IMMIGRATI, LA VERA ACCOGLIENZA: TRA DIRITTI E DOVERI - Meeting di Rimini

IMMIGRATI, LA VERA ACCOGLIENZA: TRA DIRITTI E DOVERI

Immigrati, la vera accoglienza: tra diritti e doveri

23/08/2011 - ore 19.00_x000D_ Partecipano: Robert George, McCormick Professor of Jurisprudence at Princeton University; Patrick Weil, Directeur de Recherche CNRS au Centre d'Histoire Sociale du XXe Siècle, Université Paris-I; Joseph H. H. Weiler, Director Straus Institute for the Advanced Study of Law & Justice and Co-Director Tikvah Centre for Law & Jewish Civilization at the New York University. Introduce Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all'Università degli Studi di Firenze.

Partecipano: Robert George, McCormick Professor of Jurisprudence at Princeton University; Patrick Weil, Directeur de Recherche CNRS au Centre d’Histoire Sociale du XXe Siècle, Université Paris-I; Joseph H. H. Weiler, Director Straus Institute for the Advanced Study of Law & Justice and Co-Director Tikvah Centre for Law & Jewish Civilization at the New York University. Introduce Andrea Simoncini, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Firenze.

 

ANDREA SIMONCINI:
Allora, iniziamo questo incontro che ha per tema Immigrati, la vera accoglienza: tra diritti e doveri, un tema tra i più scottanti. Siamo stati bombardati negli ultimi mesi da queste immagini prese dall’isola di Lampedusa, l’arrivo di questi barconi pieni di persone: molto spesso, più che persone, sono stati percepiti, anche per il modo con cui i media ne hanno parlato, come problemi. Un’immagine potente, emotivamente coinvolgente. Il problema degli immigrati o dell’immigrazione evoca paura, disagio, sospetto. Eppure, nel titolo del nostro incontro si usa un’altra parola: accoglienza, vera accoglienza. E questo è già il primo punto che vogliamo affrontare con i tre relatori che abbiamo invitato. Innanzitutto, l’immigrazione, le emigrazioni, prima che essere un problema sono un fatto nelle nostre società, un fatto che abbiamo di fronte agli occhi e che soprattutto – sia che lo connettiamo al tema della globalizzazione, in termini economici, politici, all’incremento delle possibilità di trasporto e di comunicazione, sia che sia dovuto al fatto che la gente scappa da sistemi non democratici cercando la democrazia, come appunto è successo nel Mediterraneo negli ultimi mesi – ha un punto in comune. Le nostre società sono sempre più esposte a questo flusso continuo, costante e ripetuto di persone che vengono, portando con sé culture, religioni, modi di persone, modi di vivere, abitudini completamente diverse. Siccome è un fenomeno collettivo, è un fenomeno che riguarda tutti e ci tocca tutti: tutte le nostre città, tutti i nostri paesi sono toccati da questo fenomeno. Proprio perché è un fenomeno sociale, collettivo, finisce per diventare un problema politico, cioè di scelte collettive, e quindi anche giuridico, cioè di regole sulla convivenza. Molto spesso queste scelte, questi problemi si pongono come dei veri e propri dilemmi.
“Qual è la vera accoglienza?”: questa è la domanda da cui prende l’avvio l’incontro di oggi. Siamo in un luogo, il Meeting di Rimini, che è la testimonianza vivente di quanto l’accoglienza della diversità di culture, di religione, di tradizione, sia una ricchezza fondamentale. Siamo in un luogo che è la testimonianza vivente di quanto, senza questo dialogo con chi è migrante, con chi si sposta portando con sé tutta la ricchezza della propria vita, della propria tradizione, senza questo dialogo non ci sia avanzamento, conquista, addirittura conoscenza. Siamo di fronte alla testimonianza vivente di quanto da questi fenomeni, almeno potenzialmente, possa derivare una ricchezza. Ma, nello stesso tempo – di qui il dilemma – ci troviamo di fronte a domande del tipo: esiste un limite all’accoglienza? C’è un limite, nel senso di una linea oltre la quale l’accoglienza si trasforma in una sorta di indifferenza? L’accoglienza diventa semplicemente spostarsi un po’ in là per fare spazio a qualcun altro? E l’altra parte del titolo: esistono diritti e doveri che possano costituire il quadro, il riferimento dentro cui questa accoglienza avviene? Segnalo questa combinazione, questo bilanciamento tra due parole, diritti e doveri, che, per esempio nel dibattito pubblico, non sono spesso bilanciati. Molto spesso abbiamo l’impressione che la parola diritti sia molto più forte della parola doveri, che spesso ha un’accezione conservativa, abbastanza difficile da giustificare. Doveri, cioè obblighi, perché, per chi? Mentre è prevalente l’idea dei diritti, come tema nel dibattito pubblico. Queste parole hanno un quadro, una definizione? Bene. Questi e non solo questi sono i temi che vogliamo affrontare questa sera. Li affrontiamo con tre ospiti veramente straordinari e illustrissimi, due dei quali conoscono molto bene il Meeting. Partirò dal terzo, nella presentazione, il professor Patrick Weil, che invece per la prima volta è qui al Meeting. Il Professor Weil è direttore di Ricerca all’Istituto CNRS francese e viene da Parigi, è un grandissimo esperto di immigrazione, emigrazioni, nazionalità. L’ultimo libro che ha pubblicato è intitolato Essere francese: i quattro pilastri della nazionalità e il prossimo libro, in uscita, è sulla nascita della cittadinanza negli Stati Uniti. Quindi, è uno specialista, tra l’altro è professore nella Global Faculty della New York University a New York: è quindi un collega del professor Joseph Weiler. E quindi, ringrazio particolarmente il professor Weil che ha trovato il modo per aggiustare il suo programma ed essere qui a Rimini. Il secondo ospite, graditissimo, è il professor Robert George, dagli Stati Uniti. Il professor George, già venuto al Meeting due anni fa, ha già avuto modo di presentare la traduzione del suo libro sul diritto naturale, questo pomeriggio. Insegna all’università di Princeton ed è direttore di uno dei suoi programmi di studio più prestigiosi, il James Madison Program. Ha ricoperto un numero veramente impressionante di cariche in organismi di studio e di Governo negli Stati Uniti. Al Meeting, ha già avuto la possibilità di farsi conoscere nella sua profondità e nella sua capacità di dialogo. Last but not least, direbbe il professor Weiler, è lui, il professor Joseph Weiler. Davvero non so cosa dire per presentarlo, perché è molto più conosciuto di me ed è molto più nel cuore di tutti i partecipanti al Meeting. Quindi, Joseph, se sei d’accordo ometterei le presentazioni per entrare direttamente nel merito. Darei subito per iniziare la parola al professor Weil.

