certo, la luce, la realtà… Non vedete che è una fotografia? Il quadro è fuori per una mostra e questa è una foto, non un Caravaggio”.
Capite cosa vuol dire lo sguardo? Chiedendogli di spiegarmi, io volevo evitare la fatica di guardare e lui a questo non ci stava. Ti costringeva a guardare tu, perché facessi la tua avventura come lui aveva fatto la sua. Tant’è che alla fine tu stesso scoprivi delle cose che lui ti ringraziava di aver scoperto nei suoi quadri, delle cose che lui non aveva visto. E questo è straordinario, perché è proprio l’idea di avvenimento. Partendo da questo episodio vero, io immagino che lui mi scriva un biglietto e mi dica: “Guarda, mi spiace che tu sia rimasto male perché mi sono arrabbiato e ti ho dato del turista, però mi hai proprio fatto arrabbiare e quindi ti dico le cose come stanno. Dopo tu mi hai chiesto di aiutarti ad avere un altro sguardo, e io ti aiuterò scrivendoti… Immagino che lui mi scriva queste 32, 33 lettere, non ricordo più, in cui tutti i fatti sono veri però sono messi sotto la forma letteraria di lettere che lui scrive a me, magari anche rispondendo ad altre lettere che io fingo di scrivere a lui. Quindi, le lettere non sono vere: non fate come qualcuno che ha scritto nelle recensioni: “Ritrovate lettere di William Congdon”. No, le ho inventate tutte io, come spiego alla fine, però immedesimandomi in lui e col rapporto che avevo con lui. Questo lui è un personaggio veramente fuori dal comune. E’ nato nel ’12, nella stessa notte in cui andava a picco il Titanic. Questa è stata come una stigmate che ha segnato la sua vita nel senso del mare, della nave, della morte. Ha sempre amato viaggiare, ha sempre amato rappresentare delle navi. Lui era figlio di una famiglia dell’altissima borghesia di Rhode Island, uno dei primi stati d’America, ed era avviato a una tranquilla carriera di avvocato in una famiglia ricchissima. Ma questo stigma della morte, che per lui da bambino ha significato difficoltà di rapporto con il padre, non gli ha consentito di seguire questa strada normale e ovvia. L’ha innestato per incontri del tutto casuali, perché fu un suo amico che lo invitò ad andare a dei corsi d’arte dove lui si appassionò e cominciò come scultore. Poi venne in Europa, rifiutò di fare il soldato durante la guerra, guidò le autoambulanze. Lo scontro con la terribile violenza della guerra accese il suo dono artistico, permettendogli di fare alcuni dipinti straordinari. Quando lui entrò nel campo di Bergen-Belsen, dove i nazisti avevano portato anche gente che veniva da altri campi di concentramento, vide una donna distesa sul letto e un uomo seduto sul ciglio che mangiava con un cucchiaio da una ciotola di brodo. Gli chiese: “Perché non dai da mangiare anche a lei, che è evidentemente affamata?”. L’uomo rispose: “Ho già provato sei volte, ormai per lei non c’è più niente da fare. Non riesce più a trattenere neanche un cucchiaio di brodo”. Per Bill questo giovanotto rappresentò la ribellione dell’impotenza di fronte alla morte. Lo costrinse a prendere carta e penna e a fare a carboncino questo ritratto. Come se l’arte potesse salvare dalla morte. Era così impressionante la cosa, che la donna si accorse che le facevano il ritratto e si sistemò una ciocca di capelli. Ma non era – lui dice – un vezzo femminile, era come se anche lei volesse partecipare a questo atto salvifico attraverso l’arte. E così la morte, e l’arte che salva dalla morte, segnano sin dall’inizio la carriera artistica del Bill, che poi torna in America e ovviamente non può più, dopo un’esperienza del genere, vivere nella tranquilla, alto-borghese Rhode Island e gustarsi i suoi soldi. Andò a New York, non nella ricca New York ma in un quartiere malfamato, nella Bowery, dove ancora una volta cercava di carpire il miracolo di un arte che salva dalla morte. E così è stato per tutti i suoi viaggi, è stato il suo enorme successo in quegli anni, è stata una sua ricerca che però lentamente consumava gli oggetti da cui si aspettava la speranza. Fosse Venezia, l’estremo Oriente, fosse il deserto del Sahara, tutti gli oggetti che gli suscitavano un’immagine artistica da cui sperava la vittoria sulla morte, ultimamente lo deludevano fino alla disperazione, che lo condusse ad un aut aut in cui lui, invece della morte, scelse di accettare la proposta che gli aveva già fatto, anni prima, don Giovanni Rossi ad Assisi, cioè la fede cattolica. E lui, che era stato educato nel protestantesimo puritano, che lo aveva evidentemente abbandonato perché insignificante rispetto alla sua esigenza, si trova cattolico. Si trova cattolico nel ’59, battezzato: ma aveva bisogno, come intuì Paolo Mangini, che da allora in poi gli fu amico e compagno, di una amicizia.