PATRICK WEIL:
Grazie, professor Simoncini, grazie a tutti gli organizzatori, a tutti voi per questa accoglienza. L’accoglienza è proprio il tema del dibattito di questa sera. Quali sono i doveri, quali sono i diritti degli immigrati? Rispetto a questa domanda, dobbiamo chiederci innanzitutto quale sia il loro status legale, in quanto tutti gli immigrati hanno certamente diritti ma non hanno gli stessi diritti. Dipende dal fatto che siano considerati e riconosciuti come rifugiati politici, ovvero persone che hanno più diritti: dopo la seconda guerra mondiale, su iniziativa dei Paesi europei, fu firmata una Convenzione che ne protegge in modo particolare lo status di rifugiati politici. Anche se si trovano in una situazione irregolare, se sono quindi illegali, hanno diritti – per esempio rispetto alla giustizia, al presentarsi in tribunale per difendere il loro status, all’essere curati se si ammalano, alla scuola per i figli -, finché si trovano sul suolo dei nostri Stati. Questi diritti sono una sorta di obbligo morale per i nostri Stati democratici. Ma, in un certo senso, questi diritti fondati sulla morale sono anche fondati su quelli che sono i nostri interessi. Se, per esempio, uno straniero ammalato non viene curato, e magari la sua malattia si aggrava e addirittura si trasforma in epidemia, allora tutti quanti ci ammaleremo: questo andrebbe contro i nostri interessi di società che accoglie. Se per esempio c’è un bambino irregolare che non va a scuola e non riceve nessun tipo di istruzione, rimane in mezzo alla strada e sappiamo poi cosa fa.
A quelli che nelle nostre società attaccano questi diritti offerti agli stranieri irregolari, io spesso do questa risposta, che questi diritti vanno riconosciuti loro perché ciò corrisponde anche ai nostri interessi. La particolarità dell’Unione europea è questa: quando uno straniero si trova in situazione legale, diciamo che, grosso modo, gode degli stessi diritti del cittadino nazionale. E questo ci rende, per esempio, diversi dagli Stati Uniti, che non hanno lo stesso regime di diritto. Però, per quanto riguarda l’accoglienza, che cosa possiamo dire? Che cosa possiamo dire di quello che bisogna fare rispetto all’arrivo degli immigrati a Lampedusa? Quali sono le regole da seguire, rispetto ad una situazione come quella di Lampedusa? Allora il diritto definisce regole legali. Il paradosso però è questo: un tunisino che arrivasse prima della caduta del regime di Ben Alì e chiedesse asilo in Italia, avrebbe maggiore legittimità di rimanere in quanto il regime da cui scappa è riconosciuto come dittatoriale, comunque autoritario. Il tunisino che viene dopo la caduta di Ben Alì, a quel punto non può più rivendicare il diritto di asilo, proprio perché ha conquistato la libertà, lui e il suo popolo. E quindi, dal punto di vista del diritto, non vi è un obbligo ad accogliere questo tunisino: magari c’è un interesse da parte dello Stato, degli Stati europei, a manifestare una certa quale solidarietà rispetto ad un processo che dobbiamo accogliere con favore, cioè la democratizzazione di alcuni Paesi del Maghreb e del Macrek, che ogni giorno ormai, come succede per esempio in Libia, ci stanno dimostrando che i valori universali di libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti dell’uomo, nati in Europa, sono appunto universali, non sono riservati all’Occidente ma anzi sono valori che riguardano tutti gli esseri umani sul pianeta. E quindi, noi dovremmo incoraggiare e non scoraggiare questi processi.
Comunque, una cosa è certo che non dobbiamo fare, strumentalizzare la situazione che si viene a creare. Dobbiamo dire una cosa molto pratica: non si tratta certo di milioni di tunisini, quelli che sono sbarcati in Europa, sono soltanto qualche decina di migliaia. Allora, quanti stranieri l’Italia ha regolarizzato? Ottocentomila, centomila negli ultimi anni? I tunisini sono arrivati ed erano soltanto qualche decina di migliaia: c’è stato un problema, non certo un’invasione. La particolarità dei Paesi del Sud, quindi dell’Italia, della Spagna e della Francia, è che fra l’Europa e l’Africa c’è un mare da attraversare: fino ad oggi l’uomo non ha imparato a camminare sulle acque: quindi, che deve fare? Si deve imbarcare su una nave, su una barca. Ecco perché vediamo alla televisione queste immagini spettacolari. Però non sono tanti, e quindi gli uomini politici in Italia, in Francia, in Spagna, in Europa, hanno il dovere di non manipolare la pubblica opinione facendole paura. Non bisogna aver paura, perché questi fenomeni esistono, devono essere gestiti, ma non c’è alcun rischio di invasione dell’Europa da parte dell’Africa. Questo è un discorso assolutamente falso e falsificato.
Una volta che questi stranieri arrivano qui, una volta che diventano residenti e, come diceva il professor Simoncini, vengono da altre culture, quali sono i loro diritti e quali sono i loro doveri? Quali siano i loro doveri, praticamente lo capiscono subito: devono imparare la lingua perché altrimenti non possono lavorare, non possono comunicare; devono rispettare le leggi perché altrimenti andranno in galera oppure verranno rimpatriati. Una volta che rispettano le leggi, che hanno imparato la lingua, hanno diritto ad avere i diritti che fino a quel momento non gli sono stati riconosciuti, per esempio il diritto di praticare la loro religione, questo tipo di rivendicazione che riguarda tutta l’Europa e che crea rifiuto, paura ed ansia, come se ad un certo punto non riuscissimo a dare una risposta banale.
Le nostre sono in origine società cristiane, cattoliche, parlo soprattutto di Francia e Italia, e allora, conoscendo un po’ la situazione italiana rispetto a quello francese, posso dire che i nostri diritti si sono secolarizzati: viviamo in democrazie in cui i cittadini sono trattati allo stesso modo, a prescindere dal loro credo religioso o dal loro non credo religioso. Quindi, l’arrivo di persone nuove che hanno culture diverse, che chiedono soltanto di poter adorare il loro Dio, ci deve permettere di mettere alla prova i nostri diritti per vedere se sono veramente ugualitari ed universali o se invece sono stati costruiti per camuffare, per occultare certe preferenze per la nostra religione tradizionale. Questa è una sfida, una vera e propria sfida per le nostre società. E la nostra risposta deve essere questa: o accordiamo a tutte le religioni gli stessi diritti, perché tutte le religioni sono uguali dal punto di vista dei diritti, oppure neutralizziamo alcuni spazi che prima erano riservati ad una sola religione. Facciamo soltanto un esempio: prima di andare a fare il servizio militare in alcuni reggimenti francesi, malgrado le nostre tradizioni laiche, si chiama un sacerdote che va a dare la benedizione al reggimento e a tutti gli uomini che partono in missione, diciamo per l’Afghanistan. Se ad un certo punto il musulmano chiede che ci sia l’imam a fare la stessa cosa per lui, ci sono due cose possibili da fare: o chiamiamo un imam, un rabbino, un pastore, oppure diciamo che la preghiera è un fatto privato e allora non c’è bisogno di avere un prete. La risposta può cambiare a seconda dei Paesi, perché magari ci sono varie logiche di ragionamento che possono portarci o alla prima o alla seconda risposta, ma comunque è stato interessante e importante porre il quesito. Questa cosa ha permesso di cambiare una regola che non era adeguata al principio di uguaglianza. Se viceversa questo musulmano dicesse – arrivo qui in Italia, vedo chiese dappertutto, la cosa mi dà fastidio, vorrei che fossero tolte, eliminate – risponderemmo: eh no, le nostre istituzioni democratiche e ugualitarie si sono costruite sulla base di tradizioni che hanno lasciato delle tracce, tracce che fanno parte della nostra storia. E questa storia deve essere accettata dai nuovi arrivati che non possono cambiarla. Quindi, ci sono dei limiti alle rivendicazioni, che peraltro uno deve essere capace di porre in modo corretto.
Vorrei fare un altro esempio. Durante queste ondate di immigrazione in Francia, alcuni immigrati hanno detto: “Basta, mi sono stufato del fatto che mio figlio a scuola impari che i nostri antenati sono i Galli, i nostri antenati erano in Africa e non erano certo Galli”. Allora uno può dire: va bene, non parleremo più dei nostri antenati Galli. Però i francesi, che si sentono discendenti dei Galli, potrebbero arrabbiarsi moltissimo e dire: perché non posso pensare e studiare i nostri antenati Galli? Allora, dov’è la soluzione? La soluzione è correggere la frase. Noi potremmo dire: “I nostri antenati su questo suolo sono i Galli”, e trasformare, in questo modo, l’antenato per residenza e non per filiazione. Correggendo leggermente una frase, possiamo permettere l’integrazione, offrire la sensazione di poter condividere la storia e un futuro comune anche con loro.
Adesso vorrei avviarmi verso la conclusione ricordando ancora due punti. In Francia, lo sapete, c’è stato un insano dibattito, che poi, ad un certo punto, per fortuna è stato interrotto, sull’identità nazionale, lanciato dal Presidente della Repubblica e dal suo Governo. Molti intellettuali di sinistra hanno detto: “Mi rifiuto di partecipare a questo dibattito perché questo non è un argomento su cui lo Stato debba intervenire”. Una cosa su questo la voglio dire, ci voglio provare per il mio Paese. Nel mio ultimo libro, Essere francesi: i quattro pilastri della nazionalità, ho lavorato per mesi e mesi per cercare di trovare nella storia di Francia valori, eventi che fossero strutturati e consentissero di poter dire in che modo si può riconoscere un francese, non perché abita in un Paese dell’Europa occidentale o perché mangia certe cose, ma a causa della sua storia. E ho trovato quattro pilastri unificanti: il principio di uguaglianza davanti alla legge, la memoria positiva della rivoluzione francese, la lingua e la laicità. Questo esercizio può essere fatto dappertutto, anche in Italia, negli Usa si possono trovare pilastri unificanti che ci permettono di collegarci alla storia pur accogliendo gli altri, perché non sono pilastri che escludono ma che assimilano, che consentono di ritrovarsi insieme. Questi pilastri sono stati strutturati in Francia soltanto grazie al rispetto della diversità regionale, della diversità religiosa, della diversità culturale.
Vorrei concludere il mio intervento citando il testo di un grande filosofo francese, Emmanuel Levinas, un ebreo. Nel periodo della guerra dei Sei Giorni, gli ebrei francesi, che erano stati oltremodo sensibili ai rischi di distruzione dello Stato di Israele a cui erano molto legati, si sono sentiti completamente mobilitati. E in Francia erano stati attaccati perché davano prova di un doppio riconoscimento, non solo alla Francia ma anche a qualcos’altro, un doppio attaccamento. E allora, vediamo cosa dice Emmanuel Levinas, rispondendo a quelli che dicevano che c’era un rischio di doppia fedeltà: “Fedeltà e destino non appartengono alle categorie politiche nazionali, non minacciano la fedeltà alla Francia più di quanto non faccia un’altra sorta di avventura spirituale. L’essere ebreo, pienamente consapevole, o cristiano pienamente consapevole, significa trovarsi sempre sui margini dell’essere”. Quello che ha detto Emmanuel Levinas per la Francia vale anche per l’Italia: questa diversità nasce e si sviluppa qui, può essere vera anche per l’Italia, può essere l’espressione del servizio all’umanità, alla sua grandezza, alla sua attenzione al presente e alla sua presenza nel mondo. Grazie.