Questa amicizia fu originariamente la Pro civitate cristiana di Assisi, appunto. Poi divenne CL, cioè l’incontro con don Giussani nel movimento ed il gruppo adulto in particolare (i Memores Domini), che fra l’altro Bill affrontò e visse sempre da artista, con tutta la difficoltà dell’artista. Era un solitario, per cui trovarsi a raccontare la propria esperienza in un incontro, così come noi siamo abituati a fare, era una cosa che non sopportava. Gli dava fastidio, era come tirargli via la carne dalle ossa. Non fu una cosa semplice, per lui, essere cristiano, dentro una comunità: fu una lotta continua, una lotta che ebbe anche una fase artistica drammaticissima, perché gli americani lo avevano dimenticato. Lo hanno detto gli amici del Bill, quelli che esponevano con lui alla Betty Parson Gallery, cioè Rothko, i Pollock, quelli che hanno quotazioni miliardarie e sono morti di alcoolismo o di suicidio. Bill si è ucciso diventando cattolico, anzi, papista, come dicono gli americani doc.
Molti cattolici non si trovavano tanto bene con questo pittore strano che pensava sempre e solo all’arte, perché questo era il dono che lo trascinava. Passò dei momenti difficili, da convertito, molto duri, per capire cosa fosse la fede e cosa fosse la compagnia, cosa fosse la comunità. Ma qui è straordinario notare come chi è leale con il proprio cuore, con le proprie esigenze, prima o poi raccolga i frutti della fedeltà. E la fedeltà del Bill nello stare a Gudo, nello stare nella casa, nello stare con gli amici, nel restare fedele alla sua pittura, ha generato quest’ultima stagione incredibile della sua produzione artistica, quella del cosiddetto “periodo della Bassa”, dove tutto quanto è stato di angoscia, tutto quanto è stato di dolore, tutto quanto è stato di morte trova lentamente una sua straordinaria pacificazione.
Mi folgoravano i suoi quadri della nebbia, per cui lui dice: cosa c’è di più tragico per un artista che svegliarsi al mattino, aprire la finestra e non vedere niente? Ma se hai il coraggio di spingere in avanti l’avventura del tuo sguardo, scopri che quello non è niente, è qualcosa, nasconde degli oggetti, ha dei colori, ha delle sfumature, é ricco di potenzialità e di possibilità. Allora la nebbia diventa simbolo di quella grande avventura che l’uomo fa quando spinge il proprio sguardo al di là dell’apparenza, perché tu non sei quello che io vedo, sei molto di più. E così voglio concludere raccontando due episodi – nel libro li faccio raccontare da lui -, per me folgoranti dal punto di vista della grandezza conoscitiva che ha l’uomo. Dopo un po’ di anni dalla nostra amicizia, ero diventavo direttore di Tracce, di Litterae Communionis e feci un inserto su di lui. C’era un pastello che si era messo a fare quando era già vecchio, con l’artrosi, e non poteva più fare il grande gesto del pittore sulla tela. Il pastello era nell’ultima pagina. Mi sono dovuto assentare dalla redazione per qualche giorno, e non ho potuto vedere la realizzazione finale dell’inserto. Quando lo vedo stampato, il pastello è capovolto. Io capisco che se uno lo vede così sottosopra può fare fatica: Bill non era mai astratto, ha sempre rappresentato qualcosa di concreto. Anche le cose che sembrano più astratte, come questo pastello, sono sempre qualcosa che lui ha visto, e se impariamo lo vediamo anche noi. Comunque, mi stampano il pastello capovolto. Io devo andare dal Bill che aspettava con ansia e portargli l’inserto, ero terrorizzato. Lui comincia a guardare le prime pagine, in tutto erano 16. In me aumenta la sudorazione. Prima che giri l’ultima pagina, gli dico: “Bill, guarda che abbiamo sbagliato”, e mento. “Però ce ne siamo accorti subito e abbiamo fatto solo 100 copie” dico. “Te l’ho portato subito perché eri ansioso, dopo le facciamo giuste”. In realtà volevo fare il contrario, farne 100 giuste per lui e le altre, ormai, erano andate tutte, le altre 40.000 copie. Lui mi guarda con sospetto, guarda l’ultimo pastello. Dico: “Vedi, è capovolto, abbiamo fatto così e colà”. E lui: “Oh! È molto più bello a gambe all’aria”. Sicuramente lo ha fatto per gentilezza nei miei confronti, ma se si fosse arrabbiato avrebbe reagito violentemente, come quella volta che gli chiesi di spiegarmi un suo quadro. Guardandolo a testa in giù ha visto un altro ritmo nel quadro, ha visto una certa musicalità dei tratti, ha visto una certa bellezza che non aveva mai visto, perché l’aveva sempre guardato a testa in su. Era come se mi invitasse: non fermarti, neanche davanti a un quadro, all’apparenza, non fermarti mai, guarda sempre oltre, cerca sempre oltre come è nella natura della tua ragione, della tua intelligenza.
L’ultimo episodio, veramente folgorante, per me indimenticabile. Una volta arrivai nel suo studio. Lui mi chiamò alla finestra, da cui vedeva questi elementi – i campi, il fosso… – e mi disse: “Ma tu cosa vedi là fuori?”. Io risposi: “Un albero!”. E lui: “Ecco, io invece vedo il nulla da cui un altro sta facendo un albero”. Questo è lo sguardo, non tanto dell’artista, l’artista ci aiuta in questo, ma è lo sguardo dell’uomo razionale, perché quell’albero non c’era e qualcuno lo sta facendo. Andare oltre l’apparenza significa cogliere l’aspetto di mistero gratuito che ogni cosa, soprattutto ogni persona, ha. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie Colognesi, grazie Pigi, davvero convincente nella sintesi, nella profondità, nell’interesse che ci suscita questo libro, per cui davvero non perdiamolo. Si trova qui in libreria, è un’occasione da riprendere, spunti legati al tema di cui parleremo in questi giorni. Mi colpiva la descrizione della vita di Congdon come una tensione continua ad oltrepassare quello che si consuma, quello che vediamo consumarsi… Davvero la conoscenza è ridotta oggi a quella del turista che, come il cosmopolita nell’illuminismo, deve conoscere tutto il mondo ma con una conoscenza che consuma gli oggetti, cioè consuma l’alterità. Invece la conoscenza che sta all’avvenimento trova sempre nuovi particolari dentro la stessa natura. L’avvenimento si approfondisce e nuovi amici, nuovi fatti entrano dentro, per cui un’opera cresce. Questa è veramente la dinamica culturale vera, quindi grazie per avercela raccontata in sintesi. Grazie, Pigi.