ROBERT GEORGE:
Grazie. E’ veramente un grosso piacere ritrovarmi qui, a questo grande Meeting. L’amico Andrea Simoncini molto raramente fa degli errori, però oggi l’abbiamo beccato. Dice: “Abbiamo soltanto due italiani seduti al tavolo: il prof. Simoncini e l’italiano d’elezione prof. Weiler”. Ma la verità è che ce ne sono due e mezzo, perché mia mamma è italiana.
Nel libro dal titolo Memoria e identità, pubblicato due settimane prima della sua morte, Papa Giovanni Paolo II ha fatto riferimento alla Chiesa cattolica come Israele universale. Con questa definizione, il pontefice parlava della Chiesa come dell’entità identificata nella rivelazione, mezzo di trasmissione della rivelazione stessa a tutti i popoli e a tutte le genti. Il fatto che Dio voglia condividere la verità su se stesso, sul suo piano e sui suoi ordini, con tutti gli uomini e tutte le donne riflette proprio questo suo amore universale: l’amore di Dio per ciascun membro della famiglia umana e anche il suo desiderio che tutti quanti gli uomini siano salvati. Cosa che appartiene al contenuto della rivelazione, almeno nell’interpretazione cattolica. Dio – dicono le Sacre Scritture – non guarda in faccia a nessuno, perché l’amore di Dio e anche la sua volontà salvifica sono qualcosa di universale. Abbracciano tutti. Come creature fatte a immagine e somiglianza di Dio, come oggetto del suo amore, gli esseri umani, indipendentemente da razza, classe sociale, etnia, nazionalità e credo religioso, hanno una dignità profonda, insita e uguale. Questa è l’asserzione. Per quanto riguarda i rapporti degli uni con gli altri, gli esseri umani hanno degli obblighi, non soltanto di tipo negativo, più o meno valorizzati nelle ideologie liberali e individualistiche. Però hanno anche obblighi positivi, tra cui obblighi di amore e cura: cioè il dovere di amare il prossimo come se stessi e manifestare questo amore nell’agire, quindi prendendosi cura degli altri, come il buon samaritano nella storia del Vangelo si prendeva cura dell’uomo che aveva aiutato, anche se veniva da un’altra comunità, quella ebraica. Nella Dottrina Sociale della Chiesa, questo universalismo trova espressione in diverse modalità, incluso l’insegnamento che tutti i beni, le risorse create, hanno una destinazione universale. Però questo ci porta ad una problematica pertinente all’argomento della discussione di questa sera, cioè il problema di quello che a volte viene chiamato cosmopolitismo.
Nella sua forma più forte e più vivida, questa visione prevede quanto segue: indipendentemente dai doveri o dai diritti di assistenza che abbiamo nei confronti di quelli che ci stanno vicini, cioè la famiglia, la comunità, la nazione, noi abbiamo il dovere di prestare le stesse attenzioni anche a tutta la gente, ovunque. E questa è l’asserzione del cosmopolitismo. Per esempio, Peter Singer, mio collega a Princeton, asserisce tutte queste cose. La questione, per quanto riguarda il dibattito contemporaneo sull’immigrazione, si pone in questi termini: può essere moralmente giusto distinguere a livello di trattamento? Oppure – per esprimere questo concetto in modo peggiorativo -, è giusto discriminare persone a livello dei confini nazionali, sulla base del fatto che uno è un cittadino nazionale e un altro, invece, è uno straniero? L’insegnamento cattolico è che, in effetti, questo potrebbe essere giusto ma soltanto quando le distinzioni si basano su precise motivazioni, e quindi non hanno carattere arbitrario. E’ un po’ come dire che io, magari, posso favorire – per quanto riguarda le cure che presto – i miei figli rispetto ai figli di altri, anche se ho degli obblighi di giustizia e non posso commettere atti iniqui sui figli del mio prossimo, anche se lo facessi per difendere, proteggere o dar da mangiare ai miei figli. La Chiesa rifiuta il familismo, il tribalismo e tutte le forme sciovinistiche di nazionalismo. Però l’universalismo della Chiesa non la porta al cosmopolitismo, almeno in senso forte.
In Cristo non c’è, a dire il vero, un maschio o una femmina, un ebreo o un greco, uno schiavo o un uomo libero: però, a livello di affari umani, politicamente, per il bene di tutti, ci sono unità sociali, tra cui le nazioni, che servono al bene comune, cioè al bene di tutti. E lo fanno guardando, nella fattispecie, al benessere dei propri membri, in certo qual modo favorendoli. Nel libro Memoria e identità, Giovanni Paolo II afferma che “la Dottrina Sociale della Chiesa ritiene che la famiglia e nazione siano entrambe società naturali e non il prodotto di mere convenzioni. Pertanto, nella storia dell’uomo, non possono essere sostituite da nessun’altra cosa”. A dire il vero, c’è un bene comune della comunità internazionale e c’è anche un bene comune di tutta l’umanità: però questo non toglie, nella Dottrina Sociale della Chiesa, il proprio ruolo al bene comune specifico della nazione e della famiglia, oppure della comunità religiosa o di altre forme di comunità sub-internazionali. Di fatto, come evidenzia l’attenzione alla dottrina della sussidiarietà, nella Dottrina Sociale della Chiesa si dice che quello che la famiglia, la comunità locale e la nazione riescono a fare per i propri membri, lo devono fare. Le autorità internazionali non devono usurpare il ruolo di queste comunità: nel pensiero cattolico, questo sarebbe contro giustizia.
Che cosa possiamo dire a proposito dei doveri, rispetto ai migranti o agli immigrati? Non devono essere loro accordati tutti i privilegi, i diritti, i benefici dei cittadini. E allora, che cosa bisogna dare loro e che cosa loro devono dare alle nazioni, alle comunità di cui sono ospiti? Nei documenti della dottrina cattolica su questa questione si trovano i principali punti di partenza. Prendiamo i testi biblici. Prima di tutto, il Deuteronomio, capitolo 10, versetto 19, dove il popolo dell’alleanza, entrato nella Terra Promessa, riceve l’ordine di mostrare amore e cura per lo straniero, il visitatore, l’ospite. “Per voi stessi” Dio ricorda al popolo “c’è questa necessità perché voi, un tempo, siete stati stranieri nella terra d’Egitto”. C’è un altro punto di partenza che viene dalle Scritture, in Matteo, capitolo 25, versetto 35, dove Gesù insegna che gli atti di ospitalità sono indicativi del rapporto con Dio. Questi atti o il fatto di non compierli, determinano in maniera significativa il rapporto individuale con Dio. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare. Avevo sete e mi avete dato da bere. Sono stato uno straniero e mi avete accolto”. Il terzo punto di partenza delle Scritture, ripetuto nei diversi documenti, è la storia della Sacra Famiglia: Gesù, Giuseppe e Maria. Una famiglia migrante, una famiglia che deve sfuggire alla tirannia di Erode andando in Egitto, come dice il Nuovo Testamento, dove gli antenati di Cristo erano stati anche loro stranieri e schiavi.
La Chiesa ci insegna che c’è un diritto ad emigrare. Non si può essere legittimamente trattenuti in una nazione, contro la propria volontà. Che mura o recinzioni progettate per tenere fuori gli stranieri possano essere giustificati, è una questione. Però le mura e le recinzioni, fisiche o di altra natura, studiate per tenere all’interno la gente ed evitare l’emigrazione, non possono essere giustificate. La Cortina di ferro, il Muro di Berlino sono un’offesa alla dignità umana e un affronto alla giustizia e ai diritti umani. Può essere giusto, dal punto di vista cristiano, chiudere una nazione o una società agli immigrati, rifiutare di accogliere gli immigrati o gli immigrati da determinate nazioni o gli immigrati che fanno parte di una certa religione? Come potrebbe essere in accordo una politica di questo genere con la volontà di Dio, espressa nelle Sacre Scritture e così interpretata e proclamata dalla chiesa cattolica? La questione, alla fine, risulta essere parecchio complessa. Sicuramente, il punto di partenza è che ci sia un’apertura, un’accoglienza nei confronti degli immigrati, soprattutto quando giungono nei nostri Paesi in fuga dall’oppressione o dalle difficoltà.
E c’è anche un senso molto forte in tutto questo: quando ci sono tanti immigrati che fuggono la tirannia, la morte, le difficoltà, la paura, allora i Paesi devono condividere equamente tutte queste problematiche ed accogliere le persone in fuga come loro ospiti. Ci dovrebbero essere, ci sono dei motivi per distinguere i cittadini dai non cittadini, così come io distinguo gli obblighi che ho nei confronti dei miei figli rispetto agli obblighi che ho nei confronti dei figli degli altri: riconosco che ho degli obblighi nei confronti di tutti, però non nello stesso grado o con la stessa urgenza che c’è in confronto ai miei figli. Allo stesso modo, ci possono essere motivi per limitare o, in casi estremi, addirittura fermare l’immigrazione. E ci possono essere motivi per stabilire dei criteri che decidano chi verrà accolto come migrante e chi invece no. La cosa importante è che tra questi motivi, oltre a quelle che sono le preoccupazioni di natura economica, abbiamo anche preoccupazioni che riguardano l’integrità della cultura o delle culture. Le nazioni sono forgiate, definite dalle loro culture: dove le strutture culturali non sono ingiuste, le nazioni possono legittimamente proteggerle. Così ci è stato insegnato. Naturalmente, il discorso è come proteggerle; ed è un discorso, questo, che ha eloquentemente evidenziato anche il professor Weil.
Sicuramente è legittimo limitare e strutturare l’immigrazione, onde garantire che una determinata cultura non venga sopraffatta, visto che il processo di assimilazione, che potrebbe chiamarsi anche integrazione, richiede del tempo. Negli Stati Uniti, la parola assimilazione viene utilizzata nei confronti dei migranti e non ha senso peggiorativo. Mi pare che qui in Europa voi preferiate il termine integrazione ad assimilazione. Considerandolo peggiorativo. Comunque, è un processo che richiede tempo. La cultura potrebbe essere sopraffatta se, in certe circostanze, l’immigrazione non fosse strutturata, limitata, quando i numeri sono veramente enormi. Ma qui parliamo di numeri abbastanza ridotti. Io credo che sia più che legittimo, quindi, respingere la versione estrema del multiculturalismo, cioè l’idea che, appunto, ci siano delle forme estreme. E’ quello che diceva anche il professor Weil quando usava l’esempio della Chiesa francese e quando parlava delle origini della Francia, della Gallia, ecc.
Cosa possiamo dire del fatto che a queste persone si potrebbe chiedere di cambiare religione? Perché, dopo tutto, la comunità religiosa, il culto, sono centrali in una cultura. Ecco, qui la Chiesa dice che no, non può essere fatto. I principi che riguardano la libertà religiosa escludono la richiesta di un cambiamento di religione. E quindi la tutela, la protezione della cultura, con la strutturazione dell’immigrazione attraverso delle regole, non può però pretendere anche questo cambiamento di religione. Ma cosa possiamo dire di un’altra richiesta, cioè che coloro che arrivano imparino la lingua? Beh, allora sì. Questa è una richiesta legittima: che almeno cerchino di imparare la lingua e sicuramente espongano i loro figli all’apprendimento della lingua del Paese di accoglienza. Il nuovo Paese, il Paese ospite, può richiedere che, magari, ai bambini non venga insegnata la lingua madre. E questo non va bene. Possono ricevere un insegnamento nella lingua madre, con le tradizioni e le abitudini relative – non può che essere fonte di ricchezza per il Paese di accoglienza -, però si può chiedere a queste famiglie di esporre i loro figli anche all’apprendimento della lingua del Paese ospite, che può diventare il Paese dove vivranno per sempre. Bisogna anche insegnare a questi figli a rispettare le religioni del Paese ospite e la sua cultura. Forse non deve essere una richiesta ufficiale. Secondo me, è quasi un obbligo, magari non rigido, però un obbligo per quelli che entrano nella società come migranti. Devono partecipare alle abitudini culturali, nella misura in cui i loro costumi religiosi e culturali lo consentono.
Negli Stati Uniti abbiamo il Giorno del Ringraziamento. Tutte le famiglie si riuniscono attorno alla tavola e ringraziano Dio per l’abbondanza e per le cose buone che hanno ricevuto nella vita. Questa abitudine non sa di settarismo, nel senso che è osservata dai protestanti, dai cattolici, dagli ebrei, dai mormoni, da quelli di Christian Science, da tutti. Non ci sono motivi per cui i buddisti e i musulmani non debbano osservare questa tradizione, secondo le loro modalità. L’osservanza di questa abitudine, non soltanto favorisce il processo di integrazione ma indica anche un rispetto per la cultura del Paese di accoglienza, che legittimamente può essere richiesto agli immigrati. Un ultimo punto e concludo. Non lo trovo nella dottrina della Chiesa, però mi sembra legittimo per il Paese di accoglienza chiedere al migrante, soprattutto a coloro che prevedono di stabilirsi non soltanto per un periodo limitato, di essere pronto a difendere il Paese che, a quel punto, è diventato loro. Grazie.