Trovare le radici concrete di quello che nella vita si può chiamare gusto, bellezza, possibilità di comunità. Spartire qualcosa di buono e di bello insieme. Da giovane, lui ha voluto fare quello che fa, sono pochi quelli che ci riescono. Il suo progetto è andare al fondo, alla radice di quel fenomeno che oggi ha interesse per tutto ciò che riguarda il mangiare, il bere, il vivere bene. Ecco, Massobrio e i suoi lavori sono l’argomento. Il suo tema in realtà è un altro, perché lui vuole andare alla radice. Gli chiediamo di raccontarci oggi questo libro che si chiama 365 giorni da vivere con gusto. Fa riferimento al 2010 ed offre, giorno per giorno, una possibilità di compagnia e di lettura con dei piccoli temi. Ve ne leggo alcuni, perché echeggiano anche uno stile antico, quello ad esempio dell’ablativo assoluto degli antichi scritti romani, e riguardano le cose elementari, le cose della vita, della natura, dell’universo. “Il cibo si fa gusto” che, come sintassi, riecheggia un altro verso in latino, “Il Verbo si fa carne”… Lui è uno che, al contrario di tanti altri che non citano mai i maestri o chi ha detto le cose, fa sì che tutta questa ricchezza di popoli, di persone, ricompaia nei suoi testi, come in questo diario. Gli chiedo di raccontare come è nato e di descrivere quel nucleo di collaboratori che ha dato vita al Club Papillon vari anni fa.

PAOLO MASSOBRIO:
Intanto, grazie, Camillo, perché come sempre hai colto perfettamente il cuore di questo lavoro. Questo libro è firmato da me, Paolo Massobrio, però non l’ho pensato e concepito io. Io partecipo a questa opera che nasce dal decimo capitolo de Il Senso Religioso, dove don Giussani a un certo punto parla di un ordine e dello stupore per questo ordine che domina il mondo. Mia moglie Silvana, che è l’editore di tutti miei libri, colpita dal lavoro che stavamo facendo, ha detto: perché non proviamo a lavorare su queste idee, sull’ordine davanti al disordine che lo vuole distruggere? Nel disordine c’è anche l’appiattimento del gusto, perché non proviamo a stare davanti a questo ordine? Che cosa vuole dire nel campo della professione, che cosa vuole dire per noi che siamo padre e madre, che abbiamo una famiglia? E poi ci siamo detti: come facciamo? Anche se conosciamo tanto nel campo del gusto, del vino, del mangiare, non basta perché qui occorre parlare della bellezza e siamo ignoranti. Dobbiamo farci aiutare, se vogliamo fare un libro che porta la bellezza nella nostra vita e nelle case. Questo libro ha la scansione di un’agenda ma io non lo chiamo agenda, lo chiamo libro della famiglia: deve essere bello, innanzitutto. Quindi, non facciamo un piano economico, pensiamo a come può essere bello. Quindi, il colore, ci vuole un pittore che porti questa bellezza. Il primo anno abbiamo chiesto a Letizia Fornasieri, che credo tu conosca, se ci dava tredici dei suoi quadri. L’anno dopo a Maria Teresa Carbonato, quest’anno a un altro autore che dopo vi presento, Francesco Toniutti, che ha fatto apposta tredici quadri. Bene, mano a mano che abbiamo cominciato a fare questo libro, per raccontare la bellezza che c’è dentro questo ordine, abbiamo anche scoperto un metodo di lavoro: imbarcare tutte le persone che incontravamo in un anno e che ci dicevano qualcosa di significativo rispetto a questo stare dentro un ordine toccando la bellezza. Poi abbiamo avuto la fortuna di avere incontrato dei bravissimi realizzatori di libri come Monica e Beppe, grafici bravissimi che già facevano altri libri. Beppe e Monica hanno fatto le foto di questi libri, perché anche le foto devono essere belle, tutto deve essere bello.
E allora questa è una collettiva, e dentro questa collettiva si vuole far capire una cosa: che stando dentro quest’ordine, si percepisce che il gusto è il segno di qualcosa d’altro, è una cifra che comincia a descrivere chi siamo. Faccio una carrellata veloce, leggendo i nomi e dicendo di cosa si occupano. Per esempio, Silvana e Raffaella sono redattore e capo redattore di questo lavoro, Raffaella ha coordinato tutte queste persone che all’inizio dell’anno magari sono 15, poi diventano 25. Silvia Benzi ha cominciato a raccontare come si descrivono le favole ai bambini, quindi ci sono 12 pillole su come si raccontano le favole. Donata Carmo è stata la prima a fare questo lavoro, già nel 1975, a raccontare come si affrontava la quotidianità. Dal suo lavoro siamo partiti per farne un altro che aveva l’impianto delle vecchie agende di una volta. Guido Clericetti, un amico: ce lo ricordiamo in gioventù, era straordinario, le sue vignette erano folgoranti. L’ho rincontrato a Roma in un bar storico, gli ho detto: “Guido, perché non descrivi la frase – ogni mese noi scegliamo una frase che dice qualcosa di significativo rispetto al tema principale -, perché non fai una delle tue vignette?”. E Guido Clericetti ha detto: “Sì, ci sto”. E si è rimesso a fare queste vignette con gli omini dagli occhi a croce. Poi c’è sempre una personalità che ogni anno ci propone le frasi. Quest’anno è stata Rita Sanguigni di Roma che ha un blog molto visitato, dove racconta esattamente quello che anche noi volevamo raccontare. Gabriele Crescioli, per lavoro si occupa di sicurezza alimentare: allora ci spiega come conservare gli alimenti. Chiara Di Palo l’abbiamo conosciuta recentemente, fa dei disegni bellissimi, addirittura le abbiamo chiesto di fare una mostra un mese fa, e l’ha fatta, di otto pannelli, potete vederla nello stand di Papillon, dove raccontiamo il senso del nostro lavoro. Claudia Ferrarese è una produttrice di Barolo ma soprattutto una pittrice e una poetessa: ci racconta come rendere bella la casa, come arredarla, come giocare coi colori. Marco Gatti è il mio compagno di avventure, il mio grande amico con cui facciamo tanti altri libri: ci racconta la nostra passione, il vino, come si assaggia, come si conosce. Paola Gula ci da’ degli sprazzi letterari e soprattutto ci insegna come si degustano i vari alimenti. Roberto La Pira scrive sul Corriere della Sera e ci insegna come leggere le etichette e quali insidie vi si nascondano dietro. Maurizio Lega ci insegna come si fa l’orto sul balcone, come si coltiva un fiore, come si riesce ad avere un rapporto con la terra. Fabio Molinari ci racconta 50 prodotti in Italia, a volte non molto conosciuti. Walter Muto ha portato un aspetto di bellezza che io non sapevo come si potesse raccontare, la musica nella nostra vita. Quando nacque il club di Papillon, al Meeting, don Giussani rilasciò un’intervista a Libero in cui diceva: “Dopo la poesia e la musica, la bellezza per gli uomini si esercita attraverso il cibo e il vino”. Proprio in quel giorno, in cui prendeva forma questo movimento di consumatori, abbiamo chiesto a Walter Muto di sviluppare questo aspetto della musica. Andrea Nicola è un farmacista fantasioso di Aosta e ci racconta che rapporto avere con i medicinali. Elena Notari fa l’astrofisica: abbiamo iniziato questo lavoro anche grazie alla provocazione di un amico astrofisico che noi chiamiamo Binocolo, Marco Bersanelli, il quale, un giorno, mi disse: “Ma Paolo, se il problema del Creatore era alimentarci, che bisogno c’era di tanti cibi, di tanti alimenti, e negli alimenti le varietà? Perché c’è questo?”