JOSEPH H. H. WEILER:
Allora, qual è il problema? Il problema è che abbiamo smesso di fare bambini. Se c’è una famiglia con due bambini, è già considerata una grande famiglia. Tre, enorme. Quattro, non esiste! Nella macchina entrano solo in 5: allora, come si possono avere 4 bambini? Questa è la realtà dell’Italia e la realtà europea, sia dell’Est che dell’Ovest. Volendo o non volendo, avremo bisogno di immigrati per sostenere la nostra vita sociale, la vita economica. E oggi non parlerò di clandestini. Anche senza clandestini, ci sarà un flusso importante di emigrati. Siamo terribili, nel trattare il problema dei migrati. Se faccio il paragone con gli Stati Uniti, un grande Paese di immigrazione, vicino a Detroit, nello stato del Michighan, c’è la comunità musulmana più grande del mondo fuori da un Paese musulmano. Sono integrati, sono americani, sono americani musulmani. In Europa non riusciamo a farlo, non riusciamo ad integrare. La realtà è che in Italia – di nuovo, non parlo dei clandestini, che vivono in una specie di ghetto moderno, in comunità esclusive – non sono considerati italiani, anche quelli di seconda generazione non sono considerati italiani, e loro non si considerano italiani.
Il prezzo è enorme: non soltanto la dislocazione sociale, la criminalità e tutto quanto. Questa è proprio una pugnalata al cuore della democrazia, come ha detto il Presidente Napoletano qui, tre giorni fa. La democrazia dipende dalla coerenza sociale della nazione. Se abbiamo una massa critica di persone che vivono e non credono di fare parte della nazione, della società, la democrazia diventa insostenibile. In che senso, insostenibile? Io posso odiare la sinistra o posso odiare la destra, ma quando la destra ha un potere, quando la sinistra ha un potere, accetto: perché siamo tutti italiani e devo accettare la regola democratica che la maggioranza governa, anche se ideologicamente non sto con loro. Ma se c’è una massa critica che non si considera italiana, non si considera parte della società, la democrazia stessa diventa insostenibile. Ci sono tante ragioni per questa situazione insostenibile: pochi bambini, tanti emigrati, un fallimento colossale nell’integrazione degli immigrati. Ci sono tante ragioni ma quella più importante è nell’atteggiamento, attitude, diciamo in inglese. Cosa vuol dire nell’atteggiamento? Quali sono le aspettative?
Le aspettative dell’immigrato e le aspettative della società accogliente, in questo caso sono uguali. L’immigrato (non clandestino) dice: “Se rispetto la legge e pago le tasse, lasciatemi in pace, faccio la mia vita”. Gli italiani dicono: “Ecco quello che vorremmo: obbedisci alla legge, paghi le tasse e buona notte, fai le tue cose”. Qual è il problema? Il problema è l’atteggiamento. Nella cultura europea, la parola assimilazione è diventata una parolaccia, per chi è contro l’ideologia del multiculturalismo. Però non è una parolaccia! È una conditio sine qua non per una democrazia sostenibile. Allora, quale dovrebbe essere l’atteggiamento giusto, sia della società sia dell’immigrato? Offrirò un esempio personale perché io sono un emigrato professionista. Sono emigrato per tutta la vita. Sono nato in Sudafrica e all’età di cinque anni siamo andati in Israele. Lì non ero emigrato, ero tornato a casa mia. Abbiamo fatto una vacanza di 2000 anni fuori ma poi siamo tornati a casa. In Israele mi sento proprietario, non emigrato. Poi ho cominciato le mie migrazioni. Ho passato un bel po’ di anni in Inghilterra (in un altro Meeting ne parlerò), poi sono venuto come emigrato in Italia. Ho finito i miei studi in Inghilterra e ho trovato lavoro in Italia, e questo è diventato il mio nuovo Paese, dove vivo. Non parlavo una parola in italiano ma sono venuto, alla garibaldina. Per prima cosa, ho trovato una pensione a Firenze. Pensavo di stare lì per due o tre settimane e cercavo un appartamento. Ma sono stato lì per quattro mesi perché mi hanno accolto. Era una pensione di famiglia, mi hanno accolto come un figlio prodigo. E mi hanno fatto sentire così bene che sono rimasto quattro mesi. La prima cosa che ho fatto è stato innamorarmi della figlia di questa famiglia, la seconda. Purtroppo lei non si è innamorata di me, la sciocca. Niente da fare ma siamo rimasti in contatto. Ora quella ragazza è proprietaria della pensione. Potete immaginarmi proprietario di una pensione a Firenze? Una bella vita. Poi, dovevo imparare la lingua: non l’ho imparata benissimo, però posso parlare. Mi ricordo il primo libro che ho letto in italiano: Lessico familiare di Natalia Ginzburg, un libro favoloso, chi non lo ha letto, lo deve leggere. Poi, un grande passo avanti nella mia italianizzazione: ho comprato un abbonamento per la maratona numerata dello stadio di Firenze e sono diventato tifoso della Juventus, della Fiorentina. Anzi, qui c’è stato un glissage freudian, quando ho capito che bisognerebbe odiare la Juve: Juve ladri!.
Era una bella epoca per il calcio italiano, con Antonioni, Gentile, Bettega. Era un calcio veramente bellissimo. E mi ricordo l’indimenticabile 1982, quando l’Italia ha vinto il Mondiale in Spagna: ho preso la mia moto per andare in città e all’improvviso ho visto che dietro di me c’era un corteo. Ora, per la verità, non sono diventato formalmente italiano perché andava bene così. Ma la cosa importante era che non era necessario, non ho mai sentito pressioni perché rinunciassi alla mia identità ebrea. C’era una bella sinagoga, a Firenze. Ci andavo regolarmente, si poteva essere tranquillamente buon ebreo e buon italiano. Anzi, in Italia ho scoperto la comunità italiana ebrea. Sono uno che ha viaggiato per tutto il mondo: l’Italia è l’unico Paese in cui non si parla di ebrei italiani, ma di italiani ebrei. Perché sono davvero italiani. È la più antica comunità ebrea del mondo. Sono italiani, però ebrei, come ci sono italiani cattolici, italiani laici, ecc.
Allora, non vedo per quale principio non ci possano essere italiani musulmani, ma italiani. Qual è la chiave? La chiave è che devi insegnare ai tuoi figli. La prima generazione di immigrati non sarà mai veramente… Ma sono i figli che contano. E ai figli bisognerebbe dire: “Figliolo mio, ora noi siamo italiani. Tifiamo per la nazionale italiana. Possiamo avere collegamenti, emozioni, tante cose per il vecchio Paese, ma siamo italiani, questo è il nostro Paese”. La parola assimilazione non è una parolaccia e la parola patriottismo non deve essere una parolaccia. Questa è la chiave. Cosa si insegna ai figli? L’istituzione chiave è la scuola. Lì risiede il grande successo americano, ancora una volta, un atteggiamento. Arriva il tedesco, l’italiano, l’africano. Non sempre sono stati accolti con tanta generosità. Il professor Weil ha scritto molto su questo. Ma in fondo, l’America dice: “Volete stare qui? Dovete essere americani!”. E l’immigrato che viene in America insegna ai suoi figli: “Ognuno di voi, pur essendo emigrato, può essere il Presidente degli Stati Uniti”, come infatti è diventato Obama, come in una storia banale di integrazione. L’istituzione chiave è la scuola pubblica. Perché lì, anche in America, devi tifare per gli Yankees o odiarli, gli Yankees hanno il ruolo della Juventus, però non puoi essere americano senza assumere un atteggiamento verso le istituzioni sociali e culturali d’America. Questa è la chiave.
Allora, io non ho nessun problema morale – anche se a volte mi danno del fascista – a dire all’immigrato: “Sei il benvenuto, ti accettiamo, ma ai tuoi figli devi insegnare che devono essere italiani”. E, piano piano, cambiamo. Un flusso di immigrati arricchisce la nostra cultura, ma non ho nessun problema a dire loro: “Devi insegnare ai tuoi figli ad essere italiani, francesi o tedeschi”. Anche se sembra superbo, l’esperienza dell’ebreo dimostra che è possibile. C’è una comunità ebrea in Inghilterra: sono più inglesi degli inglesi. E gli ebrei francesi sono integrati nella vita della Francia, fanno tutti i mestieri, insegnano ai loro figli ad essere patrioti francesi, anche se non usano più questa parola. È possibile assumere una identità nuova ed amare la nuova patria, senza perdere l’identità propria della cultura da cui proveniamo. Lì è il problema e lì è la soluzione. Grazie.

ANDREA SIMONCINI:
Abbiamo forse tempo, se i relatori sono sufficientemente sintetici, per una breve replica. Volevo cominciare dal professor Weil, ponendo questo suggerimento: mi ha molto colpito questo libro appena scritto, questa idea di poter identificare i pilastri della nazionalità francese, dell’essere francesi, nell’uguaglianza, nella storia della Rivoluzione, nel principio di laicité. Ma come definisce l’identità? Ha seguito un metodo sociologico, un metodo culturale? Come si fa a identificarla? La storia, le istituzioni, le leggi? Cosa consente di identificare il segreto dell’essere francese? Perché mi rendo conto che questo diventa un punto decisivo nell’accogliere, quando si entra in un Paese, l’identità che ci ospita.

PATRICK WEIL:
È un’ottima domanda. Ho detto che ci sono voluti mesi e mesi per scrivere questo testo ma penso che sia fondato su anni e anni di lavoro. Essendo io uno storico, ho lavorato negli archivi. Vi farò un esempio. Il primo professore di Scienze Politiche negli Stati Uniti era un rifugiato tedesco, Francis Lieber, lavorava alla Columbia University. Il suo migliore amico era un senatore repubblicano che si chiamava Charles Sumner, un leader della lotta contro la schiavitù nel Senato americano: Si scrivevano tutte le settimane. Nel marzo del 1872, il professor Lieber scrive a Sumner una lettera che io ricordo addirittura a memoria: “Ho ricevuto una richiesta dal Governo di Berlino per la creazione di una fondazione Bismarck all’università di Strasburgo”. Vi ricordo che all’epoca, dopo la guerra franco-prussiana del 1870-71, Strasburgo era una parte dell’impero tedesco, quindi della Prussia. “Apparentemente il Governo tedesco vuol fare di Strasburgo un’università di primo livello. Ma i francesi hanno sempre trascurato e continuano a trascurare tutto tranne Parigi. Ciò nondimeno, i francesi sono l’unico popolo capace di convertire i popoli conquistati, non fanno niente per loro però i popoli, una volta conquistati, diventano francesi. Che cos’è? Come fanno? I tedeschi, gli americani, gli inglesi non riescono a farlo, qual è il segreto?”. Sono andato a frugare negli archivi e ho scoperto che Sumner voleva introdurre nella Costituzione americana un articolo della Dichiarazione francese dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Quando propone questa cosa al Senato americano, gli dicono: “Ma questa è una cosa francese, non appartiene alla nostra tradizione di anglosassoni”. Da dove viene l’uguaglianza? Viene dal cattolicesimo, è un principio ereditato dal cattolicesimo che poi si è secolarizzato, in quanto nella chiesa cattolica non c’è nessuna differenza fra i suoi membri. Questa forza che nasce dall’uguaglianza, per esempio, la troviamo nel Codice Civile con la norma dell’uguaglianza nell’eredità, quella contro cui protestava Balzac, dicendo che aveva distrutto la proprietà. Quindi, attraverso le ricerche storiografiche, possiamo trovare elementi che possono strutturare l’identità collettiva: è quello che ho fatto io.