. La domanda è ancora aperta ed è lo sviluppo per cui raccontiamo queste cose. Dunque, Elena Notari ci racconta che cos’è l’universo, quest’ordine che domina il mondo. Simone Padoan è il più grande pizzaiolo che esista al mondo, lavora a San Bonifacio: a lui abbiamo chiesto i segreti della pizza. Giuseppe Perrone è il fotografo che, insieme a Monica, ha curato l’anima di questo libro. Eugenio Pol è il più grande produttore di pane, vive in alta Val Mastellone in Valsesia, con sua moglie, è un matto a cui abbiamo chiesto di raccontarci i segreti del pane. Mauro Raffa e Lucia Vanzon li ho conosciuti quando stavamo chiudendo il libro, fanno gli erboristi. Ho scoperto che in Cina conoscono 10.000 erbe, la nostra medicina ne conosce solo 50, probabilmente si è perso qualcosa, dal Medioevo a oggi. Allora ho chiesto a Mauro Raffa e a Lucia di raccontarci questo mondo straordinario conservato fino alle soglie del secolo scorso dai monaci benedettini. Barbara Roncarolo ci spiega le ricette veloci, lei scrive su una rivista di cucina a livello nazionale. Barbara Ronchi della Rocca è maestra di bon ton e ci insegna le buone maniere in rapporto con le persone anziane, un problema che iniziamo ad affrontare tutti, con i genitori che diventano anziani e i parenti. Le buone maniere non sono una cosa snob, è un modo per fare star bene l’altro che è accanto a noi. Giovanna Ruo Berchera è la nostra maestra di cucina, che ha provato tutte le ricette – tre per settimana – che ci sono in questo libro, 150 circa. Davide Tessaro è un homebrewer, uno che fa la birra in casa: ci insegna anche quest’anno i suoi segreti. Fabrizio Venturini era un ragazzo che faceva le scuole superiori ad Alessandria, oggi è uno dei 14 monaci della Cascinazza dove, tra l’altro, stava Congdon: fa la birra insieme ai suoi confratelli ed è la personalità che ha descritto giorno per giorno il santo del giorno. Anche dire chi è il Santo del giorno, del quale magari portiamo il nome, è un’avventura molto bella, sarebbe da leggere dall’inizio alla fine solo quella parte lì. Primo Vercilli è un medico dietologo che ha scritto un libro straordinario come Maramangio: pensa che la dieta non sia una privazione ma una tensione al gusto e quindi anche al bello. Andrea Voltolini invece ci ha raccontato come avere un rapporto con gli animali in casa: una volta al mese ci descrive un tipo di animale.
Ecco, messi insieme, tutti questi elementi sono la vita, la vita di ciascuno, la vita di una casa, di una casa che – come diceva il Vangelo proprio stamattina – diventa bella, di un uomo e una donna che insieme rendono bella la vita in una casa. Uno allora dice: “Stasera vado a casa, che bello”. Siccome ci siamo accorti – e questo è il bisogno a cui abbiamo cercato di rispondere – che tanti saperi non si sono più trasmessi tra generazioni, noi abbiamo deciso di fare questo libro. Quando l’abbiamo detto a Rizzoli, che lo distribuisce, il responsabile ci ha detto: “Meno male, perché era da due anni che nessuno faceva più un libro del genere”. Quindi, si era anche rotto un cordone ombelicale di conoscenze, nonostante che oggi abbiamo Internet e possiamo arrivare a tutto. Dentro questo libro, dentro queste nozioni, c’è una grande domanda, che è la domanda che mi faceva Bersanelli al Meeting: perché c’è il gusto? Perché questa cosa che ci interpella tre volte al giorno, mangiare, è una cosa che non deve, non può essere lasciata al caso, ma merita di essere affrontata con attenzione. Noi proviamo a farlo insieme a tanti amici e anche a tanti lettori, perché sono più di 20mila quelli che tengono in casa questo libro e lo sfogliano ogni giorno.

CAMILLO FORNASIERI:
Complimenti, davvero bello e convincente anche questo. Vi leggo una frase, una di quelle che guidano i mesi, è di Albert Camus e dice: “Se c’è un peccato contro la vita, è forse non tanto disperare, quanto sperare in un’altra vita e sottrarsi all’implacabile grandezza di questa”. Massobrio e questa compagine di persone, che vengono da esperienze le più diverse, ma che sono catturate da un comun denominatore, sono contro lo spiritualismo, cioè: è un’altra la vita piena, perché in questa c’è dentro anche il dolore. Ma non è così. Si pensa sempre che tutto è per essere consumato, o per una conoscenza passeggera, cioè fine a se stessa. Invece, andare al fondo è il tema che loro si sono prefissi e che sta iniziando ad avere anche un grande seguito. E’ veramente un’occasione avere in casa questo libro. Grazie, Paolo, per la tua avventura e per i suoi collaboratori.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

eni Caffè Letterario D5
Categoria
Testi & Contesti