ANDREA SIMONCINI:
Chiedo una battuta sullo stesso punto al professor Weiler e al professor George. Il professor George ha fatto una completa e convincente disamina della posizione della dottrina cattolica sul tema del che ci deve essere tra chi ospita e chi chiede di essere ospitato. D’altra parte, il professor Weiler ci ha detto che non è tanto questione di regole ma di atteggiamento. Allora, io volevo chiedere a entrambi, cosa rende possibile questo atteggiamento. Come mai, per esempio, nonostante la dottrina cattolica sul tema dei migranti sia così chiara che è evidente che non si può dire di no a tutti coloro che chiedono di entrare, allo stesso modo, però, non si può dire di sì a tutti. Come mai, in molti Paesi di tradizione cristiana, cattolica, c’è oggi questa paura, questo atteggiamento di ostilità a ricevere? Come mai è diffusissima questa difficoltà a ritenere che chi arriva sia per noi una possibilità di accrescimento, tanto che spesso è facile andare verso l’opzione per cui nessuno deve entrare? E spostandomi invece di più sul versante di chi si muove, professor Weiler, che come al solito è stato molto netto nella sua posizione: cosa rende possibile accettare l’ipotesi che, come è successo a lui, i figli condividano un atteggiamento? E’ una questione di leggi? Lo si può rendere obbligatorio per legge? Da dove nasce questo atteggiamento? Cosa rende possibile un atteggiamento così di fronte alla diversità?

ROBERT GEORGE:
Dovrei ritornare a quello che diceva il professor Weiler in apertura: i Paesi cattolici hanno un calo demografico, non nascono bambini e anche il tasso dei matrimoni è abbastanza basso. Questi Paesi, con un crescendo della popolazione che invecchia, sono davanti a questa prospettiva: arrivano immigrati con una cultura, un patrimonio religioso radicalmente diversi. Però è una popolazione molto più vivace, più giovane della popolazione del Paese d’accoglienza. La mia sensazione è che la cultura e la nazione si sentano a rischio di trasformazione, a rischio di venire relegate al ruolo di puro e semplice fenomeno storico. Si pensa che all’orizzonte ci sia una nuova nazione, radicalmente diversa, senza legami con la vecchia storia e con l’ethos di quella nazione, un Paese che sarà formato da musulmani su una terra con radici cattoliche o cristiane: questo mette a disagio la persona e il Paese. La risposta potrebbe essere: fate più bambini!, come diceva il professor Weiler. Credo che non ci sarebbe consiglio migliore di questo, ci sarebbe meno ansia, meno trepidazione se la popolazione non scendesse in termini di natalità e non invecchiasse sempre di più, ci sarebbero meno esitazioni nei confronti degli immigrati.

ANDREA SIMONCINI:
Visto che i tempi sono slittati, voglio soltanto segnalare un punto che mi ha colpito come una sorta di elemento comune a tutti quelli che abbiamo ascoltato. Diritti e doveri, abbiamo messo nel titolo, sugli immigrati, su questo fenomeno che ci colpisce: ma diritti e doveri non sono una strada sufficiente ad affrontare questo tema. Siamo una società sempre più impaurita perché questi flussi di persone diverse possono superare, scalzare la nostra presenza, mettere a rischio quello che siamo. Bisogna fare più bambini, abbiamo ascoltato come appello, perché è indubbio che questi dati sulla crescita della popolazione siano il primo fattore che richiede, paradossalmente, l’immigrazione: non abbiamo popolazione a sufficienza per svolgere il lavoro, per rispondere alle esigenze. Il punto è questo: per fare figli, per prendere sul serio questa sfida che ci viene posta, occorre avere una sostanziale speranza sulla positività della vita. E’ un punto che mi colpisce come una sorta di presupposto, di elemento fondamentale: se non c’è il sentimento che quello che si è, sia qualcosa di positivo, di utile per lo sviluppo del mondo, è difficilissimo che si accetti la fatica – perché oggi questo è – di mettere al mondo dei figli. Il fattore cruciale è questo: per poter accogliere senza paura, nel modo con cui prima è stato descritto, per poter avere una regolazione efficace dell’accoglienza, occorre essere certi della positività della vita che si vive. Siamo partiti ieri da una introduzione in cui si diceva che solo chi, nella propria vita, sente di essere scelto, di essere accolto, riesce ad accogliere. Da un lato, è un dilemma, dall’altro una sfida per cui – in questo modo, e solo in questo modo – la diversità diventa una grande provocazione, non soltanto qualcosa di cui aver paura o rispetto a cui cercare una regolazione.
L’incontro con la diversità diventa il fattore culturalmente più decisivo, nella vita di ognuno, perché solo incontrando la diversità la ragione diventa tale, si allarga, riesce ad essere quello che deve essere, un occhio aperto sulla realtà e non solo una misura. Prima di cominciare chiedevo quale messaggio potevamo lanciare su un argomento del genere. Il messaggio fondamentale è questo, non è un manifesto: occorre rieducare la nostra ragione all’incontro con ciò che è diverso, allo stupore di fronte alla realtà e alla diversità. Questa è la strada che ci attende. Ringrazio ancora i nostri relatori e tutti i partecipanti.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

23 Agosto 2011

Ora

19:00

Edizione

2011

Luogo

Sala A3
Categoria